domenica 30 marzo 2008

Mi ha scritto un'amica...

Abbiamo già oltrepassato i 100 post in poche ore e allora riprendiamo da quel che mi ha scritto una mia carissima amica, più cristiana di me...

Carissimo, tu sai quanto io sono OTTIMISTA.....e non perchè credo nella magia, ma credo nei miracoli ma soprattutto CREDO CHE LE PORTE DEGLI INFERI NON PREVARRANNO.....
Ora, io non ti sto dando torto, sto solo suggerendo IN QUALE MODO affrontare la situazione......
E per questo mi ispiro ai Vangeli, a san Paolo ai Padri della Chiesa....A SANTA CATERINA DA SIENA....a san Domenico a san Tommaso...a SAN PADRE PIO.....
come hanno reagito queste persone di fronte alle calamità DOTTRINALI che imperversavano nel loro tempo?
sai cosa disse un Padre della Chiesa? disse che se il Signore aveva costituito i Dodici, non fu solo una questione simbolica e numerica legata alle Dodici tribù di Israele, ma anche per CONTENERE IL GERME DELLA VERITA' affinchè NON dovesse diventare maggioranza, ma bensì un FONDAMENTO INTRAMONTABILE di essa....
In sostanza il concetto di maggioranza non rende affatto più credibile la Verità.....e diceva anche che non a caso su mille vescovi solo "Dodici" di loro conservano il fondamento della Verità...altri ne hanno alcune parti, altri ancora la travisano (es. vescovo Donato), ecc...
Riflettiamo su questo e ci accorgeremo di quanto sia vero...il vero cattolico E' MINORANZA, ma anche FONDAMENTO intramontabile della Verità.....è così che si presentava la Chiesa nel primo secolo, e così è sempre stato...
Pensi davvero che un Kiko possa distruggere la Chiesa o che sia l'Anticristo?
no amico mio....attento....Kiko può essere eretico, ma non è l'anticristo....l'eretico che è colui che SCEGLIE DIVERSAMENTE....bene o male resta nel solco scavato dalla Chiesa.....l'anticristo è colui che distruggerà veramente (ci proverà, ma non ci riuscirà) LA COMUNIONE ECCLESIALE portando L'APOSTASIA...e questo non è Kiko credimi....TUTTI I movimenti laicali sono e saranno destinati a RIMANERE CIRCOSCRITTI NELLE LORO OASI....

[Non conosce il Cammino e come si sta configurando la sua realtà all'interno della Chiesa e non si rende conto che la catechesi NC sta invadendo tutte o quasi le nostre diocesi né della spaccatura che, di fatto, nella Chiesa è presente. Con questo non intendo dire che Kiko sia l'Anticristo, ma il problema è molto più serio di quanto ai più non appaia -ndr]

a noi sta IL POTERE di non alimentare queste oasi, in che modo?
EVANGELIZZANDO LA VERITA'.....E TESTIMONIANDO UNA PRESENZA ATTIVA AL DI FUORI DEI LORO GRUPPI.....

Conosco gente che USCITA da questi movimenti, dice: SONO RIENTRATA NELLA CHIESA....come a dire: ora mi sono accorta che la Chiesa è altra cosa.....

Coraggio allora.... ciao e buona festa della Divina Misericordia...

sabato 29 marzo 2008

Uno dei tanti interrogativi

La pagina precedente è divenuta impraticabile in breve tempo ma, non solo per cambiar pagina, posto lo stralcio di un messaggio ricevuto oggi dalla nostra Redazione, chiedendovi di aiutarci a dare una risposta. Così, cerchiamo di continuare a parlare di "fatti concreti"

Salve,
avrei una domanda:
Le messe celebrate dai neocatecumenali possono essere celebrate, secondo il volere del Papa, al di fuori della chiesa, in luoghi non sacri come sale di ricevimento e sale da ballo???
La domanda mi è sorta proprio recentemente perchè il marito di mia sorella ha voluto che il figlio, mio nipote, si battezzasse la notte di Pasqua secondo i riti previsti dai neocatecumeni.
La cosa che mi ha lasciato perplesso, e ciò che è stato motivo di astio, è stato il voler celebrare la veglia pasquale fuori città, in un altra regione (distanza: 160 km), all'interno di una sala da ballo, con tanto di luci da discoteca, casse giganti e palla da discoteca ruotante.
Di conseguenza mi è sorta tale domanda.


[.....Tralascio, per rispetto della privacy i dati successivi, vi assicuro drammatici e dolorosi da ascoltare....]

Le sarei grato se mi potesse dare una risposta, indicandomi, anche, i motivi.
Grazie fin da subito per l'attenzione concessa.
Cordiali saluti, Firma.

venerdì 28 marzo 2008

Sacrificio Eucaristico e Lavanda dei Piedi: altra prassi del CNC SMENTITA!

SANTA MESSA NELLA CENA DEL SIGNORE
OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
Basilica di San Giovanni in Laterano
Giovedì Santo, 20 marzo 2008

Cari fratelli e sorelle,

san Giovanni inizia il suo racconto sul come Gesù lavò i piedi ai suoi discepoli con un linguaggio particolarmente solenne, quasi liturgico. “Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine” (13, 1). È arrivata l’“ora” di Gesù, verso la quale il suo operare era diretto fin dall’inizio. Ciò che costituisce il contenuto di questa ora, Giovanni lo descrive con due parole: passaggio (metabainein, metabasis) ed agape – amore. Le due parole si spiegano a vicenda; ambedue descrivono insieme la Pasqua di Gesù: croce e risurrezione, crocifissione come elevazione, come “passaggio” alla gloria di Dio, come un “passare” dal mondo al Padre. Non è come se Gesù, dopo una breve visita nel mondo, ora semplicemente ripartisse e tornasse al Padre. Il passaggio è una trasformazione. Egli porta con sé la sua carne, il suo essere uomo. Sulla Croce, nel donare se stesso, Egli viene come fuso e trasformato in un nuovo modo d’essere, nel quale ora è sempre col Padre e contemporaneamente con gli uomini. Trasforma la Croce, l’atto dell’uccisione, in un atto di donazione, di amore sino alla fine. Con questa espressione “sino alla fine” Giovanni rimanda in anticipo all’ultima parola di Gesù sulla Croce: tutto è portato a termine, “è compiuto” (19, 30). Mediante il suo amore la Croce diventa metabasis, trasformazione dell’essere uomo nell’essere partecipe della gloria di Dio. In questa trasformazione Egli coinvolge tutti noi, trascinandoci dentro la forza trasformatrice del suo amore al punto che, nel nostro essere con Lui, la nostra vita diventa “passaggio”, trasformazione. Così riceviamo la redenzione – l’essere partecipi dell’amore eterno, una condizione a cui tendiamo con l’intera nostra esistenza.
Questo processo essenziale dell’ora di Gesù viene rappresentato nella lavanda dei piedi in una specie di profetico atto simbolico. In essa Gesù evidenzia con un gesto concreto proprio ciò che il grande inno cristologico della Lettera ai Filippesi descrive come il contenuto del mistero di Cristo. Gesù depone le vesti della sua gloria, si cinge col “panno” dell’umanità e si fa schiavo. Lava i piedi sporchi dei discepoli e li rende così capaci di accedere al convito divino al quale Egli li invita. Al posto delle purificazioni cultuali ed esterne, che purificano l’uomo ritualmente, lasciandolo tuttavia così com’è, subentra il bagno nuovo: Egli ci rende puri mediante la sua parola e il suo amore, mediante il dono di se stesso. “Voi siete già mondi per la parola che vi ho annunziato”, dirà ai discepoli nel discorso sulla vite (Gv 15, 3). Sempre di nuovo ci lava con la sua parola. Sì, se accogliamo le parole di Gesù in atteggiamento di meditazione, di preghiera e di fede, esse sviluppano in noi la loro forza purificatrice. Giorno dopo giorno siamo come ricoperti di sporcizia multiforme, di parole vuote, di pregiudizi, di sapienza ridotta ed alterata; una molteplice semifalsità o falsità aperta s’infiltra continuamente nel nostro intimo. Tutto ciò offusca e contamina la nostra anima, ci minaccia con l’incapacità per la verità e per il bene. Se accogliamo le parole di Gesù col cuore attento, esse si rivelano veri lavaggi, purificazioni dell’anima, dell’uomo interiore. È, questo, ciò a cui ci invita il Vangelo della lavanda dei piedi: lasciarci sempre di nuovo lavare da quest’acqua pura, lasciarci rendere capaci della comunione conviviale con Dio e con i fratelli. Ma dal fianco di Gesù, dopo il colpo di lancia del soldato, uscì non solo acqua, bensì anche sangue (Gv 19, 34; cfr1 Gv 5, 6. 8). Gesù non ha solo parlato, non ci ha lasciato solo parole. Egli dona se stesso. Ci lava con la potenza sacra del suo sangue, cioè con il suo donarsi “sino alla fine”, sino alla Croce. La sua parola è più di un semplice parlare; è carne e sangue “per la vita del mondo” (Gv 6, 51). Nei santi Sacramenti, il Signore sempre di nuovo s’inginocchia davanti ai nostri piedi e ci purifica. PreghiamoLo, affinché dal bagno sacro del suo amore veniamo sempre più profondamente penetrati e così veramente purificati!
Se ascoltiamo il Vangelo con attenzione, possiamo scorgere nell’avvenimento della lavanda dei piedi due aspetti diversi. La lavanda che Gesù dona ai suoi discepoli è anzitutto semplicemente azione sua – il dono della purezza, della “capacità per Dio” offerto a loro. Ma il dono diventa poi un modello, il compito di fare la stessa cosa gli uni per gli altri. I Padri hanno qualificato questa duplicità di aspetti della lavanda dei piedi con le parole sacramentum ed exemplum. Sacramentum significa in questo contesto non uno dei sette sacramenti, ma il mistero di Cristo nel suo insieme, dall’incarnazione fino alla croce e alla risurrezione: questo insieme diventa la forza risanatrice e santificatrice, la forza trasformatrice per gli uomini, diventa la nostra metabasis, la nostra trasformazione in una nuova forma di essere, nell’apertura per Dio e nella comunione con Lui. Ma questo nuovo essere che Egli, senza nostro merito, semplicemente ci dà deve poi trasformarsi in noi nella dinamica di una nuova vita. L’insieme di dono ed esempio, che troviamo nella pericope della lavanda dei piedi, è caratteristico per la natura del cristianesimo in genere. Il cristianesimo, in rapporto col moralismo, è di più e una cosa diversa. All’inizio non sta il nostro fare, la nostra capacità morale. Cristianesimo è anzitutto dono: Dio si dona a noi – non dà qualcosa, ma se stesso. E questo avviene non solo all’inizio, nel momento della nostra conversione. Egli resta continuamente Colui che dona. Sempre di nuovo ci offre i suoi doni. Sempre ci precede. Per questo l’atto centrale dell’essere cristiani è l’Eucaristia: la gratitudine per essere stati gratificati, la gioia per la vita nuova che Egli ci dà.
Con ciò, tuttavia, non restiamo destinatari passivi della bontà divina. Dio ci gratifica come partner personali e vivi. L’amore donato è la dinamica dell’“amare insieme”, vuol essere in noi vita nuova a partire da Dio. Così comprendiamo la parola che, al termine del racconto della lavanda dei piedi, Gesù dice ai suoi discepoli e a tutti noi: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 13, 34). Il “comandamento nuovo” non consiste in una norma nuova e difficile, che fino ad allora non esisteva. Il comandamento nuovo consiste nell’amare insieme con Colui che ci ha amati per primo. Così dobbiamo comprendere anche il Discorso della montagna. Esso non significa che Gesù abbia allora dato precetti nuovi, che rappresentavano esigenze di un umanesimo più sublime di quello precedente. Il Discorso della montagna è un cammino di allenamento nell’immedesimarsi con i sentimenti di Cristo (cfr Fil 2, 5), un cammino di purificazione interiore che ci conduce a un vivere insieme con Lui. La cosa nuova è il dono che ci introduce nella mentalità di Cristo. Se consideriamo ciò, percepiamo quanto lontani siamo spesso con la nostra vita da questa novità del Nuovo Testamento; quanto poco diamo all’umanità l’esempio dell’amare in comunione col suo amore. Così le restiamo debitori della prova di credibilità della verità cristiana, che si dimostra nell’amore. Proprio per questo vogliamo tanto maggiormente pregare il Signore di renderci, mediante la sua purificazione, maturi per il nuovo comandamento.

Nel Vangelo della lavanda dei piedi il colloquio di Gesù con Pietro presenta ancora un altro particolare della prassi di vita cristiana, a cui vogliamo alla fine rivolgere la nostra attenzione. In un primo momento, Pietro non aveva voluto lasciarsi lavare i piedi dal Signore: questo capovolgimento dell’ordine, che cioè il maestro – Gesù – lavasse i piedi, che il padrone assumesse il servizio dello schiavo, contrastava totalmente con il suo timor riverenziale verso Gesù, con il suo concetto del rapporto tra maestro e discepolo. “Non mi laverai mai i piedi”, dice a Gesù con la sua consueta passionalità (Gv 13, 8). È la stessa mentalità che, dopo la professione di fede in Gesù, Figlio di Dio, a Cesarea di Filippo, lo aveva spinto ad opporsi a Lui, quando aveva predetto la riprovazione e la croce: “Questo non ti accadrà mai!”, aveva dichiarato Pietro categoricamente (Mt 16, 22). Il suo concetto di Messia comportava un’immagine di maestà, di grandezza divina. Doveva apprendere sempre di nuovo che la grandezza di Dio è diversa dalla nostra idea di grandezza; che essa consiste proprio nel discendere, nell’umiltà del servizio, nella radicalità dell’amore fino alla totale auto-spoliazione. E anche noi dobbiamo apprenderlo sempre di nuovo, perché sistematicamente desideriamo un Dio del successo e non della Passione; perché non siamo in grado di accorgerci che il Pastore viene come Agnello che si dona e così ci conduce al pascolo giusto.

Quando il Signore dice a Pietro che senza la lavanda dei piedi egli non avrebbe potuto aver alcuna parte con Lui, Pietro subito chiede con impeto che gli siano lavati anche il capo e le mani. A ciò segue la parola misteriosa di Gesù: “Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi” (Gv 13, 10). Gesù allude a un bagno che i discepoli, secondo le prescrizioni rituali, avevano già fatto; per la partecipazione al convito occorreva ora soltanto la lavanda dei piedi. Ma naturalmente si nasconde in ciò un significato più profondo. A che cosa si allude? Non lo sappiamo con certezza. In ogni caso teniamo presente che la lavanda dei piedi, secondo il senso dell’intero capitolo, non indica un singolo specifico Sacramento, ma il sacramentum Christi nel suo insieme – il suo servizio di salvezza, la sua discesa fino alla croce, il suo amore sino alla fine, che ci purifica e ci rende capaci di Dio. Qui, con la distinzione tra bagno e lavanda dei piedi, tuttavia, si rende inoltre percepibile un’allusione alla vita nella comunità dei discepoli, alla vita nella comunità della Chiesa – un’allusione che Giovanni forse vuole consapevolmente trasmettere alle comunità del suo tempo. Allora sembra chiaro che il bagno che ci purifica definitivamente e non deve essere ripetuto è il Battesimo – l’essere immersi nella morte e risurrezione di Cristo, un fatto che cambia la nostra vita profondamente, dandoci come una nuova identità che rimane, se non la gettiamo via come fece Giuda. Ma anche nella permanenza di questa nuova identità, per la comunione conviviale con Gesù abbiamo bisogno della “lavanda dei piedi”. Di che cosa si tratta? Mi sembra che la Prima Lettera di san Giovanni ci dia la chiave per comprenderlo. Lì si legge: “Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se riconosciamo i nostri peccati, egli che è fedele e giusto ci perdonerà i peccati e ci purificherà da ogni colpa” (1, 8s). Abbiamo bisogno della “lavanda dei piedi”, della lavanda dei peccati di ogni giorno, e per questo abbiamo bisogno della confessione dei peccati. Come ciò si sia svolto precisamente nelle comunità giovannee, non lo sappiamo. Ma la direzione indicata dalla parola di Gesù a Pietro è ovvia: per essere capaci a partecipare alla comunità conviviale con Gesù Cristo dobbiamo essere sinceri. Dobbiamo riconoscere che anche nella nostra nuova identità di battezzati pecchiamo. Abbiamo bisogno della confessione come essa ha preso forma nel Sacramento della riconciliazione. In esso il Signore lava a noi sempre di nuovo i piedi sporchi e noi possiamo sederci a tavola con Lui.
Ma così assume un nuovo significato anche la parola, con cui il Signore allarga il sacramentum facendone l’exemplum, un dono, un servizio per il fratello: “Se dunque io, il Signore e Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri” (Gv 13, 14). Dobbiamo lavarci i piedi gli uni gli altri nel quotidiano servizio vicendevole dell’amore. Ma dobbiamo lavarci i piedi anche nel senso che sempre di nuovo perdoniamo gli uni agli altri. Il debito che il Signore ci ha condonato è sempre infinitamente più grande di tutti i debiti che altri possono avere nei nostri confronti (cfr Mt 18, 21-35). A questo ci esorta il Giovedì Santo: non lasciare che il rancore verso l’altro diventi nel profondo un avvelenamento dell’anima. Ci esorta a purificare continuamente la nostra memoria, perdonandoci a vicenda di cuore, lavando i piedi gli uni degli altri, per poterci così recare insieme al convito di Dio.
Il Giovedì Santo è un giorno di gratitudine e di gioia per il grande dono dell’amore sino alla fine, che il Signore ci ha fatto. Vogliamo pregare il Signore in questa ora, affinché gratitudine e gioia diventino in noi la forza di amare insieme con il suo amore. Amen.

"Custodire" la Fede

"Coraggio! Meditate, meditate, meditate i fini ultimi! Che vantaggio avrà un uomo a guadagnare tutta Roma se lascia che la sua fede sia in pericolo? Che cosa importa a un uomo di perdere i suoi amici, la sua pace, il suo prestigio, persino al suo focolare e - apparentemente - anche la sua Chiesa, se conserva il dogma della fede e, conservando questa fede, può ancora salvare la sua anima? Tutto stanca, tutto passa, eccetto l'eternità!
Dio non ci dimentica. Ogni capello della nostra testa è contato. È una verità di fede. È il padrone del tempo. Ci salverà nell'ora che egli ha stabilito. Intanto, ci vede nelle nostre difficoltà e la sua grazia noi non mancherà mai. Coraggio, dunque, e attendiamo serenamente l'ora di Dio."

Ho appena letto queste parole che faccio mie e desidero condividere con voi

mercoledì 26 marzo 2008

Di chi è "figlio" il cammino?

Riprendo questo dalla pagina precedente, anche perché è venuto il momento di abbandonarla, zeppa com'è di post e dopo il serrato confronto con "Avv" e vi lascio con la domanda del titolo...

la Chiesa è Madre proprio perché una madre non chiude suo figlio fuori casa

perdonami la franchezza, ma non sono così sicuro che il cammino sia "figlio" della Chiesa... E' stato partorito da due laici e nella Chiesa è davvero stretto e tende fortemente ad adeguare la Chiesa a sè piuttosto che adeguarsi ad essa.

Per diventare "figlio" della Chiesa, non dovrebbe essere più il cammino... ti ricordo che stavamo parlando di identità ed il Cammino una identità ce l'ha e forte anche...

martedì 25 marzo 2008

Annuncio di Pasqua NC e Santa Sede

Ci hanno fatto conoscere il testo dell'Annuncio di Pasqua 2008, incentrato sull'Approvazione da parte delle Congregazioni vaticane, delle Catechesi - sembrerebbe non più segrete ma certo di molto addomesticate - consegnate dal Cammino NC alla Santa Sede.

Da quello che dicono ai loro adepti quei testi saranno presi come modello per la nuova evangelizzazione...

Ci permettiamo ricordare che sul sacrificio della messa si insegna che il concetto di sacrificio è stato introdotto per compiacerere i pagani al tempo di Costantino. In realtà la messa è solo una presenza-passaggio del Cristo che, ovviamente, dopo il passaggio, non rimane più dentro il pane, ecc. Tuttavia, dice Kiko, questo non ditelo agli altri cristiani, perché non sarebbero ancora in grado di capirlo. Del resto basta vedere come vivono il loro irrinunciabile rito... E sulle catechesi, quelle autentiche, che costituiscono la tradizione solo orale kikarmeniana, e che la Santa Sede non ascolterà mai, sulle principali verità di Fede cristiane cattoliche ci sono tante altre perle del genere: sul senso del peccato e sulla Riconciliazione; sull'essere o non essere figli di Dio... e molto altro ampiamente documentato nel sito

E rimaniamo ancora una volta senza parole...

giovedì 20 marzo 2008

Da oggi a Lunedì, SILENZIO!

arctius perstemus in custodia – stiamo di guardia in modo più intenso


Auguri a tutti di Buona e Santa Pasqua!

Approfittiamone tutti per esercitare, con spirito cristiano, il Santo Silenzio, la Preghiera, la Meditazione, la Penitenza, il Digiuno... per rivivere la Passione e la Morte del Signore prima di condividere la Grazia e la Vita del Risorto

Giovedì Santo.
“Con il gesto dell’amore sino alla fine Egli lava i nostri piedi sporchi, con l’umiltà del suo servire ci purifica dalla malattia della nostra superbia. Così ci rende capaci di diventare commensali di Dio. Egli è disceso, e la vera ascesa dell’uomo si realizza ora nel nostro scendere con Lui e verso di Lui. La sua elevazione è la Croce. È la discesa più profonda e, come amore spinto sino alla fine, è al contempo il culmine dell’ascesa, la vera ‘elevazione’ dell’uomo”. (Benedetto XVI, Messa Crismale del Giovedì Santo)

Venerdì Santo.
O Crux, Ave spes unica - Salve o Croce, nostra unica Speranza!
Venerdì Santo, Adoriamo la Croce

Sabato Santo.
Nel silenzio e nello smarrimento del Sabato Santo rimaniamo nel silenzio dell’attesa di Maria, che vive intatta la fede nel Dio della vita, mentre il corpo del Crocifisso giace nel sepolcro. In questo tempo che sta tra l’oscurità più fitta – "si fece buio su tutta la terra" (Mc 15,33) – e l’aurora del giorno di Pasqua – "di buon mattino, il primo giorno dopo il sabato… al levar del sole" (Mc 16,2) – Maria rivive le grandi coordinate della sua vita, coordinate che risplendono sin dalla scena dell’Annunciazione e caratterizzano il suo pellegrinaggio nella fede. Proprio così ella parla al nostro cuore, a noi, pellegrini nel "Sabato santo" della storia. Colei che ha ricevuto il dono fidarsi fino in fondo del disegno di Dio e ne ha conosciuto nel suo intimo la potenza e la gloria ci insegni a credere anche nelle notti della fede, a celebrare la gloria dell’Altissimo nell’esperienza dell’abbandono, a proclamare il primato di Dio e ad amarlo e adorarlo anche nei suoi silenzi e nelle nostre apparenti sconfitte. Intercedi per noi, o Madre, perché sia autentica rafforzata e alimentata la nostra Fede!

Veglia Pasquale."
Christus heri et hodie
Principium et Finis
Alpha et Omega
Ipsius sunt tempora et saecula
Ipsi gloria et imperium
Per universa aeternitatis saecula. Amen
Per sua sancta vulnera gloriosa
custodiat et conservet nos Christus Dominus. Amen
Lumen Christi gloriose resurgenti
Dissipet tenebras cordis et mentis.

Venir battezzati significa che il fuoco di questa luce viene calato giù nel nostro intimo - dice Benedetto XVI - Questa luce della verità che ci indica la via, non vogliamo lasciare che si spenga. Vogliamo proteggerla contro tutte le potenze che intendono estinguerla per rigettarci nel buio su Dio e su noi stessi. Il buio, di tanto in tanto, può sembrare comodo. Posso nascondermi e passare la mia vita dormendo. Noi però non siamo chiamati alle tenebre, ma alla luce. Nelle promesse battesimali accendiamo, per così dire, nuovamente anno dopo anno questa luce”.

Domenica di Pasqua.
Resurrexi, et adhuc tecum sum. Alleluia!
"Sono risorto e sono ancora e sempre con te". Alleluia!

mercoledì 19 marzo 2008

Siamo di nuovo in panne

L'articolo precedente proponeva una riflessione, partendo da una recente omelia di Benedetto XVI, sul Sacramento della Riconciliazione...
Ebbene, il succo di tutto quello che è accaduto in quasi 300 messaggi - una vera alluvione! - nel giro di poche ore, è che siamo al punto di partenza perché nessuno dei nostri interlocutori neocatecumenali ha raccolto l'invito e il tutto è degenerato nel consueto batti e ribatti, che oltre a riconoscere sterile oserei definire 'demenziale'.

La significatività di questo percorso sta però anche nell'aver potuto concretamente evidenziare l'assoluta impermeabilità dei potenziali interlocutori a qualunque critica. Ora, non pretendiamo di essere infallibili e, a parte la serietà a la documentazione di quanto diciamo mettendo a raffronto insegnamenti e prassi del cammino con quelli della Chiesa, quando parliamo di questioni di Fede, parliamo da cattolici e non da noi stessi, citando il Magistero e testimoniando in virtù della nostra appartenenza alla Chiesa. Ebbene, ci fosse arrivata una dimostrazione che diciamo sciocchezze. Ci viene genericamente detto che siamo falsi e mentitori, che scandalizziamo i piccoli, che pecchiamo contro lo Spirito Santo (!?) che non abbiamo fiducia nella Chiesa... e via di questo passo, ma senza motivarne il perché e il per come, il dove e il quando; il che quanto meno se non vogliamo chiamarlo "fanatismo", diciamo che non è molto razionale...

Sta di fatto che la Chiesa latita, clamorosamente e dolorosamente ormai da lungo (forse troppo tempo) latita... non nel riprendere, ma nel 'bloccare'...

E' venuto finalmente fuori esplicitamente in questo post:
"tu non ti fidi della chiesa e io invece si... per ora mi ha dato un tempo, questo tempo è scaduto ma non mi ha nemmeno detto fermo.. percui attendo le decisioni della chiesa..tu no tu ti vuoi sostituire alla chiesa...!!!
di Pietro 19 marzo, 2008 12:15

Nessuno di noi vuole sostituirsi a chi deve decidere, ci mancherebbe. Del resto uno strumento come questo è un 'luogo' di confronto, di scambio, di raccolta dati e informazioni che ben possono essere utili nelle sedi decisionali, che ovviamente sono altre. Tuttavia, siccome ci sentiamo Chiesa pensiamo che sia giusto che molte cose sul CN che non sono note nemmeno a molti pastori vengano rese pubbliche. Tutto qui... Se sbagliamo, attendiamo di essere ripresi

Ma forse sarebbe ora che, nel nome del Signore, qualcuno li fermasse o ponesse fine alle tante ambiguità che già hanno pesantemente permeato e inquinato la Chiesa in molti ambiti, compresi molti ordini Religiosi trasformati in Onlus e molte parrocchie in cui ormai il linguaggio liturgico e catechetico è solo neocatecumenale, non dichiaratamente, ma di fatto lo è...

lunedì 17 marzo 2008

Guidaci Pietro! Ecco il Vero "Cammino"!

CELEBRAZIONE DELLA PENITENZA
CON I GIOVANI DELLA DIOCESI DI ROMA IN PREPARAZIONE ALLA
XXIII GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
Basilica Vaticana
Giovedì, 13 marzo 2008

Cari giovani di Roma!

Anche quest'anno, in prossimità della Domenica delle Palme, ci ritroviamo per preparare la celebrazione della XXIII Giornata Mondiale della Gioventù che, come sapete, avrà il suo culmine nell’Incontro dei giovani di tutto il mondo che si terrà a Sydney dal 15 al 20 luglio prossimi. Già da tempo conoscete il tema di questa Giornata. Esso è tratto dalle parole poc’anzi ascoltate nella prima lettura: “Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni” (At 1,8). L’odierno ritrovarci insieme assume, non a caso, la forma di una liturgia penitenziale, con la celebrazione delle confessioni individuali.

Perché “non a caso”? La risposta può desumersi da quanto scrivevo nella mia prima Enciclica. Là rilevavo che all’inizio dell’essere cristiano c’è l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva (cfr Deus caritas est, 1). Proprio per favorire questo incontro vi apprestate ad aprire i vostri cuori a Dio, confessando i vostri peccati e ricevendo, attraverso l’azione dello Spirito Santo e mediante il ministero della Chiesa, il perdono e la pace. È così che si fa spazio alla presenza in noi dello Spirito Santo, la terza Persona della Santissima Trinità che è l’«anima» e il «respiro vitale» della vita cristiana: lo Spirito ci rende capaci “di maturare una comprensione di Gesù sempre più approfondita e gioiosa e, contemporaneamente, di realizzare un’efficace attuazione del Vangelo” (Messaggio per la XXIII GMG, 1).

Quando ero Arcivescovo di Monaco-Frisinga, in una meditazione sulla Pentecoste mi sono ispirato ad un film intitolato Seelenwanderung (Metempsicosi), per spiegare quale sia l’azione dello Spirito Santo in un’anima. Il film racconta di due poveri diavoli che, per la loro bontà, non riuscivano a farsi strada nella vita. Un giorno a uno dei due venne l’idea che, non avendo altro da mettere in vendita, avrebbe potuto vendere l’anima. Questa venne acquistata a poco prezzo e sistemata in una scatola. Da quel momento, con sua grande sorpresa, tutto cambiò nella sua vita. Iniziò una rapida ascesa, diventò sempre più ricco, ottenne grandi onori e alla sua morte si ritrovò console, largamente provvisto di denari e di beni. Dal momento in cui si era liberato della sua anima non aveva avuto più riguardi né umanità. Aveva agito senza scrupoli, badando solo al guadagno e al successo. L’uomo non contava più niente. Lui stesso non aveva più un’anima. Il film – concludevo – dimostra in maniera impressionante come dietro alla facciata del successo si nasconda spesso un’esistenza vuota.

Apparentemente l’uomo non ha perduto niente, ma gli manca l’anima e con essa manca tutto. E’ ovvio – proseguivo in quella meditazione – che l’essere umano non può gettare via letteralmente la propria anima, dal momento che è essa a renderlo persona. Egli infatti rimane comunque persona umana. Eppure ha la spaventosa possibilità di essere disumano, di rimanere persona vendendo e perdendo al tempo stesso la propria umanità. La distanza tra la persona umana e l’essere disumano è immensa, eppure non si può dimostrare; è la cosa realmente essenziale, eppure è apparentemente senza importanza (cfr Suchen, was droben ist. Meditationem das Jahr hindurch, LEV, 1985).

Anche lo Spirito Santo, che sta all’inizio della creazione e che grazie al Mistero della Pasqua è sceso abbondante su Maria e gli Apostoli nel giorno di Pentecoste, non ha evidenza agli occhi esterni. Se penetra nella persona, oppure no, non lo si può vedere né dimostrare; ma ciò cambia e rinnova tutta la prospettiva dell’esistenza umana. Lo Spirito Santo non cambia le situazioni esteriori della vita, ma quelle interiori. Nella sera di Pasqua Gesù, apparendo ai discepoli, “alitò su di loro e disse: ‘Ricevete lo Spirito Santo’” (Gv 20,22). In maniera ancora più evidente, lo Spirito scese sugli Apostoli nel giorno di Pentecoste, come vento che si abbatte gagliardo e in forma di lingue di fuoco. Anche questa sera lo Spirito scenderà nei nostri cuori, per perdonare i peccati e rinnovarci interiormente rivestendoci di una forza che renderà anche noi, come gli Apostoli, audaci nell’annunciare che “Cristo è morto e risuscitato!”.

Cari amici, prepariamoci dunque, con un sincero esame di coscienza, a presentarci a coloro ai quali Cristo ha affidato il ministero della riconciliazione. Con animo contrito confessiamo i nostri peccati, proponendoci seriamente di non ripeterli più. Sperimenteremo così la vera gioia: quella che deriva dalla misericordia di Dio, si riversa nei nostri cuori e ci riconcilia con Lui. Questa gioia è contagiosa! “Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi – recita il versetto biblico scelto come tema della XXIII Giornata Mondiale della Gioventù – e mi sarete testimoni” (At 1,8). Di questa gioia che viene dall’accogliere i doni dello Spirito Santo fatevi portatori, dando nella vostra vita testimonianza dei frutti dello Spirito: “amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza e dominio di sé” (Gal 5,22).

Ricordate sempre che siete “tempio dello Spirito”; lasciate che Egli abiti in voi e obbedite docilmente alle sue indicazioni, per portare il vostro contributo all’edificazione della Chiesa (cfr 1Cor 12,7) e discernere a quale tipo di vocazione il Signore vi chiama. Anche oggi il mondo ha necessità di sacerdoti, di uomini e donne consacrati, di coppie di sposi cristiani. Per rispondere alla vocazione attraverso una di queste vie siate generosi, fatevi aiutare col ricorso al sacramento della confessione e alla pratica della direzione spirituale nel vostro cammino di cristiani coerenti. Cercate in particolare di aprire sinceramente il vostro cuore a Gesù, il Signore, per offrirgli il vostro “sì” incondizionato.
Cari giovani, questa città di Roma è nelle vostre mani. A voi il compito di renderla bella anche spiritualmente con la vostra testimonianza di vita vissuta nella grazia di Dio e nella lontananza dal peccato, aderendo a tutto ciò che lo Spirito Santo vi chiama ad essere, nella Chiesa e nel mondo. Renderete visibile così la grazia della misericordia sovrabbondante di Cristo, sgorgata dal Suo fianco trafitto per noi sulla croce. Il Signore Gesù ci lava dai peccati, ci guarisce dalle colpe e ci fortifica per non soccombere nella lotta contro il peccato e nella testimonianza del suo amore.
Venticinque anni fa l’amato Servo di Dio Giovanni Paolo II inaugurò, non lontano da questa Basilica, il Centro Internazionale Giovanile San Lorenzo: una iniziativa spirituale che si univa alle tante altre presenti nella Diocesi di Roma, per favorire l’accoglienza dei giovani, lo scambio di esperienze e di testimonianze della fede, e soprattutto la preghiera che ci fa scoprire l’amore di Dio. In quell’occasione Giovanni Paolo II disse: “Chi si lascia colmare da questo amore – l’amore di Dio – non può negare più a lungo la sua colpa. La perdita del senso del peccato deriva in ultima analisi dalla perdita più radicale e nascosta del senso di Dio” (Omelia per l’inaugurazione del Centro Internazionale Giovanile “San Lorenzo”, 13 marzo 1983, 5) . Ed aggiunse: “Dove andare in questo mondo, col peccato e la colpa, senza la Croce? La Croce prende su di sé tutta la miseria del mondo, che nasce dal peccato. Essa si rivela come segno di grazia. Raccoglie la nostra solidarietà e ci incoraggia al sacrificio per gli altri” (ibidem).

Cari giovani, questa esperienza si rinnovi oggi per voi: guardate alla Croce, accogliete l’amore di Dio che vi viene donato dallo Spirito Santo e, come disse il Papa Giovanni Paolo II, “Divenite, voi stessi, redentori dei giovani del mondo” (ibidem).
Cuore divino di Gesù, da cui scaturirono Sangue e Acqua come sorgente di misericordia per noi, confidiamo in Te. Amen!

venerdì 14 marzo 2008

Nota dolente: la Veglia Pasquale

Un sacerdote ci chiede documenti per far desistere il suo parroco, neocatecumenale, dal celebrare due veglie separate nella sua parrocchia.

Gli abbiamo dato i seguenti riferimenti:

1. «Le azioni liturgiche non sono mai azioni private, ma celebrazioni della Chiesa, sacramento di unità» (cfr SC, 26) .

2. La nota pastorale della Cei "Il giorno del Signore" (1984)... «Al di là delle buone intenzioni» questa prassi delle «messe "concorrenziali" e comunque contemporanee (lo stesso vale naturalmente per la veglia pasquale) risulta di grave pregiudizio per la cura pastorale» e rischia di «compromettere la verità della celebrazione festiva» (num. 32).

3. Per quanto riguarda in particolare la veglia pasquale, la Congregazione per il culto divino, con una lettera circolare del 1988 sulla "Preparazione e celebrazione delle feste pasquali", ha stabilito, al suo n. 94: «Si favorisca la partecipazione dei gruppi particolari alla celebrazione della veglia pasquale, in cui tutti i fedeli, riuniti insieme, possano sperimentare in modo più profondo il senso di appartenenza alla stessa comunità ecclesiale».

4. C'è anche una nota della Conferenza episcopale pugliese che così applica il documento sopra citato:
"Uno dei punti di frizione più frequenti è la celebrazione della Veglia pasquale. Gli aderenti al “Cammino” sin dall'inizio hanno elaborato una forma celebrativa particolare più ampia, arricchita di ulteriori elementi, prolungata per l'intera notte fino all'alba, e dichiarano che essa costituisce per loro un momento fondamentale, praticamente insostituibile. Questa esigenza però entra in conflitto con l'altra non meno importante di non frazionare la comunità cristiana in gruppi separati, in eucaristie “parallele”, proprio nel momento culminante di tutto l'anno liturgico, nella celebrazione di quel mistero di salvezza che ci fa Chiesa introducendoci nella comunione con Dio e con i fratelli. La Congregazione del Culto divino, nella lettera Paschalis sollemnitatis del 16.1.1988, così si esprime: “Si favorisca la partecipazione dei gruppi particolari alla celebrazione della Veglia pasquale, in cui tutti i fedeli riuniti insieme, possano sperimentare in modo più profondo il senso di appartenenza alla stessa comunità ecclesiale.
Pertanto, in ogni Parrocchia, dopo aver celebrato una sola Veglia pasquale, i gruppi neocatecumenali (senza escludere altri fedeli eventualmente disponibili) potranno intrattenersi ancora fino all'alba, però senza ripetere nessuno dei quattro momenti liturgici essenziali previsti dal Messale romano (la liturgia della luce, della parola, dell'acqua - con eventuali battesimi - e della eucaristia), ma solo aggiungendo altri elementi celebrativi e didattici, preghiere, canti, meditazione personale, scambio di esperienze, momenti di festa e di fraternità. Non dunque due Veglie successive, ma dopo l'unica Veglia liturgica vera e propria un prolungamento celebrativo.


Il vero problema è che ci sembra francamente impossibile far valere il Magistero di fronte ad un parrocco neocatecumenale che, paradossalmente (per noi), è solito obbedire a Kiko piuttosto che al Papa (lettera Arinze docet)

giovedì 13 marzo 2008

Papa: Nuova enciclica "Caritas in veritate"

12 mar 19:22 Esteri
VATICANO - La nuova enciclica di Benedetto XVI, la terza del suo pontificato, avrà come titolo "Caritas in veritate" e sarà dedicata ai temi sociali. Da fonti vaticane si apprende che l'enciclica dovrebbe essere diffusa il primo maggio ma la pubblicazione potrebbe slittare per la necessità di tradurre il testo in cinese. (Agr)

Dato che c'è il termine "in Veritate" non pensiamo che gli argomenti saranno incentrati solo sul sociale, come qualcuno ha già voluto criticare prima ancora di leggerla... la stessa Carità non può essere ridotta solo al sociale, ma anche, ad esempio, al difendere la Verità e riguarda la vita a 360° e non in un ambito soltanto...

Parlando di FEDE, SPERANZA E CARITA' in verità il Papa ha dato nomi diversi alle tre virtù....
- Deus Caritas est
- Spe Salvi
- Caritas in Veritate

...sostanzialmente abbiamo già tutte e tre le virtù... ma forse questa servirà da base per unire poi il concetto di "FEDE piena" tipica del cristiano in quell'essere di Cristo che ci differenzia appunto da tutte le opere sociali laiche... Fede che la Chiesa ha il mandato di custodire integra, così come il Signore ce l'ha consegnata attraverso i Suoi Apostoli.

Ci chiediamo quanto le catechesi odierne nella Chiesa parlino delle "Virtù Teologali", dei "Doni dello Spirito Santo", delle "Opere di misericordia spirituali e corporali", dei "Novissimi", dei Sacramenti" che nutrono e alimentano la fede, non tanto dal punto di vista dottrinale, ma proprio come strumenti di conoscenza e di attenzione e verifica di quello che davvero significa essere cristiani...

Daltronde son tutte cose che la nuova predicazione NC, infiltratasi un po' ovunque anche favorita da mentalità 'moderniste', ha fatto largamente passare di moda...

Nel cammino infatti è più usato il Midrash e, forse, i nostri giudaizzanti neppure sono consapevoli di quanto i Midrashim attuali siano lontani dalla Càbala (nel senso di Tradizione da trasmettere e da accogliere) autentica, quella che è passata nel Cristianesimo attraverso Gesù e gli Apostoli, perché gli ebrei di dopo Yavne, dopo la caduta di Gerusalemme, hanno fatto in modo da espungervi tutti i riferimenti al Messia nel senso cristiano, proprio per prendere le distanze dal cristianesimo.

E coloro che tanto si vantano di un preteso e malinteso "ritorno alle origini" che ignora e disprezza anche apertamente 2000 anni di Tradizione, proprio di quei midrashim si servono, anziché del Vangelo e del Magistero della Chiesa, completamente ignorato, perché ovviamente la "nuova chiesa" non può che partire dal Vaticano II e non può che prendere in considerazione le sue arbitrarie "costruzioni" per le quali il Magistero risulta scomodo...

D'altronde, non riconoscendo la Chiesa Gerarchica, se non quando fa comodo dire che li segue e li deve approvare, è ovvio che il Magistero venga del tutto ignorato e non entri per nulla negli insegnamenti e nelle prassi NC

Qualcuno dei meno 'rozzi' sicuramente vi farà attenzione, ma la sua 'lettura' non potrà avvenire che attraverso la 'griglia' degli insegnamenti kikiani, filtrando e bypassando tutto quanto vi si discostasse.

Non è un'illazione, è esperienza...

mercoledì 12 marzo 2008

I falchi e le colombe

Avevo chiuso col blog e mi ero messo ad ascoltare Radio Maria. Non lo faccio con abitudine, ma mi sono soffermato perché si parlava del Magistero del Papa e in particolare delle sue recenti parole sulla Riconciliazione...
Al termine, come al solito le domande. Ne arriva una che chiede conto di come mai la Chiesa non intervenga sulla prassi anomala del Cammino neocatecumenale delle "confessioni pubbliche"...
Beh, a parte la risposta scontata che il cammino è approvato dalla Chiesa... nel giro di pochi minuti arrivano ben tre, dico tre telefonate di NC pronte a smentire il fatto che nel cammino ci siano confessioni pubbliche... forse non vengono proprio chiamate con questo termine, ma ormai sappiamo fin troppo bene di cosa si tratta e in che clima si svolgano e con quale assenza di rispetto per le persone.
Alcune considerazioni piene di rammarico e di sconcerto:
Sorvolo sulla risposta del conduttore, non esattamente corrispondente alla verità della situazione, almeno allo stato attuale dei fatti.
Non si può non notare il "via libera" dato alle testimonianze NC, da ritenere voluto, dal momento che per esperienza è quasi impossibile prendere la linea per gli interventi in diretta e, se poteva darsi il caso di un Neocatecumenale pronto con la sua smentita d'ufficio del tutto falsa a chi conosce bene come stanno le cose, ma molto convincente per chi non le conosce, diventa "straordinaria" la fortunata coincidenza di altri due interventi successivi, uno dei quali dichiara di essere appena tornato da una penitenziale, e giù i panegirici fin troppo noti... tra l'altro, appena tornato, si fionda alla Radio a telefonare una smentita di qualcosa che non ha neppure ascoltato?
Anche lì ci sono le 'vedette' pronte come 'falchi' a stornare qualunque sospetto, qualunque critica, qualunque osservazione e hanno chi dà loro via libera e tutti gli assist possibili... esattamente come avviene nella Chiesa, che non è più la nostra... almeno per quella parte consistente che o tace o li appoggia
Sono tornato per buttar giù a caldo questo articolo, un'occhiata alla pagina e ti ritrovo le performances dell'fp di turno: aria fritta con arrogante prosopopea...
Bravi continuate così, andrete molto lontano... Chissà come finirà questa brutta storia?

sabato 8 marzo 2008

Pange Lingua!!

Pange, lingua, gloriosi corporis mysterium, sanguinisque pretiosi, quem in mundi pretium fructus ventris generosi Rex effudit gentium. Nobis datus, nobis natus ex intacta Virgine, et in mundo conversatus, sparso verbi semine, sui moras incolatus miro clausit ordine. In supremæ nocte cenæ recumbens cum fratribus, observata lege plene cibis in legalibus, cibum turbæ duodenæ se dat suis manibus.Verbum caro panem verum verbo carnem efficit,fitque sanguis Christi merum, et, si sensus deficit,ad firmandum cor sincerum sola fides sufficit. Tantum ergo sacramentum veneremur cernui, et antiquum documentum novo cedat ritui;præstet fides supplementum sensuum defectui.Genitori Genitoque laus et iubilatio, salus, honor, virtus quoque sit et benedictio; procedenti ab utroque compar sit laudatio. Amen!!

(Entrate e leggete!)

giovedì 6 marzo 2008

Sembra attendibile?

Stralcio da un lungo scritto inviatomi da un amico:

IN QUESTA “ETÀ CÀBALISTICA” LE PROMESSE DELL'AIUTO DELLO SPIRITO DIVINO ALLA CHIESA E COME SI DEBBA VERIFICARE IL “PORTAE INFERI NON PRAEVALEBUNT”... È TROPPO SUPERIORE ALLA MENTE UMANA. La Chiesa iniziò la sua storia come un seme minuscolo che poi diventò albero frondoso; ebbene ESSA PUÒ ANCHE RIDURRE LA SUA ESPANSIONE E RESTRINGERSI AD UNA REALTÀ MOLTO MODESTA. Sappiamo che il “mysterium iniquitatis” è già all'opera; ma non conosciamo i limiti del suo potere. Tuttavia non è difficile ammettere che la “Chiesa della pubblicità” che si fregia del nome cattolico possa essere vinta dal nemico e mutarsi in Chiesa gnostica. È possibile che si abbiano due Chiese: la “Chiesa della pubblicità”, magnificata dalla propaganda (con vescovi, sacerdoti e teologi pubblicizzati...; la “Chiesa del silenzio”... con sacerdoti e vescovi fedeli... sparsi come “pusillus grex” per tutta la terra. (...) Il Signore ha detto: “Quando verrà il Figlio dell'uomo, troverà Egli la Fede sulla terra?”. S. Paolo chiama Apostasia universale questa defezione della Fede, che coinciderà con la manifestazione dell'“uomo dell'iniquità, del figlio della perdizione”. Apostasia universale appare la secolarizzazione o ateizzazione totale della vita pubblica e privata che è in corso nel mondo attuale. L'unica alternativa all'Anticristo sarà Cristo: Cristo lo annullerà “con il soffio della sua bocca” e così compirà l'atto finale di liberazione della Storia. MA NON È PROMESSA LA SALVEZZA DELLE MASSE. CRISTO SALVERÀ, INVECE, LA SUA CHIESA, “PUSILLUS GREX”...» (J. MEINVIELLE, op. cit., pagg. 349 - 353).

martedì 4 marzo 2008

Pasqua giudaica e Pasqua cristiana. Continuità e discontinuità

Visti i riferimenti alla Pasqua emersi nella discussione e nella sua imminenza, pubblichiamo l'estratto da un eleborato curato da una nostra collaboratrice

Il nesso tra Pasqua giudaica e Pasqua cristiana si situa a un livello ben più profondo della coincidenza cronologica, ovvero nella comprensione dell'evento Cristo in chiave storico-salvifica attraverso la griglia di lettura fornita dalla Pasqua storica dell'Esodo, memoriale del riscatto del popolo di Israele dalla schiavitù d'Egitto. Qui troviamo le ragioni non più solo della continuità tra la Pasqua di Israele e quella della chiesa, ma anche e soprattutto dello scarto che separa la seconda dalla prima, scarto la cui misura è data dalla tipologia, cioè dalla struttura binaria che ora taglia l'intera storia dell'umanità e che ha il suo punto discriminante in Cristo.
La realtà non è più univocamente orientata e determinata, ma è ora suddivisa in due versanti (due "economie'), quello della figura (typos) e quello della verità, quello dell’immagine e quello della realtà, quello del preannuncio e quello del compimento, quello della Legge e quello del Verbo. Tutto questo presuppone che le realtà della storia di Israele perdano consistenza propria e assumano significato solo in rapporto a Cristo. Questo trasferimento, quanto alla Pasqua di Es12, è già presente nella perentoria proclamazione dell’Apostolo Paolo: "Cristo, nostra Pasqua (Pascha nostrum) è stato immolato! Celebriamo dunque la festa non con il lievito vecchio né con lievito di malizia e di perversità, ma con azzimi di sincerità e di verìtà" (1 Cor 5, 7-8)
Qui gli elementi rituali della Pasqua di Es 12 appaiono risignificati e trasferiti su Cristo come Pascha, qui da intendere nel senso di "agnello pasquale" immolato, l'agnello il cui sangue valse agli ebrei la salvezza dal flagello di sterminio" con cui Dio colpì l'Egitto (Es 12, 7-13). Anche il Vangelo di Giovanni legge la morte di Cristo in croce (il giorno di Pasqua, nell'ora in cui nel tempio i sacerdoti uccidevano gli agnelli) come immolazione dell'agnello pasquale, al quale "non sarà spezzato alcun osso" (Es 12, 46, citato in Gv 19, 36).
Anche altrove nel Nuovo Testamento - in particolare 1 Pt 1,19 ("foste liberati ... con il sangue prezioso di Cristo, come di agnello senza difetti e senza macchia": cf. Es 12, 5; ma anche 1 Pt 2, 9: "Vi ha chiamati dalle tenebre alla sua ammirabile luce", da confrontare con Pesachim e Melitone) - si segnalano tracce di una haggadah pasquale cristiana, cioè di una illustrazione/spiegazione del significato della Pasqua (era una delle componenti del rito ebraico) in una prospettiva cristologica. Questa haggadah diviene la struttura stessa delle più antiche omelie pasquali cristiane, che poggiano sulla trasposizione tipologica delle prescrizioni di Es 12, la cui lettura durante la liturgia è esplicitamente attestata.
Ma sono gli stessi racconti evangelici della passione a mettere in risalto la natura "pasquale" del sacrificio di Cristo (e non stupirà, dunque, che per l'intero Vangelo di Marco - definito, com'è noto, un racconto della passione con una lunga introduzione - sia stata avanzata l'ipotesi di un'origine come 'haggadah pasquale cristiana").
Non è escluso, anzi, che proprio questa comprensione - e la sua traduzione liturgica nelle prime comunità cristiane - si sia imposta sul resoconto storico-cronachistico degli eventi della passione e sia quindi all'origine della discordanza cronologica tra i racconti sinottici e quello di Giovanni. Per quest'ultimo, come abbiamo visto, Gesù muore il 14 del mese di Nisan, giorno della Pasqua giudaica (Gv 18, 28: i giudei non entrano nel pretorio "per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua"); per i Sinottici, invece, l'ultima cena di Gesù è per l'appunto un banchetto pasquale tenuto la sera del 14 Nisan (Mc 14, 12-16; Lc 22, 15: "Ho ardentemente desiderato mangiare questa Pasqua con voi prima di patire").
Per Giovanni, dunque, Cristo stesso è l'agnello pasquale immolato, cui non viene "spezzato alcun osso": questa prospettiva diviene il motivo guida della primitiva teologia pasquale: "Al posto dell'agnello il Figlio di Dio" (Melitone, Pseudo Ippolito, Apollinare di Gerapoli); nella prospettiva dei Sinottici, invece, la risignificazione dell'immolazione pasquale avviene a livello rituale, nel cenacolo, ma ha comunque come centro la morte redentrice di Cristo (Lc 22, 19: "Questo è il mio corpo dato per voi: fate questo in memoria di me"). La chiesa antica ha mantenuto un filone che collega la notte di Pasqua con la Pasqua-eucaristia dell'Ultima Cena. Canta un inno di Efrem Siro:

Beata sei tu, o notte ultima, perché in te si è compiuta la notte d'Egitto. Il Signore nostro in te mangiò la piccola Pasqua e divenne lui stesso la grande Pasqua: la Pasqua si innestò sulla Pasqua, la festa sulla festa. Ecco la Pasqua che passa e la Pasqua che non passa; ecco la figura e il suo compimento.

È stato ipotizzato che i racconti sinottici della cena pasquale altro non siano che la storicizzazione delle prime liturgie pasquali dei cristiani, cioè del memoriale con cui i cristiani riconoscevano nella immolazione in croce di Cristo la nuova Pasqua redentrice del (nuovo) popolo di Dio. Come che sia, i Sinottici e Giovanni ci ammettono da punti di inserzione diversi in quella piena circolarità tra l'evento originario e la sua traduzione/attualizzazione sacramentale che può forse confondere i termini dell'esatto decorso storico ma non meno realmente pone la croce e l'eucaristia al centro della Pasqua dei cristiani.

Come credo appaia da quanto siamo venuti illustrando, la pasqua non rappresenta nella chiesa antica esclusivamente - e nemmeno primariamente - la festa della risurrezione, bensì la festa della salvezza nella sua globalità e onnicomprensività. 1 termini del mistero pasquale sono i termini del disegno salvifico di Dio, il mistero di Pasqua è tout- court il mistero di Cristo, come recita Melitone nella sua omelia pasquale (§ 65). La Pasqua, proclama lo Pseudo Ippolito, è "Dio apparso come uomo e l'uomo asceso ai cieli come Dio". Perno di questo movimento è, casomai, la croce piuttosto che la risurrezione, secondo una correlazione amplificata dai cristiani attraverso il nesso etimologico che vollero instaurare tra Pascha e páschein (in greco patire), cioè tra Pasqua e passione.
Questo nesso, però, si estese fino a mettere in relazione il patire di Cristo con il patire dell’uomo, dilatando il mistero pasquale fino alle origini stesse dell’umanità, allorché Adamo cadde preda del peccato e della morte; a supporto intervenne la stessa comprensione tipologica della Pasqua storica di Es 12, sotto la cui figura (liberazione degli ebrei dalla schiavitù d'Egitto e del faraone) si vide adombrata la realtà del riscatto dell'umanità dalla schiavitù del mondo e del demonio, facendo della Pasqua di Israele il paradigma della liberazione dell'uomo dal male e dalla morte. Dunque, così lo Pseudo Ippolito mirabilmente fonde Pasqua, croce ed eucaristia:

Questa era la Pasqua che Gesù desiderava patire per noi. Con la passione ci ha liberati dalla passione, con la morte ha la morte e per mezzo dei suo cibo visibile ci ha elargito la sua vita immortale.

Melitone risponde in questo modo alla domanda: cos'è la Pasqua?

Apprendete dunque chi è colui che patisce (l'uomo) e chi colui che ha compatito con chi patisce (Cristo) e apprendete perché il Signore è venuto sulla terra, per rivestire colui che pativa e trascinarlo verso la sommità dei cieli.

I confini della Pasqua sono quelli della storia della salvezza, il suo baricentro è la morte redentrice di Cristo.

sabato 1 marzo 2008

Del Cammino NC... o dell'esclusiva...

Ho spiegato nell'ultimo post della pagina precedente che la consideriamo "chiusa" perché abbiamo parlato - senza averne riscontro ma in compenso subendo i soliti disturbi e meschinerie - di una cosa troppo grande e troppo bella come il Sacrificio del Signore Gesù per noi e per la nostra Salvezza...

Apriamo la nuova discussione con le seguenti considerazioni di un lettore:
"Kiko, che non può dirsi cattolico, non crede (e lo dice chiaramente!) che il battesimo, ex opere operato infonda la grazia santificante e con essa le virtù teologali. Per Kiko il battesimo è una conferma della fede comunitaria, che produce frutti, a seconda del contesto. In una famiglia neocat, ha frutto. Altrimenti, probabilmente no. O almeno, non necessariamente, dato che per Kiko, la constatazione del fatto che vi siano molti cattolici che abbiano abbandonato la pratica, deriva appunto dal fatto che il loro battesimo, non ha avuto alcun effetto. Quanta distanza in ciò dalla fede cattolica, e quanto malcelato hegelismo. Per cui, kiko vuol sostituirsi alla Chiesa, e "aggiusta" a modo suo, i riti che secondo lui non hanno effetto: battesimo, catecumenato, messa, penitenza...
Giova ricordare, che anche Lutero la pensava così (soprattutto sul sacramento della penitenza...), e che anche lui ha né più né meno, riformato i riti che lui credeva poco efficaci. Che vi sia un punto di contatto tra i due è innegabile, e la conferma, sono le parole di elogio che kiko fa verso Lutero (e in contemporanea di disprezzo verso san Carlo Borromeo e il concilio di Trento)."