lunedì 12 gennaio 2009

Il Marrano ha colpito ancora. Il Papa limita i danni

Apro questo nuovo thread con uno degli ultimi interventi di Stephanòs. Per quanti si chiedano chi è il Marrano e le ragioni dell’uso di questo termine, ricordiamo che i marrani (in spagnolo marranos) erano ebrei sefarditi (ebrei della Penisola iberica) che abbracciavano la religione cristiana, sia con la coercizione come conseguenza della persecuzione degli ebrei da parte dell'inquisizione spagnola, o per "libera" scelta, per una questione formale. Molti marrani mantennero le loro tradizioni ancestrali, professandosi pubblicamente cattolici, ma restando in privato fedeli al giudaismo. Mi sembra superfluo puntualizzare chi è il Marrano.

Forza fratelli! Animo! Animo!

Il Discorso del Santo Padre è stato splendido e vi assicuro che ha centrato i punti di maggiore interesse!

Vi assicuro che il Marrano del Cnc, nonostante la sua tracotanza, è arrivato a coglierne il senso! E vi assicuro che hanno mangiato la foglia!

Non corriamo il rischio di fare il loro stesso errore enfatizzando troppo solo le parti esortative dei discorsi! Il Santo Padre ha dato delle direttive chiare, senza batter ciglio di fronte al Marrano che tenta l’intimidazione schierando le sue truppe di conversi. E sono direttive pesanti.

Poi, dobbiamo pensare un’altra cosa. Facciamo anche noi l'errore di credere che ciò che è stato detto e scritto, e mai rinnegato, si "auto-elimini" da sé solo perché detto e scritto in "Passato"?

Il Papa parla ed agisce con coerenza evolutiva! Le sue parole e i suoi scritti rimangono validi e da questi il papa ha sviluppato l'ulteriore discorso! Il Papa ha già parlato e scritto riguardo la liturgia e la fede! E su quelle basi ha parlato ulteriormente! È implicito, infatti, ciò che già ha detto ed è ulteriormente sviluppato!

Di cosa parla il Papa, quando chiede l'Unità della Fede? Di cosa parla il Papa quando chiede l'Obbedienza alla Pastorale Diocesana da parte del Marrano e dei suoi seguaci? Di cosa parla il Papa quando vincola l'esistenza del CnC all'obbedienza alla Chiesa e all'Integrazione in Parrocchia?

Forza fratelli! Animo! Animo! Ricordatevi sempre una cosa! Non pensate che la nostra Sofferenza sia Ignorata! Ignorata Da Dio e dal Suo Vicario! Questo è un pensiero che deve lasciare immediatamente i nostri cuori!

Dio non dimentica la sofferenza dei suoi figli! Dio non ignora il dolore del suo piccolo gregge! Il nostro cuore, però deve essere sgombro dal risentimento! e per esserlo c'è bisogno della forza che viene dall'alto! Della preghiera e soprattutto dei sacramenti! Sommamente del Sacrificio della Messa!

Se anche una Madre potesse dimenticare il suo bambino, il Signore non dimenticherà i suoi figli! Non dobbiamo temere, perché perfino i capelli del nostro capo sono contati! Dio non si dimentica degli Uccelli e dei fiori, a maggior ragione non si dimentica dei suoi figli! Preziosa è agli occhi del Signore, la Vita, la Sofferenza, la Gioia, e perfino la Morte dei suoi Figli!

Se anche dovessimo rimanere soli (e ciò non avverrà mai) Dio non ci abbandona! Non ci abbandona! La Santa Chiesa di Cristo, non sarà mai sopraffatta! Sarà sempre viva e le porte dell'inferno non prevarranno! Questa promessa è certa e si è realizzata sempre!

Anche oggi la Chiesa di Cristo, Una, Santa, Cattolica ed Apostolica Romana, è presente ed operante! Poggiata sulla Roccia di Pietro! Anche se non è "tracotante" come quella falsa dei falsi profeti! È umile e sofferente. È devota e fedele. È feconda, più di quanto pensate. È silenziosa e operosa...

E vedrete, che se Dio vorrà e accadrà l'evento fausto di cui vi parlavo, sarà ancora più vigorosa e più pronta a ricostruire! in umile e devoto servizio a Pietro!
ANIMO!

sabato 10 gennaio 2009

Roma - 10 Gennaio 2009. Ore 17. Il Papa ha detto...

Discorso di Benedetto XVI

Cari fratelli e sorelle!

Con grande gioia vi accolgo quest’oggi così numerosi, in occasione del 40° anniversario dell’inizio del Cammino Neocatecumenale a Roma, che conta attualmente ben 500 comunità. A voi tutti il mio cordiale saluto. In special modo saluto il Cardinale Vicario, Agostino Vallini, come anche il Cardinale Stanislaw Rylko, Presidente del Pontificio Consiglio per i Laici, che con dedizione vi ha seguiti nell’iter di approvazione dei vostri Statuti. Saluto i responsabili del Cammino Neocatecumenale: il Signor Kiko Argüello, che ringrazio cordialmente per le parole con cui si è fatto interprete dei sentimenti di tutti voi, la Signora Carmen Hernández e Padre Mario Pezzi. Saluto le comunità che partono in missione verso le periferie più bisognose di Roma, quelle che vanno in “missio ad gentes” nei cinque continenti, le 200 nuove famiglie itineranti, e i 700 catechisti itineranti responsabili del Cammino Neocatecumenale nelle varie Nazioni.

Questo nostro incontro si svolge significativamente nella Basilica Vaticana costruita sul sepolcro dell’Apostolo Pietro. Fu proprio lui, il Principe degli Apostoli che, rispondendo alla domanda con cui Gesù interpellava i Dodici sulla sua identità, confessò con slancio: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Mt 16,16). Voi oggi siete qui riuniti per rinnovare questa stessa professione di fede. La vostra presenza, così folta ed animata, sta a testimoniare i prodigi operati dal Signore nei trascorsi 4 decenni; essa indica anche l’impegno con cui intendete proseguire il cammino iniziato, un cammino di fedele sequela di Cristo e di coraggiosa testimonianza del suo Vangelo, non solo qui a Roma ma dovunque la Provvidenza vi conduca; un cammino di docile adesione alle direttive dei Pastori e di comunione con tutte le altre componenti del Popolo di Dio. Voi questo intendete fare, ben consapevoli che aiutare gli uomini di questo nostro tempo ad incontrare Gesù Cristo, Redentore dell’uomo, costituisce la missione della Chiesa e di ogni battezzato. Il “Cammino neocatecumenale” si inserisce in questa missione ecclesiale come una delle tante vie suscitate dallo Spirito Santo con il Concilio Vaticano II per la nuova evangelizzazione.

Tutto ebbe inizio qui a Roma, quarant’anni or sono, quando nella Parrocchia dei Santi Martiri Canadesi si costituirono le prime comunità del Cammino neocatecumenale. Come non benedire il Signore per i frutti spirituali che, attraverso il metodo di evangelizzazione da voi attuato, si sono potuti raccogliere in questi anni? Quante fresche energie apostoliche sono state suscitate sia tra i sacerdoti che tra i laici! Quanti uomini e donne, e quante famiglie, che si erano allontanate dalla comunità ecclesiale o avevano abbandonato la pratica della vita cristiana, attraverso l’annuncio del kerygma e l’itinerario di riscoperta del Battesimo, sono state aiutate a ritrovare la gioia della fede e l’entusiasmo della testimonianza evangelica! La recente approvazione degli Statuti del “Cammino” da parte del Pontificio Consiglio per i Laici è venuta a suggellare la stima e la benevolenza con cui la Santa Sede segue l’opera che il Signore ha suscitato attraverso i vostri Iniziatori. Il Papa, Vescovo di Roma, vi ringrazia per il generoso servizio che rendete all’evangelizzazione di questa Città e per la dedizione con cui vi prodigate per recare l’annuncio cristiano in ogni suo ambiente.

La vostra già tanto benemerita azione apostolica sarà ancor più efficace nella misura in cui vi sforzerete di coltivare costantemente quell’anelito verso l’unità che Gesù ha comunicato ai Dodici durante l’Ultima Cena. Prima della Passione, infatti, il nostro Redentore pregò intensamente perché i suoi discepoli fossero una cosa sola in modo che il mondo fosse spinto a credere in Lui (cfr Gv 17,21). E’ questa unità, dono dello Spirito Santo e incessante ricerca dei credenti, a fare di ogni comunità un’articolazione viva e ben inserita nel Corpo mistico di Cristo. L’unità dei discepoli del Signore appartiene all’essenza della Chiesa ed è condizione indispensabile perché la sua azione evangelizzatrice risulti feconda e credibile. So con quanto zelo stiano operando le comunità del Cammino Neocatecumenale in ben 103 parrocchie di Roma. Mentre vi incoraggio a proseguire in questo impegno, vi esorto ad intensificare la vostra adesione a tutte le direttive del Cardinale Vicario, mio diretto collaboratore nel governo pastorale della Diocesi. L’inserimento organico del “Cammino” nella pastorale diocesana e la sua unità con le altre realtà ecclesiali torneranno a beneficio dell’intero popolo cristiano, e renderanno più proficuo lo sforzo della Diocesi teso a un rinnovato annuncio del Vangelo in questa nostra Città. In effetti, c’è bisogno oggi di una vasta azione missionaria che coinvolga le diverse realtà ecclesiali, le quali, pur conservando ciascuna l’originalità del proprio carisma, operino concordemente cercando di realizzare quella “pastorale integrata” che ha già permesso di conseguire significativi risultati. E voi, ponendovi con piena disponibilità al servizio del Vescovo, come ricordano i vostri Statuti, potrete essere di esempio per tante Chiese locali, che guardano giustamente a quella di Roma come al modello a cui fare riferimento.

C’è un altro frutto spirituale maturato in questi quarant’anni, per il quale vorrei ringraziare insieme con voi la Provvidenza divina: è il grande numero di sacerdoti e di persone consacrate che il Signore ha suscitato nelle vostre comunità. Tanti sacerdoti sono impegnati nelle parrocchie e in altri campi di apostolato diocesano, tanti sono missionari itineranti in varie Nazioni: essi rendono un generoso servizio alla Chiesa di Roma, e la Chiesa di Roma offre un prezioso servizio all’evangelizzazione nel mondo. E’ una vera “primavera di speranza” per la comunità diocesana di Roma e per la Chiesa! Ringrazio il Rettore e i suoi collaboratori del Seminario Redemptoris Mater di Roma per l’opera educativa che essi svolgono. Il loro compito non è facile, ma molto importante per il futuro della Chiesa. Li incoraggio pertanto a proseguire in questa missione, adottando gli indirizzi formativi proposti tanto dalla Santa Sede quanto dalla Diocesi. L’obiettivo a cui occorre mirare da parte di tutti i formatori è quello di preparare presbiteri ben inseriti nel presbiterio diocesano e nella pastorale sia parrocchiale che diocesana.Cari fratelli e sorelle, la pagina evangelica che è stata proclamata, ci ha richiamato le esigenze e le condizioni della missione apostolica. Le parole di Gesù, riferiteci dall’evangelista san Matteo, risuonano come un invito a non scoraggiarci dinanzi alle difficoltà, a non ricercare umani successi, a non temere incomprensioni e persino persecuzioni. Incoraggiano piuttosto a porre la fiducia unicamente nella potenza di Cristo, a prendere la “propria croce” e a seguire le orme del nostro Redentore che, in questo tempo natalizio ormai al termine, ci è apparso nell’umiltà e nella povertà di Betlemme. La Vergine Santa, modello di ogni discepolo di Cristo e “casa di benedizione” come avete cantato, vi aiuti a realizzare con gioia e fedeltà il mandato che la Chiesa con fiducia vi affida. Mentre vi ringrazio per il servizio che rendete nella Chiesa di Roma, vi assicuro la mia preghiera e di cuore benedico voi qui presenti e tutte le comunità del Cammino Neocatecumenale sparse in ogni parte del mondo.
[00046-01.01] [Testo originale: Italiano] [B0016-XX.01]

10 GENNAIO 2009: UN REDDE RATIONEM PER IL PAPA O PER KIKO?

Riceviamo dal nostro corrispondente By Tripudio in chiusura del post precedente un sostanzioso commento sui significati e le valenze che assume la "Festa del quarantennale" neocatecumenale prevista in San Pietro nel pomeriggio di oggi.Una "festa" per la cristianità cattolica o solo per i neocatecumenali? Un rendiconto presentato da Kiko alla Chiesa o che la Chiesa pretenderà da Kiko?
Avremo modo di confrontarci e di discuterne.
Intanto leggiamo la lucida analisi di Tripudio.
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Qualche giorno fa ero capitato su www.korazym.org, il sito infestato dai neocatecumenali. L'ultima notizia NC risaliva a luglio scorso, ed erano i festeggiamenti per la "vittoria" neocat contro la Chiesa. Ci sono tornato ora e ho scoperto con sgomento che annunciano "la festa insieme al Papa" per i 40 anni del Cammino neocatecumenale.

Salvo occasioni particolarissime, normalmente si festeggiano le cifre tonde, cioè venticinquesimi, cinquantesimi oppure centesimi anniversari. Quaranta non è una cifra tipica: è al più una ricorrenza "interna", un festeggiamento in tono minore, che quasi certamente tuttavia - conoscendoli - servirà a rivestire il quarantennio di valenze bibliche. Ma poi... quaranta anni da cosa? Cosa è successo ai neocatecumenali tra la fine di dicembre 1968 e l'inizio di gennaio 1969 ?

Si tratta di una data di nascita del tutto posticcia.

Si tratta di un anniversario creato a tavolino.

Infatti Kiko e Carmen si sono messi insieme nel 1964, facendo "esperienza" (così dicono) nei baraccati di Madrid fino al 1967. Nell'aprile 1970 gli iniziatori e i primi neocatecumenali si riuniscono a Majadahonda dove definiscono le linee generali del Cammino (è da lì che cominciano le trascrizioni delle boiate dette da Kiko e Carmen, divenendo i "mamotreti" che fanno scuola ancor oggi, imparati a memoria e ripetuti alla lettera).

Dunque a rigor di logica la "data di nascita" del Cammino dovrebbe essere in aprile 1970. Oppure, se vogliamo considerare lo stato embrionale del Cammino, dovrebbe essere nel 1967. Oppure, se ipotizziamo che l'esperienza nei baraccati di Madrid sia stata assai simile a quella formalizzata nel '70, la data di nascita del Cammino dovrebbe essere nel 1964.

E invece no. Nessuna di queste tre.

I neocatecumenali vogliono in realtà festeggiare il quarantennale di un evento particolarissimo. Si tratta del loro arrivo a Roma: nel novembre 1968, alla parrocchia dei martiri canadesi.

Vi prego di assaporare tutta l'importanza della questione: i neocatecumenali vogliono festeggiare il loro insediarsi nella capitale della cristianità. Questi novelli vandali non festeggiano la loro nascita, ma la loro irruzione parassita al centro della Chiesa cattolica. Capite?

Non festeggiano la presunta ispirazione di Kiko e Carmen. Non festeggiano l'inizio delle attività (in Spagna) di Kiko e Carmen. Non festeggiano la messa per iscritto delle boiate kikiane-carmeniane (pomposamente chiamate "sintesi kerigmatico-catechetica").

Festeggiano invece la loro calata su Roma... come se lo scopo della loro esistenza fosse quello di impiantarsi nel cuore della Chiesa cattolica e allargarsi come un tumore. Questo festeggiamento del quarantennio del loro insediamento ha perciò un retrogusto alquanto diabolico: non festeggiano una nascita, ma un impiantarsi da parassiti.

Ma forse siamo noi che ci ostiniamo a pensare che Kiko e Carmen siano intelligenti e freddi calcolatori. Magari la faccenda è assai più semplice: hanno solo inventato un festeggiamento posticcio per costringere il Papa a "benedire" il loro Statuto posticcio.

Riempiranno San Pietro, il Papa non potrà mica far finta di niente. "Dovrà" parlare, pur sapendo che hanno già intenzione di fraintendere le sue parole.

Per questo un papa parla anche con i suoi silenzi.

Giovanni Paolo II tacque per quasi quattro mesi prima di far cenno agli Statuti del giugno 2002. Benedetto XVI ha taciuto fino ad oggi per quasi otto mesi sugli Statuti del maggio 2008. Il silenzio di Giovanni Paolo II fu un indice assai significativo. E perciò il silenzio di Benedetto XVI è ancora più significativo.

"C’è grande attesa per le prime parole del papa dopo l’approvazione definitiva degli Statuti", scrive lo spassoso Caredda dell'ineffabile Korazym.

Purtroppo il Papa non potrà evitare di citare gli Statuti 2008.

Non potrà neppure criticarli, perché la cosa verrebbe presentata alla stampa come "il Papa che sconfessa se stesso", e i nemici della Chiesa non aspettano altro. I neocat, nella foga di "festeggiare" per farsi elogiare, mettono il Papa in una scomodissima situazione.

"All’inizio del 2009 il clima è senza dubbio più disteso", gongola Caredda, che però si contraddice appena qualche riga dopo, ammettendo a denti stretti che: "con l’ok agli Statuti non sono certamente svanite le numerose riserve (se non vere e proprie accuse) che in molti ambienti ecclesiastici si sono manifestate negli anni nei confronti del Cammino".

Hai ragione, caro Caredda. Le riserve esistono ancora. Quelli che vogliono mostrarsi equilibrati e moderati, esprimono "numerose riserve" di fronte alle deviazioni dottrinali e liturgiche del Cammino, più o meno nascoste. Quelli che conoscono la situazione, non possono fare a meno di esprimere "vere e proprie accuse". Quelli che si ostinano ad ignorare la situazione (o hanno calcolato che possono trarre beneficio nell'ignorarla), si limitano ad una colpevole -colpevolissima - indifferenza.

Gli articoli di Caredda sono utilissimi perché ci fanno capire che aria tira ai vertici del Cammino. Stanno festeggiando la sostituzione di Arinze, "colui che firmò la lettera del dicembre 2005" (vi prego, rileggete queste parole scritte con la bava alla bocca, sembrano un capo di imputazione da parte di un tribunale giacobino contro colui che firmò la lettera del dicembre 2005).

Il cardinale Arinze verrà sostituito dal cardinale Cañizares Llovera, che i vertici neocatecumenali dichiarano di aver già abbindolato mostrandogli una celebrazione senza abusi (seppur lenta da morire)... sperando che sia più ingenuo di un bambino. Altrimenti, terminato lo show liturgico "senza abusi" costruito appositamente per lui, si ricorderà che nelle comunità neocatecumenali nulla è cambiato, né nella liturgia, né nella dottrina.

I neocatecumenali credono ai loro stessi sogni, parlando come se il cardinale Antonio Cañizares Llovera avesse una linea totalmente diversa da quella del cardinale Francis Arinze (reo di essere colui che firmò la lettera del dicembre 2005). Dopotutto Kiko era quello che esclamava: "ora è il Papa a dover combattere con Arinze!" (conferenza stampa della presentazione degli statuti 2008), perciò non ci meraviglia che festeggi la partenza del cardinale Arinze.

Circa due anni fa, nell'imminenza della scadenza degli Statuti temporanei, ipotizzavo che Kiko avrebbe tirato fuori qualche nuova invenzione per "costringere" la conferma degli Statuti. Chi legge le pagine di questo blog può verificare quanto mi sia stato facile essere profeta.

Infatti il prossimo trucco kikiano è quello delle "comunità in missione" (novità presentata proprio in questa occasione, proprio come le aziende che annunciano un prodotto nuovo spacciandolo per innovativo, allo scopo di rilanciarsi sul mercato). E, dato che a papa Benedetto XVI piace il latino (la lingua della Chiesa), Kiko le ha chiamate communitates in missionem, in perfetto stile neocatecumenale: dietro l'elegante facciata (tre parole in latino) si nasconde il solito lerciume liturgico-dottrinale neocat.

Caredda fa sfoggio della sua ubbidienza a Kiko, affermando (pur sapendo che non è vero) che sarebbe la prima volta nella storia della Chiesa che intere comunità vengono inviate in missione. Può cadere nel tranello solo chi non conosce la storia della Chiesa, poiché per i neocat i primi tre secoli sarebbero tutto un profluvio di "primi cristiani" neocatecumenalizzanti e giudaizzanti, mentre i successivi sedici secoli sarebbero una parentesi buia, e il Concilio Vaticano II consisterebbe esclusivamente nel risveglio kikiano-carmeniano.

Naturalmente, per Kiko occorre dare una martellata veramente forte alla Chiesa, e perciò si inventa anche le "Missiones ad Gentes", mandando gruppi di 40-50 persone con "presbitero" incluso in omaggio (come il pacco di merendine con la sorpresa). Si tratta di una necessità di marketing: infatti, visto che i neocatecumenali faticano terribilmente a "creare" comunità appena giunti in missione, tanto vale mandare "ad gentes" (a quelle povere "gentes") delle comunità neocatecumenali preconfezionate che potranno meglio fagocitare i parrocchiani non troppo avveduti.

Tali comunità, disponendo a tempo pieno di un "presbitero", saranno totalmente autonome ed isolate rispetto alla chiesa locale... tranne per i contatti necessari a catturarne i fedeli. È uno scisma di fatto, perché quel "presbitero" è funzionale ai neocat, e quei neocat sono lì solo per far crescere il Cammino. È proprio un cancro che si espande, è proprio un virus che si fionda su un corpo sano.

Al termine dell'articolo (durante il quale il Caredda ripete il mantra menzognero del "Giovanni Paolo II mandò le famiglie neocat in missione"), emerge tutta l'ansia neocatecumenale per il discorso del pontefice "attorno al quale c’è viva curiosità".

Temo che la curiosità sia solo dell'Agenzia Neocatecumenale delle Mistificazioni, che anche stavolta lavorerà sodo per sfruttare ogni più remoto appiglio per dare la notizia in stile "il Papa ci ha approvati". La tecnica era già stata collaudata con Giovanni Paolo II: Kiko e Carmen prima si presentano dal Papa per dirgli "mandiamo le famiglie in missione", e poi fanno scrivere ovunque che il Papa avrebbe "mandato le famiglie in missione". Ci son cascate perfino le redazioni dei più famosi quotidiani cattolici...

Probabilmente i neocat hanno già preparato stampato i loro notiziari: "Benedetto XVI manda comunità neocatecumenali in missione", pronti per farseli pubblicare sulla stampa cattolica.

Mitico Caredda, prima o poi ti chiederò un autografo. Nemmeno Stanlio e Ollio mi avevano mai fatto sbellicare tanto dalle risate. Nemmeno la Pravda riusciva a pubblicare notizie con una tal faccia di bronzo.

Nota 1: ciò che riguarda i primi anni del Cammino (l'esperienza nei baraccati e il presunto interessamento dell'arcivescovo di Madrid) è documentato esclusivamente dai racconti di Kiko e Carmen; non risulta che esistano fonti per poter verificare quanto vanno raccontando.

Nota 2: in realtà i neocatecumenali dicono sempre che stanno festeggiando qualcosa. Festeggiano sempre. Ogni volta festeggiano una qualche approvazione presente solo nei loro sogni. Riuscirono perfino a festeggiare la fatidica "lettera di Arinze" (contenente «le decisioni del Santo Padre»): l'intramontabile Gennarini, con sommo sprezzo del ridicolo, disse che la lettera recepiva le "variazioni" (cioè gli abusi) liturgici neocatecumenali, incurante del fatto che chiunque poteva leggerla e verificare l'esatto contrario.

Nota 3: come definireste uno Statuto "definitivo ma incompleto"? Come non si fa a definire posticcio uno Statuto che rinvia ad un direttorio catechetico che a tutt'oggi ancora non è stato pubblicato? L'unica cosa notevole dello Statuto è il fatto che contiene la tanto deprecata "lettera di Arinze" (cfr. art. 13, comma 3, nota 49).

Nota 4: la chiesa kikiana si è fabbricata i propri seminari dove allevare i propri "presbiteri" e li manda in missione autonomamente, infischiandosene del parere dei vescovi, o aggirandolo con mezzucci e trucchetti non proprio degni di un cristiano. Per quanto un vescovo possa essere "amico" del Cammino, riteniamo priva di credibilità l'ipotesi che possa onestamente accettare l'idea che tutti i suoi preti neocatecumenali sono a rischio di "missione" secondo le esigenze propagandistico-politiche di Kiko e non secondo le Tradizione Cattolica Apostolica Romana... tant'è che in terra di missione le comunità - come altrove del resto - non si integrano mai con le parrocchie, ma nascono e si sviluppano nuove 'cellule' del cammino, appartenenti alla realtà ecclesiale solo di nome e non di fatto

mercoledì 7 gennaio 2009

Chi è "anti-conciliare"? Leggete questo estratto spettacolare!


La fonte è MessaInLatino, un sito a cui è legato un Blog davvero spettacolare! Tra l'altro vi sono delle questioni legate ai "gruppi stabili" relativamente al rito Antico che vengono risolte con grande intelligenza e su cui torneremo. Ringrazio MessaInLatino per questo prezioso servizio!

Cito un brano tratto dalla sezione relativa al Concilio. Leggete e meditate, poi ne trarremo considerazioni.

"In questo senso, troviamo la chiave di interpretazione dell’intera Sacra Costituzione al n. 23: “non vi deve essere alcuna innovazione a meno che non lo richieda il vero e accertato bene della Chiesa”. Non solo: il medesimo articolo continua dicendo che “occorre aver cura che ogni nuova forma [liturgica] adottata cresca in qualche modo organicamente dalle forme già esistenti”. Ecco quindi sancito (vanamente, purtroppo) un duplice vincolo ad ogni innovazione: essa dev’essere veramente utile e opportuna, perché la regola è la conservazione dell’esistente, e in ogni caso quell’innovazione di cui sia accertata la sicura utilità dev’essere tale che si inserisca in un’evoluzione organica (quindi senza cesure, invenzioni, ritorni a forme arcaicizzanti) della liturgia come la vivevano i Padri conciliari (siamo nel 1963!).

Il Concilio Vaticano II non si è limitato a enunciare questi condivisibilissimi orientamenti generali di cauta riforma nel solco di un’evoluzione organica, ma ha anche normativamente stabilito quali fossero tali opportune riforme, elencandole in nove punti. Eccoli (SC 50 ss.):

1. Semplificare i riti, “conservando fedelmente la sostanza”, togliendo le duplicazioni e aggiunte superflue accumulate nel corso dei secoli e ripristinando elementi perduti.
2. Aprire maggiormente il tesoro della Bibbia ai fedeli
3. Considerare l’omelia come parte della liturgia specie domenicale
4. Reintrodurre la preghiera dei fedeli.
5. Nelle messe celebrate col popolo, una parte della liturgia può essere svolta nella lingua vernacolare. Quale parte? Precisa la Sacrosanctum Concilium: le letture e la preghiera dei fedeli; ma anche, se lo richiedessero le condizioni locali, quelle parti che pertengono al popolo. “Tuttavia” precisa subito il documento “occorre fare in modo che i fedeli siano in grado di rispondere o cantare le parti dell’ordinario della Messa che pertengono a loro”, ovviamente in latino. Poiché almeno tutto l’ordinario, nelle intenzioni dei Padri, doveva restare in latino, salvo casi affatto speciali (ad es. in terra di missione)! Anche al n. 36 leggiamo: “L'uso della lingua latina, salvo diritti particolari, sia conservato nei riti latini. Dato però che, sia nella messa che nell'amministrazione dei sacramenti, sia in altre parti della liturgia, non di rado l'uso della lingua nazionale può riuscire di grande utilità per il popolo, si conceda alla lingua nazionale una parte più ampia, specialmente nelle letture e nelle ammonizioni, in alcune preghiere e canti, secondo le norme esposte nei capitoli seguenti per i singoli casi”. Maggiore spazio alla lingua volgare è concesso (ma non concerne la Messa) per sacramenti e sacramentali; mentre per l’ufficio divino è disposto (SC101) “Secondo la secolare tradizione del rito latino, per i chierici sia conservata nell'ufficio divino la lingua latina. L'ordinario tuttavia potrà concedere l'uso della versione in lingua nazionale [..] in casi singoli, a quei chierici per i quali l'uso della lingua latina costituisce un grave impedimento alla recita dell'ufficio nel modo dovuto”. Come si vede, per i Padri conciliari il latino è sempre e deve restare la regola, la lingua nazionale l’eccezione.
6. Se possibile, per la comunione ai fedeli siano adoperate ostie consacrate nella messa cui hanno partecipato. E’ anche introdotta la possibilità di comunione sotto le due specie, ma per casi ben delimitati, come al neo presbitero nella messa di ordinazione, al neo professo nella messa in cui prende i voti, al catecumeno nella messa che segue il suo battesimo.
7. Si precisa che la Messa si compone di una Liturgia della Parola e di una Liturgia eucaristica e che anche la prima è importante e va seguita (visto l’andazzo di molti che all’epoca entravano in chiesa solo dall’offertorio).
8. Si permette la concelebrazione in casi particolari e precisamente indicati ed elencati, dichiarando comunque lecito il rifiuto di concelebrare.
9. Si stabilisce che dev’essere fissato un nuovo rito per la concelebrazione.
Queste, e soltanto queste, le riforme volute dal Concilio.
...
Ma altrettanto importanti sono anche le cose che il Concilio NON ha detto. Ne facciamo un rapido (e non esaustivo) elenco:

1) Non ha detto che la celebrazione debba o possa effettuarsi rivolti al popolo anziché rivolti verso il Signore, come è sempre stato dai tempi apostolici, e non dal medioevo come spesso si ripete (cfr. Lang, Rivolti al Signore. L’orientamento nella preghiera liturgica, Cantagalli, 2006, passim, citato favorevolmente da S.S. Benedetto XVI nella prefazione al vol. XI della sua Opera omnia, Herder, 2009). E aggiungiamo: non solo non si dice nulla dell’orientamento del celebrante nella Sacrosanctum Concilium; non se ne parla nemmeno nei documenti preparatori: ‘girare gli altari’ è proprio questione aliena del tutto dal pensiero dei Padri conciliari.
2) Non ha detto che il Tabernacolo dovesse o potesse spostarsi dalla sua posizione centrale nel presbiterio; e men che meno che al suo posto dovesse intronizzarsi il celebrante ponendovi il suo seggio.
3) Non ha detto che la comunione possa riceversi in piedi, e ancor meno sulle mani anziché, come è sempre stato almeno dal VI secolo in poi, in ginocchio e sulla lingua
4) Non ha detto che si debbano, o anche solo che si possano rimuovere le balaustre del presbiterio, o che si debba o possa spostare l’altare in mezzo ai fedeli.
5) Non ha detto che si debbano o possano comporre nuovi canoni di consacrazione eucaristica o anche solo modificare il canone romano (attuale canone I). Di fatto, invece, dopo il Concilio fu modificato in parte il canone romano (e nella traduzione in italiano e in altre lingue, in modo molto evidente, traducendo infedelmente “pro multis”, riferito al sangue versato da Gesù, con “per tutti”); furono aggiunte altre preci eucaristiche: la II, la più breve e quindi la più usata, detta di S. Ippolito ma in realtà solo molto liberamente ispirata all’anafora di quest’ultimo, risalente al terzo secolo; la III, interamente di nuova fabbricazione; il canone IV, basato su un’anafora copta; nonché vari canoni locali, o per fanciulli, e così via.
6) Non ha detto che si dovessero limitare o eliminare devozioni tradizionali come processioni, adorazioni eucaristiche, rosario (in Italia, per fortuna, non abbiamo avuto su questo punto la furia iconoclasta di altri paesi, in particolare Francia, Olanda e Germania).
7) Non ha detto che vanno rimossi dalle chiese gli inginocchiatoi.
Anzi a ben vedere tutte queste cose sono state condannate genericamente e in via preventiva dal Concilio stesso, quando ha disposto che ogni riforma sia non solo cauta e risponda ad esigenze vere e accertate, ma soprattutto rappresenti uno sviluppo organico dall’esistente (SC 23). Cosa che, all’evidenza, non può dirsi di tali innovazioni.

E ancora, ha condannato in partenza (ma con ben poca efficacia) ogni creatività di celebranti e liturgisti, riservando alla gerarchia della Chiesa la regolazione della liturgia: “assolutamente nessun altro, anche se sacerdote, osi, di sua iniziativa, aggiungere, togliere o mutare alcunché in materia liturgica” (SC 22 §. 3).

Un' altra citazione:

"In altri termini, e non è una battuta: sappiate che siete molto più “conciliari” voi che chiedete una Messa tridentina, che questi progressisti che la vedono come il fumo negli occhi e spacciano per un prodotto del Concilio quello che ben pochi dei Padri conciliari avrebbero non solo voluto, ma anche solo immaginato.

E poi: che cosa c’è di più conforme al Concilio, che ha promosso il ruolo dei laici, il pluralismo, la tolleranza, che un gruppo di persone che si danno da fare per aggiungere, tra le molte celebrazioni esistenti (in tutte le lingue e, spesso, con modalità diverse l’una dall’altra, pur se formalmente in base allo stesso Messale), la voce ulteriore di una Messa in latino per chi la vuole?"

domenica 4 gennaio 2009

Predicano e sbandierano frutti; ma la realtà vera?

La nostra nuova riflessione parte dalla notizia pubblicata di seguito, inviata da un nostro lettore spagnolo, da mettere in relazione alla segnalazione dell'articolo precedente sulla testimonianza dei laici nella famiglia e nella società e la recente grancassa mediatica di Madrid sulla famiglia che ha visto Kiko Arguello e il suo Cammino tra i protagonisti.

Che predichino bene (il che è anche da dimostrare perché le coppie NC non applicano il principio magisteriale della paternità e maternità responsabile, ma l'ORDINE di Kiko ad una indiscriminata "apertura alla vita") mentre razzolino male è dimostrato da tante testimonianze come quella che pubblichiamo... risalendo anche ai casi limite del Dr Faustini ed altri come il suo, noti a noi personalmente, purtroppo...

Resulta que un matrimonio de mi comunidad se esta separando por recomendacion de los catequistas. Resulta que la mujer habia decidido no volver a la comunidad porque preferia dedicarse a cuidar de sus dos hijos y empezar a trabajar en un hospital. El marido acudió a los catequistas y la respuesta fue que debia divorciarse y hacer todo lo posible para quedarse con la custodia de los niños, porque estaban bautizados y el padre tenia la "obligacion" de llevarlos a la comunidad a pesar de que la madre se pusiera en contra.

Il principio appare chiaro: garantire la continuità del cammino per padre e figli con ostracismo per la madre renitente. Purtroppo conosciamo molti casi del genere - con padri e/o madri renitenti (a seconda dei casi) ripudiati - che inficiano notevolmente la tanto sbandierata unità delle famiglie [vedi]

Ogni cosa nel cammino si invera unicamente alle condizioni poste dal suo iniziatore e non secondo il Logos cristiano...


giovedì 1 gennaio 2009

Un augurio speciale a tutti i "VERI" Laici

E' tempo di bilanci e ci sentiamo di rivolgere a tutto il "vero" laicato cattolico , insieme agli auguri per un sereno 2009, un augurio di rinnovato entusiasmo, di buon lavoro, di genuina attenzione alle possibilità di annuncio che ognuno di noi deve individuare e cogliere in ogni momento della propria vita e al di fuori di ogni schema precostituito.

Il concetto di "laicità" nel senso voluto dal Concilio Vaticano II è quello di impegno nel mondo, non quello di vivere e crescere in un mondo virtuale e parallelo a quello reale, scimmiottando la Chiesa, la "Città di Dio".

I nuovi movimenti (in particolare i neocatecumenali) infatti fanno grande sfoggio del loro status laico benchè ciò sia assai discutibile. Nessuno di loro può affermare di avere una direzione veramente "laica": al massimo essa si proclama laica, ma intende sostituirsi nelle azioni concrete alla gerarchia ecclesiale.
Essi tentano di spiritualizzare ogni aspetto della loro vita e ciò li priva di quella sostanza laica irrinunciabile , di quel coinvolgimento nelle cose del mondo che forma un imprescindibile legame con tutti e non solo con i frequentatori del movimento.


E' un rischio chiaro di spersonalizzazione, in primis per la stessa Chiesa che si trova nel proprio seno delle organizzazioni, come quella neocatecumenale, che tendono a superarla ed a sostituirla nel momento stesso in cui proclamano la totale adesione ad essa.

“Viviamo un autentico cambiamento epocale e ciò comporta l’esistenza di crisi profonde nell’ambito della vita personale e sociale, ma al tempo stesso offre grandi opportunità per costruire il Regno di Dio”. È questo uno dei pensieri centrali dell’ampia dichiarazione con la quale i vescovi del Messico hanno concluso la loro 86.ma Assemblea plenaria che - come sottolineano nel documento - ha avuto una metodologia di lavoro inedita. Insieme ai prelati, infatti, hanno partecipato 118 laici, uomini e donne provenienti da 67 diocesi. Il motivo specifico di questa presenza è la preparazione del lancio della Missione continentale e dunque l’articolazione del ruolo e dei compiti del laicato in questa grande sfida. I vescovi messicani rilevano, infatti, la presenza nel Paese di un “gran numero di laici convinti di dover dare ragione e testimonianza pubblica della loro fede nei diversi campi in cui vivono e lavorano: famiglia, politica, imprenditoria, cultura e mass-media” e a volerlo fare soprattutto “nella difesa della vita”.

"Laicizzazione" del clero, "clericalizzazione" del laicato e femminismo: i tre grandi inganni di oggi che bisogna combattere con tutti i mezzi possibili e contro i quali più volte ha alzato la propria voce Giovanni Paolo II.

sabato 27 dicembre 2008

Nuovo atteggiamento della Chiesa di fronte all'errore

Non è la prima volta che ne parliamo. Mentre ringrazio Caterina per il documento inserito nel thread precedente, non posso trascurare quanto dice al riguardo Romano Amerio nel suo "Iota Unum", che trascrivo:
Riferendosi al passo del discorso inaugurale del Concilio, riferito specificamente a questo argomento egli dice:

"...La medesima incertezza genera il passo del discorso che distingue tra l'immutabile sostanza dell'insegnamento cattolico e la variabilità delle sue espresioni. Il testo ufficiale suona così: " est enim aliud depositum fidei, seu veritates, quae veneranda doctrina nostra continentur, aliud modus quo eadem enuntiantur eodem tamen sensu eademque sententia. Huic quippe modo plurimum tribuendum est et patientia si opus fuerit in eo elaborandum, scilicet eae inducendae erunt rationes res expondendo, quae cum magisterio, cuius indoles praesertim pastoralis est, magis congruant".[Traduzione: "Altra cosa è cioè il deposito della fede preso in sé stesso. cioè le verità contenute nella nostra venerabile dottrina, e altra cosa è il modo in cui queste stesse verità si enunciano, mantenendo però il medesimo senso e il medesimo contenuto. Bisogna invero attribuire molta importanza a un tale modo e lavorare in questo, se occorrerà, con pazienza: si dovranno cioè nell'esporre le verità introdurre quei modi che più convengano all'ammaestramento, la cui indole è principalmente pastorale."] La traduzione (ufficiale) suona "Altra è la sostanza dell'antica dottrina del depositum fidei e altra è la formulazione del suo rivestimento ed è di questo che devesi con pazienza tenere gran conto, tutto misurando nella forma e proporzione di un magistero a carattere prevalentemente pastorale".
Il divario è così grande che ammette solo due supposizioni: ovvero il traduttore italiano ha inteso fare una parafrasi, ovvero la traduzione è in realtà il testo primo. La redazione italiana sarebbe apparsa implessa e imprecisa (che cos'è infatti "la formulazione del suo rivestimento?") e per conseguenza il latino si sarebbe studiato di coglierne il senso generale, lasciandosi sfuggire, signoreggiato com'era dai concetti tradizionali, quanto di novità la redazione originale conteneva. Vistosa oltre modo è l'omissione delle parole "eodem tamen sensu eademque sententia" che citano implicitamente un testo classico di Vincenzo Lirinense e alle quali è attaccato il concetto cattolico del rapporto tra la verità da credere e la formula con cui essa si esprime.
Qui nel testo latino Giovanni XXIII ribadisce che la verità dogmatica ammette molteplicità di espressione, ma la molteplicità concerne l'atto del significare e giammai la verità significata. Il pensiero papale continua (è detto espressamente) l'insegnamento che "splende negli atti conciliari del Tridentino e del Vaticano I".
E' invece una novità, ed è annunciata apertamente come novità per la Chiesa, l'atteggiamento da assumere di fronte agli errori. La Chiesa (dice il Papa) non depone né indebolisce la sua opposizione all'errore, ma "al giorno d'oggi preferisce far uso della medicina della misericordia piuttosto che delle armi della severità". Essa osta all'errore "mostrando la validità della sua dottrina piuttosto che con le condanne". Questo annuncio del principio della misericordia contrapposto a quello della severità sorvola il fatto che, nella mente della Chiesa, la condanna stessa dell'errore è opera di misericordia, poiché trafiggendo l'errore, si corregge l'errante e si preserva altrui dall'errore. Inoltre verso l'errore non può esservi propriamente misericordia o severità, perché queste sono virtù morali aventi per oggetto il prossimo, mentre all'errore l'intelletto ripugna come un atto logico che si oppone ad un giudizio falso. [...] Il Papa peraltro dimezza un tale discorso, perché restringe tutto l'officio esercitato dalla Chiesa verso l'errante alla sola presentazione della verità: questa basterebbe per se stessa, senza venire a confronto con l'errore, a sfatare l'errore. L'operazione logica della confutazione sarebbe omessa per dar luogo ad una mera didascalia del vero, fidando nell'efficacia di esso a produrre l'assenso dell'uomo e a distruggere l'errore.
Questa dottrina del Pontefice costituisce una variazione rilevante nella Chiesa cattolica e si sostiene sopra una veduta singolare dello stato intellettuale dei moderni. I moderni sono penetrati così profondamente di opinioni fallaci e funesta specialmente in re morali, che (dice paradossalmente il Papa) [...] E oltre che difficile in linea dottrinale quell'interpretazione ottimistica dell'errore, che ormai si riconoscerebbe da se stesso, è crudamente smentita dai fatti [...]

E questa ci sembra una breccia, un vulnus, non da poco nell'attuale situazione della Chiesa, che purtroppo ha consentito e consente - al suo interno - una forma di inquinamento ormai estesa capillarmente... Rimando ogni ulteriore commento alla discussione

mercoledì 24 dicembre 2008

Ancora dalle clamorose deviazioni di Porto S. Giorgio: Farnes

Kiko intercala l'intervento di Farnes sottolineandone un punto chiave: "adesso va a paragonare un messale antico con un messale moderno, per vedere i cambiamenti del concilio"... Naturalmente i 'cambiamenti' e anche i 'precedenti' vengono presentati in chiave ironicamente critica e inequivocabilmente modernista. Credo che questo stralcio sia sufficiente...

Farnes: "Voglio dire: attenti questo messale preconciliare è pieno di difetti, ma principalmente era la stessa liturgia di Gesù Cristo.

[tuttavia i NC nella liturgia hanno operato cambiamenti arbitrari anche rispetto al Novus Ordo - ndR]

Dicevamo che il sacerdote, il presbitero, il celebrante - come si diceva a quel tempo -

[intende dire che ora non celebra più il sacerdote "in persona Christi" ma l'Assemblea: il cambiamento è tanto teologico quanto dottrinale - ndR]

diceva tutti i giorni moltissime preghiere 'non buone' (!?)

[Chiunque con un briciolo di sensibilità spirituale cristiana, se le ha anche solo lette, riconosce invece la profondità oltre che l'insostituibile sublimità delle preghiere del Vetus Ordo -ndR]

Ne leggerò solo una. Io a quel tempo parlavo male di quelle preghiere, e credo che questo ha influenzato un po' Carmen in qualcosa su cui adesso non sono d'accordo

[Riconosce che l'allieva ha superato il maestro ed è rimasta su vecchie posizioni estremiste, anche se lui nel frattempo in qualcosa si è corretto, se di correzione possiano parlare, leggendo il seguito! - ndR]

Leggerò le preghere dal latino, spero che comprendiate

[evidentemente il latino non è poi così 'ostico' come lo fanno passare quando parlano del Vetus Ordo! -ndR]

Tutti i giorni io prendevo una patena con un'ostia: una soltanto, eh? Perché quasi mai la comunione di dava all'interno della messa, [...] Bene, allora io prendevo la patena con un'ostia sola bianca bianca, ma era pane; un pane un po' dissimulato, ma era pane, perché altrimenti la messa non sarebbe stata l'azione di Gesù Cristo. Era pane ma non lo sembrava (ma questo è poco importante) prendevo la patena con l'ostia e dicevo: "Ricevi Padre Santo, Dio onnipotente ed eterno, questa ostia immacolata...." : questa, un'ostia immacolata? Questo che è un piccolo pane quasi invisibile?

[perché no? il Signore non è forse venuto con la sua kenosi? Che ragione c'è di dare importanza a segni solo eclatanti e spesso futto i immaginifiche e arbitrarie invenzioni non ecclesiali, come ha fatto Kiko? -ndR]

"Questa ostia immacolata che io, indegno tuo servo, offro a Te, Dio vivo e vero, per i miei innumerevoli peccati, offese e negligenze, per tutti i presenti e anche per tutti i cristiani vivi e defunti, affiché serva a me e a loro per la vita e la salvezza eterna". Questo si diceva nella messa. E Lutero quando sentiva questo...! Il Concilio di Trento diceva che questa preghiera doveva essere tolta, ma è arrivato il secolo XX e ancora si diceva. Il Messale è molto pieno di queste preghiere, e io lottavo - non so se Carmen di ricorda - perché questa forma di celebrare non era quella voluta da Gesù Cristo :

[molto Luteranamente la Tradizione della Chiesa non conta nulla e si VUOLE dimenticare che quell' Hostia= vittima è il Signore offerto in Sacrificio per noi - ndR]

celebrare il memoriale della sua morte e risurrezione e offrire a Dio un sacrificio nella messa... no, nella messa non offriamo a Dio un sacrificio, no! nella messa facciamo presente l'unico sacrificio che è quello della croce e della resurrezione. Una messa? No. Questa messa? No. Un sacrificio? No.
[...]
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Rimando ulteriori commenti alla discussione...

sabato 20 dicembre 2008

Ancora una testimonianza: Chiede: "che fare?"

Posto questa testimonianza, fatta pervenire oggi, ma su un altro thread, perché oltre a molti interrogativi richiama la responsabilità e il ruolo del 'sacerdote' nel Cammino...

Sono sgomenta e triste e col cuore ingolfato da mille domande. Mi viene in mente la preghiera sacerdotale di Gesù nel Vg di Gv che mostra il volto della Chiesa custodito nel cuore di Gesù. Amatevi come io vi ho amati... perché il mondo creda. Ut unum sint: perché siate uno come Io sono uno col Padre mio, scusate cito a memoria. Ma quale bellezza in quella Chiesa nata proprio dal cuore di Gesù così inondato da un amore incondizionato... Che fine ha fatto quella Chiesa? Come è possibile che dilaghino tutte queste sconcertanti contraddizioni, sotto gli occhi di tutti, col beneplacito di chi dice di agire nello stesso nome di Gesù?

Io sono stata nel CNC per circa dieci anni. Ne sono uscita (da poco) nel corso del secondo passaggio, dopo aver fatto per la terza volta lo scrutinio. E per la terza volta, nonostante le mie legittime e tuttavia caute proteste, mi è stato consigliato di andare in monastero essendo io nubile. La sapete la storia delle due vie? Matrimonio o monastero: non ci sono altre vie per una vita cristiana vera. E questo sotto gli occhi del sacerdote che in altra sede aveva sconfessato quella posizione dei catechisti.

Allora, ripeto: che fine ha fatto il Vangelo, che fine ha fatto la Chiesa di Cristo? Quale criterio di giudizio bisogna usare per poter discernere il bene dal male, il giusto dall'ingiusto, il 'carisma' dall'esaltazione gratuita, la sfera di competenza del laico da ciò che è affidato alla grazia sacramentale del sacerdote?

Bisogna fare chiarezza, nel nome di Cristo, bisogna uscire dalle caverne dei segreti, degli 'arcani'. Che fare? Io amo la Chiesa, non voglio vederla così, nella nebbia delle divisioni. Proprio come ai tempi di Paolo: io sono di Apollo, io di Paolo... Siamo tutti di Cristo, è Lui che siamo chiamati a seguire, balbettando, zoppicando, ma è Lui che ci precede e ci conduce, Lui nella sua Chiesa affidata ai suoi apostoli a Lui consacrati. Che fare?

Jonathan, 20 dicembre 08 18:06

mercoledì 17 dicembre 2008

Caro Don... per il tuo Natale!

Caro don, sacerdote immaginario,

ti scrivo anche se non sono un cardinale, per la gioia di farlo e per riprendere un ragionamento interrotto. Innanzitutto ringrazio te di esserci e Chi, volendoti, da sempre ti ha conosciuto e formato nel seno di tua madre.
Mi immagino, avendo studiato con tanti seminaristi, come sia stato complicato per te seguire la tua strada, ogni giorno un piccolo passo, esami da fare, impegni pastorali, pranzi e cene da metter su in cinque minuti, sacramenti da amministrare, dalla culla alla tomba, in mezzo qualche fiore d’arancio, con te che benedici gli anelli e, solo per un secondo, ti immalinconisci per quei figli che gli sposi avranno e tu no. Poi, però, ripigli il sorriso, guardi la chiesa colma e pensi: grazie Signore per tutti questi figli, della Tua paternità che mi affidi come causa seconda, del Tuo amore del quale devo essere eco risonante con la Parola che è la tua Parola e non quella di altri.

Caro don immaginario, credo che la libertà di cui un vero cardinale parla e ti consiglia di seguire, sia la moneta spicciola di questa perseveranza umana e divina che deve passare per le tue mani, visibile nella tua presenza orante a tutti i tuoi figli, percepibile nella concentrazione con cui tracci la croce sul pane e sul vino con la grazia di uno stupore sempre nuovo e, ogni volta, sempre diverso.

Caro don immaginario, se puoi, ripristina il campanello per le confessioni urgenti. Quando ero bambino, fuori dalla canonica, c’era una campana con una lunga funicella a cui si aggrappava, in ore notturne, le ore del rimorso bruciante, il peccatore insonne e, oltre la porta, sonnecchiava un altro don molto più vecchio di te, con la stola della misericordia viola avvolta tre giri di collo, come una sciarpa. Sobbalzava, si rassettava la stola e apriva il portone.

Caro don immaginario, se puoi, cerca di non confessare su appuntamento…

Ti raccomando, caro don immaginario, di leggere, leggere, leggere per allargare la tua percezione antropologica, psicologica, teologica sulle persone che ti verranno a chiedere aiuto. A tutti, sappi dare la risposta giusta, olio sulle ferite, conforto nel dolore. A tutti, perché tu sei di tutti e tutti ti apparteniamo come figli, con età diverse ma pur sempre bambini per come ci comportiamo agli occhi di Dio, dati con lo slancio del padre nello spirito, incoraggiaci, rimproveraci, dacci caramella o scappellotto a secondo dei casi. Dacci te stesso nella tua libertà liberante perché liberata da Cristo, tuo e nostro Maestro.

Sii forte nelle questioni nelle quali tu devi essere padre, non altri inventori di verità che non siano quelle della Chiesa, custodisci forte nel cuore la tua missione di essere uomo tra gli uomini col dono dell’ordine che ti è toccato: liberamente lo hai accolto, liberamente esercitalo giacché quel dono, quella libertà, è il tuo tesoro che può liberare anche noi… Buon Natale, caro don immaginario.

Chisolm

martedì 16 dicembre 2008

"CARO SACERDOTE" il card. Arinze scrive una Lettera ai Sacerdoti





Amici....siamo sotto Natale e una volta si scrivevano le "Letterine" a Gesù Bambino...

Il Cardinale Arinze (qui nella foto) è andato in "pensione" ed ha scritto una Lettera ai Sacerdoti per richiamarli all'OBBEDIENZA del loro Ministero nella Chiesa.

Offriamo questo spazio alla meditazione che segue, Pregando incessantemente, affinchè i Sacerdoti scoprano la loro LIBERTA' nella Chiesa e nell'Obbedienza al Sommo Pontefice e non a qualche laico che....per una incomprensibile situazione... si ritrova a comandare su di LORO...
SIATE LIBERI, cari Sacerdoti, LIBERI da ogni condizionamento, LIBERI DA OGNI CAMMINO, perchè l'unico Cammino VERO e autentico è quello che NON condiziona il vostro Ministero, ma NELL'OBBEDIENZA E FEDELTA' AI SUPERIORI che sono il Vescovo e il Pontefice, siate veramento il "seme CHE MUORE" e che solo così potrà permettere anche a NOI, Laici, di ricevere degnamente i Sacramenti e la Riconciliazione con Dio...
Buon Natale Cari Sacerdoti!

Riflessioni in forma di lettera: Caro sacerdote ti scrivo...
Martedì 16 vengono presentati presso la Sala Marconi della Radio Vaticana i volumi dei cardinali Angelo Sodano Verso le origini, una genealogia episcopale (pagine 70, euro 8 ) e Francis Arinze Riflessioni sul sacerdozio, lettera a un giovane sacerdote (pagine 138, euro 12), entrambi appena pubblicati dalla Libreria Editrice Vaticana.
Anticipiamo ampi stralci del capitolo intitolato Il sacerdote e lo stile evangelico di vita tratto dal libro del prefetto emerito della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti.
di Francis Arinze
Caro fratello sacerdote, è giusto tenere a mente che il presbitero ha come Maestro il Cristo. Non è certo possibile imitare l'agire di Cristo in ogni minimo dettaglio, ma ciò non ci esime dal seguirlo nel modo più vicino possibile. (...) Tra le tante cose che Gesù "fece e insegnò", scegliamo tre consigli evangelici a cui ogni sacerdote è chiamato a dare particolare attenzione: l'obbedienza, la povertà e la castità nel seguire Cristo Maestro.
Il sacerdote sa che la costituzione gerarchica della Chiesa deriva dal suo divino Fondatore. Il carisma e il ministero del Papa e del vescovo sono di istituzione divina. Gesù ha inviato gli apostoli come egli stesso è stato inviato dal Padre (cfr. Giovanni, 20, 21): "Chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me" (Luca, 10, 16). L'obbedienza che il presbitero dà al Santo Padre, al vescovo e ai loro rappresentanti, si basa sulla fede. Mediante questa obbedienza il sacerdote dà a Dio la possibilità di servirsi pienamente di lui nell'attuare la missione della Chiesa. L'obbedienza non ha lo scopo di sminuire il ruolo del prete, o di trattarlo come inferiore o di impedirgli la propria crescita personale.
Anche il sacerdote partecipa dell'esercizio dell'autorità nella Chiesa. Da quanti hanno autorità nella Chiesa ci si attende l'impegno di esercitare questo potere nel nome di Cristo. Un vescovo o un sacerdote deve fare il proprio dovere con tutta umiltà e coraggio. Non dimostra certo umiltà se abbandona la responsabilità pastorale: questo danneggerebbe solo il gregge. (...) D'altra parte, il sacerdote non deve tentare di introdurre una specie di democrazia secolare che non si accorda con la natura divina dell'istituzione gerarchica della Chiesa. Una cosa è la virtù dell'umiltà, tutt'altra è cercare di clericalizzare il laicato o laicizzare il clero.
La Chiesa non ha nulla da guadagnare, ma tutto da perdere, da simili dissennate iniziative. In tema di obbedienza del presbitero, è degno di speciale attenzione il suo atteggiamento verso i compiti affidatigli dal vescovo. Certamente da parte del vescovo ci si deve aspettare amore, attenta considerazione delle capacità di ciascun presbitero, apertura al dialogo, equità, giustizia e una chiara visione della missione della Chiesa nella diocesi. Se si trattasse di una lettera rivolta ai vescovi, potremmo scendere in maggiori dettagli sulle loro responsabilità. Ma qui stiamo esaminando il ruolo del sacerdote. Questi deve lasciare al vescovo e ai suoi collaboratori piena libertà nelle nomine riguardanti i preti. Dal presbitero bisogna attendersi un amorevole e leale atteggiamento di collaborazione e obbedienza. Se tuttavia un sacerdote reputa che una particolare nomina o incarico datogli dal vescovo possa danneggiare lui o altre persone, allora ha il diritto, e talvolta il dovere, di chiedere un dialogo con il vescovo per esporre ciò che pensa. Dopodiché, in tutta semplicità, il sacerdote accetti la decisione ultima del vescovo; anche nello scenario peggiore che il vescovo assegni un incarico che supera le capacità del presbitero o che possa farlo soffrire e danneggiarlo, Dio non mancherà certo di proteggere il sacerdote che obbedisce.
Il giudizio di Dio nei riguardi del vescovo è altra cosa e Dio non ha bisogno di consigli dal sacerdote per questo! Comunque, il sacerdote che disobbedisce a una direttiva chiara e ponderata del proprio Vescovo, non deve aspettarsi la benedizione del Signore. Si trova in balia di se stesso e non deve illudersi di star facendo la volontà di Dio. (...) Ciò che voglio dire è che la mano invisibile di Dio guida gli eventi, anche quando i superiori possono essere carenti in qualche aspetto nell'esercizio dell'autorità. Alla fine, Dio protegge il sacerdote che rispetta e obbedisce al proprio vescovo con fedeltà ferma e nobiltà di carattere. L'intervento di Dio può apparire posticipato di mesi o anche di anni, ma alla fine arriva. Ad alcuni santi è stata fatta giustizia solo dopo la morte. Il sacerdote è un seguace di Cristo che, nella sua esistenza terrena, ha vissuto da povero. È nato in una stalla ed è stato deposto in una mangiatoia.
La Santa Famiglia di Nazaret viveva in povertà di mezzi. Cristo ha ammonito le persone che si offrivano spontaneamente a seguirlo di ricordarsi che le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo (cfr. Matteo, 8, 20). È vero che i sacerdoti membri di ordini e congregazioni religiose, in quanto religiosi, fanno il voto di povertà, mentre invece non lo fanno i sacerdoti diocesani. È però chiaro, dall'esempio e dall'insegnamento di Cristo, che ogni sacerdote deve coltivare la virtù della povertà. Un certo distacco dai beni terreni è richiesto al sacerdote diocesano. Questi, prima di tutto, deve essere onesto e trasparente nell'amministrazione dei beni della Chiesa. In situazioni riguardanti la parrocchia o la diocesi è tenuto a collaborare con il consiglio economico e ad osservare lealmente i regolamenti della diocesi in materia.
La virtù della povertà riguarda anche l'uso personale dei propri soldi. Evitando tutto ciò che può farlo apparire attaccato a beni terreni ed incline a spese eccessive, il sacerdote deve ricordarsi dei poveri, dei malati, degli anziani e di tutti i bisognosi in genere. I mezzi di trasporto, la casa, il mobilio, il vestito non devono collocarlo dalla parte dei ricchi e dei potenti. Per risparmiare al sacerdote un'eccessiva preoccupazione per i bisogni dovuti a malattia e a vecchiaia, la diocesi deve prevedere queste situazioni e predisporre adeguati programmi. Un test sulla generosità del prete può consistere nel domandarsi quali motivi di carità sono inclusi nei suoi desideri e quanta gente povera, poveri seminaristi o candidati alla vita consacrata piangeranno la sua morte, riconoscendo che è scomparso il loro padre in Cristo e il loro benefattore.
Il presbitero non deve identificare la povertà con la mancanza di pulizia e di ordine nella propria casa, e neppure assimilarla con l'uso di paramenti o suppellettili d'altare consunti. Occorre offrire il meglio a Dio per la sua lode. Nella sua casa ogni cosa deve essere segno di buon gusto e ordine, pur nella semplicità e sobrietà. Cristo ha vissuto una vita verginale, ha insegnato ai suoi discepoli la castità e ha proposto la verginità a coloro che sono disponibili e in grado di seguire una tale chiamata. La Chiesa, da sempre, ha tenuto in grande considerazione il celibato dei sacerdoti. Nella vita sacerdotale, la continenza perpetua per il regno dei cieli esprime e stimola la carità pastorale. È una sorgente speciale di fecondità spirituale nel mondo (cfr. Presbyterorum ordinis, 16).
(...)
Ciò di cui ha bisogno è il silenzio, la quiete e il raccoglimento per stare alla presenza di Dio, dare maggior attenzione a Dio e incontrare Cristo nella preghiera personale davanti al tabernacolo. Solo allora sarà capace di vedere Cristo in ogni persona che incontra nel ministero. Perché i grandi santi, che dedicano molto tempo per stare soli con Dio, sono così bravi nell'incontrare la gente? Hanno una identità chiara, trovano Dio e così trovano se stessi e gli altri in Dio. Non dobbiamo sottovalutare l'apporto positivo della fraternità tra sacerdoti per vivere il celibato. Come è bello quando i presbiteri vivono in unione e armonia (cfr. Salmi, 133, 1). L'ideale è che il vescovo faccia in modo che i sacerdoti vivano in due o tre per parrocchia, piuttosto che da soli.
Abbiamo bisogno gli uni degli altri per far crescere al massimo le nostre potenzialità. L'auspicio è di costituire comunità di presbiteri che vivono insieme, che si raccolgono insieme in cappella, che preghino parte della Liturgia delle Ore insieme, discutano insieme i problemi pastorali, mangino e scherzino insieme - si formino tali comunità in gran numero in una diocesi, e avremo testimoni migliori di Cristo, anche in rapporto al celibato sacerdotale, come pure al ministero presbiterale in genere. Quasi in ogni epoca si incontra chi presenta ragioni per persuadere la Chiesa latina a rendere il celibato "facoltativo", così dicono. E ogni volta la Chiesa ha detto di no, per buone ragioni.
L'ultima parola della Chiesa su questa materia è di Papa Benedetto XVI, nella Esortazione post-sinodale Sacramentum caritatis.
Voglio citare per esteso quanto ha detto: "In tale scelta del sacerdote, infatti, trovano peculiare espressione la dedizione che lo conforma a Cristo e l'offerta esclusiva di se stesso per il Regno di Dio. Il fatto che Cristo stesso, sacerdote in eterno, abbia vissuto la sua missione fino al sacrificio della croce nello stato di verginità costituisce il punto di riferimento sicuro per cogliere il senso della tradizione della Chiesa latina a questo proposito. Pertanto, non è sufficiente comprendere il celibato sacerdotale in termini meramente funzionali. In realtà, esso rappresenta una speciale conformazione allo stile di vita di Cristo stesso. Tale scelta è innanzitutto sponsale; è immedesimazione con il cuore di Cristo Sposo che dà la vita per la sua Sposa.

In unità con la grande tradizione ecclesiale, con il concilio Vaticano ii e con i Sommi Pontefici miei predecessori, ribadisco la bellezza e l'importanza di una vita sacerdotale vissuta nel celibato come segno espressivo della dedizione totale ed esclusiva a Cristo, alla Chiesa e al Regno di Dio, e ne confermo quindi l'obbligatorietà per la tradizione latina. Il celibato sacerdotale vissuto con maturità, letizia e dedizione è una grandissima benedizione per la Chiesa e per la stessa società" (Sacramentum caritatis, 24).
(©L'Osservatore Romano - 15-16 dicembre 2008)

venerdì 12 dicembre 2008

Notizie di prima mano sulla identità del Cammino NC

Parole di Kiko a Porto S. Giorgio, tra le varie notizie inedite (almeno per noi) sulla vicenda degli statuti:
"La difficoltà per noi era che lo statuto del Pontificio consiglio per i Laici afferma che questo pontificio consiglio si dedica alle "associazioni laicali", e noi non siamo una associazione laicale ma una iniziazione cristiana e come tale non dovevamo stare sotto la responsabilità del Pontificio Consiglio. Dicevamo loro: diteci sotto quale Congregazione dovremo stare, forse quella dei Vescovi perché l'iniziazione cristiana dipende dai vescovi. Il Papa Giovanni Paolo II ha publicato la lettera al card Stafford, Presidente del Pontificio Consiglio per i Laici, dandogli l'incarico per l'approvazione dei nostri statuti. Questo poi è stato provvidenziale IN QUESTA BATTAGLIA (!!!).

A un certo punto abbiamo chiesto aiuto anche ad alcuni cardinali, e ci hanno aiutato i seminari perchè diversi cardinali avevano aperto seminari Redemptoris Mater. Abbiamo chiesto loro: "Aiutateci. Siete d'accordo che siamo una iniziazione cristiana e che non devono fare di noi un movimento o un'associazione laicale?" Questi cardinali hanno firmato una lettera al Papa, e questo ha sorpreso il Pontificio Consiglio per i Laici. Arrivare a che il Cammino neocatecumenale venga riconosciuto come una iniziazione cristiana, senza fare di noi un movimento, è un miracolo! Non era successo prima come mai era successo che fosse riconosciuta una fondazione di beni spirituali. Ci sono diverse fondazioni di beni materiali nella Chiesa, ma non fondazioni di beni spiritusali: SIAMO NOI LA PRIMA, CHE AMMINISTRA BENI SPIRITUALI.
[...]
Noi dicevamo: "No, noi non siamo un'associazione; noi non abbiamo nessun problema con le associazioni; la difficoltà è un'altra se fate di noi un movimento associativo a sé indipendentemente dall'iniziazione cristiana tutto quell'itinerario è per entrare nel movimento, non per rinnovare il Battesimo". Bene, non vi racconto tutte le battaglie e le sofferenze. Ma la Madonna ci è stata vicina (!?) e quella chiave di fare una iniziazione cristiana diocesana ha funzionato. e da lì siamo partiti. [...]"
___________

E' un discorso dalle implicazioni inaudite! Ed è una pletora di contraddizioni e anche di anomalie sia burocratiche che di relazione con le gerarchie... In conclusione, la Chiesa è stata messa di fronte al 'fatto compiuto' attraverso una serie di mosse e di 'intrecci' che non hanno seguito le vie prescritte, anche se alla fine l'approvazione è uscita fuori dal Pontificio Consiglio per i Laici... ma stando a quanto dice Kiko essa avrebbe valore per un'Associazione laicale e non per loro!

Ma ricordate quando avevamo intuito - vedendo quello che succedeva in molte diocesi - che il loro grimaldello sarebbe stato la pastorale diocesana? Ebbene, così è avvenuto e così è... E vi sembra normale che dei cardinali abbiamo aperto dei seminari prima ancora che il Pontificio Consiglio per i laici o chiunque altro avesse approvato "l'entità Cammino NC"?

Inoltre, dovremmo arguire che quando il Papa esorta i vescovi ad accogliere con amore i movimenti non si riferisce al Cammino! ;)

martedì 9 dicembre 2008

Cammino neocatecumenale: elementi modernisti e giudaizzanti

Risulta dagli atti della "Convivenza" di Porto S. Giorgio del settembre scorso che, nell'introdurre la conferenza di Pedro Farnes, Carmen dice: "andiamo un momento all'anno 1960, quando ancora io non conoscevo Kiko Arguello; nel 1960 era stato annunziato già il concilio e i movimenti liturgici si focalizzavano soprattutto a Parigi, dove cera Bouyer, Dom Botte e tutti quelli che hanno preparato la riforma liturgica. P. Farnes che era un giovanotto, e studiava con loro, arrivò a Barcellona dove io mi trovavo, e stavo passando un momento difficile. Lì, nella cattedrale di Barcellona, fu la prima volta in cui ho vissuto la messa come una Pasqua."
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Parole molto rivelatrici: in effetti il cammino è nato dal concilio; ma con tutta evidenza dalla corrente della 'discontinuità' modernista di stampo protestante (ricordiamo anche Rahner e Bonhoeffer, da cui hanno tratto ispirazione per alcuni metodi, quanto a Pedro Farnes ne abbiamo già scritto). A tutto questo si si aggiunge l'ebraicismo kikiano...

Il collegamento è (dichiarazione esplicita di Carmen) con gli errori liturgici propagati nel secolo XX insieme a Lambert Bauduin, dal Padre Bouyer. L'Abbé Bauduin faceva un lavoro di diffusione del Modernismo cauto, per non dire segreto, nel campo liturgico, dove Bouyer, Zundel lo hanno seguito e sviluppato le sue idee distruttive della Sacra Liturgia, cosa che alla fine si è concretizzata nell' opera di Monsignor Bugnini, approvata da Paolo VI. Farnes fa parte di quella stessa scuola, ed è lui ad evangelizzare nella circostanza citata i supercatechisti...

È interessante scoprire che è proprio Padre Louis Bouyer che rivela cosa vuol dire la misteriosa "Presenza" di cui parla la "Nouvelle Theologie" già condannata da Pio XII nell'Humani Generis: in uno dei suoi libri significativamente intitolato Gnosis — La Conoscenza di Dio nelle Scritture un capitolo intero è dedicato alla "Shekinah e la mistica della Merkabah" nel quale lui spiega che..

"Giustamente è stato possibile dire che nulla è più esclusivamente caratteristico della nozione biblica di Dio che la sua trascendenza e la sua immanenza costantemente vano pari. E sovente troppo si dimentica che queste due nozioni d'immanenza e trascendenza sono invenzioni di Spinoza, il quale, per più eretico ch'è divenuto agli occhi della ortodossia giudaica, continua ad essere fondalmente giudaico nella sua affermazione della sua inseparabilità" (L. Bouyer, Gnosis — La Conoscenza di Dio nella Scritture, Cerf, Parigi, 1988, p. 51).

Padre Louis Bouyer osa identificare la misteriosa "Presenza" — così cara a tanti modernisti attuali — col nome di Schechinah (molto presente nel gergo del Cammino), emanazione della Divinità occulta dei cabbalisti nell'albero sefirotico, il sesso femminile della Divinità occulta, la Sofia degli gnostici. È facile parlare in termini misteriosi... Questo metodo è tipico dei Modernisti, per far accettare le loro dottrine "sotto il velame delle parole strane..."
Così, la rivelazione sarebbe religiosa, mistica, personale, della propria realtà divina, del Mistero divino che si fa "Presenza" — Schechinah — Dio immanente nell' uomo e in tutta la creazione... Come si potrà negare che questa "Presenza" della Schechinah nella dottrina della Nuova Teologia la fa, per dire poco, molto sospetta di Gnosi?
Che la Schechinah è la stessa Sofia degli Gnostici, è indubbio quando si leggono le opere di Gerschon Scholem sopra la Cabbalah, che egli afferma molte volte essere la Gnosi giudaica (Cfr. Gerschom G. Scholem, A Mistica Judaica - Major Trends in Jewish Mysticism- ; Les origines de la Kabbale, Aubier, Paris, 1966; Jewish Gnosticism, Merkabah Mysticism and Talmudic Tradition, The Jewish Theological Seminary of America, New York, 5725- 1965). Quella che noi cristiani, eredi della cabbala (rivelazione accolta) autentica, rivelata da Cristo agli apostoli, chiamiamo "Cabbala spuria" derivante dall'ebraismo talmudico che ha rinnegato il cristianesimo...

Che dire poi della merkavah (il carro di Ezechiele) tanto citata da Kiko in molte catechesi e persino posta come simbolo sotto la croce astile presente a lato dell'altare in ogni celebrazione e in tutte le riunioni importanti del movimento e da lui costantemente impugnata come un pastorale?

domenica 7 dicembre 2008

Ecco il Fine della Riforma di Benedetto. E NOI DOBBIAMO AIUTARLO

Fonte: Liturgia

ll segnale è stato inequivocabile. Prima il Corpus Domini a Roma, poi lo si è visto in mondovisione a Sidney. Benedetto XVI esige che davanti a lui la comunione venga ricevuta in ginocchio. è uno dei tanti recuperi di questo pontificato: il latino, la messa tridentina, la celebrazione con le spalle rivolte ai fedeli. Papa Ratzinger ha un disegno e lo srilankese monsignor Malcolm Ranjith, che il pontefice ha voluto con sé in Vaticano come segretario della Congregazione per il Culto, lo delinea con efficacia. L' attenzione alla liturgia, spiega, ha l' obiettivo di un' «apertura al trascendente».
Su richiesta del pontefice, preannuncia Ranjith, la Congregazione per il Culto sta preparando un Compendio Eucaristico per aiutare i sacerdoti a «disporsi bene per la celebrazione e l' adorazione eucaristica».
Domanda:La comunione in ginocchio va in questa direzione?
Risposta:«Nella liturgia si sente la necessità di ritrovare il senso del sacro, soprattutto nella celebrazione eucaristica. Perché noi crediamo che quanto succede sull' altare vada molto oltre quanto noi possiamo umanamente immaginare. E quindi la fede della Chiesa nella presenza reale di Cristo nelle specie eucaristiche va espressa attraverso gesti adeguati e comportamenti diversi da quelli della quotidianità».
D: Marcando una discontinuità?
R:«Non siamo dinanzi ad un capo politico o un personaggio della società moderna, ma davanti a Dio. Quando sull' altare scende la presenza di Dio eterno, dobbiamo metterci nella posizione più adatta per adorarlo. Nella mia cultura, nello Sri Lanka, dovremmo prostrarci con la testa sul pavimento come fanno i buddisti e i musulmani in preghiera».
D: L' ostia nella mano sminuisce il senso di trascendenza dell' eucaristia?
R:«In un certo senso sì. Espone il comunicante a sentirla quasi come un pane normale. Il Santo Padre parla spesso della necessità di salvaguardare il senso dell' al-di-là nella liturgia in ogni sua espressione. Il gesto di prendere l' ostia sacra e metterla noi stessi in bocca e non riceverla, riduce il profondo significato della comunione».
D:Si vuole contrastare una banalizzazione della messa?
R:«In alcuni luoghi si è perso quel senso di eterno, sacro o di celeste. C' è stata la tendenza a mettere l' uomo al centro della celebrazione e non il Signore. Ma il Concilio Vaticano II parla chiaramente della liturgia come actio Dei, actio Christi. Invece in certi circoli liturgici, vuoi per ideologia vuoi per un certo intellettualismo, si è diffusa l' idea di una liturgia adattabile a varie situazioni [la catechesi sulla pasqua ebrea, ad esempio! ndr] , in cui si debba far spazio alla creatività perché sia accessibile e accettabile a tutti. Poi magari c' è chi ha introdotto innovazioni senza nemmeno rispettare il sensus fidei e i sentimenti spirituali dei fedeli».
D:A volte anche vescovi impugnano il microfono e vanno verso l' uditorio con domande e risposte.
R:«Il pericolo moderno è che il sacerdote pensi di essere lui al centro dell' azione. Così il rito può assumere l' aspetto di un teatro o della performance di un presentatore televisivo. Il celebrante vede la gente che guarda a lui come punto di riferimento e c' è il rischio che, per avere più successo possibile con il pubblico, inventi gesti ed espressioni facendo da protagonista».
D:Quale sarebbe l' atteggiamento giusto?
R:«Quando il sacerdote sa di non essere lui al centro, ma Cristo. Rispettare in umile servizio al Signore e alla Chiesa la liturgia e le sue regole, come qualcosa di ricevuto e non di inventato, significa lasciare più spazio al Signore perché attraverso lo strumento del sacerdote possa stimolare la coscienza dei fedeli».
D:Sono deviazione anche le omelie pronunciate dai laici?
R:«Sì. Perché l' omelia, come dice il Santo Padre, è il modo con cui la Rivelazione e la grande tradizione della Chiesa viene spiegata affinché la Parola di Dio ispiri la vita dei fedeli nelle loro scelte quotidiane e renda la celebrazione liturgica ricca di frutti spirituali. E la tradizione liturgica della Chiesa riserva l' omelia al celebrante. Ai Vescovi, ai sacerdoti e ai diaconi. Ma non ai laici».
D:Assolutamente no?
R:«Non perché loro non siano capaci di fare una riflessione, ma perché nella liturgia i ruoli vanno rispettati. Esiste, come diceva il Concilio, una differenza "in essenza e non solo in grado" tra il sacerdozio comune di tutti i battezzati e quello dei sacerdoti». Già il cardinale Ratzinger lamentava nei riti la perdita del senso del mistero. Spesso la riforma conciliare è stata interpretata o considerata in modo non del tutto conforme alla mente del Vaticano II. Il Santo Padre definisce questa tendenza l' antispirito del Concilio».
D:A un anno dalla piena reintroduzione della messa tridentina qual è il bilancio?
R:«La messa tridentina ha al suo interno valori molto profondi che rispecchiano tutta la tradizione della Chiesa. C' è più rispetto verso il sacro attraverso i gesti, le genuflessioni, i silenzi. C' è più spazio riservato alla riflessione sull' azione del Signore e anche alla personale devozionalità del celebrante, che offre il sacrificio non solo per i fedeli ma per i propri peccati e la propria salvezza. Alcuni elementi importanti del vecchio rito potranno aiutare anche la riflessione sul modo di celebrare il Novus Ordo. Siamo all' interno di un cammino».
D:Un domani vede un rito che prenda il meglio del vecchio e del nuovo?
R:«Può darsi, io forse non lo vedrò. Penso che nei prossimi decenni si andrà verso una valutazione complessiva sia del rito antico che del nuovo, salvaguardando quanto di eterno e soprannaturale avviene sull' altare e riducendo ogni protagonismo per lasciare spazio al contatto effettivo tra il fedele e il Signore attraverso la figura non predominante del sacerdote».
D:Con posizioni alternate del celebrante? Quando il sacerdote sarebbe rivolto verso l' abside?
R: «Si potrebbe pensare all' offertorio, quando le offerte vengono portate al Signore, e di là sino alla fine della preghiera eucaristica, che rappresenta il momento culminante della "trans-substantiatio" e la "communio"».
D:Disorienta i fedeli il prete che volge le spalle?
R: «è sbagliato dire così. Al contrario, insieme al popolo si rivolge al Signore. Il Santo Padre nel suo libro Lo spirito del Concilio ha spiegato che quando ci si siede attorno, guardando ognuno la faccia dell' altro, si forma un circolo chiuso. Ma quando il sacerdote e i fedeli insieme guardano l' Oriente, verso il Signore che viene, è un modo di aprirsi all' eterno».
D:In questa visione si inserisce anche il recupero del latino?
R:«Non mi piace la parola recuperare. Realizziamo il Concilio Vaticano II, che afferma esplicitamente che l' uso della lingua latina, salvo un diritto particolare, sia conservato nei riti latini. Dunque, anche se è stato dato spazio all' introduzione delle lingue vernacolari, il latino non va abbandonato completamente. L' uso di una lingua sacra è tradizione in tutto il mondo. Nell' Induismo la lingua di preghiera è il sanscrito, che non è più in uso. Nel Buddismo si usa il Pali, lingua che oggi solo i monaci buddisti studiano. Nell' Islam si impiega l' arabo del Corano. L' uso di una lingua sacra ci aiuta a vivere la sensazione dell' al-di-là».
D:Il latino come lingua sacra nella Chiesa?
R:«Certo. Il Santo Padre stesso ne parla nell' esortazione apostolica Sacramentum Caritatis al paragrafo 62: "Per meglio esprimere l' unità e l' universalità della Chiesa vorrei raccomandare quanto suggerito dal Sinodo dei vescovi in sintonia con le direttive del Concilio Vaticano II. Eccettuate le letture, l' omelia e la preghiera dei fedeli, è bene che tali celebrazioni siano in lingua latina". Beninteso, durante incontri internazionali».
D:Ridando forza alla liturgia, dove vuole arrivare Benedetto XVI?
R:«Il Papa vuole offrire la possibilità d' accesso alla meraviglia della vita in Cristo, una vita che pur vivendola qui sulla terra già ci fa sentire la libertà e l' eternità dei figli di Dio. E una tale esperienza si vive fortemente attraverso un autentico rinnovamento della fede quale presuppone il pregustare delle realtà celesti nella liturgia che si crede, si celebra e si vive. La Chiesa è, e deve diventare, lo strumento valido e la via per questa esperienza liberante. E la sua liturgia quella che la rende capace di stimolare tale esperienza nei suo i fedeli». - MARCO POLITI

venerdì 5 dicembre 2008

La "buona battaglia" nella fede

Mons. Gallareta, nel giugno scorso, insieme ad altri profondi insegnamenti ed esortazioni, ha rivolto queste parole ai sacerdoti appena ordinati. Le riporto perché le sento molto vere e molto coinvolgenti anche per noi a causa del nostro sacerdozio battesimale e per il 'carattere' che abbiamo ricevuto nella Cresima, che ci spingono e ci aiutano, nel nostro piccolo, alla stessa proclamazione e custodia della Verità ricevuta nella e dalla Chiesa. Devo dirvi, amici miei, che al di là di qualunque altra considerazione e senza nulla togliere all'impegno costante e fermo del nostro Papa, qui si sente il vero parlare cattolico... Ripeto, si parla dei Sacerdoti, ma sento quanto riguardi anche noi, le nostre motivazioni, il nostro impegno... Questo consideratelo un documento programmatico. Potremo parlarne brevemente e poi inserire il prossimo thread.
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" Il secondo elemento essenziale al Sacerdozio: la predicazione della Verità. Nostro Signore Gesù Cristo è la verità stessa. " Io sono la verità ". Ed Egli è venuto in questo mondo per rendere testimonianza alla Verità. Come dice davanti a Cefa. E la Santa Chiesa cattolica è la colonna e il sostegno della Verità. Ne consegue dunque che compito essenziale del sacerdote è predicare la verità. Il sacerdote deve dunque prepararsi. Egli dev'essere o deve diventare capace di insegnare la Verità. E deve consacrarsi alla predicazione. Per San Paolo, essere Apostoli significa essenzialmente predicare, insegnare. Essere un dottore, un messaggero, un araldo che proclama sempre la parola di Dio. Sono le sue esatte parole. La Parola di Dio, la Parola della Verità, le parole sante di Nostro Signore Gesù Cristo. Le parole della Fede. La Santa Dottrina. Ed è l'esempio che ci ha dato proprio Nostro Signore. La Sua vita pubblica è una vita di predicazione, di insegnamento. Di rivelazione della Verità, proprio. Ed è anche il suo comandamento: " Andate e insegnate a tutte le creature ". Cioè a tutti gli uomini. Tutti gli uomini. E questa predicazione dev'essere fedele. Ciò che è richiesto dunque nell'esercizio dei propri doveri è avere la fedeltà. Ciò che si chiede al ministro è che sia fedele. Un ministro dev'essere fedele al suo ministero, a ciò che gli si chiede di trasmettere. Ed essere fedele significa prima di tutto predicare l'integrità della Dottrina. Predicare, insegnare questa dottrina in tutta la sua purezza. Dunque voi vedete: tutta la Fede, nient'altro che la Fede. Niente si può aggiungere, niente si può togliere.

E questa predicazione, integrale e pura, dev'essere necessariamente quella della Tradizione. Si deve predicare secondo l'insegnamento della Tradizione. Secondo la predicazione tradizionale, che è il criterio e la norma della Fede. Il primo e il principale criterio della Fede.

È così che lo chiama San Paolo. " Noi non siamo come molti che snaturano, che adulterano la Parola di Dio. Ma è in tutta purezza, come da parte di Dio, come davanti a Dio, in Cristo, che parliamo ". Si chiede giustamente di non adulterare la Fede. Ed egli consiglia a Timoteo: " Abbi come modello le sante parole che hai ascoltato da me nella Fede e nella Carità di Cristo ". L'insegnamento puro, perfetto. E aggiunge: " Conserva il prezioso deposito della Fede, per mezzo dello Spirito Santo, che abita in noi ". Quindi il sacerdote riceve lo Spirito Santo, specialmente nel Sacerdozio, al fine di conservare questo insegnamento, questa Tradizione, al fine di insegnarla, di predicarla. Sono questi i criteri della cattolicità. Ricordatevi le parole di San Paolo nella Lettera ai Galati: " Se anche noi stessi o un angelo del cielo ", quindi chiunque sia, un sacerdote, un vescovo o un cardinale o un papa " vi predicasse un Vangelo diverso da quello che vi abbiamo predicato, che avete ricevuto, sia anàtema ". Il criterio della Fede cattolica e della predicazione del sacerdote è la Tradizione. La conformità con la Tradizione della Chiesa cattolica. E noi facciamo sempre appello a questo. È questo che fa la nostra forza. Noi non facciamo un magistero " al di sopra del magistero del Papa". Noi facciamo appello al magistero del Papa e all'insegnamento costante, alla Tradizione della Chiesa cattolica, che è al di sopra di noi e al di sopra del Papa.

In seguito, il sacerdote deve predicare e insegnare con autorità. Con forza ! qualità essenziale della predicazione. Evidentemente, questo non significa con violenza, con aggressività. Significa: " forza". Essere forte. San Tommaso dice proprio che il sacerdote deve predicare e insegnare con autorità perché è lo strumento, il ministro di Dio. Dunque egli ha l'autorità, è rivestito dell'autorità di Dio per questo ufficio. Allora, egli, non solo deve insegnare la Dottrina, non solo deve esortare i fedeli ! esortarli al Bene, alla pratica del Bene -, ma deve anche correggere gli errori e le deviazioni. Sia denunciando il Male, sia rimproverando i colpevoli. E se è una questione di Fede, una questione dottrinale, egli è obbligato a produrre una solida confutazione. E San Paolo dice: " … capace di convincere o confondere i contraddittori ". Convincere o far tacere i contraddittori. A Tito dice: " Di' queste cose, esorta e riprendi con tutta la tua autorità ". E gli dice anche: " … il sacerdote dev'essere fortemente attaccato alle parole autentiche, come sono state insegnate, tale da essere capace di insegnare la Santa Dottrina e di confondere i contraddittori della Fede ". Queste sono le parole di San Paolo a Tito. Dunque, attiene a quest'obbligo predicare per difendere i fedeli da ogni contaminazione dottrinale. Il sacerdote deve lottare contro gli errori e contro i falsi dottori. Contro le eresie e contro gli eretici. Perché è il guardiano delle verità di Fede, per prima cosa. Ma è anche il guardiano del Bene delle ànime. Di cui il primo è giustamente questa Verità in loro, la Fede cattolica. San Paolo è molto esplicito a questo proposito.

Ricordatevi: " Ti scongiuro ", dice a Timoteo, " davanti a Dio e a Nostro Signore Gesù Cristo: annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, esorta, convinci, rimprovera, con ogni magnanimità e dottrina ". Il che non significa con pazienza. Certo, ci vuole pazienza con i fedeli o con i colpevoli, per correggerli. Ma egli qui non ne parla, dice che bisogna farlo con pazienza perché è difficile, è una sofferenza, è un combattimento. Ed egli annuncia - ed è il testamento spirituale di San Paolo - egli ricorda che verranno tempi in cui gli stessi Cattolici si allontaneranno dalla Verità e volgeranno le loro orecchie alle favole. È su questo allora che il sacerdote deve vigilare. " Sopporta la sofferenza. Adempi il tuo ministero. Fai opera da evangelista ". Dunque è proprio un dovere questa salvaguardia della Fede e delle ànime. E si devono denunciare gli errori, le eresie, ma anche i fautori degli errori e delle eresie. E questo, evidentemente, suppone la forza. Nella misura in cui la battaglia, la crisi, durano, sono soprattutto la nostra pazienza e la nostra forza ad essere messe alla prova. È per questo che San Paolo dice a Timoteo: " E tu, uomo di Dio, combatti la buona battaglia della Fede ". E per San Paolo si tratta di una buona battaglia, non di una cattiva battaglia. Ma allora bisogna battersi, bisogna lottare. E per questo è necessario che noi si sia forti nella Fede. "
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Anche nel Cammino NC si chiede FEDELTA' - ed è una fedeltà rigida ed assoluta -, ma purtroppo non è la Fedeltà alle verità di Fede cattoliche, ma agli insegnamenti ed agli ordini degli iniziatori!!! E non sono nostre illazioni: ne fanno fede i documenti che pubblichiamo... E questo continua ad essere permesso!
Che il Signore ci renda forti nella Fede!