giovedì 2 giugno 2011

"Verità, Liturgia e Carità: trinomio inscindibile nella vita della Chiesa". Proseguiamo il discorso..

http://www.zenit.org/article-26914?l=italian

ROMA, martedì, 31 maggio 2011 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito una riflessione di don Enrico Finotti, parroco di S. Maria del Carmine in Rovereto (TN).

* * *
La vita della Chiesa è fondata sul mandato missionario, che il Signore Gesù ha dato ai suoi discepoli:

«Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28, 18-20).

Questo ‘mandato’ contiene in perfetta sintesi e in ordine logico le tre attività fondamentali che costituiscono l’azione ministeriale della Chiesa per l’edificazione di se stessa e la sua missione nel mondo: l’annunzio del vangelo di Verità (munus docendi); la celebrazione liturgico-sacramentale dei Misteri (munus santificandi) e l’educazione morale alla Vita evangelica (munus gubernandi).
Ogni cristiano, in realtà, ha ricevuto, fin dal battesimo, il triplice munus - profetico, sacerdotale e regale -, che lo abilita ad assolvere il ‘mandato’ di Cristo. “Egli stesso ti consacra con il crisma di salvezza, perché inserito in Cristo, sacerdote, re e profeta, sia sempre membro del suo corpo per la vita eterna” (Rito romano del battesimo). La Chiesa è allora chiamata all’annunzio della Verità, alla celebrazione della Liturgia, all’esercizio della Carità. Verità, Liturgia e Carità sono così i pilastri portanti della vita della Chiesa di tutti i tempi e in tutti i luoghi. Queste tre colonne sono così importanti per la Chiesa in quanto, come si è visto, reggono la stessa vita divina ad intra: Dio, infatti, è somma Verità, Culto perfetto e beatificante, Carità infinita e vivificante. Esse poi, nella pienezza del tempo, risplendono sul volto di Cristo, immagine del Padre. Esse sono pure impresse dal Creatore nella natura angelica e umana. Sono quindi la struttura ultima dell’Essere assoluto e degli esseri creati a sua immagine. La Chiesa quindi, assolvendo a questi tre compiti, nella sua vita ad intra e nella sua missione ad extra, non fa che assecondare in se stessa e manifestare al mondo quella che è la sua identità profonda, impressa dal Creatore ed elevata dal Redentore. La coscienza di questa impostazione teologica viene eloquentemente consacrata ed espressa nella Costituzione dogmatica Lumen gentium del Concilio Vaticano II, a cui fa eco l’impostazione del Codice di Diritto Canonico e quella del Catechismo della Chiesa Cattolica. Ciò che ancora importa rilevare è la connessine indissolubile dei tre elementi, in maniera tale che nessuno può reggere senza gli altri o comunque la corruzione di uno porta alla inevitabile debilitazione degli altri. Valgono qui le parola del Signore “L’uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto” (Mc 10, 9). L’indagine condotta in questo studio, lungo le tappe della storia della salvezza, lo dimostra in modo convincete alla luce dell’esperienza millenaria delle vicende dell’umanità secondo la testimonianza del testo biblico.

In particolare si può osservare che la crisi della Verità genera ineluttabilmente quella della Liturgia e della Carità. Infatti quando il nostro sguardo contempla la Verità in tutto il suo splendore o comunque in immagini vere, subito nel nostro cuore nasce la gioia, la gratitudine, l’approvazione, la lode, l’acclamazione e infine l’adorazione a Dio che si rivela a noi nella verità di ogni cosa che ci circonda e che i nostri sensi corporei colgono la nostra mente elabora. Questo moto interiore di riconoscimento grato e adorante della Verità è in fin dei conti un atto liturgico, che insorge in ogni persona retta e buona, che si incontra con ciò che é vero, bello e buono, comunque e dovunque si manifestino. La Verità, dunque, suscita la Liturgia. Al contempo ne nasce un ulteriore moto, quello dell’amore, che immediatamente spinge il cuore umano ad accogliere, ad abbracciare, a gioire, a desiderare e a donare quella verità che sta davanti e che suscita tanta contemplazione e gratitudine. Ecco allora che Verità, Liturgia e Carità sono moti simultanei e concatenati di un profondo e spontaneo impulso vitale dell’uomo, che è fatto geneticamente ed è proiettato irresistibilmente per accogliere la Verità, contemplandola liturgicamente e abbracciandola caritatevolmente. Quando tuttavia alla nostra mente e ai nostri sensi si presenta la caricatura della verità e ci si trova davanti alla falsità, ossia quando davanti al nostro sguardo la Verità, la Bontà e la Bellezza sono offesi e degenerati, subito insorge un moto interiore di disgusto, lo sguardo si ritrae, il volto si fa’ triste, la lode si spegne, la gratitudine si arresta, l’adorazione si paralizza. In altri termini, crolla la Liturgia. Essa infatti non contempla più il suo oggetto o lo vede avvilito in riduzioni indegne e in caricature abbiette. La Liturgia, infatti, ha il fiuto della Verità, e s’allontana dalla sua falsificazione. Al contempo il cuore che cerca e ama ciò che è vero, buono e bello, s’arresta dall’oggetto del suo desiderio vedendolo debilitato, abbruttito, mostrificato e l’amore si cambia in odio, ossia in avversione, in allontanamento e in fuga da ciò che invece avrebbe dovuto attrarre. E’ la crisi della Carità, che crolla davanti al crollo della Verità, che sola ha diritto di raccogliere e soddisfare la facoltà amante dell’uomo. Ecco che crollata la Verità crollano inevitabilmente la Liturgia e la Carità, perché incapaci geneticamente di aderire ad oggetti che non possono reggere nel confronto della Verità. E’ ciò che succede nell’idolatria come forma corrotta di adesione agli idoli, falsificazione dell’unico e sommo Dio.

Allora la Liturgia trova la sua più vera identità e la più solida stabilità nella saldezza del dogma della fede. La crisi del dogma, l’incrinatura della dottrina, la nebulosità dell’annunzio evangelico provocano il crollo della Liturgia, in quanto minano il contenuto interiore del Mistero che la Liturgia celebra. La radice sintattica del termine ortodossia, che si usa normalmente per affermare la retta fede, significa letteralmente ortodoxia (Doxa = gloria), ossia il retto modo di glorificare, di adorare e quindi il modo giusto di celebrare. La regola della fede coincide allora con la regola della liturgia.[1] Ma la crisi della Liturgia oggi si inscrive nel contesto della ben più profonda crisi della Verità, non solo nell’ambito teologico della riflessione e in quello omiletico e catechistico della pastorale, ma ancor più nella crisi filosofica della metafisica. Infatti, oggi è la ragione come facoltà in grado di poter cogliere le verità spirituali, al di là dell’esperienza scientifica, che è compromessa. Non si crede più, anzi si nega, o comunque si dubita, che la ragione umana sia capace di individuare con sicurezza, anche se in modo analogico, le verità soprannaturali, al di sopra di quelle quantificabili dalle scienze empiriche, ossia si dichiara l’impossibilità della metafisica. La crisi della fede allora è anzitutto oggi la crisi della ragione, senza la quale la fede stessa sarebbe privata di un costitutivo essenziale quale è la retta razionalità e si ridurrebbe ad un fragile e soggettivo fideismo. Nella crisi generale, propria della cultura europea, della filosofia fondamentale, non fa meraviglia che ne segua una generale crisi dei principi stessi su cui si fonda la Liturgia, venendo meno la possibilità di approccio al suo contenuto, il mistero rivelato, nell’oggettività di fatti storici e di precisi contenuti logici.

Al contempo anche la crisi della Liturgia, che intendesse esprimersi in forme inadeguate, difformi dalla divina bellezza e in una creatività soggettiva, intacca il dogma della fede, o comunque lo oscura, lo riduce e lo traduce in espressioni insufficienti, mancanti e mediocri. La crisi del linguaggio liturgico è una conseguenza della più vasta crisi del linguaggio in generale. Infatti, in analogia alla crisi del concetto, non si ritiene possibile l’impiego di termini e simboli universali e permanenti, ma solo di espressioni contingenti, continuamente mutevoli e create volta a volta dal soggetto, senza alcuna base oggettiva. E’ questa una delle cause di una certa creatività sempre in movimento e di una continua ricerca mai conclusa. Da ciò si capisce come Verità e Liturgia interagiscano a vicenda e senza possibilità di indipendenza e l’una e l’altra subiscano i contraccolpi positivi o negativi del loro stato di salute.

Infine la pastorale, in tutte le sue manifestazioni più varie, che sono l’espressione molteplice della Carità che irrompe benefica in ogni aspetto della vita sociale e individuale, determinerà la sua qualità, sia dalla Verità del dogma, che è oggetto dell’annunzio, quale Parola di Dio, sia dalla Liturgia, che è l’incontro salvifico e la contemplazione orante col Mistero che qui ed ora ci salva. Infatti la Liturgia, che porta in se stessa anche il momento più eccelso ed efficace dell’annunzio della Verità, è il culmine verso cui tende l’azione pastorale della Chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutta la sua virtù (SC 10). È allora evidente come Verità, Liturgia e Carità esprimano quel trinomio così inscindibile e interagente da essere quasi l’immagine dell’unione mirabile e della comunione indivisibile della Trinità divina, in seno alla quale Verità, Liturgia e Carità hanno la loro fonte e il loro modello.

(Testo tratto da “La centralità della liturgia nella storia della salvezza”, Edizioni Fede & Cultura, pp. 84-88).

1) J. RATZINGER, Introduzione allo spirito della liturgia, pp. 155-156.

lunedì 30 maggio 2011

"Nuova Evangelizzazione": un obiettivo da raggiungere per mezzo della TRADIZIONE!

DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI AI PARTECIPANTI ALL'ASSEMBLEA PLENARIA DEL PONTIFICIO CONSIGLIO PER LA PROMOZIONE DELLA NUOVA EVANGELIZZAZIONE

Signori Cardinali,
Venerati fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
Cari Fratelli e Sorelle,

quando lo scorso 28 giugno, ai Primi Vespri della Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo annunciai di voler istituire un Dicastero per la promozione della nuova evangelizzazione, davo uno sbocco operativo alla riflessione che avevo condotto da lungo tempo sulla necessità di offrire una risposta particolare al momento di crisi della vita cristiana, che si sta verificando in tanti Paesi, soprattutto di antica tradizione cristiana. Oggi, con questo incontro, posso costatare con piacere che il nuovo Pontificio Consiglio è diventato una realtà. Ringrazio Mons. Salvatore Fisichella per le parole che mi ha rivolto, introducendomi ai lavori della vostra prima Plenaria. Un saluto cordiale a tutti voi con l’incoraggiamento per il contributo che darete al lavoro del nuovo Dicastero, soprattutto in vista della XIII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, che, nell’ottobre 2012, affronterà proprio il tema "Nuova evangelizzazione e trasmissione della fede cristiana" [sarà interessante vedere cosa ne uscirà fuori].

Il termine “nuova evangelizzazione” richiama l’esigenza di una rinnovata modalità di annuncio, soprattutto per coloro che vivono in un contesto, come quello attuale, in cui gli sviluppi della secolarizzazione hanno lasciato pesanti tracce anche in Paesi di tradizione cristiana. Il Vangelo è il sempre nuovo annuncio della salvezza operata da Cristo per rendere l’umanità partecipe del mistero di Dio e della sua vita di amore e aprirla ad un futuro di speranza affidabile e forte. Sottolineare che in questo momento della storia la Chiesa è chiamata a compiere una nuova evangelizzazione, vuol dire intensificare l’azione missionaria per corrispondere pienamente al mandato del Signore. Il Concilio Vaticano II ricordava che “i gruppi in mezzo ai quali la Chiesa si trova, spesso, per varie ragioni, cambiano radicalmente, così che possono scaturire situazioni del tutto nuove” (Decr. Ad Gentes, 6). Con sguardo lungimirante, i Padri conciliari videro all’orizzonte il cambiamento culturale che oggi è facilmente verificabile. Proprio questa mutata situazione, che ha creato una condizione inaspettata per i credenti, richiede una particolare attenzione per l’annuncio del Vangelo, per rendere ragione della propria fede in situazioni differenti dal passato. La crisi che si sperimenta porta con sé i tratti dell’esclusione di Dio dalla vita delle persone, di una generalizzata indifferenza nei confronti della stessa fede cristiana, fino al tentativo di marginalizzarla dalla vita pubblica. Nei decenni passati era ancora possibile ritrovare un generale senso cristiano che unificava il comune sentire di intere generazioni, cresciute all’ombra della fede che aveva plasmato la cultura. Oggi, purtroppo, si assiste al dramma della frammentarietà che non consente più di avere un riferimento unificante; inoltre, si verifica spesso il fenomeno di persone che desiderano appartenere alla Chiesa, ma sono fortemente plasmate da una visione della vita in contrasto con la fede.

Annunciare Gesù Cristo unico Salvatore del mondo, oggi appare più complesso che nel passato; ma il nostro compito permane identico come agli albori della nostra storia. La missione non è mutata, così come non devono mutare l’entusiasmo e il coraggio che mossero gli Apostoli e i primi discepoli. Lo Spirito Santo che li spinse ad aprire le porte del cenacolo, costituendoli evangelizzatori (cfr At 2,1-4), è lo stesso Spirito che muove oggi la Chiesa per un rinnovato annuncio di speranza agli uomini del nostro tempo. Sant’Agostino afferma che non si deve pensare che la grazia dell’evangelizzazione si sia estesa fino agli Apostoli e con loro quella sorgente di grazia si sia esaurita, ma “questa sorgente si palesa quando fluisce, non quando cessa di versare. E fu in tal modo che la grazia tramite gli Apostoli raggiunse anche altri, che vennero inviati ad annunciare il Vangelo… anzi, ha continuato a chiamare fino a questi ultimi giorni l’intero corpo del suo Figlio Unigenito, cioè la sua Chiesa diffusa su tutta la terra” (Sermo 239,1). La grazia della missione ha sempre bisogno di nuovi evangelizzatori capaci di accoglierla, perché l’annuncio salvifico della Parola di Dio non venga mai meno, nelle mutevoli condizioni della storia.

Esiste una continuità dinamica tra l’annuncio dei primi discepoli e il nostro. Nel corso dei secoli la Chiesa non ha mai smesso di proclamare il mistero salvifico della morte e risurrezione di Gesù Cristo, ma quello stesso annuncio ha bisogno oggi di un rinnovato vigore per convincere l’uomo contemporaneo, spesso distratto e insensibile. La nuova evangelizzazione, per questo, dovrà farsi carico di trovare le vie per rendere maggiormente efficace l’annuncio della salvezza, senza del quale l’esistenza personale permane nella sua contraddittorietà e priva dell’essenziale. Anche in chi resta legato alle radici cristiane, ma vive il difficile rapporto con la modernità, è importante far comprendere che l’essere cristiano non è una specie di abito da vestire in privato o in particolari occasioni, ma è qualcosa di vivo e totalizzante, capace di assumere tutto ciò che di buono vi è nella modernità. Mi auguro che nel lavoro di questi giorni possiate delineare un progetto in grado di aiutare tutta la Chiesa e le differenti Chiese particolari, nell’impegno della nuova evangelizzazione; un progetto dove l’urgenza per un rinnovato annuncio si faccia carico della formazione, in particolare per le nuove generazioni, e sia coniugato con la proposta di segni concreti in grado di rendere evidente la risposta che la Chiesa intende offrire in questo peculiare momento. Se, da una parte, l’intera comunità è chiamata a rinvigorire lo spirito missionario per dare l’annuncio nuovo che gli uomini del nostro tempo attendono, non si potrà dimenticare che lo stile di vita dei credenti ha bisogno di una genuina credibilità, tanto più convincente quanto più drammatica è la condizione di coloro a cui si rivolgono. E’ per questo che vogliamo fare nostre le parole del Servo di Dio Papa Paolo VI, quando, a proposito dell’evangelizzazione, affermava: “È mediante la sua condotta, mediante la sua vita, che la Chiesa evangelizzerà innanzitutto il mondo, vale a dire mediante la sua testimonianza vissuta di fedeltà al Signore Gesù, di povertà e di distacco, di libertà di fronte ai poteri di questo mondo, in una parola, di santità” (Esort. ap. Evangelii nuntiandi, 41).

Cari amici, invocando l’intercessione di Maria, Stella dell’evangelizzazione, perché accompagni i portatori del Vangelo e apra i cuori di coloro che ascoltano, vi assicuro la mia preghiera per il vostro servizio ecclesiale e imparto su tutti voi la Benedizione Apostolica.

venerdì 27 maggio 2011

Il Cammino NC è "allineato" in molte diocesi. Ma i suoi Direttori sono ancora avvolti dal 'segreto'.

SIR 11:43 - AUSTRIA: MONS. SCHÜLLER, “IL CRISTIANESIMO EUROPEO È PARTICOLARMENTE ESPOSTO”
Mons. Schüller ritiene che non esista una tendenza a far “scomparire Dio dalla vita”, ma vanno rivisti i criteri in base ai quali valutare questa evoluzione. La Chiesa deve misurarsi con una discussione sulla sua struttura; occorre inoltre analizzare la questione di come vivere oggi la comunità, che “deve continuare ad essere comunità di credenti” incentrata “sull’Eucaristia, sulla diaconia e sulla responsabilità locale”.
[Fonte:http://www.agensir.it/pls/sir/v3_s2doc_b.rss?id_oggetto=217734]

ZENIT - Kiko: Il Cardinal Joachim Meisner il 25 marzo 2011 ha firmato il decreto per l’istituzione della Missio ad Gentes nella sua diocesi che sono una nuova forma di fare presente la chiesa non più attraverso la parrocchia tradizionale ma attraverso comunità di persone che vivono in mezzo alla gente come era nella Chiesa primitiva. [Fonte: http://www.zenit.org/article-26855?l=italian]

IL CN E’ PERFETTAMENTE ALLINEATO! Ma il Cardinal Meisner, Mons. Schüller conoscono il suo rito e le sue prassi dexcritti nel Direttorio per il quale vige l'Arcano? Si saranno letti tutti e 13 i volumi, che tra l'altro risultano 'emendati' solo formalmente e nessuno può verificarlo perché si guardano bene dal pubblicarli? Questa sotto riportata è l'ultima comunicazione, di ieri, che abbiamo ricevuto al riguardo!


Il Direttorio Catechetico non sarà pubblicato perchè è uno strumento specifico del Cammino leggi il Decreto di approvazione. E' pubblicato ma non reso pubblico a tutti. Non è un catechismo ma un Direttorio Catechetico specifico del Cammino che NON VI COMPETE, NON AVETE IL DIRITTO DI CONOSCERE.

Checchè ne dica anche qualche fratello del Cammino che scrive su questo blog, che evidentemente per la sua inesperienza del Cammino non sa certe cose, il Direttorio Catechetico non sarà e non deve essere mai reso pubblico perchè è giusto che sia così! L'arcano fa parte del carattere progressivo del Neocatecumenato come lo era del catecumenato antico. [ne abbiamo già dibattuto qui] - [e anche qui]

Non abbiamo nessun dovere di soddisfare le curiosità nè le pruderie delle persone.
[quanto meno anomalo che una dottrina che si definisce ecclesiale sia sottoposta al 'segreto' (caratteristica prettamente settaria), mentre chi aderisce ad una formazione sedicente cattolica (cioè universale e pubblica) ha tutto il diritto di sapere cos'è che gli viene inculcato e non certo per banale curiosità o pruderie - ndR]

NON VI ILLUDETE IL DIRETTORIO CATECHETICO NON LO LEGGERETE MAI!!!

"L'unico CNC che ammetteresti è un CNC che non esiste"....

Mi ha colpito molto la frase che fa da titolo a questo articolo.

In realtà è il "punto base" che segna la linea "divisoria" tra chi, come noi, ha constatato danni da parte del CnC, e chi invece lo "esalta" (sembrerà strano, ma non vi è un posizione "terza"..).

La realtà parla, dunque, di una "impermeabilità". Di una chiusura. Netta. Una chiusura netta a ciò che "molti" vorrebbero. E che è riassunto da un intervento di Emma, in risposta alla frase che titola l'articolo:

"Dunque un "itinerario di formazione cattolica" che sarebbe fedele alla Tradizione, alla Dottrina, alla Liturgia cattoliche, che non avrebbe l`arcano come norma ma che renderebbe pubblici tutti i testi, e che si chiamerebbe cammino neocatecumenale, non può esistere?"

ESATTO! Il punto, centrato in pieno, è proprio questo! In questa semplice, quanto cristallina frase di Emma, si può riassumere tutta la "richiesta" da parte di quel "mondo" che "critica" il CnC e che è abbandonato.

Alessio ha scritto che i punti che io riassumevo, riguardo le "richieste" che noi facciamo al CnC (ma in realtà ai movimenti in genere), potevano essere un buon punto di incontro da "approfondire". In realtà mi rammarico, perchè quei punti che io riassumevo sono stati sviscerati in abbondanza e per anni. Voler "ripartire" da quelli fa dolorosamente pensare che anche ri-approfondendoli, la possibilità che NULLA ACCADA sia più che pessimismo una realtà di fatto!
In ogni caso li re-inserisco, sperando che possano essere utili a far comprendere chi legge:
  1. La PRASSI del CnC non considera i CONTENUTI dell'Approvazione ricevuta, che viene definita arbitrariamente "approvazione del CnC come voluto da Kiko, a meno di qualche modifica". Ha apportato, infatti, solo alcune modifiche marginali (tipo Comunione in piedi/seduti o inserimento delle Messe del sabato nella lista delle Vespertine). Per il resto la prassi è rimasta immutata, a parte un uso più frequente delle citazioni al CCC, che però non esauriscono affatto il problema delle Catechesi segrete, che sono il fondamento del CnC, anche teologico e liturgico.
  2. I contenuti dell'approvazione forniscono delle regole di integrazione che il CnC, CONCRETAMENTE, non segue. O segue solo in certi casi. Ad esempio: il CnC è SOTTO LA DIREZIONE E LA VOLONTA' DEI VESCOVI... solo se i vescovi lo approvano. Viceversa, se non lo vogliono o lo vogliono allontanare, NON SI OBBEDISCE e ci si ribella, senza tener tanto conto dei METODI, come invece si continua a rimproverare alle persone ferite dal CnC stesso.
  3. Per dire che il CnC "si è adeguato alla Volontà della Chiesa", sarebbe necessario che:

    1. il Direttorio Catechetico fosse PUBBLICATO, come da volontà della Chiesa (invece si accampano mille "scuse teologiche", ma NON SI PUBBLICA!);
    2. la Santa Messa celebrata per il CnC obbedisse ai Libri liturgici Romani (Vetus e Novus ordo),senza aggiunte od omissioni. Il che, concretamente, vorrebbe dire l'abolizione delle suppellettili e dei SIMBOLISMI LITURGICI (che hanno un valore TEOLOGICO) presenti nelle "aule" o nelle Chiese Nc;
    • b.1 la collaborazione parrocchiale nel segno della RECIPROCITA' e della sottomissione alla Chiesa
    • b.2 l'adozione STABILE del CCC, fatta pubblicamente
    • b.3 la relativizzazione del "giorno di Sabato" come giorno per la Santa Messa per le Comunità. Il che vorrebbe dire far diventare il Sabato "eccezione", come nella volontà del Papa, e la Domenica la "regola".
  1. Il CnC RIPUDIA le persone che ne sono uscite avendone ricevuto il MALE e non la conversione e la "formazione cattolica", come recitano gli statuti! Sono classificate sommariamente, non sono ascoltate dai responsabili i quali, anche se si trattasse di casi "particolari", NON HANNO MAI FATTO NULLA PER CORREGGERLI. Il CnC, ad esempio, non considera che l'unione delle persone uscite dalla Comunità, è un diretto risultato dell'ABBANDONO che esse hanno subito. Non abbandono "affettivo" ma abbandono PASTORALE. Per questo si chiude gli occhi su queste responsabilità.

  2. A prescindere se in alcune Comunità si possa essere più o meno "fedeli" alle modifiche richieste, il problema di fondo permane. E la critica di chi non fa il CnC, o vi è uscito, è fondata A PRESCINDERE da queste particolarità. Perchè finchè non saranno pubblici i Direttori, finchè la Liturgia non subirà la modifica voluta dal Papa e dagli statuti (modifica di FORMA e di Sostanza, non accidentale), ogni altra parola risulterà insufficiente! Fare queste modifiche NON MI SEMBRA UN AFFRONTO AL CAMMINO! SE SI PENSA CHE LO SIA, C'E' QUALCOSA CHE NON VA!

mercoledì 25 maggio 2011

Riceviamo una testimonianza che fa riflettere, guardando il cammino dall'esterno attraverso contatti ravvicinati di diverso genere.

Carissimi,
Ho incominciato ad interessarmi seriamente del Cammino (dopo una serie di incontri casuali in cui avevo avuto una ottima impressione) perchè feci un incontro l'anno scorso in base al quale mi chiesi cosa mai ci fosse dietro ad un comportamento come quello di un “itinerante responsabile” che si inalbera di fronte ad un sacerdote anziano perchè insegnava a noi ragazzi la Devozione al Cuore di Gesù e tutto questo di fronte ad un sacerdote il quale (pur conoscendo da anni questo sacerdote anziano) non apre bocca.

Quello che è successo in seguito mi ha portato a cercare di comprendere meglio questa realtà con cui mi sono trovata a confrontarmi, sempre seguendo il principio di non accontentarmi mai della prima impressione. Dopo circa un anno, credo di aver capito quale sia il problema FONDAMENTALE…il punto critico di tutta questa storia.

Nel Cammino, probabilmente perchè non si la si insegna, (sembra quasi sia vietata), manca la RIFLESSIONE. Vengo e mi spiego: probabilmente per mia formazione sono abituata a riflettere ovvero a "tornare in me stessa", a confrontare quello che mi accade e la vita di comunità col mio rapporto con Cristo che è sempre comunque personale.

Durante una riunione noi ragazzi ce lo siamo detti: "se la comunità diventa un modo per mettere da parte il nostro rapporto con Dio, beh...fan..lo la comunità!" (chiedo scusa per il linguaggio, ma ci siamo detti proprio così)

Ovviamente ci vogliono degli strumenti per fare in modo che questa riflessione non sia fine a se stessa. Gli strumenti ce li ha dati la chiesa: Sacramenti, S.Scritture, Rosario, Adorazione, Preghiera (in cui la Liturgia delle Ore è semplicemente il mezzo più completo e articolato, ma non l'unico), confronto col confessore o col Padre spirituale.

Bene, a me questi strumenti sono stati messi in mano subito. Dal primo momento. Mi è stato insegnato ad usarli. Ho visto usarli e i risultati che davano. Chiaramente ci ho messo di mio. Ma l'inizio è stato fondamentale.

Ora, ogni carisma ha dei problemi intrinseci dovuti proprio alla sua particolarità. Chiaramente possono anche non presentarsi, ma bisogna sapere che possono accadere con più frequenza di altri.

Ora, la mia opinione è che, proprio per la sua rigida scansione in tappe successive, il cammino soffra di questa problematica: NON RIFLETTE. Tante volte mi è stato detto: Il cammino è così. Punto. E' una affermazione che non può bastare. Non DEVE bastare. Per nessuno.

Pensare che il Cammino siccome è sempre stato così e ha dato risultati e non riflettere, tornare in se stessi, vuol dire rischiare di confondere il MEZZO con il FINE. Pensare che, finchè si segue uno schema (pure nato ad una esperienza, ma pur sempre UNA esperienza) ti metta al riparo da possibili errori porta prima o poi, quegli errori a commetterli. Senza neanche accorgersene. E senza probabilmente riuscire a prenderne coscienza.

Da lì scaturisce tutto il resto. Perchè le persone non sono TUTTE uguali, le sensibilità non sono TUTTE uguali, le storie non sono TUTTE uguali. Trattare tutto e tutti alla stessa maniera non è il modo in cui agisce Gesù. Io ho fatto ESPERIENZA di questo. LUI non fa fotocopie..

Certamente il fatto che, fin dalle catechesi iniziali, ti si dica: "Ascolta e basta" può portare a questi problemi. L'ascolto è importante, e' fondamentale, ma non è l'Unica cosa importante. E il seguire uno schema catechetico in cui (per paura di sbagliare) si usa una modalità pedissequa porta a considerare ogni parola nel suo senso assoluto che è poi il senso che si usa nel Cammino.

Ed è per questo che spessissimo sembra "di non parlare la stessa lingua" Ecclesialmente parlando. Questo credo sia uno degli aspetti importanti (almeno per il mio modesto parere).

I neocatecumenali (e sto parlando dei catechisti e di chi ha ruoli di responsabilità) sono quelli con cui mi sono sentita meno "a casa" quando parlo. Cioè, io ho sempre parlato con tutti e comunque sia alla fine ci capivamo. Quante volte invece, parlando con un nc, ho sentito la frase: “sto facendo un sforzo per capirti!”. Quando parlo con loro è come se ci fosse un linguaggio diverso come se il Gesù che ho conosciuto io non è lo stesso che hanno conosciuto loro. Sono due persone diverse.

E qui veniamo al secondo punto di questa mia riflessione ovvero il fattore “approvazione”

Il fatto che il cammino sia stato approvato, paradossalmente, ha reso i nc con cui ho parlato ancora più “chiusi”. Il risultato che si ottiene visto dall’esterno, al primissimo impatto, è che per loro il cammino è perfetto. Ovvero il cammino è una realtà “che espelle la riflessione”

Ed è per questo motivo che, quando ho letto l’articolo sugli Scolopi, non mi sono stupita affatto. Perché quella mentalità assume quasi una valenza ASSOLUTA (dove porterà questo atteggiamento lo scopriremo solo con il tempo). Chiaramente non te lo dicono con queste parole, ma il risultato che si vede dall’esterno è questo.

E perché dico questo? Perché il cammino, nelle loro parole, diventa totalizzante.

Nel senso che non vale neanche la pena di sentire un canto di Frisina (o di qualunque altro autore) anche solo per cultura perchè quelli del Cammino sono Sacra Scrittura in musica. Che non vale la pena studiare un pò di storia della Chiesa (basta quello che ti dice Kiko nelle catechesi che sono state approvate): non ce n'è bisogno, è una perdita di tempo!

Altra conseguenza dell’approvazione è: l’unica che può avere da “ridire” (ma anche solo chiedere spiegazioni) è l’autorità ecclesiastica. Con una postilla: se il Magistero non punisce, vuol dire che va bene.

Cioè, finché non c'è un delegato del Vaticano che ti dice "così non si fa, pena scomunica!" (la lettera di Arinze "è stata superata dagli Statuti" con interpretazioni il cui senso non mi convince affatto) non c’è niente di cui preoccuparsi.

Più che altro, dico io, non c’è niente su cui CONFRONTARSI.

Spesso infatti mi hanno chiesto: "Ma OGGETTIVAMENTE cosa c'è di sbagliato"? E' qui credo che ci sia il punto nodale. Non c'è niente di OGGETTIVO su cui confrontarsi nel Cammino.

Ogni "movimento" ha un modo (o più modi) per far vedere da fuori che cosa è. Ha giornali, le parole del fondatore, i suoi testi di base.

Nel cammino il direttorio non è pubblicato (nonostante sia un catechismo vero e proprio), i vari Annunci di Kiko sono segreti. Eppure tutto il cammino si basa su quello. L'unica cosa che possono vedere tutti sono gli Statuti? Ma gli Statuti servono per la giurisprudenza, non per far vedere un carisma... Non si "dialoga" su uno statuto.

Ho la convinzione che basterebbe solo la pubblicazione del Direttorio per modificare questa impostazione di fondo e iniziare (forse per la prima volta) un dialogo costruttivo e tirare fuori il Cammino (e i suoi membri) dal fossato che, volontariamente o meno, si sono costruiti....

Chiaramente quello che ho scritto è la mia Esperienza. Non gli do un valore assoluto né voglio che gli sia dato, ma mi sento in dovere di dire la mia perché, nel bene e nel male come per tutte le realtà ecclesiali, stiamo percorrendo la stessa strada e tra compagni di viaggio ci si deve confrontare.
Liberissimi poi di non accettare nulla…

P.S hai avuto contatti con Raiden? Io volevo fargli una domanda. Tra poco ci sarà la GMG di Madrid e in questi giorni riflettevo sul fatto che (sia a Roma che a Colonia dove sono stata) non ho mai visto ragazzi neocatecumenali alle catechesi con i vescovi o alla Via Crucis. Li ho visti nei momenti di svago in giro per la città e, chiaramente, per la Veglia e la messa conclusiva.
Ora, dato che la mia esperienza è ben poca cosa volevo chiedere a lui se i ragazzi del Cammino partecipano attivamente alle attività delle GMG (ovvero Via crucis, confessione sacramentale, incontro con i vescovi).

Io a Madrid ci andrò e per quanto mi riguarda, se mi sarà possibile, cercherò di “attaccar bottone” anche con loro perché, scopo della GMG è anche “scoprirsi” gli uni gli altri come membri di una grande famiglia che è la Chiesa Cattolica.

Scusa la prolissità
(firma)

sabato 21 maggio 2011

La Speranza non delude... Sul futuro della Chiesa e su chi appartiene davvero ad essa

Di recente sono state rese pubbliche le nomine dei "consultori" (ruolo che evidentemente non equivale a quello di plenipotenziari!) per il nuovo Dicastero dell'Evangelizzazione. Poco prima è stata resa pubblica la nomina dell' Ex numero 3 della Segreteria di Stato Vaticana, Filoni, all' Evangelizzazione dei Popoli.

Due fatti che hanno destato non pochi dubbi in molti. Come al solito la realtà è "chiaro-scura", perchè essi non possono essere letti in modo monolitico. Le voci si diversificano: tra chi "esulta" per l' "espansione" del proprio "concetto di Chiesa" (alla faccia del "servizio" e della "sottomissione"!); chi si abbatte perchè vede avvicinarsi questa presunta espansione; chi è stanco e semplicemente sfiduciato; chi invece vede in questo, come negli altri atti inanellati dal Pontificato attuale (sulla scia del termine di quello precedente), la volontà di raddrizzare la Barca, partendo gradualmente dalle basi.

La creazione stessa di un dicastero per l'Evangelizzazione è, in teoria, un fatto strano. Una realtà come qella dell'Evangelizzazione non era forse ben "gestita" precedentemente? Non era forse ben organizzata? Evidentemente NO. Perchè l'esigenza di creare addirittura un DICASTERO (non un istituto o un ufficio), evidentemente è tale per aver registrato non pochi problemi in questo campo. Ed in effetti è così. Quali sono i prsupposti di questo Dicastero? Lo ha dichiarato il Papa nel Motu propio UBICUMQUE ET SEMPER:

"Nel nostro tempo, uno dei suoi tratti singolari è stato il misurarsi con il fenomeno del distacco dalla fede, che si è progressivamente manifestato presso società e culture che da secoli apparivano impregnate dal Vangelo...
...Facendomi dunque carico della preoccupazione dei miei venerati Predecessori, ritengo opportuno offrire delle risposte adeguate perché la Chiesa intera, lasciandosi rigenerare dalla forza dello Spirito Santo, si presenti al mondo contemporaneo con uno slancio missionario in grado di promuovere una nuova evangelizzazione. Essa fa riferimento soprattutto alle Chiese di antica fondazione, che pure vivono realtà assai differenziate, a cui corrispondono bisogni diversi, che attendono impulsi di evangelizzazione diversi: in alcuni territori, infatti, pur nel progredire del fenomeno della secolarizzazione, la pratica cristiana manifesta ancora una buona vitalità e un profondo radicamento nell'animo di intere popolazioni; in altre regioni, invece, si nota una più chiara presa di distanza della società nel suo insieme dalla fede, con un tessuto ecclesiale più debole, anche se non privo di elementi di vivacità, che lo Spirito Santo non manca di suscitare; conosciamo poi, purtroppo, delle zone che appaiono pressoché completamente scristianizzate, in cui la luce della fede è affidata alla testimonianza di piccole comunità: queste terre, che avrebbero bisogno di un rinnovato primo annuncio del Vangelo, appaiono essere particolarmente refrattarie a molti aspetti del messaggio cristiano.
La diversità delle situazioni esige un attento discernimento; parlare di “nuova evangelizzazione” non significa, infatti, dover elaborare un'unica formula uguale per tutte le circostanze. E, tuttavia, non è difficile scorgere come ciò di cui hanno bisogno tutte le Chiese che vivono in territori tradizionalmente cristiani sia un rinnovato slancio missionario, espressione di una nuova generosa apertura al dono della grazia. Infatti, non possiamo dimenticare che il primo compito sarà sempre quello di rendersi docili all'opera gratuita dello Spirito del Risorto, che accompagna quanti sono portatori del Vangelo e apre il cuore di coloro che ascoltano. Per proclamare in modo fecondo la Parola del Vangelo, è richiesto anzitutto che si faccia profonda esperienza di Dio."

I presupposti del Dicastero, quindi, vertono proprio sul problema dei famosi "lontani". I "Battezzati non catechizzati", e in ultima analisi le popolazioni secolarizzate o completamente ignoranti del Vangelo. Questo Dicastero è, dunque, responsabile dell'Evangelizzazione che il CnC si è dato di portare avanti, sull base di una autonomia auto-dichiarata. Interessanti, poi, i punti normativi del Motu proprio:

"Art.1.
§ 1. È costituito il Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, quale Dicastero della Curia Romana, ai sensi della Costituzione apostolica Pastor bonus.
§ 2. Il Consiglio persegue la propria finalità sia stimolando la riflessione sui temi della nuova evangelizzazione, sia individuando e promuovendo le forme e gli strumenti atti a realizzarla.

Art. 2.
L’azione del Consiglio, che si svolge in collaborazione con gli altri Dicasteri ed Organismi della Curia Romana, nel rispetto delle relative competenze, è al servizio delle Chiese particolari, specialmente in quei territori di tradizione cristiana dove con maggiore evidenza si manifesta il fenomeno della secolarizzazione.

Art. 3.
Tra i compiti specifici del Consiglio si segnalano:
...
3°. far conoscere e sostenere iniziative legate alla nuova evangelizzazione già in atto nelle diverse Chiese particolari e promuoverne la realizzazione di nuove, coinvolgendo attivamente anche le risorse presenti negli Istituti di Vita Consacrata e nelle Società di Vita Apostolica, come pure nelle aggregazioni di fedeli e nelle nuove comunità;
4°. studiare e favorire l'utilizzo delle moderne forme di comunicazione, come strumenti per la nuova evangelizzazione;
5°. promuovere l'uso del Catechismo della Chiesa Cattolica, quale formulazione essenziale e completa del contenuto della fede per gli uomini del nostro tempo."

Interessante la struttura normativa e decisionale del Dicastero, che vuole fungere da "direttore" e responsabile della c.d. "nuova evangelizzazione", specificando bene che essa non può essere "monotematica", uguale ovunque e soprattutto non può avere nuovi contenuti. Interessante che chi si "candida" come "evengelizzatore", ha dei chiari obblighi nei confronti del Dicastero e DEVE esservi sottomesso.

In questo senso è interessante far notare che chi è "evangelizzatore" NON PUO' non essere un devoto figlio della Chiesa e NON PUO' non essere in filale sottomissione al Papa e ai Vescovi IN COMUNIONE CON LUI, CONCRETAMENTE. A questo proposito è quanto mai proficuo citare un'intervista al Mons. G. Marini, riguardo la Divina Liturgia e il Ruolo del Magistero del Papa, come quello del Maestro delle Celebrazioni (discorso estendibile nel suo concetto fondante):

"D:Come è impostata la sua collaborazione con il Santo Padre ?

R:Mi pare importante, anzitutto, ricordare che le celebrazioni presiedute dal Papa sono chiamate a essere punto di riferimento per l’intera Chiesa. E’ il Papa il Sommo Pontefice, il grande liturgo nella Chiesa, colui che, anche attraverso la celebrazione, esercita un autorevolissimo insegnamento liturgico a cui tutti devono fare riferimento.
Alla luce di questo si capisce meglio quale debba essere lo stile della collaborazione del Maestro delle Celebrazioni con il Santo Padre. Si tratta di operare al fine di rendere le liturgie papali espressione autentica dell’orientamento liturgico del Papa. Da questo punto di vista è davvero Maestro colui che si fa servitore umile e fedele della liturgia della Chiesa. Così ho inteso impostare fin da subito il mio impegno nell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice."

Ora mi chiedo e vi chiedo: concretamente, dove e come Kiko è "servitore del magistero del Papa"? Dico CONCRETAMENTE, non in modo "formale" o pseudo-furbesco! Concretamente, DOVE E COME KIKO HA OPERATO COME IL PAPA MOSTRA E INSEGNA? E' autentico "evangelizzatore", colui che "fa a modo suo"? Che strumentalizza? Che non ascolta i richiami?

Questa è la speranza da riporre nel dicastero dell' Evangelizzazione, come nella nomina di Filoni all'Evangelizzazione dei Popoli, la quale, come dice il Motu proprio, dovrà cooperare con il Dicastero stesso, e quindi non potrà gestire questo importante "settore" in modo solitario nonché kikodipendente.

mercoledì 18 maggio 2011

Una inquietante eterogeneità dei fini emerge dal Convegno Summorum Pontificum del 13-15 maggio scorso


Ieri 16 maggio Zenit pubblica, con il titolo La missione della liturgia antica nel futuro della Chiesa, un articolo le cui sottolineature hanno evidenziato le storture che avevo già colto negli interventi dei relatori ricordati. Vengono citati i curiali: Canizares, Koch, Pozzo aggiungendo Aillet e neppure nominati i veri tradizionali: Schneider e Bux.

Quelle che nella mia dabbenaggine e forse ostinata speranza avevo preso come oltranziste posizioni di pastori 'formati' e costituiti dal più avanzato post-conciliarismo, appaiono in realtà, da questa sintesi le chiavi di volta della posizione del Papa e della Curia in ordine all'autentico culto da rendere a Dio, suo ius divinum e primaria funzione della Chiesa, che per esser nominata ha dovuto attendere l'intervento di Mons. Schneider, il quale l'ha introdotta all'inizio della sua relazione e con vigore, quasi nell'urgenza di colmare -e da subito- la 'strana' trascuratezza del card. Koch, che tanto mi aveva colpita.

L'obiettivo di arrivare ad un unico rito, partendo evidentemente dal NO, da 'arricchire' con brandelli dell'Antico, dopo averne dimenticato e addirittura oltrepassato la teologia e la dogmatica, mi sembra una perversa eterogeneità dei fini che voglio sperare il Convegno e i suoi promotori non si ripromettessero e che non erano assolutamente riconoscibili all'inizio dell'Amicizia Sacerdotale Summorum Pontificum sorta negli scorsi anni, oggi inquinata da presenze come quella di Aillet (dichiaratamente neocatecumenale, che ha già introdotto nella sua diocesi le "piccole cellule di evangelizzazione", accolte con grande favore, ma solo perché accompagnate dai soliti peana enfatici, poiché chi non conosce dal di dentro queste cose non può intuirne i risvolti settari ed eretici).

Non mi meraviglia che al convegno ci fossero voci diverse, ma sono delusa dal fatto che si sia posto l'accento SOLO su quelle curiali di netto conio post-conciliare e che non ne sia scaturito un confronto, ma due realtà in contrapposizione. E' ovvio che se nella Chiesa bisogna convivere ed è necessario confrontarsi e ciò lo è tanto di più in questo momento in cui il concilio ha lasciato i sui segni profondi e si fa fatica a distinguere la verità dagli errori, il confronto sembra allontanato e forse negato, da un "discorso mancato".

Dobbiamo essere tuttavia consapevoli che si tratta di una convivenza rischiosa, che è IMPOSTA che a rigore non sarebbe DOVUTA e che di fatto deriva dalla desistenza tutta post-conciliare dal condannare l'errore; il che vorrebbe impedirci persino di chiamarlo col suo nome...

Ciò premesso il mio articolo è mosso dal fatto che una fonte autorevole come Zenit sottolinea che le relazioni di Aillet e Koch rispecchiano la mens del Papa e ciò mi pare confermato dall'evolversi della situazione: dichiarazione perentoria di Canizares che la Riforma della Riforma non ci sarà e che interverrà il "nuovo movimento liturgico" dal basso (!?).

Questo "dal basso", rischia di dover essere letto con 'cattivi maestri' alla kiko e carmen: [è di oggi la nomina di Kiko Arguello come consultore del Dicastero per la Nuova Evangelizzazione (!?)], in un momento in cui le mentes liturgiche partoriscono strane commistioni hegeliane, teilhardiane... Dico questo perché Koch ha parlato di opposti da conciliare; ha trasformato l'Offerta da oblazione in lode, (che non è sbagliato, ma non si può tralasciare l'oblazione) e anche della Liturgia come evento cosmico. Ricordo che oltre al 'cosmo', c'è Il Soprannaturale, che sarebbe a dire la divinità del nostro Signore Gesù Cristo che è il "Pane disceso dal Cielo"!

Della relazione di Koch a me è rimasto impresso il fatto che, partendo da dualismi come Sacrificio (VO) - Cena (NO); Sacerdote - Assemblea e Adorazione - Partecipazione, ha definito il tutto "falsa alternativa, non antitesi ma mutuo arricchimento". Inoltre, se all'inizio ha fatto un rapido accenno al sacrificio della Chiesa che si unisce al Signore presente e unisce la sua volontà di offrire se stesso per la redenzione del mondo, successivamente ha operato la coincidenza degli opposti parlando più volte del servizio catabatico di Dio che si china sull'uomo e del servizio anabatico dell'uomo che si innalza verso Dio. Ha ricordato che offertorio deriva da auferre, cioè 'innalzare' che ha ricondotto a "gratias agere: sacrificium laudis come oblatio rationalis in forma di parola". Non ha di certo evidenziato che anche in ebraico 'fatto salire' è il verbo riferito alla vittima. Avete presenti i gesti del sacerdote all'elevazione mentre 'fa salire' verso il Padre l'Hostia pura santa e immacolata e il Calice della Salvezza?

Ebbene, Koch di tutto ha parlato, nel suo esporre erudito che aveva anche il suo fascino, tranne che dell'espiazione e della Redenzione operata del Signore sulla Croce e ha sviluppato il discorso sul culto come lode tutto incentrato sull'uomo; nel che -a parte l'antropocentrismo- c'è del vero, ma resta monco se sparisce il Sacrificio e non si ricorda lo ius divinum della Liturgia come autentico culto a Dio reso dall'immolazione del Figlio.


Per questo, credo non a caso, l'intervento di mons. Schneider immediatamente successivo è partito con vigore proprio mettendo in risalto questo elemento clamorosamente mancante: il "Diritto divino" nella Sacra Liturgia...

Koch ha inoltre ribadito, con dotti e anche giusti ma non completi sviluppi del discorso, che bisogna salvare l'interpretazione del Vaticano II. Mi è apparsa chiara l'analogia con i documenti del concilio che spesso presentano la caratteristica di dire cose giuste ma monche del dato fondamentale o, se questo c'è, alla fine viene diluito per poi scomparire nelle eccezioni successivamente esposte.

Dopo questa, che è la mia impressione, ma scaturisce da quel che ho ascoltato direttamente, che dire? Se c'è qualcuno che mi conferma che questa è anche la mens del Papa; il che è suffragato da quel che ho già detto di Canizares, il mio è pessimismo ostinato o realismo dolente? Realismo che prega e spera nei rimedi che il Signore vorrà aiutarci a trovare, ringraziando in primo luogo per la Santa e Divina Liturgia che tuttavia non ha i margini di sviluppo che si vorrebbero a causa della pastorale opposta, col rischio di strani connubi che rischiano di inquinarla...

Se questo è il risultato del Convegno, ignorando completamente gli interventi di Mons. Bux e mons. Schneider, tutti in altra direzione, purtroppo il mio sentore pre-convegno è stato malauguratamente confermato. Non so cosa ne pensi p. Nuara, che è uno degli antesignani della Fraternità Sacerdotale Summorum Pontificum; ma credo che, pur essendo necessario convivere, in Curia, con le altre posizioni, non sia facile né fronteggiarle né arginarle soprattutto se, come vien affermato, sono le stesse del Trono più alto!

Ora si spiega come mai vescovi come Aillet, Cattenoz, Rey, Schoenborn e molti altri, che sappiamo vanno a farsi evangelizzare a frotte alla Domus Galileae [vedi anche], si mostrano favorevoli al Rito Antiquior: per inquinarlo, così come hanno già fatto per il resto della Chiesa nella sua Tradizione perenne, rinnegata e sostituita con quella conciliare, nell'assunto -proclamato ma non dimostrato- che essa sia la sintesi onnicomprensiva e l'espressione più pura dell'intera Tradizione: parole di Benedetto XVI, che sembrano troncare sul nascere il dibattito che molti studiosi tentano di sviluppare.

L'unica cosa che possiamo sperare è che il Signore non voglia permettere il compiersi di questo ulteriore scempio, certamente non imminente, ma che permane come un'ombra sul futuro!

giovedì 12 maggio 2011

I "GRANDI NUMERI"...che poi sono molto piccoli...

Il sito autocelebrativo del Cammino Neocatecumenale "Cammino Info" ripubblica oggi ancora una volta (repetita iuvant, in mancanza d'altro) un pezzo ovviamente autocelebrativo apparso su "Segni dei tempi" qualche mese fa.

Tra le altre scontatissime lodi autoprofuse ci colpisce questa puntualizzazione più o meno ufficiale:

"I neocatecumenali sono presenti in 1320 diocesi di 110 Paesi nei cinque continenti, con 20.000 comunità attive in seimila parrocchie. Solo a Roma il Cammino è presente in 100 parrocchie e 500 comunità. A Madrid sono presenti, invece, in 85 parrocchie e 300 comunità."

A conti fatti dunque - lo affermano loro stessi - i neocatecumenali nel mondo oggi ammontano appena a circa cinquecentomila aderenti ( 20.000 comunità per una media di 20/30 persone per comunità).

Se consideriamo che appena 3 anni fa la propaganda ncn, in sede di approvazione dello Statuto, vantava a pieni polmoni un numero di adepti superiore al milione di persone, ci viene da pensare che questo vistosissimo calo numerico abbia dei risvolti che noi non conosciamo , ma che possiamo immaginare: un crollo di immagine? una presa di coscienza delle persone circa le "stranezze" del Cammino?

Non lo sappiamo.

Pensiamo però che l'organizzazione capillare della GMG di Madrid, che sta richiedendo ai ncn uno sforzo enorme per portarvi le solite " folle" di giovani ( e soprattutto di "meno giovani") risponda all'esigenza di rilanciare il Cammino...ora che Mons . Filoni forse potrà concretamente aiutarlo a superare - o almeno a mascherare - le secche di una ripetitività e di un culto di personalità "terrene" sempre più fini a se stesse.

lunedì 9 maggio 2011

Giappone: nuovi vescovi sfavorevoli al Cammino Neocatecumenale

Il Papa ha nominato mons. Giovanni Eijiro Suwa, parroco ad Enokuchi nella prefettura di Kochi in Giappone, nuovo vescovo di Takamatsu. Qualche tempo fa avevamo segnalato un suo intervento sul Cammino Neocatecumenale. Verrà consacrato vescovo il prossimo 19 giugno 2011.

Il Papa ha inoltre nominato vescovo mons. Paolo Sueo Hamaguchi, del quale pure avevamo notato un intervento sul caso del seminario neocatecumenale di Takamatsu. Verrà consacrato vescovo il prossimo 26 giugno 2011.

Ma queste buone notizie non ci rassicurano: la Chiesa cattolica che è in Giappone (e in generale ogni terra di missione) continuerà purtroppo ad avere a che fare con una Congregazione "stranamente amica" del Cammino Neocatecumenale: leggiamo infatti dell'avvicendamento di Filoni a Dias nella Congregazione per l'evangelizzazione dei popoli. Filoni, nuovo "papa rosso" : rosso perché cardinale, e papa perché ha poteri quasi assoluti sulle terre di missione della cattolicità, in sostanza sulle Chiese dell'Africa e dell'Asia. Infatti l'appellativo gli viene dato oltre che per i suoi ampi poteri riguardanti la gestione economica di enormi risorse che confluiscono in quel settore, anche perché ha a disposizione «oltre un terzo delle circoscrizioni ecclesiastiche del mondo, [ed avrà] voce in capitolo anche sulla nomina dei vescovi e il suo dicastero possiede un patrimonio stimato in 9 miliardi di euro, in gran parte composto da immobili».

Indubbiamente il Cnc si contraddistingue per la capacità di gestire potere e denaro e, conseguentemente assicurarsi gli appoggi "che contano", soprattutto quelli che "contano di più". Ma questo non è un carìsma, è una capacità soltanto umana che, nel momento in cui viene usata, ha già espulso il Soprannaturale. Il successo, che comprende la fagocitazione o l'asfissia del resto della Chiesa, fino ad un certo punto è assicurato; ma poi? Non resta che distogliere lo sguardo dagli uomini e rivolgerlo al Signore. Non prima di aver denunciato l'ennesima 'mossa' vincente sul piano umano.


Per i precedenti: [vedi] - [vedi] - [vedi] - [vedi ] - [vedi] - [vedi] - [vedi]

domenica 1 maggio 2011

GIOVANNI PAOLO II E' BEATO

NEL GIORNO DELLA BEATIFICAZIONE DI QUESTO GRANDE PAPA, SPESSO RITENUTO RIDUTTIVAMENTE IL "PAPA DEI MOVIMENTI", VOGLIAMO RICORDARNE ALCUNI ASPETTI PASTORALI TROPPO FRETTOLOSAMENTE TRASCURATI DALLA PROPAGANDA SETTORIALE DI ALCUNE AGGREGAZIONI.
______________

La figura e l'opera di Giovanni Paolo II non hanno bisogno, per essere tratteggiate, del nostro intervento in giorni in cui tutti i media in un modo o nell'altro ne parlano.

L'accento si pone quasi sempre sulla "pastoralità" di questo successore di Pietro, esercitata non solo nelle inedite convocazioni delle GMG, ma anche di concerto con alcuni movimenti ecclesiali i quali, a loro volta, vantano questa amicizia speciale con il Papa oggi beato.

Si rischia di far scadere l'azione apostolica, poliedrica e titanica, di questo grande pontefice in un più o meno banale "patrocinio" dato ad alcuni movimenti, sottintendendo quasi che egli dava a questi ultimi una libertà "evangelizzatrice" che tuttavia, a parere di non pochi osservatori, poteva e può ancora oggi apparire anarcoide.

In effetti Giovanni Paolo II, autore rigoroso della Christifideles Laici, magna cartha dell'impegno laicale nella Chiesa, ha dettato alcuni inconfutabili " Criteri di ecclesialità" per i movimenti in genere, che dobbiamo tenere sempre presenti e che devono farci riflettere.

Ricordiamoli:
Criteri di ecclesialità
«criteri chiari e precisi di discernimento e di riconoscimento delle aggregazioni laicali, detti anche "criteri di ecclesialità"»
(Christifideles Laici 30)
Vengono enunciati quattro criteri di ecclesialità:

  1. Il primato dato alla vocazione di ogni cristiano alla santità. Le aggregazioni di fedeli sono chiamate ad essere sempre più strumento di santità nella Chiesa.
  2. La responsabilità di confessare la fede cattolica, in obbedienza al Magistero della Chiesa.
  3. La testimonianza di una comunione salda e convinta, in relazione filiale con il Papa, "perpetuo e visibile centro dell'unità della Chiesa universale", e con il Vescovo "principio visibile e fondamento dell'unità" della Chiesa particolare.
  4. La conformità e la partecipazione al fine apostolico della Chiesa, ossia l'evangelizzazione e la santificazione degli uomini e la formazione cristiana della loro coscienza.


E' appena il caso di osservare che, qualora almeno questi quattro criteri, fossero pienamente osservati dai Neocatecumenali, molti aspetti procedurali del Cammino rientrerebbero veramente nella prassi ecclesiale.

Invece non vi rientrano, se è vero che appena ieri Kiko Arguello , intervistato sulla figura e sull'opera di Giovanni Paolo II dalla neocatecumenale D.D. in forza alla Radiovaticana (Radiogiornale del 30 aprile 2011), ha reiterato alcuni slogans propagandistici del Cammino, asserendo: "(Giovanni Paolo II) ...è stato molto importante, perché per esempio ha approvato lo Statuto. Giovanni Paolo II ha definito la natura del Cammino Neocatecumenale, quando ha detto che il Cammino è un itinerario di formazione cattolica valido per la società, per i tempi di oggi. Dopo aver visto la difficoltà della Scandinavia, della Finlandia, della Svezia, dove la società è tutta secolarizzata, abbiamo pensato che fosse necessario mandare famiglie che mostrassero la fede cristiana. E abbiamo inviato durante il suo pontificato le prime famiglie nel Nord Europa...".
In pratica Kiko Arguello ancora una volta:
  • riduce la figura e l'opera di Giovanni Paolo II a quella di "semplice" seguace e tutore del Cammino;
  • trascura di dire volutamente che Giovanni Paolo II GLI HA A LUNGO SOLLECITATO UNO STATUTO (che eglI, Kiko, NON voleva assolutamente e caparbiamente fosse formulato), NE HA BOCCIATO TOTALMENTE LE PRIME DUE STESURE E SOLO DOPO LA TERZA STESURA ( per la quale affiancò alla triade del Cammino un cardinale) LO HA APPROVATO AD EXPERIMENTUM;
  • volutamente modifica ancora una volta l'espressione attribuita al Papa e contenuta nella lettera "Ogniqualvolta", là dove si trova scritto che il Cammino è "un itinerario di formazione cattolica validA per la società, per i tempi di oggi" e non, come ripete ancora Arguello:"un itinerario di formazione cattolica validO per la società, per i tempi di oggi" (La differenza in questo caso - come abbiamo avuto modo di dimostrare più volte - non è solo di ordine sintattico);
  • vanta, ancora una volta, che solo il Cammino ha "visto" la secolarizzazione imperante nei paesi del nord Europa, proponendo a Giovanni Paolo II (che, implicitamente, secondo lui, non aveva "visto" tale fenomeno) l'invio di famiglie in missione.
Insomma, sempre più sconcertante: persino in una giornata di festa per la Chiesa Universale, Kiko è riuscito a porre al centro dell'attenzione solo se stesso e il suo "Cammino".

martedì 26 aprile 2011

Gesù è Risorto, è veramente risorto !

Siamo ancora nell'Ottava di Pasqua. Riprendiamo, per la nostra riflessione, una delle domande e la risposta del Papa trasmesse lo scorso Venerdì Santo in TV:

D. – Santità, quando le donne giungono al sepolcro, la domenica dopo la morte di Gesù, non riconoscono il Maestro, lo confondono con un altro. Succede anche agli apostoli: Gesù deve mostrare le ferite, spezzare il pane per essere riconosciuto, appunto, dai gesti. È un corpo vero, di carne, ma anche un corpo glorioso. Il fatto che il suo corpo risorto non abbia le stesse fattezze di quello di prima, che cosa vuol dire? Cosa significa, esattamente, corpo glorioso? E la risurrezione sarà per noi così?

R. – Naturalmente, non possiamo definire il corpo glorioso, perché sta oltre le nostre esperienze. Possiamo solo registrare i segni che Gesù ci ha dato per capire almeno un po’ in quale direzione dobbiamo cercare questa realtà.

Primo segno: la tomba è vuota. Cioè, Gesù non ha lasciato il suo corpo alla corruzione, ci ha mostrato che anche la materia è destinata all’eternità, che realmente è risorto, che non rimane una cosa perduta. Gesù ha preso anche la materia con sé, e così la materia ha anche la promessa dell’eternità.

Ma poi ha assunto questa materia in una nuova condizione di vita, questo è il secondo punto: Gesù non muore più, cioè sta sopra le leggi della biologia, della fisica, perché sottomesso a queste uno muore. Quindi c’è una condizione nuova, diversa, che noi non conosciamo, ma che si mostra nel fatto di Gesù, ed è la grande promessa per noi tutti che c’è un mondo nuovo, una vita nuova, verso la quale noi siamo in cammino. E, essendo in queste condizioni, Gesù ha la possibilità di farsi palpare, di dare la mano ai suoi, di mangiare con i suoi, ma tuttavia sta sopra le condizioni della vita biologica, come noi la viviamo. E sappiamo che, da una parte, è un vero uomo, non un fantasma, che vive una vera vita, ma una vita nuova che non è più sottomessa alla morte e che è la nostra grande promessa.

È importante capire questo, almeno quanto si può, per l’eucaristia. Nell’eucaristia il Signore ci dona il suo corpo glorioso, non ci dona carne da mangiare nel senso della biologia, ci dà se stesso. Questa novità che lui è entra nel nostro essere uomini, nel nostro, nel mio essere persona, come persona, e ci tocca interiormente con il suo essere, così che possiamo lasciarci penetrare dalla sua presenza, trasformare nella sua presenza. È un punto importante, perché così siamo già in contatto con questa nuova vita, questo nuovo tipo di vita, essendo lui entrato in me, e io sono uscito da me e mi estendo verso una nuova dimensione di vita.

Io penso che questo aspetto della promessa, della realtà che lui si dà a me e mi tira fuori da me, in alto, è il punto più importante: non si tratta di registrare cose che non possiamo capire, ma di essere in cammino verso la novità che comincia, sempre, di nuovo, nell’eucaristia.


L'evangelista Giovanni mette solo in fila dei fatti. Parole essenziali nude e crude: la pietra è stata tolta, i teli posati. Osservò, vide e credette. Così, semplicemente. Non c’è da emozionare, non c’è da commentare. Si tratta di un fatto, una cosa accaduta. Non è un consiglio di buona condotta, non è una norma di giustizia sociale, non è una bandiera. E’ un fatto, ed è con questo che bisogna confrontarsi. Il nostro Redentore è Risorto e porta in Lui e con Lui anche la nostra umanità Redenta, cioè riscattata dal Suo Sangue Prezioso: è questo che ci fa uomini nuovi ad ogni Eucaristia. Convitati, ma innanzitutto Adoratori del Figlio del Dio Altissimo, vittima d'Amore e noi in Lui, nato morto e risorto per noi e per la nostra salvezza.

lunedì 25 aprile 2011

Le Parrocchie neocatecumenizzate “Palestre dello spirito” ?

Riprendiamo una notizia data da Radiovaticana il 30 marzo scorso col titolo “La Cei punta sulle parrocchie come “palestre dello spirito”.
L'immagine a lato mostra un'eloquente immagine tratta dal Video della celebrazione della Pasqua Ebraica con i genitori dei comunicandi della Parrocchia San Paolo Apostolo in Crotone.

"I vescovi italiani guardano alle parrocchie come a delle “palestre dello spirito”, dove “avvengono miracoli perché si cerca il Signore”. E’ quanto dichiarato da mons. Domenico Pompili, portavoce della Conferenza episcopale italiana, al termine della seconda giornata di lavori del Consiglio permanente della Cei in corso a Roma. “E’ stata valorizzata l’attività pastorale - ha aggiunto mons. Pompili - che non è una distesa polverosa di fatti burocratici che si ripetono, ma una serie provvidenziale di eventi che aiutano le persone ad uscire dall’individualismo, ripartendo dalla realtà”. Per far questo si richiede anche uno sforzo di pensiero che tragga spunto dalla rivelazione cristiana. “Così ad esempio – continua il portavoce della Cei - il problema demografico è un segno dell’erosione antropologica che dovrà mettere in conto non solo politiche familiari più attente, ma anche una cultura della vita più diffusa”. “Analogamente – come riporta l’agenzia Zenit - sulla delicata questione dell’immigrazione, la pace e l’accoglienza risultano strettamente collegate. La necessità di una nuova stagione di inclusione sociale che porti al riconoscimento degli immigrati come cittadini – ha concluso mons. Pompili - è un obiettivo che non potrà essere ulteriormente dilazionato”.

Potremmo obiettare punto per punto alla CEI che nelle parrocchie in cui è presente il Cammino Neocatecumenale nessuna apertura è possibile, nessuna “palestra” spirituale aperta a tutti, nessuna forma di “convivenza” o di condivisione se non per coloro i quali fanno parte della ristretta cerchia del “Cammino”, al di fuori della quale, nel caso in cui il parroco sia neocatecumenale o simpatizzante, c’è soltanto terra bruciata per gli altri “parrocchiani”. Con la differenza che poi si vedranno moltiplicare proposte come nella immagine a lato, tratta dallo stesso filmato di cui all'inizio. Questo il link: http://it.gloria.tv/?media=147556

E’, questo, un argomento ritrito – lo sappiamo – ma la Conferenza Episcopale forse disconosce i reali termini della questione, se si escludono alcuni vescovi, come Mons. Benigno Luigi Papa, a Taranto, il quale, per proteggere e valorizzare l’istituto parrocchiale, ha disposto che le comunità neocatecumenali non invadessero ogni spazio possibile all’interno delle parrocchie della sua diocesi.


Naturalmente per i neocat è del tutto ininfluente il Magistero di Giovanni Paolo II: « ... A nessuno è concesso di sottovalutare il Mistero affidato alle nostre mani: esso è troppo grande perché qualcuno possa permettersi di trattarlo con arbitrio personale, che non ne rispetterebbe il carattere sacro e la dimensione universale.» [Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia, n. 52]

Ed anche quello di Benedetto XVI, dalla Sacramentum Caritatis, ben illustrato nell'immagine a destra.

sabato 23 aprile 2011

BUONA PASQUA!




A tutti gli amici, conosciuti e sconosciuti,
che passano di qua

BUONA PASQUA nella Luce del Signore Risorto!

venerdì 22 aprile 2011

Venerdì Santo col Santo Padre

Piazza San Pietro, 20 aprile 2011

Cari fratelli e sorelle, [...] lasciato il cenacolo, Gesù si ritirò a pregare, da solo, al cospetto del Padre. In quel momento di comunione profonda, i Vangeli raccontano che Gesù sperimentò una grande angoscia, una sofferenza tale da fargli sudare sangue (cfr. Mt 26, 38). Nella consapevolezza della sua imminente morte in croce, Egli sente una grande angoscia e la vicinanza della morte.

In questa situazione, appare anche un elemento di grande importanza per tutta la Chiesa. Gesù dice ai suoi: rimanete qui e vigilate; e questo appello alla vigilanza concerne proprio questo momento di angoscia, di minaccia, nella quale arriverà il traditore, ma concerne tutta la storia della Chiesa. È un messaggio permanente per tutti i tempi, perché la sonnolenza dei discepoli era non solo il problema di quel momento, ma è il problema di tutta la storia.

La questione è in che cosa consiste questa sonnolenza, in che cosa consisterebbe la vigilanza alla quale il Signore ci invita. Direi che la sonnolenza dei discepoli lungo la storia è una certa insensibilità dell’anima per il potere del male, un’insensibilità per tutto il male del mondo. Noi non vogliamo lasciarci turbare troppo da queste cose, vogliamo dimenticarle: pensiamo che forse non sarà così grave, e dimentichiamo.

E non è soltanto insensibilità per il male, mentre dovremmo vegliare per fare il bene, per lottare per la forza del bene. È insensibilità per Dio: questa è la nostra vera sonnolenza; questa insensibilità per la presenza di Dio che ci rende insensibili anche per il male. Non sentiamo Dio – ci disturberebbe – e così non sentiamo, naturalmente, anche la forza del male e rimaniamo sulla strada della nostra comodità.

L’adorazione notturna del Giovedì Santo, l’essere vigili col Signore, dovrebbe essere proprio il momento per farci riflettere sulla sonnolenza dei discepoli, dei difensori di Gesù, degli apostoli, di noi, che non vediamo, non vogliamo vedere tutta la forza del male, e che non vogliamo entrare nella sua passione per il bene, per la presenza di Dio nel mondo, per l’amore del prossimo e di Dio.

Poi, il Signore comincia a pregare. I tre apostoli – Pietro, Giacomo, Giovanni – dormono, ma qualche volta si svegliano e sentono il ritornello di questa preghiera del Signore: “Non la mia volontà, ma la tua sia realizzata”. Che cos’è questa mia volontà, che cos’è questa tua volontà, di cui parla il Signore? La mia volontà è “che non dovrebbe morire”, che gli sia risparmiato questo calice della sofferenza: è la volontà umana, della natura umana, e Cristo sente, con tutta la consapevolezza del suo essere, la vita, l’abisso della morte, il terrore del nulla, questa minaccia della sofferenza. E lui più di noi, che abbiamo questa naturale avversione contro la morte, questa paura naturale della morte, ancora più di noi, sente l’abisso del male.

Sente, con la morte, anche tutta la sofferenza dell’umanità. Sente che tutto questo è il calice che deve bere, deve far bere a se stesso, accettare il male del mondo, tutto ciò che è terribile, l’avversione contro Dio, tutto il peccato. E possiamo capire come Gesù, con la sua anima umana, sia terrorizzato davanti a questa realtà, che percepisce in tutta la sua crudeltà: la mia volontà sarebbe non bere il calice, ma la mia volontà è subordinata alla tua volontà, alla volontà di Dio, alla volontà del Padre, che è anche la vera volontà del Figlio.

E così Gesù trasforma, in questa preghiera, l’avversione naturale, l’avversione contro il calice, contro la sua missione di morire per noi; trasforma questa sua volontà naturale in volontà di Dio, in un “sì” alla volontà di Dio. L’uomo di per sé è tentato di opporsi alla volontà di Dio, di avere l’intenzione di seguire la propria volontà, di sentirsi libero solo se è autonomo; oppone la propria autonomia contro l’eteronomia di seguire la volontà di Dio. Questo è tutto il dramma dell’umanità. Ma in verità questa autonomia è sbagliata e questo entrare nella volontà di Dio non è un’opposizione a sé, non è una schiavitù che violenta la mia volontà, ma è entrare nella verità e nell’amore, nel bene. E Gesù tira la nostra volontà, che si oppone alla volontà di Dio, che cerca l’autonomia, tira questa nostra volontà in alto, verso la volontà di Dio.

Questo è il dramma della nostra redenzione, che Gesù tira in alto la nostra volontà, tutta la nostra avversione contro la volontà di Dio e la nostra avversione contro la morte e il peccato, e la unisce con la volontà del Padre: “Non la mia volontà ma la tua”. In questa trasformazione del “no” in “sì”, in questo inserimento della volontà creaturale nella volontà del Padre, Egli trasforma l’umanità e ci redime. E ci invita a entrare in questo suo movimento: uscire dal nostro “no” ed entrare nel “sì” del Figlio. La mia volontà c’è, ma decisiva è la volontà del Padre, perché questa è la verità e l’amore.

Un ulteriore elemento di questa preghiera mi sembra importante. I tre testimoni hanno conservato – come appare nella Sacra Scrittura – la parola ebraica o aramaica con la quale il Signore ha parlato al Padre. Lo ha chiamato: “Abbà”, padre. Ma questa formula, “Abbà”, è una forma familiare del termine padre, una forma che si usa solo in famiglia, che non si è mai usata nei confronti di Dio. Qui vediamo nell’intimo di Gesù come parla in famiglia, parla veramente come Figlio col Padre. Vediamo il mistero trinitario: il Figlio che parla col Padre e redime l’umanità.

Ancora un’osservazione. La lettera agli Ebrei ci ha dato una profonda interpretazione di questa preghiera del Signore, di questo dramma del Getsemani. Dice: queste lacrime di Gesù, questa preghiera, queste grida di Gesù, questa angoscia, tutto questo non è semplicemente una concessione alla debolezza della carne, come si potrebbe dire. Proprio così realizza l’incarico del Sommo Sacerdote, perché il Sommo Sacerdote deve portare l’essere umano, con tutti i suoi problemi e le sofferenze, all’altezza di Dio. E la lettera agli Ebrei dice: con tutte queste grida, lacrime, sofferenze, preghiere, il Signore ha portato la nostra realtà a Dio (cfr. Eb 5, 7ss). E usa questa parola greca “prosferein”, che è il termine tecnico per quanto deve fare il Sommo Sacerdote per offrire, per portare in alto le sue mani.
Proprio in questo dramma del Getsemani, dove sembra che la forza di Dio non sia più presente, Gesù realizza la funzione del Sommo Sacerdote. E dice inoltre che in questo atto di obbedienza, cioè di conformazione della volontà naturale umana alla volontà di Dio, viene “perfezionato” come sacerdote. E usa di nuovo la parola tecnica per ordinare sacerdote. Proprio così diventa realmente il Sommo Sacerdote dell’umanità e apre così il cielo e la porta alla risurrezione.

Se riflettiamo su questo dramma del Getsemani, possiamo anche vedere il grande contrasto tra Gesù con la sua angoscia, con la sua sofferenza, in confronto con il grande filosofo Socrate, che rimane pacifico, senza perturbazione davanti alla morte. E sembra questo l’ideale.

Possiamo ammirare questo filosofo, ma la missione di Gesù era un’altra. La sua missione non era questa totale indifferenza e libertà; la sua missione era portare in sé tutta la nostra sofferenza, tutto il dramma umano. E perciò proprio questa umiliazione del Getsemani è essenziale per la missione dell’Uomo-Dio. Egli porta in sé la nostra sofferenza, la nostra povertà, e la trasforma secondo la volontà di Dio. E così apre le porte del cielo, apre il cielo: questa tenda del Santissimo, che finora l’uomo ha chiuso contro Dio, è aperta per questa sua sofferenza e obbedienza. [...]

giovedì 21 aprile 2011

La Settimana Santa neocatecumenale

Oggi è giovedì Santo e, se ripropongo lo stesso tema dell'anno scorso arricchito di alcune riflessioni, è perché nel frattempo tutto è rimasto immutato e il cammino ha mantenute intatte le sue prassi particolari e scisse dalla comunione ecclesiale richiesta in più occasioni dal Papa. Tuttavia questa è la realtà e mi pare giusto parlarne.


Mi rivolgo, in particolare, a quelli che si accingono a vivere le celebrazioni della Settimana Santa, che in molti casi si svolgeranno in luogo non consacrato e senza la presenza di un sacerdote. Ricordiamoci che il giovedì Santo, nelle Messa in coena Domini, si ricorda l'istituzione dell'Eucaristia e quella del sacerdozio. È noto che 'pro forma' i responsabili delle comunità invitano tutti a partecipare anche alle celebrazioni in parrocchia, ma nel caso in cui si rendesse necessaria una scelta danno la chiara indicazione di preferire le celebrazioni in comunità. A questo riguardo mi limito ad osservare che chi lavora e/o ha famiglia difficilmente riesce ad essere presente a due celebrazioni nello stesso giorno e poi non si vede il perché si debba essere costretti a scegliere tra due celebrazioni diverse... dov'è la comunione ecclesiale richiamata dal Papa il fatidico 10 gennaio? Perché, soprattutto questi giorni definiti "Santi" devono essere occasione dell'ennesima lacerazione del tessuto ecclesiale?

Una ragione c'è e risiede nel fatto che nel cammino NC si consumano riti che hanno caratteristiche e significati esclusivamente comunitari, senza nessun legame con i riti della Chiesa: giovedì e venerdì santo, mentre ancora i fedeli sono in chiesa e defluiscono lentamente da essa e mentre molti altri sostano per l'adorazione del santissimo sacramento o per l'adorazione della croce, gli aderenti al cammino NC si mobilitano per preparare le loro sale per fare delle celebrazioni parallele della lavanda dei piedi e del venerdì santo. Cose simili accadono anche il giorno delle ceneri: mai partecipano all'imposizione delle ceneri fatta in chiesa, ma nel corso di una penitenziale, inseriscono questo rito. Per non parlare delle comunità che si riuniscono a celebrare per tutto il tempo di pasqua in veste bianca, alla sera, di nascosto...

La lavanda dei piedi neocatecumenale

Nelle comunità la lavanda dei piedi è eseguita dal responsabile assieme all'ostiario che li asciuga.. Ogni comunità la celebra per conto suo (una delle tante cose de facto e non de iure rispetto allo statuto). Dopo che il responsabile ha lavato i piedi a tutti i fratelli della sua comunità, chiunque abbia un giudizio verso un fratello gli lava i piedi per chiedere perdono!

Essa non è inserita in una celebrazione eucaristica, perciò il sacerdote non c'è, o comunque non è strettamente necessario. Deve essere il capo responsabile a lavare i piedi ai fratelli, proprio per il servizio che svolge in comunità, che lo porta ad essere servo degli altri. È un segno che in apparenza è simile a quanto fatto da Gesù, in realtà è una scimmiottatura grottesca, a cui viene anche dato il significato di riconciliazione tra i fratelli. Dopo che il responsabile ha lavato i piedi a tutti, i fratelli liberamente lavano i piedi prima al coniuge e poi alle persone con cui c'è stato qualche contrasto. Così una testimonianza: "E qui inizia il grottesco: quando qualcuno ti viene a lavare i piedi cominci a chiederti 'ma che cosa gli avrò fatto, o forse avrò detto qualcosa che l'ha offeso'; oppure succedeva che si andava a lavare i piedi e si diceva: 'scusa sai, non ce l'ho con te, ma non so a chi lavare i piedi." [La differenza non è banale: cfr. nell'immagine la Lavanda dei piedi del Papa nel corso della Messa in Coena Domini dello scorso anno]

E poi c'è l'aspetto, anche questo tenuto un po' nascosto e quindi pericoloso, della riconciliazione tra le persone che non è solo semplicemente un segno simbolico (come nella messa lo scambio della pace col vicino), ma diventa quasi un sacramentale, perchè il gesto viene ripetuto nella sua completezza (ci si lava veramente i piedi), e quindi si tende a ritenere che sia quello il gesto che mi riconcilia veramente con il fratello, rendendo quindi la confessione personale, e l'eventuale penitenza, qualcosa di secondario rispetto al 'segno forte' celebrato in comunità.

I NC obietteranno che si legge il vangelo di Giovanni, il che è vero, e che ci si attiene a quanto sta scritto lì. Ma in realtà è una autocelebrazione della comunità (quasi sempre senza sacerdote, e quando possibile nelle case private), per mettere in evidenza il peccato e il fango dell'uomo, e poi autoassolversi l'un l'altro con un gesto di apparente umiltà. Si fa quello che ha fatto Gesù per dire che in fondo non abbiamo più bisogno di Lui, che possiamo perdonarci da soli. Vuoi mettere l'ebbrezza di ripetere, da laici, quello che ha fatto Gesù e che nella Chiesa lo può fare solo il sacerdote durante la celebrazione eucaristica, che oltretutto rievoca l'istituzione dell'Eucaristia?

Che senso ha fare una celebrazione privata del genere, senza il sacerdote, e con significati propri che abbiamo analizzato, proprio mentre tutti gli altri cristiani sono in Chiesa a celebrare l’istituzione dell’Eucaristia e del Sacerdozio? Vogliamo rispolverare per chi non l'avesse ancora letta una nostra riflessione, riportata di seguito.

Dietro la Lavanda dei piedi neocatecumenale, c'è l' interpretazione letterale, ma non ecclesiale, di Giovanni 13. È con tale interpretazione che si "giustifica" il rito della Lavanda ripetuto in celebrazione assolutamente privata da ogni comunità dopo un paio di anni di cammino.

Ma, a prescindere dalla celebrazione privata (un'altra ritualità anomala dei NC, perché la Chiesa la fa il giovedì Santo, nelle Chiese consacrate, ricordando l'istituzione dell'Eucaristia), è evidente che nel "venne a servirli" citato da Kiko Arguello anche nella lettera al Papa c'è il senso della "lavanda dei piedi" che lui enfatizza nell'Eucaristia e se ne può intuire il perché: perché è l'unico accenno ad un'azione di Gesù nella Cena del Vangelo di Giovanni, mentre la formula della Consacrazione del Pane e del vino [a cui peraltro Kiko dà una diversa interpretazione: "Nelle comunità portiamo avanti infatti una catechesi basata sulla Pasqua ebrea, con il pane azzimo a significare la schiavitù e l’uscita dall’Egitto e la coppa del vino a significare la Terra promessa" (!?)] è contenuta solo nei sinottici e nella lettera ai Corinzi (in Giustino ecc.)... Eccoci dunque ancora una volta al malinteso ritorno alle origini e sempre nell'interpretazione letterale di una parte di un vangelo trascurandone altre nonché altri elementi essenziali della stessa:

  1. lo stesso Giovanni non fa altro che parlare del "pane vivo disceso dal cielo" e "chi non mangia di questo pane e non beve di questo sangue...", mentre il Signore ci ha consegnato la formula Consacratoria: "questo è il mio corpo...", "questo è il mio sangue..." con la quale ci ha consegnato Sé stesso, Vivo e Vero, fino alla fine dei tempi...
  2. Il vangelo di Giovanni è stato l'ultimo vangelo redatto, quando nelle comunità la fractio panis era già consolidata e non c'era bisogno di parlarne esplicitamente, tanto più che del Corpo del Signore come pane e del Sangue come bevanda della nuova alleanza (formula della Consacrazione) ne parla a iosa... “Perciò Gesù disse loro: In verità, in verità io vi dico che se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete la vita in voi.” (Gv 6)
  3. La Chiesa la celebra il Giovedì Santo, giorno del Triduo Pasquale dedicato all'istituzione dell'Eucaristia e, per la Chiesa, la "lavanda dei piedi" oltre ad introdurre al discepolato, simboleggia il 'lavacro' operato dal Sacramento della Riconciliazione, ma soprattutto l’istituzione del Sacerdozio Ministeriale. Cos'è che "giustifica " il rito della Lavanda ripetuto in celebrazione assolutamente privata da ogni comunità neocatecumenale dopo un paio di anni di cammino e per di più celebrato DA LAICI? Soltanto la rivalutazione tutta protestante del sacerdozio battesimale rispetto a quello ordinato, la celebrazione di un rito di “iniziazione” al discepolato, un rito di assoluzione intracomunitaria!
  4. La verità non detta esplicitamente ma da noi più volte ribadita è che Kiko e Carmen si sono fermati alla "lavanda dei piedi", che è appunto un rito di iniziazione, detto "di inversione" che introduce al discepolato. Questo è il vero significato della ritualità anomala operata a due anni d'inizio del cammino ed è anche il vero senso dello "stare seduti" a mensa durante l'Eucaristia - detto anche nella lettera al Papa - mentre Cristo passa a "servirli"!!!! Attualmente, dopo lunghe 'trattative' precedenti l'approvazione degli statuti (come se la liturgia potesse essere oggetto di trattative), si alzano in piedi al momento della comunione; ma non è cambiata l'interpretazione di quelle che per il cattolicesimo sono le Sacre Specie. Durante la Veglia Pasquale dello scorso anno, nella Chiesa di S. Petronio a Bologna, la comunione è stata fatta da seduti! Ed il fenomeno è ben più diffuso: le ragioni possono attendibilmente spiegarsi con la conclusione della seguente testimonianza:
  5. Kiko sostiene che nel Cammino l’Eucarestia sia il punto fondamentale, tanto da porlo come primo elemento del tripode del cristiano. Inoltre viene fatta all’inizio del Cammino una monumentale catechesi (creduta cattolica da chi la ascolta) sull’Eucarestia e sulla storia dell’evoluzione liturgica (o forse sarebbe meglio dire che secondo Kiko trattasi di “involuzione della Messa cattolica”). Ma quello a cui non si fa sovente caso è che la prima parte di questa catechesi, trattata da Carmen, è tutta rivolta a tentare di identificare il Santo Sacrificio eucaristico con il Seder pasquale ebraico: se la si legge con pazienza si vede come Carmen ripercorra tutte le fasi del Seder pasquale ebraico, tentando di metterle in parallelo con le varie parti della Messa Cattolica, pretendendo di concludere affermando che Cristo non fece niente altro che la cena ebraica, nella quale inserì il Suo Corpo e il Suo Sangue. Semplifico molto per ragioni di lunghezza.
    Le recenti parole di Kiko: "Nelle comunità portiamo avanti infatti una catechesi basata sulla Pasqua ebrea, con il pane azzimo a significare la schiavitù e l’uscita dall’Egitto e la coppa del vino a significare la Terra promessa" (!?) – confermano quanto appena detto.
    E qui si spiega una cosa incredibile: come mai proprio nella sera dell’istituzione dell’Eucarestia, il Cammino Neocatecumenale NON FA MEMORIALE dell’istituzione eucaristica, che Kiko considera una parte irrinunciabile per una “iniziazione cristiana”?
    Come mai, più che in ogni altro giorno dell’anno, il Cammino non celebra nel Giovedì Santo una grande Eucarestia, in pompa magna, come fanno loro, piena di luci, di canti, di balli, per rendere grazie al Signore per la liturgia che ha donato alla Chiesa? Non certamente per non intaccare la comunione ecclesiale (inesistente) con i riti pasquali della parrocchia! Non certamente per farsi scrupolo di distaccarsi dalla pastorale universale!
    Tutti i sabati che ha fatto Dio i neocatecumenali non si fanno scrupolo di celebrare la loro Eucarestia separatamente dal resto della parrocchia, men che meno fa eccezione la Veglia pasquale! Perché allora il Giovedì Santo no? La risposta la da Kiko: "portiamo avanti infatti una catechesi basata sulla Pasqua ebrea…"
    A Kiko non interessa nulla della Santa Eucarestia cattolica, istituita da nostro Signore, né di celebrarne l’istituzione, perché lui predica e fa celebrare niente altro che il Seder ebraico! L’eucarestia del Cammino Neocatecumenale non è la Santa Messa della Chiesa, ma solo la caricatura di una Pasqua ebrea (un Novus Ordo ulteriormente rivisitato), in cui le sacre specie vengono cabalisticamente sfruttate per intraprendere il viaggio “divinizzante” che si fa lasciandosi trasportare dal “Carro di fuoco” (non è così che Kiko definisce l’Eucarestia? Il “Carro di fuoco”?)
    Inoltre: il fatto di rimanere seduti, senza andare in processione per ricevere l’Eucarestia, non si riferisce solo alla parola escatologica in cui “il Signore li farà sedere e passerà a servirli”, ma riguarda appunto l’atteggiamento cabalista di vivere l’evento pasquale: chi conosce l’opera del cabalista Nadav Crivelli sa che costui scrive che per sperimentare il Mà Ase’Merkavà, cioè per intraprendere il viaggio sul “Carro di fuoco” occorre farlo DA SEDUTI.Inquietante, no?
  6. Resta assodato che il fatto che le comunità celebrano la ritualità separatamente dalla parrocchia e ognuna per proprio conto è strumentale per cementare la comunità, Ricordiamo ancora una volta come anche in questo caso si tratta di un cemento solo orizzontale, che non è vera comunione (che si fonda nel Signore ed è fatta unicamente da Lui) ma risponde a leggi psicologiche e non spirituali. Se c'è però qualcosa che affonda le sue radici nell'ordine spirituale, ricordo che non si tratta di una spiritualità cattolica e questo basterebbe per mettere in allarme non solo teologi e liturgisti, ma anche persone credenti che hanno assimilato e vivono la Rivelazione Apostolica che è di natura Soprannaturale e non è "fatta da mano d'uomo"...

La conclusione di tutto ciò è quella di fondo, già richiamata nel titolo: al di là delle ineludibili implicazioni teologiche e spirituali, che fine fa in tutto questo la comunione ecclesiale?

Infine, i riti del Giovedì e del Venerdì Santo, nel cammino vengono giudicati (ed ecco il prevalere della sensazione personale, sul significato serio e profondo della solenne liturgia cattolica) "più suggestivi ed intimi": ovvio, sono fatti separatamente per ogni comunità, proprio per cementare lo spirito comunitario e stringere sempre più i vincoli e gli afflati comunitari, ma non corrispondono ai significati della liturgia cattolica e soprattutto mancano totalmente di cattolicesimo, proprio nel senso di 'universalità', a prescindere appunto dalle altre considerazioni teologiche e liturgiche che non non sono certo elementi secondari... e rappresentano comunque momenti di vita ecclesiale rigorosamente 'separati' e quindi fuori dalla comunione ecclesiale, anche durante un tempo liturgico 'forte' come quello della Settimana Santa...