venerdì 18 settembre 2020

Cardinal Sarah: "Torniamo alla normalità della vita cristiana". Come faranno i neocatecumenali?

La Congregazione per il Culto divino e la Disciplina dei sacramenti ha inviato ai presidenti delle Conferenze episcopali una lettera — diffusa nella mattina di sabato 12 settembre — sulla celebrazione della liturgia durante e dopo la pandemia del covid-19. 

 

Data l'importanza del documento, ne pubblichiamo di seguito il testo per intero con alcune noticine per adeguare il testo del Cardinale alla realtà delle Comunità neocatecumenali, bisognose di tornare alla normalità della liturgia e della vita cristiana sconvolte non da mesi di Covid 19 ma da anni di mal-di-kiko.



La pandemia dovuta al virus Covid 19 ha prodotto stravolgimenti non solo nelle dinamiche sociali, familiari, economiche, formative e lavorative, ma anche nella vita della comunità cristiana, compresa la dimensione liturgica.

 ○•••••••••○

Il cardinal Sarah non tiene conto dei neocatecumenali che hanno stravolto la dimensione liturgica ormai da tempo, senza  necessità di attendere la recente pandemia.

 ○•••••••••○

Per togliere spazio di replicazione al virus è stato necessario un rigido distanziamento sociale, che ha avuto ripercussione su un tratto fondamentale della vita cristiana: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (Mt 18, 20); «Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere. Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune» (At 2, 42-44).

 ○•••••••••○

"Tutti i credenti stavano insieme": separazionismo e Messe riservate nacquero 2000 anni dopo, con l'avvento di Kiko Argüello.

 ○•••••••••○

La dimensione comunitaria ha un significato teologico: Dio è relazione di Persone nella Trinità Santissima; crea l’uomo nella complementarietà relazionale tra maschio e femmina perché «non è bene che l’uomo sia solo» (Gn 2, 18), si pone in rapporto con l’uomo e la donna e li chiama a loro volta alla relazione con Lui: come bene intuì sant’Agostino, il nostro cuore è inquieto finché non trova Dio e non riposa in Lui (cfr. Confessioni, I, 1). Il Signore Gesù iniziò il suo ministero pubblico chiamando a sé un gruppo di discepoli perché condividessero con lui la vita e l’annuncio del Regno; da questo piccolo gregge nasce la Chiesa.

 ○•••••••••○

"Dal piccolo gregge nasce la Chiesa" e non viceversa, dalla Chiesa nasce, per elezione e separazione, un piccolo gregge di eletti.

 ○•••••••••○


Per descrivere la vita eterna la Scrittura usa l’immagine di una città: la Gerusalemme del cielo (cfr. Ap 21); una città è una comunità di persone che condividono valori, realtà umane e spirituali fondamentali, luoghi, tempi e attività organizzate e che concorrono alla costruzione del bene comune. Mentre i pagani costruivano templi dedicati alla sola divinità, ai quali le persone non avevano accesso, i cristiani, appena godettero della libertà di culto, subito edificarono luoghi che fossero domus Dei et domus ecclesiae, dove i fedeli potessero riconoscersi come comunità di Dio, popolo convocato per il culto e costituito in assemblea santa.

 ○•••••••••○

I neocatecumenali invece costruiscono Domus Galilaeae e Jerusalem  per potersi riconoscere come Figli di Re (a pagamento) durante i loro Pellegrinaggi per ricevere il battesimo 'consapevole' e le nozze 'con la comunità'

 ○•••••••••○

Dio quindi può proclamare: «Io sono il tuo Dio, tu sarai il mio popolo» (cfr. Es 6, 7; Dt 14, 2). Il Signore si mantiene fedele alla sua Alleanza (cfr. Dt 7, 9) e Israele diventa per ciò stesso Dimora di Dio, luogo santo della sua presenza nel mondo (cfr. Es 29, 45; Lv 26, 11-12). Per questo la casa del Signore suppone la presenza della famiglia dei figli di Dio. Anche oggi, nella preghiera di dedicazione di una nuova chiesa, il Vescovo chiede che essa sia ciò che per sua natura deve essere:

«[…] sia sempre per tutti un luogo santo […].

 ○•••••••••○

Non si accenna alla Nueva estetica delle corone misteriche kikiane

 ○•••••••••○

Qui il fonte della grazia lavi le nostre colpe, perché i tuoi figli muoiano al peccato e rinascano alla vita nel tuo Spirito.

 ○•••••••••○

Il Vescovo parla di fonte e non di piscina; dà per scontato che i cattolici vogliano battezzare i figli in chiesa e non nelle hall degli alberghi.

 ○•••••••••○

Qui la santa assemblea riunita intorno all’altare, celebri il memoriale della Pasqua e si nutra al banchetto della parola e del corpo di Cristo. Qui lieta risuoni la liturgia di lode e la voce degli uomini si unisca ai cori degli angeli;

 ○•••••••••○

Per unirsi ai cori degli angeli le voci non devono essere sguaiate, i canti devono essere liturgici e non inventati, gli strumenti devono essere degni.

 ○•••••••••○

qui salga a te la preghiera incessante per la salvezza del mondo. Qui il povero trovi misericordia, l’oppresso ottenga libertà vera e ogni uomo goda della dignità dei tuoi figli, finché tutti giungano alla gioia piena nella santa Gerusalemme del cielo».

La comunità cristiana non ha mai perseguito l’isolamento e non ha mai fatto della chiesa una città dalle porte chiuse. 

 ○•••••••••○

Le Eucaristie neocatecumenali invece sono a porte chiuse e pattugliate da ostiari pronti a tutto pur di sviare eventuali intrusi parrocchiani della Messa delle 12

 ○•••••••••○

Mezzo secolo di separatismo

Formati al valore della vita comunitaria e alla ricerca del bene comune, i cristiani hanno sempre cercato l’inserimento nella società, pur nella consapevolezza di una alterità: essere nel mondo senza appartenere a esso e senza ridursi a esso (cfr. Lettera a Diogneto, 5-6). E anche nell’emergenza pandemica è emerso un grande senso di responsabilità: in ascolto e collaborazione con le autorità civili e con gli esperti, i Vescovi e le loro conferenze territoriali sono stati pronti ad assumere decisioni difficili e dolorose, fino alla sospensione prolungata della partecipazione dei fedeli alla celebrazione dell’Eucaristia.

 

Questa Congregazione è profondamente grata ai Vescovi per l’impegno e lo sforzo profusi nel tentare di dare risposta, nel modo migliore possibile, a una situazione imprevista e complessa.

Non appena però le circostanze lo consentono, è necessario e urgente tornare alla normalità della vita cristiana,

 ○•••••••••○

L'appello di tornare alla 'normalità della vita cristiana' andrebbe esteso a tutti coloro che, da anni, vivono separati in casa nella stessa parrocchia

 ○•••••••••○

che ha l’edificio chiesa come casa e la celebrazione della liturgia, particolarmente dell’Eucaristia, come «il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e insieme la fonte da cui promana tutta la sua forza» (Sacrosanctum Concilium, 10).

 ○•••••••••○

È la chiesa la casa dei cattolici e il luogo delle celebrazioni liturgiche: non le salette, non i catecumenium, non le palestre, non gli alberghi

 ○•••••••••○

Consapevoli del fatto che Dio non abbandona mai l’umanità che ha creato, e che anche le prove più dure possono portare frutti di grazia, abbiamo accettato la lontananza dall’altare del Signore come un tempo di digiuno eucaristico, utile a farcene riscoprire l’importanza vitale, la bellezza e la preziosità incommensurabile. Appena possibile però, occorre tornare all’Eucaristia con il cuore purificato, con uno stupore rinnovato, con un accresciuto desiderio di incontrare il Signore, di stare con lui, di riceverlo per portarlo ai fratelli con la testimonianza di una vita piena di fede, di amore e di speranza.

 ○•••••••••○

Il digiuno Eucaristico dovrebbe far riflettere sulla preziosità del Corpo di Cristo e sulla necessità di parteciparvi in modo degno e devoto, secondo quanto previsto per tutti coloro che appartengono alla Chiesa. Quindi inginocchiandosi alla consacrazione e senza spargere briciole o rischiare profanazione del Corpo di Cristo.

 ○•••••••••○

Martiri  di Abitene, Etiopia (303-4) «se senti il nome cristiano,sappi che lì c'è il dominicum»

Questo tempo di privazione ci può dare la grazia di comprendere il cuore dei nostri fratelli martiri di Abitene (inizi del iv secolo), i quali risposero ai loro giudici con serena determinazione, pur di fronte a una sicura condanna a morte: «Sine Dominico non possumus».

 ○•••••••••○

I neocatecumenali avrebbero detto:

«Sine Sabato non possumus».

 ○•••••••••○

L’assoluto non possumus (non possiamo) e la pregnanza di significato del neutro sostantivato Dominicum (quello che è del Signore) non si possono tradurre con una sola parola. Una brevissima espressione compendia una grande ricchezza di sfumature e significati che si offrono oggi alla nostra meditazione:

 

— Non possiamo vivere, essere cristiani, realizzare appieno la nostra umanità e i desideri di bene e di felicità che albergano nel cuore senza la Parola del Signore, che nella celebrazione prende corpo e diventa parola viva, pronunciata da Dio per chi oggi apre il cuore all’ascolto;

 ○•••••••••○

Possibilmente la Parola non deve essere assoggettata a personale e kikiana interpretazione, ma deve essere rispettata la lettura che la Chiesa e la Tradizione hanno fatto per noi.

 ○•••••••••○

— Non possiamo vivere da cristiani senza partecipare al Sacrificio della Croce in cui il Signore Gesù si dona senza riserve per salvare, con la sua morte, l’uomo che era morto a causa del peccato; il Redentore associa a sé l’umanità e la riconduce al Padre; nell’abbraccio del Crocifisso trova luce e conforto ogni umana sofferenza;

 ○•••••••••○

La croce è luogo in cui uniamo la nostra sofferenza a quella di Cristo, non la croce gloriosa che trasforma tutto in gloria e in forzata allegria.

 ○•••••••••○

— Non possiamo senza il banchetto dell’Eucaristia, mensa del Signore alla quale siamo invitati come figli e fratelli per ricevere lo stesso Cristo Risorto, presente in corpo, sangue, anima e divinità in quel Pane del cielo che ci sostiene nelle gioie e nelle fatiche del pellegrinaggio terreno;

 ○•••••••••○

Il Pane eucaristico è Corpo, Sangue, Anima e Divinità di Gesù Cristo nostro Signore. Non è necessario il "coppone". Forse qualcosa di buono il Covid lo ha ottenuto

 ○•••••••••○

— Non possiamo senza la comunità cristiana, la famiglia del Signore: abbiamo bisogno di incontrare i fratelli che condividono la figliolanza di Dio, la fraternità di Cristo, la vocazione e la ricerca della santità e della salvezza delle loro anime nella ricca diversità di età, storie personali, carismi e vocazioni;

 ○•••••••••○

Ecco, la diversità di storie personali, di carismi e di vocazioni non viene assolutamente perseguita nelle Comunità neocatecumenali, dove ognuno deve assolutamente fare il percorso gnostico kikiano, una vera deriva abusante e settaria nel cuore della Chiesa cattolica: dal fango, al disprezzo per la propria vita spirituale precedente, l'idolatria nei confronti dei fondatori, l'obbedienza ai catechisti eccetera

 ○•••••••••○

— Non possiamo senza la casa del Signore, che è casa nostra, senza i luoghi santi dove siamo nati alla fede, dove abbiamo scoperto la presenza provvidente del Signore e ne abbiamo scoperto l’abbraccio misericordioso che rialza chi è caduto, dove abbiamo consacrato la nostra vocazione alla sequela religiosa o al matrimonio, dove abbiamo supplicato e ringraziato, gioito e pianto, dove abbiamo affidato al Padre i nostri cari che hanno completato il pellegrinaggio terreno;

 ○•••••••••○

Non possiamo, dicono i neocatecumenali, senza l'icona della Madonna di Kiko, i canti di Kiko, la liturgia invenzione di Kiko...

 ○•••••••••○

— Non possiamo senza il giorno del Signore, senza la Domenica che dà luce e senso al succedersi dei giorni del lavoro e delle responsabilità familiari e sociali.

 ○•••••••••○

Non possiamo senza il sabato sera, dicono i neocatecumenali, ma neppure senza il mercoledì o il giovedì e la convivenza della domenica...

 ○•••••••••○

Per quanto i mezzi di comunicazione svolgano un apprezzato servizio verso gli ammalati e coloro che sono impossibilitati a recarsi in chiesa, e hanno prestato un grande servizio nella trasmissione della Santa Messa nel tempo nel quale non c’era la possibilità di celebrare comunitariamente, nessuna trasmissione è equiparabile alla partecipazione personale o può sostituirla. 


Anzi queste trasmissioni, da sole, rischiano di allontanarci da un incontro personale e intimo con il Dio incarnato che si è consegnato a noi non in modo virtuale, ma realmente, dicendo: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui» (Gv 6, 56). Questo contatto fisico con il Signore è vitale, indispensabile, insostituibile.

 ○•••••••••○

I presbiteri neocatecumenali per dire la verità si sono attivati, su indicazioni di Kiko, e hanno consacrato un bel po' di particole consegnate a mo' di pizzette nelle case dei fratelli. Ma a questi 'bigottoni' di cattolici della Messa delle 12 non andava a genio: dicono che è un grave abuso eucaristico... 

 ○•••••••••○

Una volta individuati e adottati gli accorgimenti concretamente esperibili per ridurre al minimo il contagio del virus, è necessario che tutti riprendano il loro posto nell’assemblea dei fratelli, riscoprano l’insostituibile preziosità e bellezza della celebrazione, richiamino e attraggano con il contagio dell’entusiasmo i fratelli e le sorelle scoraggiati, impauriti, da troppo tempo assenti o distratti.

 ○•••••••••○

E infatti i catechisti neocatecumenali si sono attivati da tempo per richiamare i fratelli. Ma pare che la lontananza che 'è come il tempo che fa dimenticare chi non s'ama' abbia riportato o stiano riportando molti fratelli alla parrocchia.

 ○•••••••••○

Questo Dicastero intende ribadire alcuni principi e suggerire alcune linee di azione per promuovere un rapido e sicuro ritorno alla celebrazione dell’Eucaristia.

La dovuta attenzione alle norme igieniche e di sicurezza non può portare alla sterilizzazione dei gesti e dei riti, all’induzione, anche inconsapevole, di timore e di insicurezza nei fedeli.

Si confida nell’azione prudente ma ferma dei Vescovi perché la partecipazione dei fedeli alla celebrazione dell’Eucaristia non sia derubricata dalle autorità pubbliche a un “assembramento”, e non sia considerata come equiparabile o persino subordinabile a forme di aggregazione ricreative.

Le norme liturgiche non sono materia sulla quale possono legiferare le autorità civili, ma soltanto le competenti autorità ecclesiastiche (cfr. Sacrosanctum Concilium, 22).

Si faciliti la partecipazione dei fedeli alle celebrazioni, ma senza improvvisate sperimentazioni rituali e nel pieno rispetto delle norme, contenute nei libri liturgici, che ne regolano lo svolgimento.

 ○•••••••••○

Il rispetto della norme? Dei libri liturgici? Ma riguardano anche i neocatecumenali super approvati e disobbedienti alle norme della Chiesa da più di mezzo secolo?

 ○•••••••••○

Nella liturgia, esperienza di sacralità, di santità e di bellezza che trasfigura, si pregusta l’armonia della beatitudine eterna: si abbia cura quindi per la dignità dei luoghi, delle suppellettili sacre, delle modalità celebrative, secondo l’autorevole indicazione del Concilio Vaticano II: «I riti splendano per nobile semplicità» (Sacrosanctum Concilium, 34).

 ○•••••••••○

Ecco, nobile semplicità e limpidezza cattolica: via dunque i candelabri a nove braccia modello 'Leoni', i tavoloni inzeppati di fiori e frutta che sostituiscono gli altari; via i balletti ed i sorbetti; via le cantate sulle chitarrelle, le monizioni più lunghe delle omelie, le risonanze 'io non volevo venire qui stasera'

 ○•••••••••○

Si riconosca ai fedeli il diritto di ricevere il Corpo di Cristo e di adorare il Signore presente nell’Eucaristia nei modi previsti

 ○•••••••••○

È superfluo dire che 'i modi previsti' siano: genuflettendosi e ricevendo il Corpo di Cristo sulla lingua, non il 'sequestro' del Corpo di Cristo sulle mani in attesa della masticazione comunitaria.

 ○•••••••••○


senza limitazioni che vadano addirittura al di là di quanto previsto dalle norme igieniche emanate dalle autorità pubbliche o dai Vescovi.

I fedeli nella celebrazione eucaristica adorano Gesù Risorto presente; e vediamo che con tanta facilità si perde il senso della adorazione, la preghiera di adorazione. Chiediamo ai Pastori di insistere, nelle loro catechesi, sulla necessità dell’adorazione.

Un principio sicuro per non sbagliare è l’obbedienza.

Obbedienza alle norme della Chiesa, obbedienza ai Vescovi.

 ○•••••••••○

Non ai catechisti fai da te o a quelli che 'ci manda il Vescovo' e poi fanno ciò che gli pare.

Detto questo, ascoltiamo il Cardinale senza interromperlo più.

 ○•••••••••○

In tempi di difficoltà (ad esempio pensiamo alle guerre, alle pandemie) i Vescovi e le Conferenze Episcopali possono dare normative provvisorie alle quali si deve obbedire. La obbedienza custodisce il tesoro affidato alla Chiesa. Queste misure dettate dai Vescovi e dalle Conferenze Episcopali scadono quando la situazione torna alla normalità.

La Chiesa continuerà a custodire la persona umana nella sua totalità. Essa testimonia la speranza, invita a confidare in Dio, ricorda che l’esistenza terrena è importante, ma molto più importante è la vita eterna: condividere la stessa vita con Dio per l’eternità è la nostra meta, la nostra vocazione. Questa è la fede della Chiesa, testimoniata lungo i secoli da schiere di martiri e di santi, un annuncio positivo che libera da riduzionismi unidimensionali, dalle ideologie: alla preoccupazione doverosa per la salute pubblica la Chiesa unisce l’annuncio e l’accompagnamento verso la salvezza eterna delle anime. Continuiamo dunque ad affidarci con fiducia alla misericordia di Dio, a invocare l’intercessione della beata Vergine Maria, salus infirmorum et auxilium christianorum, per tutti coloro che sono provati duramente dalla pandemia e da ogni altra afflizione, perseveriamo nella preghiera per coloro che hanno lasciato questa vita, e al contempo rinnoviamo il proposito di essere testimoni del Risorto e annunciatori di una speranza certa, che trascende i limiti di questo mondo.

 

Dal Vaticano, 15 agosto 2020 Solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria


Il Sommo Pontefice Francesco, nell’Udienza concessa il 3 settembre 2020, al sottoscritto Cardinale Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, ha approvato la presente Lettera e ne ha ordinato la pubblicazione.

 

Robert Cardinale Sarah Prefetto

mercoledì 16 settembre 2020

Inizio Corso 2020/21 (Porto San Giorgio 10/13 settembre): Il Signore in questa Eucarestia ci dà una "parola" per questa convivenza.


Tratto da un contributo di Veterano:


Dall'Enciclica "Dives in Misericordia" (30 novembre 1980) di Papa Giovanni Paolo II:

È ovvio che una così generosa esigenza di perdonare non annulla le oggettive esigenze della giustizia. La giustizia propriamente intesa costituisce per così dire lo scopo del perdono. In nessun passo del messaggio evangelico il perdono, e neanche la misericordia come sua fonte, significano indulgenza verso il male, verso lo scandalo, verso il torto o l'oltraggio arrecato. La riparazione del male e dello scandalo, il risarcimento del torto, la soddisfazione dell'oltraggio sono condizione del perdono (n°14).


Kiko incita al peccato disincentivando la giustizia,
esaltando il malfattore che superbo accoglie il perdono 
della sua vittima, umiliata di fronte a lui. 
È una realtà contorta e insopportabile!
 
 



Anche i catechisti parrocchiali dei bambini per la Prima Comunione hanno ben chiaro quanto l'Enciclica espone: preparandoli per la Prima Confessione spiegano loro per bene che il pentimento è una condizione indispensabile per ricevere il perdono e che altra cosa indispensabile è il proposito di non peccare più.
Insomma Dio è Misericordioso ma anche molto "esigente", come significato nella recita dell' "Atto di dolore". (ho notato da sempre come cosa strana, ma non troppo, che nelle Penitenziali neocatecumenali non è prevista per l'assoluzione neanche la recita dell' Atto di dolore. Chi sa mai il perché!)

Pensando a chi ha vissuto - all'ombra del cammino e per opera tante volte di chi avrebbe dovuto essere piuttosto di esempio - l'esperienza terrificante (puntualmente e abilmente insabbiata) fatta di soprusi, di veri e propri abusi e violenze, non si può sopportare la superficialità con cui tante volte si affronta il tema del perdono.

“Io ho dato la mia vita per questo mio figliolo, 
  perciò se tu non lo assolvi, lo assolverò io”.


Domenica 13 settembre questo l'argomento  delle Letture della Messa che, se non bene illustrato nell'omelia, rischia di trasformarsi in uno scudiscio che va a colpire impietoso sempre le stesse ferite aperte, facendole sanguinare ancora e ancora.

Si ritorna sull'argomento, perché avere a che fare col Cammino comporta inevitabilmente, prima o poi, lo scontro col problema del "perdono".

Potremmo dire che il Cammino, in un modo o nell'altro, finisce sempre per avere molto "da farsi" perdonare!

Le letture di questa Domenica, poi, neanche a farlo apposta, sono le letture dell'eucarestia della Convivenza di Inizio Corso 2020/2011, tenuta da Kiko proprio in questi giorni a Porto San Giorgio. 

Tema particolarmente scottante che ha sollevato tante questioni tra Cammino ed ex-camminanti, tra vittime e carnefici all'interno dell'esperienza e tante inconcludenze ha fatto emergere tra la catechesi sul perdono predicata nell'esperienza e quella della Chiesa Cattolica.

La Parola non va mai strumentalizzata, come ad esempio fa il Cammino per garantirsi una eterna impunità  nei suoi mali costumi, e non va banalizzata come accade tante volte, purtroppo, nell' Omelia domenicale.

Domenica 13 settembre, della XXIV settimana del Tempo Ordinario - Anno A  

Esordisce il libro del Siracide.
 
Sir 27, 33 – 28, 9 

Perdona l'offesa al tuo prossimo
e per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati. 


Ricorda i precetti e non odiare il prossimo,
l’alleanza dell’Altissimo e dimentica gli errori altrui. 


E Kiko va a nozze!

Continua il Vangelo di questa Domenica incentrata sul perdono.

Mt 18,21-35. 

Quante volte dovrò perdonare al mio fratello? Sette volte? Gesù risponde: no sette, ma settanta volte sette. Cioè sempre. (nota)

Va evidenziato in primis che la domanda è posta a Gesù dall'Apostolo Pietro. E Quando Gesù risponde a Pietro risponde alla Chiesa.

Il Catechismo Cattolico chiarisce bene questo concetto:

dal Catechismo del Concilio di Trento parte 1, art.9, par.123

Nessun peccato è irremissibile nella Chiesa.
 

Questa potestà della Chiesa non è ristretta a certe specie di peccati e non si può ammettere o pensare delitto così enorme che la Chiesa non abbia potestà di rimetterlo, come non c'è uomo così infame e scellerato che, qualora si penta davvero dei suoi misfatti, non debba avere speranza certa di perdono. E nemmeno tale potestà è circoscritta a un dato tempo. A qualunque ora il peccatore vorrà tornare alla salvezza, non dovrà essere respinto, come ha insegnato il nostro Salvatore quando rispose al principe degli Apostoli, che lo interrogava su quante volte (sette forse?) si dovesse perdonare ai peccatori: "Non sette, ma settanta volte sette" (Mt 18,22).

Lo stesso racconto del servo malvagio che Gesù fa in Mt 18,21-35 spariglia le carte rispetto alla interpretazione distorta del cammino. Comprenderemo come Gesù non intende imporre un perdono tra i fratelli aprioristico che sia svincolato, alla maniera neocatecumenale, da ogni giustizia.

Gesù rispose infatti:
"Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. 
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi.".

Servo malvagio... 
Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno,
così come io ho avuto pietà di te?

 

Tutti conosciamo il racconto del servo a cui viene condonato il debito di diecimila talenti per aver supplicato il padrone ma che a sua volta non ha misericordia del suo fratello/debitore nei suoi confronti di cento denari che ugualmente lo implora. E qui succede un fatto davvero singolare.

E' scritto nel Vangelo:
 
"Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l'accaduto".

Accidenti, ragazzi! Spioni e pure giudicatori.

Se fosse vera la interpretazione neocatecumenale del "perdono" Gesù avrebbe risposto loro all'istante: "Tu parli e pensi male del tuo fratello, credi di essere migliore tu di lui? Chè tu non saresti capace di commettere simili ripugnanti carognate? TU GIUDICHI! TU DEVI PERDONARE! E stai molto attento perché ...se no ti tolgo la mano dalla testa e...".

No, Gesù non risponde così, ma chiama "malvagio" il servo ingrato e lo consegna in mano agli aguzzini.

Ordunque, cosa più complessa è il perdono cristiano di un lasciapassare per i malfattori, di un salvacondotto sine die per tutti i delinquenti, con buona pace di tutti gli angariati, sfruttati, malmenati.
Ha grande rilievo la parabola che racconta Gesù per chiarire bene il senso della sua risposta a Pietro.

E ora torniamo daccapo.

Avevamo iniziato così:

Dall'Enciclica "Dives in Misericordia" (30 novembre 1980) di Papa Giovanni Paolo II:

È ovvio che una così generosa esigenza di perdonare non annulla le oggettive esigenze della giustizia. La giustizia propriamente intesa costituisce per così dire lo scopo del perdono. In nessun passo del messaggio evangelico il perdono, e neanche la misericordia come sua fonte, significano indulgenza verso il male, verso lo scandalo, verso il torto o l'oltraggio arrecato. La riparazione del male e dello scandalo, il risarcimento del torto, la soddisfazione dell'oltraggio sono condizione del perdono (n°14).


Rileggendo ora tutto è chiaro e lampante.


Una interpretazione artatamente distorta che si posa sul terreno minato lasciato dal Cammino Neocatecumenale in tante anime devastate si trasforma nel definitivo "colpo di grazia".

Questo grida vendetta a Dio! Grida giustizia, come il grido dei servi "spioni" che, dispiaciuti (n.b. questo è il termine che utilizza Gesù nel Vangelo di Matteo"), ricorrono al loro padrone.

Questo stesso grido dovrebbe essere udito dai big del Cammino Neocatecumenale riuniti a Porto San Giorgio attraverso l'ascolto del Vangelo proposto proprio dalla Liturgia della domenica in cui la convivenza si conclude (nulla è a caso, non è vero?!).

Sono 50 anni che, a detta loro, "servono" il Signore. Quando inizieranno ad imitarlo sul serio?

Il testardo perseverare nei loro comportamenti dimostra che tra i catechisti del cammino ci sono persone inique che non hanno nessun diritto di autodefinirsi pastori, come invece fanno con ingiustificata presunzione.

E' sempre più evidente che se costoro non correggono gli indisciplinati e non amano per sé la correzione questo dimostra solo che è proprio tutto il sistema ad essere marcio.

________________________________________
(nota)

Nota per un approfondimento conclusivo di Veterano:

Vale la pena ricordare che Gesù apparteneva per nascita al popolo ebreo. La mentalità ebraica era la mentalità di Cristo. Si colgono spunti meravigliosi se ci si addentra in quello che fu il suo mondo col dovuto rispetto. (Questo per evidenziare che non si guarda con diffidenza alle radici ebraiche - la cui conoscenza piuttosto ci aiuta tantissimo per una migliore comprensione delle Parole di Gesù - ma alle solite false interpretazioni del Cammino, che ha fatto man bassa per il suo tornaconto anche in questo campo).
I Rabbini appunto dicono che sono "settanta" le interpretazioni che si possono dare ad ogni singola parola del Tanak, ma tutte devono dare Gloria a Dio, altrimenti non è "Giusta interpretazione".

Cosa significano i numeri sette e settanta. Entrambi hanno significati precisi, il sette che si pronuncia Shebà significa anche "Patto" scritto con le stesse lettere e la stessa vocalizzazione. Settanta è un numero fondamentale per il popolo ebraico e ogni volta che compare nell'antico testamento originale, cioè il Tanak, è scritto con la lettera iniziale con carattere più grande delle altre lettere, come noi facciamo quando scriviamo la prima lettera dopo il punto. Settanta significa "Discernimento", attributo indispensabile a chi sta ricevendo nelle sue mani le chiavi del regno dei cieli. Quindi quando Cristo dice a Pietro: non ti dico sette volte, che già significa il patto che noi abbiamo ricevuto da Dio stesso, cioè la vita (legato alla creazione di tutte le cose in sette giorni, compreso il riposo), ma settanta volte sette, gli ricorda anche il "Discernimento" cioè, perdonare sempre avendo presente il "Patto del Discernimento": perdonare sì, ma non andando contro la giustizia, attributo inscindibile dalla natura di Dio che ci dona proprio il discernimento.    

In ogni caso il risultato a cui si giunge è di una libertà enorme e combacia appieno con il Magistero della Chiesa, per esempio quello che ha detto S. Giovanni Paolo II nella sua Enciclica.

lunedì 14 settembre 2020

MA CHI E’QUESTO KIKO? (Padre Conrado Monreal)

Sappiamo da informazioni certe di fonte neocatecumenale, che quando l’Argüello è arrivato a Roma aveva al suo attivo solo 3 parrocchie catechizzate e forse poco altro. Si evincono dal suo primo Libro dei canti del 1967.

Novembre 1967.
Parrocchia S. Frontis (Zamora), Santiago (Avila), Cristo Rey (Madrid)
La sua attività “evangelizzatrice” si dice fosse partita dal quartiere povero di Palomeras Altas a Madrid ma, siccome a Madrid c’erano oltre 500 parrocchie all’epoca e Morcillo ne fece erigere almeno altre 250, proprio non si capisce come mai al suo esordio l’Argüello non abbia catechizzato per prime le parrocchie della sua città e della sua diocesi, tranne quella di Cristo Rey nel ricco quartiere di Arguelles, per l’appunto dove risiedevano i suoi genitori, peraltro iniziando in un seminterrato della casa di famiglia, si dice in alcune testimonianze.

Il primo “Libro dei canti comunitari”, infatti, era rivolto solo alla parrocchia di Zamora e a quella di Avila.

Un po’ strano.

Pur approfondendo le ricerche, non esiste un solo documento o scritto ufficiale di pugno di mons. Morcillo, che avalli la teoria secondo la quale avrebbe sostenuto ed incentivato il Movimento Neocatecumenale ai suoi albori.
Solo parole di Argüello e compare, di nessun’ altra fonte ufficiale.

Sia dall’epistolario rinvenuto nel Fondo Morcillo a Madrid che nelle lettere di accompagnamento al vicario romano Dell’Acqua, più che la descrizione di un “animatore” suonatore di chitarra e aggregatore di persone, non si può evincere, come anche importanti NO alle sue insistenti richieste.

Sembra quasi che Morcillo, sommerso dalla valanga di appelli dell’Argüello e della straricca signora, talvolta non abbia potuto esimersi dall’ascoltarli, forse anche in ossequio alla famiglia Hernández Barrera, una delle più ricche di Madrid, o forse semplicemente perché, nonostante la sua contrarietà, il Concilio Vaticano II aveva imposto nuovi approcci e nuove modalità.

Non dimentichiamoci mai che Morcillo morì nel 1971, nemmeno 3 anni dopo la spedizione arguelliana in Italia.
In effetti, le lodi pubbliche del Movimento per il sostegno loro accordato da Morcillo sembrano successive a quella data, perché nei primi 3 anni “italiani” l’Argüello non era affatto personaggio pubblico.

Poi Kiko ha iniziato a dire che aveva il sostegno dell’arcivescovo Morcillo, che lo invitò a svolgere la sua opera “catechetica” nelle parrocchie, ma MORCILLO ERA ARCIVESCOVO DI MADRID E L’ARGÜELLO INIZIÒ PER PRIMO IN DIOCESI DIVERSE, CIOÈ NELLA DIOCESI DI ZAMORA, IL CUI VESCOVO AL TEMPO ERA MONS. EDUARDO MARTÍNEZ GONZÁLEZ E NELLA DIOCESI DI AVILA, IL CUI VESCOVO ERA MONS. SANTOS MORO BRIZ.

Che c’entra Morcillo?

Anzi, gli inizi fuori diocesi fanno proprio pensare a una “mancanza di sostegno”, altrimenti i due catechisti in erba in cerca di fortuna avrebbero potuto comodamente iniziare da Madrid e non riunirsi nel seminterrato di casa Argüello ed essere successivamente messi in condizione di lasciare la parrocchia di Cristo Rey dei Sacri Cuori.

Ogni probabilità fa quindi pensare che tale parrocchia dei dei Sacri Cuori, sia stata proprio la parrocchia di appartenenza della famiglia Argüello, dato che dista solo 10 minuti a piedi da via Blasco de Garay, residenza dei genitori di Kiko.

Guarda caso, oggigiorno in via Blasco de Garay n°8, c'è il Centro Neocatecumenale di Madrid.
Sarà mica la residenza degli Argüello?

Via Blasco de Garay n° 8
Invece Kiko iniziò da Zamora, distante 254 km da Madrid.

Le prime catechesi si ebbero nella parrocchia di San Frontis nel febbraio-marzo del 1967.
Questa realtà ecclesiale si dice che raggiunse la diocesi attraverso un certo José Martín Alonso, di cui non si hanno altre notizie, se non che nel 1973 era coadiutore della parrocchia e che era stato ordinato al sacerdozio nel 1966 all’età di 24 anni: terminati gli studi teologici, pur non avendo l'età canonica per essere ordinato, Martin Alonso si trasferì a Madrid per svolgere la sua tappa pastorale, dove entrò in contatto con Kiko Argüello all'inizio del Movimento ancora incipiente. Convinto da quel particolare modo di vita cristiana, propose la riproduzione di quel “modello” nel quartiere della capitale Zamora, che fu accolto dal parroco José Martín Escribano di San Frontis.

Dopo aver tenuto il primo ciclo di catechesi per DUE SETTIMANE (in Italia duravano e durano due mesi), il movimento mise radici. Informazioni fornite da José Martín Alonso stesso in un'intervista tenutasi il 4 marzo 2012.

Il 28 febbraio 1967, quindi, Kiko Argüello e Carmen Hernández arrivarono ​​a Zamora accompagnati da “diverse persone che vivevano nei bassifondi di Palomeras (Madrid)”, con le quali avevano avuto “alcuni anni” di esperienza dell'azione dello Spirito Santo in mezzo ai più poveri ed emarginati, ascoltando e celebrando la Parola di Dio e facendo celebrazioni liturgiche - in particolare l'Eucaristia -, il cui frutto era ciò che chiamavano "comunità".
Ma la potevano anche chiamare “gruppo di amici”, non è la definizione che dà la sostanza.

Quella di Zamora è nota per essere la più antica comunità neocatecumenale del mondo.

Siccome quella comunità nacque a marzo del 1967, dopo due sole settimane di “catechesi”, e fu la prima, quando fu editato il libercolo dei “Canti comunitari” nel novembre dello stesso anno da parte della “comunità” di Cristo Rey di Arguelles, si può ben dedurre che i “frutti” di tanto spasmo canoro discografico e proselitico, fossero davvero scarsucci, perché il libercolo è dedicato a solo due parrocchie: S. Frontis di Zamora e Santiago di Avila, nella quale ultima ad oggi il Movimento Neocatecumenale sembra non aver lasciato traccia.

Ma ancora di più: della diocesi di Madrid, che sarebbe stata così caldeggiata dall’arcivescovo Morcillo, ancora non se ne parla, perché anche la parrocchia di S. Santiago di Avila si trova in altra diocesi, appunto quella di Avila, il cui vescovo all’epoca era mons. Santos Moro Briz, amico intimo di Josemaría Escrivá de Balaguer dell’Opus Dei, verso il quale ha sempre nutrito legami, stima ed apprezzamento.

Parroco era all’epoca Francisco López Hernández, in qualità di economo della parrocchia.
Si apprende che Francisco López Hernández arrivò nella parrocchia di Santiago nel settembre 1965 e, dopo aver osservato il desolato panorama suburbano in cui viveva gran parte della popolazione, decise di intraprendere una profonda azione sociale basata in «assistenza sociale, cultura e alloggio».
Fu così che nacque il primo Centro Sociale di Santiago, con una sala, un cinema parrocchiale e corsi di stenografia, taglio e cucito … Successivamente iniziarono le case, "fino a circa 300", che "furono fatte con prestiti a buone condizioni" e “In questo modo molte famiglie lasciarono le famose covachuelas (scantinati e seminterrati) e il rifugio del Municipio, vicino a San Nicolás. Successivamente prese la decisione di fondare la scuola di Pablo VI, con 70 bambini che non riuscivano a trovare posti in altri centri di Avila.

Sarà stato per questo che l’Argüello ebbe buon gioco inizialmente: parlava dei poveri e si presentava con il codazzo dei suoi amici di Palomeras.
Ma non era esattamente in linea col parroco: Kiko dell’azione sociale non sapeva che farsene.

Dei legami passati o attuali del parroco col Movimento Neocatecumenale non c’è scritto da nessuna parte, per quello che abbiamo potuto vedere di pubblico online, come invece puntualmente accade per tutti gli “affezionati”.

Tra l’altro Santos Moro Briz, come Morcillo, durante il Concilio avevano fatto parte del Coetus Internationalis Patrum capeggiato da mons. Lefebvre, quindi non erano per nulla favorevoli ai nuovi venti conciliari, ma piuttosto restii e conservatori.
Era infatti un’epoca in cui 6.000 preti spagnoli rifiutavano la “nuova Messa” e la nuova liturgia.

Il Coetus Internationalis Patrum in Piazza San Pietro
Date queste premesse, ci sorge spontaneo il pensiero che il giovanotto Argüello, all’epoca appena 28enne, non abbia chiesto nemmeno il permesso ai vescovi per portare la sua “nuova evangelizzazione” in quelle due parrocchie, come ha fatto a Roma, quando iniziò senza chiedere il permesso al cardinal vicario Dell’Acqua.

All’epoca evidentemente ognuno faceva come gli pareva, non risulta che per catechizzare “fuori diocesi” l’Argüello avesse ottenuto qualche speciale permesso dai vescovi, un caos totale, chiunque poteva ergersi a “maestro” sulla base di credenziali non ufficializzate, solo perché magari un giovane sacerdote aveva “apprezzato” a occhio, senza approfondimenti liturgici e dottrinali, quello che aveva visto di passaggio a Madrid.

Di certo è che, almeno fino al 1968, Morcillo non pare abbia incentivato il duo a catechizzare nella capitale, perché la sola parrocchia “neocatecumenalmente catechizzata” risultante all’epoca era quella del quartiere dei genitori dell’Argüello, che alla sua nascita si riuniva in un garage e non in parrocchia.

Potrebbe sembrare che l’allora parroco della parrocchia di Cristo Rey, Conrado Monreal, avesse accolto la “comunità”, ma la storia è scritta diversamente e non risulta affatto che ne fosse così convinto, dato che in un lampo  se ne sbarazzò, anche se con questo probabilmente contrariò i genitori dell’Argüello.

È naturale pensare che un parroco, ignaro totalmente di ciò che sta accadendo e di ciò che “si è messo vicino a casa”, inizialmente non opponga obiezioni a che un pugnello di fedeli si riunisca privatamente in un piccolo gruppo.
Li conosceva, è chiaro, erano un gruppetto misto di baraccati e parrocchiani (al di sotto delle 30 persone, come dice lo stesso Argüello nel suo libriccino), magari anche proprio persone in contatto con la famiglia Argüello o facenti parte direttamente di essa.
I figli si aiutano, sostenendoli nell’impresa e prestando loro il seminterrato.
Cose alla buona in famiglia.

Quello che afferma Jesús Mª Urío Ruiz de Vergara nelle sue rimembranze, quindi, quando dice che li incontrò mentre era seminarista al seminario di San José de El Escorial dei padri dei Sacri Cuori a Madrid, probabilmente altro non è che una giornata di quelle che poi si sarebbero chiamate “convivenze”, usufruendo degli spazi del seminario.
Il fatto che si trovassero in un ambiente dei padri dei Sacri Cuori e che padre Conrado Monreal, parroco di Cristo Rey, appartenesse proprio a quell’ordine, fa venire in mente le solite richieste che i kikos fanno ai preti per usufruire degli spazi parrocchiali o conventuali per le loro riunioni domenicali.

Spulciando un po’ la storia di tale sacerdote, come anche quella di don Francisco López Hernández di Avila, non risultano collegamenti successivi col Movimento Neocatecumenale durante la loro vita ministeriale, quindi parrebbe che fossero stati incastrati dalla non conoscenza di ciò che, bonariamente, avevano permesso, ma di cui poi almeno uno si sbarazzò.

Abbiamo rinvenuto, proprio a proposito di padre Conrado Monreal, un estratto da una lettera di Eduardo Román del Hoyo sulle vicissitudini del Cammino Neocatecumenale nella parrocchia di Cristo Rey a Madrid.
Non sappiamo quale sia l’anno di riferimento degli eventi narrati, possiamo però essere certi che avviene in quell'arco di neanche tre anni che va dal 1968 al momento della morte di Morcillo nel maggio 1971:
“In Argüelles, l'iniziatore del percorso si presentò come "IL POSSESSORE DELLA PAROLA, CHE NOMINAVA I CATECHISTI, I RESPONSABILI E CHE GESTIVA TUTTO".
STUPITO, padre Conrado Monreal dovette insistere e proclamare pubblicamente di essere il parroco di Cristo Rey, al che Kiko, secondo le parole di alcuni presenti, rispose: "O me, o me ne vado … " [ndr: come se l’andarsene fosse una minaccia, mentre fu solo un sollievo. Dispotico e tiranno fin dalle origini!].
Tali scontri portarono allo svolgimento di un incontro speciale con i responsabili, durato per ore nella sala da pranzo del PP. Dei Sacri Cuori. TUTTO ERA DIFFICILE E TESO.
Kiko ricorse a mons. Morcillo, arcivescovo di Madrid perché riconoscesse le sue affermazioni e conseguentemente a questo il vescovo presiedé una riunione. Il giovane pittore CERCÒ [ndr: invano] di nominare il responsabile del cammino nella parrocchia, ma i presenti optarono per la votazione. Mons. Morcillo accettò il prescelto e, SORPRESO, sentì Kiko dire: “Noi abbiamo la responsabilità. Noi abbiamo la responsabilità delle comunità di Madrid[ndr: che all’epoca dovevano essere meno di uno sputo nell’oceano].
Qualche tempo dopo, padre Conrado, a nome del presbiterio parrocchiale, disse ai gruppi che, dopo la fase di formazione, era tempo che facessero qualcosa nella pastorale [ndr. e questo indica che la “fase di formazione” veniva quantificata in uno o due anni].
Elencò le attività e chiese: "Chi sono quelli che vogliono partecipare a queste attività pastorali?" E tutti dissero che no, no, che era il loro cammino che dovevano seguire. Ci furono DISSENSI VIOLENTI, ma non si arresero e quindi CI FURONO DELLE MINACCE: "Scegli, non ci facciamo intimidire, ma la parrocchia non segue il piano delle comunità" E I PARROCI DECISERO DI TOGLIERE LE COMUNITÀ, anche se continuarono a dare loro i locali, che furono decorati dallo stesso Kiko
[ndr. non sottovalutiamo che siamo all’incirca nell’anno 1970 e già erano stati espulsi da una parrocchia. Ma questo, quando vennero in Italia, mica lo dissero].
Rimasero così per quasi due anni, fino a quando un giorno dissero che sarebbero andati nella parrocchia di San José. Ma secondo Kiko, lasciò la parrocchia dei Sacri Cuori nello stesso momento in cui non poteva imporre la sua volontà:
“Beh, non sono d'accordo ", disse. Così lo raccontarono a padre Conrado e lui rispose: "MA CHI È QUESTO KIKO?"
Dalla stessa fonte si apprende che nel 2013, quindi a decine d’anni di distanza dai racconti dell’epoca:
“Nella mia zona sono così noti che NESSUN PRETE DIOCESANO LI CHIEDE, LA FAMA LI PRECEDE. E quando vanno a visitare le parrocchie per offrirlo, trovano solo aspetti negativi.
Penso che tutto il mondo ecclesiale li conosca già.
Da qui, MOLTE GRAZIE A TUTTI I SACERDOTI DIOCESANI PER LA LOTTA IN DIFESA DELLE PECORE.

Anche in Spagna, evidentemente, sono caduti in disgrazia.

Queste sono le risultanze “storiche” ricavabili da pubblicazioni attuali e dell’epoca.
Non ci pare per nulla un gran risultato: in Spagna come in Italia la loro fama li precede, ma fortunatamente per la Chiesa, più che famosi, ci sembrano “famigerati”.

Oggi, visti i risultati, potremmo coniare l’espressione:

MOVIMENTO NEOCATECUMENALE, SE LO CONOSCI LO EVITI

Altro che “chi ci critica non ci conosce…”

IL DISADATTATO MENTALE ARGÜELLO, APPENA 28ENNE ED APPENA COMPARSO SULLA SCENA ECCLESIALE, È PARTITO SUBITO CON SUPERBIA, NON L’HA SVILUPPATA DOPO, A QUANTO PARE.

Ancora una volta, il “grande sostenitore Morcillo”, pare che altro non abbia fatto che partecipare ad una riunione in una parrocchia che SOLLEVAVA SERI PROBLEMI in relazione all’embrionale Movimento Neocatecumenale e che abbia accettato la proposta della votazione del responsabile, contrariando le aspettative del superbo giovanotto che voleva nominare il responsabile d’autorità.
Autorità che non gli fu riconosciuta né da Morcillo né dai presenti.

Sembrerebbe proprio che l’Argüello, viste tali premesse, sia più “fuggito” dalla Spagna che “invitato” in Italia, costruendosi una via di fuga attraverso don Torreggiani che, guarda caso, capitò “casualmente” proprio in una delle UNICHE DUE PARROCCHIE in cui avevano accettato Kiko, quella di Avila.
Sembrerebbe anche che, con tutti i problemi che sollevava, Morcillo sia stato ben felice di toglierselo dai piedi e lanciare ad altri quella “scheggia impazzita”.

Ad oggi sembrerebbe che il Movimento Neocatecumenale non fosse più presente nemmeno nella parrocchia di Santiago di Avila, distante 108 km da Madrid, perché nel sito web le ultime notizie relative a tale Movimento risalgono al 2013.

Ciò verrebbe confermato, nel 2012, da una dichiarazione del responsabile del Movimento Neocatecumenale di Avila, Manuel Herrero, che ha detto che in tutta la città, SOLO 100 PERSONE APPARTENGONO AL MOVIMENTO, divise in quattro comunità: quella di San José Obrero, quella di San Juan Bautista e due che appartengono a San Pedro.

Per essere il luogo in cui tutto ha avuto inizio, mi pare una TOTALE DISFATTA, dopo 53 anni.
Nessun segno “d’amore e di unità”, evidentemente, nessuno che è stato attratto dicendo “guarda come si amano”
Ma a quei 100 non va nemmeno tutto bene, perché al povero responsabile dei quattro gatti tocca dire:
“Nell'edificio annesso alla chiesa di San Juan de la Cruz, in Plaza de San Andrés hanno allestito una sala per le loro celebrazioni e una delle comunità di San Pedro si incontra lì. In effetti, questo sito è stato dato loro "data la difficoltà che hanno incontrato nella loro parrocchia".
Poveracci.
Della serie “mi piego ma non mi spezzo”, nemmeno di fronte ad amarissime realtà.

Vista la distanza chilometrica delle parrocchie di Zamora ed Avila da Madrid, ci sfugge il senso del perché proprio le due prime comunità neocatecumenali a mondo si siano dovute formare così lontane dalla capitale, se l’arcivescovo Morcillo era tanto disponibile…

La conoscenza della storia porta a pensare che il Movimento Neocatecumenale abbia avuto maggior fortuna col vescovo successivo a Morcillo, Vicente Enrique y Tarancón, notoriamente progressista e perfettamente in linea col Concilio Vaticano II.

La differenza tra i due vescovi è notevole:
“L’ atteggiamento liberale e favorevole di Tarancón all'instaurazione di un regime democratico fu contrastato dai settori più conservatori della Chiesa (guidati fino al 1971 dall'arcivescovo Morcillo), che insistette per mantenere la linea del nazional-cattolicesimo”.
Dal 1971 in poi, quindi, maggiore accoglienza del Movimento Neocatecumenale, sia a Madrid che in tutta la Spagna, dato che Tarancón fu anche eletto presidente della Conferenza episcopale spagnola e della Commissione permanente dell'Episcopato nel 1972.

Ma per accreditare gli inizi, bisognava attribuire a Morcillo il sostegno dei neocatecumenali, così una volta arrivati in Italia nel 1968, l’apparenza era salva.

Manovrine neocatecumenali…

sabato 12 settembre 2020

Tavola rotonda neocatecumenale: i giganti della evangelizzazione a confronto

Organizzare (o tenere) una tavola rotonda significa indire una riunione o una conferenza su un preciso tema alla quale prendono parte esperti chiamati a confrontare opinioni diverse e a cui a nessuno dei partecipanti è riservata una posizione di privilegio.

L'origine di questa immagine va ricercata nella tradizione della Tavola Rotonda. Nella mitica reggia di Camelot i nobili cavalieri di Artù si disponevano intorno a una grande tavola di forma rotonda, simbolo di assoluta uguaglianza e di impegno per ciascun partecipante ad eccellere in ogni impresa d'arme.

 

 "Chiunque si rivolgerà ai cavalieri della Tavola Rotonda per sostenere una giusta causa potrà contare sulla loro spada".

'Infatti' domenica scorsa 6 settembre 2020, dai microfoni di Radio Maria, è andata in onda una tavola rotonda condotta da Angela Pellicciari, docente e storica, membro storico del Cammino neocatecumenale, con la partecipazione  di don Francesco Giosuè Voltaggio, giovane rettore di un Seminario RM neocatecumenale, figlio dei famosi Voltaggio, schiatta di catechisti del Cammino della prima ora, Giuseppe Gennarini, della famiglia Gennarini, potenti e facoltosi neocatecumenali della prima ora Responsabile per il Cammino degli Stati Uniti (e di Guam), don Rino Rossi, neocatecumenale, responsabile della Domus Galilea, il 'nuevo Vaticano' di Kiko Argüello che si affaccia sul lago di Genezareth in Galilea, Filippo di Mario, catechista itinerante neocatecumenale responsabile per l'Iraq.

 

All'anima della diversità di opinioni! Tutti neocatecumenali di ferro.


Fra i partecipanti infatti si nota molto fair play ed armonia di vedute, oltre ad alcuni necessari elogi. L'umile Voltaggio definisce Gennarini 'zelota spirituale' e tutti i presenti dei 'giganti della evangelizzazione'.

 

Durata: circa due ore, quasi il doppio  di quanto sia consigliabile per una normale trasmissione radiofonica; ma d'altronde due ore è la durata minima di una canonica celebrazione o catechesi neocatecumenale. In meno di due ore i neocatecumenali non fanno nulla.

 

Titolo: La persecuzione anti-cattolica.

 

La sottoscritta, dietro consiglio di un amico, l'ha ascoltata tutta, ma cercherà di non infliggervi la noia e la ripetitività della conferenza, riportandone solo alcuni spunti.

Chi desiderasse fruire dell'ascolto dell'intera trasmissione, può trovarla sul podcast di Radio Maria.

 

Introduzione della Pellicciari.

Della persecuzione dei cristiani le preme sottolineare un solo aspetto, e cioè la persecuzione operata 'dalla Chiesa' al proprio interno. Cita san Pio, il Santo Cappuccino incompreso dalla Santa Sede e a cui fu imposto il silenzio e la vita ritirata per un periodo. 

 

Quindi san Pio, perseguitato tutte le notti da Satana e fedele figlio della Chiesa, diventa per la storica Pellicciari un perseguitato dalla Chiesa.

 

Don Francesco Giosuè Voltaggio.

Fa una introduzione sul concetto di persecuzione nella Bibbia. Delinea la figura dei profeti come personaggi contro corrente e sempre critici rispetto alle autorità. Dai tre fanciulli nella fornace a Eleazaro nel Libro dei Maccabei, ignorando disinvoltamente Gesù, arriva a citare Nietzsche.

Sempre ignorando la redenzione universale di Cristo, afferma che siamo circondati da pagani e che i governanti, in ogni generazione, vogliono 'spegnere la fede'.

 

Giuseppe Gennarini.

Dichiara che la Chiesa è sempre stata perseguitata. Dopo aver parlato sommariamente della persecuzione dei primi cristiani nella Roma imperiale, sostiene che, dopo Costantino  la persecuzione è cambiata e si è trasferita all'interno della Chiesa: i vari imperatori o regnanti del tempo (si riferisce a tutto il Medioevo, epoca di grande e riconosciuto fervore cristiano) hanno a suo parere perseguitato la Chiesa e i suoi Vescovi. 

 

"Gennarini Vattene": calorosa accoglienza dei cattolici di Guam al 'gigante della evangelizzazione'

 

Interessante notare la raffinatezza della persecuzione: i potenti della terra avrebbero dato ai Vescovi denaro e potere, facendo costruire cattedrali cristiane e favorendo l'espansione della fede cristiana in tutto il mondo conosciuto, al solo scopo di impadronirsi della dottrina cattolica e di favorirne le eresie.

 

Questa inquietante teoria rende ragione della catechesi kikiana appunto per la quale dopo Costantino la Chiesa è ritornata nella sua grande maggioranza al paganesimo; da questo ritorno al paganesimo secondo Kiko deriverà  e nella Chiesa lo sviluppo della devozione mariana, delle processioni, della visione sacrificale della redenzione di Cristo, della confessione auricolare eccetera.

Fino alla comparsa di Kiko e dei neocatecumenali.

Sfortunatamente il tempo tiranno non dà modo al 'gigante della evangelizzazione' Gennarini di terminare di spiegare come la Chiesa, corrotta dal potere temporale dei principi, abbia perseguitato la 'vera Chiesa' nel corso di 1600 anni di storia.

Argomenti questi che ricalcano fedelmente le accuse dei protestanti contro la Chiesa Cattolica.

 

La 'storia della salvezza' secondo Kiko. Notare i 1600 anni di storia della Chiesa tra parentesi

 

 

Angela Pellicciari: 

spiega come i protestanti, Lutero in primis, omicida e menzognero, dominati da odio satanico, abbiano perseguitato la Chiesa Cattolica.

Poi passa a parlare della persecuzione ad opera della Massoneria, del dispotismo Illuminato, della Rivoluzione francese, del liberalismo, del comunismo e del nazismo.

 

È passata un'ora e mezza dall'inizio della Tavola Rotonda: i (pochi) radioascoltatori ancora collegati stanno   aspettando di sapere cosa gli ospiti neocatecumenali pensino o sappiano della Persecuzione dei cristiani oggi.

Attendo con curiosità Filippo di Mario, che, essendo il primo della lista degli ospiti, dovrebbe essere quello che porta delle notizie aggiornate e personali di vita vissuta in terra di missione.

 

Filippo di Mario invece, sentinella neocatecumenale, sembra stare in Iraq come un turista.

Non sa nulla delle persecuzioni dei cristiani se non ciò che è possibile conoscere dalla lettura di un qualsiasi articolo di giornale. L'unica cosa che sa fare è svilire la fede della piccola, martoriata e perseguitata Chiesa siriana.

È riuscito a farsi espellere come filo-sionista (avranno fatto troppi balletti e cianciato di Shekinah e Merkabah) e si lamenta del fatto che è stato a causa della diffidenza verso l'Antico Testamento dei credenti siriani.

Secondo lui gli sfollati hanno una 'fede debole' che gli adepti locali del Cammino rinvigoriscono mostrando loro l'icona di Maria del Cammino e la croce astile di Kiko. Di evangelizzare musulmani non se ne parla neanche. Facendo entrare in Comunità i siriani, cattolici dalla fede debole, li convincono a non emigrare, distribuendo a piene mani la Parola (ma soprattutto gli aiuti economici a loro affidati dai Vescovi).

Conclude ridacchiando: 'Magari il Signore ci concedesse la grazia del martirio! Io chiedo tutti o giorni ma non ne sono degno, non c'è niente da fare, non mi ascolta'.

In attesa del martirio, è qui a villeggiare in Italia, in attesa della convivenza con Kiko, Pezzi e Asunciòn.

 

Angela Pellicciari trae le conclusioni, il filo rosso della tavola rotonda: la Chiesa è perseguitata; i primi cristiani resistevano alla persecuzione perché erano 'in comunità'; tutti i presenti sono neocatecumenali e sono stati 'chiamati dal carisma di Kiko e Carmen a vivere in comunità'; la comunità è una forza perché i fratelli si sostengono gli uni con gli altri.

 

Quindi veniamo a conoscenza del fatto che i primi cristiani non stavano nella Chiesa ma in 'comunità', poi scomparse e riapparse miracolosamente con i neocatecumenali.

Dalle persecuzioni dei primi cristiani alle persecuzioni dei neocatecumenali, il passo è breve.

Soprattutto quando, secondo quanto detto dalla stessa Pellicciari in premessa, è la Chiesa a perseguitarli, come perseguitò San Pio.

 

Epilogo escatologico affidato a don Rino Rossi.


Partendo dalla famosa visione in Apocalisse della Donna vestita di Sole in preda ai dolori per il parto, Rossi riferisce che il terzo degli astri tirati giù dal cielo dalla coda del dragone che insidia la donna non sarebbero, come nella interpretazione tradizionale, gli angeli coinvolti nella ribellione di satana, ma i cristiani del nostro tempo, che cedono alle insidie del demonio.

E chi rimane? Un piccolo resto. Chissà di chi intendeva parlare?

 

Fine della tavola rotonda. Pellicciari ammette candidamente che è stata troppo 'ricca'. Esausta dalla lunga cavalcata nel mondo neocatecumenale, spengo la radio.

 

E penso: "padre Livio, ma quanto ti hanno dato per concedere loro di fare e dire tante pericolose cretinate dai microfoni della tua benemerita emittente?"

giovedì 10 settembre 2020

Riparte la Merkabah. Invito alla Convivenza di Inizio Corso 2020/2021: ricordatevi di portarvi la moglie e il prete.

Quel che resta della Merkabah neocatecumenale.


La Merkabà neocatecumenale stenta a ripartire.
Ridotta a un vecchio arnese è oramai solo l'ombra di se stessa!

Dopo vari tentativi è stata rimessa in moto a fatica. Non ha il rombo assordante consueto e non è più a pieno carico. Ma non si rinuncia almeno a provarci.
Cosa è mai il Cammino senza la sua "Merkabah"?



Il maggior numero delle Parrocchie non ha riaperto ancora alle celebrazioni per comunità nelle salette. In tanti devono accontentarsi della celebrazione On-line, ZOOM o Streaming e, pur invitati dai catechisti, si sottraggono alle preparazioni che andrebbero fatte anche loro nella stessa modalità (è solo da immaginare la fatica!).
Sono mesi ormai che stancamente si celebra la Parola del giorno o al massimo i Vespri.



La Decima è diventata una chimera, la osservano - superando tutti gli ostacoli logistici - solo i neo-talebani D.O.C., quelli che ci credono veramente. Ma le raccolte sono davvero miserrime comunque, com'è facile immaginare.

Non ci si incontra ormai da mesi: niente Convivenze e meno ancora Eucarestie, sostituite dal cerimoniale chiamato pomposamente "messa dei catecumeni".

Chi, bontà sua, vuole adempiere al precetto festivo dovrà "accontentarsi" delle Messe a orari in Chiesa. Solo chi ha spazi che lo consentano nelle Parrocchie, ha ripreso timidamente e a rotazione a celebrare il Sabato sera quella che, ormai, è solo l'ombra della Eucarestia Neocatecumenale.

… viale del tramonto…

Messo al bando il Calice del Vino (meglio conosciuto come "coppone") e messo da parte quasi dappertutto anche il proverbiale "Pane Azzimo" (così chiamano le loro grosse focacce, anche se è vero pane azzimo anche la piccola ostia usata in tutte le chiese cattoliche), la "loro" Eucarestia ha subito un colpo mortale al cuore (Il coppone possono anche riporlo in una teca e esporlo in una edicola a futura memoria, o "memoriale" dei gloriosi tempi che furono, magari con un bel cero acceso davanti).
Niente contatti, sedie accostate una all'altra, abbracci di pace, balletti intorno alla mensa.
Niente di niente.

Cessate le visite dei catechisti alle comunità, la programmazione dei Passaggi, il Cammino è solo l'ombra di se stesso.

Cosa resta?

Dopo il timido tentativo di mantenere i ritmi consueti con i Pellegrinaggi organizzati nelle zone, presso Santuari vicini, dove anche i catechisti di basso livello hanno riprodotto la "chiamata vocazionale" kikiana (meglio non si poteva fare!) almeno per mantenere in caldo i ragazzi e le ragazze "intesi in senso lato"...

Non sappiamo se Kiko terrà quest'anno la solita Convivenza dei Seminari per l'assegnazione dei nuovi seminaristi, né se invierà famiglie o single in missione per le varie "mansioni".
Intanto ha raccolto tutte le disponibilità…

Dopo essere venuti a conoscenza che hanno ripreso con le prenotazioni per i Viaggi in Israele, sollecitando i fratelli a fidarsi senza ottenere però, a quanto abbiamo saputo, grossi risultati. Ora abbiamo avuto conferma che anche per il Corso 2020-2021 ci sarà la Convivenza di Inizio Corso a Porto San Giorgio tenuta dagli Iniziatori (o quello che di loro resta!) che poi, come tutti gli anni, verrà riportata nelle varie Regioni e Nazioni dagli itineranti e alle singole comunità con le convivenze di riporto.

Ma tutto a numeri ridotti o ridottissimi. Molti, troppi gli esclusi, tanto che Kiko nella sua Lettera di Invito, per rincuorare i reietti, assicura, dall'alto della suo carisma ispirato, che chi dovrà ricevere la Convivenza, che era solito ricevere direttamente dalla Triade, dagli invisi suoi fratelli di comunità e di equipe (che non ha mai giudicato e che ha sempre ritenuto "superiori a sé"), riceverà copiose e speciali grazie kikiane nella Convivenza di riporto di cui purtroppo quest'anno dovrà accontentarsi.

Ma poi, ci chiediamo come faranno per i numerosi riporti da fare? Troveranno posti idonei, in grado di assicurare la ricezione di numeri comunque importanti, assicurando al contempo il rispetto di tutte le regole?

La Lettera d'invito diramata da Kiko e poi riprodotta dagli Itineranti nelle loro zone è una Lettera organizzativa ma che nasconde nei "dettagli" il suo segreto "arcano" che, in conclusione, andiamo a disvelare.

Si precisa che i responsabili e corresponsabili sono invitati con le mogli (anche se non fossero in cammino). Come se potessero essere lasciate a casa!
Insomma, la moglie è un accessorio indispensabile.

Ma il più bello viene alla fine, quando si sollecitano i responsabili a "invitare personalmente il Parroco e i Presbiteri che accompagnano le comunità"

La motivazione è sorprendente.

Si auspica la loro presenza per tutta la convivenza (una mera chimera irrealizzabile nel 90% dei casi, come ben si sa), udite udite il perché:
"per fare comunione e per approfondire (ndr. dopo 50 anni cosa ancora c'è da "approfondire"!?) la conoscenza del Cammino attraverso le catechesi (ndr. ossia, invitano i preti per catechizzarli, chiaro!?).
E, degna conclusione, volete sapere soprattutto perché i presbiteri vanno invitati con grande sollecitudine?
Perché "è molto importante la loro presenza per la celebrazione penitenziale nella mattinata del venerdì" (ndr. Questo vale anche per la Celebrazione dell'Eucarestia,  per la quale hanno bisogno, loro malgrado, di un prete).

L'ultimo accorato appello è rivolto ai fratelli invitati.
Anche questa la dice lunga sulla deriva del cammino.
"Si invitano i fratelli a vivere l'intera convivenza di inizio corso dal giovedì sera alla domenica…"

Un tempo era questa cosa scontata. Chi si presentava anche solo il Venerdì mattina - non me parliamo proprio se ancora il giorno dopo - veniva rispedito a casa senza tanti complimenti. Perchè tutti capissero la lezione...

Ora si limitano ad accorati appelli, senza più alcuna sanzione punitiva prevista.
Non cacciano più nessuno (e che, sono scemi?) altrimenti, davvero, la Convivenza la fanno solo loro.

E poi chi paga?

Merkabah portatile per piccole evangelizzazioni take-away