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lunedì 26 dicembre 2022

La "nueva estetica" tra Tutankhamon e Disney

Proponiamo, traendolo dal sito "Il pensiero cattolico"   un articolo di don Nicola Bux, teologo e liturgista, recante interessanti osservazioni sull'arte sacra, in particolare su quella iconografica della Chiesa latina e orientale, che dovrebbero  essere unite da un nesso indissolubile  a fede, preghiera, dottrina e liturgia.
Attualmente la Chiesa cattolica sembra essere ad un bivio fra la conservazione pur con elementi  di innovazione, riproponendo la propria tradizione, e tra il replicare malamente l'iconografia orientale, oppure ancora lo scadere nell'aniconicità protestante.

Monsignor Bux osserva che la liturgia e l'iconografia cristiana non possono essere mitologiche o tendenti all'astrazione; ad esempio gli occhi nelle figure di questi novelli bizantineggianti (l'esempio fatto è  quello del più  noto Rupnik, ma avrebbe potuto allo stesso modo citare Kiko Argüello) sono indefiniti come quelli dei personaggi disneyani; ciò condiziona le figure, facendo scadere la scena quasi a raffigurazione gnostica. 

Conclude monsignor Bux affermando che l'iconofilia che ha preso i latini sa di patologia. Avendo abbandonato o addirittura distrutto la tradizione figurativa occidentale, si cerca di riempire il vuoto, prendendo le icone orientali e mettendole nel nostro contesto culturale: una de-culturazione. L'icona orientale nella liturgia romana è un pesce fuor d'acqua!

Le preziose osservazioni di questo articolo vanno a confermare ciò che nel nostro blog viene detto da sempre a riguardo della la nueva estetica neocatecumenale, per la quale, scriveva Lino Lista, "tutto della Chiesa tradizionale, dallo spazio sacro alle rubriche alle icone ai canti etc. etc., deve essere annichilito nel vuoto cosmico delle salette neocatecumenali, le quali possono essere riempite soltanto dalla Comunità e dal suo agire. In questa logica dell'operare comunitario, anche vanno collocate le creazioni più propriamente artistiche di Kiko Arguello (icone, arredi, musiche, canti), le sole ad essere ammesse perché, per mezzo del fondatore, esse identificano la Comunità e le sue prassi.
Tutto, essendo ricondotto alla Comunità e al suo agire, deve essere semanticamente riconoscibile – è un'altra affermazione di Kiko Arguello, questa: il simbolo teologico deve cedere il passo al segno comunitario".
 
Mentre invece, osserva monsignor Nicola Bux, è sempre e solo l'incarnazione del Verbo - non quella dell'artista - la condizione senza la quale non ci può essere liturgia e nemmeno iconografia.

Il Santo Stefano di Kiko
non vede i "cieli aperti"

Sebbene da parte di molti teologi e liturgisti si richiami di frequente il celebre principio lex orandi-lex credendi, a ricordare che tra la fede e la preghiera, tra la dottrina e la liturgia che hanno prodotto la musica e l'arte sacre cristiane, vi sia un nesso indissolubile, assistiamo da decenni alla rottura e discontinuità tra essi.

L'innovazione ha cancellato la tradizione, invece di mantenersi in equilibrio con essa, la riforma è diventata rivoluzione, in quanto non è stata condotta in base a criteri di scelta dell'antico. La Chiesa cattolica è a un bivio: o conservare innovando, cioè riproponendo mutatis mutandis, la tradizione delle immagini nel luogo di culto, o replicare malamente l'iconografia orientale oppure l'aniconicità protestante. 

Ad evitare tale rischio e riparare i guasti ove già consumati, urge la comprensione dell'unità sussistente tra simbolismo liturgico dei riti, loro interpretazione mistagogica e disposizione iconografica. Ne dipende la comprensione della verità cattolica. L'icona è la presenza divina, una finestra sul Mistero, dice l'Oriente slavo: serve per indicare all'uomo: qui c'è Dio. E se c'è Dio, cosa si fa: si deve coltivare il rapporto (colere) con lui: ecco il culto. 

Il card. Thomas Spidlik, uno dei noti teologi cattolici della spiritualità orientale, era contrario alle icone orientali nelle chiese occidentali, perché esse si possono comprendere perfettamente solo nella liturgia orientale; senza questa, le icone sono oggetti certamente belli, straordinari, ma, staccati dal contesto per il quale vengono creati, perdono il loro significato. Si capisce subito che da noi le icone sono estranee al contesto, ma inserite per esotismo.

Certamente le icone non riempiono il vuoto creato dalla iconoclastia postconciliare e dalla confusione vigente nella liturgia, anzi, paradossalmente le aggravano; anche perché il popolo non le capisce e non le venera, e noi sappiamo che le icone esistono per essere venerate. Infatti una immagine sacra non è fatta per il gusto dell'artista, ma per la venerazione di colui che rappresenta: il Signore, la Vergine, i Santi.

Simbolismo e raffigurazione non sono la stessa cosa, nell'arte come nella liturgia. Così si andarono definendo tre tipologie di immagini cristiane: simbolica, allusiva ai sacramenti e parabole; narrativa, di episodi biblici, evangelici o di santi; iconica, cioè immagini per il culto. Proprio su quest'ultimo tipo si aprì la discussione nell'VIII secolo, sfociato nell'iconoclasmo, con conseguenze drammatiche sulla tenuta della Chiesa d'Oriente; ma fu gradualmente confutato riaffermando il dogma dell'incarnazione, col concilio Niceno II(787), che tra i suoi principali attuatori ebbe san Giovanni Damasceno. 
Il padre Rupnik, non so se si sia posto il quesito: dai miei mosaici, il fedele è indotto a venerare i prototipi che rappresentano, o si ferma solo all'ammirazione estetica? Se poi dinanzi ad essi si svolge la liturgia, questa non diventa una "danza vuota intorno al vitello d'oro che siamo noi stessi"(J.Ratzinger)? Si pensi ai mosaici della cripta dove è esposto san Pio da Pietrelcina, che hanno portato ad etichettarla come "tomba di Tutankhamon".

C'è un modo, invece, di fare arte sacra, che Dio stesso ha rivelato, che mantiene in unità il rito, l'arte e l'interpretazione della liturgia, per non scadere in "un imparaticcio di usi umani"(Is 29,13), cioè nell'idolatria. L'incarnazione del Verbo - non quella dell'artista - è la condizione senza la quale non ci può essere liturgia e nemmeno iconografia. Ecco delineato lo spirito della liturgia, non solo orientale, collegato al concetto di culto e di liturgia celeste e terrena, al mondo visibile come segno dell'invisibile. Ecco il mistero della presenza sacra nell'icona come, seppur ad altro livello, nell'Eucaristia. Così la presenza divina guarisce l'uomo e lo trasforma in santo, lo santifica.

La teologia orientale sostiene la deificazione dell'uomo in Cristo. Se si prescinde da questo e dall'incarnazione del Verbo, la liturgia e l'iconografia scadono nella mitologia. Lo sviluppo in essa dell'allegoria, vuol rendere presente il mistero di Cristo, dal suo ingresso nel mondo al suo ritorno per giudicare il mondo. La liturgia è capace di velare e svelare, di celare e di far capire, perché non è possibile comprendere tutto nello stesso tempo; molte cose si capiranno solo successivamente, dice Gesù agli apostoli. La liturgia e le immagini servono a sentire il "Dio vicino", che è il cuore del cristianesimo, a differenza dell'ebraismo che lo attende ancora o dell'islamismo che lo considera irraggiungibile. Gesù è il Dio vicino, che entra nella vita dell'uomo.

Quindi la liturgia e l'iconografia cristiana non possono essere mitologiche o tendenti all'astrazione. Si guardino gli occhi nelle figure di Rupnik: sono indefiniti come quelli dei personaggi disneyani; ciò condiziona le figure, facendo scadere la scena quasi a raffigurazione gnostica. 

L'iconofilia che ha preso i latini sa di patologia. Avendo abbandonato o addirittura distrutto la tradizione figurativa occidentale, si cerca di riempire il vuoto, prendendo le icone orientali e mettendole nel nostro contesto culturale: una de-culturazione. L'icona orientale nella liturgia romana è un pesce fuor d'acqua! Eccezion fatta per quelle icone arrivate a noi nel Medioevo quando la liturgia romana era più simile alla bizantina e che hanno avuto la fortuna di godere della venerazione dei fedeli. Si dirà che non favoriamo lo scambio tra l'oriente e l'occidente. Non è così: deve svilupparsi la conoscenza delle rispettive tradizioni, ma rimanendo nella loro differente ricchezza; proprio questo e non il bricolage favorisce lo scambio.
 
(Don Nicola Bux)

lunedì 18 aprile 2022

Con i Sacramenti non si scherza!

Leggiamo dall'interessante fatica letteraria del noto teologo e liturgista don Nicola Bux, dal titolo "Con i Sacramenti non si scherza", un paragrafo dedicato proprio al percorso post battesimale proposto e praticato nell'ambito del Cammino neocatecumenale:

«Circa la catechesi post battesimale, ci si chiede se il concepire la vita cristiana come un catecumenato permanente sia da considerarsi un punto a favore delle proposte neocatecumenali.
Chi ha già ricevuto i sacramenti non è sullo stesso piano di chi non li ha ricevuti: sarebbe come affermare che la grazia di Dio è stata inutile. Pertanto, la prassi neocatecumenale è debole su questo punto e questo favorisce una concezione giudaico-gnostica dei sacramenti, perché suppone che vi si debba arrivare attraverso una conoscenza quasi esoterica.
È noto che i neocatecumenali hanno catechismi ufficiali e altri ufficiosi, per dir così, con i quali insegnano cose diverse dalla dottrina cattolica: ciò è molto grave.
La “rievangelizzazione” di coloro che sono già battezzati non può essere confusa con il catecumenato, perché si tratta di risvegliare la fede e non di farla conoscere per la prima volta; rifare il percorso del catecumenato antico va molto bene, purché sia chiaro che chi è già battezzato ha già ricevuto la grazia divina.
Dunque, non si può trattare il battezzato che non aderisce al cammino neocatecumenale come se fosse un pagano.
Soprattutto, va detto che i sacramenti, come dice il Vaticano II, sono atti della Chiesa, non di un gruppo.»

A conferma dell'analisi e di monsignor Bux, leggiamo dal Catechismo della Chiesa Cattolica la definizione di cosa sia il Battesimo:

«1213: Il santo Battesimo è il fondamento di tutta la vita cristiana, il vestibolo d'ingresso alla vita nello Spirito («vitae spiritualis ianua»), e la porta che apre l'accesso agli altri sacramenti. Mediante il Battesimo siamo liberati dal peccato e rigenerati come figli di Dio, diventiamo membra di Cristo; siamo incorporati alla Chiesa e resi partecipi della sua missione.»
Leggiamo ora il "Catechismo" di Kiko Argüello e Carmen Hernàndez ("Orientamenti per la fase di conversione" - 1972):
«Nella Chiesa primitiva, al termine del catecumenato, il vescovo col Battesimo veniva a confermare se c'era nel catecumeno una creatura nuova. Nel Battesimo è dato alla luce questo bambino. E chi non l'ha non può entrare nel Battesimo, ha una gravidanza isterica, e non può dare alla luce nulla. Per quanto si sforzi, se Dio non l'ha eletto per essere sale… E non succede nulla, non importa. Non è nè peggio nè meglio di nessuno.»
È evidente che il Battesimo per Kiko è solo una conferma formale di un cambiamento che è già avvenuto: non è un sacramento efficace che libera dal Peccato Originale rendendoci nuove creature.

E se il Battesimo viene ricevuto da neonati (come la Chiesa odierna preferisce e approva)?

Allora, dice sempre Kiko, il Battesimo può essere efficace solo ricevendo continuamente la Catechesi [di Kiko]. Anche in questo caso al Battesimo non viene riconosciuta nessuna efficacia propria, né al battezzato viene riconosciuto lo status di nuova creatura e di figlio di Dio. Come abbiamo letto sopra: "non è meglio né peggio di nessun altro".
«Il Battesimo è dato a noi dalla Chiesa prendendo in prestito la fede dai genitori o dai padrini, ma affinché il Battesimo possa realmente spogliarci dello uomo vecchio e darci gratuitamente l'uomo nuovo, secondo quello che dice la Scrittura, occorre che noi riceviamo continuamente la Catechesi, cioè la Fede della Chiesa, e occorre la nostra libertà per accettare questa catechesi.» (p.42 "Orientamenti per lo Shemà".

 

Soliti allestimenti per battesimi neocatecumenali

Dopo aver chiarito quale valore sia attribuito al Battesimo dal fondatore del Cammino Neocatecumenale, leggiamo un avviso apparso nel sito della Diocesi di Phoenix (Arizona) a gennaio 2022 in seguito quale si ha chiaro invece il valore che attribuisce al Battesimo la Chiesa Cattolica; nella fattispecie riflettiamo sul valore e sulla efficacia di tutti i Sacramenti e sul potenziale distruttivo degli abusi liturgici che tanto leggermente si perpetrano in alcune realtà della Chiesa Cattolica, tra cui spicca per ostinazione e disobbedienza proprio il Cammino Neocatecumenale.

Avviso sulla validità dei battesimi

Siamo rattristati nell'annunciare alcune difficili informazioni sui battesimi compiuti dal Rev. Andres Arango, sacerdote della diocesi di Phoenix, che era stato anche membro della comunità religiosa eudista. Dopo un attento studio, è stato determinato che la forma (parole) p. Andres usato per il sacramento del battesimo non è stato corretto e tutti i battesimi che ha eseguito fino al 17 giugno 2021 sono ritenuti non validi. Eventuali battesimi compiuti da p. Andres dopo il 17 giugno 2021, sono presunti validi e non necessitano di essere ripetuti.
Vi assicuriamo che cose del genere sono già successe nella storia della Chiesa, e la diocesi di Phoenix è pronta a fare tutto il possibile per rivolgersi a ogni persona che è stata battezzata invalidamente da p. Andres.

Cosa è successo esattamente?
La formula (o le parole) p. Andres era abituato ad usare durante il Rito del Battesimo in inglese e spagnolo sia per i bambini che per gli adulti la frase “ti battezziamo nel Nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”.
La parola in questione è l'uso di "noi" al posto di "io". Non è la comunità che battezza una persona e la incorpora alla Chiesa di Cristo; piuttosto, è Cristo, e Cristo solo, che presiede a tutti i sacramenti; perciò è Cristo che battezza. La Formula battesimale (le parole usate nel Rito) è sempre stata custodita per questo: quindi è chiaro che riceviamo il nostro battesimo attraverso Gesù e non la comunità.
Se sei stato battezzato usando le parole sbagliate, significa che il tuo battesimo non è valido e non sei battezzato. Avrai bisogno di essere battezzato.
Se sei a conoscenza di qualcuno che è stato battezzato da un sacerdote o da un diacono usando “noi” invece di “io” diverso da p. Andres Arango, per favore contattaci .

Perché il battesimo è  importante?
Il battesimo è un requisito per la salvezza . Gesù inizia il battesimo essendo battezzato da Giovanni Battista ( Matteo 3:13 , Luca 3:21 , Marco 1:9 ). Dice ai discepoli: «Nessuno può entrare nel regno di Dio senza essere nato da acqua e Spirito » ( Gv 3,5 ). Il Cristo risorto dice: «Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato; chi non crede sarà condannato» ( Mc 16,16 ). Dice agli apostoli: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo» ( Mt 28,19 ).
CCC 1257 dice:  il Signore stesso afferma che il Battesimo è necessario per la salvezza . Egli comanda anche ai suoi discepoli di annunziare il Vangelo a tutte le nazioni e di battezzarle. Il battesimo è necessario per la salvezza di coloro ai quali è stato annunciato il Vangelo e che hanno avuto la possibilità di chiedere questo sacramento. La Chiesa non conosce altro mezzo che il Battesimo che assicuri l'ingresso nella beatitudine eterna; per questo si preoccupa di non trascurare la missione che ha ricevuto dal Signore di far sì che tutti i battezzabili rinascano d'acqua e di Spirito. «Dio ha legato la salvezza al sacramento del Battesimo , ma lui stesso non è vincolato dai suoi sacramenti».

Che cosa ha detto il Vaticano sull'uso delle parole appropriate per conferire il Sacramento?
Nel 2020, la Congregazione per la Dottrina della Fede (CDF) ha risposto alle domande sulla validità dei battesimi in caso di modifica di parole. Hanno stabilito autorevolmente che dire “Ti battezziamo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” non veicola il sacramento del battesimo. Piuttosto, i ministri devono permettere a Gesù di parlare attraverso di loro e dire: “Vi battezzo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Nel fare questo chiarimento, la Congregazione per la Dottrina della Fede ha fatto riferimento all'insegnamento del Concilio Vaticano II , il quale ci ha ricordato che nessuno, anche se sacerdote, può aggiungere, togliere o cambiare qualcosa nella liturgia di propria autorità. La nostra stessa consultazione con la CDF ha portato alla stessa conclusione in questo caso: battesimi compiuti da p. Andres che usa "noi" non è valido.

Non è  legalistico dire che un Sacramento  non è  valido per una sola parola?
Può sembrare legalistico, ma le parole che vengono pronunciate (la forma sacramentale ), insieme alle azioni che vengono eseguite e ai materiali utilizzati (la materia sacramentale ) sono un aspetto cruciale di ogni sacramento. Se modifichi le parole, le azioni o i materiali richiesti in uno qualsiasi dei sacramenti, non sono validi. Ad esempio, se un sacerdote usa il latte al posto del vino durante la Consacrazione dell'Eucaristia, il sacramento non è valido. Il latte non sarebbe diventato il Sangue di Gesù Cristo.
È importante notare che, mentre Dio ha istituito i sacramenti per noi, non è vincolato da essi. Sebbene siano il nostro accesso più sicuro alla grazia, Dio può concedere la Sua grazia in modi conosciuti solo da Lui. Secondo san Tommaso d'Aquino, Dio si è legato ai sacramenti, ma non è vincolato  dai  sacramenti . Ciò significa che mentre possiamo essere certi che Dio opera sempre attraverso i sacramenti quando sono adeguatamente conferiti dal ministro, Dio non è vincolato dai sacramenti in quanto può estendere la sua grazia in qualsiasi misura e modo voglia. Possiamo essere certi che tutti coloro che si sono avvicinati a Dio, nostro Padre, in buona fede per ricevere i sacramenti non se ne sono andati a mani vuote.

Cosa sono forma e materia e perché sono importanti?
I sacramenti sono  segni efficaci* della grazia, istituiti da Cristo e affidati alla Chiesa, mediante la quale ci viene dispensata la vita divina. In altre parole, i sacramenti sono segni esteriori di grazia interiore, istituiti da Cristo per la nostra santificazione. Sono efficaci in quanto, quando i Sacramenti sono celebrati degnamente nella fede, conferiscono la grazia che significano: fanno ciò che dicono, e Cristo stesso è all'opera (CCC 1127).
La  forma di un sacramento sono le parole con cui si attua. Nel battesimo, la forma per un sacramento valido è “Io ti battezzo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.“
La  materia di un sacramento è ciò che vi sta alla base, così come la materia fisica sta alla base della sostanza. Nel caso del battesimo, la  materia per un sacramento valido è il versamento dell'acqua.
I segni efficaci del battesimo si vedono molto facilmente. A causa degli errori dei nostri progenitori, siamo tutti macchiati dal peccato originale . Queste macchie non ci permettono di vivere nel giusto rapporto con Dio anche se siamo stati creati per quello scopo. Da quella rottura, Dio ha continuamente richiamato il Suo popolo a Sé. Finalmente, attraverso il mistero pasquale e l'istituzione del sacramento del battesimo, possiamo togliere la macchia del peccato originale ed essere nuovamente purificati.
*  Efficace : avere il potere di produrre un risultato o un effetto desiderato.

In che modo il battesimo influisce sugli altri Sacramenti?
Il Battesimo è il primo dei tre Sacramenti dell'Iniziazione (seguito dalla Cresima e dall'Eucaristia). È il rito di accoglienza alla Chiesa di Cristo, il sacramento che dà accesso a tutti gli altri.
«Il battesimo è la base di tutta la vita cristiana, la porta della vita nello Spirito ( vitae spiritualis ianua ), e la porta che dà accesso agli altri sacramenti» ( CCC 1213 ). Come punto di accesso ad altri sacramenti, un battesimo invalido invalida quindi tutti i sacramenti successivi, in particolare la cresima, il matrimonio e l'ordine sacro (ordinazione sacerdotale o diaconale).
Ciò significa per te che, se il tuo battesimo non era valido e hai ricevuto altri sacramenti, potresti dover ripetere alcuni o tutti quei sacramenti anche dopo essere stato validamente battezzato.




Questa storia mostra tutti i frutti malati del liturgismo fai da te.

In particolare, molti battesimi del Cammino, se dovessimo andare a visionare i filmini tra i battiti di mani, le urla su un certo cavallo e cavaliere precipitati nel mare, sarebbero come minimo da ripetere con riserva, visto che, senza nessun motivo di grave impedimento, l'acqua battesimale va a battezzare il sedere del bambino piuttosto che la sommità del capo, come previsto e disposto ("Occorre piuttosto ammonire che deve essere bagnata non una qualsiasi parte del corpo, ma precisamente il capo, centro di tutti i sensi esterni e interni" Catechismo di S.Pio V; "Si dà il Battesimo versando dell'acqua sul capo del battezzando, e se non si può sul capo, su qualche altra parte principale del corpo" Catechismo di San Pio X; "conferito versando per tre volte l'acqua sul capo del candidato" CCC).

Alcuni di quei bambini sono ora diventati sacerdoti di Kiko e amministrano a loro volta Sacramenti, con il rischio che questi siano invalidi non solo per gli abusi liturgici commessi in Cammino, ma anche per il fatto che il loro stesso Battesimo è di dubbia validità ("un non battezzato non può ricevere validamente il sacramento dell'ordine" - canone 1024 del CJC - per cui...).

Inoltre, questa vicenda ci fa riflettere su quanto ricordato dal mons.Nicola Bux nella citazione del suo libro "Con i Sacramenti non si scherza" che abbiamo riportato a inizio di articolo:

"i sacramenti, come dice il Vaticano II, sono atti della Chiesa, non di un gruppo".

Il gruppo, in questo caso il cammino neocatecumenale, non può né dare né  togliere valore ad un Sacramento che è  donato dalla Chiesa, la quale non conosce altro mezzo per assicurare la beatitudine eterna.

D'altra parte, chi ha ricevuto questo Sacramento, non può essere posto, sempre nell'ambito di questo gruppo, che si differenzia dalla Chiesa pur dichiarando di rappresentarla, sullo stesso piano di chi non l'ha ricevuto, sarebbe come affermare che la grazia di Dio è  stata inutile.

lunedì 18 aprile 2016

Cari Neocatecumenali: con i Sacramenti non si scherza!

Palcoscenico per lo spettacolino liturgico neocat
Riprendiamo questo articolo dal blog Chiesa e Post Concilio, riguardante la recente presentazione del nuovo saggio di Don Nicola Bux "Con i Sacramenti non si scherza", evidenziando alcuni passaggi.





"Tra i momenti significativi della presentazione romana - nel tardo pomeriggio di mercoledì 6 aprile - del saggio-manuale di don Nicola Bux “Con i sacramenti non si scherza” - ce n’è stato uno che forse più di tutti può rendere il sentimento diffuso nell'affollata sala dell’Hotel Columbus. È stato quando, rispondendo a una domanda del giornalista Paolo Rodari (di origine ciellina) di ‘Repubblica’ che postulava un nuovo sguardo - “in positivo” - sui “cosiddetti abusi liturgici”, il cardinale Robert Sarah ha risposto che “un abuso non è mai positivo” (applauso a scena aperta) e che “ciò che il Concilio ha voluto, cioè rimettere Dio al centro” è stato negato dagli abusi con cui “si è scartato Dio nella liturgia”. Come, per fare un esempio, in una chiesa di Milano, dove il cardinale ha visto “il tabernacolo confinato in un piccolo spazio tra due enormi pilastri, fuori dell’assemblea liturgica”."
Riguardo a ciò, potrebbe essere davvero interessante invitare il Cardinale a farsi un giretto nelle varie chiese neocatecumenali, per esempio la Natività in Via Gallia a Roma; S. Mauro Abate al Laurentino; S. Bartolomeo in Tuto a Scandicci, San Tomà a Venezia, fino ad arrivare alla chiesa con soffitto vulvare: Sant'Ilario in Via Cologno a Roma, e alla sala per l'adorazione della Torah proprio sotto alla cappella del Santissimo Sacramento, nella Domus Galileae in Israele (nota bene che anche qui il Santissimo Sacramento è in una cappella esterna alla "sala principale" della Domus e costruita ben dopo l'inaugurazione, non essendo presente nel progetto originale). E l'elenco potrebbe continuare...

"Card. Sarah:
Deformazioni postconciliari: In questi decenni del postConcilio assistiamo a deformazioni della liturgia al limite del sopportabile, in un crescendo che non trova fine. Eppure nei sacramenti è in gioco la lex credendi. "
Ecco appunto Eminenza, è in gioco la lex credendi. Che dire quindi del Cammino che ha inventato la comunione "tutti insieme contemporaneamente" (e appassionatamente) con il Sacerdote, dopo alzatina ipocrita e senza inginocchiarsi per tutto il Rito della Consacrazione? Non pensate che in un colpo solo si svilisce il Sacrificio Eucaristico e si scredita l'Ordine Sacro?
Sacramenti e farmaci: Come è possibile anche solo immaginarsi di prendersi gioco della presenza di Dio? Scherzare con i sacramenti? Si può scherzare con i farmaci che ti salvano e ti rimettono in salute?
Declassamenti ingiustificati: Nel libro si mette al centro il sacramento dei sacramenti, il Santissimo, oggi inspiegabilmente declassato con la scusa che il Tabernacolo non può stare sull’altare, così come si dice per la Croce. Invece essi forniscono l’orientamento ad Dominum, così necessario in un tempo in cui molti vorrebbero vivere come se Dio non esistesse.
Il santino di san Kiko
Qui il Cardinale meriterebbe un applauso a scena aperta. Però vorrei ricordare a Sua Eminenza che un appartenente al Cammino ce l'aveva di fianco e che il fondatore di quel Cammino, nero su bianco, solo nel primo volume del Direttorio, ha nominato il tabernacolo 17 volte, sempre per denigrarne il valore. Non ci credete? E io ve le metto tutte:
Pag. 15/376: "Che succede? Che crediamo che pregare sia dire: padre nostro che sei nei cieli..., o stare davanti al tabernacolo, con l'immaginazione che se ne va non so dove?"
Pag. 19/376: "La Chiesa come ha condotto le persone ad incontrare Gesù Cristo? Per mezzo dei sacramenti, o meglio, per mezzo delle presenze di Gesù Cristo: dove è presente Gesù Cristo, là bisogna incontrarlo perchè ci aiuti, ci salvi e ci tragga dalle nostre situazioni di sofferenza e di morte. Fino a oggi: quale tipo di presenze ha predicato la Chiesa? Vediamolo: - Cristo è presente nel Tabernacolo. Per questo i sacerdoti dicono alla gente di andare al tabernacolo a pregare, a domandare grazie..
Pag.  20/376: "questa pastorale non serve più per loro. Perchè per credere che Gesù Cristo è nel tabernacolo, occorre la fede."
 Pag. 20/376: "Ma come farai tu a dire ad una persona che non va più in chiesa, che l'ha lasciata, di andare al tabernacolo, se non crede più che là c'è Gesù Cristo? Queste persone non andranno mai in Chiesa nel Tempio perchè non credono"
Pag. 21/376: "quando andavate a Messa, vi mettevate dietro, e se ti capitava di essere vicino al tabernacolo sentivi un tuffo al cuore, perchè ti avvicinavi all'intoccabile, al luogo dove c'era il sacro. Noi cristiani non abbiamo altare, perchè l'unica pietra santa è Cristo, Pietra angolare. Perciò noi possiamo celebrare eucaristia sopra un tavolo: e la possiamo celebrare in una piazza, in campagna e dove ci piaccia. Non abbiamo un luogo in cui esclusivamente si debba celebrare il culto."
Pag. 289/376: "La parola Eucarestia per le nostre mentalità è sinonimo delle specie che stanno nel tabernacolo, il pane e il vino. Questo termine è male usato."
"Tabernacolo a due piazze"
in un seminario neocatecumenale
Pag. 329/376: "Io sempre dico ai Sacramentini, che hanno costruito un tabernacolo immenso: se Gesù Cristo avesse voluto l'Eucarestia per stare lì, si sarebbe fatto presente in una pietra che non va a male....Non è un assoluto, Gesù Cristo è presente in funzione del Mistero pasquale. Invece da Trento in poi si celebrerà la Messa per consacrare ed avere presente Gesù Cristo e metterlo nel tabernacolo." 
Pag. 330/376: "In molti conventi di monache si dice la messa per riempire il tabernacolo. Abbiamo trasformato l'Eucarestia che era un canto al Cristo glorioso, nel divino prigioniero del tabernacolo"
Pag. 331/376: "Per questo molta gente si scandalizza quando la Chiesa comanda di togliere il Santissimo durante l'Eucarestia e, se possibile, di toglierlo dalla navata principale. (NdR: il che è assolutamente falso, perché la Chiesa non ha mai comandato di togliere il tabernacolo o il Santissimo Sacramento dalle chiese, dalla navata principale o cose simili, è una colossale menzogna di cui Carmen - e tutti i "catechisti" neocatecumenali che l'hanno ripetuta - risponderanno davanti a Dio) Ricordo un prete di Avila che diceva: Anche se me lo comandi il Papa non tolgo il tabernacolo.... " 
Pag. 348/376: "A che serve dire che nel tabernacolo c'è Dio se non ci credono né hanno fede?"
Pag 350/376: "Anche ieri, quando parlavamo del tabernacolo, della custodia... mamma mia! ma che succede? nel tabernacolo allora non c'è Gesù Cristo!... Per piacere! Non è questo."
Pag 350/376: "fino al punto che la Costituzione della Liturgia dice che [...] se possibile, si tolga il tabernacolo dalla navata centrale. (ma quando mai? Nella Sacrosantum Concilium non c'è nessuna indicazione del genere, anzi! "128. Si rivedano quanto prima [...] le disposizioni ecclesiastiche che riguardano [...], la nobiltà, la disposizione e la sicurezza del tabernacolo eucaristico", inoltre nel Diritto Canonico al n. 938: §2. Il tabernacolo nel quale si custodisce la santissima Eucaristia sia collocato in una parte della chiesa o dell'oratorio che sia distinta, visibile, ornata decorosamente, adatta alla preghiera.) 
Non pochi sacerdoti: I sacramenti subiscono deformazioni per decisione di non pochi sacerdoti che confondono i fedeli. Nei sacramenti ci sono i Misteri di Cristo. Certi preti hanno modi da conduttori tv nella celebrazione dei sacramenti.
Di sicuro nel Cammino molti Sacerdoti hanno una colpa, quella di sottomettersi al volere di Kiko. Ricordiamo che il Cammino in termini liturgici gode solo di due adattamenti: 1) la Comunione può essere fatta al proprio posto in piedi, 2) il bacio della Pace è spostato a prima dell'offertorio. Nessun'altra concessione è stata emanata dalla Santa Sede.

"Liturgia" neocatecumenale
Card. Burke:

"Creatività: La tendenza postconciliare a rifiutare il diritto di Dio nella liturgia, l’ha resa anarchica in nome della creatività."
C'è bisogno di commentare?
Unica nota stonata della presentazione la presenza sul palco di Jacopo C., neocatecumenale di lungo corso. Sia chiaro: la critica non è alla persona, della quale va lodato l'impegno profuso a favore della famiglia in qualità di presidente di Manif-pour-tous Italia, ma al movimento neocatecumenale di cui fa parte, movimento che si è reso responsabile di alcuni fra i più allucinanti abusi liturgici e sacrilegi proprio contro l'Eucarestia, e, grazie alla nueva estetica inaugurata da Argüello, colpevole di aver relegato sistematicamente il Tabernacolo in cappelle secondarie, accostandolo a una comunissima bibbia, in tutte le chiese da lui costruite.
E vogliamo tacere sul contenuto dei mamoTETRI in relazione all'Eucarestia.

Chissà se il Card. Burke era davvero a conoscenza che uno dei presentatori appartiene al Cammino che non crede nella presenza reale di Nostro Signore nel Santissimo Sacramento.

domenica 17 luglio 2011

L'Obbedienza a Pietro, custode alla Tradizione Immutabile


Universae Ecclesiae: un’Istruzione che guarda al futuro della Chiesa

di Guido Pozzo e Nicola Bux - La Costituzione liturgica del concilio Vaticano II, afferma che “La Chiesa, quando non è in questione la fede o il bene comune generale, non intende imporre, neppure nella Liturgia una rigida uniformità” ( Sacrosanctum concilium, n. 37).

Non sfugge a molti che oggi sia in questione la fede, per cui è necessario che le varietà legittime di forme rituali debbano ritrovare l’unità essenziale del culto cattolico. Il papa Benedetto XVI lo ha ricordato accoratamente:

“Nel nostro tempo in cui in vaste zone della terra la fede è nel pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più nutrimento, la priorità che sta al di sopra di tutte è di rendere Dio presente in questo mondo e di aprire agli uomini l’accesso a Dio. Non ad un qualsiasi dio, ma a quel Dio che ha parlato sul Sinai; a quel Dio il cui volto riconosciamo nell’amore spinto sino alla fine (cfr Gv. 13,1) in Gesù Cristo crocifisso e risorto” (Lettera ai Vescovi in occasione della revoca della scomunica ai quattro Presuli consacrati dall’Arcivescovo Lefebvre, 10 marzo 2009).

Giovanni Paolo II ammoniva che

“la sacra liturgia esprime e celebra l’unica fede professata da tutti ed essendo eredità di tutta la Chiesa non può essere determinata dalle Chiese locali isolate dalla Chiesa universale” (Ecclesia de Eucharistia, n. 51) e che “La liturgia non è mai proprietà privata di qualcuno, né del celebrante, né della comunità nella quale si celebrano i Misteri” (Ivi, n 52).

Nella Costituzione liturgica si afferma:

“il Sacro Concilio,in fedele ossequio alla tradizione, dichiara che la Santa Madre Chiesa considera con uguale diritto e onore tutti i riti legittimamente riconosciuti, e vuole che in avvenire essi siano conservati e in ogni modo incrementati” (Sacrosanctum concilium, n. 4).

La stima per le forme rituali è il presupposto dell’opera di revisione che di volta in volta si rendesse necessaria. Ora, le due forme ordinaria e extraordinaria della Liturgia Romana, sono un esempio di incremento. Chi agisce al contrario, intacca l’unità del rito romano che va tenacemente salvaguardata, non svolge autentica attività pastorale o corretto rinnovamento liturgico, ma priva piuttosto i fedeli del loro patrimonio e della loro eredità a cui hanno diritto. Da tali atti arbitrari derivano insicurezza dottrinale, perplessità e scandalo e, quasi inevitabilmente, reazioni aspre (cfr Istruzione Redemptionis Sacramentum, n. 11).

Dinanzi a tale situazione, tutti i Pastori della Chiesa devono promuovere la conoscenza e l’osservanza dello Ius divinum nel culto, perché è Dio che dall’Antico Testamento ha stabilito come deve essere adorato; per questo è “culto divino”.

In continuità col magistero dei suoi predecessori, Benedetto XVI ha promulgato nel 2007 il Motu Proprio Summorum Pontificum, con cui “ha reso più accessibile alla Chiesa universale la ricchezza della Liturgia Romana”(art.1), dando mandato alla Congregazione per la Dottrina della Fede, con la Pontificia Commissione Ecclesia Dei di pubblicare l’Istruzione Universae Ecclesiae per favorirne correttamente l’applicazione.

Nell’Introduzione del documento si afferma: “Con tale Motu Proprio il Sommo Pontefice Benedetto XVI ha promulgato una legge universale per la Chiesa …” (art. 2). Non è un indulto, o una legge per gruppi particolari, ma una legge per tutta la Chiesa, una “legge speciale” che pertanto “deroga a quei provvedimenti legislativi,inerenti ai sacri Riti,emanati dal 1962 in poi ed incompatibili con le rubriche dei libri liturgici in vigore nel 1962”(art. 29).

Va qui ricordato l’aureo principio patristico da cui dipende la comunione cattolica: “ogni Chiesa particolare deve concordare con la Chiesa universale, non solo quanto alla dottrina della fede e ai segni sacramentali, ma anche quanto agli usi universalmente accettati dalla ininterrotta tradizione apostolica, che devono essere osservati non solo per evitare errori, ma anche per trasmettere l’integrità della fede, perché la legge della preghiera della Chiesa corrisponde alla sua legge di fede”(art.3).

Il celebre principio lex orandi-lex credendi richiamato in questo articolo, è alla base del ripristino della forma extraordinaria: non è cambiata la dottrina cattolica della Messa nel rito romano, perché liturgia e dottrina sono inscindibili.

La Liturgia è stata ed è, nella disciplina della Chiesa, materia riservata al Papa, mentre gli Ordinari e le Conferenze episcopali hanno alcune competenze delegate, specificate dal diritto canonico. I sacerdoti non possono introdurre in essa alcun cambiamento (cfr Sacrosanctum concilium, n. 22), ma ben formati in seminario allo spirito della liturgia cattolica (cfr ivi, n. 17) devono celebrare con rigore e fedeltà ai libri liturgici approvati e con l’adeguata sensibilità pastorale per aiutare e formare tutti i fedeli a vivere la liturgia della Chiesa una, santa, cattolica e apostolica.

Pertanto “Il Motu Proprio costituisce una rilevante espressione del Magistero del Romano Pontefice e del munus a Lui proprio di regolare e ordinare la Sacra Liturgia della Chiesa (Cfr C.I.C. can. 838,1 e 2) e manifesta la Sua sollecitudine di Vicario di Cristo e Pastore della Chiesa Universale (Cfr C.I.C. can. 331)” (art. 8). Al Papa, che ha ereditato le chiavi di Pietro, è dovuta l’obbedienza, innanzitutto in materia liturgica e sacramentale.
In secondo luogo, l’Istruzione riafferma che vi sono ora

“… due forme della Liturgia Romana, definite rispettivamente ordinaria e extraordinaria: si tratta di due usi dell’unico Rito romano … L’una e l’altra forma sono espressione della stessa lex orandi della Chiesa. Per il suo uso venerabile e antico, la forma extraordinaria deve essere conservata con il debito onore” ( art. 6).

E’ un passo fondamentale da tenere a mente da parte di Pastori e fedeli.

Infatti, l’articolo seguente, riporta un passaggio-chiave della Lettera del Santo Padre ai Vescovi, che accompagna il Motu Proprio:

“Non c’è nessuna contraddizione tra l’una e l’altra edizione del Messale Romano. Nella storia della liturgia c’è crescita e progresso, ma nessuna rottura. Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso” (art. 7).

L’Istruzione, in linea col Motu Proprio, non riguarda solo quanti desiderano continuare a celebrare la fede nello stesso modo con cui la Chiesa l’ha fatto sostanzialmente da secoli; il Papa vuole aiutare i cattolici tutti a vivere la verità della liturgia affinché, conoscendo e partecipando all’antica forma romana di celebrazione, comprendano che la Costituzione Sacrosanctum Concilium voleva riformare la liturgia in continuità con la tradizione.

Questo porta a vivere pure la forma ordinaria in comunione con la Chiesa degli Apostoli, dei Padri e dei Santi, da Leone Magno a Gregorio Magno, da Tommaso d’Aquino a Pio V, da Carlo Borromeo a Pio da Pietrelcina e Giovanni XXIII. Se non si concepisse in tal modo la liturgia, il cuore e la mente dei fedeli non sarebbero modellati in modo da vivere bene la fede, la morale e la spiritualità.

Per capire le finalità del Motu Proprio, l’Istruzione ricorda ancora all’art. 8 che esso intende

“offrire a tutti i fedeli la Liturgia Romana nell’Usus Antiquior, considerata tesoro prezioso da conservare” – a tutti i fedeli, non solo un gruppo particolare, particolarmente affezionato alla tradizione – e “garantire e assicurare realmente a quanti lo domandano, l’uso della forma extraordinaria, nel presupposto che l’uso della Liturgia Romana in vigore nel 1962 sia una facoltà elargita per il bene dei fedeli e pertanto vada interpretata in un senso favorevole ai fedeli che ne sono i principali destinatari”.

Giovanni Paolo II nel 1988 disponeva la “generosa” applicazione delle norme già emanate dalla Sede Apostolica circa il Messale del 1962; ora i Vescovi devono non solo “garantire e assicurare”, ma soprattutto favorire la riconciliazione e l’unità nella Chiesa, evitando spaccature e spinte antitetiche nella comunità cristiana, così come la marginalizzazione e l’isolamento dei fedeli che seguono la forma extraordinaria, e nello stesso tempo evitare forme di contestazione del Messale di Paolo VI.

La forma extraordinaria e la forma ordinaria del rito romano, non vanno intese l’una come eccezione e l’altra come regola, ma in analogia al rapporto che sussiste nell’anno liturgico tra il tempo per annum o ordinario e i tempi “forti” ovvero “extraordinari” per la loro pregnanza. I cristiani bizantini pure, usano tre forme di liturgia in diversi tempi dell’anno: di S.Giovanni Crisostomo, di S.Basilio e dei Presantificati.

Quindi, si tratta di “una nuova normativa all’uso della Liturgia Romana in vigore nel 1962”(art.7).L’Istruzione, per chiarire che il Messale Romano del 1962 non è stato abrogato, fa a questo punto una annotazione importante:

“al momento dell’introduzione del nuovo Messale(ndr di Paolo VI), non era sembrato necessario emanare disposizioni che regolassero l’uso della Liturgia vigente nel 1962”(ivi). Ora tale normativa si è imposta “…in ragione dell’aumento di quanti chiedono di poter usare la forma extraordinaria”(ivi).

A tal fine, gli art. 9-11 dell’Istruzione descrivono i compiti della Pontificia Commissione Ecclesia Dei che ha potestà vicaria per i ricorsi nei confronti di decreti e provvedimenti dell’Ordinario in decernendo e in procedendo, e per l’edizione dei libri liturgici della forma extraordinaria, dopo l’approvazione della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti.

L’Istruzione “a seguito dell’indagine compiuta presso i Vescovi di tutto il mondo” passa a indicare le Norme specifiche per “garantire la corretta interpretazione e la retta applicazione del Motu Proprio”(art.12). Sono quindi indicate le competenze dei Vescovi diocesani che “…devono vigilare in materia liturgica per garantire il bene comune e perché tutto si svolga degnamente, in pace e serenità nella loro Diocesi, sempre in accordo con la mente del Romano Pontefice chiaramente espressa dal Motu Proprio Summorum Pontificum” (art. 13).

Nello stesso senso, va l’art. 14: “E’ compito del Vescovo diocesano prendere le misure necessarie per garantire il rispetto della forma extraordinaria del Rito Romano, a norma del Motu Proprio Summorum Pontificum”. Il can. 838,1 del C.I.C., riprendendo la Sacrosanctum Concilium 22,1, dice che “regolare la Sacra Liturgia compete propriamente alla Sede Apostolica e, a norma di diritto, al Vescovo diocesano”, significa che questi deve comportarsi secondo la norma del can. 135,2 che dispone: “da parte del legislatore inferiore non può essere data validamente una legge contraria al diritto superiore”(cfr anche can.33,1).

I Vescovi devono cioè applicare il Motu Proprio, nel senso di facilitare e non ostacolare. Ad essi come Pastori incombe osservare, considerare, soprattutto incontrare le realtà dei fedeli che richiedono la forma extraordinaria; anche visitare i siti internet che descrivono come tale realtà sia in continua crescita. Molti giovani, sono attratti dalla Messa in forma extraordinaria perché mette particolarmente in risalto il Sacrificio eucaristico e l’adorazione della Presenza reale di Gesù Cristo sull’altare – obbediente alle parole consacratorie del sacerdote – in uno “stato di vittima immolata”, immolatitius modus(cfr Pio XII, Enciclica Mediator Dei, n 70) a causa della separazione del corpo dal sangue.

Non saremo attenti a cogliere questo segno dei tempi?

Il Motu Proprio garantisce anche i diritti dei fedeli (cfr C.I.C. cann.214-223). Infatti, accanto ai diritti e doveri dei Pastori della Chiesa, vi sono quelli dei fedeli laici.

Importante perciò è la sezione sul “cœtus fidelium” (art. 15-19). In particolare che:

“Un cœtus fidelium potrà dirsi stabiliter existens ai sensi dell’art. 5, § 1 del Motu proprio Summorum Pontificum, quando è costituito da alcune persone (ndr, il termine alcuno indica una quantità indeterminata) di una determinata parrocchia che, anche dopo la pubblicazione del Motu Proprio, si siano unite in ragione della venerazione per la Liturgia nell’Usus Antiquior, le quali chiedono che questa sia celebrata nella propria parrocchia o in una rettoria; tale cœtus può essere anche costituito da persone che provengono da diverse parrocchie o diocesi e che a tal fine si riuniscano in una determinata chiesa parrocchiale o rettoria” (art. 15).

Dunque, un cœtus può anche formarsi dopo la pubblicazione del Motu Proprio, come sono pienamente legittimi quelli costituitisi prima di esso. Poi: “Sarà il senso pastorale a determinare concretamente il numero di persone necessario per costituire tale cœtus”. Non si celebra la Messa ordinaria anche per pochi fedeli? Il Signore è presente là dove “due o tre sono riuniti” nel Suo nome.

Circa l’opportunità, deve prevalere il senso pratico. Pertanto, i parroci e rettori di Chiese sono invitati a dare ospitalità a sacerdoti e fedeli che si presentino occasionalmente per la celebrazione straordinaria – come avviene del resto per quella ordinaria – pur nel rispetto delle esigenze d’orario(cfr art.16). Si deve dedurre che, in ogni chiesa, deve esserci la suppellettile necessaria per la Messa in forma extraordinaria, che si può celebrare anche dove vi sia solo l’altare ‘verso il popolo’, ma rivolgendosi ad Dominum.

Importante anche la sezione dell’Istruzione sul “sacerdos idoneus” (art. 20-23): tra i vari requisiti v’è la lingua latina: “è necessaria una sua conoscenza basilare, che permetta di pronunciare le parole in modo corretto e di capirne il significato” (art. 20). Quindi, un sacerdote idoneo a celebrare la Messa in forma extraordinaria, non deve essere un esperto nel latino liturgico, che è di una grande ricchezza e complessità (ad es. le orazioni antiche …).

Dice sant’Agostino:

“La comprensione è la ricompensa più grande della fede. Non tentare di comprendere per arrivare a credere, ma abbi fede per arrivare a comprendere” (De Magistro,11,37).

Il latino è la lingua propria della Chiesa in quanto lingua universale, con cui il Papa si rivolge a tutti i popoli; inoltre ha l’attributo dell’immutabilità, a fronte delle lingue volgari in continua mutazione: questo garantisce l’inalterabilità della lex orandi e credendi. Il fascino esercitato dal cattolicesimo su anglicani quali Newman e Benson, su ortodossi quale Solov’ev e Florensky, è dovuto all’universalismo della liturgia esaltato dalla lingua latina, la quale fa sì che in tutte le parti del mondo si possa dire: Io sono nella stessa Chiesa cattolica.

Nell’art. 21, si chiede ai Vescovi di offrire al clero la possibilità di acquisire una preparazione adeguata alle celebrazioni nella forma extraordinaria; poi, di provvedere alla formazione dei seminaristi, in modo speculare a quanto chiede l’Esortazione Apostolica Sacramentum Caritatis:

“i futuri sacerdoti, fin dal tempo del seminario, siano preparati a comprendere e a celebrare la santa Messa in latino, nonché a utilizzare testi latini e a eseguire il canto gregoriano …” (n. 62). I Vescovi sono esortati a promuovere tale celebrazione come pure corsi di aggiornamento liturgico servendosi della collaborazione di coloro che la conoscono e dei sacerdoti degli Istituti eretti dalla Commissione Ecclesia Dei (cfr art.22).

Quanto ai religiosi, l’art. 24 dell’Istruzione chiarisce che la Messa sine populo può essere celebrata senza il permesso del Superiore(cfr Motu Proprio n 3); per quella cum populo, si segua la propria regola, fermo restando, come detto dianzi, che non si possono emanare norme contrarie al diritto superiore.

Gli articoli 25-29 applicano la disciplina liturgica ed ecclesiastica di cui abbiamo detto all’inizio, codificata in buona parte nei libri liturgici. Pertanto:

“I libri liturgici della forma extraordinaria vanno usati come sono. Tutti quelli che desiderano celebrare secondo la forma extraordinaria del Rito Romano devono conoscere le apposite rubriche e sono tenuti ad eseguirle correttamente nelle celebrazioni” (art. 25; cfr anche art. 29).

Si tratta dei libri liturgici posteriori all’enciclica Mediator Dei di Pio XII che raccolgono le riforme di quest’ultimo sulla liturgia tridentina, che aveva già sperimentato leggeri cambiamenti, ma in distinti momenti durante i secoli; sono inoltre i libri liturgici con cui i Padri conciliari di rito Romano, ovvero la gran maggioranza, celebravano, quando preparavano ed approvavano la Costituzione liturgica.

Questi, dunque, non sono in contrasto con quelli postconciliari che “vanno usati come sono”,ossia conoscendo ed eseguendo le rubriche, senza commistione con l’Ordo Missae, il Lezionario e il Calendario della forma ordinaria.

In seguito saranno date disposizioni circa i nuovi santi e alcuni dei prefazi del Novus Ordo(cfr art.26).In particolare, per le letture sia nella messa letta, che in quella cantata e nella solenne, c’è possibilità di proclamarle solo in latino, o solo in lingua corrente, o in latino seguito dalla traduzione(cfr art.27).

Gli art. 30-32 riguardano i sacramenti della Cresima e dell’Ordine sacro. Per quest’ultimo, come è noto, il Motu Proprio non ha introdotto alcun cambiamento, al fine di evitare, per i candidati al sacerdozio nei seminari e studentati, differenze e disomogeneità nei gradi e ministeri in preparazione all’Ordine sacro. Non così, a motivo della loro specificità, per gli appartenenti agli Istituti retti dall’Ecclesia Dei. Senza escludere che questa materia possa essere rivista in rapporto alla disciplina generale attuale, basata sul Motu proprio Ministeria quædam di Paolo VI.

Gli ultimi tre articoli dell’Istruzione favoriscono la celebrazione del Triduo sacro nella forma extraordinaria (art. 34), l’uso dei libri liturgici propri degli Ordini religiosi in vigore nel 1962 (art. 35), e soprattutto l’uso del Pontificale Romanum, del Rituale Romanum (con la grande ricchezza delle benedizioni) e del Cæremoniale Episcoporum in vigore nel 1962 (art. 36).

“Nel rapporto con la liturgia si decide il destino della fede e della Chiesa”, è impresso sul dorso del volume XI “Teologia della liturgia” dell’Opera omnia del Santo Padre. Se la liturgia necessita della fede come presupposto, ci avvicineremo ad essa con pace e serenità, cioè con la pazienza dell’amore a cui inneggia san Paolo nell’inno alla carità.

Dunque, l’Istruzione, in linea col Motu Proprio, non è un passo indietro ma guarda al futuro della Chiesa, al cui centro sta la croce di Cristo, come sta al centro dell’altare: Lui, Sommo Sacerdote cui la Chiesa rivolge il suo sguardo oggi, come ieri e sempre

giovedì 14 aprile 2011

Don Nicola Bux sulla Liturgia.

Stralciamo alcune dichiarazioni rese recentemente da Mons. Nicola Bux a la “Bussola quotidiana” che lo ha intervistato, che “devono farci riflettere su quello che ha voluto dirci il Papa con il Motu Proprio e con la prossima pubblicazione dell'istruzione con il quale applicarlo”. Ci sono di spunto per proseguire nelle nostre riflessioni sulla Liturgia e sui noti problemi che ne fanno un punto nodale nell'attuale evolversi della nostra consapevolezza e degli sviluppi possibili della "Riforma della Riforma, se ci sarà...
(l'immagine è tratta dal 1° Convegno sul Summorum Pontificum, nel quale ha tenuto un intervento: La Liturgia tra tradizione e innovazione. La riforma paziente di Benedetto XVI)


Proviamo a orientarci. Siamo in un contesto dove gli abusi liturgici ormai sono la prassi. Che si fa?
Riconosciamo che in parte sono stati responsabili dell'allontanamento dalla fede di tanti.

Dopo di che?
Credo che si debba partire da un aspetto ormai tralasciato della messa: quello sacrificale. Nell'ultimo libro del Papa leggiamo che dalla trafittura del costato escono sangue e acqua. Questo ci richiama che Gesù è venuto non solo con l'acqua, ma anche col sangue. Benedetto XVI allude a una corrente di pensiero che attribuiva valore soltanto al battesimo, ma accantonava la croce e considerava solo la parola, la dottrina, il messaggio e non la carne.

Ebbene?
Quanti confratelli conosco oggi che dicono che basta solo la parola, che la parola è centrale! Tutto questo tende a creare un cristianesimo del pensiero e delle idee che vuole togliere la realtà della carne e il sacrificio.
Che cosa c'entra tutto questo con la liturgia?
C'entra perchè oggi si celebra la messa intendendola come banchetto, come cena e viene assolutamente trascurato il solo pensiero che la messa possa essere il sacrificio di Cristo.

È un tema ormai annoso, ma oggi qual è l'urgenza?
La liturgia non è più solo quella post conciliare. Il Santo Padre ha ripristinato anche quella pre-conciliare. Significa che non si può pensare ad un adeguamento delle chiese che non tenga conto anche della liturgia ripristinata, la quale prevede che la celebrazione della messa si possa fare rivolti ad Dominum e non di spalle, come maliziosamente si è cercato di far passare.

Un momento. Prima gli adeguamenti e adesso i contro-adeguamenti?
Questo aspetto può essere compreso solo all'interno del grande simbolismo, che l'edifico sacro cristiano possiede. La Chiesa è simbolo del cosmo ed è composta di elementi indefinibili e sensibili, allo stesso modo la chiesa, in senso di edificio, è simbolo dell'uomo composto di un corpo rappresentato dalla navata, da un'anima, il presbiterio e da uno spirito, l'altare, secondo la simbologia dei padri orientali.
Ma questi sono elementi che, più o meno, sono rispettati dappertutto...
Non ne sarei così convinto. Da circa 40 anni, dopo il congresso di Bologna promosso nel '68 dal cardinal Lercaro, è andata avanti una forma di chiesa a teatro, dove tutti coloro che prendono posto si guardano tra loro. Che non siano rivolti più, insomma, verso un punto comune. Lentamente questa impostazione ha preso piede e ha portato alla perdita di orientamento della celebrazione che, lo ripetiamo, non ha come suo centro il popolo né, tantomeno, il sacerdote, ma il Signore, rappresentato dall'Oriente e successivamente dal Crocifisso.

Che piano piano ha perso la sua centralità...
Di più. Non ha più un punto fermo, è in movimento continuo, è una suppellettile secondaria. Alcuni confratelli sostengono che la croce è inutile per celebrare. Il fatto è che tutto ciò che spostiamo dal nostro centro visivo, dal punto di vista psicologico perde di importanza e se perde d'importanza la croce avviene lo stesso anche per l'altare, che diventa un podio da conferenza.

Che fare allora?
Ripartiamo dal discorso di Benedetto XVI alla Curia romana sulle due ermeneutiche del Concilio Vaticano II. Va applicato anche alla liturgia e all'arte.

Lei sceglierebbe quella della continuità? Però il suo, sembra essere un discorso di rottura con quanto avvenuto negli ultimi 40 anni.
Partiamo anzitutto dal fatto che la Costituzione Sacrosantum Concilium dice: “Non si introducano innovazioni se non quando lo richieda una vera ed accertata utilità, con l'avvertenza che le nuove forme scaturiscano organicamente, in qualche modo, da quelle già esistenti (n° 23)”. E' la dimostrazione che il Concilio non ha avuto un'azione così dirompente. Eppure abbiamo affidato le nostre chiese alle archistar, senza preoccuparci se sono credenti e dunque interpreti della fede che si vuole esprimere nell'opera.

Aiuto. Pioveranno critiche...
(Ride) Ho posto il quesito in occasione del seminario con sua eminenza il cardinal Gianfranco Ravasi nel luglio scorso in un seminario. Gli ho detto: “Ma come? Chiediamo ai genitori dei bimbi che fanno i sacramenti di scegliere padrini credenti e poi per l'edificio sacro che viene consacrato con un ritto simile a quello dell’iniziazione, con l’unzione del crisma, quasi fosse una persona, ci permettiamo di affidarne la progettazione a chi spesso non sa neanche che cosa sia la fede cattolica?”.

Com'è andata?
Sua eminenza è stato molto attento. Ho proposto che certe opere andassero nel “Cortile dei gentili”!

Intanto però, là, in chiesa il problema rimane...
Il richiamo all'arte sacra ci deve far capire l'urgenza di riscoprire i canoni dell'arte anche perché il popolo per sua natura rigetta ciò che gli è estraneo. Prenda la croce di Pomodoro in San Giovanni Rotondo. E' già stata rimossa e sostituita con un crocifisso tradizionale. O anche a quello che sta succedendo a Reggio. Si vuole portare una scultura di un artista giapponese che sostituisca il crocifisso: una barca sormontata da un albero. Non credo che avrà molto seguito della devozione del popolo, che tra l'altro, spesso paga e fa sacrifici per sostenere certe spese.

Che cosa propone?
Dovremmo rimettere in discussione le norme di adeguamento degli edifici di culto promulgate dalla Conferenza Episcopale Italiana nel '96. Soprattuto adesso, in presenza del motu proprio "Summorum Pontificum" e dell'istruzione applicativa di imminente pubblicazione, ritengo che sarà necessario rivederle. In merito, c’è già uno studio di un professore dell’Istituto di Scienze religiose della Diocesi di San Severo, don Matteo De Meo, che meriterebbe di essere conosciuto dall’ufficio competente della Cei.

La accuseranno di eccessivo tradizionalismo...
Ma le norme ecclesiastiche sono rivedibili e andrebbero riprese ed esaminate per dare ai sacerdoti e ai fedeli, alla luce dell'evoluzione del Magistero, la possibilità di sentirsi a casa propria.

Un modo allora per porre un limite agli abusi liturgici?
Mi è piaciuta una domanda fatta da un sacerdote l'altra sera: “Tutti questi cambiamenti hanno fatto avvicinare la gente alla fede o no?”. Le statistiche dicono di no. Ecco, penso che mai come in questi decenni siamo stati interessati da documenti del Magistero, da Paolo VI ad oggi, che puntano a limitare gli abusi. Eppure siamo di fronte a messe show, alla scomparsa degli inginocchiatoi, che tra l'altro, costringe il fedele a venir meno al primo compito della messa, quello dell'adorazione. E ancora: ai sacerdoti che si vestono secondo il loro gusto personale, come se i paramenti non fossero l'oggettività del rito che viene affidato ad un ministro, anche se indegno. In questo modo la messa è puro intrattenimento e la chiesa un auditorium.

Perché allora non cambiare le norme dall'alto?
Le faccio questa similitudine. La liturgia cambia nei secoli, come il paesaggio. Anno dopo anno, secolo dopo secolo, quell'albero, quel prato, quella spiaggia, mutano impercettibilmente il loro aspetto. Che però cambia. E quando introduciamo degli ecomostri, che deturpano questo aspetto, ci scandalizziamo. Allo stesso modo è la liturgia. Quando il cambiamento è stato fatto a forza di decreti sono scoppiati i tafferugli ed è successo che, dopo 40 anni, quello che si pensava sotterrato come Giona nel ventre della balena, sta tornando fuori.

martedì 28 aprile 2009

Ma quale festa, la Liturgia è un dramma


Scrive Caterina:
“Ma quale festa, la liturgia è un dramma”: lo afferma Monsignor Nicola Bux, teologo e liturgista scelto dal Papa a far parte del suo gruppo che si occupa delle Liturgie del Pontefice. Con lui affrontiamo il tema del senso del sacro nella liturgia: “Credo che questo senso del sacro si potrà recuperare quando comprenderemo che la messa non è mai uno spettacolo, un divertimento o una proprietà del singolo sacerdote, ma un vero e proprio dramma. Spesso ci riempiamo la bocca con la parola festa, ma quale festa. Nella messa ricordiamo il sacrificio di Cristo, ecco la verità. Cristo si è immolato per noi e poi si usa il vocabolo festa. È corretto parlare di festa solo dopo aver compreso e accettato il concetto che Cristo ha dato la vita per noi. Allora, è lecito parlare di festa, ma prima mai”.

Poi aggiunge: “Una buona liturgia deve avere al suo centro la croce, ma essa sempre più spesso, collocata al lato, o in posti poco visibili, ha perso il suo vero ed autentico significato. Sembra molto di più una suppellettile, che non un centro di adorazione. A volte ho la sensazione che una croce al centro dell’altare dia fastidio, quasi sia di impaccio. Per essere duri: il più delle volte non la guarda nessuno”.

Monsignor Bux parla del concetto di devozione: “Per ridare alla liturgia il senso del sacro, è necessaria la devozione. Basta con messe celebrate come avvenimenti mondani e intrattenimento. Occorre la devozione, l’incontro col volto di Dio. Ma spiacevolmente questo avviene molto,ma molto raramente. Senza un incontro con il vero volto di Dio, senza devozione, la messa diventa un rituale, una auto celebrazione del sacerdote che non ha alcun senso”.

Provocatoriamente monsignor Bux si pone e pone una domanda: “Quanti oggi, celebrando la messa, rivolgono lo sguardo a Dio e alla croce? Pochi, ecco perché il senso del sacro si va attenuando nelle nostre messe”. E allora che cosa fare? Penso che una buona idea possa essere la seguente: nella seconda parte della messa, dall’offertorio in poi, tanto per capirci, il sacerdote potrebbe celebrare rivolto verso la croce, ad orientem.

Per quale ragione "ad orientem"? In tal modo, i fedeli non vedrebbero più la figura del sacerdote, che non è il protagonista, ma assieme a lui, contemplano la croce, il mistero. Dunque una posizione "ad orientem" nella seconda parte della messa. Mi sembra conveniente. In questa maniera la liturgia acquisterebbe valore maggiormente escatologico, di mistero ed adorazione, la gente stessa comincerebbe a comprendere ed apprezzare il valore escatologico, per usare una parola difficile, della liturgia. Guardare ad oriente equivale a contemplare il Signore che viene, penso che questa posizione, del resto usata dagli orientali, possa aiutare a trovare maggior raccoglimento. Ecco la mia modesta proposta per una riforma graduale e sensata: guardare ad oriente nella seconda parte della Santa Messa.

In un'intervista che ci ha rilasciato qualche giorno fa, lo storico Franco Cardini ha parlato di crisi del senso del sacro. Bisogna vedere in che senso ha lanciato questa affermazione. Ma il senso del sacro è Dio. Apparentemente questo senso del sacro, cioè di vicinanza e di ricerca di Dio, oggi sembra offuscato,vero. Ma non sarei tanto pessimista. In fondo l’uomo per natura cerca sempre Dio. Molte volte anche per comodità personale o con forme corrotte e sbagliate come la superstizione o la magia, ma alla fine il contatto viene cercato. L’alleanza con Dio anche egoisticamente, conviene all’uomo.

giovedì 13 novembre 2008

Spieghiamo il Centuplo promesso da Gesù

Amici, senza nulla aggiungere di "nostro" ossia di opinioni personali, parlando del Centuplo abbiamo notato che è una dottrina difficile da comprendere perché il CN la spiega malissimo.

Non sappiamo se sia responsabilità dei Catechisti del CN, ma sta di fatto che i NC qui convenuti hanno fatto affermazioni errate sul Centuplo.

Innanzi tutto rispondo anche a tale "giovanni battista" NC che afferma:

"la vostra è una Caporetto. Una dopo l'altra stanno cadendo tutte le accuse contro il Cammino."

Se codesta persona volesse dirci dove, nei Documenti della Chiesa e in quello che sta chiedendo il Papa nella pratica della Messa e in ciò che ha scritto mons. Nicola Bux nel suo recente libro: "La Riforma di Benedetto XVI" e a fronte della Lettera del card. Arinze del dicembre 2005 e delle parole del Papa del 12.1.2006 …. Dove a fronte di tutto ciò le "accuse" (termine improprio, le chiamerei CONSTATAZIONI!) avanzate da questo Blog al CN nella sua catechesi liturgica siano venute meno, gliene saremo grati!

Veniamo ora alla questione del Centuplo:

In quel tempo, Pietro disse a Gesù: "Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguìto". Gesù gli rispose: "In verità vi dico: "non c’è nessuno, che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o campi a causa mia e a causa del Vangelo, che non riceva il centuplo adesso, in questo tempo, in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, con persecuzioni, (Lc dice: che non riceva molto di più in questo tempo) e la vita eterna nel secolo che viene" (Mc 10,29-30; parall. Mt 19,28-29; Lc 18,28-3o).

Gianluca del CN lo spiega così:

Se si passa per la Croce, se si segue Cristo, se ci si converte davvero, il valore dei nostri affetti e dei nostri beni sarà già in questa terra 100 volte superiore... Cristo non mente, ma se lo si segue non ascoltando l'avviso sulle persecuzioni, la Croce, allora si rimane delusi.

Proviamo a rispondere.

Indubbiamente non è Cristo a mentire, ma loro ad interpretare in modo ambiguo cosa Egli intendesse dire… come del resto interpretano male i Pentecostali i quali affermano che con il Centuplo promesso da povero diventi ricco…

Partiamo dal fatto che Cristo non ha mai promesso BENI MATERIALI, essi certamente ci vengono dati ma per essere usati a nostra volta a favore del Prossimo, il Centuplo è un'altra cosa ancora che ha a che fare direttamente con il nostro essere e il ciò che diverremo… Non dimentichiamo poi che la promessa del centuplo viene a seguito di UNA RINUNCIA e non semplicemente della rinuncia del peccato (o del SOLO CRISTO come dicono i Protestanti), ma di una rinuncia di sè stessi...

Un giorno, tanto per fare un esempio concreto, appare Gesù a Santa Caterina da Siena mentre era in preghiera, chiedeva da giorni al Signore UN GESTO DELLA SUA BENEVOLENZA....
Gesù le si presenta con due CORONE; UNA DI SPINE, L'ALTRA DI DIAMANTI e le dice:
"Figlia mia, quale scegli delle due? Quella che sceglierai sulla terra NELLA TERRA RESTERA', quella che sceglierai per il cielo ti sarà data per l'eternità...."
Santa Caterina da Siena non ci pensa due volte e sceglie quella di spine per stare sulla terra....e spiega ai suoi discepoli che la richiesta che dobbiamo fare a Cristo per ricevere IN CENTUPLO , LA CORONA DI GLORIA, è portare qui la corona di spine....

Inoltre quale Centuplo avrebbero mai i nati con handicap qui sulla terra in concetto kikiano di BENI MATERIALI? I Beni materiali, dunque sono necessari perché finalizzati alle opere di bene… ma non sono il PREMIO che scaturisce da quel Centuplo che si inizia ad assaporare qui sulla terra…

Benedetto XVI così disse nell'omelia di apertura pontificato:
"Così, oggi, io vorrei, con grande forza e grande convinzione, a partire dall’esperienza di una lunga vita personale, dire a voi, cari giovani: non abbiate paura di Cristo! Egli non toglie nulla, e dona tutto. Chi si dona a lui, riceve il centuplo. Sì, aprite, spalancate le porte a Cristo – e troverete la vera vita. Amen."

Non mi risulta che Ratzinger si riferisse ai beni materiali …
il CENTUPLO è collegato alla VERA VITA dice Benedetto XVI....
La sua stessa esperienza personale alla quale fa cenno è proprio a quel centuplo nel quale Ratzinger ha sperimentato di INCONTRARE La VERITA' E SERVIRLA... infatti nel suo motto episcopale ha scritto: COOPERATOR VERITATIS... chi ha Cristo HA TUTTO, non manca di nulla, non cerca altro che non di servirlo…

ANCHE NELLA POVERTA'..... c'è dignità e santità, c’è IL CENTUPLO promesso dal Signore, così come nell’AMMALATO, inchiodato nel letto di un ospedale c’è il Centuplo… nel momento in cui l’ammalato offre se stesso al Signore…altrimenti e secondo quello che dicono alcuni NC il Centuplo lo riceverebbero solo i sani, i belli, i forti che accettano Cristo magari all'interno del proprio Cammino…..

Basti pensare ad una Mamma che perde il proprio figlio in situazione drammatica e con un atto di fede lo offre al Signore… quale sarà il suo Centuplo? Passando questa Croce, e secondo quanto ha affermato sopra il NC: il valore dei nostri affetti e dei nostri beni sarà già in questa terra 100 volte superiore...…. ma a questa MADRE che ha perduto il Figlio cosa può esserci di 100 volte superiore alla vita perduta del figlio? È ovvio che NON è questo il Centuplo! Inoltre Gesù afferma che a causa sua ci sarà invece divisione fra moglie e marito, padri e figli e sorelle perché chi pone gli affetti familiari al di sopra di Dio non è degno di Dio… questo non vuol dire che non dobbiamo amare i nostri familiari, c’è per questo il Quarto Comandamento che è chiarissimo e il Libro dei Proverbi, ma non sono loro il nostro Centuplo promesso!

Dice il card. Caffarra in una sua Omelia dove spiega proprio il Centuplo:
Il Centuplo ADESSO, DOPO la Vita eterna: cosa vuol dire "il centuplo ora"?
Zaccheo, Paolo, la Samaritana, Agostino hanno ricevuto il centuplo subito. Né poteva essere diversamente. (…) la presenza di Cristo nella vita di una persona eleva la sua umanità alla centesima potenza.
… centesima potenza: è il centuplo ADESSO, ORA, SUBITO, come dirà san Paolo "non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me"
perché l’incontro con Cristo eleva alla massima potenza l’io? Perché decidendo di seguire Cristo, la persona umana decide di se stesso in ordine al suo destino eterno. Si pone nel tempo come un io destinato all’eternità.
Nell’incontro con Cristo l’uomo riceve subito il centuplo perché, come scrive san Tommaso, vive una certa "inebatio vitale aeternae"; vive in pienezza il tempo perché in esso già respira l’eterno.
Termino rivolgendomi in particolare a voi giovani: correte il rischio di immergervi dentro alla Chiesa che vi educherà alla vera libertà, perché dentro essa voi riconoscerete che Cristo è tutto ciò che voi desiderate. E la vostra notte sarà piena di stupore, perché sarà piena di grazia.
ed è qui che riceviamo questo Centuplo ORA, ADESSO....non più io vivo, ma Cristo vive in me....

Ed è sempre Gesù che ci ricorda: cercate le cose di lassù, il resto vi sarà dato in più… i beni materiali sono quel “in più” utile ma non indispensabile per il Regno dei Cieli, mentre la malattia è interpretata dalla Tradizione quale FONTE DI BENEDIZIONE per chi sa accettarla per farne un sacrificio gradito a Dio da unire ai patimenti del Cristo…

Così dice Benedetto XVI all’Udienza del 10.1.2007:
"Possiamo comprendere che la Croce rimane sempre centrale nella vita della Chiesa e anche nella nostra vita personale. (basti pensare qui al Centuplo ricevuto da Giovanni Paolo II)."

E ancora dice a Sydney ai giovani nel luglio 2008:
"I beni materiali, in sé, sono cose buone. Non sopravviveremmo a lungo senza denaro, abiti e un´abitazione. Per vivere abbiamo bisogno di cibo. Ma, se siamo ingordi, se rifiutiamo di condividere quanto abbiamo con l´affamato e con il povero, allora noi trasformiamo questi beni in una falsa divinità.
(…)Il culto dei beni materiali, il culto dell´amore possessivo e il culto del potere spesso portano la gente a "comportarsi da Dio": cercare di assumere il controllo totale, senza prestare nessuna attenzione alla sapienza o ai comandamenti che Dio ci ha fatto conoscere. Questa è la via che conduce alla morte. Al contrario, l´adorazione dell´unico vero Dio vuol dire riconoscere in lui la sorgente di tutto ciò che è bene, affidare noi stessi a lui, aprirci alla forza risanatrice della sua grazia e obbedire ai suoi comandamenti: questa è la via per scegliere la vita."

In sostanza dunque, la promessa di Gesù del centuplo a chi lascia tutto per seguirlo è riferita principalmente ai Missionari, ai Religiosi, alle Religiose e ai nostri Sacerdoti, persone tutte che per vivere ed annunciare il Vangelo, rinunciano a farsi una loro famiglia e accolgono, come tale la Comunità cristiana che essi generano con i sacramenti e la predicazione della Parola. Si ripete per loro l’esperienza di san Paolo, che poteva sentire come figli i tanti discepoli a cui egli aveva fatto conoscere il Cristo. Per cui, se l’Apostolo, a causa della sua scelta celibataria, non aveva potuto avere dei figli dalla carne, ne ha contati a migliaia, secondo lo Spirito….
infatti Gesù gli rispose: "In verità vi dico: "non c’è nessuno, che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o campi a causa mia e a causa del Vangelo, che non riceva il centuplo adesso, in questo tempo, in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, con persecuzioni, [Lc dice: che non riceva molto di più in questo tempo] e la vita eterna nel secolo che viene"

E’ naturale che tale promessa la possiamo vedere attuata anche nel Matrimonio che è un Sacramento… (così come abbiamo spiegato sopra che si attua anche nel povero e nell’ammalato, ma anche nel carcerato che pentendosi del male compiuto, vive la sua penitenza per Cristo ed in Cristo con Cristo), il coniuge che accoglie ogni giorno il proprio coniuge come “sacramento” di Cristo. Accetta che i figli, prima che “suoi”, siano di Dio.
Abbandona, cioè, ogni deformazione possessiva degli affetti e s’impegna ad amare i suoi cari nella carità di Cristo. Allora il Signore “centuplicherà” il suo amore e lo renderà capace di gratuità e di perdono.
Saprà perseverare nell’amore coniugale e paterno o materno, anche quando l’altro, umanamente parlando, non lo meriterebbe. Saprà accettare, o almeno rispettare, le scelte di vita dei propri figli, anche quando queste non saranno conformi ai suoi desideri… riceverà forza per affrontare le avversità della vita come le malattie, ed anche nelle ristrettezze economiche egli saprà sempre far quadrare i conti familiari con dignità e mai disperazione… ecco che DOPO, riceverà allora in premio la Vita Eterna, la Beatitudine eterna…

Idem dicasi per i "singol" che vivono una vita santa e casta (rinunciare comunque sempre a qualcosa per DONARSI)... che magari non sono chiamati al sacerdozio, ma diventano frati, missionari non religiosi, nella società sono bravi insegnanti, saggi professori con il sacro Timor di Dio...ecc, il Centuplo viene dispensato dal Cristo nel momento in cui l'Uomo rinuncia a sè stesso, alle sue prerogative per seguire il Progetto di Dio in qualunque posto Egli lo ha messo...

Potremo concludere con una preghiera: Gesù, io non ho la sicurezza di Pietro, che afferma d’aver abbandonato tutto per te. Io sono legato ancora a troppe cose e persone. Abbi ancora pazienza con me. Insisti nella tua chiamata. Aiutami a vincere titubanze e paure. E fa’ che, finalmente, mi fidi di te e ti ami sopra ogni cosa e persona.

Amen.

lunedì 13 ottobre 2008

La Missione. Don Bux (Dio lo benedica) ne proclama il fondamento!


La Liturgia fonte della missione
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - La Chiesa è consapevole di non avere altra fonte da cui attingere forza per la propria missione se non lo stesso Signore Gesù Cristo. La giusta valutazione ed autonomia delle scienze umane, dalla storia alla filosofia, dalla psicologia alla sociologia, etc., non dovrà mai sostituire il criterio soprannaturale del discernimento spirituale.

È Cristo, con la Sua proposta al cuore dell’uomo, l’unico ed imprescindibile riferimento per la missione della Chiesa. Fonte di tale missione è allora l’adorazione del Signore che si esprime principalmente nella Divina Liturgia.

Troppe celebrazioni si sono ridotte ad “autocontemplazione antropocentrica” dell’uomo sull’uomo, quasi impedendo, attraverso la verbosità del celebrante, i ritmi convulsi delle musiche e la frenesia dei movimenti, il contatto con il Mistero. La Liturgia della Chiesa è essenzialmente adorazione del Signore e, attraverso la celebrazione dei divini misteri, la Chiesa compie la sua prima opera missionaria.

È necessario recuperare la chiara consapevolezza sull’unico soggetto protagonista della Liturgia: il Signore. Il popolo santo di Dio, e con esso il celebrante, entra nella Liturgia, ma non la crea: essi, popolo e celebrante, vengono ospitati dal Mistero e solo la consapevolezza di tale ospitalità, rende capaci di divenire, a propria volta, ospitali verso il Mistero e verso i fratelli.

Pregando il Signore ed intercedendo per tutti gli uomini, attraverso la sacra Liturgia, la Chiesa compie la sua prima missione: la celebrazione dei Sacramenti è di per sé efficace in ordine alla salvezza.

In tanta organizzazione della pastorale contemporanea, sembra che l’impegno missionario sia talvolta interrotto dalle celebrazioni, delle quali, forse, non si comprende più adeguatamente il significato. Battezzare, perdonare i peccati, celebrare l’Eucaristia sono azioni più potentemente salvifiche e missionarie di qualunque catechesi, convegno, lezione accademica o documento ecclesiale. Dobbiamo recuperare questa consapevolezza e, con essa, l’indisponibilità della Liturgia al capriccio soggettivo della creatività liturgica e al mito moderno, inteso in senso democratico, della partecipazione del popolo.

Come ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica: “La Liturgia è anche partecipazione alla preghiera di Cristo, rivolta al Padre nello Spirito Santo. In essa ogni preghiera cristiana trova la sua sorgente e il suo termine. Per mezzo della Liturgia, l'uomo interiore è radicato e fondato [Cf Ef 3,16-17 ] nel “grande amore con il quale il Padre ci ha amati” ( Ef 2,4 ) nel suo Figlio diletto. Ciò che viene vissuto e interiorizzato da ogni preghiera, in ogni tempo, “nello Spirito” (Ef 6,18 ) è la stessa “meraviglia di Dio”. (CCC 1073). (Agenzia Fides 25/09/2008)

Deo Gratias!

Via alle riflessioni! E ce ne sono un mare...