lunedì 6 febbraio 2023

Neocatecumenali insegnano nei corsi di preparazione al matrimonio portando se stessi ad esempio: ma è proprio il caso?

Un esempio di convivenza nel Cammino
Abbiamo già parlato in più  occasioni dei corsi di preparazione al matrimonio organizzati dai neocatecumenali, anche alla luce dei commenti letti sui social, sui forum o sulle riviste on line, osservando i loro numerosi punti di caduta.

In primo luogo abbiamo considerato il fatto che vengano presi come un occasione per fare campagna acquisti per le comunità  del Cammino, e a questo scopo si cerchi di trasmettere alle coppie partecipanti una grande insicurezza sulla qualità e sulla durata del loro rapporto lontani da una comunità  (quella neocatecumenale) che preghi per loro, che sia loro di guida e di supporto costante.

Questa insicurezza e un certo grado di pessimismo viene instillato anche tramite le esperienze raccontate dalle coppie dei catechisti, che invariabilmente, descrivono il loro rapporto come sempre sull'orlo di cadere nel baratro del fallimento, oppure tendono a esaltare gli aspetti negativi del matrimonio, il fatto che il coniuge sia una croce da portare con rassegnazione, sempre allo scopo di convincere i promessi sposi che, da soli, non saranno certamente  in grado di affrontare tutti i pericoli, le incomprensioni e le sofferenze in agguato nel prossimo futuro matrimoniale.

Ci sono poi altri aspetti, come il tentativo di fare un'operazione di love bombing, invitando le coppie a casa propria, allestendo ogni volta le celebri "agapi" neocatecumenali, oppure anche il fatto che il corso non venga integrato con una trattazione sui sistemi naturali di programmazione familiare, pur permessi dalla Chiesa, che appesantiscono vieppiù questi corsi neocatecumenali.
Noi sappiamo inoltre che gli argomenti  non sono decisi autonomamente dal parroco o dai catechisti, ma, come al solito, c'è  un mamotreto kikiano che stabilisce cosa si debba dire e anche gli atteggiamenti che si devono tenere.

Un aspetto su cui naturalmente il mamotreto non può dare indicazioni specifiche è  il racconto della propria esperienza da parte delle coppie di catechisti. Ma conoscendo il Cammino neocatecumenale possiamo dire che non c'è in realtà nulla di più scontato.

Leggendo un'intervista ad una coppia di catechisti neocatecumenali su Aleteia, impegnati appunto nei corsi in preparazione  al matrimonio, e seguendo passo passo le loro dichiarazioni, possiamo farne un breve ripasso.
Innanzitutto: il Cammino ha salvato il loro matrimonio. Anzi, in primo luogo non si sarebbero neppure sposati, senza il Cammino neocatecumenale. In questo caso, la allora fidanzata era in Cammino  (probabilmente di famiglia neocatecumenale) e lui no, ma fa la catechesi per entrare. Assicura di essere stato lasciato nella più completa libertà, in proposito. E noi non abbiamo dubbi: spesso il fidanzato neocatecumenale lascia all'altro la libertà  di decidere di non entrare in Cammino, riservando però  a se stesso la libertà, in quel caso, di non sposarlo

Ricordiamo l'insistenza di Kiko e catechisti, nei confronti dei giovani, di non sposarsi con chi non è  nel Cammino: secondo Kiko la ragazza conosciuta all'università ha addirittura una "diversa natura".

Afferma infatti Kiko Argüello: "Se un ragazzo del Cammino ha passione per una ragazza carina dell'università, non si rende conto che lì c'è una realtà completamente diversa. C'è un santuario diverso dal tuo."
Parole forti, che sappiamo condizionare fortemente  le scelte di vita dei giovani neocatecumenali.


Carmen: "Sin la mujer no hay descendencia"
Seconda caratteristica  comune nelle spose neocatecumenali, che ritroviamo nell'intervista: prima del matrimonio  non hanno alcun istinto materno. Non  succede alle ragazze del Cammino come a quelle "del mondo" che magari desiderano avere figli ma rimandano perché  vogliono prima avere un lavoro sicuro, la casa oppure anche non si sentono pronte per questa scelta. No: le neocatecumenali dichiarano di non aver voluto avere figli. Forse perché provenendo da famiglie neocatecumenali a loro volta hanno sofferto nell'avere tanti fratelli, magari più  piccoli di loro, a cui hanno dovuto accudire. Oppure è  una dichiarazione che viene fatta per poter considerare un "miracolo inaspettato" l'aver poi fatto un certo numero di figli. Certo che, sempre, dimenticano di dire che poi i figli li hanno desiderati, prima di generarli. Noi speriamo che sia così, perlomeno.

Fatto sta che "il Signore le ha donato figli prima ancora che li desiderasse", cioè a pochissimi mesi dal matrimonio. Come è  normale per tutte le coppie del Cammino, che, se non cominciano a figliare immediatamente, vengono sospettate di non essere "aperte alla vita". Per questo, facciamo veramente fatica a credere alla dichiarazione di lei "quando ci siamo sposati mai avrei pensato di avere sette figli, se me lo avessero detto li avrei presi per pazzi": anche questo sembra il solito copione neocatecumenale: "ma guarda in po', non sapevo che in Cammino si facesse a gara a chi fa più figli". Ma proseguiamo.
Segue la descrizione dettagliata di due gravidanze e relativi parti da incubo.
Dopo i quali lei ha una comprensibilissima paura di restare nuovamente incinta, anche perché erano passati i due anni prescritti dal medico di attesa per una prossima gravidanza. E quindi lei non aveva più  "giustificazioni mediche" per non proseguire con la scaletta delle gravidanze, aggiungiamo noi.
Due figli, per una coppia del Cammino, equivalgono alla sterilità; al punto tale che molti tengono conto anche dei figli perduti con aborti spontanei  per aumentarne il numero. Alla temuta domanda "quanti figli hai?" è  possibile così  rispondere, magari: "ne ho cinque, tre in cielo" e così  si è  a posto con i canoni richiesti dal Cammino.

Promessi sposi nc alla GMG
Continua il racconto:
"Mi sono chiusa alla vita e questo ha generato una profonda crisi spirituale. Ho cominciato prima a non andare più in comunità, poi nemmeno in chiesa. Il nostro matrimonio ha rischiato di saltare, un periodo davvero brutto e difficile. Avevo fatto tutto come era giusto: casa, scuola, chiesa, perché avevo dovuto subire un’esperienza così negativa? Mi sembrava tutto sbagliato, che il Signore con me aveva toppato tutto, che non doveva andare così perché ero stata una brava ragazza. Buona con la mia famiglia d’origine, studiosa a scuola. A 23 anni laureata, a 24 sposata, a 25 primo figlio, a 27 il secondo. E Dio non poteva farmi questa cosa qua, non era giusto che mi “punisse”, che mi desse una storia così, non me lo meritavo e non l’accettavo. Per me era diventato tutto una grande fregatura. Avevo dentro una rabbia e una ribellione fortissima. La mia fede era molto infantile, immatura, basata ancora sul meritarsi le cose. Non mi importava più di niente, sentivo mio marito sempre più lontano da me, e il nostro matrimonio era sul punto di sfasciarsi.
Una sera i catechisti vennero a visitare la nostra comunità. Mio marito decise di andare. Il nostro catechista gli chiese: “dov’è tua moglie?”, “a casa”. E loro: “vai a prenderla”. Mio marito venne da me pieno di dubbi, non pensava di riuscire a convincermi. Ricordo che gli dissi in malo modo: “vengo ma non chiedermi niente. Non voglio ascoltare. Mi siedo su quella sedia e basta”. Da quell’incontro abbiamo ricominciato a frequentare la comunità, io sempre arrabbiata e con quella chiusura fortissima. Però il semplice fatto di andare è bastato al Signore per addolcire il mio cuore poco a poco. Ad un certo punto mi ritrovai incinta
".

Qui c'è qualche incoerenza di fondo. Perché  mai una donna che non voleva avere figli né  aveva istinto materno, arriva al punto di piombare in una grave crisi spirituale perché può  avere, per il momento, "solo" due figli?

Dal racconto, risulta evidente invece che aveva ben chiaro come dovesse andare la sua vita: laurea, matrimonio, figlio numero 1, 2, 3 eccetera, probabilmente al passo con altre coetanee in comunità già madri per la terza, quarta, quinta volta...
Per carità: ognuno ha il diritto ad avere i propri progetti. Ma allora, a che pro negarli?
Immaginiamo che questo sia il racconto fatto anche nei corsi prematrimoniali, portando ad esempio una vicenda di vita del tutto incomprensibile a chi, pur cattolico, non conosce le dinamiche del Cammino neocatecumenale.
Per chi lo vive, invece, non c'è  altra realtà che questa!

Il fatto poi che i catechisti "mandino a prendere" la moglie assente in crisi con il Cammino, è  anch'esso normalità  nel Cammino: tutto si risolve in questo modo, con l'intromissione degli "autorevoli catechisti" nella vita e nelle ferite della coppia. E non sempre questo modus operandi si conclude con una riconciliazione, spesso anzi aumenta le tensioni nella coppia, i sensi di colpa, le accuse reciproche fino alla rottura.

Alla domanda dell'intervistatore "Quante volte vi hanno chiesto: “come fate a campare con 7 figli?
è il marito a rispondere: "Provvidenza. Te ne raccontiamo una delle tante. All’interno del percorso del Cammino neocatecumenale è previsto un pellegrinaggio in Terra Santa: c’era da pagare il viaggio in Israele e noi non potevamo permettercelo. I soldi invece sono arrivati. 20 anni fa avevo fatto una banale polizza vita che è scaduta tre giorni prima della data in cui andava fatto il bonifico per il viaggio. Chi se lo immaginava."
Ecco un'altra risposta non accettabile, anch'essa sicuramente data nei corsi alle coppie che si preparano alle nozze. Ci sono tante altre risposte da dare: ci mantengono i genitori... abbiamo un vitalizio... i fratelli di comunità si sobbarcano alcune spese. Certo che tutto è Provvidenza: ma c'è sempre qualcuno da ringraziare per essersi fatto provvidenza al posto tuo.
Sorvoliamo poi sull'uso dei proventi della assicurazione sulla vita, che di solito nelle famiglie normali sono stipulate per aiutare a sostenere, un domani, i figli negli studi, per andare alla Domus ad adempiere all'obbligo di uno dei tanti pellegrinaggi forzati neocatecumenali.
Nell'ordine della carità, un posto predominante lo ha l'obbligo di sovvenire ai propri doveri di stato, in particolare nei confronti dei figli.

Per quanto riguarda l'apporto dato alle coppie che vengono ai loro corsi prematrimoniali, si sostanzia in questo, sempre secondo quanto risulta dall'intervista: raccontare la propria esperienza (e questo l'avevamo intuito) e dire loro, che già sono fragili e pronte all'idea il loro rapporto potrebbe non durare per sempre e finire, prima o poi, che "senza la Parola a cui aggrapparsi si va subito dall'avvocato".
Difficile allora capire come matrimoni di credenti vadano in frantumi ed altri, fra non credenti, siano incredibilmente  duraturi. Sembra di sentir riecheggiare Kiko che, al Family Day, dava sua personale interpretazione del femminicidio analizzando le motivazioni che possono spingere un uomo a uccidere moglie e bambini: poiché un marito "si nutre dell'amore della moglie", quando la moglie lo abbandona "il primo moto (!!!) è quello di ucciderla" perché "sperimenta il non essere amato e il non amore è un inferno".

venerdì 3 febbraio 2023

Del Cammino Neocatecumenale Kikocentrico e dei suoi frutti ovviamente marci.

Due catechesi preparano all'ascolto del Kerigma nel mamotreto delle catechesi iniziali:

V Giorno: Chi è Dio per te?
VI Giorno: Chi sono io?

CHI SONO IO?
E’ tutta una catechesi "esistenziale" fatta da Kiko per connettere gli ascoltatori alla sua pseudo-dottrina che andrà ad esplicitare nel SUO Kerigma soggiogante, così come lo ha abilmente strutturato per poi ripeterlo, in maniera parossistica, ai suoi adepti fino alla consunzione totale (degli adepti, si intende! Che lui non si consuma mai, ma in questa opera si rigenera ogni giorno!).
Opera di abbindolamento delle menti e delle coscienze, che negli anni successivi andrà mano mano sempre più abilmente a plagiare il popolo neocatecumenale a sua immagine e somiglianza.
In questa catechesi Kiko riproduce molti dei suoi disagi giovanili e delle sue paranoie e paturnie varie. Solo con gli anni ho compreso che Kiko non era assediato da una crisi esistenziale, degna sicuramente di uomini migliori di lui, connotata da una onesta ricerca del senso della vita e del significato della morte che porta all'incontro profondo e vero con Dio.
Kiko, centrato sempre e solo su se stesso: è sotto gli occhi di tutti il fatto inconfutabile che il Cammino Neocatecumenale, purtroppo per Kiko e ancor più per gli sfortunati che lo seguono, non è Cristocentrico ma Kikocentrico.

                       Guardate questa assemblea celebrante nella Tenda di Porto San Giorgio:

                                                  tutto parla di lui e Kiko è al centro.



Questo dato è innegabile e dettagliatamente esposto in un numero infinito di articoli, post e commenti di chi il cammino lo ha fatto come me, che per 30 anni ho vissuto a stretto contatto con loro.
Ed è evidente ancor oggi, dopo tanto tempo che ho lasciato il cammino e continuando a seguirli da lontano.


Il Vangelo dei Miserabili by Kiko
Il Cammino Neocatecumenale è Kikocentrico.

CHI SONO IO? Questa catechesi che Kiko definisce “esistenziale” e che dipinge l’uomo nei suoi travagli quando cerca di scoprire il “senso della vita” e combatte col non-senso - che come in una morsa stringe ogni cosa a causa della ineluttabilità della morte - infondo parla del Kiko giovanile, il Kiko a paranoia del Vangelo dei Miserabili, il Kiko del Servo di Jhavè che una volta incontrata Carmen si è emancipato rapidamente vestendo un nuovo look, che ha assunto “di pronto” e di buon grado perché a lui più confacente (Kiko deve moltissimo a Carmen, tutto quello che è diventato).
Kiko aveva vissuto in quegli anni lontani un solo disagio (basta leggere alcuni suoi racconti autobiografici): quello di non riuscire a imporsi come un Numero UNO, come leader.
Kiko era alla ricerca spasmodica del successo personale, del prendersi la scena. Altro che di Dio.
Se la sua fosse stata una vera ricerca di Dio avrebbe avuto a cuore per prima cosa la salvezza della sua anima e quella delle persone che Dio gli affidava e gli metteva nelle mani. Avrebbe sacrificato se stesso per loro e non viceversa, come di fatto ha fatto.

Tutto nel cammino è asservito al gigantesco e ingombrante IO kikiano (il famoso YO YO YO di cui Carmen lo accusava sempre). Avrebbe fatto di tutto, lui che da sempre si autoproclama presuntuosamente “Giovanni Battista in mezzo a noi”, per far “crescere” Cristo nella vita delle persone e, man mano che Cristo cresceva, avere per sé un solo desiderio: “diminuire”, scomparire dalla scena. Ma questa cosa Kiko mai l’ha fatta ed è lontanissima da lui che incita i fratelli ad ogni annuncio a ringraziare Dio del gran dono di aver loro dato per la vita un simile catechista: Kiko Arguello, che ha rinunciato a tutto per loro e al quale devono obbedienza assoluta e cieca per fare la volontà di Dio sulla quale da soli non hanno alcun discernimento...
Perché Kiko con la sua opera ha costruito nient'altro che il suo impero. E lui si è posto al centro; tutto ruota intorno a lui, tutto è grazie a lui e per lui. Punto.

Qualcuno vuole provare a smentire?
Quando mai si è vista un’opera nella Chiesa in cui il fondatore o l’iniziatore ha più visibilità del Signore stesso?
Kiko è stato dominato sempre da un'esigenza incontenibile di diventare qualcuno ad ogni costo. Altro che travaglio esistenziale. E lo dimostra il semplice fatto che una volta conquistato il palcoscenico non è sceso mai più da esso. Non ha consentito a nessuno di diventare comprimario con lui, neanche a Carmen, men che meno a padre Mario, soprannominato a ragione e in maniera esaustiva "pesce rosso".

Neanche i secondi ha mai sopportato, se è per questo. Solo sottoposti ossequianti, adulanti, succubi, obbedienti e ripetitori delle sue stesse parole a pappagallo.

Nessuno mai ha potuto arricchire il Cammino con un suo contributo, eppure lo stesso Kiko lo ripeteva spesso che è lo Spirito Santo che nel Neocatecumenato guida e governa tutto!
Ma lo Spirito Santo - fino a prova contraria - soffia dove vuole e quando vuole e tu “ne senti la voce, ma non sai da dove viene e dove va.…”.
("Nessuno lo tiene nel borsellino"
, parola di Kiko, che poi, guarda caso, mette in mezzo proprio il borsellino, chi sa mai perché?!).
E dunque lo Spirito Santo può benissimo scegliere altre vie in alcuni momenti, altre persone, fratelli comuni che non siano lui nè da lui scelti, giusto?
Magari l’ultimo della comunità!
Mica deve chiedere il permesso a Kiko, ogni volta.

Vogliamo tralasciare qui la storia di Fabio Rosini o di Daniel Lifshitz e di tanti altri meno noti. Ci basta richiamarli alla memoria. Con tutti Kiko ha fatto lo stesso. Dal più grande al più piccolo.
Era comunque sorprendente vedere che, se a qualcun altro veniva qualche idea e questo qualcun altro trovava finanche il coraggio di esprimerla veniva pubblicamente redarguito severamente e aspramente. Sempre con le solite stolte accuse degne di un complessato: "Tu pensi di essere più intelligente di me?" "Nel Cammino nessuno deve inventare niente, tutto passa per il nostro (di Kiko e di Carmen) discernimento" e fregnacce simili. E chiedo scusa, ma la mia esperienza è un poco datata. Queste cose risalgono tutte agli anni d'oro del Cammino.
Quando i due Iniziatori “unici” erano al loro fulgore e padre Mario, sempre in cura per una depressione serpeggiante (vorrei vedere noi al suo posto!), faceva il paravento ecclesiastico di facciata.

Ora per sgombrare il campo da residui dubbi faccio un esempio banale ma che la dice lunga.

Kiko non ha mai sopportato neanche che lo Spirito Santo avesse disposto un giorno di ispirare il canto dello Shemà non a lui ma al povero Giorgio Filippucci, che per questa cosetta e varie altre spesso e volentieri veniva bastonato perché calasse la cresta, come suol dirsi. Ma Giorgio sinceramente non dava proprio l’impressione di essere un gran presuntuoso. Era Kiko geloso (e anche invidioso) a dipingerlo così. Kiko vedeva nemici dappertutto!
Apro una breve parentesi:
(Vedeva forse negli altri i suoi peccati? Quante volte abbiamo sentito dalla sua bocca negli scrutini “Il fratello è lo specchio dei tuoi peccati!” - altro mantra ripetuto a pappagallo dai kikatekisti sguinzagliati per il mondo ai loro diretti catecumeni - questo per irretire, per ridurre al silenzio e all’ipocrisia per paura: chi osava denunciare quel che subiva, finiva per essere bastonato lui ben bene con il “NON giudicare” e il devi chiedere perdono TU al fratello che hai giudicato”.)

Quando Filippucci è morto ma già prima, pian piano con gli anni, l'autore dello Shemà è diventato lui nel convincimento di tutti. Kiko non poteva concepire di avere a che fare con chi sapeva e accettava di essere un “servo inutile” per un motivo semplicissimo: lui non si è mai considerato né servo né inutile ma indispensabile e unico e insostituibile e anche molto bravo e dotato di inestimabili talenti… che chi sa che carriera avrebbe fatto come pittore se non avesse rinunciato a tutto per loro… e tutto questo lo faceva pesare. Questa la verità falsa a cui ha sempre creduto e crede per cui si dà le arie di portare il mondo sulle spalle, con gran fatica! Per questo Kiko detestava tutte le persone che con uno spirito buono stavano dietro a lui e ce n'erano, e hanno tutti sofferto tanto. A parte che Filippucci, morto anche all’improvviso e giovane ancora, si è ritrovato, come tanti altri itineranti che lo hanno servito tutta la vita, a non essere mai ricordato, mai compianto. Ma certo. Questa è roba da donnicciole dalla fede debole, devote e religiose naturali.

Un piccolo quadretto esplicativo sul destino dei seguaci del percorso neocatecumenale, ovvero dei frutti marci inevitabili:

da Tomista EX nc :

“Mi interesserebbe conoscere qualcosa in più sul rapporto tra Giorgio Filippucci e Kiko. Quando morì avevo solo 9 anni, ma sapevo chi fosse perché in famiglia si ascoltavano le sue versioni dei canti, anche in macchina. A tal proposito mi vengono in mente due cosette.
Ho sempre fatto il cantore, sin dall'età di 13 anni, ed ho sempre preferito (e diffuso) le interpretazioni di Filippucci a quelle di Kiko, rifacendomi a queste durante l'esecuzione dei canti. Per questo motivo venivo spesso redarguito dal capo-cantore, in quando non "fedele al carisma". Lo stesso Morfino vietava apertamente e pubblicamente di imparare i canti da Filippucci.
Ricordo che durante una convivenza dei cantori disse: "Proibito registrare i canti, proibito metterli su internet. Ci provò tanti anni fa Filippucci con Radio Maria facendo arrabbiare Kiko. Per questo poi è morto!" (Risate dei presenti).
Da cosa derivava questa ostilità? Possibile ci sia stata una sorta di damnatio memoriae? O si tratta semplicemente di invidia?”


Una cosa simile da Morfino o da altri lì dentro io non l'avevo mai sentita. Raccapricciante. Non trovo altre parole. Si vede che nella sua zona, dove faceva il vicerè, andava ancor più a ruota libera.
Ma certi atteggiamenti li teneva pure in assemblea di itineranti. Morfino era un minus, sotto tutti gli aspetti. Eppure ha fatto una gran carriera come itinerante perchè così si deve essere: funzionali al sistema con grande efficacia e fedeltà. Purtroppo Morfino era fatto così! Non parlava mai seriamente, faceva il simpatico, una sequenza ininterrotta di battute, stupide per la gran parte e sempre inopportune. Sperava forse così di compensare la sua palese inconsistenza.

Ma il vero responsabile di tanta inconcludenza era Kiko che per primo ridacchiava, legittimando - di fatto - lo sbracamento generale e incontrollato dell’assemblea gaudente alle sue cretinate.

Ricordo una volta mentre Morfino relazionava tutti i problemi provocati come sempre, diceva lui, dall'ostilità del Vescovo, che all’epoca era Mons. Luigi Bommarito per loro di tristissima memoria. Facendo il buffone Morfino lo aveva ribattezzato “Buonadonna”. E in assemblea lo chiamava, ridendo ovviamente, sempre e solo così.
Secondo voi Kiko lo ha mai ripreso una mezza volta per questa squallida trovata per nulla comica? MAI! Rideva pure lui e pacione diceva: "Ok, vai avanti Salvatore…" “Coraggio!”
Ormai è morto anche Morfino da un pò. E stendiamo un manto pietoso.

 

Giorgio Filippucci, itinerante e cantore.
Giorgio Filippucci era un ragazzo in gamba di suo. Laureato in ingegneria. Ha rinunciato a tutto per seguire Kiko come itinerante. Sposato con Lucia, lei era incinta dell'11 figlio quando Filippucci è morto d'infarto in pochi minuti, giovane e bello che era.
Mai ho sentito commemorarlo da Kiko. Per onestà devo precisare che Kiko non ha mai commemorato nessuno dei suoi itineranti più di tanto. Mai l'ho visto veramente commosso per la perdita di qualcuno di loro né sofferente. Sempre un panzer che va avanti, passando su tutto e tutti, senza voltarsi mai indietro. La chiamano “fede forte” che non lascia spazio alla compassione mai, né ad alcun umano sentimento. Io la trovo non fede, ma obbrobrio! Non sono uomini!
Il rapporto con Giorgio era storicamente inficiato dal fatto che Giorgio era un ragazzo intelligente e intraprendente. Ogni convivenza era una storia, lo teneva puntato come suol dirsi, perché lui voleva fare sempre di più, prendeva iniziative di ogni genere per sponsorizzare e far avanzare il cammino, mica per altro! Eppoi, come cantore era più bravo di lui. Avrebbe dovuto essere contento il Kiko, macchè! Si percepiva anche che c'era qualche spione seriale (categoria molto fiorente in quell'ambiente diffidente) che portava rapporto, che teneva quasi sotto controllo Filippucci quando lavarova nella Regione a lui assegnata e dove era molto amato, l'Umbria. Kiko esordiva sempre dicendo "Abbiamo saputo che tu" "Si dice che tu"... e simili. E iniziava il processetto ogni volta. A Kiko lo zelo di Giorgio non andava mai bene perché vedeva in atto la famosa “iniziativa personale” per lui detestabile e totalmente bandita dal cammino. Perché offuscava il marchio doc di Kiko.


 

Seguite ME... voi tutti...
Essendo il cammino personale, nessun'altra personalità oltre la sua e al massimo quella di Carmen poteva emergere, a nessun livello. Questo era il rapporto: conflittuale e sempre improntato a correzioni.

Era consueto sentire Kiko dire, rivolgendosi a Filippucci: "Tu sei ingegnere, vero, e ti senti molto intelligente". Con la frequente aggiunta del "Tu ti credi più intelligente di me" (non è poi che ci voglia molto, detto fra noi!) oppure "Che credi di aver fatto col canto dello Shemà?". “Non devi considerarlo cosa tua – questo in sostanza il discorso - è del Cammino e va messo nel libro dei canti senza specificare che è tuo.” E giù sempre le solite accuse gettando le mani avanti: “Sei un superbo, un idolatra, vuoi farti il tuo piccolo impero, ecc., ecc…”.

E’ semplicemente ridicolo tutto questo! Converrete con me.

Ma Kiko, non ti accorgi che stai parlando di te? 

“Il fratello è specchio dei tuoi peccati”... è vero? Per favore, dillo a te stesso! Medico, cura te stesso! Come non definirlo un ciarlatano travestito?

Insomma, nel Cammino è sempre la stessa musica.

Ripensando all'aria che si respirava nei consessi di Kiko/Carmen e itineranti, mi tornano alla mente tante e tante cose.

L'atteggiamento di tutti gli itineranti era uno solo, di totale soggezione, spogliati di ogni dignità. Sembravano degli elemosinanti. Dei pezzenti a cui il re aveva concesso di indossare abiti regali. Qualunque fosse la loro estrazione sociale (e per alcuni era molto molto alta!) pareva che nella vita nessuno avesse avuto mai nulla di buono all'infuori dell'incontro con Kiko. Anche alcuni di loro avevano rinunciato a molto e donato tantissimo al Cammino e a Kiko e a Carmen.

Ma nessun prezzo pagato poteva compensare la gran concessione di far parte della casta privilegiata degli itineranti, magari enumerati pure tra i 12 o i 72. La corte celeste del re sole!

Mai negli atteggiamenti o nelle parole di Kiko e Carmen un che di riconoscenza, di ammirazione, meno ancora di rispetto.

Per fare itinerante, parlavamo di Filippucci, dovevi aver rinunziato del tutto alla tua vita, alla tua carriera, alla tua laurea e quant'altro.
Embé? Che avevi fatto? Niente!

Vuoi mettere con il "sedere alla destra o alla sinistra" di Kiko e Carmen? ma che, scherziamo? Niente valeva occupare un posto d’onore sulla immensa Merkabà!

Questo comportava che tutti erano lì con la mano tesa, contenti di ottenere anche il minimo incarico in più, la più piccola promozione nei molteplici ruoli previsti. Per contare qualcosa più degli altri e comandare per la loro parte con scettro di ferro, anche loro, spadroneggiando sulle persone.
E poi... ogni giorno vivevi con la paura di essere rimosso, al primo leggero smottamento della terra sotto i tuoi piedi.

Kiko e Carmen erano bravissimi a tenere tutti sui carboni ardenti.

Cominciando dal padre Mario sotto costante minaccia di Carmen, soprattutto, che godeva a tormentarlo, pur così fragile. Altre volte ho ricordato che Carmen, con un cinismo raro, amava vedere il terrore dipingersi sul volto dell'interlocutore di turno quando, a proposito o a sproposito, pronunciava la fatidica frase: "Senti che dici? Ti togliamo da... e ti spediamo... in Siberia!". Un periodo era proprio fissata con la Siberia.
E poi era sempre lei che ripeteva, fissando negli occhi: “Tu DEVI essere legato a noi” (mi esimo da interpretazioni che sono superflue a questo punto).

Tra loro così è finita, ma Kiko non si rammarica.



Afflitti da ansia di prestazione, protesi a sempre nuovi traguardi, intenti a cogliere ogni minima aspirazione kikiana per essere il primo e magari l'unico a soddisfarla, in una competizione incessante, gli itineranti tra loro erano gli uni contro gli altri - alimentato tutto questo dalla pessima conduzione degli Iniziatori, che li governavano ad arte con il “divide et impera” - smaniosi di vivere anche un piccolo, passeggero, momento di gloria davanti all’assemblea, mentre tutti ti guardano meravigliati e invidiosi.




Non così il Signore ha ammaestrato i suoi, quando discutevano accesamente chi fosse il primo tra loro!

"Gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra». Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».
(Mc.10, 35ss. 41-45)

Perché sono bugiardi!





Altro ha insegnato Kiko, offrendo se stesso come esempio!

Il C.N. è Kikocentrico, idolatria pura, ha tradito il Vangelo, ha ingannato i fratelli.



martedì 31 gennaio 2023

La Chiesa Cattolica non è un gruppo né una cerchia unita da rapporti di amicizia

Riportiamo  da InfoCatólica un articolo intititolato "L'essere Cattolico e la "mia" comunità: la liturgia!" nel quale riconosciamo diversi espliciti richiami alla realtà del Cammino neocatecumenale in contrapposizione alla necessaria cattolicità  della Chiesa Universale.

L'autore dell'articolo, Javier Sánchez Martínez, sacerdote della diocesi di Córdoba, ordinato il 26 giugno 1999, Laureato in Teologia, con specializzazione in liturgia, ha tenuto vari corsi di formazione liturgica ed è stato docente per la formazione permanente della vita religiosa e consacrata e membro dell'équipe diocesana di liturgia. Si è spento all'età di 48 anni l'11 settembre 2021.  

Riportando questo suo articolo, ci uniamo al suo ricordo con la preghiera.


Le dimensioni della Chiesa sono universali: è cattolica perché è diffusa nel mondo, in tutte le nazioni, ed è qualitativamente cattolica, perchè integra tutti, uomini e nazioni, di culture, razze e lingue diverse. 

Nella celebrazione liturgica la Chiesa esprime la sua cattolicità, poiché in essa lo Spirito del Signore riunisce uomini di tutte le lingue nella professione della stessa fede, e da Oriente a Occidente presenta a Dio Padre il sacrificio di Cristo e si offre insieme a lui» (Giovanni Paolo II, Vicesimus quintus annus, n. 9).

È Cattolica fin dalla nascita – così la chiamano i Padri, così la descrive per primo  Sant'Ignazio di Antiochia -, non ama le barriere, le divisioni, le separazioni o i gruppetti isolati e compiaciuti che si considerano “cristiani perfetti”. " - Non è forse quello che è successo con Catari e Valdesi che disprezzavano gli altri? -.

È cattolica, e non settaria, perché è la Chiesa del Signore; è Cattolica, e non la somma di comunità, essendo Una fin dalla sua origine. La corretta comprensione della sua cattolicità avrà ripercussioni nel modello pastorale, nella vita quotidiana e nella stessa celebrazione della liturgia.

Le parole di Ratzinger spiegano la grandezza del Mistero della Chiesa:


“La Chiesa è inclusione dell'umanità nella forma di vita del Dio trinitario. Per questo non si tratta di un gruppo, di una cerchia unita da rapporti di amicizia; per questo non può essere una Chiesa nazionale né identificarsi con una razza o una classe; se le cose stanno come abbiamo detto, allora la Chiesa deve essere cattolica...

Diventare cristiano è unire: bisogna ricostruire l'immagine di Adamo, fatta a pezzi. L'essere cristiano non è un'affermazione di sé, ma una rottura seguita dall'emersione verso la grande unità che abbraccia l'umanità di ogni luogo e di ogni tempo. La fiamma del desiderio infinito non viene spenta, ma alimentata in modo che si unisca al fuoco dello Spirito Santo. 

Per questo la Chiesa non nasce come circolo, ma inizia cattolica: nel suo primo giorno parla in tutte le lingue, nelle lingue del mondo terreno. Era universale prima di dare origine alle Chiese locali. La Chiesa universale non è una federazione di Chiese locali, ma sua madre. La Chiesa totale ha partorito le Chiese particolari, e queste possono continuare ad essere Chiesa solo se si distaccano costantemente dalla loro particolarità e fanno quel passo in avanti che le inscrive nel tutto» [1].

L'invito a far parte del "club"
Come allarga l'anima questa cattolicità! Che respiro cattolico, che vasto orizzonte! La Chiesa è il contrario di chiusura e limite, di un piccolo gruppo. Non è un club, non richiede altro che la fede e il battesimo.

È cattolica nella sua origine e nella sua natura. Non è una federazione di Chiese locali né, quindi, una somma di comunità di comunità atomizzate - da dove viene una simile affermazione nel Vaticano II? -, con una propria vita autonoma. Non è la parcellizzazione, ma la totalità; non è esaltare la particolarità, ma integrare nella Comunione.

“La comunione è essenziale: a volte può essere meglio rinunciare a vivere in tutti i dettagli ciò che il vostro itinerario richiederebbe per garantire l'unità tra i fratelli che compongono l'unica comunità ecclesiale, di cui dovete sentirvi sempre parte”  

ha affermato Papa Francesco in un discorso [2]: rinunciare al particolare, ai propri segni particolari e identificativi, senza imporsi, per vivere in comunione!

Kiko assegna le zone da "evangelizzare"
per acquistare nuovi proseliti al Cammino
Non è comunitarismo, ma integrazione nella cattolicità e riflesso dell'essere cattolico in ogni cosa , in ogni Chiesa locale, in ogni parrocchia, nella sua vita, spiritualità e liturgia. La cattolicità risplende in tutto senza che nulla la adombra o la nasconda, esaltando ciò che è peculiare, l'opinione, il gusto, di ciascuno o di ciascuna comunità, associazione o Movimento.
Cattolicità nell'anima, nella mente, nella lingua, nella pastorale, nella missione, nella liturgia! Cattolicità nei metodi, nelle proposte, nella vita concreta delle comunità e delle parrocchie, senza settarismo o chiusura, né ricreare un cristianesimo adatto ai loro gusti, mode, sensibilità o opzioni!

La cattolicità è una nota determinante, è anche un'impronta, uno stile profondamente ecclesiale: 

Fa parte della costituzione della Chiesa, da un lato, il principio di cattolicità: nessuno agisce solo di propria spontanea volontà e del proprio genio; ognuno deve agire, parlare, pensare a partire dall'elemento comune del noi della Chiesa, elemento che è in relazione di scambio con il noi di Dio uno e trino...

I discorsi e le azioni cristiane accadono così: non essere mai solo me stesso. Diventare cristiano significa: accogliere in sé tutta la Chiesa, o meglio lasciarsi accogliere in essa dal di dentro. Quando parlo, penso, agisco, lo faccio sempre da cristiano in tutto e da tutto : così si esprime lo Spirito, e così convergono gli uomini” [3].

Questa cattolicità segna la vita liturgica: si accoglie la liturgia della Chiesa, si accettano fedelmente i suoi libri liturgici, si seguono le sue norme, si vive con il suo stesso spirito, si è fedeli ad essa. Detto con le parole del Vaticano II: "Le azioni liturgiche non sono azioni private, ma celebrazioni della Chiesa... Appartengono quindi all'intero corpo della Chiesa, lo influenzano e lo manifestano" (SC 26).

A nessuno è consentito?
Ma a Kiko sì...
(MEME dei giovani neocatecumenali)
Dobbiamo assumere e adattarci a questo principio:

La Liturgia appartiene a tutto il corpo della Chiesa. Per questo motivo a nessuno è consentito, nemmeno al sacerdote, né ad alcun gruppo, di aggiungere, togliere o modificare alcunché, fatto a proprio insindacabile giudizio. La fedeltà ai riti e ai testi autentici della Liturgia è un'esigenza della “lex orandi”, che deve essere sempre in sintonia con la “lex credendi”” (Giovanni Paolo II, Vicesimus quintus annus, n. 10).

La liturgia non si manipola, né si cambia, si inventa o si trasforma secondo il gusto di ciascuno, né diventa un qualcosa di prodotto particolarmente nello stile di questi o di altri, qualcosa di umano, di gruppo, di comunità, diverso in ogni luogo.

Piuttosto , la cattolicità permea la vita liturgica , e permette a chiunque e in qualsiasi tempio di inserirsi e riconoscere la stessa liturgia e divenire parte di essa come membro della Chiesa mediante il battesimo. Ti senti uno degli altri, anche se sei uno sconosciuto, un ospite o uno sconosciuto, e non conosci nessuno personalmente. Ma sa che sta entrando nella sua Casa, riconosce come suoi quei riti liturgici, le loro forme esteriori, la loro sacralità, anche se non conosce la lingua, perché è la stessa liturgia in una parrocchia e in un'altra, in una diocesi e un altro, in una nazione e in un'altra...

E l'essere cattolico mi permette di entrare ovunque e sapere che ne faccio parte, di riconoscermi cattolico in quella liturgia, e non osservatore smarrito, fuori luogo , che assiste a uno spettacolo poco cattolico, incapace di partecipare e sentirlo come mio.

(Javier Sánchez Martínez)


[1] RATZINGER, J., “Lo Spirito Santo e la Chiesa”, in OC VIII/1, p. 478.
[2] Discorso ai rappresentanti del Cammino Neocatecumenale, 1° febbraio 2014.
[3] RATZINGER, “Lo Spirito Santo e la Chiesa”, p. 479.

sabato 28 gennaio 2023

Carmen, modello ed esempio di vita neocatecumenale; Carmen e le pecore perdute (riflessioni dal "Supplex Libellus").

 Carlos Metola, postulatore della causa di Carmen il 4 dicembre 2022  nel corso della cerimonia di apertura  della causa di beatificazione - nella grande sala del Polisportivo della Università Francisco de Vitoria di Madrid (***), addobbata come per le grandi occasioni con una  enorme tribuna rossa e sullo sfondo una gigantografia di una icona neobizantina di Kiko Argüello -  dà lettura del "Supplex Libellus".
Continuiamo con l'esame cominciato nell'articolo precedente.  

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"Carmen sapeva che il CN non si poteva vivere senza dei solidi pilastri che lei stessa viveva e trasmetteva ai fratelli delle comunità."

Carmen, santa di categoria superiore

Questa la poco convincente affermazione contenuta nel "Supplex Libellus" adulatorio per due motivi:

Che Carmen si offrisse come esempio, vivendo lei per prima (ma questo vale anche per Kiko) quanto richiesto ai fratelli per 'fare il cammino neocatecumenale'. Niente di più falso! Tutti sappiamo che Kiko e Carmen non hanno mai fatto il cammino per la loro vita. Non ne avevano bisogno, e non hanno avuto mai catechisti o maestri (in verità non hanno mai obbedito a nessuno e nemmeno erano sottomessi l'una all'altro o l'una all'altro - fate voi);

La descrizione che segue, degli esempi di santità di Carmen, sono quanto di più falso e travisato si possa immaginare. Basta scorrere gli enunciati di Metola e confrontarli con le abitudini e i modi della Carmen vivente per veder crollare miseramente il castello di fandonie che si sono ostinati a costruire da un minuto dopo la sua dipartita fino ad oggi.


Metola procede con l'elenco puntuale (min. 54:29) dei fondamentali neocatecumenali, riferendoli alla esperienza personale di Carmen:


Scenografia neocatecumenale


Primo:
"L'amore e la necessità della preghiera. Carmen pregava ogni ora del Salterio, le piaceva pregare e lo faceva le prime ore del mattino, sempre"

(Bah!) Ma noi sappiamo che a volte 'faceva lodi' anche alle due del pomeriggio (Carmen adattava tutto a sé anche gli orari liturgici, mentre lei non si adattava a niente e a nessuno).

Due:
"L'amore per i Sacramenti e soprattutto per l'eucarestia che frequentava ogni giorno e l'amore per la penitenza (breve pausa)... per la celebrazione penitenziale"

(N.B. qui Metola si affretta a precisare: penitenza intesa come penitenziale/a modo loro).

Basta guardare il video per cogliere tutto il disagio del postulatore davanti alla sua stessa inverosimile affermazione. Al punto che si premura di precisare, per scongiurare equivoci imbarazzanti!
Il postulatore parla di "penitenza", ma chiarisce subito che sta facendo riferimento alla celebrazione neocatecumenale detta "Penitenziale". Unica penitenza che conosca, essendo sommamente invisa a Carmen la "penitenza" intesa in senso stretto; quella penitenza tanto praticata dai santi veri per correggere il proprio carattere ribelle o le inclinazioni al male e al peccato, come la Chiesa insegna. Carmen da queste pratiche si è sempre tenuta alla larga, disprezzandole profondamente per la supina acquiescenza alle sue cattive inclinazioni, per le quali mai ha mostrato disagio o vergogna, men che meno pentimento.
Si guardano bene i suoi adulatori/falsi testimoni dal millantare simili pratiche da parte di Carmen! Niente di più lontano da lei. Sarebbe sfacciataggine sconfinata e lo sanno anche loro fin troppo bene! Tanto è indifendibile sotto questo aspetto, che lo tralasciano del tutto. Anche perché Carmen le penitenze, le mortificazioni, le discreditava apertamente sempre, essendo a suo dire inutili, false e bigotte. Utili al massimo a nutrire la pessima "superbia spirituale". Una bella scusa neocatecumenale per giustificare il loro progressivo diventare, con il passare degli anni, peggiori di quando avevano iniziato il cammino (e ne erano pure orgogliosi, era evidente). Si ammantavano di falsa umiltà: "sono un peccatore, il peggiore di tutti" (Kiko docet), umiltà pelosa. Tanto essere peggiori e gli ultimi che poi erano superbi lo stesso (i migliori!) superbi spirituali e materiali, altro che!

L'eucarestia, poi! (E' il colmo!) Che frequentava ogni giorno!
Ma quando? Ci chiediamo. Forse quando era giovane!?
Ricordo bene come l'eucarestia quotidiana non veniva inculcata neppure ai presbiteri R.M. che avrebbero dovuto celebrarla con zelo sacerdotale ogni giorno, per tutti i giorni della loro vita. (*)

E poi, che rispetto dimostrava Carmen per l'eucarestia?
Se usciva subito prima dell'offertorio, fuori dalla Tenda della Riunione, per fumarsi una sigaretta, approfittando dell'abbraccio di pace che puntualmente disertava? Prendendo due piccioni con una fava. Detestava il contatto con gli altri, salvo coi 'grossi' degni di lei.

Metola così continua:
"A questi due sacramenti Carmen ha dedicato molti anni di studio con i migliori libri cattolici e i teologi più preparati"
(Qui un sonoro BUUUM ci vuole proprio! Conosciamo le fonti della preparazione carmeniana e quali siano stati i suoi "maestri").
"Ha anche approfondito le radici ebraiche del cristianesimo... le feste ebraiche che sono le radici dei nostri sacramenti..."
(Anche questo sappiamo e fin dove si è spinta nella indebita contaminazione).

Tre:
"L'amore per le sacre scritture che conosceva perfettamente e leggeva per ore e ore... le sue bibbie tutte sottolineate".

Quattro:
"Costante studiosa della fede cattolica coi padri della Chiesa e magistero".

(Sempre a modo suo, selezionando e estrapolando anche dalle Sacre Scritture per il proprio tornaconto solo quanto poteva tornarle utile, come abbiam detto e dimostrato tante volte). Carmen non voleva essere ammaestrata, ma cercava conferme, allontanandosi sempre più dalla dottrina retta e perfetta. Presunzione smisurata, ancora una volta, e grande superbia alla base di tutto questo scempio!

Ci avviciniamo alla fine.


Maestra di dolcezza col prossimo



Metola tiene a testimoniare:
"l'amore speciale per le pecore perdute, Carmen chiamava i fratelli in crisi e li incoraggiava a incontrare nuovamente Gesù Cristo nei Sacramenti nella Parola e nella Preghiera, gli diceva di chiedere perdono" (58:40).

Conosceva tutti e si ricordava di tutti. Eh già! Carmen teneva tutti e tutto sotto stretto controllo. Non riconosco vere le parole del postulatore, ancora una volta. Il richiamo di Carmen (e di Kiko) per coloro che erano in crisi e si erano allontanati dal Cammino non era mai rivolto a ricercare Cristo nei Sacramenti, ma a "Fare il Cammino" e a sottomettersi all'"Obbedienza neocatecumenale" che è OBBEDIENZA cieca e assoluta a loro, gli iniziatori, itineranti e catechisti.
Questo ha insegnato Carmen ossessivamente: "Obbedienza e Stare Legati a NOI".(**) Questi i parametri di giudizio, questa la via e infine il recinto in cui dovevano rassegnarsi a vivere tutta la vita in perpetua cattività le pecore che erano andate fuori strada insieme alle pecore che mai avevano osato allontanarsi.
Stare Legati a NOI. "Voi dovete essere LEGATI A NOI". Bisogna forse averlo sentito dalla loro bocca per comprendere tutto il peso e la gravità assoluta di questa terribile asserzione che non conosceva eccezioni per nessuno e non faceva sconti. Ancor più grave perchè poggiata sulla totale rinuncia ad una pur minima indipendenza economica per coloro che decidevano di seguirli senza riserve (parlo degli itineranti che dovevano aver lasciato il lavoro, pur portandosi dietro 6 8 10 12 figli). Ti precludi ogni possibilità di ripensarci, di tornare alla tua vita che non esiste più.
Essere legati a loro significava aver tagliato i ponti definitivamente dietro di sè.
Per questo il Cammino è idolatria, perché mette "la creatura al posto del Creatore" e questo insegna. Perché non ti porta a Cristo, nonostante se ne riempiano la bocca. Perché, come la tua fede si rinsalda in Cristo sentono tremare la terra sotto i loro piedi, sentono di perdere il controllo; e sono dolori per gli adepti indisciplinati.
Non somigliano affatto ai veri santi e ai veri maestri nella fede che staccano da sé chi li segue - come Giovanni il Battista che ripete "Lui deve crescere ed io diminuire", che indica ai suoi discepoli il Cristo "Ecco l'Agnello di Dio!" e lui si fa totalmente da parte; come Sant'Agostino che conduce a scoprire in se stessi il "Maestro interiore" parlante nel profondo dell'anima di ogni uomo, in un rapporto intimo, personale, unico con ogni battezzato - che si rallegrano di vedere chi li segue camminare sulle loro gambe, progredire speditamente sulla via della perfezione (orrida espressione per Carmen!), della "santificazione personale", fino anche a diventare, magari, migliori di loro (questo più di ogni altra cosa era intollerabile per Carmen e per Kiko. Per questa malattia hanno lasciato al loro passaggio morti e feriti). (**)
Per chi fa il cammino il rapporto con il Signore ha sempre bisogno di un solo "mediatore" che sono loro, quando l'Unico Mediatore fra Dio e gli uomini è Cristo. Blaterano di "cristiano adulto" ma ti lasciano eterno infante; con loro sarai sempre un bambino e come tale sarai trattato. E neanche una volta finito il cammino si può prescindere da loro.
"Senza obbedienza il cammino non esiste"
ma poi questo vale anche per la Vita Cristiana, posta come traguardo di un itinerario neocatecumenale che mai finisce nella sostanza. Il Cammino dura per sempre.

Anche a Washington si sono laureati ma…

Che io mi ricordi tra loro, non c’era neanche un dottore”



Metola caro, diccelo tu! Che cosa ha studiato Carmen nella sua "vasta biblioteca di testi dei più cattolici"?

Università Francisco de Vitoria di Madrid (***)

sempre si ritorna sul luogo del delitto!



Qui i conti non tornano più. Le bugie hanno le gambe cortissime e non vi consentiranno di arrivare da nessuna parte!

Al finale Carlos Metola descrive il terribile quadro clinico di Carmen negli ultimi tempi, la descrizione del suo totale disfacimento (veniamo a conoscenza di cose che, finché Carmen era in vita, si sono guardati bene dal rendere di dominio pubblico e ci chiediamo il perché). Tutto solo per enfatizzare oggi una eroica e rassegnata sofferenza ignota a tutti fino a ieri, ma tanto necessaria perché l'agognata canonizzazione proceda spedita. Altre sono infatti le notizie trapelate sugli ultimi anni di Carmen e sugli ultimi momenti della sua vita. Notizie abilmente secretate, sperando scivolassero nell'oblio, insieme ai veri comportamenti di Carmen Hernandez. Come sempre!

Siamo davvero alla fine di questo penoso excursus e non possiamo non segnalare (dal 1:21:00 in poi) la chiusura in bellezza del Cardinal Osoro di Madrid, pietra incastonata sul diadema con cui hanno adornato Carmen.

Osoro fa di Carmen un ultimo elogio davvero rimarchevole.

Si vede che la conosceva bene anche lui la Carmen, se si sente in dovere di premettere che, a volte, era "politicamente scorretta", come suol dirsi! Un segnale, a mio modesto avviso, come a dire: Guardate che anche io ben la conoscevo!... Questo l'apripista di ciò che si appresta a dire all'assemblea.
E - dopo una rapida carrellata del rapporto di Carmen coi Papi che si sono succeduti, per dire che lei non ha amato questo o quel papa ma li ha amati tutti indistintamente perché lei era papalina a prescindere (altro carattere che potrebbe aiutare a proclamarla beata e poi santa, è chiaro) - racconta (da 1:24:21 in poi) che quando Carmen era già molto grave e stava a Madrid, il Papa Francesco le fece una telefonata e, per darle coraggio, le disse:
"Tranquilla Carmen, che l'erba mala non muore mai! Ora ti porto una sigaretta!".
A volte Papa Francesco è di una schiettezza unica.
Osoro - squallidamente e per dare la sua chiave di lettura - aggiunge:
"Fino a questo punto arrivava la sua confidenza col Successore di Pietro!".
Stendiamo, senza altri commenti, un manto pietoso su questa penosa pezza a colore peggiore dello strappo!
Fino a tal segno! Tanto in basso son disposti a scendere i Pastori! Per cosa? Ci chiediamo prima di chiudere il sipario su questa squallida sceneggiata.

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(*) Il Codice di diritto canonico al Can. 904 dispone:
“Memori che nel mistero del Sacrificio eucaristico viene esercitata ininterrottamente l’opera della redenzione, i sacerdoti celebrino frequentemente; anzi se ne raccomanda caldamente la celebrazione quotidiana, la quale, anche quando non si possa avere la presenza dei fedeli, è sempre un atto di Cristo e della Chiesa, nel quale i sacerdoti adempiono il loro principale compito”.

(**) Papa Francesco. Angelus -Piazza San Pietro- Domenica, 15 gennaio 2023:

Giovanni Battista "non lega nessuno a sé".
"Giovanni il Battista ci insegna una cosa importante: la libertà dagli attaccamenti. Sì, perché è facile attaccarsi a ruoli e posizioni, al bisogno di essere stimati, riconosciuti e premiati. E questo, pur essendo naturale, non è una cosa buona, perché il servizio comporta la gratuità, il prendersi cura degli altri senza vantaggi per sé, senza secondi fini, senza aspettare il contraccambio. Farà bene anche a noi coltivare, come Giovanni, la virtù di farci da parte al momento opportuno, testimoniando che il punto di riferimento della vita è Gesù. Farsi da parte, imparare a congedarsi: ho fatto questa missione, ho fatto questo incontro, mi faccio da parte e lascio posto al Signore. Imparare a farsi da parte, non prendere qualcosa come un contraccambio per noi."

mercoledì 25 gennaio 2023

Dal felice connubio di Carmen e Kiko nasce la "nueva" creatura: il suo nome è Cammino Neocatecumenale (riflessioni dal "Supplex Libellus").

Il "Supplex libellus" è  un'istanza rivolta all'autorità religiosa; nel caso dei processi di canonizzazione, con esso viene richiesta l'apertura dell'inchiesta diocesana sulla vita, le virtù, la fama di santità e i segni del Servo o Serva di Dio.  
La richiesta viene solitamente  motivata con una presentazione del candidato e dei motivi per i quali si pensa sia degno di venir preso in considerazione e la sua causa vagliata.
Nel caso di Carmen  Hernández, il supplex libellus è stato presentato dal postulatore Carlos Metola direttamente all'arcivescovo di Madrid cardinal Carlos Osoro Sierra, alla scadenza dei 5 anni dalla morte di Carmen, il 19 luglio 2021 e letto integralmente il 4 dicembre 2022 nel corso della cerimonia di apertura  della causa nella grande sala del Polisportivo della Università Francisco de Vitoria di Madrid, addobbata come per le grandi occasioni con una  enorme tribuna rossa e sullo sfondo una gigantografia di una icona neobizantina di Kiko Argüello.
 
Carlos Metola, il  postulatore della causa di Carmen dà lettura del "Supplex Libellus": e riteniamo sia doveroso commentarlo punto per punto, perché raramente può  capitare di avere a  che fare con un documento che travisi in modo così plateale la realtà dei fatti, conosciuta da tutti coloro che hanno avuto una minima frequentazione con gli iniziatori  del Cammino neocatecumenale.
(Prima parte).

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Carlos Metola recita la solita litania, la solita storia narrata che conosciamo a memoria. Ma andando avanti la sua arringa si fa interessante sempre più. Metola scivola inesorabilmente nella enorme voragine delle loro consuete, vergognose menzogne. Dopo le mistificazioni delle origini che ben conosciamo si dispiega un racconto che non convince, o convince sempre meno, e lascia nello sconcerto chiunque li abbia conosciuti davvero, vivendo il cammino in prima persona.

Carmen e Kiko e l'incontro fatale

Kiko e Carmen finalmente si incontrano e la descrizione fatta dal postulatore dell'alchimia tra i due è esilarante. Intanto si rimarca con enfasi che Carmen perfeziona la sua superlativa formazione alla scuola del padre Farnes "gran liturgista" che la provvidenza proprio in quegli anni cruciali mette sul suo cammino. Anche qui la solita solfa!

Metola definisce "disegno di arte ineffabile" il fatale incontro tra Kiko e Carmen. Una Carmen tanto necessaria, con la sua "irresistibile chiamata all'evangelizzazione", consolidata dalla sua "grande preparazione" in campo teologico, spirituale e liturgico. E a noi viene la pelle d'oca (dal min. 48).


Scenografia neocatecumenale

Fondamentale il contributo di Carmen al piano preparato da Dio per la chiesa con Kiko Arguello che, per parte sua, concretizzava "la presenza di Cristo sofferente tra i più poveri e la capacità di riunire e creare piccole comunità" (secondo la rivelazione della Madonna di 5 anni prima, l'8 dicembre 1959).
Da questo connubio cosi speciale nasce il Cammino Neocatecumenale.
Cammino che si è diffuso in 135 nazioni, per un totale di 30.000 comunità in tutto il mondo, con 1 milione e mezzo di fratelli in 6800 parrocchie. 52 anni di costante attività evangelizzatrice. (*)

Diceva Carmen: "Questo non è il nostro lavoro, è Dio che lo porta avanti".
Ma non si è mai vista libertà in entrambi né distacco nel loro "servizio" di servi inutili. Allo stesso modo - per parte loro - non hanno mai lasciato libero nessuno di tutti quelli che li hanno seguiti. "Senza nessuno stipendio né alcuna sicurezza economica; vivendo di elemosina" (non c'è chi non vorrebbe vivere di elemosina come loro!).

Intanto Carmen, è risaputo, provvide a liberare e purificare Kiko dal cursillismo (oggetto di tutta la sua riprovazione, fondato com'era - a suo dire - su un volontarismo e sforzo di migliorarsi assolutamente da bandire. A conferma che senza di lei niente di buono, di innovativo, nel Cammino e nella Chiesa!) e dalla visione in cui lo trovò invischiato al tempo delle baracche, tutta incentrata sul "Servo di Jhavè" e lui tutto "mistico". La verità è che Carmen trovava Kiko patetico. In buona sostanza per Carmen - e nei suoi racconti lo ripeteva spesso - Kiko prima di conoscerla era completamente fuori strada ed egli deve a lei sola la sua "correzione" di rotta. Dall'unione di questi due, in cui è evidente chi tenga le redini in mano, nasce e si sviluppa il C.N. come noi lo abbiamo conosciuto (min. 49:36). In sostanza Kiko, secondo il pensiero tante volte espresso da Carmen, senza di lei non avrebbe fatto un bel nulla e, probabilmente, non sarebbe stato mai nessuno nella vita. Rinfacciava - all'ignorante - di avergli "servito il CVII su un piatto d'argento".

Quelli con cui Carmen ama collaborare

i Kiko e i padre Farnes

Quel Concilio stravolto dalla colta Carmen, col supporto dei padre Farnes di turno. Carmen amava circondarsi solo di chi suffragasse le sue tesi, disdegnando in toto il magistero bimillenario della Chiesa e chiunque provasse ad allargare i suoi angusti orizzonti; deragliando così, inesorabilmente, dalla dottrina cattolica e tirandosi dietro a precipizio nei suoi stessi inganni un popolo di creduloni, trascinati al contempo dal fascino delle trovate kikiane ribattezzate: Sintesi teologico catechetica e kerigmatica.

"Al Cammino Neocatecumenale Carmen ha contribuito con la sua teologia, l'intuizione, la ricerca e lo studio e Kiko con la realizzazione, l'architettare in una sintesi teologico catechetica e morale che attira i più lontani dalla Chiesa ed è valida anche per i battezzati tiepidi delle parrocchie ..." (parola di Metola per una descrizione completa).

Insomma, il C.N. è per tutti. E nessuno, se vuol essere "cristiano adulto", può sottrarsi...
E' opportuno ricordare qui - per completezza e senza tema di smentite - che Carmen definiva Kiko un gran teatrante e show-man che senza di lei nulla avrebbe combinato di duraturo (salvo che è da chiedersi cosa avrebbe combinato lei senza il suo attraente affabulatore, con indiscusse doti di leader e grande trascinatore di masse).
Kiko, secondo il Carmen-pensiero, tra il suo patologico YO YO YO e la sua predicazione basica, emotiva e ripetitiva, al massimo avrebbe messo in piedi una simpatica brigata di sfaccendati bohemien in fuga dalla loro storia e ripiegati su se stessi, che si divertono a giocare agli itineranti del Servo di Jhavè, scimmiottando in tutto il loro idolo indiscusso.
Senza la Pasqua che lei ha riscoperto dopo secoli di oblio, senza l'Eucarestia neocatecumenale che è una creatura della Carmen, la sua creatura: lo scempio più grande, in dispregio del supremo Sacramento dell'Amore (Dominicae coenae n. 5): 

"L'animazione e l'approfondimento del culto eucaristico sono prova di quell'autentico rinnovamento che il Concilio si è posto come fine, e ne sono il punto centrale. E ciò, venerati e cari fratelli, merita una riflessione a parte. La Chiesa e il mondo hanno grande bisogno del culto eucaristico. Gesù ci aspetta in questo sacramento dell'amore. Non risparmiamo il nostro tempo per andare a incontrarlo nell'adorazione, nella contemplazione piena di fede e pronta a riparare le grandi colpe e i delitti del mondo. Non cessi mai la nostra adorazione." Così il Papa da Carmen più amato, Giovanni Paolo II.

Vedete che millantano?

Doveroso per loro, lo ripetiamo, ricordare i numeri del Cammino (dal min. 50:49)
Metola non può certo tralasciare! "

"Il C.N. è diffuso in più di 135 nazioni per un totale di 30.000 comunità in tutto il mondo, con un milione e mezzo di fratelli in 6.800 Parrocchie."
Ancora solo un milione e mezzo di fratelli? Da troppo tempo non vanno oltre.
Per quanto si sono sbattuti e hanno millantato... un pò pochino, direi... Noi constatiamo, ancora una volta, che questi numeri più o meno sono sempre gli stessi ormai da molti anni, con qualche forzatura e con variazioni minime. Un poco su un poco giù, gonfia di là e gonfia di qua. In ogni caso, conoscendoli, sono certamente da stimare al ribasso. E i Seminari R.M. in proporzione sono troppi, le vocazioni scarseggiano. Ma intanto riescono a tenere ancora in piedi la baracca coi soldi dei fratelli. Almeno così pare.

Ma l'apice assoluto Metola lo tocca quando, descrivendo l'indefessa attività di evangelizzazione dei due, protrattasi per 52 anni di ininterrotta, turbolenta collaborazione, aggiunge:

"senza nessuno stipendio, nè sicurezza economica, vivendo di elemosina" (min. 51:59)."Eroica attività evangelica senza avere dove posare il capo." (min. 52:22) (*)
Quando è sotto gli occhi di tutti la virata a 180° dai poveri più poveri ai ricchi più ricchi, avendo il Cammino privilegiato e abbordato, al posto dei poveri, le parrocchie dell'alta borghesia per attecchire nella Chiesa. E' bene sapere che Kiko e Carmen hanno avuto a disposizione per tutta la vita alloggi più che decorosi. A Roma hanno vissuto a lungo in una villa con giardino di una facoltosa vedova dei Martiri Canadesi, dentro la città, fino a quando hanno ottenuto un appartamento tutto per loro sotto i portici del Vaticano (dove si son fatti conoscere anche per le casse di vino pregiato che regolarmente arrivavano per approvvigionarli, e non solo per le eucarestie; per gli schiamazzi frequenti e il grande movimento e andirivieni continuo di una corte di fedeli kikos adoranti).
A Porto San Giorgio l'appartamento sopra il Centro Internazionale era tutto per loro, con servitù inclusa a disposizione, anche quando volevano recarsi lì, a prescindere dalle convivenze di itineranti, magari per un periodo di meritato riposo o vacanza. Credo che lo stesso fosse in Spagna a Madrid o in qualunque altro posto desiderassero andare. Dovunque avevano dimore pronte ad ospitarli da "figli di re", come amavano definirsi per giustificare se stessi e l'opulenza che li precedeva e seguiva ovunque. "Dio ricolma di benedizioni i suoi servi"... non mancano di nulla. A parte che per le vacanze potevano disporre di altrettante ville al mare in Calabria, ad esempio, o sulle Dolomiti o dovunque avessero desiderio di recarsi, in Austria, in Germania o in Veneto. 

Stefano and Kiko, i due compari

Kiko amava l'alta montagna e andare a pescare in ameni laghetti in compagnia di Stefano Gennarini, responsabile storico di tutto l'est Europa e soprannominato "zar di tutte le Russie", un clone di Kiko. Carmen, che mai andava con loro preferendo Madrid d'estate, li appellava in tutti i modi, accusando di sentirsi esclusa dal loro rapporto esclusivo. Si divertiva a definirli "i due fidanzati"; "sembrate due gay" spesso affermava, ridendo, davanti a tutti, e accusava Stefano di chiamare sempre Kiko a telefono e parlare per ore con lui invece che con l'equipe intera, escludendo lei dalle decisioni. Quando Carmen si dilungava in queste accuse in pubblico Kiko, sconfortato, ripeteva invano "Carmen, Carmen, smettila!... che santa pazienza con questa donna!".
Dopo le baracche la povertà non l'hanno mai più conosciuta davvero. E, se "vivere di elemosina", significa vivere di elemosina, certo la loro vita non è stata quella. Non hanno vissuto Kiko e Carmen di quello che veniva offerto loro. Hanno avuto molte pretese e "giudicato" chi non era in grado di soddisfarli a dovere. Hanno appesantito i fratelli con sensi di colpa inculcati da una predicazione incalzante e ossessiva sul tema "mollate il malloppo", così come tante volte documentato.
In quest'arte Kiko è stato maestro. Ma Carmen gli stava dietro da par sua.

L'altro tratto delle pretese più strettamente personali, invece, era molto più di Carmen che di Kiko, è da dire. Lei è stata sempre molto più esigente per se stessa, sfrontata anche, con richieste a volte difficili o molto complicate da soddisfare. Ma lei non faceva sconti. Tutto le era dovuto. Fino al punto che, se qualcuno osava recarsi in udienza privata da loro (che già era una gran concessione graziosamente concessa a pochi privilegiati) a mani vuote, glielo faceva pagare caro e amaro. Poi non è che si accontentasse della qualunque. Se il dono, sempre di un certo valore, non era di suo gradimento, lo rispediva al mittente. E la parola "grazie" non l'ho mai sentita uscire dalle sue labbra. Qualunque cosa facessi non facevi mai abbastanza.
So quel che dico, sfido a smentirmi, per esperienza personale e per quel che ho visto come testimone oculare.

Ospitarli significava anche solo dover cucinare cose diverse per l'uno e per l'altra (neanche sul mangiare andavano d'accordo) e anche in orari diversi. Con infinita gratitudine per essere angariata (a tanto si arriva per devozione assoluta) ho sentito definire Kiko 'difficile' (pover'uomo!) e Carmen 'capricciosa' da chi tanto devotamente li accudiva. Pur seriamente provata da un mese di convivenza era immensamente grata a Dio di poter servire due "santi" pieni di difetti. Carmen era così, non aveva orari, la notte era uguale al giorno e se quando si alzava al mattino aveva un'impellenza, tutti dovevano attivarsi per soddisfarla. E non era detto ci riuscissero. E parlo anche di desideri squisitamente materiali, come il dover acquistare un abito particolare o qualche monile ad esempio. Carmen amava recarsi al mercato il giovedì a Porto San Giorgio, e puntualmente disertava l'assemblea arrivando con comodo quando le pareva e sempre in gran ritardo.
Kiko
chiedeva: "Dov'è Carmen? Perché non scende?" E qualcuno all'orecchio gli sussurrava. "Kiko, è andata al mercato (o... dal parrucchiere)".
Perché lo so? Mi chiederete.
Perché qualche volta Kiko perdeva proprio la pazienza e, vedendola arrivare con un insolito camicione di lino fresco molto colorato piuttosto che con la messa in piega appena fatta, tutta allegra e pimpante, l'apostrofava: "Carmen, ma proprio al mercato dovevi andare?". E lei: "Sempre meglio che stare qui a sentire te dire sempre le stesse cose, il solito compact disc. Oggi quale hai messo? L'1, il 2 o il 3?" ...e rideva e rideva...
...Certo, erano simpatici pure. E divertenti. L'assemblea si sbellicava grata.

Ma non ci dica Metola che Carmen avesse a cuore solo Gesù Cristo. (dal min 53 in poi).
(al min. 53:45) "Nel mondo nulla la attrae, non desidera essere circondata da persone, pensa solo a Lui, a stare sola con Lui.".

Ma se non bastavano due persone fisse per servirla? Certo, voleva star sola, perché è sempre stata poco socievole e trattava chi le stava devotamente accanto con arroganza tante volte, con un senso di superiorità e sufficienza sempre, quasi si concedesse loro. Voleva essere servita ma non infastidita... Riferisce Metola che ella scrive: "finalmente sola con te", e noi ci leggiamo il sollievo di chi è strutturalmente asociale e neanche prova a dissimularlo.

Perché non gliene frega proprio niente né degli altri, che per la gran parte disprezza, né di cosa si pensi di lei. 
 
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Da Valentina Giusti:

Dice Metola di Carmen: "senza nessuno stipendio, nè sicurezza economica, vivendo di elemosina".
L'articolo spiega invece anche troppo bene la realtà: i due iniziatori vivevano alle spalle dei propri "fratelli": da quando in qua un mantenuto si dice che vive di elemosina?
Ma soprattutto, da quando in qua una elemosina viene pretesa in modo scientifico così come vengono riscossi i soldi nel Cammino e permette a chi la riceve di vivere in modo molto più agiato della maggior parte di coloro che l'elemosina invece la danno? Se si verifica un caso del genere, il mendico in realtà viene definito, a buona ragione, un truffatore!
Inoltre: non ci risulta che nessuno dei due avesse rinunciato all'eredità familiare; in particolare Carmen, figlia di industriale, alla morte del padre scrisse a Kiko che a lei non interessava l'eredità, ma la ricevette comunque. Come si può definire una persona ricchissima che sia nel pieno possesso dei propri beni e viva invece alle spalle altrui?
E proprio alla luce di questa ricchezza comprendiamo anche il perché del travagliato connubio tra i due sorto e durato tanto a lungo: Carmen era teologa, ma in primo luogo era una ereditiera, a cui il padre voleva comprare un convento per soddisfarne i capricci: Kiko, per quanto non facesse del pauperismo, sicuramente costava meno.
Per cui sentir dire che i due profittatori del buon cuore o della dabbenaggine altrui vivessero "di elemosina", fa montare il sangue alla testa. Allora possiamo dire che anche Sai Baba, che ha lasciato una eredità di 12 miliardi, vivesse di elemosina: elemosina che fu in parte devoluta per iniziative benefiche, tra l'altro: iniziative che i due non pare proprio abbiano mai intrapreso.