mercoledì 1 aprile 2026

Domande sul neocatecumenato... ancora attuali

Nostra traduzione da Boston Catholic Insider. Sebbene la pagina originale sia del 2012, è l'ennesima testimonianza di un cattolico un po' perplesso davanti alle furbate del Cammino e dei suoi "potenti appoggi", ed è tristemente ancora valida oggi, visto che nel frattempo del Cammino - e dei suoi mezzucci, e delle sue furberie - non è cambiato nulla.



Le notizie recenti sul cardinale O'Malley che ha presieduto il 6 maggio 2012 un "omaggio sinfonico e preghiera" alla Simphony Hall, composto dal fondatore del Cammino, Kiko Argüello, ci ha fatto pensare che sarebbe ora di scrivere qualcosa a proposito del Cammino Neocatecumenale.

Alla luce del tremendo supporto che O'Malley ha dato al Cammino qui a Boston, abbiamo tentato di informarci da un bel po'. Un anno fa pensavamo che la loro raccolta di fondi fosse una buona causa, ma uno sguardo meno superficiale fa emergere molte più domande che risposte.

In teoria il Cammino, fondato nel 1964, parrebbe buono. Qui a Boston seminaristi stranieri con zelo missionario si preparerebbero al sacerdozio (studiando al seminario diocesano St.John e nel loro seminario Redemkikos Mater), verrebbero ordinati preti diocesani, per poi impegnarsi come parroci nell'area di Boston. Ma in pratica alcune cose non sono affatto chiare.

Ecco cosa dice il sito web dell'arcidiocesi:

I seminari Redemkikos Mater puntano a preparare preti per la Nuova Evangelizzazione... Il cardinale O'Malley ne ha aperto uno a Boston (RMSB) nel 2005... Nel 2009 ha proceduto alla prima ordinazione sacerdotale da tale seminario...

Dato che vengono formati come preti con un cuore missionario, sperano di venir assegnati dall'Arcivescovo a qualche missione, come parte della loro vita sacerdotale...

RSMB assegna seminaristi nelle parrocchie dell'arcidiocesi... Come parte della loro formazione è previsto anche che per almeno due anni facciano evangelizzazione itinerante, solitamente dopo aver completato il secondo anno di teologia, venendo inviati "a due a due" e vivendo in povertà e contando sulla Provvidenza...

Seminaristi e preti delle comunità neocatcumenali assistono molto l'arcidiocesi nei confronti delle comunità etniche... e delle varie parti del mondo dove c'è bisogno...

Tutte queste cose in teoria sembrano buone. Dal 2007 al 2012 nel RSMB hanno studiato 26 seminaristi, mentre oggi (maggio 2012) ci sono 20 seminaristi.

Ma restano alcune domande:

  • chi paga la retta per i seminaristi neocatecumenali?
  • chi paga per i loro veicoli (benzina, manutenzione, assicurazione)?
  • chi paga per il loro vitto, alloggio, bollette?
  • chi paga la loro assicurazione sanitaria, dentista, ecc.?
  • chi paga per i loro viaggi in aereo, sia verso gli USA che verso altri paesi, quando fanno l'«itineranza»?
  • a quanti milioni di dollari assommano tali spese finora?
  • quanti di questi soldi sono pagati dal Cammino e quanti dall'arcidiocesi di Boston e dal seminario di St.John?

Purtroppo abbiamo notizia (siamo solo in attesa di conferma definitiva) che una grossa percentuale di tali spese è stata a carico dell'arcidiocesi e del St.John.

Qualcuno potrebbe ottimisticamente pensare che è un investimento per ottenere più sacerdoti per la diocesi. Ma allora come mai non si spende altrettanto per i seminaristi diocesani? [quelli non del Cammino, che sono tenuti a pagarsi vasta parte del costo della formazione, ndt]

Uno potrebbe anche chiedersi: le raccolte fondi dei neocatecumenali, cosa vanno a sostenere? Sono usati per compensare le spese del St.John o per spese relative solo ai neocat?

E poi: quanti seminaristi neocatecumenali resteranno a Boston dopo che sono stati ordinati anziché partire per la "missione"? Quando nel 2008 un giornalista del Boston Globe fece questa domanda a O'Malley, quest'ultimo tentò di ammorbidire la questione:

Domanda: quelli del Cammino - alcuni o tutti - resteranno qui [in diocesi]?

Risposta: verranno ordinati a Boston e qualcuno potrebbe essere mandato in missione, ma alcuni di loro opereranno qui, ovviamente secondo i differenti gruppi etnici presenti. Il vantaggio della loro comunità è la presenza di molti ispanofoni e parlanti portoghese, ed in futuro vedremo che sarà un'importante necessità della diocesi.

Domanda: vengono ordinati preti dell'arcidiocesi di Boston?

Risposta: sono preti diocesani.

Ci risulta che due preti neocatecumenali sono stati ordinati dal Cammino qui a Boston e che uno di loro sia assegnato in diocesi. Ma a quanto pare, dopo 5 anni - o a richiesta di Kiko in qualsiasi momento - può essere escardinato, cioè formalmente liberato dalla giurisdizione di questa diocesi e trasferito altrove.

Ci sono poi altre controversie relative al Cammino, che richiederebbero una trattazione piuttosto ampia per elencarne i dettagli. Ci limiteremo ad alcuni esempi.

La prima controversia riguarda le loro liturgie. A gennaio 2012 Benedetto XVI approvò le loro celebrazioni "non liturgiche" ma stabilì che le loro Messe dovessero conformarsi alle norme liturgiche valide per tutta la Chiesa. In passato avevano inserito varie novità nelle celebrazioni come lo stare in piedi alla consacrazione, il prepararsi i pani da usare nella liturgia, il fare la comunione seduti attorno ad un tavolo decorato posto al centro, il passarsi il coppone del Sangue Consacrato da persona a persona. Il Vaticano esprimeva preoccupazione anche per il loro usare esclusivamente la seconda preghiera eucaristica escludendo tutte le altre. Nel 2005 la Santa Sede aveva loro proibito tali pratiche e comandato di conformarsi alle norme liturgiche.

Ad aprile 2012 Benedetto XVI aveva ordinato alla Congregazione per la Dottrina della Fede di investigare se le celebrazioni neocatecumenali si fossero adeguate alla prassi liturgica di tutta la Chiesa. Nelle parole del Santo Padre, questo "problema" era di "grande urgenza" per tutta la Chiesa. [ndt: le fatidiche riunioni della "Feria IV" della CDF, che toglievano il sonno a Kiko, "qui finisce tutto! siamo perduti!", furono interrotte solo per l'abdicazione di Benedetto XVI nel febbraio successivo]

Al di là degli aspetti bizzarri delle loro celebrazioni, i neocat celebrano la loro messa domenicale il sabato sera separati dalla comunità parrocchiale in cui in teoria dovevano essere totalmente integrati. In certi casi potrebbeo esserci parecchie comunità neocatecumenali che celebrano - ognuna separatamente da tutti - diverse liturgie contemporaneamente. Ciò causa confusione e divisione nelle parrocchie, come rilevato anche dai vescovi giapponesi.

Il linguaggio adoperato nei loro statuti è ugualmente inusuale e allarmante. Si riferiscono al parroco indicandolo come "prete", ma ai preti neocat indicandoli come "presbìteri". Anziché indicarla come Santo Sacrificio della Messa, gli statuti neocat parlano della Messa solo come "celebrazione dell'Eucarestia".

Ecco un esempio del loro canto liturgico [ndt: "cavallo e cavaliereeee!!" "ndrung ndrung ndrung!!" e applausi vari].

Lo stesso cardinale O'Malley, nel 2009, descrisse un incontro di seminaristi neocat includendo queste foto della "cappella" dove si erano riuniti e celebrato la liturgia, tra cui per esempio:



Nei 46 anni dalla sua fondazione, il Cammino ha ispirato molte vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata. È comprensibile che O'Malley ne sia entusiasta per la possibilità di avere altri sacerdoti nella diocesi di Boston, che siano nativi del luogo o provenienti da altri paesi con zelo evangelico. Ma allo stesso tempo dovrebbe considerare il "costo" totale a fronte dei risultati ottenuti, e le legittime preoccupazioni.

Qui non stiamo criticando i neocatecumenali - ne abbiamo incontrati molti. Stiamo invece dicendo che con tutto l'entusiasmo riguardo al loro potenziale, ci sono delle domande serie a cui occorre dare anzitutto risposta. Per il bene della nostra arcidiocesi di Boston, il cardinale O'Malley, il vicario generale, i rettori presenti e futuri del St.John, i parroci, vorrebbero che tali preoccupazioni fossero affrontate nella preghiera - e soprattutto le risposte che vi si daranno - visto che qui si continua ad investire così tanto nel RMSB. Voi che ne pensate?

lunedì 16 marzo 2026

Il Cammino non si fida della Chiesa, proprio perché insegna e celebra in modo diverso

Kiko Argüello Wirtz sfrutta il momento della comunione
solo per esprimere il proprio disappunto a Benedetto XVI
Anche se talvolta è stato necessario insistere su un singolo aspetto (es.: l'appartenenza alla Chiesa, per far notare come i neocatecumenali si sentano molto più appartenenti al Cammino che alla Chiesa), non dobbiamo mai perdere di vista la questione nella sua interezza.

Il Cammino Neocatecumenale è fondato sull'erеsia e sull'idolаtria degli autonominati "iniziatori" Kiko e Carmen. I due spagnoli hanno proclamato eresie, strafalcioni, ambiguità, vere e proprie corbellerie, anzitutto a causa della loro spettacolare ignoranza in materia di fede (nonostante i presunti studi teologici di sora Carmen, espulsa dalle suore missiоnarie prima della professione solenne per disubbidienze e chissà cos'altro), e a causa della loro superbia (volevano a tutti i costi essere "fondatori" di qualcosa, riveriti, elogiati, temuti, osannati, ubbiditi, e soprattutto pagati).

Si potrebbe obiettare che anche altri gruppi ecclesiali hanno avuto fondatori tutt'altro che santi, e che invece nei loro adepti la volontà di santificarsi abbia prodotto frutti, come ad esempio il lеrcio Maciel e la bontà di tanti dei suoi Legionari di Cristo, o anche il lеrcio Buela e la bontà di molti dei suoi dell'istituto del Verbo Incarnato. Ma nel caso di queste due realtà ecclesiali c'era almeno la solida base dell'ortodossia dottrinale e liturgica. I loro frutti ci sono stati a dispetto del lerciume dei rispettivi fondatori proprio perché non celebravano carnevаlate, proprio perché prendevano sul serio l'insegnamento perenne della Chiesa. L'idоlatria per i loro fondatori era un risultato (venivano loro attribuiti meriti che non avevano, mentre la vita spirituale e liturgica dei seguaci era sana), non era la premessa della loro spiritualità (è sempre alquanto sospеtto che un gruppo ecclesiale abbia come precondizione per l'adesione l'onorare acriticаmente il fondatore).

Il Cammino, infatti, si fonda proprio sull'idolаtria dei fondatori (ritenuti "ispirati dallo Spirito" anche quando hanno insegnato le corbеllerie più esagerate) e su un inquinamento dottrinale e liturgico, necessario a tener ingabbiati gli adepti (e a far pagare loro le "decime" e le altre gabelle kikolatriche, e a far andare avanti il carrozzone). Kiko e Carmen sapevano benissimo che i fratelli delle comunità che avessero anche solo accidentalmente fatto esperienza della santa liturgia cattolica o della santa dottrina cattolica, avrebbero capito subito che il Cammino era una truffa, era un totale ostacolo alla crescita nella fede. Per questo hanno sempre pompato disprezzo, con quella terminologia che solo il demonio poteva ispirare: le "casette" (i confessionali) disprezzate perché materialmente costruite per una riconciliazione a tu per tu (anziché la gran caciara delle cosiddette "penitenziali" del Cammino); la "parolina" transustanziazione, disprеzzata perché ricorda il concetto di sacrificio, vale a dire quello di sacerdozio (perché solo un "sacerdote" può compiere il "sacrificio" a Dio gradito), ossia hanno disprezzato la gerarchia cattolica e hanno dato ascolto alla sola gerarchia di cosiddetti "catechisti" neocatecumenali; e poi il termine "piccola comunità", inteso a identificare solo quella kikolatrica ("piccola" non riguardava il numero di adepti)... Tutto un dileggiare, o reinterpretare a proprio uso e consumo, la terminologia cattolica, allo scopo di consolidare il potere assoluto dei dei due spagnoli e dei loro pretoriani.

Il laico Kiko si atteggia a vescovo, predicando
dall'ambone con tanto di crocifero e candelieri
L'esperienza di fede la si può vivere solo seguendo ciò che la Chiesa ha sempre detto e fatto. Proprio come hanno sempre fatto i santi: hanno seguito il Magistero e la Tradizione (necessari per comprendere anche le Scritture, la liturgia, la giusta via per la vita di fede), prendendoli molto sul serio, e hanno tratto frutti straordinari. E hanno capito molto meglio di noi le implicazioni delle verità di fede - di fronte alle quali provavano brividi e commozione, perché si rendevano conto molto più di noi dell'immensità di quei tesori che la Chiesa ha sempre fatto di tutto per trasmettere. L'appartenenza alla Chiesa, per loro, non era un obiettivo da perseguire (tanto meno un'etichetta da autoappiopparsi) ma la naturale e inevitаbile conseguenza di ciò che credevano. La liturgia, per loro, non era un dovere ma una necessità, non era una roba "da abbellire", ma qualcosa che li connetteva al Signore, attraverso quei gesti e quelle formule garantiti dall'autorità della Chiesa come i migliori e più efficaci.

Nostro Signore ha operato ogni sorta di miracoli, senza usare altro che la propria volontà («alzati e cammina»), e dunque il fatto stesso che abbia voluto che si celebrasse la liturgia («fate questo in memoria di Me») è già più che sufficiente a garantircene l'assoluta e totale efficacia (e i farisei, non potendo negare i miracoli, pur di trovare un appiglio si lamentavano che fossero stati eseguiti "in giorno di sabato", o che ponessero improbabili rischi politici). Dunque l'unico modo di celebrarla è seguire ciò che la Chiesa ha sempre garantito essere liturgia, non "personalizzandosela" come Kiko e Carmen.  

I santi si sono fidati della liturgia di tutta la Chiesa, i «nuovi falsi profeti» Kiko e Carmen non vogliono fidarsi. I santi si sono fidati dell'insegnamento perenne della Chiesa (quello «che ascoltate all'orecchio predicatelo sui tetti», cfr. Mt 10,27) mentre Kiko e Carmen hanno preteso di insegnare le proprie elucubrazioni ammantandole di "arcani" e segretezza. Facciamo qui notare che le cosiddette "approvazioni" ricevute dal Cammino, non contengono alcuna approvazione delle loro carnevalate liturgiche, tanto meno delle fandonie (e vere e proprie eresie) delle loro cosiddette "catechesi".

Dunque, a dispetto di eventuali ampollosi discorsoni neocatecumenalizi (dopotutto anche i protestanti son bravissimi a dire che "Gesù è il Signore", e che "solo Dio salva", e cose del genere), non bisogna fidarsi del Cammino, ma solo di ciò che la Chiesa ha sempre fatto, detto, insegnato, celebrato.

lunedì 23 febbraio 2026

Testimonianza: il Cammino e il suo netto rifiuto del carattere sacrificale della Messa

"Liturgia" neocatecumenale
Nostra traduzione - evidenziando alcuni passaggi - di due articoli sul Cammino Neocatecumenale pubblicati da AbbeyClint "Ero nel Cammino" e "Il banchetto della frattura". Lo stesso blog contiene altri articoli sul Cammino.



Vorrei offrire uno sguardo critico sul Cammino, un'organizzazione che al di là delle promesse di rinnovamento della parrocchia funziona spesso come una gerarchia-ombra che mina la comunità parrocchiale.

Sono stata membro del Cammino per oltre quindici anni, passando le "tappe" fino a completare quella detta "iniziazione alla preghiera". Avendo seguito decenni di catechesi e liturgie, ho visto come il movimento neocatecumenale sistematicamente frattura la parrocchia, creandosi un gruppetto di adepti che ben raramente si coinvolgono con gli altri parrocchiani o con lo stesso parroco. Anche se sono particolarmente critica delle deviazioni teologiche del Cammino, la realtà è che l'eresia è solo la punta dell'iceberg riguardo a cosa vi viene insegnato e come opera.

La dinamica del potere all'interno del Cammino è centrata sull'autorità assoluta dei cosiddetti "catechisti", laici che spesso agiscono come despoti sulle vite personali dei membri loro sottoposti. Durante il Primo e Secondo Scrutinio, i membri sono soggetti ad un interrogatorio pubblico e invasivo dove i confini della privacy vengono sistematicamente smantellati. Sono stata testimone di una cultura dove i membri si sentivano obbligati a mettere in scena delle particolari sofferenze solo per soddisfare i leader. Per esempio, una tattica di sopravvivenza era quella di etichettare il proprio coniuge (o i propri genitori) come la propria "croce", solo allo scopo di evitare che l'interrogatorio proseguisse ancora. Di fronte a crisi che alterano il corso della vita, come ad esempio un cancro terminale, il rigido impianto teologico dei cosiddetti "catechisti" finiva spesso per cortocircuitare perché non era compatibile con la narrativa preconfezionata secondo cui il Signore ti infligge una croce per santificarti. Questo tipo di controllo sui fratelli delle comunità si estende anche alle loro vite personali, con i leader che frequentemente intervengono in decisioni importanti riguardo gli studi o la carriera, al punto di proibirne l'ingresso in università cattoliche perché non offrirebbero l'educazione autentica che solo il Cammino darebbe.

L'elemento forse più disturbante del Cammino  è l'interferire con la sfera più intima delle relazioni umane. Ho visto comunità fare pressioni su donne affinché restassero insieme (o addirittura sposassero) soggetti chiaramente instabili e abusatori, con la scusa che un partner violento o drogato sarebbe un "dono di Dio" inteso a insegnare ad entrambi l'amore. Questa trappola psicologica è rinforzata da una specifica catechesi riguardante la "Vera Chiesa". All'interno delle comunità viene insegnato che solo chi fa il Cammino starebbe davvero vivendo la fede cristiana alla maniera della "chiesa primitiva", mentre i cattolici normali e chiunque al di fuori del Cammino starebbe effettivamente vivendo come Giuda. Questa "narrativa di Giuda" è sfruttata come un potente strumento di coercizione: ai fratelli del Cammino viene detto che se lasciano la comunità hanno scelto la via del traditore. Ho visto famiglie intere in lacrime alla fine delle convivenze, con una figlia obbligata a continuare il Cammino anche se sua madre aveva scelto di non continuarlo, tutto sotto la terribile minaccia dell'apostasia spirituale.

Per isolare la comunità dai feedback esterni, il Cammino impone una potente tattica di "complesso di persecuzione". Ai neocatecumenali vien detto che chiunque lasci il Cammino, o lo critichi, non starebbe offrendo una critica valida ma li starebbe attivamente "perseguitando". Viene loro insegnato che essendo "i prescelti", come gli israeliti, quel tipo di opposizione è da aspettarsela, e che il demonio stesso userebbe le critiche al Cammino per attaccarlo e distruggerlo. Quando qualcuno fa notare che le loro stretegie sono tipiche di una setta si sente puntualmente rispondere che "anche gli antichi soldati romani chiamarono setta la Chiesa delle origini". Questo comporta che qualsiasi legittimo dubbio o critica venga considerato una conferma che i neocatecumenali sarebbero dalla parte giusta, rendendo così impossibile per i membri ascoltare qualsiasi osservazione da parte dei loro stessi familiari o della stessa Chiesa.

"Liturgia" neocatecumenale
Mentre le comunità pompano massicce quantità di soldi verso progetti internazionali del Cammino (come la sua megavilla-vacanze in Israele), alla diocesi vengono accollate tutte le responsabilità morali e legali create dalla setta. Il lato business del Cammino è tanto pericoloso quanto poco esposto, operando senza alcuna trasparenza (a differenza di tutte le istituzioni religiose moderne). Non si sa chi maneggia i soldi o come vengono gestite le questioni finanziarie; i fratelli delle comunità vengono addestrati a trattare il denaro con disprezzo e a non preoccuparsi molto di quanto Kiko ne stia intascando con le sue opere "artistiche" personali.

Faccio perciò appello a qualsiasi fedele, anche pastore o vescovo, che abbia "incontrato il Cammino", di pensarci due volte. Aderire ad una comunità, o anche solo acconsentire a che il Cammino pianti le radici nella vostra diocesi, rendetevi conto che non state solo sottoscrivendo a "catechesi" discutibili, ma a un sofisticato sistema di controllo istituzionalizzato che campa di segretezza e di sistematiche e dolorose divisioni del Corpo Mistico di Cristo.



Crescere nel Cammino apre una nuda e cruda finestra sulla "Nuova Teologia" che ha permeato la Chiesa postconciliare, offrendo uno sguardo di prima mano al radicale e netto rifiuto del carattere sacrificale della Messa. Per l'adepto del Cammino l'altare non è il luogo dove il sacrificio di sangue viene effettuato in maniera incruenta, ma solo un tavolinetto per un banchetto fraterno.

Questo cambiamento non è puramente estetico: è un rifiuto profondo e di carattere ontologico [cioè della sua essenza stessa, ndt]. Rimpiazzando la tradizionale enfasi sulla natura propiziatoria dell'Eucarestia, l'offerta del Figlio al Padre per la remissione dei peccati, con una celebrazione del "Mistero Pasquale" centrato quasi esclusivamente sulla Resurrezione e sulla gioia della comunità, il Cammino rispecchia la tendenza postconciliare a prioritizzare la relazione "orizzontale" fra gli uomini rispetto a quella "verticale" tra l'uomo e Dio.

Questo punto teologico si manifesta molto chiaramente nella struttura fisica e liturgica delle "eucarestie" neocatecumenali, celebrate per lo più in formazione attorno ad un tavolino decorato anziché dirette verso l'altare o il tabernacolo. Tale configurazione di fatto smonta il ruolo del sacerdote come alter Christus che agisce per Cristo sommo Sacerdote, demansionandolo a mero presidente di un pasto fraterno.

Gli "errori" del Cammino sono, in questo senso, non delle aberrazioni isolate ma le logiche conclusioni di una particolare interpretazione del Novus Ordo della Messa. Quando i fedeli sono incoraggiati a ricevere l'Ostia da seduti e a consumarla tutti insieme contemporaneamente al sacerdote, la distinzione gerarchica fra il sacerdozio ministeriale e il sacerdozio comune dei fedeli viene offuscata fino all'oblìo. Così la "Nuova Teologia" (che vede la Chiesa come un'assemblea democratica anziché come un corpo gerarchico e soprannaturale) ha la sua attuazione pratica.

Per di più, l'approccio pedagogico del Cammino Neocatecumenale, col suo direttorio catechetico segreto, fa eco dell'ambiguità dottrinale che è stata un forte carattere dell'era moderna. A furia di enfatizzare una fede "esistenziale" ed "esperienziale" a scapito della chiarezza oggettiva e dogmatica della tradizione Scolastica, il Cammino favorisce un'identità religiosa che è troppo spesso legata al "percorso" specifico della comunità anziché all'universale deposito della fede.

"Liturgia" neocatecumenale
Ciò rispecchia la crisi di autorità visibile nella Chiesa, dove il "discernimento" soggettivo ha spesso la priorità a scapito del Magistero perenne. Così, riflettendo sui miei 15 anni passati nel Cammino, deduco che la crisi della liturgia è anzitutto una crisi di fede: se la Messa non è più vista come un vero sacrificio il nucleo stesso del cattolicesimo ne viene svuotato, lasciando un guscio "comunitario" che a fatica riesce ad indirizzare le anime verso la trascendente realtà del Calvario.

In questo quadro teologico, la comprensione del peccato e della propiziazione sottosta ad una trasformazione che porta una impressionante e spesso inquietante somiglianza al pensiero luterano, allontanandosi dalla dottrina cattolica sul merito e verso una più fatalistica visione della condizione umana. 

All'interno del Cammino, il peccato viene spesso presentato non come una volontaria trasgressione che richiede la medicina della grazia dei sacramenti e la penitenza personale, ma come un sintomo inevitabile della "schiavitù" dell'uomo al demonio.

Questa prospettiva fa eco del concetto luterano del simul iustus et peccator [l'uomo contemporaneamente giusto e peccatore, ndt], dove l'individuo rimane essenzialmente corrotto ma viene "coperto" dalla grazia. Nel sottovalutare la capacità della volontà umana, con l'aiuto della grazia, di domare davvero il peccato e raggiungere la santità, il Cammino rischia di ridurre la vita cristiana ad un ciclo perpetuo del riconoscere le proprie debolezze senza la speranza di emendarsi e di rendersi giusti interiormente.

Questa visione distorta del peccato necessita naturalmente di rifiutare il concetto tradizionale cattolico di propiziazione. Nella liturgia perenne della Chiesa, il sacrificio di Cristo sulla croce è un atto propiziatorio, cioè un soddisfare il Padre per espiare le infinite offese del peccato.

La "Nuova Teologia" espressa nelle catechesi del Cammino tratta l'idea del soddisfare la divina giustizia come un costrutto "legalistico" o addirittura "pagano". Per cui enfatizzano la croce solo come un segno dell'amore incondizionato di Dio e una vittoria sulla morte, privandola del suo carattere di necessità del sacrificio per la remissione delle colpe. Questo cambiamento rimuove di fatto la necessità "transazionale" della Messa: se non c'è bisogno di propiziazione, la Messa cessa di essere un sacrificio offerto per i vivi e per i morti e diventa banalmente una memoria di un evento storico che convalida lo stato corrente della comunità.

Di conseguenza, il ruolo dell'individuo nell'economia della salvezza viene minimizzato fino ad un'accettazione passiva delle proprie debolezze. La chiamata cattolica a "completare nella propria carne quello che manca ai patimenti di Cristo" (cfr. Col 1,24) attraverso il sacrificio e la mortificazione viene rimpiazzata da un concentrarsi sul "kerygma", una proclamazione di misericordia a cui quasi sempre manca la corrispondente chiamata ad un fermo proposito di ravvedimento.

Quest'orientamento teologico rispecchia la crisi post-conciliare dove il senso del peccato è stato praticamente smarrito, rimpiazzato da un conforto psicologico che cerca di tranquillizzare la coscienza anziché ripulirla. Descrivendo disonestamente l'uomo col "non può non peccare" fino a che non abbia un qualche momento di illuminazione mistica, il Cammino (inavvertitamente?) ripropone la negazione protestante del libero arbitrio, per di più staccando il fedele dal tradizionale percorso di ravvedimento, riconciliazione ed unità che era stato quello di due millenni di cattolicità.

giovedì 29 gennaio 2026

Mons. Gherardini parla del Cammino


E ci son aberrazioni indubbiamente più gravi. Quelle dei cosiddetti «neocatecumenali».

Non so se risponde a piena verità ciò ch'essi vanno dicendo al colto e all'inclita, d'avere cioè ottenuto la piena approvazione da parte della Sede Apostolica. Ciò che è a mia conoscenza - e la fonte è sempre «L'Osservatore Romano» - è che, almeno fin a qualche tempo fa, quel movimento fosse «sub judice». Se poi l'approvazione ci fosse stata davvero, la gravità sarebbe chiaramente maggiore, perché determinerebbe una situazione di «chiese parallele». Nel 2002 l'allora cardinal Ratzinger dichiarò che gli statuti dei neopentecostali, «il direttorio catechetico e tutta la prassi catechetica e liturgica del Cammino» eran «al vaglio dei competenti dicasteri». Neanche due mesi dopo - da settembre a novembre dello stesso anno 2002 - nella Chiesa «Caput et Mater omnium Ecclesiarum», vale a dire in San Giovanni in Laterano si procedette all'ordinazione di dieci diaconi neocatecumenali. Era la dimostrazione fattiva e visiva delle due «chiese parallele».

Non m'interessano le vicende personali di Kiko e di Carmen, anche se l'impressione è che non siano molto edificanti. A me interessa soltanto la fedeltà alla dottrina della Chiesa, quale ci vien riproposta nella sua secolare identità dalla sacra Tradizione. Non ho la possibilità d'una diretta verifica di essa nei testi ufficiali del Cammino Neocatecumenale, dal momento che tali testi subiscono una sorta di «secretazione». Qualcuno [p.Enrico Zoffoli, ndr], però, li ebbe fra le mani e, citandoli alla lettera, li portò a conoscenza di tutti. Nessun dubbio che da quelle citazioni emerga l'evidenza dell'eresia. Specificarla sarebbe un'impresa improba: è eresia su tutta la linea. In particolare la si rileva in ordine al mistero eucaristico. Ora l'eresia è un «bubbone che va reciso», come scrisse Karl Barth a proposito della mariologia cattolica; un vescovo, al quale proprio questo avevo osservato, mi rispose: «Però pregano molto e quindi lasciamoli in pace». Avete letto bene: un vescovo, pregano molto, lasciamoli in pace. Si vede che per i vescovi del postconcilio una preghiera - magari quella in lingue - val bene un'eresia! La situazione caotica determinata dal nuovo associazionismo cattolico, di cui il Cammino Neocatecumenale è una delle espressioni più emblematiche, dovrebb'esser non lasciata a se stessa ed ancor meno approvata o tollerata «pro bono pacis», specie se fosse priva della dovuta chiarezza dogmatica e morale. Non si può, per esempio, né ammettere né tollerare un movimento che, per principio, riduca al minimo la presenza presbiterale nella sua attività catechetica e liturgica. D'altra parte sarebbe molto facile metter in risalto l'ecclesialità d'ogni movimento sedicente cattolico, commisurandola con il contenuto teologico e giuridico di codesto stesso aggettivo: cattolico è non ciò che spunta per generazione spontanea all'interno della Chiesa, ma ciò cui dà vita, o ne prende in mano le redini, la gerarchia ecclesiastica.


(citato da: Brunero Gherardini, Concilio Vaticano II: il discorso mancato, ediz. Lindau, Torino, 2011, pp.67-72)

martedì 20 gennaio 2026

Nulla di nuovo: Leone XIV striglia il Cammino

"Liturgia" neocatecumenale
Come al solito, il discorso del Papa ai neocat del 19 gennaio 2026 è stato scritto da qualcun altro (qualche equipe kikolatrica), tant'è che la prima mezza dozzina di paragrafi consiste nel solito formalismo sdolcinato identico a quello che fecero usare ai predecessori, fino a Giovanni Paolo II.

Saltiamo dunque l'inutile peana iniziale (necessario, a quanto pare, solo per porre gli ascoltatori nella modalità "seguiamo con attenzione, è importante!") e andiamo al sodo.

«Dobbiamo sempre ricordarci che siamo Chiesa» (il Cammino lo ha dimenticato, altrimenti non ci sarebbe stato bisogno di dirlo).

«...se lo Spirito concede a ciascuno una manifestazione particolare, essa è data – come ci ricorda l’Apostolo Paolo – «per il bene comune» (1Cor 12,7) e quindi per la missione stessa della Chiesa» (Leone XIV è costretto a ricordarlo perché i neocatecumenali se ne infischiano del "bene comune" e della "missione stessa della Chiesa").

«I carismi devono essere sempre posti al servizio del regno di Dio e dell’unica Chiesa di Cristo, nella quale nessun dono di Dio è più importante di altri – se non la carità...» (chiaro il sottinteso? Chi proclama di avere un "carisma" e non si pone al servizio dell'unica vera Chiesa, o non ha il carisma, o non ha la carità).

«...e nessun ministero deve diventare motivo per sentirsi migliori dei fratelli ed escludere chi la pensa diversamente» (c'è bisogno di dirlo perché evidentemente i neocatecumenali "si sentono migliori" degli altri ed escludono "chi la pensa diversamente", a cominciare dagli "ex fratelli" esclusi, emarginati, diffamati).

«La vostra missione è particolare, ma non esclusiva» (cioè i neocatecumenali non sono più speciali degli altri - nonostante si siano autoconvinti di esserlo).

«...il vostro carisma è specifico, ma porta frutto nella comunione con gli altri doni presenti nella vita della Chiesa» (in realtà è solo lo specifico carisma delle eresie - ma evidentemente anche Leone XIV si rivolge al buon cuore dei singoli fratelli delle comunità facendo loro presente che senza "comunione" con la Chiesa tutta, senza "vita della Chiesa", sono solo poveri adepti di una setta che detesta la Chiesa).

«...il bene che fate è tanto, ma il suo fine è permettere alle persone di conoscere Cristo, sempre rispettando il percorso di vita e la coscienza di ciascuno» (chiediamoci tutti - specialmente i kikolatri - il bene che fate "a chi"? e come mai Leone XIV ha bisogno di precisare che le persone devono "conoscere Cristo"? e come mai ribadisce le critiche dei precedenti pontefici sul rispettare "il percorso di vita e la coscienza di ciascuno? ma dai, è come se il Papa pensasse che il Cammino non fa conoscere Cristo ma Kiko, non rispetta il percorso di vita dei fratelli, calpestando la coscienza di ciascuno).

«...senza mai separarvi dal resto del corpo ecclesiale... pastorale ordinaria delle parrocchie... comunione con i fratelli... con i presbiteri e i vescovi... senza chiusure... come costruttori e testimoni di comunione...» (tanto per cambiare, sempre le stesse critiche che da ormai mezzo secolo, fin da Giovanni Paolo II, vengono fatte al Cammino).

giovedì 8 gennaio 2026

Sì, la risposta è proprio quella: la Messa tradizionale in latino

Liturgia tradizionale:
in ginocchio per la Comunione
Come già detto da molti collaboratori di questo blog, anche tanti anni fa, la liturgia tradizionale in latino (quella che alcuni chiamano "Messa tridentina", o "forma straordinaria", o "Vetus Ordo") è la miglior risposta allo scempio liturgico conciliare (e ancor più alle carnevalate liturgiche del Cammino Neocatecumenale).

La liturgia "tridentina" è rimasta sostanzialmente uguale per almeno una quindicina di secoli: le notizie certe più lontane le abbiamo già dal VI secolo con papa Gregorio Magno (santo e dottore della Chiesa), ma possiamo essere certi che nei secoli precedenti nessuno avesse osato inventarsi modifiche arbitrarie, e che i punti fondamentali - come ad esempio la consacrazione - risalgono agli stessi Apostoli. La liturgia della Messa è vero culto a Dio, è il sacrificio compiuto dal sacerdote perché Nostro Signore comandò «fate questo in memoria di me».

Storicamente l'autorità della Chiesa ha messo mano alla liturgia solo raramente, con grande timore reverenziale, e con la certezza che «ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso».

Il problema della liturgia moderna - quella introdotta a partire dal 1965, ed entrata in vigore nel 1969 con l'avallo di Paolo VI - è che fu costruita a tavolino, sulla scia di un "rinnovamento" liturgico non ben definito e neppure necessario, e introdotta nel momento sbagliato: proprio quando un sacco di autoinventati "iniziatori" e "rinnovatori" aveva un'irrefrenabile voglia di rivoluzionare la Chiesa e la fede. Dal 1969 ad oggi la liturgia moderna è stata accompagnata sempre e ovunque da abusi liturgici, svarioni, modifiche arbitrarie (pensate un po': "rubricista", cioè colui che nel celebrare segue le "rubriche", cioè le indicazioni del Messale, è oggi comunemente considerato un insulto), al punto che tra i fedeli spesso si dice con amarezza: "due parrocchie diverse, due messe diverse".

Anche Kiko e Carmen, i due autoproclamati "iniziatori", pretesero di spettacolarizzare la liturgia e di personalizzarsela infischiandosene del nuovo Messale Romano approvato da Paolo VI nel 1969, con aggiunte, modifiche, omissioni, più tutto il setup idolatrico (canti esclusivamente di Kiko, "icone" esclusivamente di Kiko, drappi e suppellettili sacre designed by Kiko, gesti come il girotondino col passetto e la "comunione seduti" inventati da Carmen e Kiko, eccetera: in pratica, con la bocca menzionano Dio, ma con la liturgia celebrano il Kiko).

Diversi ex neocatecumenali, disgustati che lo scempio della setta neocat non ricevesse adeguata punizione dalla Chiesa, o che avevano finito per confondere il Cammino con la Chiesa, hanno rinunciato alla fede. Di ciò Nostro Signore chiederà severamente conto alla gerarchia neocat, agli autonominati "iniziatori", e ai loro complici a tutti i livelli.

Molti ex neocatecumenali, invece, hanno scoperto la liturgia tridentina, riconoscendovi il culto a Dio gradito, il santo sacrificio dell'altare, il nutrimento spirituale che ha acceso il cuore dei santi di tutte le epoche (incluso padre Pio da Pietrelcina).

Come già fatto notare in tante occasioni, la messa moderna (Novus Ordo), è qualitativamente inferiore alla liturgia tradizionale (Vetus Ordo), in quanto ha introdotto diverse novità e ha sminuito in più punti (specialmente nell'offertorio) l'aspetto di sacrificio, la figura del sacerdote, eccetera.

Ci permettiamo dunque di consigliare di ascoltare la catechesi di don Leonardo qui sotto, che spiega in modo semplice le principali differenze invitando alla riflessione. La catechesi dura circa un'ora (dopodiché risponde ad alcune domande) ma vale davvero la pena seguirla, indipendentemente da quale tipo liturgia si frequenta normalmente.


Video (clicca [qui] se non si vede):

venerdì 2 gennaio 2026

Carmen che forniva a Kiko "il Concilio su un piatto d'argento", cioè un aiuto contro la fede e contro la Chiesa

"Prima Comunione" nel Cammino Neocatecumenale:
seduti, intristiti, a fare cosplay nella sala riunioni
Non ci stancheremo mai di ricordare ai lettori vecchi e nuovi di queste pagine che la questione "Concilio Vaticano II" - sia i documenti conciliari, sia l'interpretazione della gerarchia cattolica, sia le personalissime interpretazioni dei suoi tifosi - è fondamentale per capire come mai la Chiesa oggi è in crisi. Crisi nella liturgia, crisi di autorità, crisi nei fedeli, crisi di vocazioni...

In qualità di cattolici, la nostra massima urgenza è salvarci l'anima.

Nostro Signore ha istituito la Chiesa proprio per la nostra salvezza, incaricando determinati uomini (Simon Pietro e gli Apostoli, e dunque i loro successori) ad insegnare le cose della fede (dottrina), a santificare (sacramenti), a guidare spiritualmente il gregge.

Dunque la Chiesa in sé, in quanto istituita e garantita da Nostro Signore, non sarà mai "in crisi" fino alla fine dei tempi. Ma la Chiesa "militante" è composta da peccatori, anche nella gerarchia, e quindi può attraversare "crisi" che ne ostacolano la sua divina missione.

Se dunque la Chiesa attraversa una crisi, cioè se gran parte della gerarchia viene meno al proprio sacro compito di nutrirci spiritualmente (con dottrina, sacramenti, guida spirituale), a pagarne le conseguenze siamo noi cattolici, siamo noi agnelli e pecorelle del gregge del Signore.

Nostro Signore ammonì severamente Pietro: «pasci i miei agnelli... pasci le mie pecorelle» (cfr. Gv 21,15-17). Dunque quando la gerarchia cattolica non pasce bene, quando viene meno alla sua sacra missione, quando ci infligge cibo spirituale che non nutre (o addirittura cibo ambiguo che consente veleni), si ricordi che dovrà risponderne al Signore nel giorno del giudizio.

Facciamo qui notare che per "venir meno" non è mica obbligatorio proferire orride eresie. Può benissimo bastare il sostituire l'insegnamento con le chiacchiere (ad esempio, il tanto ciarlare sulla sinodalità e sul dialogo e su tutte le altre cose che non accrescono la fede), oppure il ridurre la liturgia ad un teatrino (e dunque i sacramenti a un "gettone di presenza", ad un cerimoniale, uno spettacolino autogestito), il ridurre la guida morale ad un moralismo politically correct (tanta cagnara sul "salvare il pianeta" e praticamente silenzio sul salvarsi l'anima; tanta condanna a chi "non fa dialogo", e praticamente silenzio-assenso-benedizione sulle "coppie irregolari" autocandidatesi all'inferno...).

La banalizzazione della fede da parte della gerarchia ha dato la stura ai peggiori "rivoluzionari" - come Kiko e Carmen -, autoincaricatisi di proporre tenacemente "novità" che sostituissero ciò che la Chiesa aveva sempre saggiamente detto e fatto. Ed il Concilio Vaticano II è stato universalmente percepito (fin da quando Giovanni XXIII a sorpresa lo annunciò, sorprendendo perfino i suoi più stretti collaboratori che non ne sapevano nulla) come foriero di infinite "novità", cioè come l'obbligo di spedire in soffitta tutto ciò che la gerarchia cattolica aveva tradizionalmente comandato e raccomandato, tutto ciò che i santi avevano di conseguenza vissuto.

Ha un che di incredibile il fatto che oggi ci sia gente che ha conosciuto personalmente padre Pio da Pietrelcina - praticamente l'ultimo santo "preconciliare", salito al cielo anni dopo la fine del Concilio -, e che abbia vissuto a cavallo degli anni '70 una rivoluzione nella Chiesa che ha prodotto solo danni spirituali e materiali che continuano a crescere e funestarci ancor oggi. Provateci voi a spiegare ad una persona cara, e magari impegnata a "preparare le celebrazioni", che la sobrietà e la sublimità non coincidono con lo spettacolarismo e la teatralità.

In quegli stessi anni in cui padre Pio si avvicinava al termine dei suoi giorni celebrando la santa liturgia (vero culto a Dio gradito), gente del calibro di Kiko e Carmen straziava la liturgia riducendola a un cerimoniale casereccio e chiassoso nei baraccati, in cui censurare del tutto l'aspetto di sacrificio, in cui dimenticare del tutto la transustanziazione.
Mentre padre Pio insegnava in semplicità le cose della fede, i due spagnoli facevano bislacche elucubrazioni di sapore protestante. Mentre padre Pio guidava spiritualmente i fedeli (soprattutto tramite il sacramento della confessione: abbiamo un ragguardevole numero di persone che per averlo incontrato o per essercisi confessati una sola volta, si convertirono, e si convertirono anche quelli che venivano "trattati male" in confessione e fuori), Kiko e Carmen millantavano improbabili "ispirazioni" dello Spirito e arcidubbie "esperienze" mistiche, trasmettendo ai loro adepti una spiritualità funerea e di fatto ostile alla divina grazia.

E tutto questo perché il Concilio Vaticano II - concilio "pastorale", vale a dire che non impegna la nostra fede - era percepito come l'autorizzazione (anzi, l'obbligo) a stravolgere dottrina e sacramenti.

Quella rivoluzione ha sempre annacquato le verità di fede. Per esempio, oggi, gli appartenenti a un qualsiasi movimento o associazione ecclesiale, lo difendono anzitutto dicendo: "ma questo itinerario mi ha fatto incontrare Cristo!"

Ora, è assolutamente vero che l'incontro con Cristo ti cambia la vita: lo abbiamo visto in tutte le vite dei santi. Ma l'aspetto diabolico della faccenda è che per i rivoluzionari "conciliari" l'esperienza viene contrapposta a dottrina e sacramenti: "ritengo di aver fatto esperienza di Cristo, perciò non ho bisogno di conoscere bene le verità di fede, mentre la liturgia può essere anche una carnevalata". Ed è purtroppo fin troppo facile chiamare "esperienza" l'ambientino spettacolaristico/spiritualeggiante che ti produce tante emozioni.

Sul serio, ripensate a tutte le volte che i kikolatri - o gente di altri movimenti ecclesiali - ha ritenuto di potersene infischiare di ciò che sta accadendo nella Chiesa, ha ritenuto di non aver nulla da imparare riguardo alla santa dottrina cattolica, ha ritenuto che non ci sia nulla da correggere nelle proprie liturgie-carnevalata. È successo in tutti i movimenti e associazioni ecclesiali, spaziando dai pur benemeriti ciellini - con la loro frettolosa "comunione sulle mani" e il loro eccessivo accento sull'esperienza - fino al lercio neocatecumenalismo - con le sue carnevalesche liturgie e il suo eccessivo accento sull'esperienza comunitaria e separata anche fisicamente dalla Chiesa.

Piccolo promemoria: la "comunione sulle mani" ha parecchie gravi implicazioni, anzitutto quel continuo diminuire la fede nel realmente presente Nostro Signore Gesù Cristo in Corpo e Sangue. C'è evidentemente una grossa differenza, sul piano della fede, fra chi è convinto che il Santissimo Sacramento debba essere toccato solo da mani consacrate al sacerdozio, e chi "non ci trova niente di male" a maneggiarlo (come se una lunghissima tradizione di santità, fino a padre Pio, si fosse grandemente sbagliata).

Ed infatti i neocatecumenali - che non credono nella presenza reale - e gli altri movimenti ecclesiali - che amministrano "sulla mano" per fretta (o per sciatteria spacciata per "comodità") -, anche quando a parole professassero di crederci, di fatto agiscono come se il Santissimo Sacramento fosse un "gettone di presenza", quando non una sorta di "sacro snack di unità fraterna". Provateci voi, nelle liturgie di oggi (non solo di tali movimenti), ad inginocchiarvi per ricevere la comunione "alla bocca", provateci e fatemi sapere com'è andata a finire.

Insistiamo a far notare che coloro che attorno agli anni '60 bramavano di rivoluzionare la Chiesa erano convinti che fosse loro sacro dovere non l'adeguarsi alla disciplina ecclesiastica e alla dottrina cattolica (e alla liturgia cattolica), ma solo il diffondere le proprie "novità".

Quando Carmen Hernández si vantava di aver fornito a Kiko "il Concilio" (cioè l'opportunità di "rivoluzionare") addirittura su "un piatto d'argento" (cioè occasione particolarmente propizia), ci stava facendo capire che Kiko era solo un burattino nelle sue mani, e lei stessa un burattino di altri oscuri soggetti intenzionati a rivoluzionare.

La strategia ha funzionato proprio perché Kiko e Carmen erano allergici a dottrina, liturgia, disciplina ecclesiale. Proprio perché non avevano alcuna intenzione di adeguarsi alla Chiesa. Proprio perché dal loro inossidabile orgoglio, erano convinti di aver qualcosa da insegnare alla Chiesa, anzi, di essere chiamati a riconfigurarla per bene (cfr. quando Kiko pretese di insegnare al Bergoglio che le parrocchie dovessero diventare "comunità di comunità [neocatecumenali]"...). Non a caso padre Pio definì Kiko e Carmen «i nuovi falsi profeti».

"Il Concilio su un piatto d'argento" ovviamente non significa il Concilio Vaticano II. Infatti la costituzione Sacrosanctum Concilium, il primo e più massiccio documento del Concilio Vaticano II, stabiliva che al canto gregoriano spettasse nelle liturgie il posto principale. Ebbene, tutti i tifosi del Concilio hanno detestato e cancellato il canto gregoriano, a cominciare da Carmen stessa col suo "Concilio su un piatto d'argento" (infatti nelle liturgie kikolatriche vigono esclusivamente i canti di Kiko). Questo significa che chi parla di "Concilio", parla in realtà della rivoluzione nella Chiesa. "Concilio" è solo un'etichettina elegante, una foglia di fico, fermo restando che i documenti del Concilio - e i suoi massimi fautori - contraddicono il Magistero precedente.

Dopo oltre cinquant'anni dalla fine del Concilio Vaticano II, dopo una quantità abominevole di frutti marci, dopo che la nuova liturgia "conciliare" in lingua parlata è stata esclusivamente teatro di abusi piccoli e grandi (soprattutto grandi) e troppo spesso ridotta a carnevalata da osteria (come nel caso del Cammino Neocatecumenale), dopo che l'ignoranza delle cose della fede è arrivata a livelli stratosferici (a tantissimi fedeli, anche di elevata cultura, mancano proprio le nozioni più basilari delle verità di fede), dopo che la partecipazione si è ridotta a un marcapresenza moralistico, dopo che gli ordini religiosi sono passati da trenta vocazioni l'anno a una vocazione ogni trent'anni. qualche onesta domanda sul Concilio e sui suoi tifosi bisogna pur farsela.