giovedì 29 gennaio 2026

Mons. Gherardini parla del Cammino


E ci son aberrazioni indubbiamente più gravi. Quelle dei cosiddetti «neocatecumenali».

Non so se risponde a piena verità ciò ch'essi vanno dicendo al colto e all'inclita, d'avere cioè ottenuto la piena approvazione da parte della Sede Apostolica. Ciò che è a mia conoscenza - e la fonte è sempre «L'Osservatore Romano» - è che, almeno fin a qualche tempo fa, quel movimento fosse «sub judice». Se poi l'approvazione ci fosse stata davvero, la gravità sarebbe chiaramente maggiore, perché determinerebbe una situazione di «chiese parallele». Nel 2002 l'allora cardinal Ratzinger dichiarò che gli statuti dei neopentecostali, «il direttorio catechetico e tutta la prassi catechetica e liturgica del Cammino» eran «al vaglio dei competenti dicasteri». Neanche due mesi dopo - da settembre a novembre dello stesso anno 2002 - nella Chiesa «Caput et Mater omnium Ecclesiarum», vale a dire in San Giovanni in Laterano si procedette all'ordinazione di dieci diaconi neocatecumenali. Era la dimostrazione fattiva e visiva delle due «chiese parallele».

Non m'interessano le vicende personali di Kiko e di Carmen, anche se l'impressione è che non siano molto edificanti. A me interessa soltanto la fedeltà alla dottrina della Chiesa, quale ci vien riproposta nella sua secolare identità dalla sacra Tradizione. Non ho la possibilità d'una diretta verifica di essa nei testi ufficiali del Cammino Neocatecumenale, dal momento che tali testi subiscono una sorta di «secretazione». Qualcuno [p.Enrico Zoffoli, ndr], però, li ebbe fra le mani e, citandoli alla lettera, li portò a conoscenza di tutti. Nessun dubbio che da quelle citazioni emerga l'evidenza dell'eresia. Specificarla sarebbe un'impresa improba: è eresia su tutta la linea. In particolare la si rileva in ordine al mistero eucaristico. Ora l'eresia è un «bubbone che va reciso», come scrisse Karl Barth a proposito della mariologia cattolica; un vescovo, al quale proprio questo avevo osservato, mi rispose: «Però pregano molto e quindi lasciamoli in pace». Avete letto bene: un vescovo, pregano molto, lasciamoli in pace. Si vede che per i vescovi del postconcilio una preghiera - magari quella in lingue - val bene un'eresia! La situazione caotica determinata dal nuovo associazionismo cattolico, di cui il Cammino Neocatecumenale è una delle espressioni più emblematiche, dovrebb'esser non lasciata a se stessa ed ancor meno approvata o tollerata «pro bono pacis», specie se fosse priva della dovuta chiarezza dogmatica e morale. Non si può, per esempio, né ammettere né tollerare un movimento che, per principio, riduca al minimo la presenza presbiterale nella sua attività catechetica e liturgica. D'altra parte sarebbe molto facile metter in risalto l'ecclesialità d'ogni movimento sedicente cattolico, commisurandola con il contenuto teologico e giuridico di codesto stesso aggettivo: cattolico è non ciò che spunta per generazione spontanea all'interno della Chiesa, ma ciò cui dà vita, o ne prende in mano le redini, la gerarchia ecclesiastica.


(citato da: Brunero Gherardini, Concilio Vaticano II: il discorso mancato, ediz. Lindau, Torino, 2011, pp.67-72)

martedì 20 gennaio 2026

Nulla di nuovo: Leone XIV striglia il Cammino

"Liturgia" neocatecumenale
Come al solito, il discorso del Papa ai neocat del 19 gennaio 2026 è stato scritto da qualcun altro (qualche equipe kikolatrica), tant'è che la prima mezza dozzina di paragrafi consiste nel solito formalismo sdolcinato identico a quello che fecero usare ai predecessori, fino a Giovanni Paolo II.

Saltiamo dunque l'inutile peana iniziale (necessario, a quanto pare, solo per porre gli ascoltatori nella modalità "seguiamo con attenzione, è importante!") e andiamo al sodo.

«Dobbiamo sempre ricordarci che siamo Chiesa» (il Cammino lo ha dimenticato, altrimenti non ci sarebbe stato bisogno di dirlo).

«...se lo Spirito concede a ciascuno una manifestazione particolare, essa è data – come ci ricorda l’Apostolo Paolo – «per il bene comune» (1Cor 12,7) e quindi per la missione stessa della Chiesa» (Leone XIV è costretto a ricordarlo perché i neocatecumenali se ne infischiano del "bene comune" e della "missione stessa della Chiesa").

«I carismi devono essere sempre posti al servizio del regno di Dio e dell’unica Chiesa di Cristo, nella quale nessun dono di Dio è più importante di altri – se non la carità...» (chiaro il sottinteso? Chi proclama di avere un "carisma" e non si pone al servizio dell'unica vera Chiesa, o non ha il carisma, o non ha la carità).

«...e nessun ministero deve diventare motivo per sentirsi migliori dei fratelli ed escludere chi la pensa diversamente» (c'è bisogno di dirlo perché evidentemente i neocatecumenali "si sentono migliori" degli altri ed escludono "chi la pensa diversamente", a cominciare dagli "ex fratelli" esclusi, emarginati, diffamati).

«La vostra missione è particolare, ma non esclusiva» (cioè i neocatecumenali non sono più speciali degli altri - nonostante si siano autoconvinti di esserlo).

«...il vostro carisma è specifico, ma porta frutto nella comunione con gli altri doni presenti nella vita della Chiesa» (in realtà è solo lo specifico carisma delle eresie - ma evidentemente anche Leone XIV si rivolge al buon cuore dei singoli fratelli delle comunità facendo loro presente che senza "comunione" con la Chiesa tutta, senza "vita della Chiesa", sono solo poveri adepti di una setta che detesta la Chiesa).

«...il bene che fate è tanto, ma il suo fine è permettere alle persone di conoscere Cristo, sempre rispettando il percorso di vita e la coscienza di ciascuno» (chiediamoci tutti - specialmente i kikolatri - il bene che fate "a chi"? e come mai Leone XIV ha bisogno di precisare che le persone devono "conoscere Cristo"? e come mai ribadisce le critiche dei precedenti pontefici sul rispettare "il percorso di vita e la coscienza di ciascuno? ma dai, è come se il Papa pensasse che il Cammino non fa conoscere Cristo ma Kiko, non rispetta il percorso di vita dei fratelli, calpestando la coscienza di ciascuno).

«...senza mai separarvi dal resto del corpo ecclesiale... pastorale ordinaria delle parrocchie... comunione con i fratelli... con i presbiteri e i vescovi... senza chiusure... come costruttori e testimoni di comunione...» (tanto per cambiare, sempre le stesse critiche che da ormai mezzo secolo, fin da Giovanni Paolo II, vengono fatte al Cammino).

giovedì 8 gennaio 2026

Sì, la risposta è proprio quella: la Messa tradizionale in latino

Liturgia tradizionale:
in ginocchio per la Comunione
Come già detto da molti collaboratori di questo blog, anche tanti anni fa, la liturgia tradizionale in latino (quella che alcuni chiamano "Messa tridentina", o "forma straordinaria", o "Vetus Ordo") è la miglior risposta allo scempio liturgico conciliare (e ancor più alle carnevalate liturgiche del Cammino Neocatecumenale).

La liturgia "tridentina" è rimasta sostanzialmente uguale per almeno una quindicina di secoli: le notizie certe più lontane le abbiamo già dal VI secolo con papa Gregorio Magno (santo e dottore della Chiesa), ma possiamo essere certi che nei secoli precedenti nessuno avesse osato inventarsi modifiche arbitrarie, e che i punti fondamentali - come ad esempio la consacrazione - risalgono agli stessi Apostoli. La liturgia della Messa è vero culto a Dio, è il sacrificio compiuto dal sacerdote perché Nostro Signore comandò «fate questo in memoria di me».

Storicamente l'autorità della Chiesa ha messo mano alla liturgia solo raramente, con grande timore reverenziale, e con la certezza che «ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso».

Il problema della liturgia moderna - quella introdotta a partire dal 1965, ed entrata in vigore nel 1969 con l'avallo di Paolo VI - è che fu costruita a tavolino, sulla scia di un "rinnovamento" liturgico non ben definito e neppure necessario, e introdotta nel momento sbagliato: proprio quando un sacco di autoinventati "iniziatori" e "rinnovatori" aveva un'irrefrenabile voglia di rivoluzionare la Chiesa e la fede. Dal 1969 ad oggi la liturgia moderna è stata accompagnata sempre e ovunque da abusi liturgici, svarioni, modifiche arbitrarie (pensate un po': "rubricista", cioè colui che nel celebrare segue le "rubriche", cioè le indicazioni del Messale, è oggi comunemente considerato un insulto), al punto che tra i fedeli spesso si dice con amarezza: "due parrocchie diverse, due messe diverse".

Anche Kiko e Carmen, i due autoproclamati "iniziatori", pretesero di spettacolarizzare la liturgia e di personalizzarsela infischiandosene del nuovo Messale Romano approvato da Paolo VI nel 1969, con aggiunte, modifiche, omissioni, più tutto il setup idolatrico (canti esclusivamente di Kiko, "icone" esclusivamente di Kiko, drappi e suppellettili sacre designed by Kiko, gesti come il girotondino col passetto e la "comunione seduti" inventati da Carmen e Kiko, eccetera: in pratica, con la bocca menzionano Dio, ma con la liturgia celebrano il Kiko).

Diversi ex neocatecumenali, disgustati che lo scempio della setta neocat non ricevesse adeguata punizione dalla Chiesa, o che avevano finito per confondere il Cammino con la Chiesa, hanno rinunciato alla fede. Di ciò Nostro Signore chiederà severamente conto alla gerarchia neocat, agli autonominati "iniziatori", e ai loro complici a tutti i livelli.

Molti ex neocatecumenali, invece, hanno scoperto la liturgia tridentina, riconoscendovi il culto a Dio gradito, il santo sacrificio dell'altare, il nutrimento spirituale che ha acceso il cuore dei santi di tutte le epoche (incluso padre Pio da Pietrelcina).

Come già fatto notare in tante occasioni, la messa moderna (Novus Ordo), è qualitativamente inferiore alla liturgia tradizionale (Vetus Ordo), in quanto ha introdotto diverse novità e ha sminuito in più punti (specialmente nell'offertorio) l'aspetto di sacrificio, la figura del sacerdote, eccetera.

Ci permettiamo dunque di consigliare di ascoltare la catechesi di don Leonardo qui sotto, che spiega in modo semplice le principali differenze invitando alla riflessione. La catechesi dura circa un'ora (dopodiché risponde ad alcune domande) ma vale davvero la pena seguirla, indipendentemente da quale tipo liturgia si frequenta normalmente.


Video (clicca [qui] se non si vede):

venerdì 2 gennaio 2026

Carmen che forniva a Kiko "il Concilio su un piatto d'argento", cioè un aiuto contro la fede e contro la Chiesa

"Prima Comunione" nel Cammino Neocatecumenale:
seduti, intristiti, a fare cosplay nella sala riunioni
Non ci stancheremo mai di ricordare ai lettori vecchi e nuovi di queste pagine che la questione "Concilio Vaticano II" - sia i documenti conciliari, sia l'interpretazione della gerarchia cattolica, sia le personalissime interpretazioni dei suoi tifosi - è fondamentale per capire come mai la Chiesa oggi è in crisi. Crisi nella liturgia, crisi di autorità, crisi nei fedeli, crisi di vocazioni...

In qualità di cattolici, la nostra massima urgenza è salvarci l'anima.

Nostro Signore ha istituito la Chiesa proprio per la nostra salvezza, incaricando determinati uomini (Simon Pietro e gli Apostoli, e dunque i loro successori) ad insegnare le cose della fede (dottrina), a santificare (sacramenti), a guidare spiritualmente il gregge.

Dunque la Chiesa in sé, in quanto istituita e garantita da Nostro Signore, non sarà mai "in crisi" fino alla fine dei tempi. Ma la Chiesa "militante" è composta da peccatori, anche nella gerarchia, e quindi può attraversare "crisi" che ne ostacolano la sua divina missione.

Se dunque la Chiesa attraversa una crisi, cioè se gran parte della gerarchia viene meno al proprio sacro compito di nutrirci spiritualmente (con dottrina, sacramenti, guida spirituale), a pagarne le conseguenze siamo noi cattolici, siamo noi agnelli e pecorelle del gregge del Signore.

Nostro Signore ammonì severamente Pietro: «pasci i miei agnelli... pasci le mie pecorelle» (cfr. Gv 21,15-17). Dunque quando la gerarchia cattolica non pasce bene, quando viene meno alla sua sacra missione, quando ci infligge cibo spirituale che non nutre (o addirittura cibo ambiguo che consente veleni), si ricordi che dovrà risponderne al Signore nel giorno del giudizio.

Facciamo qui notare che per "venir meno" non è mica obbligatorio proferire orride eresie. Può benissimo bastare il sostituire l'insegnamento con le chiacchiere (ad esempio, il tanto ciarlare sulla sinodalità e sul dialogo e su tutte le altre cose che non accrescono la fede), oppure il ridurre la liturgia ad un teatrino (e dunque i sacramenti a un "gettone di presenza", ad un cerimoniale, uno spettacolino autogestito), il ridurre la guida morale ad un moralismo politically correct (tanta cagnara sul "salvare il pianeta" e praticamente silenzio sul salvarsi l'anima; tanta condanna a chi "non fa dialogo", e praticamente silenzio-assenso-benedizione sulle "coppie irregolari" autocandidatesi all'inferno...).

La banalizzazione della fede da parte della gerarchia ha dato la stura ai peggiori "rivoluzionari" - come Kiko e Carmen -, autoincaricatisi di proporre tenacemente "novità" che sostituissero ciò che la Chiesa aveva sempre saggiamente detto e fatto. Ed il Concilio Vaticano II è stato universalmente percepito (fin da quando Giovanni XXIII a sorpresa lo annunciò, sorprendendo perfino i suoi più stretti collaboratori che non ne sapevano nulla) come foriero di infinite "novità", cioè come l'obbligo di spedire in soffitta tutto ciò che la gerarchia cattolica aveva tradizionalmente comandato e raccomandato, tutto ciò che i santi avevano di conseguenza vissuto.

Ha un che di incredibile il fatto che oggi ci sia gente che ha conosciuto personalmente padre Pio da Pietrelcina - praticamente l'ultimo santo "preconciliare", salito al cielo anni dopo la fine del Concilio -, e che abbia vissuto a cavallo degli anni '70 una rivoluzione nella Chiesa che ha prodotto solo danni spirituali e materiali che continuano a crescere e funestarci ancor oggi. Provateci voi a spiegare ad una persona cara, e magari impegnata a "preparare le celebrazioni", che la sobrietà e la sublimità non coincidono con lo spettacolarismo e la teatralità.

In quegli stessi anni in cui padre Pio si avvicinava al termine dei suoi giorni celebrando la santa liturgia (vero culto a Dio gradito), gente del calibro di Kiko e Carmen straziava la liturgia riducendola a un cerimoniale casereccio e chiassoso nei baraccati, in cui censurare del tutto l'aspetto di sacrificio, in cui dimenticare del tutto la transustanziazione.
Mentre padre Pio insegnava in semplicità le cose della fede, i due spagnoli facevano bislacche elucubrazioni di sapore protestante. Mentre padre Pio guidava spiritualmente i fedeli (soprattutto tramite il sacramento della confessione: abbiamo un ragguardevole numero di persone che per averlo incontrato o per essercisi confessati una sola volta, si convertirono, e si convertirono anche quelli che venivano "trattati male" in confessione e fuori), Kiko e Carmen millantavano improbabili "ispirazioni" dello Spirito e arcidubbie "esperienze" mistiche, trasmettendo ai loro adepti una spiritualità funerea e di fatto ostile alla divina grazia.

E tutto questo perché il Concilio Vaticano II - concilio "pastorale", vale a dire che non impegna la nostra fede - era percepito come l'autorizzazione (anzi, l'obbligo) a stravolgere dottrina e sacramenti.

Quella rivoluzione ha sempre annacquato le verità di fede. Per esempio, oggi, gli appartenenti a un qualsiasi movimento o associazione ecclesiale, lo difendono anzitutto dicendo: "ma questo itinerario mi ha fatto incontrare Cristo!"

Ora, è assolutamente vero che l'incontro con Cristo ti cambia la vita: lo abbiamo visto in tutte le vite dei santi. Ma l'aspetto diabolico della faccenda è che per i rivoluzionari "conciliari" l'esperienza viene contrapposta a dottrina e sacramenti: "ritengo di aver fatto esperienza di Cristo, perciò non ho bisogno di conoscere bene le verità di fede, mentre la liturgia può essere anche una carnevalata". Ed è purtroppo fin troppo facile chiamare "esperienza" l'ambientino spettacolaristico/spiritualeggiante che ti produce tante emozioni.

Sul serio, ripensate a tutte le volte che i kikolatri - o gente di altri movimenti ecclesiali - ha ritenuto di potersene infischiare di ciò che sta accadendo nella Chiesa, ha ritenuto di non aver nulla da imparare riguardo alla santa dottrina cattolica, ha ritenuto che non ci sia nulla da correggere nelle proprie liturgie-carnevalata. È successo in tutti i movimenti e associazioni ecclesiali, spaziando dai pur benemeriti ciellini - con la loro frettolosa "comunione sulle mani" e il loro eccessivo accento sull'esperienza - fino al lercio neocatecumenalismo - con le sue carnevalesche liturgie e il suo eccessivo accento sull'esperienza comunitaria e separata anche fisicamente dalla Chiesa.

Piccolo promemoria: la "comunione sulle mani" ha parecchie gravi implicazioni, anzitutto quel continuo diminuire la fede nel realmente presente Nostro Signore Gesù Cristo in Corpo e Sangue. C'è evidentemente una grossa differenza, sul piano della fede, fra chi è convinto che il Santissimo Sacramento debba essere toccato solo da mani consacrate al sacerdozio, e chi "non ci trova niente di male" a maneggiarlo (come se una lunghissima tradizione di santità, fino a padre Pio, si fosse grandemente sbagliata).

Ed infatti i neocatecumenali - che non credono nella presenza reale - e gli altri movimenti ecclesiali - che amministrano "sulla mano" per fretta (o per sciatteria spacciata per "comodità") -, anche quando a parole professassero di crederci, di fatto agiscono come se il Santissimo Sacramento fosse un "gettone di presenza", quando non una sorta di "sacro snack di unità fraterna". Provateci voi, nelle liturgie di oggi (non solo di tali movimenti), ad inginocchiarvi per ricevere la comunione "alla bocca", provateci e fatemi sapere com'è andata a finire.

Insistiamo a far notare che coloro che attorno agli anni '60 bramavano di rivoluzionare la Chiesa erano convinti che fosse loro sacro dovere non l'adeguarsi alla disciplina ecclesiastica e alla dottrina cattolica (e alla liturgia cattolica), ma solo il diffondere le proprie "novità".

Quando Carmen Hernández si vantava di aver fornito a Kiko "il Concilio" (cioè l'opportunità di "rivoluzionare") addirittura su "un piatto d'argento" (cioè occasione particolarmente propizia), ci stava facendo capire che Kiko era solo un burattino nelle sue mani, e lei stessa un burattino di altri oscuri soggetti intenzionati a rivoluzionare.

La strategia ha funzionato proprio perché Kiko e Carmen erano allergici a dottrina, liturgia, disciplina ecclesiale. Proprio perché non avevano alcuna intenzione di adeguarsi alla Chiesa. Proprio perché dal loro inossidabile orgoglio, erano convinti di aver qualcosa da insegnare alla Chiesa, anzi, di essere chiamati a riconfigurarla per bene (cfr. quando Kiko pretese di insegnare al Bergoglio che le parrocchie dovessero diventare "comunità di comunità [neocatecumenali]"...). Non a caso padre Pio definì Kiko e Carmen «i nuovi falsi profeti».

"Il Concilio su un piatto d'argento" ovviamente non significa il Concilio Vaticano II. Infatti la costituzione Sacrosanctum Concilium, il primo e più massiccio documento del Concilio Vaticano II, stabiliva che al canto gregoriano spettasse nelle liturgie il posto principale. Ebbene, tutti i tifosi del Concilio hanno detestato e cancellato il canto gregoriano, a cominciare da Carmen stessa col suo "Concilio su un piatto d'argento" (infatti nelle liturgie kikolatriche vigono esclusivamente i canti di Kiko). Questo significa che chi parla di "Concilio", parla in realtà della rivoluzione nella Chiesa. "Concilio" è solo un'etichettina elegante, una foglia di fico, fermo restando che i documenti del Concilio - e i suoi massimi fautori - contraddicono il Magistero precedente.

Dopo oltre cinquant'anni dalla fine del Concilio Vaticano II, dopo una quantità abominevole di frutti marci, dopo che la nuova liturgia "conciliare" in lingua parlata è stata esclusivamente teatro di abusi piccoli e grandi (soprattutto grandi) e troppo spesso ridotta a carnevalata da osteria (come nel caso del Cammino Neocatecumenale), dopo che l'ignoranza delle cose della fede è arrivata a livelli stratosferici (a tantissimi fedeli, anche di elevata cultura, mancano proprio le nozioni più basilari delle verità di fede), dopo che la partecipazione si è ridotta a un marcapresenza moralistico, dopo che gli ordini religiosi sono passati da trenta vocazioni l'anno a una vocazione ogni trent'anni. qualche onesta domanda sul Concilio e sui suoi tifosi bisogna pur farsela.