domenica 24 luglio 2011

MOVIMENTI, ASSOCIAZIONI, GRUPPI ECCLESIALI... QUANTE REALTA' ETEROGENEE NELLA VIGNA DEL SIGNORE....!!!



Sembra ormai qu
asi impossibile tentare un censimento della miriade di gruppi, realtà, associazioni e movimenti che oggi caratterizzano la Chiesa Cattolica e ne complicano sovente la vita stessa, almeno in termini di convivenza nella stessa Fede, tanto da rendere forse urgente un'attenta revisione della "Christifideles Laici". Proviamo temerariamente a farne un elenco, certamente incompleto, ma emblematico dell'estrema parcellizzazione del messaggio di Cristo e della teologia UNA che dovrebbe accomunare i cattolici e che invece oggi rischia di disperdersi in mille rivoli, a volte persino divergenti o addirittura tra loro antagonisti:

A questi movimenti e/o associazioni vanno altresì aggiunti:

AGESCI,

ANSPI,

Ass S Benedetto,

Azione Cattolica,

CSI,

CTGCVX,

Confraternite varie,

Equipe Notre Dame,

FSE,

FUCI,

Forum Ass Familiari,

Fratres,

GRIS,

Gruppi Padre Pio,

Gruppi Volontariato Vincenziano,

MASCI

MEIC

MGS

Misericordie (Raggruppamenti locali di volontariato

MpV e CAV

NoiAssociazione

OFTAL

PGS

San Vincenzo

Tendopoli San Gabriele .

Trascuriamo volutamente le mille e mille "realtà" esistenti a livello diocesano, o comunque locale.

______

C'è da restare sgomenti davanti a tanta parcellizzazione della Chiesa di Cristo, davanti a tante "autonomie" ( anche in termini di "sussistenza" finanziaria) e duole molto considerare che in nessuna religione, in nessuna confessione cristiana esiste una segmentazione così incredibile dei contenuti teologici e dottrinari e delle prassi catechetiche.

Secondo il Codice di Diritto Canonico, la Santa Sede e i Vescovi Diocesani hanno il diritto ed il dovere di vigilare sulla vita delle associazioni, e questo soprattutto in due ambiti: l'integrità della fede e dei costumi, e la disciplina ecclesiastica (can. 305)., ma ci si chiede come e quanto sia possibile tale "vigilanza", ammesso che ne esista la reale volontà oltre che la disposizione canonica!

Un' ultima annotazione curiosamente concreta, ma non polemica: delle mille realtà in cui oggi si parcellizza la Chiesa di Cristo, in ambito cattolico, solo quella neocatecumenale possiede una prassi liturgica , un Direttorio Catechetico (catechismo) e una modalità dottrinaria del tutto personali e, ancora oggi, non di pubblico dominio....!

mercoledì 20 luglio 2011

Dopo gli scandali e la dispersione, è ripreso il cammino nc a Lugo

Dopo gli scandali e le testimonianze accorate da noi raccolte due anni fa, come se nulla fosse accaduto, riprende il cammino a Lugo. Pubblichiamo la notizia, tratta da cammino.info di aprile scorso. Prima di commentare, nella speranza che coloro che ci avevano scritto e telefonato nel momento della crisi vogliano farlo anche oggi per farci capire se i 'dispersi' sono rientrati o se, com'è probabile, verranno fatte nuove reclute, ci limitiamo a evidenziare col neretto alcuni punti del discorso che mettono in luce le caratteristiche inconfondibili di questa controversa realtà ecclesiale. Il discorso del vescovo è esemplare e mostra quanto è perfettamente 'allineato'. La piovra ha ridisteso i suoi tentacoli.


Circa 30 anni fa don Ennio Vaccari, prevosto della Collegiata, avviò a Lugo (provincia di Ravenna) nella sua parrocchia l’esperienza del Cammino Neocatecumenale.

La settimana scorsa, dopo due anni, l’esperienza Neocatecumenale è ricominciata nella parrocchia della Madonna del Molino con le catechesi e nuovi catechisti itineranti, in accordo con i parroci della Collegiata e con il vescovo di Imola Tommaso Ghirelli che nella serata di apertura delle catechesi ha rivolto loro questo saluto.

«L’annuncio del Vangelo è un evento che da duemila anni si rinnova senza perdere nulla della sua freschezza né della sua potenza. Così anche a partire da questa sera.
Non è possibile dire in anticipo quali effetti questo annuncio essenziale, forte e umile nello stesso tempo, produrrà nel cuore delle persone e nell’intera comunità lughese, ma di una cosa siamo certissimi: che cambierà la situazione, non lascerà le cose tali e quali. Perciò vi esorto ad ascoltare con animo aperto, lasciando alla parola di Dio l’iniziativa.
Questo annuncio è rivolto personalmente a ciascuno di noi che siamo venuti liberamente ad ascoltarlo, ci interpella e ci mette in discussione. Ci porta a riconsiderare tutte le esperienze passate e non solo la situazione attuale. Sottopone a verifica le conclusioni a cui ciascuno di noi era arrivato, perché – pur essendo recato da uomini soggetti come noi a sbagliare – viene da un Altro, il quale garantisce la propria presenza attiva. Ha detto infatti “Ecco, io sono con voi fino alla fine del mondo”.
È un annuncio che risponde ad attese, a problemi aperti; viene a sciogliere tensioni e fare chiarezza dentro di noi. D’altra parte, non impone nulla, propone e rispetta la libertà di ciascuno. Non impedisce quindi di rimanere o confermarsi in una condizione di pregiudizio, di poca sincerità, di risentimento, anche se viene appositamente a fare risplendere la verità e la bellezza del reale. Non pretendiamo di porre noi le domande iniziali, ma prima ascoltiamo; poi tireremo le nostre conclusioni ed esprimeremo i nostri giudizi secondo coscienza.
Così verrà superato un pericolo sempre in agguato: quello del plagio e del condizionamento negativo. Se in passato alcune persone hanno subito torti anche gravi da parte dei catechisti o di altri membri del Cammino, più che discutere conviene mettersi in ascolto del Vangelo. Se poi emergerà che sono stati inferti dei danni documentati, sarà mio dovere comminare una sanzione ai colpevoli e, nella misura del possibile, risarcire chi li ha subiti.
Anche chi è rivestito di autorità nella Chiesa per il bene dei fratelli, anzi lui per primo, è interpellato dal Vangelo, proprio mentre viene confermato in questa sua vocazione. Anche chi è già cristiano praticante, obbediente ai pastori, arricchito di esperienze spirituali, viene raggiunto e rinnovato dall’annuncio fatto in forma di kerigma. Questo vale in particolare per chi ha già fatto il cammino neocatecumenale, cammino iniziato – come è noto – una quarantina d’anni orsono, sulla scia del Concilio Vaticano II. Nessuno, neanche il catechista che lo propone, neanche il vescovo che lo autorizza, è superiore al Vangelo.
L’annuncio viene fatto a Lugo non per la prima volta, non in una parrocchia, ma – eccezionalmente – a livello cittadino, presso questo santuario della Madonna, per esprimere rispetto ed evitare giudizi, per esprimere apertura ed evitare condizionamenti derivanti dal passato. Che non sia innocuo, che provochi reazioni contrastanti, lo sappiamo e ci verrà ripetuto, quindi non si intende affatto renderlo “indolore” o ignorare le ingiustizie, attraverso la scelta di un luogo diverso dalla Collegiata, ma si intende sottolineare la novità perenne del Vangelo e aiutare ciascuno a liberarsi dai condizionamenti e dalle incomprensioni.
Il mio pensiero in questo momento va anche a quanti nel Cammino e a causa di persone ad esso legate hanno dovuto soffrire, a quanti sono scandalizzati o provano risentimento. Gesù ha detto: “E’ inevitabile che vi siano scandali, ma guai a coloro che ne sono responsabili”. Desidero incontrare nuovamente queste persone, far loro sapere che mi pongo a loro disposizione, anche se sono convinto che sia ingiusto trarre dagli errori compiuti la conclusione che i danni siano irreparabili. Infatti il bene fatto dal Cammino supera il male che vi si è insinuato. Piuttosto, vedo le catechesi che iniziano questa sera come un richiamo all’esame di coscienza, alla conversione e alla richiesta di perdono. Anch’io so di avere delle responsabilità, per le quali prego nella speranza di riuscire a riconoscerle e di riuscire a riparare.
Per parte mia dunque pongo questo inizio delle catechesi proprie del Cammino Neocatecumenale sotto la protezione della Beata Vergine del Molino, saluto tutti i convenuti e in particolare don Bettoli, ringrazio, nella persona di don Tondini, il Santuario e la sua comunità parrocchiale. Ringrazio infine i catechisti venuti appositamente da Fano e chi li ha inviati e dico loro: «Benedetto chi viene nel nome del Signore». 1 aprile 2011

domenica 17 luglio 2011

L'Obbedienza a Pietro, custode alla Tradizione Immutabile


Universae Ecclesiae: un’Istruzione che guarda al futuro della Chiesa

di Guido Pozzo e Nicola Bux - La Costituzione liturgica del concilio Vaticano II, afferma che “La Chiesa, quando non è in questione la fede o il bene comune generale, non intende imporre, neppure nella Liturgia una rigida uniformità” ( Sacrosanctum concilium, n. 37).

Non sfugge a molti che oggi sia in questione la fede, per cui è necessario che le varietà legittime di forme rituali debbano ritrovare l’unità essenziale del culto cattolico. Il papa Benedetto XVI lo ha ricordato accoratamente:

“Nel nostro tempo in cui in vaste zone della terra la fede è nel pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più nutrimento, la priorità che sta al di sopra di tutte è di rendere Dio presente in questo mondo e di aprire agli uomini l’accesso a Dio. Non ad un qualsiasi dio, ma a quel Dio che ha parlato sul Sinai; a quel Dio il cui volto riconosciamo nell’amore spinto sino alla fine (cfr Gv. 13,1) in Gesù Cristo crocifisso e risorto” (Lettera ai Vescovi in occasione della revoca della scomunica ai quattro Presuli consacrati dall’Arcivescovo Lefebvre, 10 marzo 2009).

Giovanni Paolo II ammoniva che

“la sacra liturgia esprime e celebra l’unica fede professata da tutti ed essendo eredità di tutta la Chiesa non può essere determinata dalle Chiese locali isolate dalla Chiesa universale” (Ecclesia de Eucharistia, n. 51) e che “La liturgia non è mai proprietà privata di qualcuno, né del celebrante, né della comunità nella quale si celebrano i Misteri” (Ivi, n 52).

Nella Costituzione liturgica si afferma:

“il Sacro Concilio,in fedele ossequio alla tradizione, dichiara che la Santa Madre Chiesa considera con uguale diritto e onore tutti i riti legittimamente riconosciuti, e vuole che in avvenire essi siano conservati e in ogni modo incrementati” (Sacrosanctum concilium, n. 4).

La stima per le forme rituali è il presupposto dell’opera di revisione che di volta in volta si rendesse necessaria. Ora, le due forme ordinaria e extraordinaria della Liturgia Romana, sono un esempio di incremento. Chi agisce al contrario, intacca l’unità del rito romano che va tenacemente salvaguardata, non svolge autentica attività pastorale o corretto rinnovamento liturgico, ma priva piuttosto i fedeli del loro patrimonio e della loro eredità a cui hanno diritto. Da tali atti arbitrari derivano insicurezza dottrinale, perplessità e scandalo e, quasi inevitabilmente, reazioni aspre (cfr Istruzione Redemptionis Sacramentum, n. 11).

Dinanzi a tale situazione, tutti i Pastori della Chiesa devono promuovere la conoscenza e l’osservanza dello Ius divinum nel culto, perché è Dio che dall’Antico Testamento ha stabilito come deve essere adorato; per questo è “culto divino”.

In continuità col magistero dei suoi predecessori, Benedetto XVI ha promulgato nel 2007 il Motu Proprio Summorum Pontificum, con cui “ha reso più accessibile alla Chiesa universale la ricchezza della Liturgia Romana”(art.1), dando mandato alla Congregazione per la Dottrina della Fede, con la Pontificia Commissione Ecclesia Dei di pubblicare l’Istruzione Universae Ecclesiae per favorirne correttamente l’applicazione.

Nell’Introduzione del documento si afferma: “Con tale Motu Proprio il Sommo Pontefice Benedetto XVI ha promulgato una legge universale per la Chiesa …” (art. 2). Non è un indulto, o una legge per gruppi particolari, ma una legge per tutta la Chiesa, una “legge speciale” che pertanto “deroga a quei provvedimenti legislativi,inerenti ai sacri Riti,emanati dal 1962 in poi ed incompatibili con le rubriche dei libri liturgici in vigore nel 1962”(art. 29).

Va qui ricordato l’aureo principio patristico da cui dipende la comunione cattolica: “ogni Chiesa particolare deve concordare con la Chiesa universale, non solo quanto alla dottrina della fede e ai segni sacramentali, ma anche quanto agli usi universalmente accettati dalla ininterrotta tradizione apostolica, che devono essere osservati non solo per evitare errori, ma anche per trasmettere l’integrità della fede, perché la legge della preghiera della Chiesa corrisponde alla sua legge di fede”(art.3).

Il celebre principio lex orandi-lex credendi richiamato in questo articolo, è alla base del ripristino della forma extraordinaria: non è cambiata la dottrina cattolica della Messa nel rito romano, perché liturgia e dottrina sono inscindibili.

La Liturgia è stata ed è, nella disciplina della Chiesa, materia riservata al Papa, mentre gli Ordinari e le Conferenze episcopali hanno alcune competenze delegate, specificate dal diritto canonico. I sacerdoti non possono introdurre in essa alcun cambiamento (cfr Sacrosanctum concilium, n. 22), ma ben formati in seminario allo spirito della liturgia cattolica (cfr ivi, n. 17) devono celebrare con rigore e fedeltà ai libri liturgici approvati e con l’adeguata sensibilità pastorale per aiutare e formare tutti i fedeli a vivere la liturgia della Chiesa una, santa, cattolica e apostolica.

Pertanto “Il Motu Proprio costituisce una rilevante espressione del Magistero del Romano Pontefice e del munus a Lui proprio di regolare e ordinare la Sacra Liturgia della Chiesa (Cfr C.I.C. can. 838,1 e 2) e manifesta la Sua sollecitudine di Vicario di Cristo e Pastore della Chiesa Universale (Cfr C.I.C. can. 331)” (art. 8). Al Papa, che ha ereditato le chiavi di Pietro, è dovuta l’obbedienza, innanzitutto in materia liturgica e sacramentale.
In secondo luogo, l’Istruzione riafferma che vi sono ora

“… due forme della Liturgia Romana, definite rispettivamente ordinaria e extraordinaria: si tratta di due usi dell’unico Rito romano … L’una e l’altra forma sono espressione della stessa lex orandi della Chiesa. Per il suo uso venerabile e antico, la forma extraordinaria deve essere conservata con il debito onore” ( art. 6).

E’ un passo fondamentale da tenere a mente da parte di Pastori e fedeli.

Infatti, l’articolo seguente, riporta un passaggio-chiave della Lettera del Santo Padre ai Vescovi, che accompagna il Motu Proprio:

“Non c’è nessuna contraddizione tra l’una e l’altra edizione del Messale Romano. Nella storia della liturgia c’è crescita e progresso, ma nessuna rottura. Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso” (art. 7).

L’Istruzione, in linea col Motu Proprio, non riguarda solo quanti desiderano continuare a celebrare la fede nello stesso modo con cui la Chiesa l’ha fatto sostanzialmente da secoli; il Papa vuole aiutare i cattolici tutti a vivere la verità della liturgia affinché, conoscendo e partecipando all’antica forma romana di celebrazione, comprendano che la Costituzione Sacrosanctum Concilium voleva riformare la liturgia in continuità con la tradizione.

Questo porta a vivere pure la forma ordinaria in comunione con la Chiesa degli Apostoli, dei Padri e dei Santi, da Leone Magno a Gregorio Magno, da Tommaso d’Aquino a Pio V, da Carlo Borromeo a Pio da Pietrelcina e Giovanni XXIII. Se non si concepisse in tal modo la liturgia, il cuore e la mente dei fedeli non sarebbero modellati in modo da vivere bene la fede, la morale e la spiritualità.

Per capire le finalità del Motu Proprio, l’Istruzione ricorda ancora all’art. 8 che esso intende

“offrire a tutti i fedeli la Liturgia Romana nell’Usus Antiquior, considerata tesoro prezioso da conservare” – a tutti i fedeli, non solo un gruppo particolare, particolarmente affezionato alla tradizione – e “garantire e assicurare realmente a quanti lo domandano, l’uso della forma extraordinaria, nel presupposto che l’uso della Liturgia Romana in vigore nel 1962 sia una facoltà elargita per il bene dei fedeli e pertanto vada interpretata in un senso favorevole ai fedeli che ne sono i principali destinatari”.

Giovanni Paolo II nel 1988 disponeva la “generosa” applicazione delle norme già emanate dalla Sede Apostolica circa il Messale del 1962; ora i Vescovi devono non solo “garantire e assicurare”, ma soprattutto favorire la riconciliazione e l’unità nella Chiesa, evitando spaccature e spinte antitetiche nella comunità cristiana, così come la marginalizzazione e l’isolamento dei fedeli che seguono la forma extraordinaria, e nello stesso tempo evitare forme di contestazione del Messale di Paolo VI.

La forma extraordinaria e la forma ordinaria del rito romano, non vanno intese l’una come eccezione e l’altra come regola, ma in analogia al rapporto che sussiste nell’anno liturgico tra il tempo per annum o ordinario e i tempi “forti” ovvero “extraordinari” per la loro pregnanza. I cristiani bizantini pure, usano tre forme di liturgia in diversi tempi dell’anno: di S.Giovanni Crisostomo, di S.Basilio e dei Presantificati.

Quindi, si tratta di “una nuova normativa all’uso della Liturgia Romana in vigore nel 1962”(art.7).L’Istruzione, per chiarire che il Messale Romano del 1962 non è stato abrogato, fa a questo punto una annotazione importante:

“al momento dell’introduzione del nuovo Messale(ndr di Paolo VI), non era sembrato necessario emanare disposizioni che regolassero l’uso della Liturgia vigente nel 1962”(ivi). Ora tale normativa si è imposta “…in ragione dell’aumento di quanti chiedono di poter usare la forma extraordinaria”(ivi).

A tal fine, gli art. 9-11 dell’Istruzione descrivono i compiti della Pontificia Commissione Ecclesia Dei che ha potestà vicaria per i ricorsi nei confronti di decreti e provvedimenti dell’Ordinario in decernendo e in procedendo, e per l’edizione dei libri liturgici della forma extraordinaria, dopo l’approvazione della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti.

L’Istruzione “a seguito dell’indagine compiuta presso i Vescovi di tutto il mondo” passa a indicare le Norme specifiche per “garantire la corretta interpretazione e la retta applicazione del Motu Proprio”(art.12). Sono quindi indicate le competenze dei Vescovi diocesani che “…devono vigilare in materia liturgica per garantire il bene comune e perché tutto si svolga degnamente, in pace e serenità nella loro Diocesi, sempre in accordo con la mente del Romano Pontefice chiaramente espressa dal Motu Proprio Summorum Pontificum” (art. 13).

Nello stesso senso, va l’art. 14: “E’ compito del Vescovo diocesano prendere le misure necessarie per garantire il rispetto della forma extraordinaria del Rito Romano, a norma del Motu Proprio Summorum Pontificum”. Il can. 838,1 del C.I.C., riprendendo la Sacrosanctum Concilium 22,1, dice che “regolare la Sacra Liturgia compete propriamente alla Sede Apostolica e, a norma di diritto, al Vescovo diocesano”, significa che questi deve comportarsi secondo la norma del can. 135,2 che dispone: “da parte del legislatore inferiore non può essere data validamente una legge contraria al diritto superiore”(cfr anche can.33,1).

I Vescovi devono cioè applicare il Motu Proprio, nel senso di facilitare e non ostacolare. Ad essi come Pastori incombe osservare, considerare, soprattutto incontrare le realtà dei fedeli che richiedono la forma extraordinaria; anche visitare i siti internet che descrivono come tale realtà sia in continua crescita. Molti giovani, sono attratti dalla Messa in forma extraordinaria perché mette particolarmente in risalto il Sacrificio eucaristico e l’adorazione della Presenza reale di Gesù Cristo sull’altare – obbediente alle parole consacratorie del sacerdote – in uno “stato di vittima immolata”, immolatitius modus(cfr Pio XII, Enciclica Mediator Dei, n 70) a causa della separazione del corpo dal sangue.

Non saremo attenti a cogliere questo segno dei tempi?

Il Motu Proprio garantisce anche i diritti dei fedeli (cfr C.I.C. cann.214-223). Infatti, accanto ai diritti e doveri dei Pastori della Chiesa, vi sono quelli dei fedeli laici.

Importante perciò è la sezione sul “cœtus fidelium” (art. 15-19). In particolare che:

“Un cœtus fidelium potrà dirsi stabiliter existens ai sensi dell’art. 5, § 1 del Motu proprio Summorum Pontificum, quando è costituito da alcune persone (ndr, il termine alcuno indica una quantità indeterminata) di una determinata parrocchia che, anche dopo la pubblicazione del Motu Proprio, si siano unite in ragione della venerazione per la Liturgia nell’Usus Antiquior, le quali chiedono che questa sia celebrata nella propria parrocchia o in una rettoria; tale cœtus può essere anche costituito da persone che provengono da diverse parrocchie o diocesi e che a tal fine si riuniscano in una determinata chiesa parrocchiale o rettoria” (art. 15).

Dunque, un cœtus può anche formarsi dopo la pubblicazione del Motu Proprio, come sono pienamente legittimi quelli costituitisi prima di esso. Poi: “Sarà il senso pastorale a determinare concretamente il numero di persone necessario per costituire tale cœtus”. Non si celebra la Messa ordinaria anche per pochi fedeli? Il Signore è presente là dove “due o tre sono riuniti” nel Suo nome.

Circa l’opportunità, deve prevalere il senso pratico. Pertanto, i parroci e rettori di Chiese sono invitati a dare ospitalità a sacerdoti e fedeli che si presentino occasionalmente per la celebrazione straordinaria – come avviene del resto per quella ordinaria – pur nel rispetto delle esigenze d’orario(cfr art.16). Si deve dedurre che, in ogni chiesa, deve esserci la suppellettile necessaria per la Messa in forma extraordinaria, che si può celebrare anche dove vi sia solo l’altare ‘verso il popolo’, ma rivolgendosi ad Dominum.

Importante anche la sezione dell’Istruzione sul “sacerdos idoneus” (art. 20-23): tra i vari requisiti v’è la lingua latina: “è necessaria una sua conoscenza basilare, che permetta di pronunciare le parole in modo corretto e di capirne il significato” (art. 20). Quindi, un sacerdote idoneo a celebrare la Messa in forma extraordinaria, non deve essere un esperto nel latino liturgico, che è di una grande ricchezza e complessità (ad es. le orazioni antiche …).

Dice sant’Agostino:

“La comprensione è la ricompensa più grande della fede. Non tentare di comprendere per arrivare a credere, ma abbi fede per arrivare a comprendere” (De Magistro,11,37).

Il latino è la lingua propria della Chiesa in quanto lingua universale, con cui il Papa si rivolge a tutti i popoli; inoltre ha l’attributo dell’immutabilità, a fronte delle lingue volgari in continua mutazione: questo garantisce l’inalterabilità della lex orandi e credendi. Il fascino esercitato dal cattolicesimo su anglicani quali Newman e Benson, su ortodossi quale Solov’ev e Florensky, è dovuto all’universalismo della liturgia esaltato dalla lingua latina, la quale fa sì che in tutte le parti del mondo si possa dire: Io sono nella stessa Chiesa cattolica.

Nell’art. 21, si chiede ai Vescovi di offrire al clero la possibilità di acquisire una preparazione adeguata alle celebrazioni nella forma extraordinaria; poi, di provvedere alla formazione dei seminaristi, in modo speculare a quanto chiede l’Esortazione Apostolica Sacramentum Caritatis:

“i futuri sacerdoti, fin dal tempo del seminario, siano preparati a comprendere e a celebrare la santa Messa in latino, nonché a utilizzare testi latini e a eseguire il canto gregoriano …” (n. 62). I Vescovi sono esortati a promuovere tale celebrazione come pure corsi di aggiornamento liturgico servendosi della collaborazione di coloro che la conoscono e dei sacerdoti degli Istituti eretti dalla Commissione Ecclesia Dei (cfr art.22).

Quanto ai religiosi, l’art. 24 dell’Istruzione chiarisce che la Messa sine populo può essere celebrata senza il permesso del Superiore(cfr Motu Proprio n 3); per quella cum populo, si segua la propria regola, fermo restando, come detto dianzi, che non si possono emanare norme contrarie al diritto superiore.

Gli articoli 25-29 applicano la disciplina liturgica ed ecclesiastica di cui abbiamo detto all’inizio, codificata in buona parte nei libri liturgici. Pertanto:

I libri liturgici della forma extraordinaria vanno usati come sono. Tutti quelli che desiderano celebrare secondo la forma extraordinaria del Rito Romano devono conoscere le apposite rubriche e sono tenuti ad eseguirle correttamente nelle celebrazioni” (art. 25; cfr anche art. 29).

Si tratta dei libri liturgici posteriori all’enciclica Mediator Dei di Pio XII che raccolgono le riforme di quest’ultimo sulla liturgia tridentina, che aveva già sperimentato leggeri cambiamenti, ma in distinti momenti durante i secoli; sono inoltre i libri liturgici con cui i Padri conciliari di rito Romano, ovvero la gran maggioranza, celebravano, quando preparavano ed approvavano la Costituzione liturgica.

Questi, dunque, non sono in contrasto con quelli postconciliari che “vanno usati come sono”,ossia conoscendo ed eseguendo le rubriche, senza commistione con l’Ordo Missae, il Lezionario e il Calendario della forma ordinaria.

In seguito saranno date disposizioni circa i nuovi santi e alcuni dei prefazi del Novus Ordo(cfr art.26).In particolare, per le letture sia nella messa letta, che in quella cantata e nella solenne, c’è possibilità di proclamarle solo in latino, o solo in lingua corrente, o in latino seguito dalla traduzione(cfr art.27).

Gli art. 30-32 riguardano i sacramenti della Cresima e dell’Ordine sacro. Per quest’ultimo, come è noto, il Motu Proprio non ha introdotto alcun cambiamento, al fine di evitare, per i candidati al sacerdozio nei seminari e studentati, differenze e disomogeneità nei gradi e ministeri in preparazione all’Ordine sacro. Non così, a motivo della loro specificità, per gli appartenenti agli Istituti retti dall’Ecclesia Dei. Senza escludere che questa materia possa essere rivista in rapporto alla disciplina generale attuale, basata sul Motu proprio Ministeria quædam di Paolo VI.

Gli ultimi tre articoli dell’Istruzione favoriscono la celebrazione del Triduo sacro nella forma extraordinaria (art. 34), l’uso dei libri liturgici propri degli Ordini religiosi in vigore nel 1962 (art. 35), e soprattutto l’uso del Pontificale Romanum, del Rituale Romanum (con la grande ricchezza delle benedizioni) e del Cæremoniale Episcoporum in vigore nel 1962 (art. 36).

“Nel rapporto con la liturgia si decide il destino della fede e della Chiesa”, è impresso sul dorso del volume XI “Teologia della liturgia” dell’Opera omnia del Santo Padre. Se la liturgia necessita della fede come presupposto, ci avvicineremo ad essa con pace e serenità, cioè con la pazienza dell’amore a cui inneggia san Paolo nell’inno alla carità.

Dunque, l’Istruzione, in linea col Motu Proprio, non è un passo indietro ma guarda al futuro della Chiesa, al cui centro sta la croce di Cristo, come sta al centro dell’altare: Lui, Sommo Sacerdote cui la Chiesa rivolge il suo sguardo oggi, come ieri e sempre

venerdì 15 luglio 2011

La "nuova" Chiesa. Cambiamenti ed arbitri.

Da sempre Kiko Arguello, durante le “cerimonie” per l’invio di famiglie o catechisti o seminaristi in missione, o soltanto per una “missione popolare” alla quale partecipano tutte le comunità, è solito far proclamare il Vangelo Luca 1-22 (l'invio dei 72 da parte di Gesù), per perorare il “mandato” a quei “piccoli” che hanno accolto tale Parola e la vogliono mettere in pratica. Tra poco la scena si ripeterà nel corso della GMG di Madrid.
Senza alcuna intenzione di sovvertire il significato del Battesimo, che - col suo rito e con la Grazia santificante del Sacramento stesso - sollecita e rende capace ogni cristiano a farsi “piccolo” ed essere sempre pronto a rispondere sulle ragioni della speranza che è in lui, i 72 discepoli che Gesù chiama “piccoli” sono principalmente, se non esclusivamente i Ministri ordinati della Chiesa.
Lo stesso Papa Giovanni Paolo II, durante una sua Udienza Generale, ne ha spiegato i motivi; per di più, basta esaminare cosa dice chi, da questo Vangelo, trae ragioni per difendere la struttura gerarchica della Chiesa voluta da Gesù Cristo stesso.
E tuttavia, non mancano nella Chiesa documenti e discussioni che, alla chiamata dei 72 discepoli, attribuiscono il significato più esteso dell’apostolato dei laici.
Di conseguenza, si entra in confusione perché così facendo i laici potrebbero ritenersi giustificati - pur nel nome di Gesù Cristo – a scacciare i demoni, come del resto si fa già nel RnS imponendo le mani e proferendo preghiere – se non di esorcismo vero e proprio – di guarigione e liberazione, quando sappiamo invece che tale “mandato” viene impartito esclusivamente ai Sacerdoti e solo dal loro Vescovo.
Secondo la Tradizione della Chiesa:
  1. l'episcopato si identifica nel sacerdozio di Melchisedech e ricorda quello di Aronne
  2. i sacerdoti - presbiteri (anziani) (come i 72 mandati da Gesù) sono come i 70 anziani (i cohanim ebraico=cohen è "colui che sta in piedi" davanti e alla guida dell'Assemblea)
  3. tutti gli altri ordini minori si identificano con i leviti che vuol dire gli aggiunti, gli aiutanti
L'abolizione da parte di Paolo VI degli ordini minori (mi pare con la Ministeria quaedam) ha cambiato la "scaletta" più esterna del sacerdozio e aggiornato l'ordine-taxis-ordo voluto da Dio per il culto pubblico che è innanzitutto uno ius divinum, introducendo il lettorato e l'accolitato per far posto ai laici. In questo modo, non solo ha rivisitato il sacerdozio, ma ha inteso dare una nuova immagine di servizio all'Altare, ottenendo però di essere preso troppo alla lettera (l'Altare, col Novus Ordo, si è praticamente ovunque trasformato in mensa)... Ecco perché nella Chiesa (e nel mondo) tutto è sovvertito. E il sovvertimento va aggravandosi sempre più. Non c'è bisogno di essere disfattisti. Basta guardarsi intorno... Con questo la fiducia (Fede, adesione, attenzione amorosa, fedeltà) non viene meno, così come non vengono meno la Speranza e l'Attesa... Il Signore è Risorto e c'È, è con noi se rimaniamo in Lui e non dobbiamo aver timore di nulla!

Le cose stanno così. Chi ha sovvertito e continua a sovvertire la Tradizione sostituendo l'antropocentrismo dell'assemblea al Cristocentrismo del Sacrificio se ne infischia. C'è chi sa ed è connivente. C'è chi non sa. C'è chi minimizza per ignoranza o per incuria o per eccessiva fiducia nell'uomo messo al posto di Dio.

A conferma di quanto appena detto, riporto quanto ha scritto Francesco Colafemmina.
Fu nel 1972 che Paolo VI abolì i cosiddetti "ordini minori" e cambiò la definizione stessa degli "ordini sacri" in "ministeri", rendendoli parzialmente accessibili anche ai laici, secondo l'indirizzo del Concilio Vaticano II. Giustificava Paolo VI la sua decisione con queste parole: "Corrisponde inoltre alla realtà stessa e alla mentalità odierna che i menzionati uffici non siano più chiamati ordini minori e che il loro conferimento sia denominato non «ordinazione» ma «istituzione», ed ancora che siano e vengano ritenuti propriamente chierici soltanto coloro che hanno ricevuto il Diaconato."

Dunque un adeguamento della Chiesa "alla mentalità moderna" che non solo ha introdotto le figure dei diaconi permanenti cui è lecito amministrare alcuni sacramenti e persino essere sposati (dei preti a metà, insomma). Ma ha anche introdotto quelle figure di zelanti catechisti e affini che amano mettere un piede nello stato clericale, diventando lettori e accoliti.

Cosa ha eliminato Paolo VI? Ha eliminato l'ordine ossia la "classe sacerdotale" cui venivano introdotti i giovani seminaristi attraverso la tonsura. Così il clero stesso si è trasformato ideologicamente in "servizio", visto che tutti i fedeli sono anch'essi sacerdoti. Una riforma che se nelle intenzioni era volta ad eliminare la distanza fra fedeli e clero, e a ridurre gli effetti del clericalismo degli "ordinati", in realtà non ha fatto altro che portare un certo scompiglio nel cattolicesimo, producendo ciò che Benedetto XVI ha definito saggiamente "la clericalizzazione dei laici e la laicizzazione del clero".

Con la tonsura è stato eliminato quindi l'ingresso nello stato sacerdotale. Pertanto, fino al diaconato i futuri sacerdoti sono dei semplici laici. La cerimonia della tonsura non consta infatti soltanto del taglio di alcune ciocche di capelli, simbolo della rinuncia al mondo e dell'appartenenza a Cristo. Nel corso del rito i futuri sacerdoti vestono per la prima volta la veste sacerdotale, veste che, se non abbandoneranno il seminario prima della loro ordinazione presbiteriale, resterà la stessa per tutta la loro vita futura.


Questo per quanto riguarda la Chiesa, che quest'epoca post-conciliare ci consegna irriconoscibile. Quanto al Cnc ci informa Michela:
Tanto tanto tempo fa.... prima dell'Implantatio ecclesiae, prima della Missio ad gentes c'erano gli itineranti. Venivano inviati a due a due, senza bisaccia = senza cibo e denaro, per annunciare il kerygma ai parroci. Qualcuno veniva accolto ed ospitato, altri dormivano tutta la settimana all'aperto come e con i barboni.

Però..... poi Kiko ha cambiato idea, e quando ha voluto organizzare i vertici del cammino, ha costituito il gruppo dei 12 e dei 72. Mi dispiace per quell'anonimo che pensa che tutti i laici devono evangelizzare, perchè Kiko non la pensa così. Quando si tratta di mandarvi allo sbaraglio, vi incita con la storia del mandato ai 72 discepoli, ma quando ha bisogno di blindare i vertici , come qualsiasi società multilevel, i 72 diventano esattamente i 72 che si sono dimostrati i più fedeli al cammino in questi 40 anni.

In ogni caso il Cnc ha le sue gerarchie, le sue funzioni (ostiari, cantori, didascali, ecc.), strutture, prassi, rito. Insomma, è un'altra chiesa nella Chiesa.

mercoledì 13 luglio 2011

AL SERVIZIO E PER LA GLORIA DELLA CHIESA DI CRISTO O AL SERVIZIO E PER LA GLORIA DEL CAMMINO E DI UN UOMO?


Uno degli ultimi commenti al thread precedente con molta lucidità e immediatezza rimette il dito nella piaga e, a proposito dei grandi preparativi ncn per la GMG di Madrid, osserva:

"Prima, durante e dopo la GMG i neocatecumenali lavoreranno per la gloria del Cammino neocatecumenale. Non al servizio e per la gloria della Chiesa di Cristo, ma al servizio e per la gloria del Cammino e di un uomo.

Come sempre, il giorno seguente la partenza del Santo Padre, ci sarà l`alzata vocazionale, la voce di Kiko Arguello verrà, come al solito, a coprire subito la traccia lasciata dalle parole e dai gesti di Benedetto XVI.

E come sempre, prima, durante e dopo la GMG, vescovi e cardinali avranno magnificato i numeri neocat tacendo, in modo inqualificabile, su tutte le storture, le anomalie, che quei numeri stanno diffondendo..."

"Magnificare" i numeri neocatecumenali (ormai sparuti) per aumentare artificiosamente il consenso della gerarchia; difendere con i denti l'Arcano, ovverossia (nell'accezione ncn) il cd. "Catechismo" di Kiko approvato da Mons. Rylko, per poter perpetuare una catechesi non conforme alla dottrina e al magistero della Chiesa; continuare con una martellante propaganda che coloro i quali sono stati segnati duramente dal Cammino ( e sono, siamo tanti) non possono che rifiutare visceralmente, solo per fare un proselitismo di facciata e fine a se stesso, costituisce veramente un bene per la Chiesa tutta o è divisione, ancora divisione, soltanto divisione...? (Nell'immagine l'Annunciazione secondo Kiko Arguello)

domenica 10 luglio 2011

Kiko Arguello: "Spero che non ci obblighino a pubblicare il catechismo approvato dalla Santa Sede, per noi sarebbe un male".



Con queste incredibili parole ( http://paparatzinger4-blograffaella.blogspot.com/2011/01/kiko-arguello-spero-che-non-ci.html) Kiko Arguello il 18 gennaio scorso ci poneva davanti almeno tre mistificazioni che è bene sottolineare ancora una volta:

a) il direttorio catechetico neocatecumenale contenente le catechesi di Kiko e Carmen NON è un "catechismo" ( una summa di verità di fede rivelate e illuminate dal Magistero peraltro già ampiamente sistemata nel vero Catechismo della Chiesa Cattolica, che non ha bisogno alcuno evidentemente di doppioni), non è nato come "catechismo" nè nell'intenzione dei suoi autori nè nell'organizzazione concettuale che ne è stata tratta , non si è sviluppato come catechismo nelle prassi catechetiche neocatecumenali ancora oggi identiche a quelle di quarant'anni fa;

b) Il direttorio di Kiko NON è stato approvato sic et simpliciter dalla "Santa Sede" bensì dal Pontificio Consiglio per i laici, cui - è ormai acclarato - , trattandosi di materie dottrinarie non da poco, non spettava tale approvazione, per sua natura attribuibile( e misteriosamente non attribuita, con grave scandalo per i credenti) alla Congregazione per la dottrina della Fede;

c)nessuno potrebbe "obbligare" il signor Arguello a pubblicare il Direttorio in parola, così approvato, a meno che non si intenda obbligo (morale) in tal senso quanto ebbe ad auspicare il Papa pubblicamente all'indomani dell'approvazione dello statuto neocatecumenale, affermando appunto la necessità di rendere di pubblico dominio all'interno dell'universo ecclesiale il direttorio neocatecumenale.

La mistificazione ulteriore, per sua natura gravissima, era e rimane ancora il messaggio in codice ( per non parlare di vera e propria sfida) che Arguello nel gennaio scorso lanciava a chi di dovere quando "sperava" che nessuno l'obbligasse a pubblicare qualcosa che all'interno della Chiesa Cattolica non dovrebbe restare misterioso dopo quaranta anni di mistero e di strapotere nell'utilizzo psicologico di tale "mistero" o "arcano" che dir si voglia!

Dopo sei mesi però il mistero, l"arcano" rimane ancora ignobilmente intatto!

E non certo solo quello congegnato cervelloticamente da Kiko e Carmen, ma quello in base al quale tali incresciose situazioni di ostentata disubbidienza possono ancora essere tollerate tanto facilmente all'interno della Chiesa!

venerdì 8 luglio 2011

La "Confessione", ancora necessaria?

«Sarebbe dunque insensato, oltreché presuntuoso, voler prescindere arbitrariamente dagli strumenti di grazia e di salvezza che il Signore ha disposto e, nel caso specifico, pretendere di ricevere il perdono facendo a meno del Sacramento istituito da Cristo proprio per il perdono. Il rinnovamento dei riti, attuato dopo il concilio, non autorizza alcuna illusione e alterazione in questa direzione...» (Giovanni Paolo II, Reconciliatio et Paenitentia, 31)
Ho spigolato le citazioni inserite di seguito dal libro di p. Enrico Zoffoli "La Confessione ancora necessaria?", Pro manuscripto, 1990


Quasi dovunque è sensibile il calo della partecipazione alla vita liturgica della Chiesa. Il fatto riguarda soprattutto la pratica del sacramento della penitenza: il meno noto, capito ed apprezzato di ogni altro. Esso riflette una crisi di fede, dovuta non solo al crescente diffondersi di una cultura fondamentalmente atea, materialista e anticlericale, ma anche all'influenza di una certa «teologia» ispirata al neomodernismo che, nel suo immanentismo, tutto relativizza e dissolve, risultandone la storicizzazione del Cristianesimo coi suoi dogmi, la sua morale, i suoi riti.

Il Vaticano II non ha mostrato frutti di sano «rinnovamento», da molti frainteso, specialmente a livello pastorale, catechetico e liturgico. Noi custodiamo e professiamo una verità ben lungi da un «tradizionalismo» che teme il futuro travisando il passato e da un «progressismo» che rifiuta il passato ignorando a qual futuro volgersi, mentre il nostro Signore è lo stesso, ieri, oggi e sempre.

Oltre all'anticlericalismo, già presente nei Catari, nella Riforma luterana e nell'Illuminismo, lo scetticismo e il sospetto, oggi all'insegna di un umanesimo ateo, pretendono di porsi come criterio assoluto di giudizio. Ma c'è di più: la confusione delle idee e il disorientamento degli spiriti, una «nuova evangelizzazione» frutto della predicazione di «falsi profeti», finiscono col provocare l'abbandono della fede, l'apostasia dalla -e peggio ancora della- Chiesa gerarchica.

Occorre ritrovare i presupposti metafisici del sacramento della penitenza: l'esistenza di Dio, la libertà umana, la possibilità del peccato, nell'alveo della Rivelazione e soprattutto della Divinità di Cristo, della sua espiazione redentrice.

Poste queste premesse, cerchiamo nella Tradizione apostolica dei primi secoli quella coscienza di una «investitura dall'alto» che, sola, poteva far dire a
  1. Policarpo: i sacerdoti -non altri- devono essere inclini alla compassione, misericordiosi con tutti, non troppo severi nel giudicare(Ep. ad Phil.PG.5 [Patrologia greca, ed. Migne] anno 109)
  2. Cipriano biasima quanti hanno osato ricevere l'Eucaristia senza aver purificato la propria coscienza tramite il ministero del sacerdote «sacrificio et manu sacerdotis». Spiega che al Signore è gradita la soddisfazione e la remissione dei peccati ottenuta attraverso i sacerdoti (De lapsis, PL 29 [Patrologia Latina, Ed. Migne], anno 488)
  3. Firmilliano deplora l'errore e la cecità di chi ritiene che la remissione dei peccati sia possibile anche agli eretici, non fondati sopra l'unica vera Chiesa di Cristo e rappresentata da Pietro. Solo gli Apostoli e i loro successori ne hanno facoltà (Ep. 73, 1114)
  4. Origene: ministri della penitenza sono il vescovo e i sacerdoti, ai quali spetta giudicare quali siano i peccati da sottoporsi alla penitenza pubblica
  5. Atanasio: al sacerdote spetta sia l'amministrazione del battesimo che la remissione dei peccati (Framm. PG 26 1316)
  6. Basilio: come soltanto ai medici l'infermo scopre le sue piaghe, così soltanto ai sacerdoti i fedeli possono confessare i propri peccati (Regulae brevius tract. PG 31, 1236)
  7. Giovanni Crisostomo: il potere di rimettere i peccati supera quello di tutti i grandi della terra e persino la dignità degli Angeli: esso è esclusivamente proprio del sacerdote a cui soltanto Dio ha potuto concederlo (De Sacerdotio, PG 31, 643)
  8. Paciano: Solo Dio può perdonare un peccatore pentito. Attraverso la successione degli Apostoli, Egli ha concesso tale facoltà anche ai sacerdoti (Ep. 1 PL 13 1057)
  9. Ambrogio, contro i Novaziani, sostiene che si tratta di un dirtitto riservato ai sacerdoti (De paenitentia PL 16, 468)
  10. Girolamo: vescovi e presbiteri possono sciogliere e legare non perché dotati di una virtù propria, ma per un potere che possono attribuirsi solo perché ricevuto dall'alto (Mt comm. PL 26, 118
In Oriente ed in Occidente, fin dalla metà del II secolo la dottrina cattolica -anche se non sempre in modo pienamente esplicito- contiene gli elementi essenziali della prassi penitenziale poi universalmente seguita. Quel che dal Nuovo Testamento e dalla storia dei primi secoli della Chiesa risulta indiscutibile è l'origine divina della penitenza come remissione dei peccati e la necessità di sacerdoti e vescovi per ottenerla.

Se quindi il perdono del peccato come offesa a Dio è concesso solo da Lui per la mediazione di Cristo; Cristo, a sua volta, fondando la Chiesa, nella persona dei suoi ministri ha partecipato ad essa il potere di riconciliare con Dio ogni peccatore sinceramente pentito, esprimendo come nessun'altra, nel perdono, la specifica causalità della Passione espiatrice.

Anche sulla prassi della confessione pubblica (assimilabile agli Scrutinii del Cnc - vedi anche) non mancano le testimonianze dei Padri. Il I Concilio di Nicea legifera al riguardo, seguito da disposizioni di Innocenzo I (212) e Leone Magno, che nel 459 biasima i vescovi della Campania che obbligavano i fedeli alla pubblica accusa delle colpe «contra apostolica regulam», definendola «illicita usurpatione». La confessione pubblica non è mai stata obbligatoria nella Chiesa: «...cum reatus coscientiarum sufficiat solis sacerdotibus iudicari confessione secreta - ...poiché la violazione delle coscienze è giudicata dai soli sacerdoti mediante confessione segreta», evitando, sempre secondo Leone Magno, ogni genere di tensioni risentimenti vendette e complicazioni. Una delle conferme risale a Tertulliano e riguarda i catecumeni che prima del battesimo erano soliti confessare le proprie colpe in segreto «...oportet ... non publice... - bisogna... non pubblicamente». La consuetudine in vigore non era più severa per i peccatori già battezzati: anch'essi, pur se tenuti alla «penitenzapubblica», non erano anche obbligati alla pubblica accusa. Notevole l'insistenza con la quale Afraate esorta il penitente a vincere la vergogna di manifestare le sue miserie e nello stesso tempo i sacerdoti a tenerle occulte.

Prezioso ministero pastorale, recentemente richiamato da Benedetto XVI nel discorso ai partecipanti al Corso sul Foro Interno, promosso dalla Penitenzieria Apostolica (25 marzo 2011, del quale riporto un passaggio:
Quante volte nella celebrazione del Sacramento della Penitenza, il sacerdote assiste a veri e propri miracoli di conversione, che, rinnovando l’“incontro con un avvenimento, una Persona” (Lett. enc. Deus caritas est, 1), rafforzano la sua stessa fede. In fondo, confessare significa assistere a tante “professiones fidei” quanti sono i penitenti, e contemplare l’azione di Dio misericordioso nella storia, toccare con mano gli effetti salvifici della Croce e della Risurrezione di Cristo, in ogni tempo e per ogni uomo. Non raramente siamo posti davanti a veri e propri drammi esistenziali e spirituali, che non trovano risposta nelle parole degli uomini, ma sono abbracciati ed assunti dall’Amore divino, che perdona e trasforma: “Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come la neve” (Is 1,18). Conoscere e, in certo modo, visitare l’abisso del cuore umano, anche negli aspetti oscuri, se da un lato mette alla prova l’umanità e la fede dello stesso sacerdote, dall’altro alimenta in lui la certezza che l’ultima parola sul male dell’uomo e della storia è di Dio, è della sua Misericordia, capace di far nuove tutte le cose (cfr Ap 21,5).
Notiamo che l'occasione è data da un corso sul “foro interno”, riservato ai penitenzieri. Sarebbe molto opportuno parlare del “foro interno” e del comportamento da tenere con le persone ai catechisti neocatecumenali, che sul Foro interno e sulla penitenza nonché sul senso del peccato ricevono ben diverso 'addestramento', piuttosto che formazione!

mercoledì 6 luglio 2011

Il 'Mistero Pasquale" e il concilio. Un grande fraintendimento.

La nostra lettrice Ester ci scrive la riflessione che pubblico di seguito, approfittandone per ricapitolare punti salienti di nostre precedenti riflessioni e riprendendo, in conclusione, il discorso sul Mistero Pasquale, sul quale rispondono già compiutamente Bux e Vitiello citati all'inizio, ma ripetere e approfondire giova sempre.


Cari bloggers,
ho letto su vari blog, (tra cui un art. di Avvenire, che qui riporto) un discorso del Papa del 6 maggio 2011, riguardante la Liturgia, dove egli ricorda la necessità di una riforma, profilatasi 50 anni fa:
"Alla vigilia del Concilio appariva sempre più viva in campo liturgico l'urgenza di una riforma, postulata anche dalle richieste avanzate dai vari episcopati". Ma andava altresì salvaguardato "il fondamento teologico della Liturgia, per evitare di cadere nel ritualismo e affinché la riforma fosse ben giustificata nell'ambito della Rivelazione e in continuità con la tradizione della Chiesa".
A fotografare in questi termini la situazione nella quale è maturato il cambiamento della liturgia è stato questa mattina Benedetto XVI che ha ricordato le speranze di Giovanni XXIII quando 50 anni fa fondò il Pontificio Istituto Liturgico Sant'Anselmo, affidato fin dall'inizio ai monaci benedettini che della liturgia sono sempre stati esperti custodi. Papa Roncalli seppe dunque cogliere, afferma Joseph Ratzinger che al Concilio partecipò in qualità di perito, "la forte esigenza pastorale che animava il movimento liturgico" allora in forte espansione nella Chiesa, fautore della richiesta che "venisse favorita e suscitata una partecipazione più attiva dei fedeli alle celebrazioni liturgiche attraverso l'uso delle lingue nazionali e che si approfondisse il tema dell'adattamento dei riti nelle varie culture, specie in terra di missione
".

Su come tutto questo sia stato attuato, Benedetto XVI non dà un giudizio negativo: "dobbiamo constatare - dice infatti nel suo discorso - i frutti abbondanti suscitati dallo Spirito Santo in mezzo secolo di storia, e per questo rendiamo grazie al Datore di ogni bene". Ma ricorda anche che lo scopo della "riforma conciliare" non era stato "principalmente quello di cambiare i riti e i testi, quanto invece quello di rinnovare la mentalità e porre al centro della vita cristiana e della pastorale la celebrazione del Mistero Pasquale di Cristo".
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per favore, qualcuno di voi mi sa spiegare i seguenti punti che mi hanno suscitato alcuni dubbi:
  1. fino al concilio non c'era stato il mistero pasquale al centro della Liturgia e perchè, secondo il Papa;
  2. se è vero che lo scopo del concilio era quello di rinnovare la mentalità dei cattolici, allora dobbiamo dire che questo scopo è stato raggiunto, e non ci dobbiamo lamentare (come ho fatto io) nè dei carismatici, nè dei NC, nè di tutti gli altri movimenti, perchè essi hanno realizzato questo "rinnovamento" di mentalità, mettendo al centro della Liturgia ciò che prima, fino al 1960, non lo era...così mi pare di capire dalle parole del Papa; oppure, che cosa dobbiamo capire di diverso ?
  3. secondo il Papa dobbiamo rendere grazie a Dio per ".... i frutti abbondanti suscitati dallo Spirito Santo in mezzo secolo di storia,": come vedete il Papa non fa altro che rallegrarsi degli abbondanti frutti dello Spirito santo, tra i quali include ovviamente anche il CNC; infatti disse loro a chiare lettere, in quel 10 gennaio 2009: "Quanti bei frutti !....quante fresche energie !.... (alludendo alle vocazioni numerose sempre vantate da Kiko).
    Allora, se il Papa è convinto che tutto ciò che vediamo da mezzo secolo sia un' abbondante messe di doni, di che cosa ci possiamo lamentare ? il Concilio ha raggiunto i suoi obiettivi: RINNOVARE LA MENTALITA', e lo ha fatto anche grazie al CNC, a Kiko, e agli altri movimenti, in misura della loro forza di RINNOVAMENTO.
  4. infine, se non è questo che vediamo da 40 anni, ditemi per favore, qual era il rinnovamento che si doveva raggiungere, visto tra l'altro che il papa sembra approvare nell'insieme gli obiettivi raggiunti dal concilio.
Se mi sbaglio, correggetemi. Comunque se potete chiarirmi qualche dubbio (soprattutto su quel punto in cui dice che finalmente il mistero pasquale è stato messo al centro della Liturgia), ve ne sarò grata.
05 luglio, 2011 21:56


Nel giugno 2009, don Nicola Bux e don Salvatore Vitiello, per "Le parole della Dottrina", su Agenzia Fides, ripresero l'Omelia appena pronunciata dal Papa in occasione del Corpus Domini e scrissero una esemplare puntualizzazione, di cui abbiamo già discusso qui. Ne riporto alcune affermazioni significative.
A tutti i fautori della riduzione della Santa Messa a banchetto, è però necessario ricordare come esso sia unicamente la conseguenza del Sacrificio.
Senza la morte di Cristo in Croce, mai gli uomini sarebbero potuti divenire “commensali di Dio”, né avrebbero potuto vivere una comunione anche fisica con Lui, attraverso la Comunione eucaristica, che è anticipazione della condizione di risorti, capace di superare i vincoli spaziali e temporali.
In tal senso la dimensione sacrificale mai è da contrapporre a quella della “cena del Signore”, ma semplicemente la prima è la stessa condizione di possibilità della seconda. Non c’è “cena” senza Sacrificio!
A. Estraggo, completandole, alcune riflessioni espresse in quell'occasione, in risposta ad un nostro interlocutore neocat che insisteva sulla "cena ebraica", che per loro identifica il Mistero Pasquale:
Conoscere il Seder Pasquale che Gesù, gli apostoli, la Vergine Maria hanno celebrato ci serve per comprendere meglio il concetto di Mistero Pasquale di Cristo il quale, dimentichi spesso, è ebreo!
Al nostro interlocutore non hanno insegnato che Cristo ha fatto nuove TUTTE le cose! L' Ebraismo di Cristo è superato da Lui stesso! Egli era Ebreo nella Carne. Ora è glorioso, supera i confini della carne! Lui stesso, quand'ancora non era stato Glorificato, disse: "come fa il Figlio dell'Uomo ad essere Figlio di Davide se Davide lo chiama Signore"?

Il titolo messianico che Gesù si è dato, infatti, è Figlio dell'Uomo! Perchè in Lui tutta l'Umanità è "ricapitolata"! Non solo l'Ebreo! E si realizza così l'universalità che anche l'Antico Testamento riconosce al Popolo della Promessa, testimone a Dio davanti a tutte le Nazioni. Ora il popolo della promessa, il Corpo Mistico di Cristo Sua Sposa è la Chiesa: siamo noi e la nostra appartenenza non è più etnica, ma teologale. "Non c’è più Ebreo né pagano, non c’è più uomo libero né schiavo, non c’è più uomo né donna. Tutti siamo uno in Cristo", dice l'Apostolo Paolo.
Gesù è Ebreo per realizzare la promessa fatta PER MEZZO DEGLI EBREI, AL MONDO! L'Eucarestia non è sorta come un rito nuovo staccato dalla tradizione precedente. Cristo ha dato nuovo senso all' antico rito.
Cristo ha Istituito l'Eucaristia come Rito della Nuova ed Eterna Alleanza! Non come un Rito la cui "novità" consisterebbe nel significato diverso di ciò che è celebrato nell'Ebraismo! Il nuovo rito ha sostituito quello Vecchio! La Nuova Alleanza ha sostituito quella Antica!

La Sostituzione non verte, ovviamente, la Parola di Dio, l'Antico Testamento e il Nuovo sono infatti tutt'uno! La Sostituzione verte la c.d. "economia della Salvezza"! Il nuovo Rito ha sostituito quello vecchio! E le prescrizioni dell'Antico Testamento SONO DECADUTE, pur non perdendo il loro valore "profetico", basilare. La Sacramentum Caritatis ci dice che la Cena ebraica è superata, non dobbiamo più celebrarla!

B. Infine sul «Mistero Pasquale» e la sua dichiarata nuova comprensione operata dal concilio:
Questa sottolineatura, che si va facendo sempre più ricorrente in vari discorsi e omelie, mi ha lasciata da subito molto perplessa ed ha già suscitato numerose puntualizzazioni di volta in volta sciorinate ai nostri ostinati interlocutori.

'Sequela' e mistero pasquale secondo il Papa
Riporto uno stralcio da un intervento dell'allora card Ratzinger ai Catechisti e ai Docenti di religione in occasione del giubileo del 2000
«Non posso nei limiti di questa conferenza entrare nei contenuti dell'annuncio del Salvatore. Vorrei brevemente accennare a due aspetti importanti. Il primo è la sequela di Cristo - Cristo si offre come strada della mia vita. Sequela di Cristo non significa: imitare l'uomo Gesù. Un tale tentativo fallisce necessariamente - sarebbe un anacronismo. La sequela di Cristo ha una meta molto più alta: assimilarsi a Cristo, e cioè arrivare all'unione con Dio. Una tale parola suona forse strana nell'orecchio dell'uomo moderno. Ma in realtà abbiamo tutti la sete dell'infinito: di una libertà infinita, di una felicità senza limite. Tutta la storia delle rivoluzioni degli ultimi due secoli si spiega solo così. La droga si spiega solo così. L'uomo non si accontenta di soluzioni sotto il livello della divinizzazione. Ma tutte le strade offerte dal "serpente" (Gen 3, 5), cioè dalla sapienza mondana, falliscono. L'unica strada è la comunione con Cristo, realizzabile nella vita sacramentale. Sequela di Cristo non è un argomento di moralità, ma un tema "misterico" - un insieme di azione divina e di risposta nostra.
Così troviamo presente nel tema sequela l'altro centro della cristologia, al quale volevo accennare: il mistero pasquale - la croce e la risurrezione. Nelle ricostruzioni del "Gesù storico" di solito il tema della croce è senza significato. In una interpretazione "borghese" diventa un incidente di per sé evitabile, senza valore teologico; in una interpretazione rivoluzionaria diventa la morte eroica di un ribelle. La verità è diversa. La croce appartiene al mistero divino - è espressione del suo amore fino alla fine (Gv 13, 1). La sequela di Cristo è partecipazione alla sua croce, unirsi al suo amore, alla trasformazione della nostra vita, che diventa nascita dell'uomo nuovo, creato secondo Dio (cfr Ef 4, 24). Chi omette la croce, omette l'essenza del cristianesimo (cfr 1 Cor 2, 2).»
1. sequela è l'atto con cui gli antichi discepoli, una volta scelto il Maestro, lo 'seguivano' e, per assorbire i suoi insegnamenti, entravano nella sua casa e condividevano la sua vita... e così oggi chi è chiamato a 'catechizzare', cioè a far risuonare tra i fedeli od aspiranti tali gli insegnamenti del Signore, deve curare questo rapporto stretto e profondo con il Signore, attraverso la vita di fede che si riverbera nel vissuto. Ovviamente questo riguarda ogni cristiano, perché implica l'adesione al Signore e il rapporto personale intimo e profondo che ne scaturisce, ma coinvolge con maggiore responsabilità chi è 'mandato' dalla Chiesa per catechizzare...
2. Il Mistero Pasquale è il cuore del kerygma, cioè dell'Annuncio cristiano, che non aspettava certo il Concilio per esplicitarsi e per essere BEN conosciuto: il Signore ci ha tanto amati, fin da quando ancora eravamo peccatori non convertiti, da dare la sua vita per noi, redimendoci, riscattandoci (perdono, liberazione e guarigione) attraverso il Sacrificio della Croce, vero sacrificio di espiazione al nostro posto, dalla morte spirituale che è distacco dal Progetto del Padre a causa del nostro peccato e introducendoci nella vita divina con la Sua Risurrezione... Le conseguenze salvifiche partono dalla nostra conversione, dalla nostra risposta e quindi dal nostro sì, l'aderire iniziale, che poi richiede la fedeltà e la perseveranza della vita di fede nella Chiesa (sacramenti e preghiera e coerenza nella vita di ogni giorno, con tutti i nostri limiti, ma con la Grazia per superarli o per accettarli e andare avanti nonostante...) per divenire sempre più 'Configurati' al Signore, come dice l'apostolo Paolo... Il Papa conclude: "Chi omette la croce, omette l'essenza del cristianesimo". Ovvio, quindi che, quando si riferisce al Mistero Pasquale lui sa bene cosa intende, cioè il Mistero tutto intero, non soltanto la sottolineatura della Risurrezione operata sia dal Cnc che dai neo-protestanti che hanno invaso la nostra Chiesa.

Qui dobbiamo prestare una particolare attenzione e ci soccorre il Magistero della Chiesa oltre agli insegnamenti del Papa. L'obiezione ricorrente -e falsa- dei novatori è che era invalso l'uso di accentuare l'aspetto dolorifico della Croce rispetto a quello gioioso della Risurrezione; il che è ormai un luogo comune necessario solo a giustificare la loro visuale eretica. La grande schiera di Santi e credenti di tutti i secoli trascorsi sta a dimostrare la compresenza equilibrata di entrambe le dimensioni del Mistero della Salvezza.

Anche i modernisti e il Cammino nc, pur avendo espunto il Sacrificio dalla Messa, parlano della Croce, ma ne parlano come della massima espressione dell'amore del Signore; il che è sacrosantamente vero, ma non parlano più dell'aspetto oblativo espiatorio di questo atto di valore indicibile... Anche nel brano del '2000 del card. Ratzinger appare questa sottolineatura dell'amore. Cercherò tuttavia di ritrovare l'intero testo per ben verificare. [Nei commenti ho inserito l'altra parte del discorso in cui Ratzinger parla della Redenzione].

Questo non resta senza effetti nella vita di fede e nella formazione spirituale dei fedeli perché, se tutto viene ridotto alla sublimazione dell'amore, viene meno la concretezza, la realtà costitutiva del sacrificio espiativo e non invita le persone alla 'sequela' anche nell'offerta della propria vita della propria storia e della propria croce, che è la porta di accesso al mondo della Risurrezione, attraverso la Croce e la Risurrezione del Signore, Primogenito della 'Creazione Nuova'. Introdursi nell'Amore non ha senso se non implica anche l'Offerta della nostra vita insieme a quella di Cristo. Altrimenti rischia di restare un vago sentimento, una sorta di nuovo romanticismo, e non una adesione ferma, seria della ragione e della volontà, che diventa 'vissuto', 'incarnazione'....

Almeno dobbiamo essere consapevoli che ne va della nostra identità di cattolici e rischiamo di trovarci immessi in un universo spirituale decisamente protestante... e la nostra identità di cattolici non è una questione giuridica o ideologica, ma di piena appartenenza e adesione autentica al Signore e alla sua Opera di Salvezza che continua anche oggi e fino alla fine dei tempi.

Anch'io, come Ester, resto sgomenta nel leggere le dichiarazioni del Papa sui frutti del concilio e sul rinnovamento della mentalità. Questo rinnovamento, in effetti c'è stato ma, purtroppo, non nel senso di incentivare corretta comprensione e approfondimento delle verità di fede e favorire la partecipazione attiva. Ed ecco che ci ritroviamo nella confusione e nel disorientamento più totali. Ma la Via Maestra l'abbiamo nel Magistero perenne. Sta a noi custodirla e diffonderla come possiamo.

domenica 3 luglio 2011

L'ALTARE, ROCCIA SICURA SULLA QUALE SI RENDE PRESENTE IL SACRIFICIO DELLA CROCE DI CRISTO


Proprio ieri il cardinale Bertone, durante la dedicazione del nuovo altare della Basilica del Sacro Cuore a Roma, paragonando l’armonia delle pietre che compongono un’opera d’arte all’armonia che deve regnare nella Chiesa, ha affermato:

“Se siamo ben compaginati, uniti dal cemento della fede e della carità reciproca, siamo queste pietre vive che Dio colloca in armonia tra loro per l’edificazione della Chiesa e di una nuova umanità”.

Nel corso della dedicazione dell’altare, ha ribadito inoltre come "l'altare sia roccia sicura, la “pietra speciale” sulla quale si rende presente il sacrificio della croce di Cristo nei segni sacramentali".

Queste indicazioni del cardinale ci confermano almeno due nostre antiche convinzioni che , ancora una volta, vogliamo condividere su questo blog:


a) se è vero che dobbiamo essere "pietre vive che Dio colloca in armonia tra loro per l’edificazione della Chiesa e di una nuova umanità" è dunque altrettanto vero che qualsiasi realtà sedicente ecclesiale che comporta e provoca divisioni orribili ( tutte ormai ampiamente documentate) all'interno della parrocchia e della diocesi dovrebbe mutare rotta ed entrare in una vera forma di obbedienza e di condivisione con la Chiesa Universale;


b) se è vero che l'altare consacrato " è roccia sicura, la “pietra speciale” sulla quale si rende presente il sacrificio della croce di Cristo nei segni sacramentali" è conseguentemente vero che qualsiasi e abnorme "mensa" provvisoria, allestita su cavalletti e utilizzata il sabato sera in sale parrocchiali poste soltanto a pochi metri dalle chiese vere e proprie ( in cui insistono veri altari consacrati) non avrebbe ragione di esistere, anzi dovrebbe essere accuratamente messa al bando da chi di dovere.