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giovedì 14 marzo 2024

FACCIAMO IL GIOCO DELLA LAVANDA DEI PIEDI

In una pagina UFFICIALE del Cammino Neocatecumenale in Brasile, sottolineiamo “ufficiale”, si parlava della Pasqua 2020 che, a causa del lockdown da coronavirus, ha visto la maggior parte dei fratelli neocatecumenali celebrare il Triduo Pasquale e la Pasqua stessa nelle loro case, moltissimi in totale autosufficienza, senza ricorrere nemmeno alla visione online o in Tv dell’Eucarestia pasquale generosamente trasmessa dalla Chiesa Cattolica o, al più, da presbiteri neocatecumenali secondo le loro modalità.

Quel che è stupefacente è che questi neocatecumenali “ufficiali” dichiarano e mostrano senza timore ciò che hanno fatto nelle loro case, addirittura vantandosene, chiaramente evidenziando che hanno ormai perduto ogni rimasuglio (se mai ce ne fosse stato uno) di legame con la Chiesa Cattolica.

Si legge:

Nel 2020, il Signore ha OFFERTO una PASQUA DIVERSA. Incapaci di riunirsi in comunità a causa della nuova pandemia di coronavirus, i fratelli che compiono il Cammino Neocatecumenale hanno celebrato il Triduo Pasquale nelle loro case. Ogni famiglia ha vissuto la Veglia nell'intimità della Chiesa domestica, celebrando la Parola, cantando i salmi, con i genitori che trasmettono la fede ai propri figli, “facendo la Pasqua” e terminando con il banchetto pasquale.

PASQUA DIVERSA: Già qui ci sembra alquanto libera l’affermazione di “Pasqua diversa” OFFERTA dal Signore (come se esistesse una "Pasqua normale" che non è "offerta" dal Signore...). La Pasqua NON PUÒ ESSERE MAI DIVERSA, casomai sono le circostanze nelle quali viene celebrata che possono cambiare: a causa dell'imposizione governativa dei lockdown, infatti, non si è potuta celebrare nelle Chiese, ma solo facendo "comunione spirituale" e collegandosi attraverso i mezzi telematici. Però  per noi cattolici non era una Pasqua diversa: è sempre la stessa Pasqua che Gesù stesso istituì, e così deve essere, anche se le circostanze te la fanno vivere in modi imprevisti.

INCAPACI DI RIUNIRSI IN COMUNITÀ: non si dice in Chiesa, ma “in comunità”, visto che le loro Pasque vengono celebrate ovunque, anche nei saloni degli alberghi, ma mai insieme ai "cristiani della domenica" (cioè i cattolici): i neocatecumenali si isolano proprio nel giorno eucaristico per eccellenza da tutto il resto della comunità parrocchiale. (È un problema che riemerge ogni anno, quello delle "veglie separate" neocatecumenali, con le solite ripetute - e inascoltate - lamentele da parte di parroci, vescovi e curie)

I NEOCATECUMENALI NEL 2020 HANNO CELEBRATO IL TRIDUO PASQUALE NELLE LORO CASE: purtroppo, non solo loro, ma tutta la comunità cristiana l’ha dovuto fare, sicuramente però quest’ultima UNITA alla Chiesa attraverso la comunione spirituale e non autosufficientemente improvvisando come ministro sacerdotale il capo-famiglia.

Poi c’è il culmine: 

«OGNI FAMIGLIA HA VISSUTO LA VEGLIA NELL'INTIMITÀ DELLA CHIESA DOMESTICA, CELEBRANDO LA PAROLA, CANTANDO I SALMI, CON I GENITORI CHE TRASMETTONO LA FEDE AI PROPRI FIGLI, “FACENDO LA PASQUA” E TERMINANDO CON IL BANCHETTO PASQUALE.»

Ci chiediamo in tutto questo dove stia la Chiesa e la necessaria figura ministeriale, mai nemmeno rammentate una sola volta. 

Anche le azioni descritte, benché si riferiscano all'aver "VISSUTO LA VEGLIA", non fanno alcun cenno al Santissimo Sacramento: "celebrando la Parola", "cantando salmi", "terminando col banchetto pasquale" (che non può mai mancare...).
Questa sarebbe la Veglia Pasquale Neocatecumenale nella chiesa domestica neocatecumenale.

La frase finale è tutta un programma:

Molte famiglie hanno inviato foto, video e lettere al Centro Neocatecumenale di Brasilia in cui hanno condiviso l'esperienza della Pasqua celebrata a casa, tutte benedicendo Dio per questo evento che sarà una pietra miliare nella storia di ogni famiglia e del Cammino Neocatecumenale.

I neocatecumenali erano contenti, benedicevano Dio per l’”esperienza della Pasqua celebrata a casa”, per questo, come nei più squallidi social mondani, hanno inviato le loro foto ed i loro video per immortalare questo evento che “SARÀ UNA PIETRA MILIARE” nella storia delle famiglie neocatecumenali.
Pietra miliare di cosa? Dell'imposizione governativa dei lockdown?

Queste parole “UFFICIALI” dei neocatecumenali brasiliani hanno già odore di autosufficienza, quindi di scisma, cioè di nessun legame con la Chiesa Cattolica.

Siccome sono così contenti di mostrare le loro foto, li accontenteremo, anche se vedremo delle aberrazioni.

Ci limiteremo alla “celebrazione” della Lavanda dei piedi, che già sappiamo essere una rivisitazione-spettacolo anche quando viene effettuate nelle salette neocatecumenali.

In casa ancora di più.

Non vorremmo ribadire come la Chiesa Cattolica intende e vive la celebrazione in coena domini del giovedì Santo e che significato ha la lavanda dei piedi fatta dal SACERDOTE, lo sappiamo già tutti.

Nemmeno vorremmo dilungarci nell’esposizione della lavanda dei piedi neocatecumenale, fatta con spirito di letteralismo biblico, “tra fratelli” nelle salette, massimamente senza la presenza di un sacerdote, le cui veci vengono fatte dal responsabile LAICO della comunità. (Nella Chiesa Cattolica la lavanda dei piedi avviene in un contesto liturgico preciso e non richiede che sia fatta a "tutti").

Mi chiedo perché non prendano letteralisticamente anche le parole evangeliche: “Se la tua mano ti scandalizza, tagliala, se il tuo piede ti scandalizza, taglialo, se il tuo occhio ti scandalizza, cavalo e gettalo via da te…”. Forse perché tutti rimarrebbero menomati?

Quel che ci turba è vedere che “nelle loro case”, fanno giocare alla “lavanda dei piedi" anche i bambini, che non possono avere contezza del grande mistero contenuto nelle celebrazioni del Triduo e della Pasqua, troppo piccoli per comprendere.

Adesso i bambini, non più al chiuso delle salette, ma delle case private, da ascoltatori sono diventati attori di una sceneggiata che di puntata in puntata diviene sempre più spettacolo e meno celebrazione, fino al punto da assomigliare a una fiction televisiva.

Quando ero nel Movimento Neocatecumenale, essendomi totalmente bevuta il cervello e la ragione nell’assunto di essere in presenza di una chiesa “viva”, ero tra i più osservanti, cioè tra i più cretini, perché i furbi sono quelli che parlano bene ma non praticano altrettanto, si tutelano.

Ultimamente, dopo anni che ormai ho lasciato l’esperienza, ho subito un notevole contraccolpo quando mio figlio maggiore, ancora nel Movimento, mi ha confessato con naturalezza che fino all’età dell’adolescenza credeva che il Movimento Neocatecumenale al quale appartenevamo fosse “una delle tante chiese”, come i protestanti, gli evangelici, i calvinisti, i cristiani, i neocatecumenali…

Che danno!

Ma purtroppo è la nuda e cruda realtà.

Trasmettevamo il Movimento Neocatecumenale, non la Chiesa Cattolica.

mercoledì 14 aprile 2021

Ancora con questa Pasqua ebraica?

Diceva Kiko Argüello in una intervista all'indomani dell'approvazione degli Statuti: 
"Nelle comunità portiamo avanti infatti una catechesi basata sulla Pasqua ebrea, con il pane azzimo a significare la schiavitù e l’uscita dall’Egitto e la coppa del vino a significare la Terra promessa”. “Quando nelle cena della Pasqua ebraica si scopre il pane si parla di schiavitù, quando si parla della Terra promessa scoprono il calice, la quarta coppa. In mezzo a questi due momenti c’è una cena, quella nel corso della quale Gesù disse “Questo è il mio Corpo” (a significare la rottura della schiavitù dell’uomo all’egoismo e al demonio) e “Questo è il mio Sangue” (a significare la realizzazione di un nuovo esodo per tutta l’umanità). Più tardi i cristiani toglieranno la cena e metteranno insieme il pane e il vino. Ora, nel Cammino abbiamo molta gente lontana dalla Chiesa, non catechizzata, e nei segni del pane azzimo (la frazione del pane) e del vino noi diamo visibilità a quei significati”. 
 
Ascoltiamo invece Benedetto XVI come spiega l'istituzione della Eucarestia nell'ultima cena nell'Esortazione Sacramentum Charitatis
 
L'istituzione dell'Eucaristia 
In tal modo siamo portati a riflettere sull'istituzione dell'Eucaristia nell'Ultima Cena. Ciò accadde nel contesto di una cena rituale che costituiva il memoriale dell'avvenimento fondante del popolo di Israele: la liberazione dalla schiavitù dell'Egitto. Questa cena rituale, legata all'immolazione degli agnelli (cfr Es 12,1-28.43-51), era memoria del passato ma, nello stesso tempo, anche memoria profetica, ossia annuncio di una liberazione futura. 
Infatti, il popolo aveva sperimentato che quella liberazione non era stata definitiva, poiché la sua storia era ancora troppo segnata dalla schiavitù e dal peccato. Il memoriale dell'antica liberazione si apriva così alla domanda e all'attesa di una salvezza più profonda, radicale, universale e definitiva. 
È in questo contesto che Gesù introduce la novità del suo dono. Nella preghiera di lode, la Berakah, Egli ringrazia il Padre non solo per i grandi eventi della storia passata, ma anche per la propria « esaltazione ». 
Istituendo il sacramento dell'Eucaristia, Gesù anticipa ed implica il Sacrificio della croce e la vittoria della risurrezione. Al tempo stesso, Egli si rivela come il vero agnello immolato, previsto nel disegno del Padre fin dalla fondazione del mondo, come si legge nella Prima Lettera di Pietro (cfr 1,18-20). 
Collocando in questo contesto il suo dono, Gesù manifesta il senso salvifico della sua morte e risurrezione, mistero che diviene realtà rinnovatrice della storia e del cosmo intero. L'istituzione dell'Eucaristia mostra, infatti, come quella morte, di per sé violenta ed assurda, sia diventata in Gesù supremo atto di amore e definitiva liberazione dell'umanità dal male. 
Figura transit in veritatem 
In questo modo Gesù inserisce il suo novum radicale all'interno dell'antica cena sacrificale ebraica. 
Quella cena per noi cristiani non è più necessario ripeterla. Come giustamente dicono i Padri, figura transit in veritatem: ciò che annunciava le realtà future ha ora lasciato il posto alla verità stessa. L'antico rito si è compiuto ed è stato superato definitivamente attraverso il dono d'amore del Figlio di Dio incarnato. Il cibo della verità, Cristo immolato per noi dat ... figuris terminum (20). 
Con il comando « Fate questo in memoria di me » (Lc 22,19; 1 Cor 11,25), Egli ci chiede di corrispondere al suo dono e di rappresentarlo sacramentalmente. Con queste parole, pertanto, il Signore esprime, per così dire, l'attesa che la sua Chiesa, nata dal suo sacrificio, accolga questo dono, sviluppando sotto la guida dello Spirito Santo la forma liturgica del Sacramento. Il memoriale del suo dono perfetto, infatti, non consiste nella semplice ripetizione dell'Ultima Cena, ma propriamente nell'Eucaristia, ossia nella novità radicale del culto cristiano. Gesù ci ha così lasciato il compito di entrare nella sua «ora»: «L'Eucaristia ci attira nell'atto oblativo di Gesù. Noi non riceviamo soltanto in modo statico il Logos incarnato, ma veniamo coinvolti nella dinamica della sua donazione». Egli « ci attira dentro di sé ».
La conversione sostanziale del pane e del vino nel suo corpo e nel suo sangue pone dentro la creazione il principio di un cambiamento radicale, come una sorta di «fissione nucleare», per usare un'immagine a noi oggi ben nota, portata nel più intimo dell'essere, un cambiamento destinato a suscitare un processo di trasformazione della realtà, il cui termine ultimo sarà la trasfigurazione del mondo intero, fino a quella condizione in cui Dio sarà tutto in tutti (cfr 1 Cor 15,28). 
 
Nonostante l'insegnamento della Chiesa sul significato della Santa Eucarestia, che non è una cena ebraica, ma l'occasione in cui Cristo stesso anticipò ai suoi Apostoli il sacrificio che dà vita e salvezza, tra gli adepti di Kiko Argüello rimane ancor oggi la convinzione di dover ripetere la cena ebraica in ogni eucarestia e per ricordare la Pasqua di Nostro Signore Gesù. 
 
Per questo anche quest'anno, nelle parrocchie (là dove si poteva) o nelle case, c'è stato chi ha celebrato una finta cena ebraica convinto di rivivere così l'essenza dell'Ultima Cena di Gesù. 
 
È evidente che, chi lo ha fatto, ha celebrato questa cena come una delle loro Eucarestie: il vino nella coppa a cui tutti hanno accesso, il pane cosiddetto azzimo che sui loro tavoloni infiorati dovrebbero essere Corpo e Sangue di Cristo, sono per loro, in ambedue i casi, il simbolo della liberazione dalla schiavitù e la coppa della benedizione. Ed allo stesso modo, quest'anno e lo scorso anno -causa Covid- nelle case e in famiglia,  hanno vissuto ebraicamente il segno della lavanda dei piedi.
 









Visto che le parole sembrano non sortire alcun effetto, linkiamo due video che possono far comprendere in modo più diretto ed efficace quale sia il significato della Santa Messa.

giovedì 8 aprile 2021

Non è "Lercio". Ovvero: la comunione neocatecumenale per asporto della Pasqua 2021

Per poter fare la Santa Comunione in tempi di coronavirus, il giornale satirico "Lercio" nel 2020 aveva annunciato, in un articolo dissacrante e paradossale, una convenzione tra la Chiesa e "Just Eat" (servizio di ordinazione e consegna pasti).

“Il fedele che vorrà comunicarsi la domenica, durante la Messa, potrà seguire in tv la funzione, previa chiamata a Just Eat per il servizio di consegna ostie. Gli sarà recapitata a casa l’ostia già transustanziata nell’attimo esatto in cui il sacerdote annuncia il momento dell’eucaristia: in quell’istante, alla porta si presenterà il rider di Just Eat gridando ‘Qualcuno ha detto Corpo di Criiiiistooooo!’, e il fedele potrà portare a termine regolarmente il sacramento”

Questo il trafiletto del giornale satirico.

I neocatecumenali sicuramente si sono ispirati a "Lercio". O "Lercio" ai neocatecumenali. Chi può saperlo? 

La cosa certa è che, per la Pasqua 2020, Kiko ha messo per iscritto, nei sussidi per la celebrazione della Veglia Pasquale nelle case, la versione neocatecumenale della comunione tramite servizio take-away. 

Questo il testo: 

Se i Vescovi (o i Parroci) danno la possibilità di ricevere la comunione sacramentale (portata precedentemente da un ministro straordinario), dopo il Padre nostro si canta o si recita l’Agnello di Dio, poi il capofamiglia distribuisce la comunione dicendo ad ognuno: - Il Corpo di Cristo 

E se anche i Vescovi non autorizzavano, la Pasqua scorsa, in pieno lockdown, sappiamo che 'Dio ha fatto questa eccezione' per i neocatecumenali.

Sembra un titolo di Lercio, invece è una dichiarazione di una catechista del Cammino neocatecumenale. 

 

E per la Pasqua 2021? L'Annuncio di Pasqua non riporta istruzioni esplicite per i 'porta pizze' del Cammino, ma Pezzi, raccomandando di usare gli stessi sussidi 2020 per i riti nelle case, negli effetti ripropone il sacrilegio di portarsi a casa il Corpo di Cristo sotto le specie delle particole consacrate con le quali, al momento stabilito, il capofamiglia comunica se stesso ed i familiari.

Sappiamo che i catechisti della Parrocchia Bonne Nouvelle a Parigi, che erano presenti all'Annuncio di Pasqua di Kiko a Roma il 14 marzo, avevano organizzato, tramite il parroco, la consegna delle particole consacrate, anche se poi le indicazioni, presenti sul sito, non sono più state riportate.

Quindi, chissà in quante famiglie cattoliche, anche quest'anno in cui le Messe comunque si celebrano e quindi è possibile fare la Comunione, è stato compiuto, su indicazione dei catechisti e responsabili internazionali del Cammino neocatecumenale, questo atto sacrilego.

Noi proponiamo solo un'immagine.

E non l'abbiamo trovata su  "Lercio".

 

Nota bene: Secondo quanto è possibile constatare dalle immagini, si tratta di una comunione take-away con il capofamiglia che si auto-comunica e comunica i familiari avvenuta nella notte di Pasqua 2021 nel corso dei riti domestici in una famiglia neocatecumenale peruviana.

I responsabili delle varie nazioni in cui il Cammino è diffuso (quindi anche del Sudamerica e del Perù) erano presenti agli Annunci di Pasqua di Kiko del 14 e del 19 marzo scorsi, da cui hanno preso le specifiche direttive di cui abbiamo già  ampiamente parlato.


martedì 7 aprile 2020

La "comunione da asporto" nell'Annuncio di Pasqua 2020: Kiko Arguello è felice e sta bene e se ne fotte del mondo intero

Eravamo tutti in pena perché Kiko, da quando è fuggito in Spagna (cioè non appena la situazione della pandemia si era fatta seria), non aveva dato notizie di sè; era letteralmente sparito.

“Quo vadis Kiko?” Da quel grande, impareggiabile Iniziatore qual è, ha fatto orecchie da mercante (ahahah mercante!) e se l’è data a gambe: bye bye Roma!
L’annuncio-lettera ci ha rassicurato. Pare stia bene; non solo ma mai ha parlato tanto di felicità come in questo annuncio!

La prima parola di Kiko: sono felice, sono molto felice, rallegriamoci. La grazia più grande: avere una comunità. Sapere che la nostra fine è gloriosa nel cielo, piena di felicità.

Ma poi parlando del coronavirus che ci circonda - che potrebbe anticipare di pronto, rendendolo attuale, il suo glorioso ingresso nel desiato cielo - non dice che porterà molti di noi alla morte ma “che porterà molti fratelli alla morte”. E insiste: questa Pasqua ci trova tutti circondati dal coronavirus che crea inquietudine, perché tanti fratelli e sorelle possono andare al Padre” e “speriamo che questo possa aiutare molti fratelli a convertirsi da una vita contro Dio”.
Ordunque il nostro Kiko non si colloca né tra quelli che “salgono al cielo”, né tra quelli che devono “convertirsi”. Certo, dimenticavo che lui è dio, lui dirige l’orchestra.
Kiko continua: “In mezzo alla tenebra in cui si trova la nostra società (e insiste! È tenebra e vede tenebre solo fuori di lui!), abbiamo più che mai bisogno della Veglia Pasquale, che viene a riempire di speranza la nostra esistenza”.

E dunque dopo un lungo silenzio, Kiko parla così.
Questo è quanto partorisce la sua mente oscurata, la sua anima insensibile e il suo cuore indurito. Questo “gli è stato ispirato”, senza dubbio, ma da chi non si sa.
Davvero mai prima d'ora ha parlato tanto di felicità nei suoi sproloqui. Cosa gli è preso? Una strana euforia incontenibile.
Kiko il più felice di tutti e tre!
L'unico che "si cinge la veste da solo"
e fa sempre e solo il cavolo che vuole lui.
E ora continua così, mettendo sul tavolo il suo asso nella manica:
“Abbiamo più che mai bisogno della Veglia Pasquale” e noi la celebreremo in “una maniera unica; ma la cosa meravigliosa è che Dio ci ha preparato in modo provvidenziale in questi 50 anni per poterla celebrare in casa, con la nostra famiglia”. “Il padre di famiglia presiederà la Pasqua, che sarà vissuta come abbiamo sempre fatto”.
Questo vale per tutti.

Per i fratelli che sono proprio soli e non possono mettersi in contatto con la comunità “possono celebrare la Pasqua collegandosi con la televisione del Vaticano o della Diocesi”.
Ossia, quei fratelli che proprio sono soli e non hanno mezzi per connettersi con la comunitàpossono celebrare la Pasqua collegandosi con la televisione del Vaticano o della Diocesi”!
Per tutti gli altri, neanche a dirlo: va vissuta la Veglia Neocatecumenale autenticamente unica, finalmente senza restrizioni di sorta né controlli. (Alias, comunione col Papa e con la Chiesa: ultima ratio, una specie di contentino).

"Pregheremo per i fratelli che il Signore ha chiamato già e per quelli che chiamerà presto". I fratelli che chiamerà? Proprio non ipotizza che potrebbe essere chiamato lui “di pronto”!

Perché, Kiko ne è certo, il Signore nella sua Provvidenza sono 50 anni che li prepara all’agognato giorno in cui si può celebrare nelle case. Con le Lodi a Kiko della domenica a casa coi figli li ha preparati, udite udite, a poter "celebrare in pienezza la Pasqua nelle case". Si realizza così il sogno di Kiko e Carmen che accarezzavano da tutta una vita: poter finalmente celebrare nelle case la Veglia così come consegnata ai neocatecumeni fin dalla notte dei tempi e che mai hanno modificato di una virgola. Che hanno sempre difeso a spada tratta e col coltello fra i denti da ogni divieto o possibile correzione.
Ma sì, diciamoci la verità! Negli ultimi anni non se ne poteva proprio più con i continui interventi della Chiesa, in varie Diocesi, sempre più diffusi.
E una volta attaccavano il Giovedì Santo, una volta il Venerdì, la Veglia sempre, e loro lì a doversi difendere ogni volta. Una battaglia continua ed estenuante. Ed ogni anno si rischiava di perdere un pezzo per strada.
Invece ora, finalmente, grazie al coronavirus, nelle case potranno fare il cavolo che vogliono e lo considereranno pure come precetto adempiuto.
Onde per cui Kiko allega un’antica lettera del 1972 sulla Pasqua, per rinverdire lo spirito originario (tutto resta immutabile in secula seculorum) con cui va tassativamente celebrata. Ha anche diramato insieme le debite disposizioni puntuali per tutto il Triduo Pasquale in salsa neocatecumenale, in perfetto stile kikiano/carmeniano.

Cosa desiderare di più dalla vita?

Merita però una nota speciale questo singolare passaggio, tratto dal documento "Orientazioni liturgiche", le kikiane disposizioni sulla Santa Veglia (pagina 22)

Guardate con i vostri stessi occhi
c’è tanto di timbro e marchio della Premiata Ditta:
“Qui si fanno solo gli affari nostri”

Questa volta non se la caveranno gridando:
“fake news – fake news”

QUESTO IL TESTO:
* Se i Vescovi (o i Parroci) danno la possibilità di ricevere la comunione sacramentale (portata precedentemente da un ministro straordinario), dopo il Padre nostro si canta o si recita l’Agnello di Dio, poi il capofamiglia distribuisce la comunione dicendo ad ognuno:
- Il Corpo di Cristo
Portata precedentemente? Quanto tempo prima? Quando saranno state consacrate le sacre specie da asporto? (chiamiamole così) Siamo sicuri che non portino dei bei pani azzimi in teli di lino, pronti per essere consumati nelle famiglie, proprio come fossero pizze da asporto? Per quanto tempo sosteranno nelle loro case, prima di essere consumate alla fine della lunga Veglia? Il Sabato Santo prima della Veglia nessun Sacerdote può consacrare. L’ultima Messa è stata quella in Coena Domini del Giovedì Santo. Chi saranno i riders designati per la consegna a domicilio? Quanto tempo prima la faranno?
Allora io non oso neanche immaginare dietro questa postilla * cosa può mai celarsi.
Quali consegne sotterranee, quali perverse indicazioni segrete. Penso solo a tutte le parrocchie con parroci neocatecumenali, del tutto sottomessi al volere dei fantasiosi kikatechisti, unite alla prassi di cui sono testimone di arricchire della "interpretazione autentica" fornita a voce le consegne scritte.
Quali disposizioni avranno ricevuto in proposito da Kiko per trasmissione orale?
Di consacrare tanti pani azzimi quanti ne servono, uno per famiglia (sembra la trasposizione del racconto di una pasqua ebraica in piena regola), che poi il padre distribuirà dopo averlo frazionato ripetendo il gesto della Pasqua (con quale permesso?) o glielo manderanno già frazionato (non credo proprio) con tutte le inevitabili briciole?
Magari per questa volta si accontenteranno delle ostie, tante quanti saranno i partecipanti per famiglia? In ogni caso dovranno arrivare nelle casa con anticipo (di quante pissidi è dotata una Parrocchia media?) custodite come? Lasciandole lì, in custodia loro, fino al momento della consumazione?
Si aprono varchi pericolosi, illegittimi, in uno scenario orripilante e di riduzione del Santissimo Sacramento a "pizza da asporto".
Un “ministro straordinario” in tutta autonomia che andrebbe dispensando per le case la comunione sacramentale senza distribuirla egli stesso a ciascuno nel contesto di un piccolo rito fatto proprio per i malati e gli anziani, i soli che possono ricevere a casa la comunione. Questa roba da disinvolti maneggioni del sacramento (sia pure con la scusa dell'epidemia) suona davvero sacrilega e indegna.

I kikos si atteggiano ad eletti anche in questo. Chi cristiano della domenica avrebbe mai osato pretendere tanto? Anche solo ipotizzarlo sarebbe assurdo.
Ritengo che andrebbe in ogni caso informato anche il Governatore della Campania V. De Luca, per vedere cosa ne pensa di questa ennesima genialata furbetta dei capi del Cammino: girare casa per casa portando il pane eucaristico come fosse una pizza da asporto (e ci chiediamo anche se i riders neocatecumenali tratteranno anche il "beveraggio": tra le comunità del Cammino c'è sempre chi vuole strafare).

Piccola notazione curiosa: se cercate nell'Annuncio di Kiko la parola Croce non avrete riscontro. Provate a mettere la parolina IBAN e, voilà, appare magicamente. Perché, neanche a dirlo, stanno a secco, hanno bisogno di aiuto economico per loro con la scusa delle tante famiglie in missione che da loro non hanno mai ricevuto il becco di un quattrino (ossia, se non provvede la loro comunità stanno fresche!), come sempre; non per l’emergenza umana e sanitaria di cui al caro Kiko non frega niente e che considera solo un inconveniente passeggero, un accidente, un inciampo sul suo cammino.

Le sue infinite scorribande sono state stoppate di colpo dal coronavirus. Ma per Kiko “non c’è più parola”, come avveniva per i falsi profeti; la profezia, il suo mestiere di sempre, è cessata. Non sa leggere la storia, non ne è più capace? O forse non gli conviene. Poiché inequivocabile è il linguaggio di Dio e chiaro, neanche Kiko, da grande equilibrista, può farci nulla!
Dovrebbe provare a spiegarci, e spiegare per primo a se stesso, come mai - visto che è Dio stesso che lo ispira in tutto quello che dice, che fa e che programma - il Signore ha mandato all’aria in un soffio tutta la sua fitta agenda di appuntamenti comunicata nel dettaglio all’annuncio di Kikuaresima di quest'anno, tutto l’enorme lavoro per l’evangelizzazione/volontà/di/dio che lo aspettava nel 2020, ottuagenario infaticabile che spende senza risparmio la sua vita per/amore/dei/fratelli blablabla.

Kiko si interroga sulla sua morte
e Kiko si risponde da solo, 
da falso profeta.
Non sa neanche che:
“l’uomo propone e Dio dispone”
Perché mai il Signore ha permesso tutto questo assurdo macello? Perché non gli importa niente che vada all’aria tutto il kikiano super-attivismo? Come può tollerare di vederlo sepolto vivo a Madrid con tutto quello che aveva da fare? Perché assiste senza intervenire alla totale disgregazione di tutte le comunità nel mondo che non possono più riunirsi in ogni parte, né andare ad ascoltarlo, né ricevere i catechisti per gli scrutini, né celebrare l’eucarestia? Non potranno neanche usare più l'irrinunciabile coppa, alla quale credo fermamente che non berranno mai più dopo quanto è successo per “volontà di Dio”. Eppure Carmen diceva “Se ci tolgono l’eucarestia il cammino muore!” (AMEN, aggiungo io. Finalmente è giunta l’ora!), e giustificava così tutte le sue aggressioni violente in Vaticano.
E tutto questo è Dio stesso che lo ha fatto, è indubbio (questa la loro predicazione di sempre, avulsa dalla religiosità naturale)! Senza intervento di Papa, Cardinale o Vescovo o anche nonostante l’appoggio incondizionato di tanti di loro. Dio lo ha fatto, Dio stesso ha steso la Sua mano. E mentre Kiko se ne stava tranquillo, pensando di avere tutto sotto controllo, la rovina gli è piombata addosso improvvisa, per una via sconosciuta e inimmaginabile. E non c’è nulla da fare, non ci sono strategie da mettere in campo, astuzie, menzogne studiate ad arte per salvare, in questo caso, non solo il "buon nome del cammino" ma la sua stessa sopravvivenza; messa in discussione da oggi in poi da uno tsunami violento e imprevedibile, piombatogli addosso improvviso.

Kiko dice: “In mezzo alla tenebra in cui si trova la nostra società (appare evidente che nella tenebra più fitta brancola lui), abbiamo più che mai bisogno della Veglia Pasquale, che viene a riempire di speranza la nostra esistenza”. La grazia più grande: avere una comunità. Sapere che la nostra fine è gloriosa nel cielo, piena di felicità. La famosa “salvezza a grappoli”, secondo cui uno si salva automaticamente se la sua comunità fa bene il Cammino.
Ma Dio ci ha messi ciascuno al Suo cospetto senza intermediari, senza alibi "comunitari".

Uno che parla come Kiko è più fuori di un balcone, fuori dalla grazia di Dio in primis, ma proprio fuori di testa. Nell’attuale contingenza si misura il grado di alienazione ormai irreversibile in cui è rovinosamente piombato, quella stessa in cui sta trascinando con sé tutti coloro che hanno riposto in lui fiducia e ogni loro speranza.
“La grazia più grande: avere una comunità. Le nostre comunità salveranno il mondo e questa generazione.”
Il coronavirus ha posto un alt imperioso proprio a tutte le forme aggregative.
Perché Kiko non dice neanche una parola su questo? Cosa Dio gli sta dicendo, a lui personalmente, con questi fatti? Ci salviamo a grappoli? “Essere UNO”? La comunità che è il fulcro di tutto il Cammino, salvezza del mondo (nientemeno!) e di questa generazione (addirittura!), Dio l’ha disgregata (cioè non ha impedito il coronavirus), l'ha frantumata con tutti i suoi rituali e i suoi raduni, convivenze, passaggi, celebrazioni, eucaristie in disobbedienza alla Chiesa, con pani azzimi spezzati e distribuiti da chi capita e la coppa gigante a cui tutti si abbeverano, prendendola dal ministrante tra le loro mani. Il coronavirus pare fatto apposta per disintegrare tutto questo “in un istante, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba”. Ossia, ci siamo coricati che il mondo era in un modo e il mattino dopo nulla più è stato uguale. Il Cammino ha cessato di esistere così come lo conosciamo, quasi per incanto. Chi lo poteva immaginare? Chi poteva mai prevedere una simile sciagura piombare così improvvisa? Come la notte dell’esodo, del mare che si apre e salva il popolo e sommerge il faraone e il suo esercito spazzandoli via per sempre, travolti tutti a causa dalla smisurata superbia e arroganza di uno solo, per la sua testarda ostinazione nel continuare ad opporsi a una volontà di Dio tante volte e in tante forme a lui chiaramente manifestata, convinto che la sua forza fosse unica regola alla giustizia. Chi ci farà cadere? Chi ci farà vacillare? Chi ci priverà del nostro bene? Anima mia, riposa e godi dei tuoi beni che tieni al sicuro!

Ma neanche questa ultima lezione gli è bastata. Lo diciamo con tremore. Dalla lettera di Pasqua ne abbiamo conferma: piuttosto, come avvenuto per il faraone, il suo cuore si indurisce ogni volta di più: Kiko non è sincero. Siamo certi che Kiko non è affatto felice in questo tempo. A chi vuol darla a bere? Finge di sicuro. Parla tanto di felicità perché felice non lo è per niente. Ostenta sicurezza per tenere strette le fila. Chi lo seguirebbe più tra gli adepti, che in tanti gli obbediscono sol perché trovano la loro sicurezza nel cammino? Se anche questa venisse meno, tanti fuggirebbero a gambe levate, in troppi sopportano già da molto tempo.
Kiko è sconvolto in questo tempo, altro che!
Imperatore che vede il suo regno cadere a pezzi. Da ogni parte arrivano a Kiko notizie catastrofiche: focolai di pandemia scatenati dai "riti mistici" kikiani-carmeniani, interi seminari Redemkikos Mater infettati, tanti fratelli e presbiteri che muoiono un po' dappertutto mentre i pretoriani di Kiko, tutti vecchi come lui e già malridotti in salute perché non si sono rifugiati per tempo in un bunker blindato come lui... e Kiko il vigliacco, cosa ha fatto? È scappato così rapidamente che neanche si sa dove sia andato a rintanarsi. Un esercito in disfatta, i fratelli - sempre vigilati per 50 anni e tenuti nel recinto sicuro delle loro comunità chiuse che mai si sciolgono nella Chiesa, obbedienti ai cosiddetti “catechisti” e allineati e coperti anche dopo finito il cammino come sappiamo bene - ora sono tutti dispersi e fuori controllo, poiché non possono più riunirsi né in molti né in pochi, ognuno sta nella sua casa. Il Signore ha distrutto la comunità neocatecumenale, riducendo tutti a monaci di clausura agli arresti domiciliari.
E ancora, cosa farà mai Kiko senza tutti i suoi impegni?
Credo che sia in piena crisi di astinenza: senza assemblea, senza popolo osannante, senza microfono e senza leggio, senza chitarra, orchestre e viaggi continui. Senza arte né parte più, e tutto questo da un giorno all’altro, dalla sera alla mattina.
Quanto è falsa le lettera di Kiko, la sua felicità! Credo che Kiko sia un disperato in questo tempo. La sua missiva asettica e fasulla lo dimostra. Non una parola per i morti, non una parola per chi soffre, con il suo “che bello arriva la Pasqua 2020, in questa circostanza eccezionale sarà meravigliosa” è solo stonato e fuori luogo; non trovo un solo aggettivo per definire il falso storico che è Kiko Argüello.
Guardate i piedi e le mani,
un bambino farebbe meglio.
Sciatteria e imperizia!
Arte zero: ispira angoscia.
Non gli riesce proprio quest’anno 2020 di fare un “annuncio” roboante come negli anni scorsi.

Cosa Dio vuole dirci con il coronavirus? Illuminaci Kiko. Insegnaci tu, come sempre fai. Rispondi: Cosa Dio dice a te con questo evento? Non è forse questa la domanda cruciale in tutti gli scrutini che infliggi agli altri?

Kiko, invece, deformando tutto, trasforma la totale disfatta in una legittimazione più forte delle sue piccole comunità, da lui autorizzate (cioè obbligate) a celebrare ora autonomamente la chiassata kikiana-carmeniana nelle case (ci saranno anche le grattugiate di chitarrella notturne? cosa diranno i vicini di casa e il condominio?); nasce la vera chiesa, mentre il Signore di fatto le ha già disgregate. Poiché tutto quello che le caratterizzava è divenuto impossibile da praticare.

Ma Kiko insiste ossessivamente sul celebrare nel loro modo esclusivo e chiuso ad ogni costo ancora in questa situazione dando delle indicazioni apparentemente precise ma ambigue ed aperte a stranezze e sacrilegi, discutibili e pericolose per la comunione ecclesiale, ancora una volta come sempre.
Non a caso ha scelto il datato annuncio del 1972. Così tenta di mettere i fratelli in salamoia immergendoli nelle nostalgie del passato.

In esso leggiamo:
“Vorrei innanzitutto mettervi in guardia da alcuni pericoli che corriamo riguardo alle feste pasquali, dato che non dobbiamo dimenticare in nessun momento che ancora siamo dei neocatecumeni in cammino verso le acque della nostra rigenerazione, e neocatecumeni tanto all’inizio da avere subito bisogno costante di guida, consiglio e catechesi, perché la nostra ignoranza ancora è grande.”
Dobbiamo aiutarvi perché siete giovani di cammino, vi manca per finire il percorso battesimale e avete bisogno che vi diciamo noi cosa è la pasqua e come celebrarla. Una domanda sorge legittima: siamo nel lontano 1972, ma cosa è cambiato dopo 50 anni? Kiko oggi, senza neanche menzionare il coronavirus, dice che vale come indicazione quanto lì scritto, ossia egli continua a trattare i suoi adepti come studentelli alle prime armi, eterni bambini, stupidelli erano, stupidi sono rimasti senza rimedio.

È detto che sono disposizioni per coloro che sono catecumeni e non fedeli “che hanno bisogno di essere guidati, di ricevere catechesi costanti”. Allora è evidente che per Kiko catecumeni o neofiti o fedeli adulti nel cammino è tutto lo stesso, non cambia nulla; si è sempre sotto i precettori, sempre sotto i cosiddetti “catechisti”. Quello che fu detto all’epoca, oggi non è cambiato di una virgola. Statuti o non Statuti, correzioni o non correzioni, richiami o non richiami. Questa la verità. Aggiungiamo anche: coronavirus o non coronavirus.

Ma questo lo avevamo capito da molto tempo.
Le cose vere e intoccabili per Kiko e Carmen restano tali ancora oggi per Kiko all’epoca del Covid-19.
Quanto inopportuna è questa vecchia catechesi!

Alla prima pagina già ironizza sulla “teatralizzazione esterna dei fatti” che ha caratterizzato, a suo dire, “una religione ciclica di eterno ritorno… in un ciclo ininterrotto di anni”. E noi, dopo 50 anni, possiamo chiederci: perbacco! Ma proprio lui parla? Ma si è almeno riletto? Sembra infatti che parli di se stesso? Che ipocrita! Proprio lui che ha ridotto tutto a uno squallido teatrino, identico da cinquant'anni, nel suo cammino auto-celebrativo fatto di ritualismi vuoti e imbecilli che si ripetono sempre uguali nel "ciclo ininterrotto" degli anni e dalla cui fedele osservanza nel cammino dipende tutto. Instillando terribili sensi di colpa negli adepti che non eseguono con puntigliosità.

La Pasqua non è la Veglia Neocatecumenale celebrata secondo il rigido schema rituale dato dai kikatechisti, ma è un passaggio di Dio oggi nella tua storia concreta, non è mera commemorazione di un fatto del passato. Parola di Kiko! Che poi di questo nostro oggi non spiega un bel niente, eppure è il suo mestiere! Dal momento che é tutto molto chiaro, ha capito che è meglio se tace. Spera col silenzio che passi presto la nottata e lui possa risorgere dalle ceneri, come l’araba fenice. Kiko è un gran furbacchione e fa finta di niente. Furbo sì, ma non stupido.

Tanto per darsi delle arie Kiko ritorna, con la sua vecchia lettera per la Pasqua, all’antico amore: "la chiesa resto" che sarà perseguitata e non capita. Dice di essere lui questo resto con le sue piccole comunità, oggi annientate dal coronavirus.

Sono passati 50 anni, ma assume un senso speciale rivolgersi in quest’oggi a tutti i fratelli con una lettera delle origini scritta per chi ha appena intrapreso il cammino neocatecumenale.
Per un itinerario di formazione che ha un inizio e una fine, che è dinamico, che prevede una meta, un unico e autentico schianto, un vero e totale fallimento.

martedì 25 luglio 2017

È lecita una "Liturgia domestica"? No!

La diffusione dell'Autoannuncio di Pasqua 2017 ci dà modo di riflettere un secondo su una pratica comune del Cammino, ovvero la "liturgia domestica", che, stando a Sankiko, nel prossimo futuro abbraccerà anche la Liturgia Eucaristica, quando il Cammino si trasferirà nelle case (sì, come no).

Possiamo notare innanzitutto che se cerchiamo su Google le parole "liturgia+domestica" e "chiesa+domestica", vengono fuori solo concetti protestanti (esiste una voce in Wikipedia che si riferisce all'abitudine squisitamente protestante di riunirsi in casa in gruppi per pregare, al di fuori del luogo sacro) e pagine storiche riferite ai primi tre secoli del cristianesimo. La locuzione a volte impiegata da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI per descrivere la famiglia cristiana cattolica non si riferisce alle abitudini kikiane.

Nel cammino, a partire dal II scrutinio in poi, diventerà prassi comune "fare" liturgie domestiche, una volta al mese in gruppi per "celebrare" un salmo, un tema del Credo, una petizione del Padre Nostro e così via, e tutte le domeniche con la propria famiglia nel rito delle lodi a Kiko. La liturgia domestica kika comprende addobbare una tavola in modo elegante, in bianco, con un cero al centro, fiori, leggio, una croce o icona e nel caso della recita delle lodi anche l'esecuzione di canti e risonanze dopo la lettura di un vangelo.
La liturgia kikiana è aperta da una benedizione iniziale del capogruppo o del capo-famiglia e invocazione allo spirito, comprende letture, risonanze e preghiere, scambio di pace e benedizione finale (e "agape" dopo la celebrazione). E' un atto liturgico, a tutti gli effetti, che segue lo schema di una liturgia della parola.

Ad oggi sembra che Kiko voglia far diventare prassi comune la "Messa in casa" fra le sue comunità, come - per sua stessa ammissione - avviene in Giappone e in Russia e, aggiungiamo noi, anche nelle case delle "missio ad gentes" kikianas, benché in quest'ultimo caso, sempre secondo la parola di Kiko, siano i Vescovi a invitare queste famiglie: se le invita, che bisogno hanno di nascondersi in casa? O Kiko mente, o inganna i Vescovi.

La Messa in casa è permessa dal canone 932 §1 del Codice di Diritto Canonico solo «in un caso particolare di necessità»:
Can. 932 - §1. La celebrazione eucaristica venga compiuta nel luogo sacro, a meno che in un caso particolare la necessità non richieda altro; nel qual caso la celebrazione deve essere compiuta in un luogo decoroso.
§2. Il sacrificio eucaristico si deve compiere sopra un altare dedicato o benedetto; fuori del luogo sacro può essere usato un tavolo adatto, purché sempre ricoperto di una tovaglia e del corporale.
i casi di necessità possono essere solamente:
  • la presenza di un infermo
  • eccezioni particolari per un motivo pastorale specifico (es. una messa in famiglia di un defunto)
  • pericolo di vita per i partecipanti alla Messa
  • Messa abituale per gruppi famigliari che comprendano anche un infermo
In tutti gli altri casi, si tratterebbe di modelli pensati per un'élite; lo spiega bene il liturgista don Silvano Sirboni:
2) MODELLI PER “ELETTI”
«Il motivo potrebbe essere invece (cosa che giudicherei negativamente) dato da una sorta di rifugio nel privato… intendo dire che una certa prospettiva di fede oggi tende a proporre modelli di fede per piccoli gruppi, per “eletti”, per persone che vivono la loro fede in modo individualisticoperdendo così tutta la dimensione ecclesiale della liturgia, la forza dello spazio santo e dei suoi simboli …».
Queste ragioni non sono altro, sentenzia il liturgista, che «derive pericolose, soggettivistiche, personalistiche e vagamente gnosticizzanti».
La logica, sorretta dalla retta ragione, suggerisce quanto riportato da don Silvano, chiarissimo per tutti ma non per i mentalmente circoncisi neocatecumenali, che invece non solo hanno creato la propria personalissima liturgia separata da quella di tutta la Chiesa e la celebrano con spirito da "eletti", perdendo la dimensione ecclesiale, in salette prive della forza tipica dello spazio santo, ora addirittura illecitamente nelle case (senza una vera e seria motivazione) e in piena disobbedienza ai propri Vescovi, legittimi pastori del popolo di Dio: se il Vescovo ti chiede di smetterla con le celebrazioni speciali per eletti e tu continui a farle nelle case, come ti giudicherà Dio? Cosa ti dirà Gesù Cristo che istituì quell'autorità in persona?
Basta! Come forse ANCHE NOI DOVREMO ANDARE VIA DALLE PARROCCHIE. Andremo ai pagani (…) Come in Giappone che stiamo vivendo nelle case.
(Kiko Argüello, Annuncio di Pasqua 2017)
Ci pensino i neocatecumenali, aprano gli occhi e si accorgano che stanno seguendo uno gnostico scismatico ed eretico!