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giovedì 2 giugno 2022

Perché San Tommaso apostolo non sarebbe mai entrato in Cammino

Dicono "vieni e vedi": ma in realtà chiedono solo che li ascolti (e gli creda "per fede").  Nel Cammino le incongruenze e gli scandali non sono dei semplici dettagli, ma ne sono uno degli aspetti  principali (incongruenze liturgiche, devozionali, personali, finanziarie, relazionali...); appena le noti, te ne accorgi  e ingenuamente le fai notare, ti accusano d'essere miscredente, mormoratore, clerical-fariseo, bigotto, Giuda, faraone eccetera eccetera.
In sintesi cioè ti accusano di vedere con i tuoi stessi occhi, mentre dovresti solo credere "ex auditu" a ciò  che ti viene detto.
A questo proposito, uno dei cavalli di battaglia della esegesi farlocca kikiana, è il disprezzo nei confronti di san Tommaso, che pretende di "vedere" e di toccar con mano, invece di credere senza vedere come ogni bravo neocatecumenale.
E infatti nella inquietante Cena Pascuàl, che Kiko situa dopo la resurrezione, c'è Giuda che continua ad intingere nel piatto, e Tommaso invece, il vero "traditore" del Cammino, è  assente.

In proposito, vi proponiamo l'interessante riflessione di Ignace de la Potterie, gesuita professore del Biblico scomparso l'11 settembre  2003, profondo conoscitore ed esegeta del Vangelo di san Giovanni che getta una luce interessante proprio sull'episodio di San Tommaso e ci aiuta a leggerlo in chiave di rivalutazione della visione rispetto all'ascolto.

Tutto nasce da una traduzione dal greco, lingua con cui sappiamo essere stati scritti i Vangeli e tutto il Nuovo Testamento. La frase di Gesù, detta a Tommaso dopo averlo invitato a mettere le  mani nelle piaghe del suo costato per accertare di trovarsi di fronte al Risorto, veniva tradotta nella versione CEI del 1974 (che tutti i non giovanissimi ricordano):
CEI 1974: "Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo  visto crederanno" (Gv 20,29).

Ora: a quel "crederanno" in realtà in greco corrisponde un "hanno creduto", perché il verbo greco pisteusantes è in forma di aoristo, che generalmente è tradotto al passato.

Per cui la frase di Gesù più  correttamente viene resa in questo modo:

CEI 2008: "Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!".
La differenza fra le due versioni produce un cambiamento di senso molto importante, perché  nella traduzione del 1974 si avalla il fatto che chi in futuro crederà senza vedere (ma solo ascoltando) sarà privilegiato, beato, mentre la traduzione con "hanno creduto" (che è stata inserita nella versione CEI del 2008) fa riferimento a chi, come l'apostolo Giovanni, ha creduto prima ancora di vedere il Signore risorto, solo per ciò che ha visto nel sepolcro.

Cioè  beato non è  chi non vede nulla (o peggio ancora chiude gli occhi per non vedere) e crede per pura fede nell'ascolto, come pretenderebbero i catechisti neocatecumenali, Kiko in testa: beato è chi ha saputo dare il giusto credito a ciò che ha visto, e perciò crede.
 
La "Cena Pascuàl" di Kiko Argüello:
San Tommaso assente, Giuda presente

Ma leggiamo alcuni tratti dal brano di Ignace de la Potterie da cui abbiamo preso spunto.

Le parole di Gesù vengono tradotte con un’imprecisione, rispetto all’originale greco. E tale imprecisione viene di fatto utilizzata per confermare con l’autorità del Vangelo un’impostazione che sembra prevalente nella Chiesa di oggi: l’idea che la vera fede sia quella che prescinde totalmente dai segni visibili. L’errore di traduzione a cui pensa di poter appoggiarsi tale interpretazione, che di fatto travisa il passo evangelico, consiste nel tradurre al presente il rimprovero di Gesù: “Beati coloro che credono, pur senza aver visto”. In questo modo le parole vengono trasformate in una regola di metodo valida per tutti coloro che vivono nei tempi successivi alla morte e risurrezione di Gesù. E infatti la nota spiega che solo per i contemporanei di Gesù “visione e fede erano abbinate”, mentre per tutti coloro che vengono dopo, “la normalità della fede poggia sull’ascolto, non sul vedere”. Secondo questa interpretazione sembra quasi che Gesù si opponga al naturale desiderio di vedere, chiedendo a noi una fede fondata solo sull’ascolto della Parola.
Fede fondata sull'ascolto della parola...cosa ci ricorda, se non la catechesi kerigmatica che, dopo aver allettato con il "vieni e vedi", ricopre gli astanti di parole, soltanto parole?
Parole, fra l'altro, piene di ambiguità, di errori, di errate esegesi ed interpretazioni!

Cosicché nel momento in cui si "vede" invece, e si vede generalmente qualcosa di profondamente sbagliato ed incoerente con il cattolicesimo che ci è stato insegnato, ecco che il catechista ha gioco facile nel chiedere, anzi, nel pretendere, la fede basata sull'ascolto della...parola di Kiko e Carmen.
 
Continua padre Ignace de la Potterie:

L'imprecisione introdotta dai traduttori riguardo al tempo dei verbi usati da Gesù è servita a cambiare il senso delle sue parole e a riferirle non più a Giovanni e agli altri discepoli, ma ai credenti futuri. E’ passata così inconsapevolmente l’interpretazione del teologo esegeta protestante Rudolf Bultmann, che traduceva i due verbi del passo al presente (“Beati coloro che non vedono e credono”) per presentarla “come una critica radicale dei segni e delle apparizioni pasquali e come un’apologia della fede privata di ogni appoggio esteriore”. Mentre è esattamente il contrario.

Le spiegazioni della nota, basate su queste traduzioni inesatte (ndr: poi però corretta nella traduzione CEI del 2008) sembrano comunque piegare le parole di Gesù alla nuova tendenza che vige oggi nella Chiesa, secondo cui una fede pura è quella che prescinde dal “vedere”, ossia dall’appoggio e dallo stimolo dei segni sensibili. E’ vero, come spiega la nota, che nel tempo attuale “la visione non può essere pretesa”. Niente nell’esperienza cristiana può mai essere oggetto di “pretesa”. Ma mettere in alternativa il vedere e l’ascoltare e sostenere che “la normalità della fede poggia sull’ascolto, e non sul vedere” ossia che basta ascoltare il “racconto” del cristianesimo per diventare cristiani, sembra essere in contraddizione con tutto ciò che insegnano le Scritture e la Tradizione della Chiesa. Le apparizioni a Maria di Magdala, ai discepoli e a Tommaso sono l’immagine normativa di un’esperienza che ogni credente è chiamato a fare nella Chiesa; come l’apostolo Giovanni, anche per noi il “vedere” può essere una via d’accesso al “credere”. Proprio per questo continuiamo a leggere i racconti del Vangelo: per rifare l’esperienza di coloro che dal “vedere” sono passati al “credere” (si pensi alla contemplazione delle scene evangeliche e all’applicazione dei sensi a esse, secondo una lunga tradizione spirituale).
Pietro e Giovanni corrono al Sepolcro
Quindi, la richiesta di "vedere" le carte da poker che i catechisti neocatecumenali tengono ben strette, cioè per esempio vedere i testi delle catechesi, poterli analizzare e studiare confrontandoli con dottrina e catechismo cattolici, vedere esattamente cosa si prospetta nel Cammino, gli eventuali impegni futuri; vedere i rendiconti finanziari, l'ammontare delle raccolte della decima, il suo utilizzo, e così  via, abbattendo gli arcani del Cammino, non è  peregrina, non va demonizzata paragonando gli adepti neocatecumenali al popolo di Israele nel deserto che mormora  e non crede al suo profeta: è  invece perfettamente  legittima, è  evangelica, è  cattolica nel senso più alto del termine! Oltre ad essere umanamente più  che ragionevole.

Conclude de la Potterie:
Tutta la Tradizione conserva con fermezza il dato che la fede non si basa solo sull’ascolto, ma anche sull’esperienza di prove esteriori, come ricorda il Catechismo della Chiesa cattolica al paragrafo 156, citando le definizioni dogmatiche del Concilio ecumenico Vaticano I: «“Nondimeno, perché l’ossequio della nostra fede fosse conforme alla ragione, Dio ha voluto che agli interiori aiuti dello Spirito Santo si accompagnassero anche prove esteriori della sua rivelazione”. Così i miracoli di Cristo e dei santi, le profezie, la diffusione e la santità della Chiesa, la sua fecondità e la sua stabilità “sono segni certissimi della divina rivelazione, adatti a ogni intelligenza”, sono “motivi di credibilità” i quali mostrano che l’assenso della fede non è “affatto un cieco moto dello spirito”».
In particolare, sono i santi che attualizzano per i loro contemporanei i racconti del Vangelo. Quando san Francesco parlava, per chi era lì presente era chiarissimo che i Vangeli non erano un racconto del passato, solo da leggere e ascoltare: in quel momento era evidente che in quell’uomo era presente e agiva Gesù stesso.
Non per niente anche Giovanni Paolo II ha proposto in chiave positiva proprio la figura dell’apostolo Tommaso, quando, in un suo discorso ai giovani di Roma, il 24 marzo del ’94, li ha invitati a prendere sul serio, rispettare e accogliere questa sete di prove esteriori, visibili, così viva tra i loro coetanei: «Noi li conosciamo [questi giovani empirici], sono tanti, e sono molto preziosi, perché questo voler toccare, voler vedere, tutto questo dice la serietà con cui si tratta la realtà, la conoscenza della realtà. E questi sono pronti, se un giorno Gesù viene e si presenta loro, se mostra le sue ferite, le sue mani, il suo costato, allora sono pronti a dire: Mio Signore e mio Dio!».

Un richiamo all'intelligenza ed alla ragione, questo, che non può essere ignorato: nessuno può invocare la "circoncisione della ragione" e nello stesso tempo presentarsi come testimone credibile del Vangelo di Cristo. E  su questo non c'è  approvazione ecclesiastica che tenga: è  il Vangelo che ci invita a usare tutti gli strumenti di cui il Signore ci ha fatto dono: occhi per vedere, orecchie per ascoltare, una mente ben esercitata in grado di discernere dove sta il vero, e il giusto, ciò che si deve amare e credere, ciò che invece si deve allontanare da sé perché ambiguo, inutile, insipiente e dannoso.

mercoledì 29 luglio 2020

A quanti però lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio

Il Prologo di San Giovanni è un inno di perfetta bellezza e al contempo il brano più complesso tra tutti i Vangeli. Sant' Agostino e San Crisostomo affermavano che lo scrivere questo prologo andava ben oltre le capacità umane, poichè ogni espressione è un condensato di teologia ed esperienza dal contenuto di inesprimibile elevatezza.
Per questa ragione darò la parola a Lino Lista, esperto di esegesi biblica.
«Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.
A quanti però lo hanno accolto
ha dato il potere di diventare figli di Dio»

Lino Lista
Lino Lista:  « Il nostro Sommo Simbolo è Cristo, sin dal Prologo del IV Vangelo: "E il Verbo si face carne e venne ad abitare in mezzo a noi". Cristo unisce perfettamente in sé la natura divina, il Verbo, e quella umana, la carne. Simbolo in tali termini è l'Eucarestia, che unisce in sé la componente tangibile e visibile, il pane e il vino, con quella del Corpo e del Sangue del Signore.

É  questa, dal mio punto di vista, la massima eresia di Kiko Arguello e del Cammino: trasportare tutti i simboli dei Vangeli sul piano meramente terreno, esistenziale, antropologico, rimuovendone la meta trascendente. Lo è perché da questa eresia scaturiscono tutte le altre, in primo luogo l'Eucarestia trasformata in banchetto e trasmessa prevalentemente con un "tipo", la prefigurazione dell'Esodo. Oramai i neocatecumenali, più che il pane e il vino, più che il Corpo e il Sangue del Sacrificio di Cristo, vedono l'Esodo, il passaggio nella Terra promessa, il passaggio dalla morte alla vita figurato anche nel loro balletto attorno alla mensa.

I neocatecumenali, nell'unzione di Gv 9, non riconoscono la Grazia che porterà a "vedere" Cristo, soltanto una lordura che mostra i peccati.

I neocatecumenali, nel sicomoro di Zaccheo, non riconoscono l'ascesa, lo sforzo per "vedere" Cristo: per chi ha ascoltato Kiko alla GMG di Rio, il sicomoro è un'altra kenosis, un'altra discesa nei propri peccati; è un montare sugli altri, un isolarsi sull'attaccamento "al denaro e al mondo", come predicò Arguello.

Per i neocatecumenali (perlomeno per quelli che sono giunti alla tappa del "Padre nostro" e hanno ascoltato i catechisti ripetere la catechesi di Kiko sulle Nozze di Cana) la mancanza di Vino non significa la sopravvenuta insufficienza della Legge, della Torah per la salvezza, l'inadeguatezza sostitutiva colmata da Cristo con il Sacrificio dell'Ultima Ora: essa significa che "nella tua vita, nel tuo matrimonio, nella tua famiglia manca il vino c’è una sofferenza!".

Si potrebbe continuare per ore, perché questo è il criterio "esegetico" di Kiko Arguello, quando non si produce (per l'assenza di simboli nei passi evangelici che tratta) in allegorie forzate e fondamentaliste, che non hanno alcuna corrispondenza con la lettera dei Vangeli, quando non tira fuori interpretazioni sballate come per il peccato originale che, per decenni fino alle correzioni dei mamotreti, è stato insegnato come "una realtà che ci circonda".

Purtroppo per i neocatecumenali (quelli fanatici, intendo), la favola del bambino che svela la nudità del re ha una sua morale. Una volta mostrato l'imbroglio, in tanti si rendono conto che i sarti del re sono imbroglioni e che il re è nudo (e non di una nudità biblica, è nudo di una nudità oscena)»

- Non è da poco la mistificazione del simbolo: falsificare il simbolo significa falsare i Vangeli e il deposito della Fede. 
Il simbolo è un codice della teologia, il linguaggio umano non ha parole e locuzioni per figurare l'Altro e l'Altrove. Soltanto con il simbolo si riescono a rappresentare contemporaneamente le cose di questo mondo e le idee concernenti le realtà invisibili. 
Giovanni afferma che si diviene “figli di Dio” nella pratica di un amore simile a quello del Padre; un amore che fa crescere l' uomo e che necessita di un'adesione perpetua a Cristo. Quindi si è  certi di essere in comunione con Dio perché si è dato assenso a Gesù, modello dell’uomo e modello d’amore. Il Cammino persegue invece una strada avversa fondata sulla convinzione d' essere figli del demonio, trovandosi quindi in contrasto con quanto affermato nel IV Vangelo.
Kiko: «Gesù Cristo non è affatto un ideale di vita. Gesù Cristo non è venuto a darci l’esempio e ad insegnarci a compiere la legge» (p. 125) «La gente pensa che Gesù Cristo è venuto a darci una legge più perfetta della precedente  (l‘ebraica) e che, con la sua vita e la sua morte, la sua sofferenza soprattutto, ci ha dato l’esempio perché noi si faccia lo stesso. Per queste persone (ossia per tutti i santi) Gesù è un ideale, un modello di vita… » (p. 126)
«…Il Cristianesimo non è per nulla un moralismo. Perché, se Gesù Cristo fosse venuto a darci un ideale di vita, come avrebbe potuto darci un ideale talmente alto, talmente elevato, che nessuno lo può raggiungere?» (p. 126)
In questa maniera Kiko smorza ogni desiderio di pienezza di vita, propaga le tenebre e allontana le anime dalla fede.
Dice Giovanni: “questa luce brilla nelle tenebre”. La comunità dei credenti che ha accolto questo messaggio di Gesù, nel viverlo emana la luce e non vive il senso di oppressione e avvelenamento che il cammino dell' Argüello imprescindibilmente provoca.  Nel movimento vige la cecità.
Chi ha letto "Il fango e il segreto" sa che la critica di Lino era incentrata insistentemente sulla catechesi di Kiko Argüello concernente la guarigione del Cieco Nato. La mistificazione base su cui è impiantata l' intera "teologia" del Cammino e da cui sgorgano tutte le distorsioni.
"Guarigione del cieco nato"
(Duccio Buoninsegna)
Prosegue Lino: «"Che cosa è il catecumenato? Un tempo in cui ti si metterà fango sugli occhi. Questa è l'azione di Gesù Cristo. Perché non sai che sei cieco. Non sai che sei sporco e perciò non ti vuoi lavare [...]", dice il fondatore del Cammino. È la mistificazione di uno dei miracoli più significativi di Gesù, mistificazione che serve a giustificare trent'anni di scrutini (dei peccati) condotti da laici.
In gioco non c'è soltanto la diffusione di una esegesi sballata. La questione concerne l'incomprensione del fondamentale messaggio insito (sin dal Prologo) nel Vangelo di Giovanni: "la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie" (Cfr. Gv 3,19)
In gioco c'è il verbo "vedere", nelle sue varie forme: bleso, theorein, horaô al perfetto. Scorgere, osservare con attenzione, contemplare: è una progressione che conduce a riconoscere il Verbo fatto carne, il Signore, che porta a vedere in Lui il Padre. Ne diede uno splendido conto p. Ignace de la Potterie, gesuita, teologo, esegeta e professore della Facoltà Biblica del Pontificio Istituto Biblico.

È questa la progressione che muove lo sguardo e il pensiero del cieco nato, altro che visione di quei peccati del cieco che Cristo in Gv 9 nega e sui quali a insistere sono i farisei!

Dapprima, essendo nato cieco, il mendicante non poteva aver visto Cristo. Perciò non aveva peccato, perciò la catechesi del fango/mota del Cammino è sballata . Una volta sanato nel visus fisico, l'ex cieco inizialmente scorge un uomo, poi osserva un profeta, infine nel possesso sia del visus fisico sia di quello mentale riconosce il Signore e si prostra. I farisei, invece, dicevano di vedere ma nemmeno riuscivano a scorgere il Cristo. Perciò il loro peccato rimane.

C'è, nella progressione del cieco-nato, la fede che scaturisce dalla grazia del miracolo e dalla ragione che approfondisce l'evento:  Fides et Ratio. Negli altri ciechi evangelici guariti ci sono altri insegnamenti , che si desumono dalla natura della cecità, da come gli si accostano, da come sono portati a Gesù, da come vengono sanati in una o due fasi.

Il Cammino riferisce di rivolgersi ai "lontani", "lontani" che tecnicamente sono dei "ciechi nati", da trattare quindi con il balsamo di Cristo. Per trent'anni, invece, ogni neocatecumenale è infangato al fine di mostrare ogni suo idolo. Più che la taumaturgia di Cristo, l'approccio è quello dei farisei di Gv 9.
In realtà, il Cammino pesca la maggior parte degli adepti nelle parrocchie, non tra i "lontani": quindi diverso dovrebbe essere il cieco evangelico di riferimento, non il cieco nato.»
L' inganno esegetico sulla guarigione del cieco nato rappresenta l' elemento costitutivo ed essenziale del movimento. Ringraziamo di cuore Lino Lista per averne rilevato la mistificazione.
Sottoponiamo alla lettura due pagine di Ignace de la Potterie, compianto teologo ed esegeta, tra i massimi esperti del Vangelo di Giovanni.
Durante i nostri ultimi dialoghi, Lino volle che gli leggessi il Prologo di San Giovanni per almeno tre volte di fila e, con la poca voce rimastagli, sussurrava: "che bello".
Il Prologo di San Giovanni è un inno solenne, una meravigliosa preghiera che possiede l'incisiva bellezza delle cose antiche, nella quale troviamo le radici autentiche della nostra grandezza, le ragioni della nostra fede e la sorgente di ogni preghiera. Lino  aveva capito benissimo che nel Prologo giovanneo c'è la chiave di lettura di tutta la Rivelazione divina, poiché egli contemplava di già il mistero; Lino aveva di già da tempo trasceso e ciò risultava chiaro a chi gli era accanto.
«A quanti però l'hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio»
Accogliere Gesù significa credere nel suo Nome. Nel Nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Credere in Gesù significa amarlo, seguirlo secondo i suoi insegnamenti non travisati da menti superbe, significa dare la vita per questo ideale di salvezza. Significa adorarlo per l'Amore infinito che ci dona. Significa accoglierlo nella sua pienezza nella Chiesa e non nelle salette impregnate di subdolo kikianesimo.
Essere figlio di Dio quindi significa lasciarsi immergere nel Suo Sangue prezioso, nella Sua totale volontà. Lino aveva ragione ad affermare con costanza e convinzione, nei momenti cruciali della malattia: IO SONO FIGLIO DI DIO!