Dicono "vieni e vedi": ma in realtà chiedono solo che li ascolti (e gli creda "per fede"). Nel Cammino le incongruenze e gli scandali non sono dei semplici dettagli, ma ne sono uno degli aspetti principali (incongruenze liturgiche, devozionali, personali, finanziarie, relazionali...); appena le noti, te ne accorgi e ingenuamente le fai notare, ti accusano d'essere miscredente, mormoratore, clerical-fariseo, bigotto, Giuda, faraone eccetera eccetera.
In sintesi cioè ti accusano di vedere con i tuoi stessi occhi, mentre dovresti solo credere "ex auditu" a ciò che ti viene detto.
A questo proposito, uno dei cavalli di battaglia della esegesi farlocca kikiana, è il disprezzo nei confronti di san Tommaso, che pretende di "vedere" e di toccar con mano, invece di credere senza vedere come ogni bravo neocatecumenale.
E infatti nella inquietante Cena Pascuàl, che Kiko situa dopo la resurrezione, c'è Giuda che continua ad intingere nel piatto, e Tommaso invece, il vero "traditore" del Cammino, è assente.
In proposito, vi proponiamo l'interessante riflessione di Ignace de la Potterie, gesuita professore del Biblico scomparso l'11 settembre 2003, profondo conoscitore ed esegeta del Vangelo di san Giovanni che getta una luce interessante proprio sull'episodio di San Tommaso e ci aiuta a leggerlo in chiave di rivalutazione della visione rispetto all'ascolto.
CEI 1974: "Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno" (Gv 20,29).
Ora: a quel "crederanno" in realtà in greco corrisponde un "hanno creduto", perché il verbo greco pisteusantes è in forma di aoristo, che generalmente è tradotto al passato.
Per cui la frase di Gesù più correttamente viene resa in questo modo:
CEI 2008: "Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!".La differenza fra le due versioni produce un cambiamento di senso molto importante, perché nella traduzione del 1974 si avalla il fatto che chi in futuro crederà senza vedere (ma solo ascoltando) sarà privilegiato, beato, mentre la traduzione con "hanno creduto" (che è stata inserita nella versione CEI del 2008) fa riferimento a chi, come l'apostolo Giovanni, ha creduto prima ancora di vedere il Signore risorto, solo per ciò che ha visto nel sepolcro.
Ma leggiamo alcuni tratti dal brano di Ignace de la Potterie da cui abbiamo preso spunto.
Le parole di Gesù vengono tradotte con un’imprecisione, rispetto all’originale greco. E tale imprecisione viene di fatto utilizzata per confermare con l’autorità del Vangelo un’impostazione che sembra prevalente nella Chiesa di oggi: l’idea che la vera fede sia quella che prescinde totalmente dai segni visibili. L’errore di traduzione a cui pensa di poter appoggiarsi tale interpretazione, che di fatto travisa il passo evangelico, consiste nel tradurre al presente il rimprovero di Gesù: “Beati coloro che credono, pur senza aver visto”. In questo modo le parole vengono trasformate in una regola di metodo valida per tutti coloro che vivono nei tempi successivi alla morte e risurrezione di Gesù. E infatti la nota spiega che solo per i contemporanei di Gesù “visione e fede erano abbinate”, mentre per tutti coloro che vengono dopo, “la normalità della fede poggia sull’ascolto, non sul vedere”. Secondo questa interpretazione sembra quasi che Gesù si opponga al naturale desiderio di vedere, chiedendo a noi una fede fondata solo sull’ascolto della Parola.Fede fondata sull'ascolto della parola...cosa ci ricorda, se non la catechesi kerigmatica che, dopo aver allettato con il "vieni e vedi", ricopre gli astanti di parole, soltanto parole?
Parole, fra l'altro, piene di ambiguità, di errori, di errate esegesi ed interpretazioni!
L'imprecisione introdotta dai traduttori riguardo al tempo dei verbi usati da Gesù è servita a cambiare il senso delle sue parole e a riferirle non più a Giovanni e agli altri discepoli, ma ai credenti futuri. E’ passata così inconsapevolmente l’interpretazione del teologo esegeta protestante Rudolf Bultmann, che traduceva i due verbi del passo al presente (“Beati coloro che non vedono e credono”) per presentarla “come una critica radicale dei segni e delle apparizioni pasquali e come un’apologia della fede privata di ogni appoggio esteriore”. Mentre è esattamente il contrario.
Le spiegazioni della nota, basate su queste traduzioni inesatte (ndr: poi però corretta nella traduzione CEI del 2008) sembrano comunque piegare le parole di Gesù alla nuova tendenza che vige oggi nella Chiesa, secondo cui una fede pura è quella che prescinde dal “vedere”, ossia dall’appoggio e dallo stimolo dei segni sensibili. E’ vero, come spiega la nota, che nel tempo attuale “la visione non può essere pretesa”. Niente nell’esperienza cristiana può mai essere oggetto di “pretesa”. Ma mettere in alternativa il vedere e l’ascoltare e sostenere che “la normalità della fede poggia sull’ascolto, e non sul vedere” ossia che basta ascoltare il “racconto” del cristianesimo per diventare cristiani, sembra essere in contraddizione con tutto ciò che insegnano le Scritture e la Tradizione della Chiesa. Le apparizioni a Maria di Magdala, ai discepoli e a Tommaso sono l’immagine normativa di un’esperienza che ogni credente è chiamato a fare nella Chiesa; come l’apostolo Giovanni, anche per noi il “vedere” può essere una via d’accesso al “credere”. Proprio per questo continuiamo a leggere i racconti del Vangelo: per rifare l’esperienza di coloro che dal “vedere” sono passati al “credere” (si pensi alla contemplazione delle scene evangeliche e all’applicazione dei sensi a esse, secondo una lunga tradizione spirituale).
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| Pietro e Giovanni corrono al Sepolcro |
Conclude de la Potterie:
Tutta la Tradizione conserva con fermezza il dato che la fede non si basa solo sull’ascolto, ma anche sull’esperienza di prove esteriori, come ricorda il Catechismo della Chiesa cattolica al paragrafo 156, citando le definizioni dogmatiche del Concilio ecumenico Vaticano I: «“Nondimeno, perché l’ossequio della nostra fede fosse conforme alla ragione, Dio ha voluto che agli interiori aiuti dello Spirito Santo si accompagnassero anche prove esteriori della sua rivelazione”. Così i miracoli di Cristo e dei santi, le profezie, la diffusione e la santità della Chiesa, la sua fecondità e la sua stabilità “sono segni certissimi della divina rivelazione, adatti a ogni intelligenza”, sono “motivi di credibilità” i quali mostrano che l’assenso della fede non è “affatto un cieco moto dello spirito”».
In particolare, sono i santi che attualizzano per i loro contemporanei i racconti del Vangelo. Quando san Francesco parlava, per chi era lì presente era chiarissimo che i Vangeli non erano un racconto del passato, solo da leggere e ascoltare: in quel momento era evidente che in quell’uomo era presente e agiva Gesù stesso.
Non per niente anche Giovanni Paolo II ha proposto in chiave positiva proprio la figura dell’apostolo Tommaso, quando, in un suo discorso ai giovani di Roma, il 24 marzo del ’94, li ha invitati a prendere sul serio, rispettare e accogliere questa sete di prove esteriori, visibili, così viva tra i loro coetanei: «Noi li conosciamo [questi giovani empirici], sono tanti, e sono molto preziosi, perché questo voler toccare, voler vedere, tutto questo dice la serietà con cui si tratta la realtà, la conoscenza della realtà. E questi sono pronti, se un giorno Gesù viene e si presenta loro, se mostra le sue ferite, le sue mani, il suo costato, allora sono pronti a dire: Mio Signore e mio Dio!».













