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venerdì 2 aprile 2021

Giuda Iscariota secondo Kiko Argüello

GIUDA ISCARIOTA SECONDO KIKO ARGÜELLO

di Lino Lista

È stato ripetutamente richiesto da una utente della pagina di affrontare la questione di Giuda, per come questi è insegnato da Kiko Argüello.
Le citazioni di Giuda sono nel primo mamotreto, il libro blu della fase di conversione. Ci si riferisce al mamotreto non corretto (anni 1972-primi anni duemila) perché è da questo che si evince la dottrina propria di Kiko Argüello.
"C'è, infine, un terzo cerchio, un terzo gruppo di fratelli. Sono quelli che vivono nella menzogna, che hanno sempre mentito a se stessi. Sono quelli in cui Satana agisce con una forza reale. Ma non perché siano cattivi e ne abbiano colpa, ma forse perché è toccato loro, per un qualsiasi motivo, su cui noi non indagheremo. Sono forse i più ricchi umanamente, i più intelligenti (Giuda era il più intelligente degli apostoli, per questo teneva la borsa). Sono quelli che non sopportano la comunità. Questa missione è molto importante, perché senza Giuda non c'è mistero di Pasqua di Gesù. E se voi siete chiamati ad essere Gesù Cristo dovete avere il vostro Giuda. Come tutti voi che siete qui avrete la vostra ora; la vostra vita è in funzione di assumere un'ora. Gesù Cristo stava aspettando che arrivasse la sua ora e un giorno disse: è arrivata la mia ora, l'ora di dare testimonianza di Gesù, l'ora di essere elevati in alto, l'ora in cui il Padre sarà glorificato".
"Per questo, questo terzo cerchio, come Giuda, ha una missione molto importante nel cristianesimo. Giuda ha una parte molto attiva nel Mistero Pasquale di Gesù: è incaricato di uccidere Gesù Cristo. Coloro che attaccano la Chiesa hanno la missione importantissima di far risplendere davanti a tutti che Cristo continua a vivere lasciandosi uccidere e perdonando".
Analizziamo sequenzialmente i concetti esposti.
  1. "C'è, infine, un terzo cerchio, un terzo gruppo di fratelli…". La tecnica è la solita utilizzata nel Cammino: generare una identificazione tra il neocatecumenale e personaggi biblici, una sorta di transfert dall'adepto alle figure delle Scritture.
  2. "Sono quelli in cui Satana agisce con una forza reale. Ma non perché siano cattivi e ne abbiano colpa, ma forse perché è toccato loro, per un qualsiasi motivo, su cui noi non indagheremo". Ci troviamo ancora una volta al cospetto di una negazione del libero arbitrio, negazione per la quale non c'è colpa, non c'è responsabilità per il peccato. "È toccato a loro" significa una predestinazione al male; nel caso di Giuda si deresponsabilizza il tradimento, la consegna di Cristo. La responsabilità è di Satana ma, se "è toccato" a Giuda per missione, a volerla è stato Dio, Giuda non ha colpa, si rileva una assurda unità di intenti tra Dio e Satana.
  3. "Giuda era il più intelligente degli apostoli, per questo teneva la borsa". E anche è il più ricco umanamente, si legge. Lasciamo perdere la motivazione dell'intelligenza superiore ("portava la borsa"! Sic! Ciò esprime la gradazione dei valori per Kiko). Lasciamo perdere che nel gruppo degli Apostoli ci furono uomini che gestivano attività più difficili (una cooperativa di pescatori, le tasse). L'aspetto rilevante è che Kiko pone l'Iscariota al di sopra degli altri Apostoli per intelligenza e umanità: solo nel Vangelo gnostico di Giuda si legge qualcosa del genere.
  4. "Questa missione è molto importante, perché senza Giuda non c'è mistero di Pasqua di Gesù". L'affermazione apodittica è eretica per vari motivi. In primis limita l'Onnipotenza di Dio, subordina il disegno salvifico all'azione di Giuda incaricato della missione. In secondo luogo prescinde dal Vangelo, quello vero, nel quale Cristo decide come e quando sfuggire a chi lo voleva morto. È Cristo che decise l'Ultima Ora, Giuda non è necessario né sufficiente (*). Ancora una volta, giacché il disegno salvifico è nella volontà di Dio Padre, se senza Giuda non c'è missione di Gesù, Giuda è predestinato alla dannazione. Ecco perché Kiko toglie la colpa all'Iscariota e la assegna a Satana.
  5. "E se voi siete chiamati ad essere Gesù Cristo dovete avere il vostro Giuda". Ancora una volta Kiko attua un transfert dai neocatecumenali alle persone della Scrittura. Un transfert che Kiko stesso attua per sé quando dipinge icone nelle quali Cristo ha le proprie fattezze – sembra quasi che Cristo dica: "Chi vede me vede Kiko –, icone che hanno un impatto notevolissimo nell'inconscio degli adepti più influenzabili.
Quali deduzioni? Già si è scritto: l'Iscariota di Kiko è simile a quello del vangelo gnostico di Giuda ritrovato nel Medio Egitto. Pure è simile a quello del teologo gnostico Nils Runeberg, personaggio inventato in "Le tre versioni di Giuda" di J. L. Borges: se Giuda è necessario per il mistero pasquale, se Giuda è predestinato alla missione, forse all'inferno, allora il suo martirio è superiore a quello di Cristo destinato alla Gloria.



(*) Oltre che nel mio ultimo libro pubblicato dall'Editore Segno, ho trattato la questione in un saggio pubblicato dalla rivista Episteme e disponibile in Rete.

lunedì 29 luglio 2019

Quando i kikos ti chiamano "giuda" e "buffone"

Risposta di un sacerdote al fratello neocatecumenale Massimiliano.


Credenti della religione kikista-carmenista
L’arcivescovo mi affida una piccola parrocchia del centro vicina al nostro istituto di scienze religiose, sperando che come teologo riesca a mettere in riga i catechisti del Cammino Neocatecumenale che in quella sede avevano da 25 anni il loro stato maggiore. Li convocai per un ciclo di catechesi tenute da me, che non solo non accettarono, perché quando toccai gli aspetti dogmatici della fede, in maniera insolente e sfacciata finirono per ridermi in faccia.
Sapendo grazie a Dio di poter contare sull’appoggio del mio arcivescovo (cosa affatto scontata per un prete!) iniziai poco dopo con le proibizioni: 1) niente messa il sabato sera con esclusione dei fedeli, 2) niente messe private nei saloni parrocchiali, 3) niente messe in chiesa celebrate su un tavolo allestito anziché sull’altare consacrato, 4) niente “monizioni” e “risonanze” che erano poi di fatto vere omelie, soprattutto ripiene di gravi errori dottrinali.

Parte la loro protesta presso l’arcivescovo che nemmeno li riceve e che li demanda al vicario generale, il quale fu aggredito verbalmente quando gli disse che le disposizioni sono dettate dal parroco in accordo con l’ordinario diocesano.

Non potendo fare come gli pareva, i neocatecumenali abbandonano la parrocchia, ma senza trovare parroci di altre parrocchie disposti a dargli in uso le sale parrocchiali per catechesi e per messe private celebrate a porte chiuse tra di loro.

Sul conto mio iniziano a correre voci su presunti difetti morali e violazioni legate al VI° comandamento. Ebbi un gran daffare a convincere due preziose collaboratrici dell’istituto di scienze religiose a non dimettersi dai propri incarichi. Una riuscii a convincerla, grazie all’aiuto dato dal marito, l’altra non riuscii a convincerla. Per chi non l’avesse compreso … erano le mie amanti (!?).

Quando una rimase e l’altra se ne andò, fu diffusa voce che le mie due amanti avevano litigato tra di loro per gelosia (!?).

Ho collaborato per anni con queste collaboratrici, e mai, sino a prima, era stato emesso un solo sospiro, tutto si è scatenato dopo il mio attrito con i neocatecumenali. Diciamo che si tratti di pura coincidenza.

Queste persone dipinte come così zelanti e rispettose di tutte le regole dal Sig. Massimiliano, in completa disobbedienza al vescovo iniziarono a usare le sale di un hotel del posto, facendo venire a rotazione due preti neocatecumenali da fuori diocesi, usciti dai Redemtoris Mater, che senza prevista autorizzazione dell’ordinario diocesano celebravano messe private in luoghi non consacrati. Per chi non lo sapesse chiariamo che nessun prete di altra diocesi che non sia autorizzato può esercitare il ministero sacro nel territorio canonico di un altro vescovo, specie celebrando liturgie non conformi ai libri liturgici e in spazi non consacrati.

Facendo mia la risposta di padre Ariel e del lettore “Tomista ex NC”, devo dirle, Sig. Massimiliano, che le cose stanno in due termini, nei quali uno esclude l’altro: o lei, come le è stato detto, mente sapendo di mentire, oppure, come forse può essere, lei appartiene invece a un altro Cammino Neocatecumenale, che rispetta le disposizioni dei vescovi, quelle dei parroci, i libri liturgici ecc .. ecc …

Quando dopo alcuni mesi il cancelliere arcivescovile notificò ai due preti che non erano autorizzati a celebrare nel territorio diocesano senza l’autorizzazione prevista, loro cessarono le celebrazioni, e un mese dopo, quando l’arcivescovo si recò in una parrocchia ad amministrare le cresime, sul sagrato della chiesa un gruppo di persone, senza ragione e motivo, mentre entrava gli strillò “giuda” e “buffone”. Anche questa, però, è una coincidenza, perché come potrà spiegarci il Sig. Massimiliano, mai, dei neocatecumenali messi in riga, mancherebbero di rispetto a un vescovo.

Sappia che sono uno dei vari preti che con il proprio nome, cognome , indirizzo e persino codice fiscale, ha fornito a padre Ariel una relazione di 30 pagine dove riassumo tutta la vicenda in mia qualità di testimone oculare.

sabato 17 dicembre 2011

Un esempio di arcano tra exoterismo ambiguo ed esoterismo iniziatico: due Cene di Francesco Arguello detto Kiko

Pubblico l'articolo di Lino Lista sull'inquietante simbologia delle due icone raffiguranti entrambe, a prima vista, l'Ultima Cena.


Chi è l’Apostolo che nel dipinto dell’Ultima Cena, un’icona della “Corona Misterica” del pittore Francesco Arguello installata nella chiesa neocatecumenale di San Bartolomeo in Tuto, intinge la mano nella ciotola/calice? La figurazione di Arguello è tratta dalla Sacra Scrittura di Giovanni e raffigura evidentemente l’evento pre-pasquale narrato nel Quarto Vangelo: gli Apostoli intorno alla tavola con Gesù, infatti, sono dodici e il mantello di Cristo è simbolicamente nero, segno dell’imminente passione e morte. La scena, riprodotta alla lettera, ha per unico riferimento testuale il capito 13 del Quarto Vangelo, dove “il discepolo che lui amava”, stando reclinato sul petto di Gesù, su richiesta di Simon Pietro domanda al Maestro chi sia il traditore (Gv 13:24-26). Questi, ovviamente, è Giuda, figurato nell’atto di prendere il boccone intinto nella scodella. Nell’icona – come mirabilmente spiegano nel sito della chiesa di San Bartolomeo in Tuto – Giuda “è vestito di azzurro e rosso, tonalità brillanti e sfarzose, simbolo dell'amore al mondo e alla sua gloria”.
Si osservi, ora, la seguente seconda Cena di Kiko. Solo apparentemente i due dipinti sono simili. Nel secondo, infatti, intorno al tavolo gli Apostoli sono soltanto in undici e Gesù mostra i segni della Passione sulla mano e sul petto. A discapito dell’identica postura del “discepolo che lui amava”, l’immagine è post-pasquale, successiva alla Resurrezione, come intende significare anche la veste bianca. Sorge spontanea una serie di obiezioni: quando mai, nelle narrazioni post-Resurrezione dei Vangeli canonici, il “discepolo che lui amava” si rimette in seno a Gesù? C’è ancora chi tradisce, dopo la Resurrezione? Un pittore di arte sacra può inventarsi scene nuove, anche sostituendo il pane del tradimento del Salmo 40:10 con uno dei luminosi simboli del cristianesimo, il pesce/ICTYS (Iesous Christos Theou Yios Soter = Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore)? Ancora: perché gli Apostoli sono in undici? Perché manca Giuda, verrebbe da rispondere, essendosi l’Iscariota suicidato nello stesso giorno della condanna di Cristo (Mt 27:3-10). Riposta opinabile, perché nel dipinto Giuda appare presente, visibilissimo, vestito con lo stesso abito azzurro e rosso, nel medesimo atto d’inchinarsi con una mano nella scodella, rassomigliante al Giuda dell’icona di San Bartolomeo in Tuto. A mancare, allora, come nella prima visita del Signore agli Apostoli raccontata nel capitolo 20 di San Giovanni, si potrebbe immaginare sia Tommaso.

Ecco l’arcano principe: perché Kiko Arguello raffigurò un Apostolo riconoscibile come Giuda in una cena post-Resurrezione? Due sono le possibili interpretazioni dell’intentio auctoris. Nella prima, oltremodo svilente per l’artista, non esiste alcuna intenzione dell’autore. Egli, semplicemente, dipinge nella cena post-Resurrezione un diverso Apostolo, purtroppo formalmente e simbolicamente simile al suo Giuda dell’Ultima Cena, ritenendo ininfluente l’incauta somiglianza tra le due figure. In questo caso c’è soltanto da meravigliarsi che un pittore così mediocre possa essere esposto dentro chiese del Cattolicesimo, che di tanti capolavori di arte sacra si è fatto mecenate nei secoli. Nella seconda ipotesi, Francesco Arguello intenzionalmente dipinge l’Iscariota in entrambe le opere. I colori degli abiti degli Apostoli, occorre notare, sono ugualmente replicati nelle figure identificabili come corrispondenti nelle due pitture (San Pietro, per esempio, necessariamente seduto accanto al discepolo che sta in seno a Gesù, è vestito identicamente nelle due raffigurazioni).

Il dipinto post-Resurrezione, allora, è suscettibile di assumere valenza di insegnamento esoterico, con messaggi destinati agli iniziati dei massimi gradi e velati alla superficialità con la quale, nei nostri tempi, si guardano le opere simboliche. Un conoscitore del vangelo apocrifo di Giuda definirebbe, senza indugio, il dipinto come gnostico, con Giuda “tredicesimo spirito” del quale l’apocrifo non narra il suicidio, con Giuda che assume un ruolo provvidenziale e positivo nel Mistero pasquale (sia nella morte sia nella resurrezione di Cristo, nel nostro caso-studio). Kiko Arguello – iniziatore del Cammino Neocatecumenale, da molti accusato di essere un movimento sincretico fondato su basi gnostiche – in una sua catechesi considera Giuda necessario per il Mistero pasquale. Anche in questa seconda ipotesi, non si comprendono i motivi per i quali un pittore, che con le sue opere ambigue induce simili considerazioni, sia esposto in chiese cattoliche. Forse i buoni critici dell’estetica cristiana non abitano più né a Roma né a Firenze.
Lino Lista