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domenica 19 settembre 2021

Parole di un fondatore: meditate neocatecumenali, meditate!

Dal momento che sul blog si sta parlando di fondatori e del loro carisma, abbiamo ritenuto opportuno riportare alcuni consigli di Padre Jean Claude Colin, fondatore dei Padri Maristi ed uomo di tutti i tempi (tratto da un volantino).

Attenzione: le parole di padre Colin potrebbero risultare molto offensive e urtanti per i professionisti del neocatecumenalismo.


 


"Non fate dell'evangelizzazione un'impresa, un affare che riesca, che bisogna portare avanti costi quel che costi."


 


"Non prendete troppo sul serio strategie ed artifici con lo scopo di far passare il "messaggio" come se aveste qualcosa da vendere. "


 


"Partecipate alla vita della Chiesa locale, ma non predicate troppo. Non lasciatevi prendere dalla trappola delle parole abusate; suscitando sentimenti di fiducia si guadagna più che tuonando e spaventando".



"Abbiate molto pudore. Siate piccoli. Oggi non c'è che la fede e la preghiera che possono convincere gli spiriti, illuminare le intelligenze e toccare i cuori."



"Riscoprite, in una preghiera semplice, lo stupore della fede. Cercate Dio là dove si trova. Semplificate la vostra vita."



"Aiutatevi reciprocamente ad andare contro corrente in questo mondo, dove non si sa più quali siano i veri valori e i veri tesori".


 

"Contemplate vostra Madre e imitatela."



venerdì 15 marzo 2019

Saluti a un amico


Risultati immagini per angelo in preghiera statua
______________________


Ricòrdati del tuo creatore
nei giorni della tua giovinezza,
...prima che vengano i giorni tristi
prima che si oscuri il sole,
la luce, la luna e le stelle
e ritornino le nubi dopo la pioggia;
...prima che si rompa il cordone d'argento
e la lucerna d'oro s'infranga
e si rompa l'anfora alla fonte
e la carrucola cada nel pozzo
e ritorni la polvere alla terra, com'era prima,
e lo spirito torni a Dio che lo ha dato.
Vanità delle vanità, dice Qoèlet,
e tutto è vanità.

(Qo 12,1-2.6-8)


Questo vi dico, o fratelli: la carne e il sangue non possono ereditare il regno di Dio, né ciò che è corruttibile può ereditare l'incorruttibilità. Ecco io vi annunzio un mistero: non tutti, certo, moriremo, ma tutti saremo trasformati, in un istante, in un batter d'occhio, al suono dell'ultima tromba; suonerà infatti la tromba e i morti risorgeranno incorrotti e noi saremo trasformati. È necessario infatti che questo corpo corruttibile si vesta di incorruttibilità e questo corpo mortale si vesta di immortalità.
Quando poi questo corpo corruttibile si sarà vestito d'incorruttibilità e questo corpo mortale d'immortalità, si compirà la parola della Scrittura:
La morte è stata ingoiata per la vittoria.
Dov'è, o morte, la tua vittoria?
Dov'è, o morte, il tuo pungiglione?

Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la legge. Siano rese grazie a Dio che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo!

(1Cor 15,50-56)


Niente altro vien da dire, se non che davanti alla morte il mistero della vita umana raggiunge la sua vetta più alta. Tanto più quando a morire è un amico, un uomo gentile e premuroso, colto, riservato, mite. Un uomo retto che amava la Chiesa, che amava Cristo e la Vergine Maria con tutto se stesso ma senza farne un vanto, senza aver bisogno di ostentare, perché ciò che viveva dentro di lui era palese per chiunque gli avesse parlato.
Lui che sapeva combattere per difendere il deposito della Fede con arguzia e ironia, usando con cuore e dolcezza i talenti che Dio gli aveva donato.
Lui che Dio ha chiamato alla più grande di tutte le prove, l'ultima delle grandi battaglie. Agli occhi del non credente la sua morte sembrerà una sconfitta, ma noi sappiamo per fede che invece egli è vincitore in Cristo Gesù, perché è andato nel riposo, a incontrare il Suo Creatore.
Mi mancheranno le sue parole, e vivrà con me il rammarico di non esser riuscito a dargli l'ultimo addio.
Mancherà a tutti noi, che abbiamo avuto la fortuna di conoscerlo.

Addio Lino, grazie per ciò che sei stato. Prega il Padre per noi che dobbiamo ancora resistere in questa valle di lacrime.


PERCORSI

Stringiti al petto amico, stretto abbracciami,
la via curva davanti ed oltre il gomito,
tra pochi metri di cammino sdrucciolo,
saremo al bivio che divide gli uomini.

Tieniti al braccio e non restare immobile,
niente c’è nella vita inseparabile,
chi si ricorda d’un taglio cesareo,
di quello del cordone chi può gemere.

Tra un mese sembrerà passato un secolo
ma non è stato il nostro un viaggio futile,
mi resteranno in mente i tuoi vocaboli
coi quali descrivevi l’indicibile.

Tu m’hai mostrato schiudersi crisalidi,
farfalle uscire da forme terribili,
fiori spuntare da terreni aridi,
api affamate dai roveti suggere.

Ed io t’ho fatto udir vagiti flebili
d’anemoni precoci, ai loro brividi
tremato abbiamo e redarguito Zefiro
che troppo presto ne rapisce i pollini.

In te ho visto in volto il Dio invisibile
specchiandomi nei cristallini umidi,
io t’ho svelato Iddio che il cor vivifica
fondendo una preghiera ed una lacrima.

Ancora pochi passi, amico, stringimi,
il bivio ch’è davanti può confondere,
che sia la strada tua piana ed agevole,
ti penserò per rischiarare tenebre.


Lino Lista

martedì 3 marzo 2015

Buonumore: il fratello Jorge al secondo scrutinio

I have a dream...

E’ arrivato il momento desiderato e temuto, la comunità farà il secondo scrutinio, nel sacco dei nomi stasera esce il fratello Jorge origini argentine, avanti con gli anni, animo semplice, saggio ma forte nei suoi convincimenti con i quali ha con fermezza attraversato la vita.

Siede nella seggiolina post-cresima, al centro della saletta, e dietro lui l’intera comunità in modo che non possa vedere nessuno ne’ nessuno possa vedere le espressioni del suo volto. Davanti, in rigoroso schieramento due coppie di super catechisti e una mai vista più giovane, apprendista; in un angolo, defilato muto e annoiato il parroco, che legittima con la sua sola presenza quanto di più bizzarro possa accadere nella saletta.

L’interrogatorio comincia: il primo argomento sono i soldi ma non ci sono particolari problemi, Jorge ne fa uso oculato e responsabile ma non sono fra i valori fondanti della sua vita. Va benino ma non basta, gli verrà chiesto un segno, qualcosa che fa sanguinare il cuore; Jorge non fa storie, l’argomento non lo appassiona più di tanto anche se comincia a fiutare qualcosa di strano.

L’entrata a gamba tesa invece è sul secondo argomento, lì si entra direttamente nella camera da letto, lui è aperto alla vita ma non è un kamikaze, non è un eroe, sostiene con fermezza che esiste una paternità responsabile e che le nascite possono essere regolate nel rispetto dei coniugi e, nello stesso tempo delle preziose indicazioni della Chiesa.

Ma alla COMMISSIONE questo non basta sostengono che “...la paternità responsabile significa accettare di non limitare in alcun modo i figli” e che gli esempi ai quali ispirarsi sono quelli di donne al sesto cesareo che si affidano a Dio con altre gravidanze, (poco importa se il loro equilibrio psico fisico va alle ortiche e magari lasciano orfani a casa). Gli esempi di 12 figli a casa e sei in cielo non suscitano in Lui alcuna ammirazione ma solo tanta pena e odore di prevaricazione. La discussione si fa serrata, al nostro uomo viene detto che parla per bocca del demonio, che mette la sua ragione davanti a tutto, che non obbedisce e quindi non ama: ora lo strapotere mostra i denti (e il suo vero volto) ma il nostro Jorge non molla un millimetro, non si fa intimidire, sa anche di avere davanti dei replicanti impreparati che non gli arrivano nemmeno alle scarpe, lui lo sa, i catechisti ormai accecati e schiumanti non se ne rendono nemmeno conto. Sanno che una pulce ha osato contraddirli, è intollerabile. Non sono stati preparati al contraddittorio: sono addestrati a imparare, ripetere, e avere a che fare con molti yes-man il cui atto di ribellione più violento e quello di non tornare.

L’interrogatorio finisce, ora può trascinare la sua seggiolina fra gli altri, il silenzio è pesante, la tensione palpabile, avanti il prossimo, ma la discussione appena conclusa echeggia ancora nella stanza e la “commissione” ha perso l’aplomb, una ferita si è aperta qualcuno fra i presenti ha capito, la maggior parte purtroppo NO.

Settimane dopo escono i risultati... “Fratelli, avrete il privilegio di fare il rito masticando un granello di sale e parlando direttamente al demonio verso una porta chiusa (previo versamento di una cospicua somma di denaro beninteso)... MA NON TUTTI !! Jorge purtroppo deve tornare alle catechesi iniziali, noi abbiamo visto che è un orgoglioso che non ha capito un tubo e deve cambiare comunità.”

Jorge non fa una piega, sorride e si alza in silenzio salutando educatamente tutti e con particolare cura proprio i catechisti.

Il giorno dopo il dottor (h.c) Arguello è convocato in Vaticano..

I have a dream…
(da: R.)

giovedì 12 febbraio 2015

Non entrate in quella Banca!!!

Pubblichiamo un simpatico apologo* sull'opera di apostolato** neocatecumenale.
*apologo: racconto breve e solitamente di carattere allegorico che normalmente si prefigge un fine pedagogico, morale e filosofico. In esso protagonisti sono gli animali ma più spesso gli uomini ...
**apostolato: attività di predicazione, di conversione, di assistenza spirituale.
- Buongiorno vorrei accendere un mutuo.
- Ma certo siamo qua per questo!
- Quanto tempo mi ci vorrà per estinguerlo ?
- Non saprei, ma non meno di venti anni; poi cammin facendo potrebbe essere retrocesso e ricominciare daccapo per motivi che non le saranno chiari né è tenuto a sapere o condividere. Ma non è importante che lei capisca.
- E  quanto sarebbe la rata mensile ?
- Non lo so, ma la base minima è un decimo di ogni sua entrata e può solo aumentare; la gran parte non è prevedibile e le verrà comunicata con pochissimo anticipo, a volte anche a sorpresa.
Ah scusi, dimenticavo, questa è la parte più facile: le verranno chiesti molti altri versamenti che andranno a influire pesantemente sul mutuo, ma non possiamo dirle nulla ora perché non capirebbe...
Naturalmente fra qualche anno potrà essere insultato e maltrattato a nostro piacimento e non è escluso che si senta dire che ci fa pure abbastanza schifo: ma è per il suo bene, si deve fidare...
- Che uso farete dei miei soldi ?
- Questo non la riguarda, ma non si faccia strane idee se vedrà noi banchieri con tenori di vita incompatibili con le entrate.
- Beh, mi sembrano condizioni un tantino fumose e non molto vantaggiose.
- "LEI E’ UN ORGOGLIOSO, NON OBBEDISCE, NON AMA NESSUNO, NON HA LO SPIRITO GIUSTO E SICURAMENTE FARÀ UNA FINE PESSIMA SE NON ADERISCE !!!!"
Le reazioni possibili sono tre :
  1. Mi alzo senza dire nulla , ho perso il mio tempo ma vorrei segnalare tutto alla magistratura; peccato però che non ho prove, lui ha solo parlato…
  2. OK ma con riserva, vado a vedere cosa succede; qui entra in gioco la teoria della rana che viene bollita piano piano nella precisa successione di cui sopra (situazione a rischio massimo, comprese le persone a me legate);
  3. OK: dove si firma? (meglio così: di fare le scelte in proprio non ho davvero voglia! Poi c’è il direttore di banca presente che legittima l’affare... ma forse è impagliato... boh???..)
Fate il vostro gioco...

(da: Roberto)

mercoledì 27 agosto 2014

C'è un unico Maestro... a nessun altro possiamo riconoscere di essere l'unico maestro'.

In attesa della stesura del prossimo articolo, propongo questa riflessione di Chisolm, al solito ricca di profondità e di suggestioni capaci di far pensare, che mi pare rispecchi la nostra situazione, partendo da una delle nostre affermazioni più ricorrenti...

"mantengo intatto il mio diritto di dire no, non sono d'accordo, di porre tutte le mie domande, esprimere tutte le mie perplessità e anche critiche..."

Sacrosanto diritto, anche se credo vada vissuto con un pizzico di ottimismo in più. Certo, forse "ottimismo" è una parola grossa di questi tempi, ma esternare le proprie perplessità senza un minimo di speranza logora ancora di più.

Certe volte, nel vivere l'attaccamento alla tradizione in cui gran parte di noi è cresciuto, ci si può sentire come portatori di handicap più che sani atleti che cercano di portare a termine la corsa o combattere la buona battaglia.

Mi viene in mente un bel libro di Giuseppe Pontiggia, "Nati due volte". E' la storia di un uomo, un professore colto e raffinato, a cui nasce un figlio che, per colpa del forcipe, riporta serie lesioni che ne minano il corpo pur lasciandogli un'intelligenza vivissima. Il padre vive male questo handicap, non sopporta i "poverino..." che la gente sussurra quando passeggia col figlio: è la storia di un difficile rapporto, ma se ben ricordo, c'è un piccolo episodio che vorrei sfruttare, se la memoria non mi tradisce.

Il ragazzino, pur vivendo una vita difficile, prova gioia solo nell'oratorio, a cantare o a tentare di farlo, aiutando i chierichetti e il parroco. Conosce, con il suo handicap, la gioia del darsi così come si è, da povero servo in-utile, non nel senso che comunemente gli attribuiamo, ma nel suo etimo: senza utile, senza ricompensa, nella gratuità.

Il padre è un po' contrariato di questo darsi del figlio in un contesto nel quale, non mancano i "poveretto... che disgrazia... povera anima...", per questo, un giorno, tenta di dissuadere il ragazzino dal suo piccolo ministero parrocchiale.

E' a questo punto che scatta, forse, una delle frasi più intense del libro. Essa ci fa riflettere, perché ci indica non solo il coraggio della critica giusta, ma anche il diritto di dire quello che si pensa, facendo "ragionare" la propria speranza con il tocco lieve della mitezza, come suggerisce lo stesso Pietro.

Il ragazzino, dunque, di fronte ai tentativi del padre di sradicarlo di là dove egli è, almeno un po', felice, gli risponde:
"Papà, tu non sei l'unico maestro..."
Non ricordo se dica "il solo" o "l'unico", ma è irrilevante, perché il senso è chiaro.

Se, analogamente, qualsiasi appartenente a qualsiasi comunità avvertisse nelle parole di chi in quella comunità insegna, lo stridore di una Parola abusata, piegata, distorta, biascicata in litanie che non contengono più l'Oltre da cui quella Parola è scaturita, allora quel "qualsiasi" membro di quella "qualsiasi" comunità ha ben il diritto di alzarsi e dire: "Tu non sei l'unico maestro".

E' solo una riflessione...
Chisolm

giovedì 7 agosto 2014

'Moderazione' del blog - qualche puntualizzazione

Ogni pagina di questo blog permette di inserire commenti.

I commenti possono essere "firmati" col proprio account (che è bene che non contenga il proprio cognome e i propri dati personali), oppure in forma anonima con uno "pseudonimo" (in modo da non costringere la discussione a citare l'«anonimo» di qua, l'«anonimo» di là, ecc.). Dal momento che molti dei collaboratori del blog hanno subìto personalmente vessazioni di ogni genere da neocatecumenali infuriati e vendicativi, riteniamo non necessario (e addirittura dannoso) firmarsi qui con il proprio nome e cognome.

I commenti passano attraverso un meccanismo noto come "moderazione". Cioè i moderatori di questo blog hanno la possibilità di leggere i commenti inseriti e approvarne la pubblicazione oppure cancellarli. La moderazione esiste anzitutto per il principio che l'ospitalità è per tutti ma non per i vandali. Ed anche perché lo spazio commenti è inteso come spazio di discussione sui temi presentati (per cui ci stanno bene anche gli off-topic e le segnalazioni di altri argomenti e perfino qualche litigio: ma lo spazio commenti non è il "muro da taggare" per chiunque abbia voglia di scrivere quel che gli passa per la testa).

Insomma, è legittimo anche esprimere il proprio disaccordo; quello che non va bene è l'infastidire di proposito gli altri lettori e commentatori del blog.

Ci sono tanti imbecilli che non capiscono che il moderatore non è l'incaricato dell'applicazione di un regolamento, ma è solo incaricato di far sì che questo blog non risulti un posto di cui vien voglia di stare alla larga. Il moderatore, insomma, "non è orientato ai processi e alle regole, ma ai risultati".

Ed è lì che inizia il problema della cosiddetta "censura": cioè dal fatto che molti pensano che essere sgradevoli sia bello. Pensano che siccome la verità fa male, allora ogni cosa che fa male sarebbe la verità. Pensano che siccome la medicina è amara, allora ogni amarezza sarebbe medicina. Così interviene il moderatore, valuta che stanno intossicando l'ambiente, eventualmente avverte, e cancella i commenti. Se arrivano 100 commenti in un giorno (e in certi giorni qui ne arrivano anche di più), e il moderatore deve dedicare cinque minuti ad ognuno dei messaggi, fanno 500 minuti. E il moderatore 500 minuti liberi al giorno non ce li ha. Il ragionamento "male che vada discutiamo cinque minuti e si risolve tutto" non funziona: il moderatore non ha "cinque minuti" per ognuno che abbia l'ùzzolo di scrivere un commento. Certo, non tutti richiedono cinque minuti, ma il punto è che sono troppi comunque. Per il moderatore, esistono solo due tipi di persone che scrivono commenti nel blog, indipendentemente dalle loro posizioni: e cioè quelli che vogliono essere un problema, e quelli che non vogliono esserlo. Quelli che vogliono essere un problema sono quelli che lo costringono ad intervenire e a perdere tempo. Sono quelli che intervengono al solo scopo di disturbare.

In particolare, molto del tempo perso è dovuto al fatto che c'è gente che piove qui a lasciare commenti su cose che sono state discusse sul blog non una ma cento volte. È comprensibile che non tutti abbiano il tempo di spulciare il blog alla ricerca di un tema trattato in una singola pagina diversi anni fa, ma il venir qui a sciorinare sempre gli stessi slogan a cui è stato risposto in almeno metà delle pagine del blog è un comportamento da veri "troll" che godono solo nel far perdere tempo agli altri.

Poi ci sono quelli che vengono fraintesi. Ora, essere fraintesi una volta capita. Essere fraintesi due volte, anche. Ma se avete un diploma di maturità preso in Italia, allora la lingua italiana la conoscete. Non ci si aspetta che siate incapaci di esprimervi. Potete scrivere in fretta o fare errori, ma se volete dire che due per due fa quattro, non devo leggere che due più due fa cinque. Se rimanete fraintesi in questa situazione, avete invece dei seri problemi con la lingua italiana. In questi casi, semplicemente non parlate.

Ci sono poi gli specialisti del piagnisteo. Gli specialisti del piagnisteo sono i primi a lamentarsi della "censura". Semplicemente non hanno capito la "moderazione". Oppure stanno a fare tutto un discorsino complicatino per spaccare il capello in quattro... e a chi risponde, chiedono di citare le fonti, e poi le fonti delle fonti, e poi le fonti delle fonti delle fonti: qualunque sia il loro scopo, ottengono solo di annoiare ed estenuare gli altri frequentatori del blog.

Il punto è che il moderatore ha il compito di tenere un ambiente -diciamo così- vivibile, senza tutti quei disastri che normalmente distruggono qualsiasi discussione. Il problema è che i cafoni, i maleducati, i fanatici, e tutti quelli che ho descritto sopra non ci stanno. La dicitura "inserisci un commento" presume che abbiate qualcosa da dire. Che sia "pro", che sia "contro", che sia una riflessione, una segnalazione, un "commento", una battuta: insomma, qualcosa da dire, che non abbia come unico scopo il rovinare la giornata agli altri lettori e commentatori - come fanno i "troll".

Che vi piaccia o no, il Cammino Neocatecumenale è zeppo di problemi, guai, errori, fin dalle sue radici. Di fronte a questo, l'atteggiamento cristiano (o almeno civile) è quello di cercare di capire quali sono gli errori, quali sono i meccanismi per cui nascono quei problemi, quali sono le vere radici di quegli errori, e cosa si può fare per correggerli. Non è il posto dove lanciare slogan. Non è l'invito a negare la realtà.

Lo spazio commenti non è il "muro da taggare" per i neo-vandali che hanno terrore della verità sul Cammino.



mercoledì 15 luglio 2009

Grandi ritorni. "Iota unum" e "Stat veritas" di Romano Amerio


Citiamo testualmente da Sandro Magister:

ROMA, 15 luglio 2009 – Da domani fanno ritorno nelle librerie italiane, editi da Lindau, due volumi entrati tra i classici della cultura cattolica, il cui contenuto è in impressionante sintonia col titolo e col fondamento della terza enciclica di Benedetto XVI: "Caritas in veritate".

I due volumi hanno per autore Romano Amerio, letterato, filosofo e teologo svizzero scomparso nel 1997 a 92 anni di età. Un suo grande estimatore, il teologo e mistico don Divo Barsotti, ne sintetizzò così il contenuto:

"Amerio dice in sostanza che i più gravi mali presenti oggi nel pensiero occidentale, ivi compreso quello cattolico, sono dovuti principalmente a un generale disordine mentale per cui viene messa la 'caritas' avanti alla 'veritas', senza pensare che questo disordine mette sottosopra anche la giusta concezione che noi dovremmo avere della Santissima Trinità".

In effetti, Amerio vide proprio in questo rovesciamento del primato del Logos sull'amore – ossia in una carità senza più verità – la radice di molte "variazioni della Chiesa cattolica nel secolo XX": le variazioni che egli descrisse e sottopose a critica nel primo e più imponente dei due volumi citati: "Iota unum", scritto tra il 1935 e il 1985; le variazioni che lo portarono a porre la questione se con esse la Chiesa non fosse divenuta altra cosa da sé.

Molte delle variazioni analizzate in "Iota unum" – ma ne basterebbe una sola, uno "iota", stando a Matteo 5, 18 che dà il titolo al libro – spingerebbero il lettore a pensare che una mutazione d'essenza vi sia stata, nella Chiesa. Amerio però analizza, non giudica. O meglio, da cristiano integrale qual è, lascia a Dio il giudizio. E ricorda che "portae inferi non praevalebunt", cioè che per fede è impossibile pensare che la Chiesa smarrisca se stessa. Una continuità con la Tradizione permarrà sempre, pur dentro turbolenze che la oscurano e fanno pensare il contrario.

C'è uno stretto legame tra le questioni poste in "Iota unum" e il discorso di Benedetto XVI del 22 dicembre 2005 alla curia romana, discorso capitale per quanto riguarda l'interpretazione del Concilio Vaticano II e il suo rapporto con la Tradizione.

Ciò non toglie che lo stato della Chiesa descritto da Amerio sia tutt'altro che pacifico.

Benedetto XVI, nel discorso del 22 dicembre 2005, paragonò la babele della Chiesa contemporanea al marasma che nel IV secolo seguì al Concilio di Nicea, descritto da san Basilio, all'epoca, come "una battaglia navale nel buio di una tempesta".

Nella postfazione che Enrico Maria Radaelli, fedele discepolo di Amerio, pubblica in coda a questa riedizione di "Iota unum", la situazione attuale è paragonata piuttosto allo scisma d'Occidente, cioè ai quarant'anni tra il XIV e il XV secolo che precedettero il Concilio di Costanza, con la cristianità senza guida e senza una sicura "regola della fede", divisa tra due o persino tre papi contemporaneamente.

In ogni caso, riedito oggi a distanza di anni, "Iota unum" si conferma libro non solo straordinariamente attuale, ma "costruttivamente cattolico", in armonia col magistero della Chiesa. Nella postfazione Radaelli lo mostra in modo inconfutabile. La conclusione della postfazione è riprodotta più sotto.

Quanto al secondo libro, "Stat veritas", pubblicato da Amerio nel 1985, esso è in lineare continuità col precedente. Confronta la dottrina della Tradizione cattolica con le "variazioni" che l'autore ravvisa in due testi del magistero di Giovanni Paolo II: la lettera apostolica "Tertio millennio adveniente" del 10 novembre 1994 e il discorso al Collegium Leoninum di Paderborn del 24 giugno 1996.

Il ritorno in libreria di "Iota unum" e "Stat veritas" rende giustizia sia al loro autore, sia alla censura di fatto che si è abbattuta per lunghi anni su entrambi questi suoi libri capitali. In Italia, la prima edizione di "Iota unum" fu ristampata tre volte per complessive settemila copie, nonostante le sue quasi settecento pagine impegnative. Fu poi tradotto in francese, inglese, spagnolo, portoghese, tedesco, olandese. Raggiunse decine di migliaia di lettori in tutto il mondo. Ma per gli organi cattolici ufficiali e per le autorità della Chiesa era tabù, oltre che naturalmente per gli avversari. Caso più unico che raro, questo libro fu un "long seller" clandestino. Continuò a essere richiesto anche quando si esaurì nelle librerie.

La rottura del tabù è recente. Convegni, commenti, recensioni. "La Civiltà Cattolica" e "L'Osservatore Romano" si sono anch'essi svegliati. All'inizio del 2009 una prima ristampa di "Iota unum" è apparsa in Italia per i tipi di "Fede & Cultura". Ma questa nuova edizione del libro ad opera di Lindau, assieme a quella di "Stat veritas", ha in più il valore della cura filologica, da parte del massimo studioso ed erede intellettuale di Amerio, Radaelli. Le sue due ampie postfazioni sono veri e propri saggi, indispensabili per capire non solo il senso profondo dei due libri, ma anche la loro perdurante attualità. Lindau, con Radaelli curatore, ha in animo di pubblicare nei prossimi anni l'imponente "opera omnia" di Amerio.

Qui di seguito ecco un brevissimo assaggio della postfazione a "Iota unum": le considerazioni finali
Tutta la Chiesa in uno "iota" - di Enrico Maria Radaelli

[...] La conclusione è che Romano Amerio si rivela essere il pensatore più attuale e vivificante del momento. Con il garbo teoretico che contraddistinse tutti i suoi scritti, egli offre con "Iota unum" un pensiero molto costruttivamente cattolico, colmando uno spazio filosofico e teologico altrimenti incerto su interrogativi gravi.

Egli individua e indica che nella Chiesa una crisi c’è, ed è crisi che pare anche sovrastarla, ma mostra che non l’ha sovrastata; che pare rovinarla, ma non l’ha rovinata.

Individua poi e indica con chiarezza la causa prima di questa crisi in una variazione antropologica e prima ancora metafisica.

Individua e indica infine gli strumenti logici (iscritti nel Logos) necessari e sufficienti (eroicamente sufficienti, ma sufficienti) per superarla.

E tutto questo Amerio lo fa sviluppando un “modello di continuità” con la Tradizione, di ordinata e perciò perfetta obbedienza al papa, di intima adesione alla regola prossima della fede, che parrebbe chiarire in tutto come va intesa quella "ermeneutica della continuità" richiesta da papa Benedetto XVI nel discorso alla curia romana del 22 dicembre 2005 per mantenersi sicuri sulla strada della ragione, che è a dire sulla strada della salvezza, ossia sulla strada della Chiesa per perseguire la vita.

Romano Amerio: critico sì, discontinuista mai. Questo "modello di continuità" tutto ameriano attende solo di essere oggi finalmente riconosciuto, anzi, finalmente apprezzato. Chissà: magari persino seguìto, per il bene comune (teorico e pratico, filosofico ed etico, dottrinale e liturgico) della Città di Dio, con la semplicità e il coraggio necessari.

Se con l’uso di ambiguità e di contraddizioni si è riusciti a compiere una rivoluzione antropologica verso le più vane fantasie, tanto più si potrà compiere, e con meno sforzo, una più sana rivoluzione antropologica verso la Realtà, giacché è più facile essere semplici che essere complessi.

martedì 19 maggio 2009

Il falso ecumenismo

La domanda del nostro interlocutore neocatecumenale Giovanni mi ha portato ad indagare e ho trovato questo interessante articolo del 2001 di Sandro Magister, che riporto con una osservazione: nel 2001 certe riflessioni in Vaticano circolavano "segretamente". Oggi, invece, almeno se ne può parlare più liberamente e apertamente anche in base ai comportamenti di Benedetto XVI. Tuttavia si tratta pur sempre ancora di voci fuori dal coro, compresa la nostra e - paradossalmente - quella del "Direttore del coro"...

[...]

Da qualche settimana circola segretamente in Vaticano un libro che sul retro porta scritto: «Non commerciabile». Proprio così. Perché deve passare solo tra mani fidatissime. Capaci di non farlo deflagrare anzitempo.Le sue 336 pagine, intitolate 'Una sola fede una sola Chiesa', sono infatti il più formidabile atto d'accusa sinora portato contro i vertici vaticani in materia d'ecumenismo. In senso stretto, ecumenismo è il nome che è stato dato al dialogo di riconciliazione tra la Chiesa cattolica e le altre Chiese cristiane da essa separate: le ortodosse e le protestanti. Ha preso il posto degli anatemi contro eretici e scismatici e insiste su ciò che unisce invece che su ciò che divide. Giovanni Paolo II ha puntato tantissimo su questa offensiva di pace. Ma se di risultati ne ha ottenuti pochi, obietta il libro, è perché ha sbagliato quasi tutto. Come altri prima e peggio di lui.

La requisitoria non è anonima, ma firmata. L'autore è Brunero Gherardini, 76 anni, canonico della basilica di San Pietro e decano dei teologi della Pontificia università del Laterano. È lui che ha portato al traguardo la causa di beatificazione di Pio IX, il papa del Sillabo antimoderno e dell'infallibilità. È teologo di scuola classica, ferrato negli studi su Martin Lutero e il protestantesimo: al punto d'aver raccolto la stima e l'amicizia di campioni della teologia protestante come Karl Barth, Oscar Cullmann e Vittorio Subilia, anch'essi dal loro punto di vista molto critici dell'ecumenismo.

E forte di queste sue competenze e credenziali, Gherardini ha voluto mettere per iscritto le sue critiche in un libro stampato a sue spese, da far girare in Vaticano sottotraccia, come una mina a tempo. Sicuro che diverrà oggetto di discussione obbligata nel concistoro di fine maggio tra il papa e i cardinali, dedicato in buona misura proprio al dialogo ecumenico. Ma anche con un pensiero al futuro conclave, quello che deciderà l'uomo e il programma del nuovo pontificato .

Dei cardinali alfieri dell'ecumenismo, passati e presenti, nessuno la passa liscia: dal tedesco Agostino Bea all'olandese Johannes Willebrands, dall'australiano Edward Cassidy all'attuale numero uno del ramo, Walter Kasper, altro tedesco. Il libro martella sul loro «irenismo romantico, ingenuo e sognatore», sul loro «pacifismo snob». Ne escono invece con onore i protestanti più irriducibili, in testa i valdesi italiani. Gherardini li ammira perché non si uniscono al coro dei dialoganti entusiasti e tengon ferma la diversità delle fedi. Al capitolo più corrosivo del libro l'autore ha dato per titolo la celebre, superfumosa formula di Aldo Moro: 'Convergenze parallele'.

Il capitolo analizza l'accordo del 1999 tra la Chiesa cattolica e i luterani, sul tema della 'giustificazione'. L'accordo fu annunciato e celebrato da ambo le parti con grande entusiasmo. Ma fu anche accompagnato da critiche al veleno. Per la parte cattolica, il più tenace propugnatore dell'intesa fu Kasper, che anche grazie a questo successo si guadagnò la porpora di cardinale. L'accordo verte proprio su un punto centrale della rottura tra Lutero e il papato: il punto su cui nel Cinquecento il Concilio di Trento fece scattare le sue condanne contro i protestanti. Con l'intesa del 1999 sia il Vaticano che i luterani riconoscono che all'epoca non ci si era capiti, riscrivono le rispettive tesi in modi accettabili a entrambe le parti e dichiarano «decaduti gli anatemi». Ma Gherardini obietta che sia Martin Lutero che il Concilio di Trento non hanno nulla a che vedere con queste pacificazioni tutto fumo. «Nel Cinquecento la cristianità non si spaccò in due per sbaglio».

A dispetto di tutti gli odierni abbracci di facciata, «le due fedi erano e restano in rotta di collisione». E quindi un simile ecumenismo è solo «capitolazione e confusione dottrinale, al di là della prudenza e della fede».Il libro si conclude con un appello a un'unità della Chiesa «non falsa ma vera». Scrive Gherardini: «Sogno una Chiesa non più luterana e riformata, anglicana ed ortodossa; per assurdo sogno una Chiesa neanche più cattolico-romana». Dove però a convertirsi dovranno essere solo gli altri. (Sandro Magister - www.chiesa 22.5.2001)

__________ Il libro: Brunero Gherardini, 'Una sola fede una sola Chiesa. La Chiesa cattolica dinanzi all'ecumenismo', 2001, Castelpetroso, Casa Mariana Editrice, pagine 336, non commerciabile.

mercoledì 13 maggio 2009

NEL GIORNO IN CUI IL SANTO PADRE HA CELEBRATO L'EUCARESTIA A BETLEMME E NEL GIORNO IN CUI SCANDALOSAMENTE A KIKO ARGUELLO VIENE INSIGNITA UNA LAUREA,

SECONDA PARTE

"Avete visto l'inferno dove cadono le anime dei poveri peccatori. Per salvarle, Dio vuole stabilire nel mondo la devozione al Mio Cuore Immacolato. Se faranno quel che vi dirò, molte anime si salveranno e avranno pace. La guerra sta per finire; ma se non smetteranno di offendere Dio, durante il Pontificato di Pio XI ne comincerà un'altra ancora peggiore. Quando vedrete una notte illuminata da una luce sconosciuta, sappiate che è il grande segno che Dio vi dà che sta per castigare il mondo per i suoi crimini, per mezzo della guerra, della fame e delle persecuzioni alla Chiesa e al Santo Padre. Per impedirla, verrò a chiedere la consacrazione della Russia al Mio Cuore Immacolato e la Comunione riparatrice nei primi sabati. Se accetteranno le Mie richieste, la Russia si convertirà e avranno pace; se no, spargerà i suoi errori per il mondo, promovendo guerre e persecuzioni alla Chiesa. I buoni saranno martirizzati, il Santo Padre avrà molto da soffrire, varie nazioni saranno distrutte. Finalmente, il Mio Cuore Immacolato trionferà. Il Santo Padre Mi consacrerà la Russia, che si convertirà, e sarà concesso al mondo un periodo di pace.
In Portogallo si conserverà sempre il dogma della fede, ecc. [aggiunta di suor Lucia contenuta nella quarta memoria]".


TERZA PARTE
" J.M.J.

La terza parte del segreto rivelato il 13 luglio 1917 nella Cova di Iria-Fatima.
Scrivo in atto di obbedienza a Voi mio Dio, che me lo comandate per mezzo di sua Ecc.za Rev.ma il Signor Vescovo di Leiria e della Vostra e mia Santissima Madre.
Dopo le due parti che già ho esposto, abbiamo visto al lato sinistro di Nostra Signora un poco più in alto un Angelo con una spada di fuoco nella mano sinistra; scintillando emetteva fiamme che sembrava dovessero incendiare il mondo; ma si spegnevano al contatto dello splendore che Nostra Signora emanava dalla sua mano destra verso di lui: l'Angelo indicando la terra con la mano destra, con voce forte disse: Penitenza, Penitenza, Penitenza! E vedemmo in una luce immensa che è Dio: “qualcosa di simile a come si vedono le persone in uno specchio quando vi passano davanti” un Vescovo vestito di Bianco “abbiamo avuto il presentimento che fosse il Santo Padre”. Vari altri Vescovi, Sacerdoti, religiosi e religiose salire una montagna ripida, in cima alla quale c'era una grande Croce di tronchi grezzi come se fosse di sughero con la corteccia; il Santo Padre, prima di arrivarvi, attraversò una grande città mezza in rovina e mezzo tremulo con passo vacillante, afflitto di dolore e di pena, pregava per le anime dei cadaveri che incontrava nel suo cammino; giunto alla cima del monte, prostrato in ginocchio ai piedi della grande Croce venne ucciso da un gruppo di soldati che gli spararono vari colpi di arma da fuoco e frecce, e allo stesso modo morirono gli uni dopo gli altri i Vescovi Sacerdoti, religiosi e religiose e varie persone secolari, uomini e donne di varie classi e posizioni. Sotto i due bracci della Croce c'erano due Angeli ognuno con un innaffiatoio di cristallo nella mano, nei quali raccoglievano il sangue dei Martiri e con esso irrigavano le anime che si avvicinavano a Dio.
Tuy-3-1-1944".


“Supponiamo, caro amico, che il Comunismo [uno degli “errori della Russia” menzionati dal Messaggio di Fatima] fosse solo uno degli strumenti più evidenti di sovversione usati contro la Chiesa e le tradizioni della Rivelazione Divina … Sono preoccupato per il messaggio che ha dato la Beata Vergine a Lucia di Fatima. Questo insistere da parte di Maria, sui pericoli che minacciano la Chiesa è un avvertimento divino contro il suicidio di alterare la Fede, nella Sua liturgia, la Sua teologia e la Sua anima. … Sento tutto intorno a me questi innovatori che desiderano smantellare la Sacra Cappella, distruggere la fiamma universale della Chiesa, rigettare i suoi ornamenti e farla sentire in colpa per il suo passato storico. … Verrà un giorno in cui il mondo civilizzato negherà il proprio Dio, quando la Chiesa dubiterà come dubitò Pietro. Sarà allora tentata in credere che l'uomo è diventato Dio ... Nelle nostre chiese, i Cristiani cercheranno invano la lampada rossa dove Dio li aspetta. Come Maria Maddalena, in lacrime dinanzi alla tomba vuota, si chiederanno: “Dove Lo hanno portato?”
… Cardinale Eugenio Pacelli (futuro Papa Pio XII) all'epoca quando era Segretario di Stato di Papa Pio XI. Citazione riportata nel libro Pius XII Devant L'Histoire, pp. 52, 53.


“Nel Terzo Segreto viene predetto che, tra le altre cose, la grande apostasia nella Chiesa inizierà dai suoi vertici.”
… Cardinale Mario Luigi Ciappi, teologo personale di Papa Giovanni Paolo II. Citazione apparsa sul giornale Catholic, marzo 2002/p>

“Il [Terzo Segreto] non ha nulla a che fare con Gorbachev. La Beata Vergine Maria ci sta avvertendo della grande minaccia dell'apostasia nella Chiesa.”
… Cardinale Oddi, citazione 17 marzo 1990, Il Sabato


“Da qualche parte il fumo di satana è entrato nel Tempio di Dio.”
… Papa Paolo VI, udienza Papale del 30 giugno 1972


“Dobbiamo ammettere realisticamente e con profonda sofferenza, che i Cristiani oggigiorno si sentono smarriti, confusi, perplessi ed anche delusi; vengono diffuse tante idee che si oppongono alla verità come è stata rivelata e insegnata da sempre; vere e proprie eresie si sono diffuse nelle aree del dogma e della morale, creando dubbi, confusioni e ribellioni; la liturgia è stata alterata; immersi in un relativismo intellettuale e morale e quindi nel permissivismo, i Cristiani sono tentati dall'ateismo, dall'agnosticismo, da un illuminismo vagamente morale e da una cristianità sociologica priva di dogmi o di una moralità obbiettiva.”
… Papa Giovanni Paolo II, ne L'Osservatore Romano,7 febbraio 1981


“Ella (La Beata Virgine Maria) mi disse che il diavolo è dell'umore giusto per ingaggiare l'ultima e decisiva battaglia contro la Beata Vergine. E la battaglia decisiva è quella finale in cui una parte sarà vittoriosa e l'altra soccomberà. Da questo momento in poi dovremo scegliere da che parte stare, se stare con Dio o con il demonio. Non ci sono altre possibilità.”
… Suor Lucia di Fatima, in un incontro con Padre Fuentes, il 26 dicembre 1957
FONTE - http://www.fatima.org/it/thirdsecret/segreto05.asp
Il Segreto di Fatima... Rivelato! di Frère Michel della Santa Trinità


PARTE QUARTA

Indubbiamente il Terzo Segreto si riferisce principalmente a un castigo spirituale. Di gran lunga peggiore, ancora più spaventoso delle carestie, delle guerre e delle persecuzioni, perché riguarda le anime, la loro salvezza o la loro eterna dannazione. Il defunto Padre Alonso, nominato nel 1966 archivista ufficiale di Fatima dal Vescovo Venancio, ha dimostrato che ciò è quanto contiene il Terzo Segreto. Ne scrisse in uno dei volumi della sua grande opera critica in 14 tomi, che, purtroppo, gli fu proibito di pubblicare. Ma prima della sua morte, avvenuta il 12 dicembre 1981, egli potè farci conoscere le conclusioni cui era giunto attraverso vari pamphlet e numerosi articoli pubblicati su riviste teologiche.
La mia ricerca personale mi ha solo permesso di essere più specifico, di chiarire, di completare la sua tesi, che nuovi documenti portano a confermare.


Ecco il più importante: il 10 settembre 1984, il Vescovo Cosme do Amaral, attuale Vescovo di Leiria e Fatima, nell'Aula Magna dell'Università della Tecnica di Vienna, dichiarò nel corso di una serie di domande e risposte: "Il Terzo Segreto di Fatima non parla né di bombe atomiche né di testate nucleari, né di missili SS20. Il suo contenuto", ha aggiunto "riguarda solamente la nostra Fede. Identificare il Segreto con annunci catastrofici o con un olocausto nucleare vuol dire distorcere il significato del Messaggio. La perdita della Fede di un continente è cosa peggiore dell'annientamento di una nazione; ed è vero che, in Europa, la Fede è in continua diminuzione"15.


Per dieci anni, il Vescovo di Fatima osservò un silenzio assoluto sul contenuto del Terzo Segreto. Quando iniziò a parlare, risoluto a fare una dichiarazione pubblica, si può essere moralmente certi che non avrebbe detto nulla senza prima aver consultato Suor Lucia. Possiamo stabilire questo con esattezza perché, nel 1981, egli aveva già confutato alcuni falsi segreti affermando di avere già interrogato su di essi la veggente.


Ciò significa che la tesi di Padre Alonso è ora confermata pubblicamente dal Vescovo di Fatima: concerne la terribile crisi all'interno della Chiesa. Si tratta della perdita della Fede nella nostra era predetta dall'Immacolata Vergine, se le Sue richieste non fossero state sufficientemente esaudite, ed è questo il dramma di cui siamo stati testimoni fin dal 1960.
Avendo detto l'essenziale, mi limiterò a menzionare le principali fasi della mia prova riguardo il vero contenuto del Terzo Segreto.


La Perdita della Fede

Nel primo capitolo16, determino le ragioni che provano che il Terzo Segreto tratta specificamente della perdita della Fede ed è il principale elemento del Segreto che già conosciamo. In effetti non conosciamo solamente il suo contesto. Suor Lucia desiderava indicarcene la prima frase: "In Portogallo il dogma della Fede sarà sempre custodito, ecc.". Questa breve frase che la veggente aggiunse intenzionalmente e con sicurezza quando scrisse per la seconda volta le prime due parti e la conclusione del Segreto nelle sue Memorie, è significativa in modo definitivo. Essa ci fornisce in modo molto discreto la chiave del Terzo Segreto.
Ecco il ragionevole commento di Padre Alonso: "In Portogallo il dogma della fede sarà sempre custodito". Questa frase implica in tutta chiarezza lo stato di crisi della Fede che avverrà nelle altre nazioni. Vi sarà quindi una crisi della Fede, mentre il Portogallo la salverà. “Perciò”, scrive inoltre Padre Alonso, "nel periodo precedente al grande Trionfo del Cuore di Maria, accadranno le cose terribili che sono oggetto della terza parte del Segreto. Quali? Se 'In Portogallo i dogmi della Fede saranno sempre custoditi' si può dedurre con assoluta chiarezza che in altre parti della Chiesa questi dogmi stanno diventando oscuri o potranno persino andare perduti".


Molti esperti hanno adottato questa interpretazione: Padre Martin dos Reis, il Canonico Galamba, il Vescovo Venancio, Padre Luis Kondor, Padre Messias Dias Coelho. Lo scorso 18 novembre, nel corso di una conferenza tenuta a Parigi, Padre Laurentin si è dichiarato anch'egli a favore di questa soluzione17.
Aggiungeremo che il Cardinale Ratzinger stesso ha parlato in tal senso a Vittorio Messori, affermando che il Terzo Segreto riguarda "i pericoli che minacciano la Fede e la vita dei Cristiani". Infine, come abbiamo detto, l'attuale Vescovo di Fatima è ancora più esplicito. Egli lascia capire che una crisi della Fede, su scala di parecchie nazioni e interi continenti ... Nella Sacra Scrittura tale defezione ha un nome: apostasia. E' possibile che questa parola si trovi nel testo del Segreto.
L'Incertezza e la Punizione dei Pastori


In un altro capitolo18, ho mostrato che c'è di più: il Terzo Segreto insiste sulle pesanti responsabilità delle anime consacrate, dei preti e persino degli stessi Vescovi in questa crisi della Fede senza precedenti che da 25 anni ha colpito la Chiesa.
Ne ho fornito molte prove e molte indicazioni chiarissime. Devo qui limitarmi a citare Padre Alonso: "E' quindi assolutamente probabile che il testo del Terzo Segreto faccia allusioni concrete alla crisi della fede nella Chiesa e alla negligenza degli stessi pastori".


Egli parla inoltre di "lotte interne proprio in seno alla Chiesa e di gravi negligenze pastorali da parte delle alte gerarchie", e di "deficienze da parte della più alta gerarchia della Chiesa".
Queste parole così gravi Padre Alonso non le ha scritte e pubblicate in modo così chiaro e aperto senza averne attentamente valutato l'impatto globale. Nella sua veste di archivista ufficiale di Fatima, avrebbe adottato, dopo 10 anni di lavoro e di varie interviste e conversazioni con Suor Lucia, una posizione tanto audace su un soggetto così scottante senza essere sicuro almeno del tacito consenso della veggente? La risposta non lascia dubbio alcuno.


Questa dichiarazione sulle deficienze della Gerarchia spiega la pressante preoccupazione dei tre veggenti che si costringevano a pregare, a pregare molto e a sacrificarsi incessantemente per il Santo Padre; o i tre mesi di insopportabili sofferenze che Suor Lucia ha affrontato prima di osare scrivere il testo. E spiega infine perché i Papi, fin dall'ottimista Giovanni XXIII, hanno esitato, ritardato e incessantemente rimandato la sua pubblicazione, cercando a ogni costo di tenerlo nascosto.


[...]
Il testo integrale del documento può essere scaricato cliccando qui
Gianluca Cruccas

sabato 9 maggio 2009

RICORDANDO DON GIOVANNI BAGET BOZZO

Riprendiano le parole che su di lui ha scritto Sandro Magister qualche tempo fa per ricordare non il politico, ma il sacerdote attento, inseparabile dalla sua talare, sempre onnivoro di fede e di cultura ( come lo definisce Giuliano Ferrara) e senza peli sulla lingua:

"... ci riprova don Gianni Baget Bozzo. A spiegare chi è l'Anticristo. Che è uno dei più grossi enigmi della storia cristiana. Una specie di Satana, sì, ma difficilissimo da riconoscere. Perché senza corna, né zolfo, ne forca. Ma bellissimo e intelligentissimo, teologo sottile, ecumenista insigne, un benemerito dell'umanità.

All'Anticristo don Baget Bozzo ha dedicato un libro tagliente , stampato da Mondadori. Per dire che è tra noi. Che impazza nella Chiesa cattolica, nella sua teologia protestantizzata, nella sua liturgia inaridita, nel suo dialogare senza costrutto. Don Baget Bozzo, che quando fa il teologo vola alto, da vertigine, dice chiaro che non inventa niente. Lui si attiene a come l'Anticristo appare nel Nuovo Testamento: nelle lettere di Giovanni, in Paolo, nell'Apocalisse. Testi regolarmente dimenticati e censurati dalla predicazione corrente. Assieme alle pagine dei Vangeli in cui Gesù parla di Satana e con lui combatte, a cominciare dalle memorabili, superintelligenti tentazioni del deserto.

Ciò che distingue l'Anticristo dall'Avversario che aggredisce la Chiesa dal di fuori è il suo essere nemico interno. L'Anticristo è eresia cristiana. La Chiesa s'è sempre difesa da lui recidendolo dalle proprie file. Con l'anatema agli eretici. Ma oggi? Oggi la Chiesa non sa più condannare. A partire dal Concilio Vaticano II, non separa più con nettezza eresia e ortodossia. Tutto diventa ambiguo, reinterpretabile, «mercato degli inganni». E «questa terra di nessuno è la terra dell'Anticristo».

A Giovanni Paolo II, don Baget Bozzo riserva parole d'ammirazione. Ma anche rimproveri. Perché ha fatto scisma con i Lefebvriani ma non con i sostenitori della donna prete. Paolo VI, altro papa troppo esitante, in fin di vita ha almeno riconosciuto i suoi errori, quando ha confessato di vedere il fumo di Satana penetrare nella Chiesa dalle fessure aperte dai progressisti.

Questi ultimi, don Baget Bozzo non li aggredisce. Crede tanto all'Anticristo come essere personale, che i suoi seguaci quasi li perdona: non sanno quel che fanno. Non nomina nemmeno i gerarchi di Chiesa che la pensano un po' come lui. Come il cardinale Joseph Ratzinger. E più ancora il cardinale Biffi. Quest'ultimo, lo scorso marzo, ha definito «una profezia inascoltata» il 'Racconto dell'Anticristo' scritto cent'anni fa dal russo Vladimir Soloviev: «È stupefacente la perspicacia con cui Soloviev ha descritto la grande crisi che avrebbe colpito il cristianesimo negli ultimi decenni del Novecento». Don Baget Bozzo, che questa crisi l'ha vista, la racconta nel suo libro. A modo suo, da Savonarola degli ultimi tempi." (Sandro Magister)

sabato 14 marzo 2009

Il servizio del Primato all’unità della Chiesa

VATICANO - LE PAROLE DELLA DOTTRINA
a cura di don Nicola Bux e don Salvatore Vitiello

Settant’anni fa il Cardinale Eugenio Pacelli, romano, veniva eletto Papa con il nome di Pio XII. Allora, nessuno poteva concepire che il Collegio cardinalizio e quello episcopale non dovessero essere “ tutti unanimi del parlare – secondo le parole dell’Apostolo – perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e d’intenti” (1 Cor 1,10).
Anche Giovanni XXIII, nel discorso di apertura del Concilio, poteva parlare di “rinnovata, serena e tranquilla adesione a tutto l’insegnamento della Chiesa nella sua interezza e precisione, quale ancora splende negli atti conciliari da Trento al Vaticano I ”.

Si potrebbe infatti immaginare che la Chiesa, Corpo mistico di Cristo, si esprima in modo disorganico? Si potrebbe concepire l’ecclesiologia di comunione, dimenticando quel che il Concilio ha detto sul Primato (cfr Lumen gentium 13, 22 e 23)?

Allora bisogna che tutti nella Chiesa, Vescovi, sacerdoti e fedeli, riflettano sulle parole miti e argomentate del Santo Padre Benedetto XVI al Seminario Romano Maggiore e all'Angelus di domenica 22 febbraio e facciano cessare le polemiche che "nascono dove la fede degenera in intellettualismo e l’umiltà viene sostituita dall’arroganza di esser migliori dell’altro…questa è una caricatura della Chiesa che dovrebbe essere un cuor solo e un’anima sola". Tali parole manifestano l’esercizio del Primato nella pazienza e ad esso deve corrispondere la docilità umile di tutti i cattolici. Il Santo Padre sa che il Primato ha una "struttura martirologica" perché "la parola di Dio non è incatenata"(2 Tm 2,9) e questo vale per ogni Papa. Il Primato petrino sta ed opera perché la comunione ecclesiale non può essere distruttiva, anzi il Credo la chiama "cattolica". Conviene andare, in proposito, a quanto ha scritto da teologo, nel testo "Introduzione al Cristianesimo": "un’idea fondamentale è documentabile, sin dal principio, come determinante: con questa parola si allude all’unità di luogo: solamente la comunità unita al Vescovo è ‘Chiesa cattolica’, non i gruppi parziali che, per qualsiasi motivo, se ne sono staccati. In secondo luogo, è qui richiamata l’unità delle Chiese locali fra loro, le quali non possono chiudersi in se stesse, ma possono rimanere Chiesa solo mantenendosi aperte l’una verso l’altra, formando un’unica Chiesa […] nell’aggettivo ‘cattolica’ si esprime la struttura episcopale della Chiesa e la necessità dell’unità di tutti i Vescovi fra loro […]" (ed. Queriniana-Vaticana, 2005, p 335).

Dopo aver osservato che questo non costituisce l’elemento primario, ricorda: "Elementi fondamentali della Chiesa appaiono piuttosto il perdono, la conversione, la penitenza, la comunione eucaristica e, a partire da questa, la pluralità e l’unità: pluralità delle Chiese locali, che però restano Chiesa unicamente tramite il loro inserimento nell’organismo dell’unica Chiesa […]. La costituzione episcopale compare sullo sfondo come un mezzo di questa unità […]. Un ulteriore stadio, sempre nell’ordine dei mezzi, sarà poi costituito dal servizio del Vescovo di Roma. Una cosa è chiara: la Chiesa non va pensata partendo dalla sua organizzazione, ma è l’organizzazione che va compresa partendo dalla Chiesa. Tuttavia è al contempo chiaro che, per la Chiesa visibile, l’unità visibile è qualcosa di più della semplice ‘organizzazione’. […] Solo in quanto ‘cattolica’, ossia visibilmente una pur nella molteplicità, essa corrisponde a quanto richiede il Simbolo. Nel mondo dilaniato e diviso la Chiesa deve esser segno e strumento di unità, deve superare barriere e riunire nazioni, razze e classi. Sino a che punto anche in questo compito essa sia venuta meno, lo sappiamo assai bene […] nonostante tutto…invece di limitarci a denigrare il passato, dovremmo soprattutto mostrarci pronti ad accogliere l’appello del presente, cercando di non limitarci a confessare la cattolicità del Credo, ma di realizzarla nella vita del nostro mondo dilaniato" (Ivi, p 336-337).
© Copyright (Agenzia Fides 12/3/2009)

martedì 24 febbraio 2009

Pecore e pastori: un libro contro i luoghi comuni

Il Cardinale Biffi si chiede perché l’ortodossia fa più notizia dell’eresia
Clicca qui per le "glosse" di Cantuale Antonianum :-)
di Antonio Gaspari

ROMA, martedì, 24 febbraio 2009 (ZENIT.org). Chi è il cattolico adulto? Qual è il compito dei pastori? Chi sono e quale ruolo svolgono i componenti del gregge? Perché non ci sono donne sacerdote? Perché la Chiesa ha un solo capo? E perché gli si deve obbedienza? A queste ed altre domande risponde il Cardinale Giacomo Biffi con il libro “Pecore e pastori. Riflessioni sul gregge di Cristo”, pubblicato dalla Cantagalli (256 pagine, 13,80 Euro).

Il libro, il cui titolo sembrerebbe destinato solo al clero, è anche una schietta e brillante riflessione sui fondamenti e sui compiti della Chiesa, su quel popolo di Dio che il porporato indica come “gregge di Cristo”. Scrive l’Arcivescovo emerito di Bologna: “Una delle cose che mi impressionano di più è che al giorno d’oggi non è più l’eresia, ma è l’ortodossia a fare notizia”, ed in questo libro il Cardinale Biffi parla chiaro, sgonfia i luoghi comuni, cancella i sofismi ed i condizionamenti del “politically correct”. Circa l’accondiscendenza con cui alcuni si piegano ai condizionamenti del “politically correct” il Cardinale Biffi sostiene: “Talvolta in qualche settore del mondo cattolico si giunge persino a pensare che debba essere la divina Rivelazione ad adattarsi alla mentalità corrente per riuscire ‘credibile’, e non piuttosto che si debba ‘convertire’ la mentalità corrente alla luce che ci è data dall’alto. Eppure si dovrebbe riflettere sul fatto che ‘conversione’ non ‘adattamento’ è parola evangelica”. Del resto, continua il porporato, “la prima frase che Gesù pronuncia inaugurando il suo apostolato non è: ‘Il mondo va bene così come va; adattatevi al mondo e siate credibili alle orecchie di chi non crede’ ma è: ‘Il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo”. Sul ruolo del pastore l’Arcivescovo emerito di Bologna rileva che “tra i gravi problemi della cristianità non c' è solo la scarsità dei pastori, c' è anche la difficoltà dei cristiani a riconoscersi evangelicamente pecore” e aggiunge “il pastore condivide la vita del gregge”, ma ne è soprattutto “il capo e il condottiero”, perché i sacerdoti “non devono seguire le pecore nei loro sbandamenti, ma guidarle con mano ferma”. E pazienza se questa autorità “sarà vista ovviamente come un’autorità che si fonda su sé stessa, e sarà classificata come antidemocratica”.

A proposito di coloro che si sono autodefiniti “cattolici adulti” scrive il porporato: “Se qualcuno manifesta ad alta voce di voler essere considerato ‘adulto’ nella Chiesa, l’intenzione ci sembra legittima e persino encomiabile, purché egli rimanga convinto che, secondo il Vangelo, chi dentro di sé non diventa come un bambino non entrerà nel Regno dei cieli”.

In un capitoletto titolato “Ladri e Lupi” il Cardinale Biffi scrive: “Gesù ci mette in guardia da una visione troppo idilliaca, da un’idea arcaicamente serena della vita pastorale, e ci ricorda che esistono, e sono sempre attive, le forze del male”. “Le sue pecore – continua l’Arcivescovo emerito di Bologna – non devono dimenticare che esistono i ladri ed esistono i lupi. Anzi ci dice senza mezzi termini che il suo gregge vive in mezzo ai lupi i quali tentano sempre di rapire e disperdere gli agnelli di Dio”. “Questi lupi non sono solo esterni al gregge – precisa il porporato –. Si possono trovare anche tra noi in veste di pecore. A questo proposito san Paolo non esita a parlare in termini espliciti di falsi apostoli, lavoratori fraudolenti che si mascherano da apostoli di Cristo” e aggiunge: “Ciò non fa meraviglia, perché anche Satana si maschera da angelo di luce”.

Su coloro che sparlano della Chiesa, Biffi afferma: “E’ psicologicamente impossibile continuare ad amare una donna, quando se ne vede e se ne sottolinea solo la bruttezza, la meschinità, la natura malvagia. Un prete che si accanisce a parlar male della Chiesa – non diciamo a parlar male degli ‘uomini di chiesa’, che qualche volta è doveroso – farà molta fatica a restarle fedele”.

Il Cardinale che predicò gli Esercizi Spirituali quaresimali alla Curia romana e a Papa Benedetto XVI nel marzo del 2007 sostiene che “è in atto oggi una violenta e sistematica aggressione alla Chiesa, che si esprime e si rifinisce quotidianamente in qualche nuovo atto di ostilità; ed è stupefacente che la cristianità – almeno quella loquacior (quella che più parla e più fa parlare di sé) - non mostra di rendersene conto in misura adeguata”.

Forte è la Critica del cardinale Biffi nei confronti dell’invasione sessuale: “La nostra epoca – ha scritto il porporato - è dominata e afflitta da una specie di pansessualismo. Il sesso è continuamente chiamato in causa: non solo negli enunciati sociali e psicologici, non solo nelle molteplici espressioni di arte e di cultura, non solo negli spettacoli e negli intrattenimenti; persino nei messaggi pubblicitari non si può fare a meno di evocarlo e di alludervi”.“Abbiamo talvolta l’impressione di essere condizionati e intrigati da una misteriosa accolta di maniaci che impongono a tutti una loro degenerazione mentale – continua –. Sono gli stessi che non mancano mai di definire bigotti e bacchettoni quanti non si lasciano convincere dalle loro elevate argomentazioni”. “Bisogna che ci decidiamo – conclude il Cardinale Biffi – o stiamo col ‘mondo’ che ci intima di essere ‘politicamente corretti’, o, senza preoccuparci affatto di essere ‘politicamente corretti’, stiamo col nostro Maestro e Salvatore".
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Dietro lo scisma ricucito

Baget Bozzo su La Stampa di oggi: [...]

Non è certo la dimensione del gruppo di Ecône a porre il problema; lo è invece la tesi, ricorrente nel mondo cattolico e fuori di esso, secondo cui il Vaticano II ha costituito una rottura tra Chiesa pre-conciliare e post-conciliare, abbracciando talmente la modernità da divenire il contrario della Chiesa di Pio IX e di Pio X. Infatti negli anni di Paolo VI, durante il Concilio e subito dopo, l’ingresso della teologia nella pubblicistica comune e il dibattito su tutti i temi aperti nel mondo cattolico aveva dato l’impressione che la rottura non fosse consistita in un arricchimento del linguaggio, ma nella sua alterazione.

Quindi il problema posto dal vescovo Lefebvre andava ben oltre i termini dello scisma reale, che egli aveva preparato e poi consumato. L’azione dei papi, da Paolo VI a Benedetto XVI, è stata tutta rivolta a mostrare che gli sviluppi avvenuti col Concilio erano in continuità con l’implicito della tradizione cattolica e si fondavano su posizioni antiche. [...]

Il carisma di Ratzinger, anche da cardinale, fu quello di unire la continuità nella tradizione con la riforma della Chiesa attuata dal Concilio. Ma questa posizione espressa da Papa all’inizio del pontificato chiedeva di essere testimoniata con l’apertura verso la comunità che aveva creato uno scisma e che aveva rifiutato l’autorità papale? La comunità di Ecône si era indurita nella sua separazione, le sue posizioni pre-conciliari erano diventate anti-conciliari, lo scisma era divenuto la realtà della sua identità?

Papa Benedetto non ha seguito questo giudizio, ha praticato verso Ecône le medesime aperture che il Concilio aveva stabilito verso le Chiese ortodosse e le comunità protestanti, cercando motivi di convergenza. Il fatto che i lefebvriani accettassero sempre formalmente l’autorità papale e il primato petrino era una strada per ottenere la possibilità del superamento dello scisma. Ciò avrebbe provato che il sentimento cattolico di continuità nella tradizione era più forte dell’attaccamento a dimensioni che la storia aveva posto in altra luce col passare del tempo.

Era stato un dramma della coscienza cattolica accettare la grande variazione conciliare e post-conciliare; ogni fedele aveva dovuto affrontare il problema dell’identità della sua fede. Risolvere lo scisma significa riconoscere lo sforzo fatto da milioni di fedeli per ritrovare nel linguaggio che i teologi formulavano l’identità del significato dottrinale e spirituale oggetto della loro fede.

La Chiesa è tesa a mantenere l’unità della fede non solo nello spazio, ma anche nel tempo. In questo la fatica del post-Concilio ha riequilibrato la figura della Chiesa. La speranza conciliare e post-conciliare di un mondo riappacificato con la modernità non si è realizzata nella forma auspicata dai teologi, perché l’avvento della scienza e della tecnica ha posto l’uomo di fronte a problemi assai diversi dalla questione sociale che il comunismo aveva posto al Concilio.

La sfida del tempo unisce la Chiesa e le permette di chiudere le ferite antiche, di fronte a un laicismo totale e all’islam traboccante nella sua coscienza religiosa. Come forma di linguaggio, sia quello pre-conciliare che quello post-conciliare chiedono un aggiornamento nuovo. Papa Benedetto ne fornisce la chiave. © Copyright La Stampa, 24 febbraio 2009


martedì 10 febbraio 2009

Insegnamenti Magisteriali sul sacerdozio (card Ratzinger e Giovanni Paolo II)

Lettera "Sacerdotium ministeriale"
Circa alcune questioni riguardanti il ministro dell'eucaristia


l. Introduzione

l. Nell'insegnare che il sacerdozio ministeriale o gerarchico differisce essenzialmente e non solo di grado dal sacerdozio comune dei fedeli, il Concilio Ecumenico Vaticano II espresse la certezza di fede che soltanto i vescovi e i presbiteri possono compiere il mistero eucaristico. Benché infatti tutti i fedeli partecipino dell'unico e identico sacerdozio di Cristo e concorrano all'oblazione dell'eucaristia solo il sacerdote ministeriale, in virtù del sacramento dell'ordine, è abilitato a compiere il sacrificio eucaristico nella persona di Cristo e ad offrirlo a nome di tutto il popolo cristiano (1).
2. Negli ultimi anni sono però cominciate a diffondersi delle opinioni, talvolta tradotte nella prassi, che negando il suddetto insegnamento ledono nell'intimo la vita della Chiesa. Tali opinioni, diffuse sotto forme e con argomentazioni diverse, cominciano ad attirare gli stessi fedeli, sia perché si afferma che godrebbero di un certo fondamento scientifico, sia perché vengono presentate come rispondenti alle necessità della cura pastorale delle comunità e della loro vita sacramentale.
3. Pertanto questa sacra congregazione, mossa dal desiderio di offrire ai sacri pastori, in spirito di affetto collegiale, il proprio servizio, intende qui richiamare alcuni tra i punti essenziali della dottrina della Chiesa circa il ministro dell'eucaristia, trasmessi dalla viva tradizione ed espressi in precedenti documenti magisteriali (2). Presupponendo la visione integrale dei ministero sacerdotale presentata dal Concilio Ecumenico Vaticano II, essa giudica urgente, nella presente situazione, un intervento chiarificatore a proposito di questo particolare compito essenziale del sacerdote.



2. Opinioni errate

1. I fautori delle nuove opinioni affermano che ogni comunità cristiana, per il fatto stesso che si riunisce nel nome di Cristo e perciò beneficia della sua presenza indivisa (cfr. Mt 18,20), è dotata di tutti i poteri che il Signore ha voluto accordare alla sua Chiesa.
Ritengono inoltre che la Chiesa è apostolica nel senso che tutti coloro che nel sacro battesimo sono stati lavati e incorporati ad essa e resi partecipi dell'ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo, sono realmente anche successori degli apostoli. Dal momento poi che negli apostoli è prefigurata la Chiesa intera, ne conseguirebbe che anche le parole dell'istituzione dell'eucaristia, dirette ad essi, sono destinate a tutti2. Ne consegue anche che, per quanto necessario al buon ordine della Chiesa, il ministero dei vescovi e dei presbiteri non differirebbe dal sacerdozio comune dei fedeli quanto alla partecipazione al sacerdozio di Cristo in senso stretto, ma solo in ragione dell'esercizio. Il cosiddetto compito di moderare la comunità - che include anche quello di predicare e di presiedere alla sacra sinassi - sarebbe un semplice mandato conferito in vista del buon funzionamento della comunità stessa, ma non dovrebbe essere "sacramentalizzato". La chiamata a tale ministero non aggiungerebbe una nuova capacità "sacerdotale" in senso stretto - e per questo il più delle volte si evita lo stesso termine di "sacerdozio" -, né imprimerebbe un carattere che costituisca ontologicamente nella condizione di ministri, ma esprimerebbe soltanto davanti alla comunità che l'iniziale capacità conferita nel sacramento del battesimo diventa effettiva..
3. In virtù dell'apostolicità delle singole comunità locali, in cui Cristo sarebbe presente non meno che nella struttura episcopale, ciascuna comunità, per quanto esigua, qualora venisse ad essere privata a lungo di quel suo elemento costitutivo che è l'eucaristia, potrebbe "riappropriarsi" la sua originale potestà e avrebbe il diritto di designare il proprio presidente e animatore e di conferirgli tutte le facoltà necessarie per la guida della comunità stessa, compresa quella presiedere e consacrare l'eucaristia. Oppure - si afferma - Dio stesso non si rifiuterebbe, in simili circostanze, di accordare, anche senza sacramento, il potere che normalmente concede mediante l'ordinazione sacramentale.
A tale conclusione porta anche il fatto che la celebrazione dell'eucaristia viene spesso intesa semplicemente come un atto della comunità locale radunata per commemorare l'ultima cena del Signore mediante la frazione del pane. Sarebbe di più un invito fraterno, nel quale la comunità si ritrova e si esprime, che non la rinnovazione sacramentale del sacrificio di Cristo, la cui efficacia salvifica si estende a tutti gli uomini, presenti o assenti, sia vivi che defunti.
4. D'altra parte, in alcune regioni le opinioni errate circa la necessità di ministri ordinati per la celebrazione eucaristica hanno anche indotto taluni ad attribuire sempre minor valore nella loro catechesi ai sacramenti dell'ordine e dell'eucaristia.



3. La dottrina della Chiesa

l. Anche se proposte in forme abbastanza diverse e sfumate, le suddette opinioni confluiscono tutte nella stessa conclusione: che il potere di compiere il sacramento dell'eucaristia non è necessariamente collegato con l'ordinazione sacramentale. E’ evidente che tale conclusione non può assolutamente comporsi con la fede trasmessa, poiché, non solo si misconosce il potere affidato ai sacerdoti, ma si intacca l'intera struttura apostolica della Chiesa e si deforma la stessa economia sacramentale della salvezza.
2. Secondo l'insegnamento della Chiesa la parola del Signore e la vita divina da lui donata sono destinate fin dall'inizio a essere vissute e partecipate in un corpo unico, che il Signore stesso si edifica nel corso dei secoli. Questo corpo è la Chiesa di Cristo, da lui continuamente dotato dei doni dei ministeri "ben fornito e ben compaginato per mezzo di giunture e di legami, riceve l'aumento voluto da Dio" (Col 2,19) (3). Questa struttura ministeriale nella sacra tradizione si esplicita nei poteri affidati agli apostoli e ai loro successori, di santificare, di insegnare e di governare in nome di Cristo.
L'apostolicità della Chiesa non significa che tutti i credenti siano apostoli (4), fosse pure in modo collettivo; e nessuna comunità ha la potestà di conferire il ministero apostolico, che fondamentalmente viene accordato dal Signore stesso. Quando la Chiesa nei simboli si professa apostolica esprime, dunque, oltre all'identità dottrinale del suo insegnamento con quello degli apostoli, la realtà della continuazione del compito degli apostoli mediante la struttura della successione, in forza della quale la missione apostolica dovrà durare sino alla fine dei secoli (5).
Tale successione degli apostoli, che costituisce apostolica tutta la Chiesa, fa parte della viva tradizione, che per la Chiesa è diventata fin dall'inizio, e continua ad essere, la sua forma di vita. Perciò si allontanano dal retto sentiero coloro che oppongono a questa viva tradizione talune singole parti della Scrittura, dalle quali pretendono di dedurre il diritto ad altre strutture.
3. La Chiesa cattolica, che è cresciuta nei secoli e continua a crescere per la vita datale dal Signore con l'effusione dello Spirito santo, ha sempre mantenuto la sua struttura apostolica, fedele alla tradizione degli apostoli che vive e perdura in essa. Imponendo le mani agli eletti con l'invocazione dello Spirito santo, essa è consapevole di amministrare la potenza del Signore, il quale rende partecipi in modo peculiare i vescovi, successori degli apostoli, della sua triplice missione sacerdotale, profetica e regale. A loro volta i vescovi affidano, in vario grado, l'ufficio del loro ministero a vari soggetti nella Chiesa (6).
Perciò, anche se tutti i battezzati godono della stessa dignità davanti a Dio, nella comunità cristiana voluta dal suo divin Fondatore strutturata gerarchicamente, esistono fin dai suoi primordi poteri apostolici specifici derivanti dal sacramento dell'ordine.4. Fra questi poteri che Cristo ha affidato in maniera esclusiva agli apostoli e ai loro successori figura quello di fare l'eucaristia. Ai soli vescovi e ai presbiteri, che essi hanno resi partecipi del ministero ricevuto, è quindi riservata la potestà di rinnovare nel mistero eucaristico ciò che Cristo ha fatto nell'ultima cena (7).
Perché possano svolgere i loro compiti, e specialmente quello così importante di compiere il mistero eucaristico, Cristo Signore contrassegna spiritualmente coloro che chiama all'episcopato e al presbiterato con un particolare sigillo mediante il sacramento dell'ordine, sigillo chiamato "carattere" anche in documenti solenni del magistero (8), e li configura talmente a sé che essi, allorché pronunciano le parole della consacrazione, non agiscono per mandato della comunità, ma ""in persona Christi", il che vuol dire di più che "a nome di Cristo" oppure "nelle veci di Cristo"... poiché il celebrante, per una particolare ragione sacramentale, si identifica con il Sommo ed eterno Sacerdote", che è l'autore e il principale attore dei suo proprio sacrificio, nel quale in verità non può essere sostituito da nessuno" (9).
Poiché rientra nella natura stessa della Chiesa che il potere di consacrare l'eucaristia è affidato soltanto ai vescovi e ai presbiteri, i quali ne sono costituiti ministri mediante la recezione dei sacramento dell'ordine, la Chiesa professa che il mistero eucaristico non può essere celebrato in nessuna comunità se non da un sacerdote ordinato come ha espressamente insegnato il concilio ecumenico Lateranense IV (10).
Ai singoli fedeli o alle comunità che a causa di persecuzioni o per mancanza di sacerdoti sono private della celebrazione della sacra eucaristia per breve tempo, o anche a lungo, non viene comunque a mancare la grazia del Redentore. Se animati intimamente dal voto del sacramento e uniti nella preghiera con tutta la Chiesa invocano il Signore e innalzano a lui i loro cuori, essi in virtù dello Spirito santo vivono in comunione con la Chiesa, corpo vivo di Cristo, e con il Signore stesso. Perciò, uniti alla Chiesa mediante il voto del sacramento, per quanto sembrino lontani esternamente, essi sono intimamente e realmente in comunione con essa e di conseguenza ricevono i frutti del sacramento, mentre coloro che cercano di attribuirsi indebitamente il diritto di compiere il mistero eucaristico, finiscono per chiudere in se stessa la loro comunità (11).
Tale consapevolezza non dispensa però dal grave dovere dei vescovi, dei sacerdoti e di tutti i membri della Chiesa di pregare perché il "Padrone della messe" mandi operai secondo le necessità dei tempi e dei luoghi (cfr. Mt 9,37s) e di adoperarsi con tutte le loro forze perché venga ascoltata e accolta con umiltà e generosità la vocazione del Signore al sacerdozio ministeriale.



4. Invito alla vigilanza

Nel richiamare questi punti all'attenzione dei sacri pastori della Chiesa, la S. Congregazione per la dottrina della fede desidera offrire loro un servizio nel ministero di pascere il gregge del Signore con il nutrimento della verità, di custodire il deposito della fede e di conservare integra l'unità della Chiesa. E' necessario resistere, forti nella fede, all'errore, anche quando si manifesta sotto l'apparenza di pietà, per poter abbracciare gli erranti nella carità del Signore, professando la verità nella carità (cfr. Ef 4,15). I fedeli, che pretendono di celebrare l'eucaristia al di fuori del sacro vincolo della successione apostolica stabilito con il sacramento dell'ordine, si escludono dalla partecipazione all'unità dell'unico corpo del Signore, e perciò non nutrono né edificano la comunità, ma la distruggono.Ai sacri pastori incombe quindi il compito di vigilare perché nella catechesi e nell'insegnamento della teologia non continuino a essere diffuse le suddette opinioni errate, e soprattutto perché non trovino concreta applicazione nella prassi; e qualora si verificassero casi del genere incombe loro il sacro dovere di denunziarli come del tutto estranei alla celebrazione del sacrificio eucaristico e offensivi della comunione ecclesiale. Lo stesso dovere essi hanno nei confronti di coloro che sminuissero l'importanza centrale, per la Chiesa, dei sacramenti dell'ordine e dell'eucaristia. Anche a noi, infatti, è detto: "Predica la parola, insisti a tempo debito e indebito, confuta, esorta con tutta longanimità e volontà d'istruire... vigila attentamente, reggi alla prova, predica il Vangelo, adempi il tuo ministero" (2Tm 4,2-5).
La sollecitudine collegiale trovi, dunque, in queste circostanze una concreta applicazione, tale che la Chiesa indivisa, pur nella sua varietà di Chiese locali che collaborano insieme (12), custodisca il deposito affidatole da Dio tramite gli apostoli. La fedeltà alla volontà di Cristo e la dignità cristiana richiedono che la fede trasmessa rimanga la stessa e così porti a tutti i fedeli la pace nella fede (cfr. Rm 15,13).
Il sommo pontefice Giovanni Paolo II, nel corso dell'udienza concessa al sottoscritto cardinale prefetto, ha approvato la presente lettera, decisa nella riunione ordinaria di questa s. congregazione, e ne ha ordinato la pubblicazione.
Roma, dalla sede della Sacra Congregazione per la dottrina della fede, il 6 agosto 1983, nella festa della trasfigurazione del Signore.


+ Joseph card. RATZINGER
prefetto
+ fr. Jéròme HAMER o.p., arcivescovo tit.di Lorium
segretario
_____________________

La lettera fa esplicito riferimento a "Comunità" i cui insegnamenti e prassi si allontanano dalla fede cattolica.
C'è un movimento, in particolare che riproduce per intero la casistica contemplata nella lettera...
Dobbiamo chiederci anche il perché due anni dopo - il 9 dicembre 1985 - Giovanni Paolo II, parlando direttamente proprio ai sacerdoti neocatecumenali, rivolgesse loro queste parole: ""La prima esigenza che vi s’impone è di sapere mantener fede, all’interno delle Comunità, alla vostra identità sacerdotale. In virtù della sacra Ordinazione voi siete stati segnati con uno speciale carattere che vi configura a Cristo Sacerdote, in modo da poter agire in suo nome (cf. Presbyterorum ordinis, 2). Il ministro sacro quindi dovrà essere accolto non solo come fratello che condivide il cammino della Comunità stessa, ma soprattutto come colui che, agendo “in persona Christi”, porta in sé la responsabilità insostituibile di Maestro, Santificatore e Guida delle anime, responsabilità a cui non può in nessun modo rinunciare. I laici devono poter cogliere queste realtà dal comportamento responsabile che voi mantenete. Sarebbe un’illusione credere di servire il Vangelo, diluendo il vostro carisma in un falso senso di umiltà o in una malintesa manifestazione di fraternità. Ripeterò quanto già ebbi occasione di dire agli assistenti ecclesiastici delle associazioni internazionali cattoliche: “Non lasciatevi ingannare! La Chiesa vi vuole sacerdoti, e i laici che incontrate vi vogliono sacerdoti e niente altro che sacerdoti. La confusione dei carismi impoverisce la Chiesa, non la arricchisce” (Giovanni Paolo II, Allocutio, 4, 13 dicembre 1979: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, II/2 [1979] 1391).""


La grande guerra del Concilio

Reinserisco alcuni brani del lunghissimo articolo già proposto da Steph. Chi volesse consultarlo integralmente può prelevarlo dalla "Documentazione" del Sito

La grande guerra del Concilio.
Alla ricerca della continuità evolutiva del Vaticano II tra interpretazioni ufficiali e forzature "neoteriche".
di Mons. Brunero Gherardini

Proprio così: "la grande guerra del Concilio". E forse anche al Concilio. Lo dichiara o lo lascia capire Maurizio Crippa dalla prima pagina de "Il Foglio" (XII, n. 266), interamente dedicata all'argomento; e rincara la dose: "la più ponderosa battaglia culturale del Novecento". Si riferisce al convegno celebrato ad Ancona il 10 nov. 2007, per iniziativa del Centro Studi "Oriente Occidente" sul filosofo e filologo svizzero Romano Amerio, ben noto per la sua opera principale Jota unum (1985). Chi avesse osato citare anche solo occasionalmente "Jota unum" o il successivo "Stat veritas", uscito subito dopo la morte dell'Autore (1997), avrebbe corso il rischio d'esser additato al pubblico ludibrio.

Con un linguaggio un po' aulico ma anche con indubbia preparazione filosofica, filologica e teologica, Amerio aveva messo il dito sulla piaga più scottante del momento: la rottura che i "neoterici" [portatori di un "nuovo pensiero"], come lui chiamava gli'innovatori del Vaticano II, avevan operato ai danni della Tradizione. Era, la sua, un'opera di paziente analisi dell'innovazioni avventatamente introdotte, dei forzati cambiamenti di senso, degli errori evidenti e di quelli più sotterranei ma non per questo meno pericolosi; insomma, un'aperta e coraggiosa denuncia. Un immediato successo, poi un silenzio di tomba. E chi si provava a far della denuncia l'oggetto d'un dibattito serio e responsabile, veniva bollato, con superficiale indelicatezza e mancanza di carità, come anticonciliare.


Una mazzolata. Se non che, oggi anche Amerio potrebbe dire: "Post fata resurgo". Nel 2005 fu al centro d'un convegno a Lugano (i cui Atti son già di pubblico dominio) su "L'umanista, il luganese, il cattolico"; e sempre in quell'anno comparve una sua biografia. È annunciata per il 2008 una nuova edizione di Jota unum. E gli Atti del convegno d'Ancona son già sotto i torchi della benemerita editrice "Fede & Cultura".


Come se non bastasse, "L'Osservatore Romano", "La Civiltà Cattolica" ed uomini di vertice sembrano avallare il convincimento di Divo Barsotti sull'opportunità di fa cadere un tabù a difesa "d'un vero cristiano". Su questo vero cristiano, ecco il convegno d'Ancona. Ed ecco pure, all'interno di esso, la netta presa di posizione di S.E. Rev.ma Mons. Agostino Marchetto il quale, senza mai nominar Amerio, passa al vaglio le idee dei "neoterici" bolognesi e ne fa polpette. Distrugge, cioè, le conclusioni della scuola fondata da Dossetti (anche a me nota, per averne frequentato da giovanissimo il Centro di Documentazione, dove trovavo ciò che non trovavo altrove su Lutero e la Riforma) e diventata con Alberigo, Melloni ed altri una centrale potentissima dell'avanguardismo cattolico. Il condensato di codesto avanguardismo, ammantatosi di dignità conciliare, si sprigiona da ogni pagina della monumentale storia del vaticano II (specie del V volume) a cura di Giuseppe Alberigo, dove il Vaticano II è studiato, analizzato e descritto non solo come la zona di confine fra un cattolicesimo di tradizione, di dogmi e di canoni ed un cattolicesimo propulsivo, acculturato e comunionale, ma come la forza dirompente che neutralizza il primo ed inaugura il secondo. In realtà, nella serrata critica di Mons. Marchetto non c’è nulla di nuovo; tutto era già stato detto, papale papale, a varie riprese in articoli e studi poi confluiti nei due grossi volumi: Chiesa e papato nella storia e nel diritto, Vaticano 2002 e Il Concilio Ecumenico Vaticano II, ivi 2005. La sua stella è la Tradizione; e la chiave di lettura della Tradizione stessa e di tutto quanto si muove nella storia è il metodo critico. C’è in lui un piglio battagliero, non disgiunto dalla gioia di rimetter le cose nella loro giusta prospettiva; incarna il “felix qui potuit rerum cognoscere causas” (1).

Ciò che oggi colpisce è non solamente e soprattutto l’ermeneutica conciliare della continuità-discontinuità. Pure il Papa ne ha parlato alla Curia Romana il 22 dicembre 2005. Non mi consta che i “neoterici” abbian cambiato convinzione. Una riaffermazione così perentoria della perenne attualità ed immutato valore della Tradizione era, fin a poco fa, quasi impensabile. Che il Concilio fosse presentato nella linea della continuità evolutiva o in quella d’una netta contrapposizione al passato, l’interesse veniva con forza richiamato dalle “novità” conciliari. D’accordo, “aliter tamen ac taliter”, per motivi nettamente diversi, non impedendo gli uni la preferenza del passato nel presente, precludendola gli altri. Ma, in pratica, il discorso si fermava sul nuovo o perché in esso confluiva l’impeto inarrestabile della pastoralità conciliare, o perché esso costituiva il voltafaccia conciliare al primato verticistico, intellettualistico, giuridico.

[...] In quella che ho chiamato interpretazione ufficiale si nascondeva un difetto che, comprensibilmente ma non legittimamente, contagiava la produzione storico-teologica, o almeno quanti, fra storici e teologi, più che della ricerca sulle rispettive fonti, si preoccupavano di riecheggiar il Vaticano II e la sua ufficiale volgata. Un grave difetto, a mio modesto parere: non senza qualche rara eccezione, si giustificava il Vaticano II riproponendolo. Lo stesso difetto si nota nella volgata opposta, alla quale S.E. Mons. Marchetto ha sbarrato la strada, guadagnandosi la stima e la gratitudine di chi né s’entusiasmava alla richiesta d’un Vaticano III, né supinamente accettava la riduzione del II ad una funzione di rottura.

... Almeno due volte, nell’immediato postconcilio, mi ritrovai gomito a gomito col prof. Alberigo, da poco scomparso, a discutere di collegialità, “Nota explicativa praevia” ed ecumenismo. Alberigo aveva sposato la politica detta allora “del carciofo” per ridurre ai minimi termini, foglia dopo foglia, il primato del Romano Pontefice e la sua infallibilità “ex cathedra”, le prerogative della Chiesa e del suo Magistero. In me non poca meraviglia suscitava la “personale infallibilità” del Professore nell’imporre la sua interpretazione, ch’era poi un progetto: sostituire alla Chiesa della dottrina, del magistero e della compattezza unilaterale una Chiesa della comunione. E – ovviamente – della libertà.

... Nessuno può negare che il Vaticano II sia stato grande: un Concilio che allinea nell’Aula conciliare oltre 2540 vescovi, 42 uditori laici e 90 osservatori non cattolici (2), ed allarga il proprio orizzonte su quasi tutte le tematiche teologico-culturali del momento, non è una bagatella. Ma proprio questo Concilio, e per sua diretta confessione, rinunzia ad incidere dottrinalmente sul mondo contemporaneo, dichiarando che il valore dogmatico dei propri asserti è quello delle singole verità precedentemente definite, cui tali asserti si riferiscano. Tutto il resto va sotto l’etichetta “pastorale”, ovvero dell’adattamento, dell’inculturazione, del dialogo: insomma di ciò che formalmente è altro rispetto al dogma e alla dottrina.

Stando così le cose, non sembra corretto continuar ad esaltare oltre il dovuto il valore “dottrinale” del Vaticano II. C’è di più. Io pure penso che l’unica chiave di lettura del Vaticano II sia quella della continuità evolutiva. È possibile esprimerla in vari modi, ma il concetto dovrebbe restar sempre quello del valore tradizionale che s’affaccia sulla soglia del presente, concorre ad illuminare e risolverne i problemi e prepara il futuro.

... Non solo i “neoterici”, ma gli stessi commentatori di tutt’altro sentire annuivano alla tesi della cattolicità allargata e non pochi decisamente la sostenevano. Più tardi, quando lo stesso Magistero volle per almeno due volte (3) riaffermare l’identità fra Chiesa di Cristo e Chiesa cattolica, si richiamò pure – forse per addolcire la pillola e tacitare le reazioni facilmente prevedibili – al famoso “subsistit in” e non certo in senso restrittivo. Il risultato? Gli acattolici, purtroppo, videro in tutto ciò soltanto il ritorno da “in” del Vaticano II ad “est” della precedente ecclesiologia e se ne lamentarono altamente. Ma un tale lamentato ritorno è una conferma dell’innovazione conciliare circa il concetto e la portata della cattolicità.

Quanto alla collegialità, mi riferisco in particolar modo alle affermazioni di Lumen gentium 22/b, secondo le quali il Romano Pontefice ed il Collegio dei Vescovi hanno sulla Chiesa “piena suprema ed universale potestà”, che tuttavia il Pontefice “può sempre esercitare liberamente”, mentre il Collegio non può “se non consenziente il Romano Pontefice”. Non sfugge all’attenzione del lettore, e soprattutto dello studioso, l’affermazione d’un “a pari” a mala pena temperato. Introdotto da un “subiectum quoque” (è esso pure soggetto) che mette il Collegio sullo stesso piano del Papa, “l’a pari” opera un’insostenibile innovazione rispetto alla struttura piramidale della Chiesa, al concetto di Collegio di per sé sempre composto da membri di pari grado e all’assurdo d’una “potestà piena suprema universale” nelle mani di due distinti titolari.

Ad evitare che si movessero al Concilio obiezioni di tale e tanta gravità, escogitai la distinzione tra “quoque” predicativo (oltre a ciò, è anche) e “quoque” reduplicativo (è questo ma è anche altro), negando il reduplicativo a favore del predicativo, cosicchè fosse chiaro che il Collegio, nelle forme previste e definite, era “anche” partecipe, col Papa e sotto il Papa, alla piena suprema universale potestà sulla Chiesa, ma non “anch’esso” dotato di tale potestà. La conclusione, pertanto, era quella d’una collegialità intesa quale continuità dei Dodici, sotto la primazialità di Pietro e mai contro o senza di essa. Una continuità, quindi, che fa del Papa, in quanto vescovo, un membro del Collegio, ma che, in quanto vescovo di Roma, cioè in quanto Papa, lo costituisce principio e forma perfettiva del Collegio. Con questa conseguenza: non si danno nella Chiesa due soggetti di pari potestà, ma due esercizi d’una sola e medesima potestà: l’uno del Papa e l’altro del Papa con i Vescovi.

I commentatori, tuttavia, ufficiali o no, continuarono e continuano (4) ad enfatizzar una collegialità innovativa e antistorica, agganciandola a precedenti che con essa – ossia con la collegialità da loro declamata – han quasi nulla in comune. L’innovazione, per lo storico non meno che per il teologo, è evidente. Ed almeno in riferimento a tale innovazione, sia da parte di chi inneggia al Concilio-evento, sia da parte di chi inneggia invece al Concilio-continuità ed evoluzione, non si dicon cose diverse.

Resta, peraltro, incontrovertibile la posizione dei “rerum novarum cupidi” che non han mai cessato d’opporre la propria all’interpretazione ufficiale. Disponendo di mezzi ingenti, han potuto affidare la loro volgata del Vaticano II non a qualche bollettino parrocchiale – anche se va detto che in non pochi di questi bollettini, nel quotidiano della Cei ed in quasi tutt’i settimanali cattolici proprio codesta volgata trovò le porte spalancate – bensì a case editrici di grande prestigio e di non inferiore potenza economica.

... Perfino in alcuni documenti curiali il Concilio vien presentato ed esaltato indipendentemente da una sua analisi storico-scientifica. C’è in ciò una vaga analogia all’Autopistia protestante: un’autogiustificazione intrinseca ai documenti stessi, come se l’esegesi d’un testo conciliare godesse d’una sua immanente evidenza o si risolvesse nella tautologia del medesimo. Eppure, per un “esegeta” di buona volontà non mancava la possibilità di procedere sulla scorta d’una documentazione sicura. .... Peccato che il metodo critico non sia stato il punto forte dell’esegesi stampata né di quella ufficiale.

A render ancor più ingarbugliata la matassa, prima con una certa cautela, poi, specie in clima voitiliano, sempre più apertamente e spavaldamente, operò il c.d. dialogo ecumenico. Scorrendo i volumi dell’Enchiridion oecumenicum, c’è da spaventarsi: la difesa d’una verità o d’un asserto teologico cattolico sembra, quando c’è, una timida e garbata richiesta di scusa; prevalente è l’aperturismo sempre meno controllato, il cui esito, in nome del Concilio, rivela in non pochi casi il rovesciamento delle posizioni conciliari. È vero, allora, quanto Mons. Marchetto rimprovera ai progressisti, forse volutamente ignorando che, almeno in parte, anche sul versante opposto qualcuno meriterebbe il medesimo rimprovero: che cioè “la fede e la Chiesa non appaiono più coestensive con la dottrina, la quale non ne costituisce neppure la dimensione più importante…

L’adesione alla dottrina e soprattutto ad una singola formulazione dottrinale” ha ormai cessato “d’essere il criterio ultimo per discernere l’appartenenza all’Unam Sanctam”. ...