venerdì 26 febbraio 2010

Un tuffo nella Speranza cristiana, nel Getzemani della Chiesa

Stavo leggendo una recente riflessione di Don Curzio Nitoglia e vorrei condividere questo brano, seguito da una mia meditazione, conseguente: 
Per quanto riguarda questa “notte oscura” che è la crisi che attraversa l’elemento umano (“in membris et in Capite”) della Chiesa, dobbiamo rifarci all’Ecclesiaste, tutto passa, tutto è vacuo, solo Dio e ciò che è divino resta. Davanti al male agire e al falso insegnamento che ci frastorna da cinquanta anni, occorre non farsi ingannare, illudere e incantare. Bisogna una buona dose di dis-incanto. “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo” come se fosse una divinità, tutto è caduco, uomini e strutture, tranne Dio e la sua Chiesa nel suo elemento divino, il quale può essere supportato da un supposito umano deficiente, vacuo, vano e caduco, proprio come succede dal 1958 sino ad oggi. Onde bisogna ripetere la giaculatoria di Salomone: “vanità delle vanità, tutto è vanità”. Tutto è inconsistente, e un nulla di fronte all’Essere stesso sussistente. Non lasciamoci turbare l’anima e la dolce presenza di Dio in noi, mediante la grazia santificante, dagli avvenimenti vacui, vani e inconsistenti di questo mondo creato. Tale “crisi” si riflette su ogni anima e istituzione umana o ecclesiale, quindi, non dobbiamo meravigliarci di nulla, illuderci di niente, ma dis-illuderci, dis-incantarci. Sappiamo che “le porte dell’inferno non prevarranno” contro la Chiesa di Roma alla quale soltanto è stata promessa l’indefettibilità. Onde non attribuiamola a nessun altra persona o istituzione umana, civile o ecclesiastica. 
Come è importante rimanere saldi, nonostante la tempesta, qualunque tipo di tempesta ci veda coinvolti in tutti gli ambiti della nostra vita! Solo la casa costruita sulla roccia, la nostra Roccia, che è il Signore Gesù, può riuscire a resistere... Poi ognuno "trova gli elementi della sua vita negli apporti che, attraverso canali spesso ignoti, gli vengono dai mondi fraterni di cui a volte, tuttavia, conosce appena il nome o il sito. Con la coscienza di questi scambi, di questa incessante circolazione, io mi apro alla Speranza", come dice Gabriel Marcel, che esprime la Speranza cristiana in questi termini: « potremmo dire che la speranza è essenzialmente la disponibilità di un'anima così intimamente impegnata in una esperienza di comunione da compiere l'atto trascendente in contrasto con il volere e con il conoscere, mediante il quale essa afferma la perennità vivente di cui questa esperienza offre insieme il pegno e le primizie ». 
Importanti sono questi elementi: 
- "esperienza di comunione", innanzittutto con il Signore che, sola, rende autentiche e vive le nostre relazioni
- "intimo impegno" colto nel dinamismo di un'esperienza di
- un'"anima": essenziale della Speranza è la "disponibilità": non una disponibilità qualunque, cieca e disattenta, ma quella di un'anima: cioè di una creatura umana nell'esercizio più proprio e più pieno della sua natura: quello delle facoltà che la costituiscono immagine del Creatore.
- L'anima è "così impegnata in una esperienza di comunione da compiere l'atto trascendente ....". Quanto più intensa e più autentica è la disponibilità e quindi quanto più è intenso l'atto di comunione, tanto è trascendente la natura dell'atto: il gesto l'azione con cui trascendo, vado al di la dei limiti particolaristici della mia soggettività, della mia realtà particolare. E' un superare se stessi senza bypassare le difficoltà. Più intima è la comunione, più l'atto di trascendenza è tale da sconfiggere l'evidenza e le naturali inclinazioni, acquista spessore e profondità infiniti.
- L'atto è "in contrasto con il volere ed il conoscere": due ali, due facoltà tipiche di un essere dotato di ragione. Significa sacrificio della nostra prospettiva particolaristica, cioè in contrasto con quello che vorremmo dal punto di vista della nostra utilità più immediata, della nostra particolare attesa, continuando a sperare anche al di là della conoscenza di ragioni per le quali non ci sarebbe nessun motivo per sperare.
- "... atto trascendente, mediante il quale essa afferma la perennità vivente di cui questa esperienza offre insieme il pegno e le primizie". Afferma è quasi una testimonianza, è più che una testimonianza: è accogliere in sé la perennità vivente.
Questa espressione rafforza la percezione di esperienza in corso, non conclusa, quel movimento temporale di apertura di perennità, di avventura mai compiuta, non un passare amorfo del tempo. Intuiamo la connessione qualitativa di ogni attimo, non pura descrizione di un attimo accanto all'altro. Quando si è disperati le azioni si slegano, non hanno il loro principio organizzativo e possiamo solo considerarle in se stesse e non vederle inserite in un tema unitario. Invece la vita di chi spera è un fluire armonioso: note... pause... con acuti solenni e bassi profondi... tutto lo svolgersi del vivere diventa la nostra particolare variazione intorno ad un tema musicale generale. Sperare è un prendere partito per il futuro nella consapevolezza del domani: sapere (non scienza, ma sapere: intuizione di profondità inesprimibili) di avere un futuro, oppure che non abbiamo più nulla da sapere.
La speranza comporta una maturità: non rimanere schiavi del momento, sopraffatti dalle circostanze, ma vedere le cose in una prospettiva aperta, non tanto in attesa di qualcosa di determinato, ma in atteggiamento di apertura su una realtà in svolgimento, su un significato, sul Mistero che continuamente si rivela e non si trova mai nelle sue epifanie che non esauriscono la nostra realtà profonda. L'uomo che spera è un uomo in cammino che guarda fiduciosamente davanti a sé. Perciò la connessione tra speranza e fede e molto stretta: non si può sperare senza credere in Dio e quindi affidarsi a Lui e ciò non è possibile senza fare della Sua onnipotenza e della Sua misericordia la ragione ultima della nostra speranza. Elemento traente della mia vita è Chi mi attende nella pienezza dei tempi: Cristo, già ora pegno e primizia, anticipazione. Da questa attesa della pienezza dei tempi scaturisce un rapporto originale della coscienza col tempo. Infatti la disperazione è in un certo senso la coscienza del tempo chiuso; la speranza si presenta invece come apertura nel tempo e allora il tempo, anziché chiudersi sulla coscienza, e come se lasciasse passare qualcosa attraverso di sé.
Questo è l'itinerario segreto di una vita piena di senso. Riusciremo a viverlo nella "notte oscura", nel "Getsemani" che la nostra Chiesa sta attraversando e noi con lei?

5 commenti:

mic ha detto...

quando finisce la speranza umana, comincia quella cristiana

mic ha detto...

Tale “crisi” si riflette su ogni anima e istituzione umana o ecclesiale, quindi, non dobbiamo meravigliarci di nulla, illuderci di niente, ma dis-illuderci, dis-incantarci. Sappiamo che “le porte dell’inferno non prevarranno” contro la Chiesa di Roma alla quale soltanto è stata promessa l’indefettibilità. Onde non attribuiamola a nessun altra persona o istituzione umana, civile o ecclesiastica.

saggio e salutare consiglio!
Purtroppo c'è un movimento sedicente "iniziazione" che questa indefettibilità se la attribuisce da oltre 40 anni, minacciando addirtittura di dannazione chi lo abbandona...
per ora queste porte hanno prevalso e stanno prevalendo, non c'è alcun dubbio; c'è solo sperare in Colui che, solo, può salvare la Sua Chiesa nei modi e nei tempi che Lui, solo, conosce...

Nel frattempo custodiamo, non tacciamo e alimentiamo la Speranza...

gianluca cruccas ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
mic ha detto...

e sta cercando di rimpiazzare l’unico Olocausto salvifico del genere umano, quello di Gesù Cristo...

rimpiazza che ti rimpiazza: la Cena protestante in luogo della Santa e Divina Liturgia, il dialogo col mondo (impossibile conciliazione tra verità e menzogna), l'ecumenismo ad ogni costo (per cui ci si protestantizza anziché promuovere la conversione delle confessioni cristiane considerate impropriamente Chiese sorelle), il Sacrificio di Cristo bypassato ("è la risurrezione che ci guarisce"), "occorre un nuovo umanesimo" (tralasciando di dire cristiano, perché se l'umanesimo non è innestato in Cristo è solo "il Nuovo Ordine Mondiale")...

Tutte queste cose (e purtroppo altre ancora) fanno della Chiesa cattolica, qualcosa di "altro" e di "oltre", come se la Rivelazione e la Fede di Sempre fpssero state oltrepassate dal Concilio, non rinnovate, ma proprio oltrepassate e ri-formulate

jonathan ha detto...

Gesù il Suo Getsemani lo ha consumato tutto anche per noi, che qui e ora viviamo l’insensatezza del mondo e di questa Chiesa. A Gesù sarebbe bastato un solo iota dei Suoi pensieri per cambiare il corso della giustizia ingiusta degli uomini, per rimettere le cose a posto e imporre a tutti il Suo Regno. E invece no. Ha scelto di offrire la Sua Signoria sul mondo, sul tempo, sulla Storia, attraverso la perfezione della Sua obbedienza al Padre. E’ un luogo sacro il Getsemani di Gesù, perché lì entra in scena la giustizia di Dio: dove sembrava tutto perso, finito, inutile fallimento, in quell’angolo buio del mondo veniva seminato il senso stesso della nostra speranza. La giustizia di Dio funziona così, sconvolge i calcoli e le previsioni e trasfigura il buio. Beati i poveri, gli affamati…

Giuda ha puntato tutto il suo umano tormento sulla giustizia umana, sulla strategia del fare, e ha perso la scommessa. Ma se, per assurdo, avesse avuto il coraggio di credere e sperare in un Dio solo e crocifisso, e di consegnare il suo cuore affannato a Lui, sarebbe stato forse il più ardente degli Apostoli. Il coraggio della speranza l’avrebbe fatto santo.

E allora, sarà colpa o merito del concilio, colpa o merito di questo o quel Papa, sarà che piove governo ladro, ma insomma, se questo è il Getsemani della Chiesa, questo è il momento di perseverare. Nella fedeltà e nell’obbedienza. Perché a salvarci dal buio ci pensa Lui.