da Annalisa:
IL CONIUGE PUÒ ESSERE LA PROPRIA CROCE?
Troppe volte ho sentito ripetere questa frase assurda insegnata e proclamata da Kiko e da tutti i catechisti.
Troppe volte ho sentito ripetere questa frase durante le cosiddette "risonanze" fatte da mariti e mogli infelici.
Nella mia comunità e in quella delle mie sorelle era una frase classica. Credo che anche i miei genitori l'abbiano detta tante volte durante i vari passaggi, convivenze o risonanze.
Io invece mi sono sempre rifiutata di pensarlo o di dirlo perché ho sempre considerato mio marito (che non faceva il Cammino) e il nostro matrimonio un dono di Dio: è stato lui infatti che mi ha salvata dal Cammino e resa una donna felice.
L'articolo che riportiamo di seguito è interessante perché smentisce ancora una volta quel falso profeta di sventura che è Kiko.
Definire in questo modo il marito o la moglie ha conseguenze notevoli (M. Rybak, su Aleteia, 12-11-2018)
Quando qualcuno parla del marito o della moglie come se fosse una croce da portare, cerco di ascoltare il cuore del messaggio: il dolore. È un modo per dire “Questo rapporto per me è doloroso”, o “Quello che fa questa persona mi ferisce ed è difficile per me”. Penso però che identificare l’altro con la croce non serva né al rapporto né alla persona che soffre.
Definire un coniuge una “croce” ha conseguenze di ampia portata. In primo luogo, identifichiamo la persona del nostro coniuge con il problema che riscontriamo nel nostro rapporto, come a dire “Tu sei il problema”. In questo modo, si cancella il coniuge come persona, lo si mette in una posizione perdente e si mette in discussione la sua possibilità di essere un elemento positivo. Si assegna anche la buona volontà a un’unica parte , il che non è sempre vero. Capisco che spesso parole come queste vengano usate per descrivere una situazione piena di impotenza, quando si accetta una condizione difficile dalla quale si sente di non potersi (o non doversi) allontanare. Sono sentimenti comprensibili e potrebbero avere un buon motivo, ma penso che nessuno dovrebbe definire il proprio coniuge una “croce” – non perché nel matrimonio non ci sia dolore, ma perché quando questo si verifica dovremmo identificare la sua vera causa e scoprire come possiamo aiutare noi stessi e il nostro rapporto.
- Il coniuge può essere una croce?
Nel primo caso, a volte il dolore deriva dalle nostre ferite, dalla nostra immaturità e dalle nostre necessità. A volte il coniuge non può soddisfare queste ultime, pur se importanti e intensamente sentite. Può accadere quando ci aspettiamo che l’altro ci dia il tipo di amore e di cure che non abbiamo ricevuto dai nostri genitori, o se abbiamo bisogno di attenzioni costanti e ci aspettiamo implicitamente che il coniuge ci legga nella mente, o ancora se consideriamo la minima critica una ferita che ci viene inflitta. È colpa dell’altro? No.
- Quando il problema è dentro di noi
Potremmo avere anche un’idea infantile e semplicistica della libertà, irrealistica nel contesto dei doveri della vita familiare. Possiamo sentirci feriti per il fatto che l’altro sia diverso da quello che avevamo immaginato o che volevamo. Se nel nostro matrimonio si verificano difficoltà di questo tipo, dobbiamo rivedere le nostre convinzioni su ciò che costituisce il matrimonio.
Pensare meno alla nostra libertà e alle nostre necessità e riconoscere quelle del coniuge può liberarci dalla schiavitù del nostro egoismo e della percezione eccessivamente soggettiva delle cose. Dobbiamo accettare di più chi è il nostro coniuge. Il nostro atteggiamento non dovrebbe essere del tipo “Sei una croce per me perché non realizzi le mie aspettative”, quanto piuttosto “È bello che tu esista”, “Mi piace come sei” e “Non devi cambiare, ma se vuoi farlo sono pronto a sostenerti in qualsiasi cosa tu abbia bisogno di me”. Per avere le risorse interiori per atteggiamenti di questo tipo dobbiamo innanzitutto imparare a sentire che noi stessi siamo profondamente amati e abbiamo un grande valore. Possiamo aver bisogno di aiuto psicologico per lavorare su queste cose.
Ci sono sicuramente azioni di cui il nostro coniuge può essere colpevole e che sono realmente distruttive per il matrimonio, come dipendenze, violenza o infedeltà, che provocano una sofferenza incommensurabile e sentimenti di impotenza. Ancora una volta, comunque, definire l’altro una croce intensifica l’impotenza e la rassegnazione, quando ciò che è necessario è invece l’azione. Se il problema è serio, si dovrebbe coinvolgere un terapeuta. Se poi ci rendiamo conto che noi o i nostri figli siamo in imminente pericolo di vero danno, è necessario porre dei limiti per difendere la famiglia. A volte si deve assumere una posizione radicale contro i comportamenti inaccettabili. “Non sei sobrio per settimane di seguito, quindi devi andartene”, “Resteremo separati finché non seguirai una terapia in cui affronterai la tua rabbia e le aggressioni fisiche”.
- Quando il problema è davvero dall’altra parte
I confini non sono un atto di vendetta, ma mezzi per salvare un rapporto e dargli una possibilità di esistere in termini nuovi.
Dio vuole una vita piena e la crescita di chiunque. Visto che rispetta la natura umana, permette – ma non desidera direttamente – la sofferenza di una moglie trascurata per una dipendenza o quella di un marito tradito. Si rende vicino con la sua compassione per aiutare le persone che soffrono in un matrimonio a ripristinare ciò che è stato perduto – sentimenti di speranza, autostima e di possibilità di futuro.
- Dio ci vuole felici
Dio desidera sempre che la persona che ha provocato il dolore prenda, con il suo aiuto, la via della trasformazione e della conversione, e poi pratica e ci invita a praticare il perdono. Ciò non significa l’accettazione del male, ma il riconoscimento del fatto che siamo tutti imperfetti e bisognosi di crescere. Il perdono apre la porta al progresso e alla guarigione del rapporto.
La chiave è riconoscere la situazione o il comportamento, e non la persona, come problema.
Kiko tocca l'apice e arriva alle estreme conseguenze dei suoi contorcimenti mentali al famoso Family day, tenutosi a Roma il 20 giugno 2015, quando pretese di "spiegare" - grazie al suo collaudato ed autocertificato "discernimento" - come possa un marito abbandonato arrivare ad uccidere la moglie e i suoi stessi figli.
Tutti sappiamo bene che nel cammino non c'è convivenza, annuncio, passaggio in cui non si ripeta che tuo marito e tua moglie sono la tua croce. Questa diventa l'«espressione ricorrente», comune a tutte le coppie, ripetuta in modo ossessivo nelle risonanze, durante gli scrutini e nei giri di esperienza.
Quadro sconfortante dei matrimoni in salsa neocatecumenale con annesso avvilimento dei figli che magari fanno (cosa neanche tanto rara) il cammino nella stessa comunità dei genitori.
La colpa - come appare evidente - è tutta di Kiko che, ogniqualvolta annuncia il suo Kerigma, parla sempre e solo in questi termini alle coppie.
Il matrimonio è il suo esempio preferito a riprova del fatto che "l'altro è il tuo inferno", che "l'altro è il tuo nemico". E dopo non ha neanche bisogno di dimostrare che l'inossidabile solidità della coppia neocatecumenale, con annessa incondizionata apertura alla vita e pronto perdono, senza se e senza ma, dei tradimenti (anche se reiterati), si fonda tutta sulla presunta potenza del "cammino che salva".
A completamento del post riportiamo un ultimo commento, indubbiamente forte nella sua crudezza, ma altrettanto incontestabile nella sua realtà.
Ogni camminante, con un minimo di onestà, non potrà che darne conferma, come dal commento firmato Anonimo che ben sa.
Di seguito, un commento dal nostro lettore DG:
Scusate è da giorni che volevo commentare questa frase di Kiko , che ho sentito e risentito fino allo sfinimento e che mi ha fatto sempre male ben sapendo quello che succede nelle comunità"…tutti o quasi hanno un’amante; non così tra di noi, non siamo obbligati, non siamo schiavi del demonio in questo senso…"Ma Kiko i piedi per terra non ce li mette mai?
I catechisti delle comunità non potrebbero informarlo meglio?
Guardate che le amanti o andare a "donnine" tutte le settimane o una volta al mese come se fosse un medicinale contro la depressione o non so cosa, i cari fratelli neocatecumenali lo fanno eccome (non tutti certo) e questo peccato se lo portano dietro per decenni!
Cominciano al primo passaggio (la croce) e non terminano mai perchè ad ogni passaggio o convivenza con i cosiddetti "catechisti" gli sposi vengono interrogati uno dietro l'altro e si assistono a scene infernali. Pianti e mea culpa ipocriti.
Allo sposo che cornifica la moglie, che magari ha figli su figli a cui badare e non ha modo nè tempo nè voglia di mettersi in baby doll (sono antico) e farsi trovare fresca e appetibile tutte le sere, così da soddisfare le presunte voglie del marito cornificatore, vengono dette queste cose:
- "devi concederti a tuo marito" (e magari avere ancora altri figli) "quando LUI te lo chiede, altrimenti lo spingi a peccare" (e il sano equilibrio tra gli sposi dov'è finito?)
- "devi perdonare perché siamo peccatori, tuo marito pecca andando a fornificare con altre donne e tu pecchi nel non concederti a lui" (e la fedeltà, l'onestà e l'autocontrollo del marito, dove sono finiti?)
- "devi perdonare il peccato di tuo marito" (ma lui si sforza di non peccare? oppure applica il dogma kikiano de «l'uomo non può non peccare»?)
- "fate un fine settimana da soli" (e i bambini stanno a casa con la baby sitter sottopagata dalla comunità o ospiti dai fratelli, divisi in più famiglie se sono tanti).
DG (mi dimentico sempre di firmare i miei post)
In conclusione, un commento che ce lo testimonia:
Confermo. È il motivo per cui mi hanno fatto avere orrore del matrimonio. Ero una giovane donna. Poi sono uscita, per grazia di Dio. Anonimo che ben sa
























