Una "figlia del Cammino"
[sic!] ci scrive:
Io sono figlia del cammino di quegli anni. E non sono così. Non mi sento migliore di nessuno, ma affronto la vita in modo totalmente diverso da chi non è in cnc e non ci è mai stato. E ritengo che è vero che la famiglia è il primo luogo di diffusione della fede, prima ancora della parrocchia. Se veramente apri il cuore, il cammino cambia l’anima e lascia che tu veda IL BENE dappertutto . Non chiamerei proselitismo, ma desiderio di condividere e rendere felici anche gli altri.
Io vorrei che tutti potessero essere felici come lo sono io anche di fronte all’esperienza della morte di un giovane padre, che si potesse giudicare meno, amando di più…a me questo lo ha donato la conoscenza di dio NEI MODI IN CUI IL CNC LO INSEGNA!
ci sono nata in cammino. Ho avuto una didascala, ho avuto genitori che mi hanno portato a forza all’eucarestia…. E OGGI LI RINGRAZIO PER I FRUTTI CHE QUESTO HA PRODOTTO!
Commentiamo qui sotto tali affermazioni una per una, anche se i lettori di questo blog hanno già notato che
le cosiddette "testimonianze" dei neocatecumenali sono tutte uguali, tutte fatte con lo stesso stampino, tutte a ripetere gli stessi slogan, tutte a commettere gli stessi errori nella stessa confusione.
1. «Sono figlia del Cammino».
Lo dice con orgoglio, come se la Chiesa avesse fallito la sua missione e il Cammino fosse stato il rimedio. Ma questa è esattamente la mentalità neocatecumenale: sentirsi "migliori" della Chiesa, sentirsi "soluzione ai problemi della Chiesa", sentirsi di fatto "la vera Chiesa".
Il pesce puzza dalla testa: è stato Kiko a lamentarsi davanti a Benedetto XVI che "le istituzioni non capiscono di aver bisogno dei carismi", cioè che i vescovi (le istituzioni) non capiscono (cioè sono stupidi, in quanto non neocatecumenali) di aver bisogno dei carismi del Cammino (a cominciare dal "carisma" di pagare le Decime a Kiko, che infatti vuole che le parrocchie diventino "comunità di comunità" di Paganti Decima). La superbia neocatecumenale è strettamente correlata alla superbia degli autonominati "iniziatori" del Cammino.
2. «Sono figlia del Cammino di quegli anni».
Nel contesto si riferisce a quei formidabili anni Ottanta in cui il Cammino inventò il titolo nobiliare di "didàscali", assegnato ai membri della setta incaricati di insegnare ai figli dei neocatecumenali i princìpi generali del kikismo-carmenismo.
3. «Non mi sento migliore di nessuno».
Chi si scusa, si accusa.
Purtroppo il neocatecumenalismo è tutto un sentirsi migliori dei "cristiani della domenica", dei "religiosi naturali", di chi "non capisce il Cammino", di chi visita la "cognata malata" anziché andare alla convivenza di Kiko, eccetera.
Notare come nel presentarsi ha parlato non della sua unione con Dio, ma della sua fedeltà al Cammino.
4. «Affronto la vita in modo totalmente diverso da chi non è in cnc e non ci è mai stato».
Nel Cammino la crescita spirituale personale cede il passo a questa psicologia da quattro soldi riguardo all'affrontare la vita "in modo diverso". Col sottinteso che chi non ha fatto il Cammino affronterà la vita in modo "normale", cioè sbagliato, perché bisogna affrontarla "in modo diverso", cioè neocatecumenale. Superbia tipica degli adepti di Kiko.
Notiamo che anche negli altri movimenti ecclesiali si usano talvolta espressioni come "qui ho imparato ad affrontare la vita in modo diverso", ma solo per dire immediatamente dopo che tale diversità di approccio è consistita nell'affidarsi di più al Signore e alla Sua Chiesa.
Invece i kikolatri parlano della "diversità" solo in termini di "prima, quando ero fuori dal Cammino... ora, invece, nel Cammino...", cioè tutto riguarda il Cammino, il Cammino è sempre al centro della vita dei "camminanti", se proprio si menzionano Dio o la fede è solo per lodare il Cammino. Per loro il Cammino è Dio, ed infatti il pesce puzza dalla testa: è stato Kiko stesso a dire che "Dio è Parola, Liturgia, Comunità", dopo aver detto che "il Cammino è Parola, Liturgia, Comunità".
Cioè Kiko ha detto che il Cammino è Dio. Ed ha anche insinuato che Carmen sarebbe lo Spirito Santo - tant'è che ricordando che fu scacciata dalle suore Misioneras Kiko commentava: "lo Spirito Santo ha lasciato quell'istituto". Per di più, nei dipinti di Kiko, il Redentore è rappresentato con le fattezze di Kiko. Chiaro il messaggio? La Trinità, nel Cammino, non è Padre, Figlio e Spirito Santo, ma è Cammino-Kiko-Carmen.
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Figli del Cammino: in piedi davanti al Santissimo, in ginocchio davanti a Kiko e Carmen |
5. «Ritengo che è vero che la famiglia è il primo luogo di diffusione della fede, prima ancora della parrocchia».
Questa è la tipica tattica neocatecumenale del difendersi da accuse che nessuno aveva posto, generalmente col malizioso scopo di far credere che gli interlocutori avrebbero pronunciato scempiaggini.
Qui nessuno ha detto che la parrocchia è più importante della famiglia.
Ma i neocatecumenali considerano la parrocchia uno sbaglio da correggere. Non potendo dire a chiare lettere che vogliono colonizzare le parrocchie e sfrattarne tutti i parrocchiani che non aderiscono al Cammino, adoperano queste acrobazie verbali per fingere che nel Cammino le cose siano viste in modo giusto e che la parrocchia non neocatecumenalizzata vada accusata di tutti i mali del mondo.
6. «Se veramente apri il cuore, il cammino cambia l’anima e lascia che tu veda IL BENE dappertutto».
Questa è un'emerita panzana.
Nel Cammino si viene infatti addestrati a vedere IL MALE dappertutto. Fuori dal Cammino ci "deve" essere solo perdizione, inferno, morte, odio, eccetera. E dentro il Cammino "devono volare le sedie", devi vedere tuo marito o i tuoi figli come "il tuo nemico", "la tua croce", robacce di questo genere.
Se veramente gli apri il cuore, il Cammino ti cambia l'anima in peggio. Ti instilla una mentalità cupa e funerea - ben rispecchiata da quei canti, come l'orrendo Risuscitò che sembra più un lamento funebre da depressi atei che un canto gioioso sulla Resurrezione, o come quei chiassosi canti in tono calante a grattugiata di chitarrella ndrùng-ndrùng-ndrùng, battimani e tamburelli, "cavallo e cavaliereeee!", "la shekinà del Signoreeee", intesi a "far caciara", a simulare "allegria", cioè a non far notare quella mentalità cupa e funerea.
7. «Non chiamerei proselitismo, ma desiderio di condividere e rendere felici anche gli altri».
Purtroppo va chiamato "proselitismo", perché lo scopo della cosiddetta "evangelizzazione" del Cammino è solo quella di procurare nuovi adepti alla setta, che a partire dal famigerato Secondo Scrutinio dovranno pagare la Decima al Cammino, cioè pagare il 10% di tutti i propri incassi, e questa tangente dovranno pagarla vita natural durante ogni mese finché vivranno, senza alcuna rendicontazione, senza alcuna possibilità di influire positivamente sulla destinazione d'uso di quei soldi. (Nel Cammino non puoi donare dei soldi dicendo "vorrei fossero usati per i poveri - per la vita consacrata - ecc.", perché ti chiamerebbero superbo e attaccato a mammona; nel Cammino il tuo compito principale è di «mollare il malloppo»).
Sono più di vent'anni che il Cammino ha smesso di crescere, e la decrescita avanza sempre più tumultuosa: intere famiglie lasciano il Cammino, le comunità vengono soppresse o accorpate, per una comunità che si forma quattro spariscono, e la faccenda delle Decime e delle «scarnificazioni delle coscienze» è diventata nota anche ai non addetti ai lavori.
Al Cammino non interessa farti "condividere" o renderti "felice", altrimenti ti avrebbe facilitato l'accesso agli immensi tesori spirituali della Chiesa - i sacramenti, la dottrina, e anche l'arte sacra, la liturgia tradizionale, vita e scritti dei santi, ecc.
Al Cammino interessa invece farti "condividere ma solo nella comunità", interessa renderti "allegra" - cioè una finzione di felicità mediante caciara, tamburelli, girotondini imbecilli, esibizione di gadget kikizzati. Soprattutto, al Cammino - cioè ai suoi capicosca magna-magna - interessano i tuoi soldi, "devi fare un'offerta che ti faccia sanguinare il cuore", "devi provarti con mammona", "devi farti un tesoro in cielo" mediante versamenti in terra su cui non puoi nemmeno indicare suggerimenti...
8. «Vorrei che tutti potessero essere felici come lo sono io anche di fronte all'esperienza della morte di un giovane padre».
Solo i supercattivi dei fumetti sono felici della morte altrui.
Chiariamo i termini.
La felicità vera è quella che potremo avere solo in paradiso, in totale ed eterna comunione col Signore.
La felicità terrena coincide dunque con la santità.
I momenti di felicità che talvolta viviamo, sono qualcosa di passeggero, sono solo momenti di entusiasmo, di allegria, di "adrenalina a mille".
Davanti alla morte non si è mai felici. Al massimo, si è lieti o sereni, qualora vi siano buone ragioni per esserlo. Quando una persona cara muore, o un innocente muore, per un qualsiasi motivo, noi cattolici possiamo al massimo vivere una letizia, una serenità, qualora il soggetto sia stato ragionevolmente in grazia di Dio. Ma il dolore umano e genuino che proviamo per la scomparsa di un caro o di un innocente non costituisce felicità.
E soprattutto, l'inscenare allegria, il fingersi chiassosi, su di giri, scatenati, sorridenti a forza, è un modo ipocrita di nascondere la propria infelicità e la propria assenza di speranza.
Nei funerali neocatecumenali accade tipicamente di fare il balletto-girotondo attorno alla bara, chiassosi e festanti. È il massimo segno di cupezza e depressione il doversi fingere allegri per compiacere la propria setta. Nostro Signore pianse per la morte di Lazzaro, non fu né "felice" né "allegro" pur avendo il potere di rianimarlo (e infatti lo rianimò e gli ridiede la vita, ma comunque era rimasto commosso - non "allegro", non "felice" - di fronte a quella morte).
Nella setta neocatecumenale, per motivi organizzativi, occorre fingere allegria anche di fronte alla morte. Occorre fare la sceneggiata di quelli "che sembrano felici".
9. «Che si potesse giudicare meno, amando di più…»
Il Cammino ha una vera e propria ossessione riguardo al "giudicare".
Innanzitutto distinguiamo fra il legittimo "formarsi un'opinione" (che può avvenire sulla base di fatti: se vedo una colonna di fumo dietro la montagna, deduco che c'è un fuoco, o un incendio), e il peccaminoso "giudicare temerariamente" (che per definizione avviene non sulla base di fatti ma di pregiudizi, con l'intenzione di infangare almeno la dignità di qualcuno).
L'ossessione del "non giudicare" è stata introdotta nel Cammino perché i cosiddetti "catechisti" - e soprattutto Kiko e Carmen - non si curavano minimamente di "dare l'esempio". Arroganti, iracondi, vendicativi, sempre inutilmente severi e furibondi, sempre avidi e superbi, cinici, sadici (Kiko che minacciava di spedire Pezzi "in missione", Pezzi che suda cubetti di ghiaccio perché non capisce se Kiko sta minacciando o scherzando), hanno dovuto inventare il trucchetto del "non giudicare!" proprio allo scopo di difendere le ipocrisie e le furbate della gerarchia neocatecumenale. (Eh, già: "non giudicate" la ferrovia sotterranea neocatecumenale per i predatori sessuali)
Il "non giudicare" dei neocatecumenali, infatti, significa "non pensare, non usare la ragione, non valutare i fatti!" Ti dicono che è basato sul Vangelo ma proprio il Vangelo ci mostra come il demonio, scegliendo accuratamente dei passi delle Scritture, tentò addirittura Nostro Signore. I capicosca del Cammino fanno proprio come il demonio delle tentazioni del deserto: scelgono accuratamente determinati passi delle Scritture per coprire le loro porcate. "Non giudicare!", tranne quando si tratta dei cosiddetti "faraoni", "giuda", "nemici del Cammino"... prima dicono "amare i propri nemici" e poi infangano coloro che ritengono essere "nemici" del Cammino...
10. «A me questo [il giudicare meno] lo ha donato la conoscenza di dio NEI MODI IN CUI IL CNC LO INSEGNA!»
Ha fatto bene a scrivere "dio" in minuscolo, perché non si tratta dell'unico vero Dio riconosciuto da noi cattolici, ma solo del "dio Kiko".
Nel Cammino esistono solo tre tipi di peccato mortale:
- il non pagare puntualmente la "Decima"
- il non partecipare alle patetiche "Convivenze"
- il "giudicare" (cioè formarsi una legittima e fondata convinzione) riguardo alle malefatte dei VIP del Cammino, e specialmente dei cosiddetti "catechisti" e di Kiko, autodefinitosi «io sono il Vostro Catechista».
Noi cattolici, invece, sappiamo che il peccato mortale è tale per tre condizioni (materia grave, piena avvertenza, deliberato consenso) e riguarda "pensieri, parole, opere e omissioni". Sappiamo anche che l'intelletto e la saggezza sono doni dello Spirito, sono talenti che non possiamo sotterrare, e Nostro Signore infatti ci invita seriamente a usarli: «Che cosa dunque è più facile, dire: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati e cammina?» (cfr. Mt 9,5).
Dunque, dalla testimonianza dell'autoproclamata "figlia del Cammino", dobbiamo dedurre che l'insegnamento del Cammino è sbagliato, perché insegna convinzioni sbagliate su Dio, comanda di «circoncidere la ragione» (cioè di smettere di usarla), confonde il legittimo formarsi convinzioni col giudizio temerario.
11. «Ci sono nata in cammino».
Condoglianze.
Sei comunque ancora in tempo per convertirti alla fede cattolica.
Ti invitiamo però a scoprire che il Cammino non è la Chiesa, non è nemmeno parte della Chiesa, non rappresenta minimamente la missione della Chiesa. Il Cammino è purtroppo una setta idolatrica, autoreferenziale, attaccatissima ai tuoi soldi, e «che di cattolico ha solo la decorazione».
12. «Ho avuto una didascala».
Notare come questa affermazione non spiega, non dà motivazioni. È solo la vanteria di aver avuto nientemenoché... una didàscala. Vanteria che nel Cammino dev'essere importante, sicuramente altisonante, "ehi tu, poveraccio, che non hai mai avuto una didàscala o un didàscalo, perciò la tua fede è di serie B, anzi, dato che non fai il Cammino, dev'essere di serie Zeta!"
"Ho avuto una didàscala". Ebbene? Lo dice neanche fosse "ho avuto un'apparizione mistica riconosciuta dalla Chiesa".
Orbene, nella Chiesa cattolica, tutti i bambini hanno avuto qualcuno in parrocchia che ha insegnato loro la fede. Tornano in mente le catechiste della parrocchia (senza virgolette, perché insegnano il Catechismo, non il kikismo-carmenismo), e la loro faticosa opera. Con tutti i loro possibili limiti, con tutte le critiche che si possono elevare, sono pur sempre quelle persone che hanno volontariamente speso un considerevole numero di ore per insegnare gli elementi essenziali della fede ai bambini, per prepararli alla prima Comunione e magari pure alla Cresima. Senza che nessun "itinerario di iniziazione" glielo comandasse. Ore che Nostro Signore terrà in conto.
E mi tornano in mente anche le catechiste che sono state letteralmente scacciate via, senza neppure un "grazie", dopo decenni di servizio in parrocchia, dopo che hanno - pur nei loro limiti - insegnato ciò che i genitori cattolici avrebbero dovuto insegnare a quei bambini, scacciate perché il parroco si è fatto neocatecumenalizzare (a suon di bustarelle anonime e in contanti, o di ricatti perché qualche kikolatra ha svelato qualche fatterello scandaloso durante una delle confessioni pubbliche del Cammino) consentendo che i kikolatri si appropriassero di tutte le attività e di tutti gli spazi della parrocchia.
13. «Ho avuto genitori che mi hanno portato a forza all’eucarestia… E OGGI LI RINGRAZIO PER I FRUTTI CHE QUESTO HA PRODOTTO!»
Questa è la parte più triste della testimonianza della "figlia del Cammino": l'essere stata obbligata a fare il Cammino.
Obbligata dai suoi genitori, convinto che l'unico modo di onorare Dio sarebbe quello di onorare il triplice vitello d'oro di categoria superiore, cioè il tripode Kiko-Carmen-Cammino.
Portata "a forza" alle celebrazioni del Cammino (quando i neocatecumenali parlano di "eucarestia" intendono le loro celebrazioni, non l'Eucarestia dei cattolici). L'hanno obbligata proprio perché non erano in grado di testimoniarle - o almeno spiegarle - l'importanza della liturgia.
L'hanno portata "a forza" alle celebrazioni kikolatriche anche per farsi notare dai cosiddetti "catechisti", come se volessero dire: ehi, noi siamo ligi ai 613 precetti kikiani, noi abbiamo «mollato il malloppo», noi abbiamo «fatto tanti figli», noi portiamo i figli «a forza» perché noi vogliamo essere kikizzatissimi.
Solitamente chi viene obbligato a partecipare, matura rapidamente un rifiuto - perché riconosce che gli aderenti alla comunità non agiscono liberamente ma sono costretti, chi da un ricatto morale, chi dalla paura di far brutta figura davanti ai cosiddetti "catechisti", chi dai propri parenti e dai propri cari (immaginate una ragazza che è costretta a partecipare altrimenti il fidanzato neocat la lascia), eccetera.
In conclusione... Come sempre, le cosiddette "testimonianze" del Cammino non testimoniano altro che il loro sentirsi superiori - "ehi, io sto nella setta e voi no, voi siete dunque inferiori! io ringrazio i miei genitori che mi hanno obbligato, e sono costretta a fingere di ringraziarli in modo da sembrare una neocatecumenale DOCG, mica come voialtri che siete dei cristiani della domenica faraoni giuda nemici del Cammino".