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giovedì 6 luglio 2023

Madame, figlia del Cammino: "un ambiente difficile"

«Ho frequentato per qualche anno una comunità neocatecumenale: erano belle canzoni, il fondatore è spagnolo e ha riarrangiato tutti i salmi con ritmi latini… Sono dei canti incredibili, voglio sposare qualcuno, stonato, che me li canti mentre vado all’altare».

Hanno fatto il giro di tutte le testate digitali le dichiarazioni che Madame, alias di Francesca Calearo, ventunenne rapper vicentina nota soprattutto per la sua partecipazione a due edizioni del Festival di Sanremo  durante un intervista sul podcast Tintoria, al punto tale da far sbocciare titoli come  «Ma chi ca**o sono i neocatecumenali, e perché  per Madame sono un "ambiente difficile"?»

Riportiamo perciò, sicuri di fare cosa gradita ai nostri lettori neocatecumenali e non, la trascrizione della parte dell'intervista della giovane rapper italiana strettamente attinente proprio alla sua esperienza  del Cammino neocatecumenale.


Intervistatore: «Ci hanno detto che sei in fissa con i canti Neocatecumenali...perchè? Da dove nasce?»

Madame: «Io ho frequentato... diciamo i miei mi hanno portato per qualche anno in comunità neocatecumenale... e c'erano delle belle canzoni. Il fondatore di questa comunità è spagnolo e ha praticamente riarrangiato tutti i salmi con questi ritmi latini... ecco, non immaginarti Julio Iglesias...»

Intervistatore: «Mi sa che ci ha anche un nome buffo questo fondatore» Madame: «Chi? Kiko?» Intervistatore:  «Kiko! Eh, infatti, mi ricordavo un nome... che tu pensi, un profeta "Kiko"..

Madame:  «Cioè, tipo, c'è  questo canto pazzesco... infatti se mai mi sposerò, vorrei che il mio sposo mi cantasse questo "Vieni dal Libano" si chiama, lo canta lo sposo mentre la sposa si avvicina all'altare». Intervistatore: «Ti serve uno sposo che sappia cantare»; Madame: «Io odio i cantanti, più sono stonati più mi eccito»; Intervistatore: «Però puoi trovare un civile, un babbano intonato»; Madame: «Non ha la stessa fragranza... ».

Come il kerigma di Kiko colpisce i giovani

Intervistatore: «I tuoi, perché ti hanno portato? Ne sono parte?» Madame: «Adesso non lo so... penso di no... li avevano invitati a queste catechesi e allora hanno detto: "Beh, proviamo" e hanno portato dentro anche me».

Intervistatore:  «Come ti sei trovata, a parte le canzoni? Le canzoni belle, la catechesi no?»

Madame:  «Mi trovi un po' in difficoltà, perché da una parte ci sono persone che ne fanno parte a cui voglio bene e che non vorrei deludere, dall'altra parte il resto del mondo. E quindi sono un po' tirata da una parte e dall'altra, come l'uomo vitruviano.

Però allora ti direi: le comunità, le sette, sono ambienti difficili, cioè  sono ambienti in cui devi avere una buona consapevolezza di quello che stai facendo in generale, perché  poi ci sono sempre persone che magari sfruttano questo potere che hanno anche per farti del male... anche ingenuamente, volendo fare del bene, ti dicono le cose sbagliate e ti fanno del male. Anche perché, come tutte le cose, sono in mano agli uomini, e gli uomini sbagliano.

Però diciamo che la cosa positiva è che c'è  un forte senso di appartenenza, un forte senso di... son tutti lì, tutti che credono in una stessa cosa... è  forte come situazione. E poi hai sempre gli stessi "fratelli", si chiamano così, gli stessi sono lì, giri - calchi - bevi il vino - mangi il pane - reciti le preghiere - fai le convivenze - fai un sacco di cose divertenti... però  sì, sono scappata.

Soprattutto  a 16, 17 anni ti guardi intorno e ti dici: chi me lo fa fare... se vado fuori mi devo drogare, e poi da lì...

La cosa effettivamente negativa è che tutto quello che c'è al di fuori è  visto come cattivo... ma ca(volo)... fuori il mondo anche se è  cattivo è meraviglioso.»

lunedì 3 luglio 2023

Quando la fede in Dio viene confusa con la fede in Kiko

Gli sposi neocat fanno un "rito"
della "velatio" [sic]
sotto il "tallit" ebraico...
Una "figlia del Cammino" [sic!] ci scrive:
Io sono figlia del cammino di quegli anni. E non sono così. Non mi sento migliore di nessuno, ma affronto la vita in modo totalmente diverso da chi non è in cnc e non ci è mai stato. E ritengo che è vero che la famiglia è il primo luogo di diffusione della fede, prima ancora della parrocchia. Se veramente apri il cuore, il cammino cambia l’anima e lascia che tu veda IL BENE dappertutto . Non chiamerei proselitismo, ma desiderio di condividere e rendere felici anche gli altri.

Io vorrei che tutti potessero essere felici come lo sono io anche di fronte all’esperienza della morte di un giovane padre, che si potesse giudicare meno, amando di più…a me questo lo ha donato la conoscenza di dio NEI MODI IN CUI IL CNC LO INSEGNA!
ci sono nata in cammino. Ho avuto una didascala, ho avuto genitori che mi hanno portato a forza all’eucarestia…. E OGGI LI RINGRAZIO PER I FRUTTI CHE QUESTO HA PRODOTTO!
Commentiamo qui sotto tali affermazioni una per una, anche se i lettori di questo blog hanno già notato che le cosiddette "testimonianze" dei neocatecumenali sono tutte uguali, tutte fatte con lo stesso stampino, tutte a ripetere gli stessi slogan, tutte a commettere gli stessi errori nella stessa confusione.

1. «Sono figlia del Cammino».

Lo dice con orgoglio, come se la Chiesa avesse fallito la sua missione e il Cammino fosse stato il rimedio. Ma questa è esattamente la mentalità neocatecumenale: sentirsi "migliori" della Chiesa, sentirsi "soluzione ai problemi della Chiesa", sentirsi di fatto "la vera Chiesa".

Il pesce puzza dalla testa: è stato Kiko a lamentarsi davanti a Benedetto XVI che "le istituzioni non capiscono di aver bisogno dei carismi", cioè che i vescovi (le istituzioni) non capiscono (cioè sono stupidi, in quanto non neocatecumenali) di aver bisogno dei carismi del Cammino (a cominciare dal "carisma" di pagare le Decime a Kiko, che infatti vuole che le parrocchie diventino "comunità di comunità" di Paganti Decima). La superbia neocatecumenale è strettamente correlata alla superbia degli autonominati "iniziatori" del Cammino.


2. «Sono figlia del Cammino di quegli anni».

Nel contesto si riferisce a quei formidabili anni Ottanta in cui il Cammino inventò il titolo nobiliare di "didàscali", assegnato ai membri della setta incaricati di insegnare ai figli dei neocatecumenali i princìpi generali del kikismo-carmenismo.


3. «Non mi sento migliore di nessuno».

Chi si scusa, si accusa.

Purtroppo il neocatecumenalismo è tutto un sentirsi migliori dei "cristiani della domenica", dei "religiosi naturali", di chi "non capisce il Cammino", di chi visita la "cognata malata" anziché andare alla convivenza di Kiko, eccetera.

Notare come nel presentarsi ha parlato non della sua unione con Dio, ma della sua fedeltà al Cammino.


4. «Affronto la vita in modo totalmente diverso da chi non è in cnc e non ci è mai stato».

Nel Cammino la crescita spirituale personale cede il passo a questa psicologia da quattro soldi riguardo all'affrontare la vita "in modo diverso". Col sottinteso che chi non ha fatto il Cammino affronterà la vita in modo "normale", cioè sbagliato, perché bisogna affrontarla "in modo diverso", cioè neocatecumenale. Superbia tipica degli adepti di Kiko.

Notiamo che anche negli altri movimenti ecclesiali si usano talvolta espressioni come "qui ho imparato ad affrontare la vita in modo diverso", ma solo per dire immediatamente dopo che tale diversità di approccio è consistita nell'affidarsi di più al Signore e alla Sua Chiesa.

Invece i kikolatri parlano della "diversità" solo in termini di "prima, quando ero fuori dal Cammino... ora, invece, nel Cammino...", cioè tutto riguarda il Cammino, il Cammino è sempre al centro della vita dei "camminanti", se proprio si menzionano Dio o la fede è solo per lodare il Cammino. Per loro il Cammino è Dio, ed infatti il pesce puzza dalla testa: è stato Kiko stesso a dire che "Dio è Parola, Liturgia, Comunità", dopo aver detto che "il Cammino è Parola, Liturgia, Comunità".

Cioè Kiko ha detto che il Cammino è Dio. Ed ha anche insinuato che Carmen sarebbe lo Spirito Santo - tant'è che ricordando che fu scacciata dalle suore Misioneras Kiko commentava: "lo Spirito Santo ha lasciato quell'istituto". Per di più, nei dipinti di Kiko, il Redentore è rappresentato con le fattezze di Kiko. Chiaro il messaggio? La Trinità, nel Cammino, non è Padre, Figlio e Spirito Santo, ma è Cammino-Kiko-Carmen.



Figli del Cammino: in piedi davanti al Santissimo,
in ginocchio davanti a Kiko e Carmen

5. «Ritengo che è vero che la famiglia è il primo luogo di diffusione della fede, prima ancora della parrocchia».

Questa è la tipica tattica neocatecumenale del difendersi da accuse che nessuno aveva posto, generalmente col malizioso scopo di far credere che gli interlocutori avrebbero pronunciato scempiaggini.

Qui nessuno ha detto che la parrocchia è più importante della famiglia.

Ma i neocatecumenali considerano la parrocchia uno sbaglio da correggere. Non potendo dire a chiare lettere che vogliono colonizzare le parrocchie e sfrattarne tutti i parrocchiani che non aderiscono al Cammino, adoperano queste acrobazie verbali per fingere che nel Cammino le cose siano viste in modo giusto e che la parrocchia non neocatecumenalizzata vada accusata di tutti i mali del mondo.


6. «Se veramente apri il cuore, il cammino cambia l’anima e lascia che tu veda IL BENE dappertutto».

Questa è un'emerita panzana.

Nel Cammino si viene infatti addestrati a vedere IL MALE dappertutto. Fuori dal Cammino ci "deve" essere solo perdizione, inferno, morte, odio, eccetera. E dentro il Cammino "devono volare le sedie", devi vedere tuo marito o i tuoi figli come "il tuo nemico", "la tua croce", robacce di questo genere.

Se veramente gli apri il cuore, il Cammino ti cambia l'anima in peggio. Ti instilla una mentalità cupa e funerea - ben rispecchiata da quei canti, come l'orrendo Risuscitò che sembra più un lamento funebre da depressi atei che un canto gioioso sulla Resurrezione, o come quei chiassosi canti in tono calante a grattugiata di chitarrella ndrùng-ndrùng-ndrùng, battimani e tamburelli, "cavallo e cavaliereeee!", "la shekinà del Signoreeee", intesi a "far caciara", a simulare "allegria", cioè a non far notare quella mentalità cupa e funerea.


7. «Non chiamerei proselitismo, ma desiderio di condividere e rendere felici anche gli altri».

Purtroppo va chiamato "proselitismo", perché lo scopo della cosiddetta "evangelizzazione" del Cammino è solo quella di procurare nuovi adepti alla setta, che a partire dal famigerato Secondo Scrutinio dovranno pagare la Decima al Cammino, cioè pagare il 10% di tutti i propri incassi, e questa tangente dovranno pagarla vita natural durante ogni mese finché vivranno, senza alcuna rendicontazione, senza alcuna possibilità di influire positivamente sulla destinazione d'uso di quei soldi. (Nel Cammino non puoi donare dei soldi dicendo "vorrei fossero usati per i poveri - per la vita consacrata - ecc.", perché ti chiamerebbero superbo e attaccato a mammona; nel Cammino il tuo compito principale è di «mollare il malloppo»).

Sono più di vent'anni che il Cammino ha smesso di crescere, e la decrescita avanza sempre più tumultuosa: intere famiglie lasciano il Cammino, le comunità vengono soppresse o accorpate, per una comunità che si forma quattro spariscono, e la faccenda delle Decime e delle «scarnificazioni delle coscienze» è diventata nota anche ai non addetti ai lavori.

Al Cammino non interessa farti "condividere" o renderti "felice", altrimenti ti avrebbe facilitato l'accesso agli immensi tesori spirituali della Chiesa - i sacramenti, la dottrina, e anche l'arte sacra, la liturgia tradizionale, vita e scritti dei santi, ecc.

Al Cammino interessa invece farti "condividere ma solo nella comunità", interessa renderti "allegra" - cioè una finzione di felicità mediante caciara, tamburelli, girotondini imbecilli, esibizione di gadget kikizzati. Soprattutto, al Cammino - cioè ai suoi capicosca magna-magna - interessano i tuoi soldi, "devi fare un'offerta che ti faccia sanguinare il cuore", "devi provarti con mammona", "devi farti un tesoro in cielo" mediante versamenti in terra su cui non puoi nemmeno indicare suggerimenti...


8. «Vorrei che tutti potessero essere felici come lo sono io anche di fronte all'esperienza della morte di un giovane padre».

Solo i supercattivi dei fumetti sono felici della morte altrui.

Chiariamo i termini.

La felicità vera è quella che potremo avere solo in paradiso, in totale ed eterna comunione col Signore.

La felicità terrena coincide dunque con la santità.

I momenti di felicità che talvolta viviamo, sono qualcosa di passeggero, sono solo momenti di entusiasmo, di allegria, di "adrenalina a mille".

Davanti alla morte non si è mai felici. Al massimo, si è lieti o sereni, qualora vi siano buone ragioni per esserlo. Quando una persona cara muore, o un innocente muore, per un qualsiasi motivo, noi cattolici possiamo al massimo vivere una letizia, una serenità, qualora il soggetto sia stato ragionevolmente in grazia di Dio. Ma il dolore umano e genuino che proviamo per la scomparsa di un caro o di un innocente non costituisce felicità.

E soprattutto, l'inscenare allegria, il fingersi chiassosi, su di giri, scatenati, sorridenti a forza, è un modo ipocrita di nascondere la propria infelicità e la propria assenza di speranza.

Nei funerali neocatecumenali accade tipicamente di fare il balletto-girotondo attorno alla bara, chiassosi e festanti. È il massimo segno di cupezza e depressione il doversi fingere allegri per compiacere la propria setta. Nostro Signore pianse per la morte di Lazzaro, non fu né "felice" né "allegro" pur avendo il potere di rianimarlo (e infatti lo rianimò e gli ridiede la vita, ma comunque era rimasto commosso - non "allegro", non "felice" - di fronte a quella morte).

Nella setta neocatecumenale, per motivi organizzativi, occorre fingere allegria anche di fronte alla morte. Occorre fare la sceneggiata di quelli "che sembrano felici".


9. «Che si potesse giudicare meno, amando di più…»

Il Cammino ha una vera e propria ossessione riguardo al "giudicare".

Innanzitutto distinguiamo fra il legittimo "formarsi un'opinione" (che può avvenire sulla base di fatti: se vedo una colonna di fumo dietro la montagna, deduco che c'è un fuoco, o un incendio), e il peccaminoso "giudicare temerariamente" (che per definizione avviene non sulla base di fatti ma di pregiudizi, con l'intenzione di infangare almeno la dignità di qualcuno).

L'ossessione del "non giudicare" è stata introdotta nel Cammino perché i cosiddetti "catechisti" - e soprattutto Kiko e Carmen - non si curavano minimamente di "dare l'esempio". Arroganti, iracondi, vendicativi, sempre inutilmente severi e furibondi, sempre avidi e superbi, cinici, sadici (Kiko che minacciava di spedire Pezzi "in missione", Pezzi che suda cubetti di ghiaccio perché non capisce se Kiko sta minacciando o scherzando), hanno dovuto inventare il trucchetto del "non giudicare!" proprio allo scopo di difendere le ipocrisie e le furbate della gerarchia neocatecumenale. (Eh, già: "non giudicate" la ferrovia sotterranea neocatecumenale per i predatori sessuali)

Il "non giudicare" dei neocatecumenali, infatti, significa "non pensare, non usare la ragione, non valutare i fatti!" Ti dicono che è basato sul Vangelo ma proprio il Vangelo ci mostra come il demonio, scegliendo accuratamente dei passi delle Scritture, tentò addirittura Nostro Signore. I capicosca del Cammino fanno proprio come il demonio delle tentazioni del deserto: scelgono accuratamente determinati passi delle Scritture per coprire le loro porcate. "Non giudicare!", tranne quando si tratta dei cosiddetti "faraoni", "giuda", "nemici del Cammino"... prima dicono "amare i propri nemici" e poi infangano coloro che ritengono essere "nemici" del Cammino...


10. «A me questo [il giudicare meno] lo ha donato la conoscenza di dio NEI MODI IN CUI IL CNC LO INSEGNA!»

Ha fatto bene a scrivere "dio" in minuscolo, perché non si tratta dell'unico vero Dio riconosciuto da noi cattolici, ma solo del "dio Kiko".

Nel Cammino esistono solo tre tipi di peccato mortale:
- il non pagare puntualmente la "Decima"
- il non partecipare alle patetiche "Convivenze"
- il "giudicare" (cioè formarsi una legittima e fondata convinzione) riguardo alle malefatte dei VIP del Cammino, e specialmente dei cosiddetti "catechisti" e di Kiko, autodefinitosi «io sono il Vostro Catechista».

Noi cattolici, invece, sappiamo che il peccato mortale è tale per tre condizioni (materia grave, piena avvertenza, deliberato consenso) e riguarda "pensieri, parole, opere e omissioni". Sappiamo anche che l'intelletto e la saggezza sono doni dello Spirito, sono talenti che non possiamo sotterrare, e Nostro Signore infatti ci invita seriamente a usarli: «Che cosa dunque è più facile, dire: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati e cammina?» (cfr. Mt 9,5).

Dunque, dalla testimonianza dell'autoproclamata "figlia del Cammino", dobbiamo dedurre che l'insegnamento del Cammino è sbagliato, perché insegna convinzioni sbagliate su Dio, comanda di «circoncidere la ragione» (cioè di smettere di usarla), confonde il legittimo formarsi convinzioni col giudizio temerario.


11. «Ci sono nata in cammino».

Condoglianze.
Sei comunque ancora in tempo per convertirti alla fede cattolica.

Ti invitiamo però a scoprire che il Cammino non è la Chiesa, non è nemmeno parte della Chiesa, non rappresenta minimamente la missione della Chiesa. Il Cammino è purtroppo una setta idolatrica, autoreferenziale, attaccatissima ai tuoi soldi, e «che di cattolico ha solo la decorazione».


12. «Ho avuto una didascala».

Notare come questa affermazione non spiega, non dà motivazioni. È solo la vanteria di aver avuto nientemenoché... una didàscala. Vanteria che nel Cammino dev'essere importante, sicuramente altisonante, "ehi tu, poveraccio, che non hai mai avuto una didàscala o un didàscalo, perciò la tua fede è di serie B, anzi, dato che non fai il Cammino, dev'essere di serie Zeta!"

"Ho avuto una didàscala". Ebbene? Lo dice neanche fosse "ho avuto un'apparizione mistica riconosciuta dalla Chiesa".

Orbene, nella Chiesa cattolica, tutti i bambini hanno avuto qualcuno in parrocchia che ha insegnato loro la fede. Tornano in mente le catechiste della parrocchia (senza virgolette, perché insegnano il Catechismo, non il kikismo-carmenismo), e la loro faticosa opera. Con tutti i loro possibili limiti, con tutte le critiche che si possono elevare, sono pur sempre quelle persone che hanno volontariamente speso un considerevole numero di ore per insegnare gli elementi essenziali della fede ai bambini, per prepararli alla prima Comunione e magari pure alla Cresima. Senza che nessun "itinerario di iniziazione" glielo comandasse. Ore che Nostro Signore terrà in conto.

E mi tornano in mente anche le catechiste che sono state letteralmente scacciate via, senza neppure un "grazie", dopo decenni di servizio in parrocchia, dopo che hanno - pur nei loro limiti - insegnato ciò che i genitori cattolici avrebbero dovuto insegnare a quei bambini, scacciate perché il parroco si è fatto neocatecumenalizzare (a suon di bustarelle anonime e in contanti, o di ricatti perché qualche kikolatra ha svelato qualche fatterello scandaloso durante una delle confessioni pubbliche del Cammino) consentendo che i kikolatri si appropriassero di tutte le attività e di tutti gli spazi della parrocchia.


13. «Ho avuto genitori che mi hanno portato a forza all’eucarestia… E OGGI LI RINGRAZIO PER I FRUTTI CHE QUESTO HA PRODOTTO!»

Questa è la parte più triste della testimonianza della "figlia del Cammino": l'essere stata obbligata a fare il Cammino.

Obbligata dai suoi genitori, convinto che l'unico modo di onorare Dio sarebbe quello di onorare il triplice vitello d'oro di categoria superiore, cioè il tripode Kiko-Carmen-Cammino.

Portata "a forza" alle celebrazioni del Cammino (quando i neocatecumenali parlano di "eucarestia" intendono le loro celebrazioni, non l'Eucarestia dei cattolici). L'hanno obbligata proprio perché non erano in grado di testimoniarle - o almeno spiegarle - l'importanza della liturgia.

L'hanno portata "a forza" alle celebrazioni kikolatriche anche per farsi notare dai cosiddetti "catechisti", come se volessero dire: ehi, noi siamo ligi ai 613 precetti kikiani, noi abbiamo «mollato il malloppo», noi abbiamo «fatto tanti figli», noi portiamo i figli «a forza» perché noi vogliamo essere kikizzatissimi.

Solitamente chi viene obbligato a partecipare, matura rapidamente un rifiuto - perché riconosce che gli aderenti alla comunità non agiscono liberamente ma sono costretti, chi da un ricatto morale, chi dalla paura di far brutta figura davanti ai cosiddetti "catechisti", chi dai propri parenti e dai propri cari (immaginate una ragazza che è costretta a partecipare altrimenti il fidanzato neocat la lascia), eccetera.


In conclusione... Come sempre, le cosiddette "testimonianze" del Cammino non testimoniano altro che il loro sentirsi superiori - "ehi, io sto nella setta e voi no, voi siete dunque inferiori! io ringrazio i miei genitori che mi hanno obbligato, e sono costretta a fingere di ringraziarli in modo da sembrare una neocatecumenale DOCG, mica come voialtri che siete dei cristiani della domenica faraoni giuda nemici del Cammino".


mercoledì 19 aprile 2023

Educare: un'arte preziosa, sconosciuta al Cammino

EDUCARE È UN'ARTE! MA DOVE SONO GLI ARTISTI ? 



DRAMMI TENUTI NASCOSTI

Nel Cammino sono frequenti, specie tra i giovani, i casi di depressione a volte assai gravi e dalle conseguenze imprevedibili.
Le cause sono tutte da ricondurre a perdita della fiducia di base, a mancanza di autostima, a sensi di colpa, ad incapacità di impegno e di progettare un futuro.
Si tratta di forme depressive così profonde che hanno portato alcuni soggetti anche al suicidio.
Naturalmente nessuno nel Cammino parla di questi casi.

Nessuno, inoltre, osa analizzare le cause che determinano queste gravi forme di depressione. La semplice idea di poter mettere in discussione anche una "virgola" del Cammino viene percepita come "attacco di Satana".

Di fronte a fatti anche gravi, che dovrebbero far riflettere su certi contenuti e su certi metodi formativi, i commenti e le espressioni, specie dei catechisti, sono di una ottusità fideistica e pseudo-mistica allarmante:
"Il Signore sta permettendo questo...; questa è la storia che sta facendo il Signore...; sono eventi che ora non ci è dato di capire...; capiremo in seguito... ecc.".

 

UNA DELIRANTE PEDAGOGIA

Ma come spiegare con un pizzico di senso critico fatti del genere ?
Nel Cammino è vero che si annuncia con forza l'amore di Dio , ma si è persuasi che per "sentire" questo amore si  debbano indurre le persone a scoprire gli aspetti peggiori di se stessi.

C'è una palese difficoltà ad educare le persone, e soprattutto i giovani, a scoprire le potenzialità, il valore, la grandezza di origine divina di ciascuno di noi.

Persino le opere di bene vengono additate come "peccato", perché con esse "in fondo in fondo ci si vuole realizzare".
Per questo nel Cammino si dice sempre che “le opere non servono perché basta la fede".
Pertanto nessun catecumeno si impegna, neppure dopo trent'anni di cammino, in opere sociali e caritative, come la visita ad anziani, agli ammalati ecc.


"REALIZZARSI”? È SEMPRE UN PECCATO!

Nel cammino il verbo "realizzarsi" assume sempre un significato negativo, in quanto Kiko ritiene che il soggetto di questo verbo sia sempre un "io" che "pensa" e che agisce per mettersi in mostra, per innalzarsi sugli altri, per "uscire dalla storia".
Eppure è universalmente ammesso da tutti i pedagogisti e gli psicologi come l'individuo cresce e matura solo nella misura in cui riesce a "realizzarsi", cioè a portare a compimento tutte le sue intime potenzialità fisiche, psichiche, intellettuali.
Ci si può "realizzare" anche facendo il bene, anzi questo è il massimo della propria maturazione umana e spirituale; in questo senso "realizzarsi" significa fare fruttificare i talenti di cui parla il Vangelo.
La gioia che deriva dal potersi "realizzare" nei termini su indicati è legittima e santa.
Quando "realizzarsi" è peccato? Quando ci si realizza attraverso mezzi moralmente non leciti, quali, ad esempio, l'inganno, la prevaricazione ecc.
Ma nel Cammino, e solo nel Cammino, “realizzarsi” è sempre sinonimo di peccato.
Se qualcuno prende iniziative non contemplate dal Cammino, come fare opera di volontariato in ospedale, viene guardato con sospetto e si fa dell'ironia nei suoi riguardi, dicendogli: "Tu, fratello mio, ti vuoi realizzare!”.

Atteggiamenti deliranti, che non hanno riscontro in nessun altro contesto della Chiesa.

Banditi dal Cammino anche i verbi "impegnarsi" e "sforzarsi", in quanto l'uomo è per natura "impossibilitato a compiere il bene" e chi ci prova lo fa solo per “edificazione personale". 



DEMOLIZIONE DELL'IO  

Nel Cammino, poi, il soggetto dei verbi che indicano scelte, responsabilità e persino azioni di vita quotidiana non è mai la persona umana, ma il Signore.

Un catecumeno non dice, ad esempio: “Io sono andato ad ascoltare le catechesi”, ma “Il Signore mi ha portato ad ascoltare le catechesi.

A poco a poco le persone diventano così come degli automi, svuotate di ogni capacità decisionale.

Facile in tale contesto, entrare in depressione. Infatti, come slegare, ad esempio, l'impegno e l’amore per lo studio dal legittimo desiderio di “realizzarsi”?

Se “realizzarsi” è un peccato, se il mondo è il "regno di Satana", se solo nel Cammino c’è la vera Chiesa, se l'impegno e lo sforzo nella vita non servono, se invece di scoprire le intime potenzialità bisogna scoprire di essere “peccatori, cacca, schifo e nullità” non rimane che chiudersi in se stessi, incupirsi, inibire ogni slancio vitale e rimettere la propria vita tutta nelle mani dei catechisti, rinunciando persino a pensare!
Ma dentro questo utero di gestazione così stretto, dopo anni di martellanti catechesi incentrate tutte sui concetti di "peccato, croce e correzione divinaè facile cadere in depressione e che qualcuno perda equilibrio mentale e senso di identità.
L'annuncio dell'amore di Dio, gridato con enfasi dai catechisti, difficilmente attecchisce nel cuore di chi ha perso e continua a perdere ciò che in psicologia si definisce “fiducia di base” e che è condizione indispensabile per ogni cambiamento in positivo.

 

UNA TESTIMONIANZA 
 
A conferma di quanto finora affermato, ecco io stralcio di una testimonianza scritta (per motivi di privacy si omettono nomi di luoghi e di persone):


“... Ho sedici anni e posso affermare di essere nata e cresciuta all'interno del Cammino neocatecumenale. La sensazione che fin dall'inizio mi è stata trasmessa è stata quella di appartenere ad un gruppo privilegiato, che mai avrei dovuto abbandonare se volevo salvarmi...!
Purtroppo ho dei brutti ricordi di infanzia riguardo alle Eucaristie del sabato sera. Infatti, essendo ancora una bambina, non riuscivo affatto a restare sveglia per tutto quel tempo e soffrivo anche fisicamente.
Una volta cresciuta, se per un sabato preferivo uscire con le mie amiche e partecipare poi alla Messa della Domenica in Parrocchia, venivo ripresa dai genitori e guardata con sospetto dai miei coetanei della comunità.

Da queste piccole cose è nata quella sensazione che persiste ancora oggi dentro di me, e cioè la mancanza di autostima e la fragilità interiore che mi rende troppo vulnerabile.
Per questo, a partire dall'età di tredici anni, ho iniziato a nutrire una certa ribellione nei confronti del Cammino, che però si scontrava con tremendi sensi di colpa, per cui mi dicevo; “Satana mi attacca! Non sono degna dell'amore di Dio. So solo peccare!”

Ed avevo appena tredici anni! A quattordici anni ho ascoltato le catechesi e a poco a poco sono entrata nell'ottica neocatecumenale, sentendomi nella “vera Chiesa”,
Ricordo con rammarico l'atteggiamento che assumevo nei confronti di una mia amica che apparteneva ad un altro gruppo parrocchiale. Le facevo da catechista, spiegandole che lì dove si trovava non avrebbe mai capito nulla del cristianesimo; lei si sentiva molto giudicata e così persi presto la sua amicizia.

Ma pian piano il mio pensiero sul Cammino è totalmente cambiato.
Ho iniziato ad osservare con tristezza certi atteggiamenti all'interno della mia comunità. Notavo, ad esempio, che i figli dei catecumeni facevano a gara per entrare nell’ammirazione degli altri, con preghiere e risonanze di questo tipo:
Signore, mettimi la mano sul capo, perché sono un peccatore! ... Anche a me la Parola ha detto questa sera che sono un egoista e un prepotente...!”.
Naturalmente erano molto condizionati e dicevano queste cose per compiacere gli adulti.
Per questo io mi rifiutavo di pregare ad alta voce e pregavo solo nell'intimità, perché mi sentivo più libera e spontanea.
Un sabato sera, durante l'Eucaristia, il sacerdote del Cammino disse che anche noi ragazzi eravamo “sepolcri imbiancati, con dentro vermi e puzza”.

Ci guardammo negli occhi con l'amica accanto, figlia di catechisti, e ci venne quasi da ridere; ma quando fui a casa e mi misi a letto cominciai a piangere di sconforto!

Ma l'evento che mi ha maggiormente sconvolta è stato quello della Convivenza per il primo passaggio. Mai esperienza è stata più sofferta di questa per me!


Per iniziare, dalla prima sera fino alla fine della convivenza, ci hanno ripetuto:
Fratello mio, tu nella tua vita fai solo macelli! La tua vita è un macello perché sei pronto a seguire Satana e allora rubi, tradisci, odi il tuo datore di lavoro, ti masturbi, ti ubriachi...!”.
E queste parole venivano ascoltate non solo da adult, mà anche da adolescenti; io non oso immaginare quali effetti possono avere nella psiche di un ragazzino in fase di pnma maturazione questi concetti ripetuti continuamente.
Successivamente in convivenza ci è stato dato un questionario al quale dovevamo rispondere individualmente, per poi leggere in pubblico le risposte.
Tra le domande una chiedeva se, secondo noi, avevamo fede.

Prima di scrivere le risposte era stata data una catechesi il cui messaggio era questo: se crediamo di avere fede, ci inganniamo.
E a dimostrazione di questo ci chiedevano di confrontarci con Abramo, affermando inoltre che la fede o si ha o non si ha e che non esiste la poca o la molta fede.
A quel punto ci chiedevano di rispondere al questionano e tutti, naturalmente, rispondevamo di non avere fede, non tanto per convinzione, quanto per compiacere i catechisti.
Ricordo che una di noi disse di avere “un po' di fede”, i catechisti gliene dissero tante che quella poveretta alla fine dovette affermare di non avere fede.

La stessa situazione si creò col secondo questionario, in cui si chiedeva se il nostro cuore era nel lavoro, negli affetti, nello studio ecc. o in Dio.

Naturalmente la “risposta esatta” era la prima, e cioè che tutti avevamo il cuore nelle cose di questa terra.

Con l'ultima domanda si chiedeva quale fosse la nostra croce.
Ma le croci di alcuni fratelli non soddisfacevano i catechisti, che indagavano fino a trovarne una che a loro giudizio fosse più pesante.

Con una lunga catechesi, ci convinsero, alla fine, che Dio paria alla nostra vita solo con le croci: sofferenze, malattie, litigi e disgrazie varie.

In quel momento ho dovuto trattenere il pianto, perché la mia era diventata, oltre che sofferenza spirituale, anche sofferenza fisica,

Ricordo, inoltre, che in una delle tante catechesi un catechista, rivolgendosi a noi ragazzi, ci disse che sicuramente eravamo convinti di non avere grossi peccati.
Poi, col tono di chi ha una buona notizia da dare, ci disse testualmente: "... ma il Signore si incaricherà di farvi sperimentare quei peccati che pensate di non avere, così scoprirete di non avere fede e di essere anche voi dei peccatori!”.
A quel punto il senso di disorientamento e di confusione spirituale furono totali.
Mi chiedevo: possibile che Dio “si incarichi” di farmi peccare per dimostrarmi che sono peccatrice e che non ho fede?

Dopo quella convivenza non sono più andata in comunità.

Io non ho studiato teologia e non so se ciò che penso sia giusto, ma se Dio è amore, portatore di gioia ed io, come altri, non ho trovato né l’uno né l'altro, allora qualcosa non va di certo nel Cammino.
Una mia compagna, figlia di catechisti, mi ha confidato che anche lei vorrebbe uscire, ma non può perché i suoi non glielo permettono e che addirittura una volta suo padre l'ha presa a schiaffi...!
Un'altra ha un forte esaurimento nervoso, non riesce più a studiare, ha crisi di pianto continui e va da uno psicologo per farsi curare; anche lei è molto combattuta: vorrebbe uscire dal Cammino, ma teme di essere punita da Dio, e poi i suoi genitori non glielo permettono...” 

(Roma: dal Diario di R.F., una ragazza ex-catecumena).


IGNORANZA  E PRESUNZIONE

Ogni catechista è anche un educatore e non può essere educatore se non è ben munito di conoscenze teologiche e dottrinali; se non possiede coerenza morale, unite ad una buona preparazione di didattica, di pedagogia e di psicologia, specie dell'età evolutiva...

Purtroppo molti, specie nel Cammino, assumono il ruolo di catechisti anche senza adeguata preparazione, carichi solo della presunzione di avere il dono del discernimento e della... infallibilità, e non si rendono conto che educare una persona umana è l’atto più grande che si possa compiere, perché nell'universo non esiste nulla di più prezioso dell'uomo.



L'ARTE DELL’EDUCARE

Per questo l'educazione è difficile, poiché normalmente le cose grandi sono anche le più ardue.

Ma che significa educare?

S racconta che quando Michelangelo si trovava a dover scegliere tra i diversi blocchi di marmo per scolpire una statua, egli li palpasse con le sue mani come se li accarezzasse, per scopnre quale fosse più adatto ad esprimere ciò che il suo spirito di artista sentiva.

Era come se giudicasse il blocco di marmo da ciò che esso era capace di divenire.

Vi scorgeva all’interno, come imprigionata nella pietra, la figura che a poco a poco sarebbe emersa, liberata dai suoi colpi di scalpello ora decisi, ora delicati, ma sempre precisi.

Questa è una pallida immagine di ciò che accade nel rapporto educativo.

La domanda fondamentale che genitori, docenti, catechisti devono porsi nei confronti della persona umana in formazione loro affidata è la domanda sul suo destino:
"Quali sono le potenzialità di questo bambino, di questo adolescente, di questo giovane che mi sta davanti? Chi potrà diventare?".

A questa domanda così risponde un grande filosofo greco:

“L'esistere del mondo è uno stupore infinito, ma nulla è più dell'uomo stupendo... Fornito oltre misura di ingegno e di arte, egli è capace di volgersi ora al male, ora bene per rendere grandi sé stesso e la patria!” (Sofocle).

È allora indispensabile superare quella forma di condanna dell’uomo che a causa del peccato originale lo rende impossibilitato a compiere il bene e che fa dire ai catechisti del Cammino:

Tu, fratello mio, devi compiere un lungo cammino di discesa nella tua interiorità, per scoprire che sei un sepolcro imbiancato e che dentro di te ci sono soltanto putridume e vermi; anche tu sei un ladro e un assassino... impossibilitàto a compiere il bene, capace solo di opere di morte!

Come pretendere di poter educare i giovani, se dentro il blocco di marmo, invece di vedere un potenziale capolavoro, si vedono soltanto “putridume e vermi”?


... ABBIAMO TUTTO!

È, questa, una visione dell’uomo che mortifica e che deprime, a cui si contrappone il magistero della Chiesa, così espresso da Giovanni Paolo II:

Ogni uomo ha in sé tutte le risorse necessarie per affrontare l'esperienza della vita e realizzarsi: la forza, la purezza, la verità, la misericordia, tutti i valori del nostro essere umani... Abbiamo tutto!

L'unico modo per scoprire questi doni, che portiamo dentro, è quello di aprire una ricerca per conoscere meglio noi stessi, cioè iniziare un cammino interiore, che ci faccia scoprire i doni di Dio e ci consenta di trarre fuori il meglio di noi stessi!”
.

Pertanto, ogni vero cammino di fede, di formazione umana e cristiana dovrebbe avere lo scopo di guidare le persone a scoprire i doni e la dignità di cui Dio le ha rivestite.

 

(Antonio Lombardi - "Quando Mosè diventa Faraone")

domenica 5 marzo 2023

Dal blog di Denver: confessioni pubbliche inappropriate di adolescenti

 

"Nonna, che bocca grande che hai..."
Ci ha scritto dall'isola di  Guam Charlie White, l'autore del blog "The thoughtful Catholic" , di cui vi abbiamo proposto vari articoli dedicati alla tematica neocatecumenale, segnalandoci due blog curati da cattolici di Denver, Colorado (USA).
Denver, ci ricorda Charlie, è un "hub" del cammino neocatecumenale negli Stati Uniti, come Newark, nel New Jersey.
 
Come redazione di Osservatorio plaudiamo a questa iniziativa già avviata da tempo e linkiamo i due siti nella colonna sinistra della pagina di Osservatorio (visibile anche da  smartphone se lo si consulta in versione Desktop), per proporne la lettura ai nostri visitatori abituali e occasionali.
Ricordiamo che se si accede ai link con browser Chrome o altri browser abilitati è possibile averne la traduzione automatica in italiano.

Di seguito gli indirizzi dei due blog di Denver: 
 

Abbiamo iniziato a leggere gli interessanti articoli dei blog (si tratta infatti di due piattaforme diverse, che offrono al momento gli stessi contenuti) e vogliamo presentare, in traduzione, una scioccante testimonianza di confessioni pubbliche.
 
Sappiamo infatti che i neocatecumenali spingono i propri componenti - e non solo, nel ruolo di catechisti e animatori parrocchiali anche i parrocchiani, soprattutto i giovani - a confessare in pubblico i propri fatti privati (anche tramite specifici questionari) che generalmente dovrebbero essere rivelati solo al sacerdote nel segreto del confessionale.
 
Le confessioni pubbliche di cui si tratta in questo articolo sono però particolarmente odiose per la delicatezza  dei fatti esposti (vedi ad esempio un caso della parrocchia del Poetto a Cagliari che a suo tempo ha creato scalpore) e per l'età dei giovani protagonisti, oltre ad essere scandaloso il comportamento del sacerdote che le ha richieste con particolare insistenza - nel corso di una Messa e senza la presenza dei genitori dei minori -, del parroco e di un altro sacerdote (o presbitero) di una parrocchia, purtroppo, pesantemente  neocatecumenalizzata.
Il parroco in particolare l'abbiamo già conosciuto per i disastri provocati nelle parrocchie di San Giacomo e della Regina della Pace.
 
Apprezziamo in particolare il comportamento dell'autore della testimonianza e della moglie, che non si sono lasciati intimidire e hanno affrontato i presbiteri - purtroppo fanatici "kikos" apparentemente senza speranza di riabilitazione - denunciando l'accaduto all'ufficio per gli abusi sessuali della diocesi, ed anche la chiarezza con cui inquadrano l'accaduto con i giusti termini: si tratta di vero e proprio adescamento o, se non altro, di una porta aperta ad altre manovre adescatorie future di eventuali altri soggetti, appartenenti o meno al Cammino Neocatecumenale, ai danni di minori.
 
La diocesi sembra non aver preso molti provvedimenti in proposito, oltre al provvidenzialmente concomitante trasferimento del sacerdote che pressava i giovani per ottenerne inopportune confessioni; bisogna considerare infatti che molto probabilmente gli adolescenti erano "figli del Cammino" e che i loro genitori, abituati a certe forzature del foro interno, non abbiano fatto una piega, anzi: avranno dato man forte alle ragioni di presbiteri e catechisti prestando volentieri l'intimità dei propri figli allo "stupro" pubblico nella Casa del Signore.
 
Se però molti più  cattolici consapevoli ricorressero ai centri anti abuso (a proposito: voi li avete visti nella vostra diocesi?) il vento  comincerebbe a spirare in senso contrario alle brutte abitudini dei kikos, almeno nelle chiese se non nel chiuso delle salette.

Bambini coinvolti nelle 100 piazze neocatecumenali

Una storia personale : Nel febbraio di quest'anno, ero a Messa con la mia famiglia quando una ragazza di 15 anni è stata invitata a dare la sua "testimonianza" dopo l'omelia del sacerdote. Sebbene apparentemente fosse una testimonianza del potere salvifico di Dio nella sua vita, questa giovane ragazza ha confessato l'abitudine (si spera presumibilmente passata) della masturbazione. I suoi genitori non erano presenti, e quando tornò - sola - al suo posto, appariva ansiosa e preoccupata, come se fosse in grave difficoltà.

Un evento quasi identico si era verificato nel giugno precedente, con un ragazzo di 13 anni. In quel caso, il ragazzo era seduto - anche nel suo caso, solo - proprio dall'altra parte della corsia rispetto alla mia famiglia, quindi ho osservato molto più da vicino quanto fosse visibilmente scosso dalla propria esperienza. 

Nelle nostre rispettive professioni, io e mia moglie abbiamo lavorato entrambi a lungo con i giovani e siamo abituati a identificare segnali di paura o preoccupazione che indicano un inequivocabile disagio. Entrambi questi ragazzi hanno mostrato alcuni di questi segni.

Anche se a distanza di otto mesi, era sempre lo stesso sacerdote a celebrare la Messa corredata dalle testimonianze dei due adolescenti. In entrambi i casi lui li ha spronati insistemente - durante la Messa - perché trovassero il coraggio di raccontare le loro storie. 

Dopo il secondo episodio, l'ho affrontato dopo la Messa, chiedendogli se fosse a conoscenza del fatto che istruire i minori a fare dichiarazioni pubbliche del genere potrebbe facilmente essere considerato un comportamento abusante. In seguito, ho segnalato entrambi gli incidenti, e questo prete, all'ufficio per gli abusi sessuali della mia diocesi.

La notizia è arrivata al parroco e sono stato chiamato nel suo ufficio per offrire la mia versione della storia, poiché era tenuto a presentare il proprio rapporto sull'accaduto. Quello che non mi aspettavo era di essere messo sotto accusa. Sia il parroco che un altro prete hanno contestato la mia versione dei fatti, definendola infondata e diffamatoria - "Dio l'ha liberata da questo peccato, e tu ce la stai rigettando dentro!

Dicevano che se solo avessi saputo quanto spesso sentono i ragazzini parlarne tra di loro, o quanto spesso lo accusano in confessionale, avrei capito che non è poi un argomento tabù. Hanno riso alla sola ipotesi che tale testimonianza fosse inappropriata e ne hanno chiesto il motivo.  Secondo loro, osavo presumere di saperne più di San Paolo stesso, che ha confessato ai suoi fedeli le proprie lotte contro il peccato. 

Ho lasciato con rabbia quell'ufficio e non sono più tornato in quella parrocchia. Per quanto riguarda il mio rapporto fatto alla diocesi, presumibilmente (anche se non l'ho mai sentito ufficialmente) i sacerdoti Neocat hanno ricevuto una "bacchettata sulle mani" e sono stati incoraggiati a far "sottolineare maggiormente la misericordia di Dio" nelle loro testimonianze. Ma certo non una parola sulla cessazione immediata delle confessioni pubbliche inappropriate dei minori. E solo il Signore sa a cosa possono essere sottoposti quei due ragazzini (e altri) a porte chiuse!

A proposito: e il prete che ho affrontato e nominato nella mia denuncia ufficiale? Da qualche mese,sta "continuando gli studi" in un'altra diocesi a 1700 miglia di distanza. Ma sono sicuro che la cosa sia del tutto estranea ai fatti in questione...

Infine, racconto l'esperienza di un'amica ed ex neocatecumenale, che ha partecipato alla Giornata Mondiale della Gioventù 2016 in Polonia con il figlio di 12 anni. 

Mentre era lì, ricorda un discorso tenuto da  un sacerdote neocatecumenale con atti omosessuali descritti in modo esplicito - per fortuna non udito da suo figlio che in quel momento stava dormendo, anche se altre persone giovani e impressionabili certamente l'avevano sentito. 

Come le disse in seguito suo figlio, tuttavia, fu durante quello stesso viaggio che venne a sapere per la prima volta di altri comportamenti sessuali devianti, proprio dai suoi giovani compagni di viaggio.

Un'ossessione per il sesso. I dettagli più spaventosi dei tuoi peccati più depravati, rivelati a nudo non davanti al tuo confessore privato, ma tra i membri della tua comunità, e anche occasionalmente  agli inconsapevoli partecipanti alla messa domenicale. Confessioni senza veli e spesso esplicite, in diverse occasioni, di adulterio, fornicazione , masturbazione, pornografia e persino aborto.

Il Cammino desensibilizza i suoi membri, anche quelli più giovani e vulnerabili, al peccato sessuale. "È normale. Lo fanno tutti. Dio alla fine ti perdona e ti salva, quindi di cosa devi vergognarti?" 

QUESTO. È. ADESCAMENTO.

Quando rimuovi del tutto lo stigma sociale dagli atti sessuali depravati, stai abbattendo i meccanismi di allarme e le barriere di difesa che sono del tutto naturali e assolutamente necessarie ai ragazzi contro coloro che vorrebbero far loro del male. 

Anche se nessuno dei tre sacerdoti della mia ex parrocchia avesse mai messo le mani su un bambino, stavano implicitamente rendendo più facile a qualche malintenzionato il poterlo fare in seguito.

La definizione di "groomer" (cioè di adescatore) più votata da Urban Dictionary è: "qualcuno che costruisce una relazione di fiducia e connessione emotiva con un bambino o un giovane in modo da poter manipolarlo, sfruttarlo e abusarne".
Se consideriamo che non tutti gli abusi devono necessariamente essere sessuali, e non tutte le vittime sono necessariamente bambini, allora diventa ancora più chiaro: 

L'INTERO SISTEMA DEL CAMMINO È COSTRUITO PER ADESCATORI E ABUSATORI. 

Nessuno crea problemi di dipendenza e lavaggio del cervello come Kiko, Carmen e il Cammino. E nessuno manipola, sfrutta e abusa come Kiko, Carmen e il Cammino.

Il Cammino Neocatecumenale non si preoccupa degli abusi sui bambini. Si tratta, come affermato da JungleWatch , di una "organizzazione clandestina all'interno della Chiesa per trasferire, proteggere, ospitare oppure tenere sotto controllo, i chierici problematici". 

Ma come illustrano i casi della famiglia di Catanzaro e la mia esperienza sopra riportata, non è nemmeno necessario che si tratti di clero. Chiunque sia assetato di potere e abbastanza malato da entrare nel sistema può partecipare, apparentemente a proprio piacimento.
L'adescamento, l'abuso, l'occultamento nascosto e spudorato, le tattiche DARVO (acronimo che nasce dalle parole “Deny, Attack, Reverse Victim and Offender” - denigrare, attaccare e poi arrivare a far credere alla vittima di essere il carnefice), la progressiva normalizzazione, l'indifferenza, i compensi, i giochi di potere e quanto di sordido tutto ciò comporta ... Tutto questo deve finire!

 (da: The American Way)

lunedì 6 febbraio 2023

Neocatecumenali insegnano nei corsi di preparazione al matrimonio portando se stessi ad esempio: ma è proprio il caso?

Un esempio di convivenza nel Cammino
Abbiamo già parlato in più  occasioni dei corsi di preparazione al matrimonio organizzati dai neocatecumenali, anche alla luce dei commenti letti sui social, sui forum o sulle riviste on line, osservando i loro numerosi punti di caduta.

In primo luogo abbiamo considerato il fatto che vengano presi come un occasione per fare campagna acquisti per le comunità  del Cammino, e a questo scopo si cerchi di trasmettere alle coppie partecipanti una grande insicurezza sulla qualità e sulla durata del loro rapporto lontani da una comunità  (quella neocatecumenale) che preghi per loro, che sia loro di guida e di supporto costante.

Questa insicurezza e un certo grado di pessimismo viene instillato anche tramite le esperienze raccontate dalle coppie dei catechisti, che invariabilmente, descrivono il loro rapporto come sempre sull'orlo di cadere nel baratro del fallimento, oppure tendono a esaltare gli aspetti negativi del matrimonio, il fatto che il coniuge sia una croce da portare con rassegnazione, sempre allo scopo di convincere i promessi sposi che, da soli, non saranno certamente  in grado di affrontare tutti i pericoli, le incomprensioni e le sofferenze in agguato nel prossimo futuro matrimoniale.

Ci sono poi altri aspetti, come il tentativo di fare un'operazione di love bombing, invitando le coppie a casa propria, allestendo ogni volta le celebri "agapi" neocatecumenali, oppure anche il fatto che il corso non venga integrato con una trattazione sui sistemi naturali di programmazione familiare, pur permessi dalla Chiesa, che appesantiscono vieppiù questi corsi neocatecumenali.
Noi sappiamo inoltre che gli argomenti  non sono decisi autonomamente dal parroco o dai catechisti, ma, come al solito, c'è  un mamotreto kikiano che stabilisce cosa si debba dire e anche gli atteggiamenti che si devono tenere.

Un aspetto su cui naturalmente il mamotreto non può dare indicazioni specifiche è  il racconto della propria esperienza da parte delle coppie di catechisti. Ma conoscendo il Cammino neocatecumenale possiamo dire che non c'è in realtà nulla di più scontato.

Leggendo un'intervista ad una coppia di catechisti neocatecumenali su Aleteia, impegnati appunto nei corsi in preparazione  al matrimonio, e seguendo passo passo le loro dichiarazioni, possiamo farne un breve ripasso.
Innanzitutto: il Cammino ha salvato il loro matrimonio. Anzi, in primo luogo non si sarebbero neppure sposati, senza il Cammino neocatecumenale. In questo caso, la allora fidanzata era in Cammino  (probabilmente di famiglia neocatecumenale) e lui no, ma fa la catechesi per entrare. Assicura di essere stato lasciato nella più completa libertà, in proposito. E noi non abbiamo dubbi: spesso il fidanzato neocatecumenale lascia all'altro la libertà  di decidere di non entrare in Cammino, riservando però  a se stesso la libertà, in quel caso, di non sposarlo

Ricordiamo l'insistenza di Kiko e catechisti, nei confronti dei giovani, di non sposarsi con chi non è  nel Cammino: secondo Kiko la ragazza conosciuta all'università ha addirittura una "diversa natura".

Afferma infatti Kiko Argüello: "Se un ragazzo del Cammino ha passione per una ragazza carina dell'università, non si rende conto che lì c'è una realtà completamente diversa. C'è un santuario diverso dal tuo."
Parole forti, che sappiamo condizionare fortemente  le scelte di vita dei giovani neocatecumenali.


Carmen: "Sin la mujer no hay descendencia"
Seconda caratteristica  comune nelle spose neocatecumenali, che ritroviamo nell'intervista: prima del matrimonio  non hanno alcun istinto materno. Non  succede alle ragazze del Cammino come a quelle "del mondo" che magari desiderano avere figli ma rimandano perché  vogliono prima avere un lavoro sicuro, la casa oppure anche non si sentono pronte per questa scelta. No: le neocatecumenali dichiarano di non aver voluto avere figli. Forse perché provenendo da famiglie neocatecumenali a loro volta hanno sofferto nell'avere tanti fratelli, magari più  piccoli di loro, a cui hanno dovuto accudire. Oppure è  una dichiarazione che viene fatta per poter considerare un "miracolo inaspettato" l'aver poi fatto un certo numero di figli. Certo che, sempre, dimenticano di dire che poi i figli li hanno desiderati, prima di generarli. Noi speriamo che sia così, perlomeno.

Fatto sta che "il Signore le ha donato figli prima ancora che li desiderasse", cioè a pochissimi mesi dal matrimonio. Come è  normale per tutte le coppie del Cammino, che, se non cominciano a figliare immediatamente, vengono sospettate di non essere "aperte alla vita". Per questo, facciamo veramente fatica a credere alla dichiarazione di lei "quando ci siamo sposati mai avrei pensato di avere sette figli, se me lo avessero detto li avrei presi per pazzi": anche questo sembra il solito copione neocatecumenale: "ma guarda in po', non sapevo che in Cammino si facesse a gara a chi fa più figli". Ma proseguiamo.
Segue la descrizione dettagliata di due gravidanze e relativi parti da incubo.
Dopo i quali lei ha una comprensibilissima paura di restare nuovamente incinta, anche perché erano passati i due anni prescritti dal medico di attesa per una prossima gravidanza. E quindi lei non aveva più  "giustificazioni mediche" per non proseguire con la scaletta delle gravidanze, aggiungiamo noi.
Due figli, per una coppia del Cammino, equivalgono alla sterilità; al punto tale che molti tengono conto anche dei figli perduti con aborti spontanei  per aumentarne il numero. Alla temuta domanda "quanti figli hai?" è  possibile così  rispondere, magari: "ne ho cinque, tre in cielo" e così  si è  a posto con i canoni richiesti dal Cammino.

Promessi sposi nc alla GMG
Continua il racconto:
"Mi sono chiusa alla vita e questo ha generato una profonda crisi spirituale. Ho cominciato prima a non andare più in comunità, poi nemmeno in chiesa. Il nostro matrimonio ha rischiato di saltare, un periodo davvero brutto e difficile. Avevo fatto tutto come era giusto: casa, scuola, chiesa, perché avevo dovuto subire un’esperienza così negativa? Mi sembrava tutto sbagliato, che il Signore con me aveva toppato tutto, che non doveva andare così perché ero stata una brava ragazza. Buona con la mia famiglia d’origine, studiosa a scuola. A 23 anni laureata, a 24 sposata, a 25 primo figlio, a 27 il secondo. E Dio non poteva farmi questa cosa qua, non era giusto che mi “punisse”, che mi desse una storia così, non me lo meritavo e non l’accettavo. Per me era diventato tutto una grande fregatura. Avevo dentro una rabbia e una ribellione fortissima. La mia fede era molto infantile, immatura, basata ancora sul meritarsi le cose. Non mi importava più di niente, sentivo mio marito sempre più lontano da me, e il nostro matrimonio era sul punto di sfasciarsi.
Una sera i catechisti vennero a visitare la nostra comunità. Mio marito decise di andare. Il nostro catechista gli chiese: “dov’è tua moglie?”, “a casa”. E loro: “vai a prenderla”. Mio marito venne da me pieno di dubbi, non pensava di riuscire a convincermi. Ricordo che gli dissi in malo modo: “vengo ma non chiedermi niente. Non voglio ascoltare. Mi siedo su quella sedia e basta”. Da quell’incontro abbiamo ricominciato a frequentare la comunità, io sempre arrabbiata e con quella chiusura fortissima. Però il semplice fatto di andare è bastato al Signore per addolcire il mio cuore poco a poco. Ad un certo punto mi ritrovai incinta
".

Qui c'è qualche incoerenza di fondo. Perché  mai una donna che non voleva avere figli né  aveva istinto materno, arriva al punto di piombare in una grave crisi spirituale perché può  avere, per il momento, "solo" due figli?

Dal racconto, risulta evidente invece che aveva ben chiaro come dovesse andare la sua vita: laurea, matrimonio, figlio numero 1, 2, 3 eccetera, probabilmente al passo con altre coetanee in comunità già madri per la terza, quarta, quinta volta...
Per carità: ognuno ha il diritto ad avere i propri progetti. Ma allora, a che pro negarli?
Immaginiamo che questo sia il racconto fatto anche nei corsi prematrimoniali, portando ad esempio una vicenda di vita del tutto incomprensibile a chi, pur cattolico, non conosce le dinamiche del Cammino neocatecumenale.
Per chi lo vive, invece, non c'è  altra realtà che questa!

Il fatto poi che i catechisti "mandino a prendere" la moglie assente in crisi con il Cammino, è  anch'esso normalità  nel Cammino: tutto si risolve in questo modo, con l'intromissione degli "autorevoli catechisti" nella vita e nelle ferite della coppia. E non sempre questo modus operandi si conclude con una riconciliazione, spesso anzi aumenta le tensioni nella coppia, i sensi di colpa, le accuse reciproche fino alla rottura.

Alla domanda dell'intervistatore "Quante volte vi hanno chiesto: “come fate a campare con 7 figli?
è il marito a rispondere: "Provvidenza. Te ne raccontiamo una delle tante. All’interno del percorso del Cammino neocatecumenale è previsto un pellegrinaggio in Terra Santa: c’era da pagare il viaggio in Israele e noi non potevamo permettercelo. I soldi invece sono arrivati. 20 anni fa avevo fatto una banale polizza vita che è scaduta tre giorni prima della data in cui andava fatto il bonifico per il viaggio. Chi se lo immaginava."
Ecco un'altra risposta non accettabile, anch'essa sicuramente data nei corsi alle coppie che si preparano alle nozze. Ci sono tante altre risposte da dare: ci mantengono i genitori... abbiamo un vitalizio... i fratelli di comunità si sobbarcano alcune spese. Certo che tutto è Provvidenza: ma c'è sempre qualcuno da ringraziare per essersi fatto provvidenza al posto tuo.
Sorvoliamo poi sull'uso dei proventi della assicurazione sulla vita, che di solito nelle famiglie normali sono stipulate per aiutare a sostenere, un domani, i figli negli studi, per andare alla Domus ad adempiere all'obbligo di uno dei tanti pellegrinaggi forzati neocatecumenali.
Nell'ordine della carità, un posto predominante lo ha l'obbligo di sovvenire ai propri doveri di stato, in particolare nei confronti dei figli.

Per quanto riguarda l'apporto dato alle coppie che vengono ai loro corsi prematrimoniali, si sostanzia in questo, sempre secondo quanto risulta dall'intervista: raccontare la propria esperienza (e questo l'avevamo intuito) e dire loro, che già sono fragili e pronte all'idea il loro rapporto potrebbe non durare per sempre e finire, prima o poi, che "senza la Parola a cui aggrapparsi si va subito dall'avvocato".
Difficile allora capire come matrimoni di credenti vadano in frantumi ed altri, fra non credenti, siano incredibilmente  duraturi. Sembra di sentir riecheggiare Kiko che, al Family Day, dava sua personale interpretazione del femminicidio analizzando le motivazioni che possono spingere un uomo a uccidere moglie e bambini: poiché un marito "si nutre dell'amore della moglie", quando la moglie lo abbandona "il primo moto (!!!) è quello di ucciderla" perché "sperimenta il non essere amato e il non amore è un inferno".

giovedì 19 gennaio 2023

Video sulle mirabilia di Kiko e Carmen (seconda parte)

Il video pubblicitario del Cammino  neocatecumenale (qui l'articolo di illustrazione e commento della prima parte) prosegue, a ritmo serrato. Da parte nostra, continuiamo a proporre i punti che ci sembrano più interessanti.

Sembra quasi che sia già stato preparato in previsione della dipartita di Kiko, più  che per onorare Carmen.

Infatti, il riferimento alla città di nascita della Hernández, Olveda, in Soria (da cui il simpatico nomignolo appioppato da Kiko a Carmen, "soriana seca", come la carne secca in scatola prodotta in quelle zone) è  l'occasione per mostrare le immagini dell'orchestra kikiana e della sinfonia eseguita, a quanto pare, in ricordo della iniziatrice. 

Kiko e l'arte dell'accrocco

Riportiamo una frase detta in quell'occasione dal poliedrico Argüello: "Ancora più importante  della sinfonia, per cui c'è  bisogno di possedere un'arte, è  aprire una iniziazione cristiana in tutta la Chiesa, con tutti i suoi riti, con i suoi passaggi, con i suoi scrutini. Questa è  veramente un'arte!"

Dobbiamo dare ragione al modestissimo Kiko (i fotogrammi permettono di apprezzare le espressioni del volto): per la sinfonia bisogna possedere un'arte, che sappiamo non essere sua in quanto ha egli stesso ammesso di non conoscere la musica. Allo stesso modo i contenuti del Cammino non sono stati un'idea sua, ma solo una brutta, bruttissima copia dei Riti di Iniziazione Cristiana degli Adulti, offertagli "come su un vassoio" da Carmen e dal teologo Farnès.

E a proposito del tentativo di costruire l'immagine di una Carmen diversissima dalla realtà, registriamo le parole dette dal vescovo nel corso della cerimonia dedicata alla sua illustre concittadina, in cui afferma che la Hernandez avrebbe avuto un qualche interesse o propensione per i poveri.

"Carmen era una donna" è l'unica affermazione su cui possiamo convenire (con riserva)
 

La cosa non risulta assolutamente a chi ha conosciuto personalmente l'iniziatrice del Cammino neocatecumenale, sempre pronta a ricordare ai propri itineranti troppo tenerelli di cuore che  loro dovere era portare la parola (di Kiko), non aiutare i poveri né  i bambini abbandonati (celebre la frase carmeniana "lasciateli nei fossi!").

Naturalmente, come nella prima parte, il filo conduttore è  quello del pellegrinaggio  dei giovani nelle varie mete che contrassegnato le origini e lo sviluppo del "sacro" Cammino.

In ginocchio davanti al Carmen-battistero (il cordone è stato messo per evitare che i più devoti prendessero delle reliquie per contatto?)

Infatti possiamo vedere i giovani (e meno giovani) che mai si sognerebbero di inginocchiarsi in chiesa o davanti alle reliquie di un santo, in ginocchio in atteggiamento devoto e adorante davanti alla pila battesimale di Carmen.

Sempre seguendo il video, che ripercorre le vicende dell'incontro fatidico di Carmen con Kiko e delle mitiche origini del Cammino, abbiamo la conferma che Carmen e Kiko, ambedue con delle vocazioni religiose frustrate e incompiute alle spalle, nutrivano dei desideri di affermazione e, forse, di rivalsa nei confronti della Chiesa e delle sue gerarchie.  

Qui al papa avevano raccontato che il Cammino finiva dopo 7 anni...

Come si è lasciato sfuggire Kiko parlando a braccio nella cerimonia di apertura del processo a Carmen, lei lo disprezzava: solamente quando ha visto che il vescovo Morcillo veniva a fargli visita si è  ricreduta su di lui e ha accettato di collaborare.
E da Madrid il duetto di ambiziosi riformatori, attraverso la mediazione di Mons. Torreggiani che credeva che fossero degli apostoli dei poveri, giunge a Roma: esattamente là dove Kiko voleva arrivare, ammette candidamente don Cuppini, il loro primo presbitero.

Si torna a parlare della chiesa di Fuentes del Carbonero, con le immagini dell'edificio in ristrutturazione  (diventerà un centro neocatecumenale meta di pellegrinaggi di fedeli avidi di conoscere la kiko-story), con un audio di Kiko che ricorda come aveva portato in quella chiesa i baraccati delle Palomeras a dormire sulla paglia.

Fuentes de Carbonero: un altra tappa obbligata dei pellegrinaggi ai santuari della presenza di Kiko

Con immensa faccia tosta l'iniziatore del Cammino neocatecumenale, una vera e propria macchina per far soldi, afferma: "A mi me ha impressionato portarme tutte le famiglie delle baracche, poveri, nella chiesa. Era impressionante vedere la chiesa piena di poveri, perché  ciascuno se ha messo ...è  andato a prendere un po' de paglia e se ha messo un pezzettino nella chiesa. Qui c'è  una famiglia, qui un'altra, qui un'altra y sotto avevano della paglia e una copertina y allì  dormivano. Era impressionante vedere la chiesa piena de poveri. Digo questo è il futuro del mondo: la Chiesa piena de poveri".
Quando mai il Cammino neocatecumenale si è  occupato dei poveri? Stanno stiracchiando da 60 anni questo mito per qualche mese di frequentazione con un gruppo di nomadi, subito dimenticati per andare ad "evangelizzare" le parrocchie più  ricche di Roma!

Dice don Rino Rossi: "Kiko e Carmen hanno lottato molto per far capire a sacerdoti, parroci, vescovi, che il Cammino non è una spiritualità, non è  un movimento, ma è una iniziazione cristiana, è  il cammino del battesimo... un cammino di iniziazione, la porta della Chiesa."
Notiamo la concezione di chiesa kika: la chiesetta di Fuentes ha ricevuto una bella mano di bianco, sono stati piazzati la solita icona di Maria-kiko, la croce barbarica kikiana, il tavolone-mensa e le sedie trasparenti in metacrilato.
È  vero comunque che il Cammino non è una spiritualità: non si può infatti definire una spiritualità ciò  che fa stare questi giovani in piedi, con le braccia conserte, con le mani in tasca durante la consacrazione del Corpo e del Sangue di Cristo. Che vergogna...

In piedi e con le mani in tasca davanti a Gesù; in ginocchio e a mani giunte davanti a Carmen


Sì, lo ribadiamo:  che vergogna.
Carlos Metola, il postulatore della causa di Carmen dichiara: "Il popolo di Dio? Cosa ne pensa il popolo di Dio? In visita alla tomba di Carmen sono già  passate 40mila persone che hanno lasciato "condolenze", firme, 25mila grazie, favori... e questa è una fama di santità estesa in tutto il mondo".
Ecco i giovani stravaccati davanti al Santissimo ora inginocchiati sul marmo del mausoleo stile discoteca playmobil ove è sepolta la santa di categoria superiore.
In ginocchio davanti a Carmen: con le mani in tasca davanti al Santissimo? È  proprio vero: questo cammino non è una spiritualità, hanno fatto benissimo Kiko e Carmen a specificarlo in più  occasioni.

Dichiara don Rino Rossi: "l'opera che Dio ha fatto per mezzo di queste persone che sono state scelte dal Signore, alle  quali Dio gli ha dato un potere, per le quali il Signore ci ha dato un'obbedienza; questa obbedienza ha dato frutti impressionanti."
Obbedienza? Qui ci dobbiamo fermare. È  forse il Cammino neocatecumenale un ordine religioso? Sono Kiko e Carmen padre e madre superiora a cui dovere obbedienza? Dove sta scritto? Tirate fuori questi benedetti Statuti e vediamo dove si prescrive l'obbedienza da parte dei laici e dei sacerdoti stessi che dovrebbero fare questo tortuoso cammino di fede -che purtroppo "all'incontrario va"- ai due iniziatori!
E questa follia viene dichiarata da un sacerdote, anzi, si fa pure registrare a futura memoria... Il quale poi continua nella sua foga idolatrica di santificazione di Carmen defunta e soprattutto di Kiko ancora vivente.
"E poi l'atteggiamento che hanno avuto, come hanno rischiato per noi, come hanno difeso questo mandato che hanno ricevuto dal Signore, come hanno sofferto per il regno dei cieli. Esto (ndr: spagnoleggiano per essere più  simili al loro Maestro) si chiama virtù eroiche." "Ho visto atteggiamenti eroici in Kiko, ho visto in Carmen. Che la Chiesa riconosca che Carmen si trova in cielo che possiamo invocarla, che abbiamo una che interceda per noi, per questa generazione".
Caro prete neocatecumenale: quando mai voi seguaci di Kiko e Carmen, questi due "eroi" che tanto hanno fatto unicamente per la privatizzazione e la deformazione della fede cattolica,  avete insegnato a pregare chiedendo l'intercessione dei santi? Avete protestantizzato per più  di mezzo secolo la fede cattolica, avete irriso la devozione ai santi ed ora volete invocare Carmen? "Questa generazione" è quella che fate inginocchiare reverentemente davanti agli scarabocchi di Kiko e tenere le mani in tasca davanti al sacrificio di Cristo! Vergogna!

Niente palme, niente veste bianca, niente schitarrate, balletti e "alegria hermanos": le pagliacciate ai funerali valgono per gli altri, non per chi le ha inventate...


Il video-spottone, scandaloso soprattutto per le dichiarazioni di vari sacerdoti, della durata di più di mezz'ora, termina in "bellezza" con il discorso di don Pezzi al funerale di Carmen nel 2016 e con un primo piano della sua bara, senza veste bianca, senza palme; perché quelle sono cose che valgono per i catecumeni e non per lei, grande iniziatrice, che insieme all'artista Kiko le ha inventate e imposte pretendendo religiosa obbedienza.