martedì 10 febbraio 2009

La grande guerra del Concilio

Reinserisco alcuni brani del lunghissimo articolo già proposto da Steph. Chi volesse consultarlo integralmente può prelevarlo dalla "Documentazione" del Sito

La grande guerra del Concilio.
Alla ricerca della continuità evolutiva del Vaticano II tra interpretazioni ufficiali e forzature "neoteriche".
di Mons. Brunero Gherardini

Proprio così: "la grande guerra del Concilio". E forse anche al Concilio. Lo dichiara o lo lascia capire Maurizio Crippa dalla prima pagina de "Il Foglio" (XII, n. 266), interamente dedicata all'argomento; e rincara la dose: "la più ponderosa battaglia culturale del Novecento". Si riferisce al convegno celebrato ad Ancona il 10 nov. 2007, per iniziativa del Centro Studi "Oriente Occidente" sul filosofo e filologo svizzero Romano Amerio, ben noto per la sua opera principale Jota unum (1985). Chi avesse osato citare anche solo occasionalmente "Jota unum" o il successivo "Stat veritas", uscito subito dopo la morte dell'Autore (1997), avrebbe corso il rischio d'esser additato al pubblico ludibrio.

Con un linguaggio un po' aulico ma anche con indubbia preparazione filosofica, filologica e teologica, Amerio aveva messo il dito sulla piaga più scottante del momento: la rottura che i "neoterici" [portatori di un "nuovo pensiero"], come lui chiamava gli'innovatori del Vaticano II, avevan operato ai danni della Tradizione. Era, la sua, un'opera di paziente analisi dell'innovazioni avventatamente introdotte, dei forzati cambiamenti di senso, degli errori evidenti e di quelli più sotterranei ma non per questo meno pericolosi; insomma, un'aperta e coraggiosa denuncia. Un immediato successo, poi un silenzio di tomba. E chi si provava a far della denuncia l'oggetto d'un dibattito serio e responsabile, veniva bollato, con superficiale indelicatezza e mancanza di carità, come anticonciliare.


Una mazzolata. Se non che, oggi anche Amerio potrebbe dire: "Post fata resurgo". Nel 2005 fu al centro d'un convegno a Lugano (i cui Atti son già di pubblico dominio) su "L'umanista, il luganese, il cattolico"; e sempre in quell'anno comparve una sua biografia. È annunciata per il 2008 una nuova edizione di Jota unum. E gli Atti del convegno d'Ancona son già sotto i torchi della benemerita editrice "Fede & Cultura".


Come se non bastasse, "L'Osservatore Romano", "La Civiltà Cattolica" ed uomini di vertice sembrano avallare il convincimento di Divo Barsotti sull'opportunità di fa cadere un tabù a difesa "d'un vero cristiano". Su questo vero cristiano, ecco il convegno d'Ancona. Ed ecco pure, all'interno di esso, la netta presa di posizione di S.E. Rev.ma Mons. Agostino Marchetto il quale, senza mai nominar Amerio, passa al vaglio le idee dei "neoterici" bolognesi e ne fa polpette. Distrugge, cioè, le conclusioni della scuola fondata da Dossetti (anche a me nota, per averne frequentato da giovanissimo il Centro di Documentazione, dove trovavo ciò che non trovavo altrove su Lutero e la Riforma) e diventata con Alberigo, Melloni ed altri una centrale potentissima dell'avanguardismo cattolico. Il condensato di codesto avanguardismo, ammantatosi di dignità conciliare, si sprigiona da ogni pagina della monumentale storia del vaticano II (specie del V volume) a cura di Giuseppe Alberigo, dove il Vaticano II è studiato, analizzato e descritto non solo come la zona di confine fra un cattolicesimo di tradizione, di dogmi e di canoni ed un cattolicesimo propulsivo, acculturato e comunionale, ma come la forza dirompente che neutralizza il primo ed inaugura il secondo. In realtà, nella serrata critica di Mons. Marchetto non c’è nulla di nuovo; tutto era già stato detto, papale papale, a varie riprese in articoli e studi poi confluiti nei due grossi volumi: Chiesa e papato nella storia e nel diritto, Vaticano 2002 e Il Concilio Ecumenico Vaticano II, ivi 2005. La sua stella è la Tradizione; e la chiave di lettura della Tradizione stessa e di tutto quanto si muove nella storia è il metodo critico. C’è in lui un piglio battagliero, non disgiunto dalla gioia di rimetter le cose nella loro giusta prospettiva; incarna il “felix qui potuit rerum cognoscere causas” (1).

Ciò che oggi colpisce è non solamente e soprattutto l’ermeneutica conciliare della continuità-discontinuità. Pure il Papa ne ha parlato alla Curia Romana il 22 dicembre 2005. Non mi consta che i “neoterici” abbian cambiato convinzione. Una riaffermazione così perentoria della perenne attualità ed immutato valore della Tradizione era, fin a poco fa, quasi impensabile. Che il Concilio fosse presentato nella linea della continuità evolutiva o in quella d’una netta contrapposizione al passato, l’interesse veniva con forza richiamato dalle “novità” conciliari. D’accordo, “aliter tamen ac taliter”, per motivi nettamente diversi, non impedendo gli uni la preferenza del passato nel presente, precludendola gli altri. Ma, in pratica, il discorso si fermava sul nuovo o perché in esso confluiva l’impeto inarrestabile della pastoralità conciliare, o perché esso costituiva il voltafaccia conciliare al primato verticistico, intellettualistico, giuridico.

[...] In quella che ho chiamato interpretazione ufficiale si nascondeva un difetto che, comprensibilmente ma non legittimamente, contagiava la produzione storico-teologica, o almeno quanti, fra storici e teologi, più che della ricerca sulle rispettive fonti, si preoccupavano di riecheggiar il Vaticano II e la sua ufficiale volgata. Un grave difetto, a mio modesto parere: non senza qualche rara eccezione, si giustificava il Vaticano II riproponendolo. Lo stesso difetto si nota nella volgata opposta, alla quale S.E. Mons. Marchetto ha sbarrato la strada, guadagnandosi la stima e la gratitudine di chi né s’entusiasmava alla richiesta d’un Vaticano III, né supinamente accettava la riduzione del II ad una funzione di rottura.

... Almeno due volte, nell’immediato postconcilio, mi ritrovai gomito a gomito col prof. Alberigo, da poco scomparso, a discutere di collegialità, “Nota explicativa praevia” ed ecumenismo. Alberigo aveva sposato la politica detta allora “del carciofo” per ridurre ai minimi termini, foglia dopo foglia, il primato del Romano Pontefice e la sua infallibilità “ex cathedra”, le prerogative della Chiesa e del suo Magistero. In me non poca meraviglia suscitava la “personale infallibilità” del Professore nell’imporre la sua interpretazione, ch’era poi un progetto: sostituire alla Chiesa della dottrina, del magistero e della compattezza unilaterale una Chiesa della comunione. E – ovviamente – della libertà.

... Nessuno può negare che il Vaticano II sia stato grande: un Concilio che allinea nell’Aula conciliare oltre 2540 vescovi, 42 uditori laici e 90 osservatori non cattolici (2), ed allarga il proprio orizzonte su quasi tutte le tematiche teologico-culturali del momento, non è una bagatella. Ma proprio questo Concilio, e per sua diretta confessione, rinunzia ad incidere dottrinalmente sul mondo contemporaneo, dichiarando che il valore dogmatico dei propri asserti è quello delle singole verità precedentemente definite, cui tali asserti si riferiscano. Tutto il resto va sotto l’etichetta “pastorale”, ovvero dell’adattamento, dell’inculturazione, del dialogo: insomma di ciò che formalmente è altro rispetto al dogma e alla dottrina.

Stando così le cose, non sembra corretto continuar ad esaltare oltre il dovuto il valore “dottrinale” del Vaticano II. C’è di più. Io pure penso che l’unica chiave di lettura del Vaticano II sia quella della continuità evolutiva. È possibile esprimerla in vari modi, ma il concetto dovrebbe restar sempre quello del valore tradizionale che s’affaccia sulla soglia del presente, concorre ad illuminare e risolverne i problemi e prepara il futuro.

... Non solo i “neoterici”, ma gli stessi commentatori di tutt’altro sentire annuivano alla tesi della cattolicità allargata e non pochi decisamente la sostenevano. Più tardi, quando lo stesso Magistero volle per almeno due volte (3) riaffermare l’identità fra Chiesa di Cristo e Chiesa cattolica, si richiamò pure – forse per addolcire la pillola e tacitare le reazioni facilmente prevedibili – al famoso “subsistit in” e non certo in senso restrittivo. Il risultato? Gli acattolici, purtroppo, videro in tutto ciò soltanto il ritorno da “in” del Vaticano II ad “est” della precedente ecclesiologia e se ne lamentarono altamente. Ma un tale lamentato ritorno è una conferma dell’innovazione conciliare circa il concetto e la portata della cattolicità.

Quanto alla collegialità, mi riferisco in particolar modo alle affermazioni di Lumen gentium 22/b, secondo le quali il Romano Pontefice ed il Collegio dei Vescovi hanno sulla Chiesa “piena suprema ed universale potestà”, che tuttavia il Pontefice “può sempre esercitare liberamente”, mentre il Collegio non può “se non consenziente il Romano Pontefice”. Non sfugge all’attenzione del lettore, e soprattutto dello studioso, l’affermazione d’un “a pari” a mala pena temperato. Introdotto da un “subiectum quoque” (è esso pure soggetto) che mette il Collegio sullo stesso piano del Papa, “l’a pari” opera un’insostenibile innovazione rispetto alla struttura piramidale della Chiesa, al concetto di Collegio di per sé sempre composto da membri di pari grado e all’assurdo d’una “potestà piena suprema universale” nelle mani di due distinti titolari.

Ad evitare che si movessero al Concilio obiezioni di tale e tanta gravità, escogitai la distinzione tra “quoque” predicativo (oltre a ciò, è anche) e “quoque” reduplicativo (è questo ma è anche altro), negando il reduplicativo a favore del predicativo, cosicchè fosse chiaro che il Collegio, nelle forme previste e definite, era “anche” partecipe, col Papa e sotto il Papa, alla piena suprema universale potestà sulla Chiesa, ma non “anch’esso” dotato di tale potestà. La conclusione, pertanto, era quella d’una collegialità intesa quale continuità dei Dodici, sotto la primazialità di Pietro e mai contro o senza di essa. Una continuità, quindi, che fa del Papa, in quanto vescovo, un membro del Collegio, ma che, in quanto vescovo di Roma, cioè in quanto Papa, lo costituisce principio e forma perfettiva del Collegio. Con questa conseguenza: non si danno nella Chiesa due soggetti di pari potestà, ma due esercizi d’una sola e medesima potestà: l’uno del Papa e l’altro del Papa con i Vescovi.

I commentatori, tuttavia, ufficiali o no, continuarono e continuano (4) ad enfatizzar una collegialità innovativa e antistorica, agganciandola a precedenti che con essa – ossia con la collegialità da loro declamata – han quasi nulla in comune. L’innovazione, per lo storico non meno che per il teologo, è evidente. Ed almeno in riferimento a tale innovazione, sia da parte di chi inneggia al Concilio-evento, sia da parte di chi inneggia invece al Concilio-continuità ed evoluzione, non si dicon cose diverse.

Resta, peraltro, incontrovertibile la posizione dei “rerum novarum cupidi” che non han mai cessato d’opporre la propria all’interpretazione ufficiale. Disponendo di mezzi ingenti, han potuto affidare la loro volgata del Vaticano II non a qualche bollettino parrocchiale – anche se va detto che in non pochi di questi bollettini, nel quotidiano della Cei ed in quasi tutt’i settimanali cattolici proprio codesta volgata trovò le porte spalancate – bensì a case editrici di grande prestigio e di non inferiore potenza economica.

... Perfino in alcuni documenti curiali il Concilio vien presentato ed esaltato indipendentemente da una sua analisi storico-scientifica. C’è in ciò una vaga analogia all’Autopistia protestante: un’autogiustificazione intrinseca ai documenti stessi, come se l’esegesi d’un testo conciliare godesse d’una sua immanente evidenza o si risolvesse nella tautologia del medesimo. Eppure, per un “esegeta” di buona volontà non mancava la possibilità di procedere sulla scorta d’una documentazione sicura. .... Peccato che il metodo critico non sia stato il punto forte dell’esegesi stampata né di quella ufficiale.

A render ancor più ingarbugliata la matassa, prima con una certa cautela, poi, specie in clima voitiliano, sempre più apertamente e spavaldamente, operò il c.d. dialogo ecumenico. Scorrendo i volumi dell’Enchiridion oecumenicum, c’è da spaventarsi: la difesa d’una verità o d’un asserto teologico cattolico sembra, quando c’è, una timida e garbata richiesta di scusa; prevalente è l’aperturismo sempre meno controllato, il cui esito, in nome del Concilio, rivela in non pochi casi il rovesciamento delle posizioni conciliari. È vero, allora, quanto Mons. Marchetto rimprovera ai progressisti, forse volutamente ignorando che, almeno in parte, anche sul versante opposto qualcuno meriterebbe il medesimo rimprovero: che cioè “la fede e la Chiesa non appaiono più coestensive con la dottrina, la quale non ne costituisce neppure la dimensione più importante…

L’adesione alla dottrina e soprattutto ad una singola formulazione dottrinale” ha ormai cessato “d’essere il criterio ultimo per discernere l’appartenenza all’Unam Sanctam”. ...


2 commenti:

mic ha detto...

A render ancor più ingarbugliata la matassa, prima con una certa cautela, poi, specie in clima voitiliano, sempre più apertamente e spavaldamente, operò il c.d. dialogo ecumenico. Scorrendo i volumi dell’Enchiridion oecumenicum, c’è da spaventarsi: la difesa d’una verità o d’un asserto teologico cattolico sembra, quando c’è, una timida e garbata richiesta di scusa; prevalente è l’aperturismo sempre meno controllato, il cui esito, in nome del Concilio, rivela in non pochi casi il rovesciamento delle posizioni conciliari

se è vero per l'ecumenismo, è altrettanto vero per una nutrita serie di aperture alla protestantizzazione della Chiesa.
Proprio l'altro ieri ho partecipato ad un battesimo nella Chiesa del S. Volto alla Magliana... entrare in una moschea mi avrebbe fatto meno impressione: un'aula sguarnita, squallida, che tutto faceva pensare tranne che ad una Chiesa su qualcosa che somigliava all'ambone c'era la riproduzione di una grade icona mariana (già qualcosa...) le pareti completamente nude, nessuna traccia di santi né di 'devozioni' (non "devozionismi") di nessun tipo, nessuna traccia del Tabernacolo, (al quale ho scoperto poi) si accedeva da un'altra entrata!?: un globo assurdo, in un angolo, appoggiato su due colonne di cemento intrecciate...
Naturalmente, bene in vista sulla cancellata esterna un grosso striscione: "Dio ti ama - Catechesi per adulti ecc." quel che sappiamo fin troppo bene...

mic ha detto...

Cari amici,
appare confortevole e foriero di speranze il fatto che, oggi, idee come le nostre comincino ad avere diritto di cittadinanza nella Chiesa e appaiano sempre di più voci illustri ad esprimerle e quindi diffonderle per chi ha orecchi per intendere e non è accecato da ideologie e dipendenze di alcun tipo: né movimentistiche, soprattutto neocat, né catto-progressiste, per intenderci...