venerdì 6 novembre 2009

Neocatecumenali. Senso del peccato e riconciliazione


Partiamo da tre testimonianze concrete che ci inseriscono nel cuore del problema senza teorizzazioni, ma direttamente dal 'vissuto', per riflettere in tutta la sua gravità e con tutta l'ampiezza consentita dai documenti neocat che citiamo, confrontati con gli insegnamenti della Chiesa. L'articolo sarà lunghissimo, ma vale la pena perché diventa una sorta di "trattato" esaustivo.
---------------------
Dice Aldo:
Per 14 anni ho vissuto nella mia ex-comunità un "gesto" che ancora oggi ho difficoltà a comprendere, mi sono sempre reso conto che era una contraddizione, oggi rileggendo i post di Gianluca mi sono venuti in mente, durante il Triduo Pasquale, vivevamo (come sempre) i doppi segni Giovedì Santo, Venerdì Santo anche la Pasqua... ma il giovedì Santo mi ha sempre turbato.. Durante la Cena Domini in Chiesa il Sacerdote/Cristo lava i piedi ai Suoi Discepoli, (quasi sempre 12 uomini che si offrivano come simbolo). In comunità io come responsabile, lavavo i piedi a tutti i fratelli (circa 40) poi si aprivano le danze, e lì cominciava andi/rivieni di tutti con tutti, .. se ci eravamo offesi durante l'anno, (io a te tu a me) fra marito e moglie, figli ai padri, cantori al responsabile dei cantori... etc. etc. un casino... Gianluca, Mic.. ma che gesto era? cosa facevamo? soprattutto "chi interpretavamo"?.. la comunità che si autoassolve? una specie di "Yom Kippur"? dov'era Cristo? attenzione a questo teatrino ho visto sottoporsi anche Sacerdoti...
Fermo restando che questi gesti "ostentati" non hanno mai portato a vere e profonde riconciliazioni.. forse sono uscito fuori tema, ma forse qualcuno di Voi può aiutarmi a capire... cosa ho fatto in questi anni... perchè io sono uno di quelli che ha ascoltato tutto quello che avete scritto e ci ho creduto...
Dice Michela:
Per rispondere ad Aldo, ho ripescato questo testo che ho scritto tempo fa all'uscita dal cammino.
La Lavanda dei piedi è una scimmiottatura: è un atto di orgoglio che permette di ripetere, da laici, quello che ha fatto Gesù e che nella Chiesa può fare solo il sacerdote durante la celebrazione eucaristica.
E poi c'è l'aspetto, anche questo tenuto un po' nascosto e quindi pericoloso,della riconciliazione tra le persone che non è solo un segno simbolico (come nella Messa lo scambio della pace col vicino), ma diventa quasi un sacramentale, perchè il gesto viene ripetuto nella sua completezza (ci si lava veramente i piedi), e quindi si tende a ritenere che sia quello il gesto che mi riconcilia veramente con il fratello, rendendo quindi la confessione personale, e l'eventuale penitenza qualcosa di secondario rispetto al 'segno forte' celebrato in comunità. I neocat dicono che si legge il vangelo di Giovanni, che è vero, e che ci si attiene a quanto sta scritto lì. Ma in realtà è una autocelebrazione della comunità, (quasi sempre senza sacerdote, e quando possibile nelle case private), per mettere in evidenza il peccato e il fango dell'uomo, e poi autoassolversi l'un l'altro con un gesto di apparente umiltà.
Si fa quello che ha fatto Gesù per dire che in fondo non abbiamo più bisogno di Lui, che possiamo perdonarci da soli.
Questa è l'impressone che ho avuto sulla lavanda dei piedi.
Dice Jonathan
Concordo con Michela, è una scimmiottatura. Il Giovedì Santo è proprio un giorno santo. Non sono certa di essere nel giusto, ma ho sempre pensato a questo giorno come al natale della Chiesa, perché natale dell'Eucarestia, del sacerdozio. Gesù si china a lavare i piedi di chi è già mondo, di coloro alle cui mani affida il proprio Corpo, il Sangue e l'Anima, Sé Stesso. Le Sue mani inchiodate saranno da allora in poi le mani dei suoi amici prediletti. Tanto amati e prediletti, che Egli stesso si china ai loro piedi per servirli.
E' Dio Carne che svela il Suo progetto d'amore senza fine.
Il Cnc svuota, snatura, svilisce questo giorno solenne. Estromette l'Eucarestia, e traduce tutto in chiave esistenziale, come sempre. Usa il Vangelo di Giovanni e lo piega ad un consumo ingenuo del Suo 'amatevi come...', attraverso gesti tanto plateali quanto insignificanti.
E questo avviene spesso, lo confermo, in ambienti privati, sale nelle quali normalmente si fanno allegre spaghettate con partitina a carte incorporata. Senza sacerdote, ovviamente.
Il Cnc dimostra così di non aver bisogno di Dio. Basta a se stesso.
------------------
Guardiamo da vicino la predicazione di Carmen Hernandez sulla riconciliazione. (Le citazioni sono prese dagli Orientamenti editi nel '72 a Madrid per le équipes di catechisti)

"Non è per parlarne alle persone tutto quel che dirò, ma perché possa servire come canovaccio, come base per gli innumerevoli problemi che possono presentarsi con le persone. Servirà ad evitare complicazioni, perché il questionario sulla Penitenza si presta a molte discussioni con le persone (p.124)".
È evidente, attraverso questa frase iniziale di Carmen, che i suoi ascoltatori si sentiranno lusingati per la confidenza loro dimostrata: sentiamoci “di casa”, iniziati nei segreti del neocatecumenato. Sono già separati e distinti dalla vil plebe, che non ha diritto di saper tutto. La stessa frase ha anche una finalità didattica, mirando a consigliare i futuri “maestri” – i catechisti – su come meglio operare.

"Non diciamo nulla alle persone di tutte queste cose; semplicemente rivalutiamo il valore comunitario del peccato, la sua natura sociale, il potere della Chiesa, ecc. (p.137)"
Perché il segreto? Perché ella è consapevole che la dottrina che espone è contraria a tutto quello che ha sempre insegnato la Chiesa cattolica e che i cattolici in genere conoscono. Il segreto del neocatecumenato deriva dalla consapevolezza dei suoi responsabili di predicare una dottrina che non è cattolica.

"La Chiesa primitiva considerava peccato mortale quasi unicamente l’apostasia, ossia, la negazione del cammino o l’uscita da esso, perché l’uomo durante il Cammino è debole e cade, ma senza uscire dal Cammino (…) Per questo la Chiesa primitiva non pone l’esame di coscienza al termine del giorno, come fu più tardi introdotto dai Gesuiti, ma invece al mattino al momento di alzarsi, perché convertirsi è porsi davanti a Dio quando si comincia a camminare” (p.128) "
(Quindi nessuna riflessione né responsabilizzazione sul comportamento tenuto…)
I cristiani della Chiesa primitiva correvano il rischio di morire nell’arena, nel caso non cedessero all’apostasia. Era quindi naturale che questa fosse la loro grande prova, la grande tentazione: quella di divenire apostati. Questo era il loro rischio maggiore più che qualsiasi altro peccato e da qui l’importanza del problema. Ma ciò non significa che i cristiani delle catacombe considerassero, ad esempio, l’adulterio un peccato lieve.
Carmen sostiene che la Chiesa primitiva aveva una nozione di peccato totalmente diversa da quella attuale, e per questo la concezione del Sacramento della Penitenza doveva necessariamente essere diversa...

"Dobbiamo spiegare un poco come con Costantino si entrerà nella Chiesa delle masse, perdendosi quindi la sensibilità della comunità. Non si vede più una comunità che cammina in costante conversione sotto gli impulsi dello Spirito Santo. Vediamo persone che peccano individualmente che sono assolte individualmente e, in seguito, vanno a comunicarsi... Ma tutta una comunità in conversione, che si riconosce peccatrice non la vediamo (p.145)"
E, successivamente, mette in opposizione due Chiese, quella sacramentale (prima di Costantino) e quella giuridica (dopo Costantino), che istituzionalizzandosi diviene giuridica, nella quale il peccato diventa violazione della legge che esige una punizione legale...
Conoscete qualcosa di più falso? Anche se nel secolo scorso può essere invalso un certo "giuridismo" siamo ben lontani da questa concezione di peccato che, la Chiesa ci ha sempre insegnato, è innanzitutto un opporsi a Dio... e causare la nostra rovina. Invece per Carmen il peccato ha sempre una valenza solo comunitaria

"Per questo la Chiesa primitiva non pone l’esame di coscienza al termine del giorno, come fu più tardi introdotto dai Gesuiti, ma invece al mattino al momento di alzarsi, perché convertirsi è porsi davanti a Dio quando si comincia a camminare (p.128) "
Mi sembra chiaro che eliminare l'esame di coscienza al termine del giorno elimina il senso di responsabilità e l'esame di quanto operato concretamente nel bene e nel male, mettendosi davanti al Signore e riconoscendo la propria realtà.
All'inizio del giorno puoi fare dei propositi e l'esame riguarda se mai la tua situazione e certo non per lasciarla così com'è ma per cercare di cambiarla con l'aiuto della Grazia santificante che nel cammino non ha alcun diritto di cittadinanza!

"Le persone si chiedono se è possibile offendere solo Dio. La domanda è posta così perché abbiamo una concezione verticale del peccato, individualista: che siamo noi che offendiamo, in maniera particolare Dio, come se il peccato fosse un'offesa a Dio, nel senso di rubare a Dio la sua gloria. Accreditiamo l'ipotesi che possiamo causare danno a Dio. La prima cosa che dobbiamo pensare è che non si può causare danno a Dio. Dio non può essere offeso nel senso di togliere a Lui la gloria, perché allora Dio sarebbe vulnerabile e non sarebbe più Dio (p. 140)"
Come teologa, davvero carente, Carmen non sa che si distingue la gloria intrinseca di Dio - invulnerabile, infinita e immutabile - dalla gloria estrinseca di Dio, gloria che può essere maggiore o minore, e che risulta diminuita a causa dei peccati degli uomini. Per questo S. Ignazio ha scelto per la Compagnia di Gesù il motto "Ad maiorem gloriam Dei", affermando che essa avrebbe dovuto lottare per la "Maggior gloria di Dio".
Del resto, basta notare quanto il peccato in qualche modo escluda dalle situazioni della storia individuale e collettiva la "Presenza" del Signore, basta vedere il vuoto e i drammi umani e sociali di questo nostro mondo in cui si è perso il senso del peccato. E purtroppo si è perso il senso del peccato come responsabilità individuale, perché è sempre una mancata risposta alla chiamata costante di Dio alla conversione e al progetto che ha per ognuno di noi. Questo non esclude né un ambito comunitario e sociale né la nostra responsabilità anche nei confronti del prossimo; ma tutto è fondato nel rapporto IO-TU che ogni creatura ha col suo Signore, un rapporto che può anche arricchirsi in ambito comunitario (ek-lesìa = la Chiesa di coloro raccolti insieme in comunione nel Signore) per poi dispiegarsi nelle relazioni interpersonali e nelle scelte individuali e collettive; ma è innanzitutto un rapporto pieno e profondo individuale, non di gruppo né in simbiosi. Il Signore ha creato e vuole relazionarsi con delle persone, non con dei burattini.
Il Sacro Cuore di Gesù è un cuore vivo, che gioisce per le cose belle che facciamo e si rattrista per i peccati. In questo senso, il peccato è un'offesa, eccome se è un'offesa... oltre a offendere Colui che è il Sommo Bene, rompe la comunione tra l'uomo e Dio e quindi, senza mezzi giri di parole, offende anche la dignità umana dal momento che l'uomo è tempio del Dio vivente. Duplice offesa, quindi. È ovvio che il peccato ha anche una ripercussione sociale, ma questa è una dimensione successiva, che non sostituisce ma si va aggiungere a quella individuale.
Lo stesso Gesù nel Vangelo dice: "C'è più gioia nel cielo per un peccatore che si converte che per 99 giusti che non hanno bisogno di conversione". Dunque se c'è gioia, va da sé che c'è anche tristezza se non camminiamo nella retta via. Poi è ovvio che si potrebbe discutere anche del fatto che ogni peccato è un altro chiodo conficcato in quella Croce e su quella croce Gesù non ha fatto salti di gioia, mi pare, ma ha gridato, magari pianto... sofferto per tanta indifferenza...
Come può non soffrire tuttora per i tanti peccati che commettiamo?
Ricordiamo il grido di S.Francesco per i boschi de La Verna: "L'Amore non è amato". Gridava a squarciagola, e probabilmente soffriva anche lui, dopo aver sperimentato quell'amore nella sua vita.

"La celebrazione del sacramento della Penitenza ha avuto nel corso dei secoli uno sviluppo che ha conosciuto diverse forme espressive, sempre, però, conservando la medesima struttura fondamentale che comprende necessariamente, oltre all'intervento del ministro — soltanto un Vescovo o un presbitero, che giudica e assolve, cura e guarisce nel nome di Cristo — gli atti del penitente: la contrizione, la confessione e la soddisfazione." [Motu Proprio Misericordia Dei di Giovanni Paolo II]
Da notare che il Papa afferma che c’è stata un’evoluzione nelle forme espressive della celebrazione del sacramento, ma che la Chiesa "ha conservato la medesima struttura fondamentale del sacramento", che comprende: 1. l’azione di un ministro che giudica e assolve; 2. l’azione del penitente che include la contrizione, la confessione, la soddisfazione.
Secondo il Papa in questa struttura nulla potrà mutare e la Chiesa così l’ha conservata; per Carmen, ciò che si è evoluto è la concezione che le persone hanno del sacramento, che è ben diverso da quello che dice il Papa
È questa concezione evolutiva della fede, dei dogmi e dei sacramenti che fa del neocatecumenato il movimento eretico modernista che è.
Sulla penitenza è ormai noto che i neocatecumenali pongono l'accento essenzialmente sulla confessione comunitaria e pubblica dei peccati, piuttosto che sulla confessione resa al sacerdote. In più nella confessione (non sacramentale) ma comunitaria che avviene duranti gli 'Scrutini' è il catechista, e non il presbitero, ad interrogare ed a guidare spiritualmente i membri del Cammino. Abbiamo visto che Carmen afferma che "il peccato ha solo una dimensione sociale e, quindi, anche la conversione dovrà riguardare la società. Secondo lei, l'offeso non è Dio ma la Comunità, e quindi sarà la Comunità a perdonare e ad assolvere. La cosa, però, non è poi importante perché in Gesù siamo già stati perdonati". Per i fondatori del Movimento la dimensione reale del peccato è quella sociale e mai quella individuale; inoltre "per Kiko l'uomo sarebbe costretto a peccare: la sua natura non gli permetterebbe di compiere il bene. Sarebbe quindi vano ogni suo sforzo di correggersi". Tra l'altro i fondatori del Cammino hanno una concezione radicalmente pessimista sulla possibilità dell'uomo di evitare il male e di poter scegliere liberamente nella loro vita, per cui "secondo Kiko e Carmen, la conversione non consiste tanto nel dispiacere d'aver offeso Dio e nel proposito d'emendarsi, ma semplicemente nel riconoscimento (anche pubblico) delle colpe commesse e nella totale fiducia nella potenza salvifica di Gesù Risorto. Di conseguenza non avrebbe senso insistere sulla Penitenza perché la Santità non è possibile.

Ed ecco ancor più chiaramente, come Carmen distrugge il Sacramento della Penitenza:
“Con il Concilio di Trento, e dal XVI al XX secolo tutto rimane bloccato. Appaiono i confessionali, queste casette sono molto recenti. La necessità del confessionale nasce quando si comincia a generalizzare la forma della confessione privata, medicinale e di devozione portata dai monaci… Chi mette i confessionali dappertutto è San Borromeo. Con dettagli che riguardano anche la grata… Adesso comprendete che molte delle cose che diceva Lutero avevano fondamento”(OR, p. 174).
“Ma a Trento si punta tutto sulle essenze, sulla efficacia, e si perde di vista il valore sacramentale del segno. Per questo è lo stesso fare la comunione col pane o con l’ostia che non sembra più pane ma carta, che il vino lo beva uno solo o che lo bevano tutti perché essenzialmente il sacramento si realizza lo stesso.
“Si vedrà dunque molto l’efficacia del sacramento della penitenza per perdonare i peccati e l’assoluzione diventa un assoluto. Così la confessione acquista un senso magico in cui l’assoluzione di per se sola è sufficiente a perdonare i peccati. L’assoluzione ti perdona i peccati e tu resti tranquillo.
“Così abbiamo vissuto la confessione: per l’efficacia assoluta del sacramento si perde di vista il valore sacramentale che è quello che ti fa capace di ricevere questo perdono. Questo passa in secondo piano rimanendo in primo piano e come essenziale il semplice confessare i peccati e ricevere l’assoluzione. La confessione si trasforma in qualche cosa di magico o privato e questo dura fino ai nostri giorni. E’ giunta fino a noi una concezione legalista del peccato, per la quale non importa tanto l’atteggiamento interiore, quanto il confessate esternamente e dettagliatamente tutti i peccati d’ogni tipo. E’ una visione individualista del peccato, completamente ‘privata’. La Chiesa non compare da nessuna parte ed è un uomo che ti perdona i peccati. “Ora potete capire perché questa pratica, oggi, è totalmente in crisi. Per questo la chiamiamo confessione. Non appare da nessuna parte il processo penitenziale né il processo sacramentale. Per questo, e anche perché l’umanità oggi cammina verso visioni sociali e comunitarie del peccato e non legaliste e individualiste, capite come la pratica della confessione sia in crisi. E per questo la gente si comunica tranquillamente senza confessarsi” (OR, p. 175).
“Molti pensano… visto che la confessione personale è odiosa,… ci fossero assoluzioni generali… E per questo non crediate che sia una cosa nuova, perché già Pio XII concesse di dare assoluzioni generali, durante la guerra, a tutti i soldati. I grandi liturgisti dicono che è stato una fortuna che questo non si sia imposto perché avrebbero distrutto completamente la penitenza, rendendola ancora più magica. Perché il valore del rito non sta nell’assoluzione, visto che in Gesù Cristo siamo già perdonati, ma nel rendere l’uomo capace di ricevere il perdono che è ciò che vuole il processo catecumenale ed il processo penitenziale della Chiesa primitiva” (OR, p. 176).
“Uno si sente perdonato nel profondo, quando si sente in comunione con i fratelli. Per questo è importante l’abbraccio di pace… quello che noi facciamo è recuperare a poco questi valori del sacramento della Penitenza, facendo però ancora la confessione privata che è tuttora in uso” (OR, p. 177).
“Tu sei schiavo del male: sei schiavo del maligno e obbedisci alle sue concupiscenze e ai suoi comandi” (OR, p. 129).
“Questa è la realtà dell’uomo: vuol fare il bene e non può. Il marxismo dirà che non può perché alienato dalle strutture… la psicologia… a causa dei suoi complessi psicologici. Tutto questo non mi convince. Il cristianesimo dice un’altra cosa. Dio ha rivelato la realtà dell’uomo così: L’UOMO NON PUO’ FARE IL BENE PERCHE’ SI E’ SEPARATO DA DIO, PERCHE’ HA PECCATO, ED E’ RIMASTO RADICALMENTE IMPOTENTE E INCAPACE IN BALIA DEI DEMONI. E’ RIMASTO SCHIAVO DEL MALIGNO. IL MALIGNO E’ IL SUO SIGNORE. (Per questo non valgono né consigli né sermoni esigenti. L’uomo non può fare il bene).
“Non serve a nulla dire alla gente che si deve amare. Nessuno può amare l’altro… chi può perdere la vita per il nemico… E’ assurdo.
“E chi ha colpa di questo? Nessuno. Per questo non servono i discorsi. Non serve dire sacrificatevi, vogliatevi bene, amatevi. E se qualcuno ci prova si convertirà nel più gran fariseo, perché farà tutto per la sua perfezione personale” (OR, p. 136).
“Uno guarda se stesso e si rende conto di essere un comodo cui costa perfino andare in chiesa la domenica e che è triste di non essere capace di cambiare. Al massimo cercherà di fare qualcosina per guadagnarsi il cielo nell’altra vita con qualche opera buona. Non può fare di più perché è profondamente tarato. E’ carnale. Non può fare a meno di rubare, di litigare, d’essere geloso, di invidiare, ecc. Non può fare altrimenti e non ne ha colpa” (OR, p. 138).
“Lo Spirito che Gesù invierà non è affatto uno Spirito di buone opere e di fedeltà al Cristo morto” (Or, p.151).
“L’uomo che pecca vive nella morte. Ma non perché lui sia cattivo, perché vuol fare del male. Perché questo è religiosità naturale, che crede che la vita è una prova, che tu puoi peccare oppure no. No, no, l’uomo pecca perché non può fare altro, perché è schiavo del peccato” (1°SCR, p. 93).

Per chi accoglie ignaramente queste affermazioni si ha una distruzione del vero senso del peccato. Non è possibile che codesti personaggi si aggirino per la Chiesa senza che nessuno della Gerarchia li fermi.

I neocatecumenali sono soliti affermare, per sostenere la loro attendibilità e soprattutto difendersi dalle accuse di eresia, che "Kiko non ha inventato nulla, lui ha solo preso quello che di meglio - a suo giudizio - gli dona la storia millenaria della Chiesa. Come fà del resto ogni ordine religioso."Falso: Kiko - oltre a non appartenere ad un ordine religioso - non ha preso quel che gli ha donato la storia millenaria della Chiesa, l'ha semplicemente riscritta, criticandola a morte (leggendo i più volte citati "Orientamenti" o ascoltando le catechesi si evince proprio questo!)
Affermano i neocat che il sacramento della riconciliazione fu istituito solo nel sec XIII (il che è vero, ma non ne giustifica la critica distruttiva); inoltre essi affermano che il sacramento della Penitenza è solo riconciliazione con la Chiesa e quindi non c'è bisogno di assoluzione, ma basta sentirsi in pace e in comunione coi fratelli, per cui la confessione sacramentale è destinata a scomparire. (Orientamenti pag. 177) Infatti è la comunità che assolve: questo è il vero significato del 'segno della pace' nonché della "lavanda dei piedi", che il Giovedì Santo celebrano nelle case, senza sacerdote!
Questi sono gli insegnamenti della Chiesa?
In realtà Kiko fa una storia della Confessione da un certo punto in poi e respinge in modo deciso la Confessione privata e arriva in alcuni punti a beffeggiarla, a ironizzare sui confessionali "casette di legno", "non ridete perché questo è successo anche a me a confessare ogni stupidaggine (riferendosi certo ai peccati veniali). Si arriva addirittura a fare della confessione una devozione per la santificazione personale, cosa che giungerà fino ai nostri giorni". C'è nelle catechesi un punto in cui Kiko fa abboccare le persone semplici col dire: "(...) le persone pensano che perfino il confessionale fu inventato da Gesù Cristo" (p.143)

La confessione così com’è prevista, non va bene. Dice ancora Kiko "Confessandoti ritorni tranquillo. La confessione privata ci ha segnati in questo senso. Ma il Catechismo della Chiesa Cattolica nell’elencare gli effetti spirituali della confessione dice che essa conferisce la pace e la serenità della coscienza e la consolazione spirituale. Se il peccatore non ha offeso Dio, non ha neppure senso la contrizione, il dolore personale. "Come è curiosa l’idea (v. p. 174) di confessarsi prima di fare la Comunione, e questo è durato fino ai nostri giorni. Così abbiamo vissuto noi la Confessione: per l’efficacia del sacramento!". "Attualmente la Chiesa non compare da nessuna parte ed è un uomo che ti perdona i peccati".
Così Kiko non nega solo la finalità del sacramento della Confessione, ma anche il ruolo del ministro ordinato ed il potere che gli è conferito nella persona di Cristo. Nel Cammino i peccati passati, presenti e futuri sono già perdonati in partenza. Ma questo concetto non è cattolico!
Sostanzialmente Kiko contesta la Confessione privata, la Confessione di devozione, la direzione spirituale e la Confessione come mezzo di santificazione: tutte sciocchezze da superare. Si tratta solo di accogliere questo perdono gratuito. "Ma alla gente non dite nulla di tutte queste cose"! La stessa frase ripeterà a proposito della vendita dei beni personali che porrà come condizione per continuare il Cammino Neocatecumenale, per fare certi passaggi e quindi per accedere alla Salvezza. Kiko è cosciente di essere su un’altra strada e raccomanda di non imbarcarsi per nulla in questo discorso quando si parla con la gente "perché creereste un mucchio di problemi".
Tra i modi ricorrenti di vivere la "confessione" è quella coram populo dei propri peccati e delle proprie debolezze che caratterizza ogni passaggio e che indiscutibilmente è una scimmiottatura del sacramento vero della confessione.
A partire da quest'ultimo punto, si può senz'altro osservare che anche uno psicologo da quattro soldi rispetta i 'tempi' di una persona perché possa aprire il cuore e l'anima (chiamiamolo pure inconscio o anche quella parte consapevole che può essere problematica). E c'è un pudore grande in ogni persona nello 'scoprirsi'! Ma se facciamo fatica a farlo - quando facciamo sul serio - anche cuore a cuore con il Signore!
Esecrabili quelle corali proclamazioni di colpevolezza che sembrano giochi al massacro e quasi quasi viene il dubbio che qualcuno per non sentirsi da meno possa anche amplificare le proprie colpe.
Si può ragionevole pensare che è sano tutto questo?
Ricordo le raccomandazioni martellanti dei catechisti prima delle penitenziali con confessioni individuali: "Siate chiari e sintetici, non vi perdete in chiacchiere, confessate i vostri peccati con nome e cognome e non allungate il discorso inutilmente!". Ricordo il senso di vuoto che dopo tale esortazione provavi accostandoti al presbitero mentre l'assemblea cantava a squarciagola per coprire le parole, la paranoia di un dialogo che tutto poteva sembrare meno che riconciliazione con Dio e con i fratelli.
Non possiamo non riconoscere contrario agli insegnamenti della Chiesa quanto detto dai catechisti.
PRIMO, perché la confessione non è l'elenco dei peccati. Per confessarsi occorre innanzitutto scrutare dentro di sé e saper riconoscere cosa c'è dietro a quell'errore ricorrente (dico 'errore' anziché peccato, così attenuiamo anche un po' quella cupa atmosfera di colpevolezza, ma senza voler sminuire la responsabilità). E poi occorre guardare dentro di sé con gli occhi della misericordia di Dio : il Signore ha detto "non sono venuto per condannare, ma per liberare"! Certo poi occorre anche la buona volontà e l'aiuto del Signore, la preghiera, l'Eucarestia. Ma ogni confessione è sempre una tappa ulteriore nella conoscenza di noi stessi alla luce della Parola e dello sguardo del Signore.
SECONDO, perché non allargare il discorso, che invece significa tirar fuori i blocchi, i problemi, le angosce in maniera razionale e consapevole? E' proprio questo che aiuta a crescere nella fede e come persone.
La confessione non è l'autoaccusa (ricordiamo chi è l'accusatore?) ma il discernimento sereno e consapevole, ma anche pieno di contrizione per i peccati - della nostra realtà interiore che si traduce in comportamenti e la ricerca delle modalità per superare le difficoltà e le cadute, con la nostra buona volontà, i consigli che riceviamo dal sacerdote e l'indispensabile aiuto della Grazia.
Poi forse troppo spesso dimentichiamo e certo non ce l'insegnano i NC che la confessione oltre alla CONFESSIO VITAE (la individuazione delle difficoltà, delle cadute, ma anche delle conquiste con l'aiuto della Grazia della propria vita nella fede), in sostanza il bilancio della nostra fatica ma anche della nostra gioia di essere uomini e donne in cammino!! è anche la CONFESSIO LAUDIS, il riconoscimento e la lode per le meraviglie che il Signore ha operato e opera nella nostra vita!! Ed è infine CONFESSIO FIDEI, cioè della fiducia che riponiamo nel Signore che è un affidarsi, un corrispondergli...

la Chiesa non ha mai sollecitato, incoraggiato, concesso in alcuna forma di celebrazione (Non ne abbiamo riscontri nemmeno per la Chiesa delle Origini o - come qualcuno spesso impropriamente dice - per la Chiesa Primitiva) la confessione o la testimonianza corale, pubblica.
La Samaritana ritornando tra la sua gente dopo la guarigione ottenuta gratuitamente al pozzo di Sicar, grida la sua esperienza di fede, ma prima di essa ha ottenuto, in un solo attimo, la guarigione da parte di Gesù nella sua esperienza individuale e "segreta" con lui.

Ridurre, minimizzare, annacquare, mistificare (nel senso meno polemico possibile del termine: usare collateralmente o addirittura in sostituzione della confessione sacramentale una mistagogia della confessione sia in senso di pubblica testimonianza della propria fede sia in senso pedagogico per l'assemblea, per il gruppo) non è esattamente "cattolico".
In ogni caso siamo su piani completamente diversi!
Il battesimo neocatecumenale lo dà la comunità alla fine del cammino, l'eucaristia neocatecumenale è fatta dalla comunità, il perdono dei peccati lo dà la comunità neocat.
NO HAY VIDA CRISTIANA SIN COMUNIDAD!!!
Kiko ancora non può eliminare i Sacramenti (per lui "magici") della Chiesa Cattolica Apostolica Romana, pena l'esserne escluso. Ma solo per ora. Lo stesso concetto di Sacramento che hanno i "cattolici della domenica" è sbagliato per Kiko, è "magico", e sparirà. Per lui è solo una questione di tempo, e Sacramenti e Dogmi cadranno per lasciare posto ad una chiesa tutta nuova...
Per i neocatecumenali la confessione individuale è solo formale, un atto a cui per ora li obbliga il Papa, ma il vero perdono è ottenuto con la confessione davanti alla comunità.
La prassi vince sulla teoria.
La psiche prevale sullo spirito.
I neocatecumenali "si sentono" battezzati, "si sentono" perdonati, "si sentono" in comunione solo per mezzo della comunità. È un sentimento religioso. Un relativismo molto sottile...

"I figli di questo mondo sono più Scaltri..."


Il vangelo di Oggi sembra coronare i dialoghi che abbiamo intrapreso. La Parola del Signore è per tutti, ma a maggior ragione per noi e anche per i Fratelli della San Pio X

Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli:
«Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”.
L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”.
Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”.
Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce».

giovedì 5 novembre 2009

Il Simbolo della Fede


Dalle «Catechesi» di san Cirillo di Gerusalemme, vescovo
(Catech. 5 sulla fede e il simbolo, 12-13; PG 33, 519-523)

Nell'apprendere e professare la fede, abbraccia e ritieni soltanto quella che ora ti viene proposta dalla Chiesa ed è garantita da tutte le Scritture. Ma non tutti sono in grado di leggere le Scritture. Alcuni ne sono impediti da incapacità, altri da occupazioni varie. Ecco perché, ad impedire che l'anima riceva danno da questa ignoranza, tutto il dogma della nostra fede viene sintetizzato in poche frasi.
Io ti consiglio di portare questa fede con te come provvista da viaggio per tutti i giorni di tua vita e non prenderne mai altra fuori di essa, anche se noi stessi, cambiando idea, dovessimo insegnare il contrario di quel che insegniamo ora, oppure anche se un angelo del male, cambiandosi in angelo di luce, tentasse di indurti in errore. Così «se anche noi stessi o un angelo dal cielo vi predicasse un Vangelo diverso da quello che abbiamo predicato, sia anàtema!» (Gal 1, 8).
Cerca di ritenere bene a memoria il simbolo della fede. Esso non è stato fatto secondo capricci umani, ma è il risultato di una scelta dei punti più importanti di tutta la Scrittura. Essi compongono e formano l'unica dottrina della fede. E come un granellino di senapa, pur nella sua piccolezza, contiene in germe tutti i ramoscelli, così il simbolo della fede contiene, nelle sue brevi formule, tutta la somma di dottrina che si trova tanto nell'Antico quanto nel Nuovo Testamento.
Perciò, fratelli, conservate con ogni impegno la tradizione che vi viene trasmessa e scrivetene gli insegnamenti nel più profondo del cuore.
Vigilate attentamente perché il nemico non vi trovi indolenti e pigri e così vi derubi di questo tesoro. State in guardia perché nessun eretico stravolga le verità che vi sono state insegnate. Ricordate che aver fede significa far fruttare la moneta che è stata posta nelle vostre mani. E non dimenticate che Dio vi chiederà conto di Ciò che vi è stato donato.
«Vi scongiuro», come dice l'Apostolo, «al cospetto di Dio che dà vita a tutte le cose, e di Cristo Gesù, che ha dato la sua bella testimonianza davanti a Ponzio Pilato» (1 Tm 6, 13), conservare intatta fino al ritorno del Signore nostro Gesù Cristo questa fede che vi è stata insegnata.
Ti è stato affidato il tesoro della vita, e il Signore ti richiederà questo deposito nel giorno della sua venuta «che al tempo stabilito sarà a noi rivelata dal beato e unico sovrano, il re dei regnanti e Signore dei signori; il solo che possiede l'immortalità, che abita una luce inaccessibile, che nessuno fra gli uomini ha mai visto né può vedere» (1 Tm 6, 15-16). Al quale sia gloria, onore ed impero per i secoli eterni. Amen.

CATECHESI DEL CAMMINO NEOCATECUMENALE 1° PASSAGGIO

E adesso viene una Parola sorprendente: dice la Parola che anche se ha realizzato molte cose, enormi prodigi, molti non credettero. Bene, portiamo questa Parola alla nostra riunione e cominciamo a pensare che questa Parola si riferisce a tutti quanti stiamo qui. Questa Parola vuol dire che anche se Gesù ha realizzato molte cose nella comunità di quanti state qui, non avete ancora creduto in Gesù. E anche se molti di quanti state qui non hanno creduto se ne sono già andati, ancora molti di voi che siete qui non avete ancora creduto, perché si compia così la Parola di Isaia che dice: Signore, dice il profeta, chi ha creduto alla nostra Parola se la gente ride di noi, se la gente ci ascolta dicendo: e questo sciocco che dice? Dice: “Non potevano credere perché aveva detto anche Isaia: io ho accecato il loro cuore, io ho accecato i loro occhi, io ho indurito il loro cuore, perché non vedano con i loro occhi, perché non comprendano con il loro cuore, perché non si convertano, perché io non li curi. Questa Parola è una Parola che si ripete molte volte nella Scrittura. Io l'ho celebrata in altre convivenze di catechisti, è una Parola terribile, tremenda, è una Parola fenomenale. Chi comprende questa Parola comprende tutta la Scrittura. Chi non la comprende non ha ancora capito nulla della Scrittura. E' una Parola di Isaia che viene riferita qui da S. Giovanni, che viene riferita da S. Paolo, che tutti gli apostoli riferiscono nelle loro lettere. Questo pezzetto di scrittura viene costantemente citato. Perché? Perché è la risposta al fatto che molti non credono. E' sorprendente. E' sorprendente che io stia parlando e che qualcuno dica: è Dio che parla; e altri dicano: però che stupidaggini! Questo è un mistero. Io ho parlato in Parigi con tanti preti e con un professore della Cattolica, egli dice che questo è Parola di Dio e che è la salvezza per la Chiesa di oggi, e un altro prete, al suo fianco, dice che questa è una alienazione... Che significa questa Parola? Dio ha accecato i suoi occhi. Ossia non dice che siamo noi quelli che non vogliamo ascoltare la Parola di Dio. No, no, dice che Dio ha accecato i suoi occhi, è Dio che ha indurito il suo cuore, colui che ha tappato le sue orecchie, perché Dio non vuole che si converta, infatti, se aprono le loro orecchie ascoltano e Dio non vuole che si convertano, chiaro? (KIKO ARGUELLO)

martedì 3 novembre 2009

Chi condanna e rimuove l'errore?

Così scrive Jonathan:
nel post precedente viene citato Amerio: Di due cose c'è bisogno per custodire la Verità. Primo: rimuovere l'errore dalla sfera dottrinale(...) Secondo: rimuovere la persona in errore(...) Se questo servizio papale non è esercitato, sembrerebbe ingiustificato dire che è stato usato ogni mezzo per custodire la dottrina della Chiesa
Non mi sembra che le cose vadano in questa direzione. Certo, si comincia dall'inizio, come dice Stefano. E anch'io amo questo Papa, mi fido di lui, della santità della sua volontà, della sofferta coerenza del suo impegno a 'riparare' la sua Chiesa.
Ma io sono rimasta sola con la mia nuda coscienza a cercare di capire da che parte sta la Verità vera del Vangelo di Gesù Cristo. Perché appunto al cammino è stato concesso il privilegio dell'ambiguità, che equivale alla licenza di disobbedire e di mentire.
La Chiesa non può permettersi i vizi del mondo, che sono appunto l'ambiguità, il compromesso, la menzogna, perché così smette di essere credibile, Madre e Maestra, amata dimora dei cercatori di Dio.
E così è per chiunque apre gli occhi sugli errori ai quali è indotto dai cattivi maestri e dai falsi profeti del nostro tempo proprio con la garanzia della Chiesa. Non c'è quindi altro da aggiungere, se non continuare a pregare e sperare che nella Chiesa - approdo dei cercatori, dimora degli Adoratori di Dio SS. Trinità - la Grazia trovi canali supplementari per fluire copiosa su tante anime assetate.
--------------------
Inserisco questa pertinente e puntuale integrazione consentita dalla catechesi del Papa di ieri, della quale trascrivo la parte conclusiva:
"Che cosa possiamo imparare, noi oggi, dal confronto, dai toni spesso accesi, tra Bernardo e Abelardo, e, in genere, tra la teologia monastica e quella scolastica?
Anzitutto credo che esso mostri l’utilità e la necessità di una sana discussione teologica nella Chiesa, soprattutto quando le questioni dibattute non sono state definite dal Magistero, il quale rimane, comunque, un punto di riferimento ineludibile.

San Bernardo, ma anche lo stesso Abelardo, ne riconobbero sempre senza esitazione l’autorità. Inoltre, le condanne che quest’ultimo subì ci ricordano che in campo teologico deve esserci un equilibrio tra quelli che possiamo chiamare i principi architettonici datici dalla Rivelazione e che conservano perciò sempre la prioritaria importanza, e quelli interpretativi suggeriti dalla filosofia, cioè dalla ragione, e che hanno una funzione importante ma solo strumentale.
Quando tale equilibrio tra l’architettura e gli strumenti di interpretazione viene meno, la riflessione teologica rischia di essere viziata da errori, ed è allora al Magistero che spetta l’esercizio di quel necessario servizio alla verità che gli è proprio.
Inoltre, occorre mettere in evidenza che, tra le motivazioni che indussero Bernardo a "schierarsi" contro Abelardo e a sollecitare l’intervento del Magistero, vi fu anche la preoccupazione di salvaguardare i credenti semplici ed umili, i quali vanno difesi quando rischiano di essere confusi o sviati da opinioni troppo personali e da argomentazioni teologiche spregiudicate, che potrebbero mettere a repentaglio la loro fede.

Vorrei ricordare, infine, che il confronto teologico tra Bernardo e Abelardo si concluse con una piena riconciliazione tra i due, grazie alla mediazione di un amico comune, l’abate di Cluny, Pietro il Venerabile, del quale ho parlato in una delle catechesi precedenti.
Abelardo mostrò umiltà nel riconoscere i suoi errori, Bernardo usò grande benevolenza. In entrambi prevalse ciò che deve veramente stare a cuore quando nasce una controversia teologica, e cioè salvaguardare la fede della Chiesa e far trionfare la verità nella carità.
Che questa sia anche oggi l’attitudine con cui ci si confronta nella Chiesa, avendo sempre come meta la ricerca della verità."
Molto belle e vere e tutte da vivere queste parole; ma sarebbe, più che opportuno, NECESSARIO che a questa attitudine, che è un bene sia viva a tutti i livelli, si affiancasse un congruo esercizio dell'attività di governo da parte del Papa, dalla quale venga espulso il "vietato vietare", affinché nessuno resti più SOLO con la propria coscienza come Jonathan e troppi altri...

venerdì 30 ottobre 2009

Cañizares. Liturgia: la Riforma si riforma

Questo il significativo testo apparso su "La Stampa" di ieri:
Il Prefetto della Congregazione per il Culto divino, il cardinale Antonio Cañizares Llovera, in un’intervista a Catalunya Cristiana, rilasciata durante una conferenza a Barcellona, ha ammesso che la sua Congregazione sta lavorando a una “riforma della Riforma” liturgica che è seguita al Concilio Vaticano II. “Quello che posso dire – ha dichiarato il cardinale – è che è un periodo molto importante per tutti, si è lavorato intensamente, c’è stata una Plenaria della Congregazione, e si sono stilate delle proposte che il Santo Padre ha approvato e che costituiscono la base del nostro lavoro. Il grande obiettivo è di rivitalizzare lo spirito della liturgia in tutto il mondo”. E ha aggiunto: “Ci sono affari urgenti da sbrigare ogni mattina, in riferimento a eccessi e errori che si stanno commettendo nella liturgia ma soprattutto il tema più urgente e che si sente con urgenza in tutto il mondo, è che il senso della liturgia deve essere ritrovato. Questo non significa semplicemente cambiare rubriche o introdurre nuove cose, ma si tratta semplicemente che la liturgia deve essere vissuta e che deve essere al centro della vita della Chiesa”.
Il porporato ha sottolineato l’esigenza di recuperare “il senso del mistero. Dobbiamo recuperare quello che non avrebbe mai dovuto perdersi. Il più grande male che è stato fatto all’uomo è stato il tentativo di eliminare dalla sua vita la trascendenza e la dimensione del mistero”. Secondo indiscrezioni pubblicate da “Il Giornale” ad agosto, la Plenaria sarebbe in favore di una maggiore sacralità del rito, di un recupero del senso dell’adorazione eucaristica, di un recupero della lingua latina nella celebrazione e del rifacimento delle parti introduttive del messale per porre un freno ad abusi, sperimentazioni selvagge e inopportune creatività. Si sarebbero anche detti favorevoli a ribadire che il modo usuale di ricevere la comunione secondo le norme non è sulla mano, ma in bocca. C’è, è vero, un indulto che permette, su richiesta degli episcopati, di distribuire l’ostia anche sul palmo della mano, ma questo dovrebbe in futuro rimanere un fatto straordinario. Il «ministro della liturgia» di Papa Ratzinger, Cañizares, starebbe anche facendo studiare la possibilità di recuperare l’orientamento verso Oriente del celebrante almeno al momento della consacrazione eucaristica, come accadeva di prassi prima della riforma, quando sia i fedeli che il prete guardavano verso la Croce e il sacerdote dava dunque le spalle all’assemblea.
------------------
Recupero della Tradizione non è tornare indietro, ma tornare alle origini, non quelle del falso archeologismo liturgico dei novatores e dei "falsi profeti" improvvisati liturghi e chiuderla con i prefabbricati a tavolino; il che significa ritrovare il Signore e la Sua Presenza e, soprattutto permettergli di inondare i credenti delle Sue Grazie copiose. Finora, non si è fatto altro - e molti ormai se ne stanno rendendo conto - che causare la "breviatio manus Domini" (Is 59,1- "ecco non è troppo corta la mano del Signore da non poter salvare"), che si determina a causa:
. conoscenza imperfetta dei mali
. mancanza di forza morale
. calcolo di prudenza che non pone rimedio ai mali veduti perché stima che così aggraverebbe i mali anziché guarirli.
A questo proposito cito a memoria da Romano Amerio (Iota unum): "Di due cose c'è bisogno per custodire la Verità. Primo: rimuovere l'errore dalla sfera dottrinale; il che avviene rifiutando gli argomenti erronei e mostrando che essi non sono convincenti. Secondo: rimuovere la persona in errore, depondendola dalla sua funzione, il che vien fatto con un atto di autorità della Chiesa. Se questo servizio papale non è esercitato, sembrerebbe ingiustificato dire che è stato usato ogni mezzo per custodire la dottrina della Chiesa: siamo in presenza della "breviatio manus Domini".

giovedì 29 ottobre 2009

Arte Sacra. "Rivoluzione" post-conciliare e autocritica architetto Portoghesi su Osservatore Romano

E' di oggi l'articolata consapevole dotta autocritica di Paolo Portoghesi sull'Osservatore Romano sull'architettura sacra dell'ultimo cinquantenio. Ne riporto i tratti più significativi non potendo non rilevare il moltiplicarsi delle voci che, unitamente a sua, riconoscono e ridimensionano la "rivoluzione" conciliare che, in luogo di una pur sempre necessaria riforma, ha prodotto un'interpretazione radicale del "legittimo progresso" insieme frutto e causa di sovrana indifferenza verso la "sana tradizione"
Quasi cinquanta anni ci dividono dal giorno in cui Giovani XXIII decise di convocare il concilio Vaticano II e una riflessione si impone, al mondo della cultura architettonica, sull'esito di quel lungo processo di innovazione nel campo della architettura religiosa cattolica che ha preso spunto dalla riforma liturgica e si è concretato in migliaia di chiese cattoliche costruite da allora in tutto il mondo. Chi scrive, avendo partecipato fin da principio e con diverse esperienze progettuali e realizzative alla ricerca di un nuovo modello ecclesiale, attribuisce a questa riflessione un valore autocritico e propositivo. La prima delle quattro Costituzioni conciliari, quella promulgata il 4 dicembre 1963, ammoniva che "per conservare la sana tradizione e aprire nondimeno la via a un legittimo progresso non si introducessero innovazioni se non quando lo richiedesse una vera e accertata utilità della Chiesa, con l'avvertenza che le nuove forme scaturiscano organicamente, in qualche maniera, da quelle esistenti". Parole relative all'innovazione liturgica che potevano però ragionevolmente estendersi anche all'innovazione delle forme e delle tipologie architettoniche. Il clima culturale degli anni Sessanta del secolo scorso, ancora fortemente influenzato dalla fiducia illimitata nelle rivoluzioni, favorì da parte degli architetti, una interpretazione radicale del "legittimo progresso", e una sovrana indifferenza per la "sana tradizione", vista come ostacolo a una radicale palingenesi basata sulla tabula rasa. Anzitutto venne messa in discussione la sacralità dell'edificio religioso affrontando il tema della differenza tra Chiesa spirituale e chiesa costruita, contrapponendo nozioni di cui la tradizione indicava invece la complementarità, come la Domus Ecclesiae e la Domus Dei, la Chiesa come corpo mistico di Cristo e come popolo di Dio, la Chiesa di Dio e la Chiesa degli uomini. ...Gli elementi architettonici mantenutisi nei secoli come invarianti: l'abside, le navate, la struttura cruciforme, il tiburio o la cupola come sorgente di luce, vennero generalmente rifiutati come inutili ai fini della configurazione di un nuovo spazio comunitario accentrato caratterizzato dall'orientamento del sacerdote verso i fedeli. La parola chiesa, come è noto, deriva da ecclesìa, che come scrive san Cirillo di Gerusalemme deriva a sua volta da ekkaleìsthai, chiamare a raccolta. La Chiesa quindi, come realtà spirituale, è etimologicamente l'assemblea di coloro che sono chiamati dal Signore, mentre la chiesa come edificio deriva probabilmente dal greco kyriakòn, che significa semplicemente ciò che è proprio del Signore. Il significato che il termine assemblea aveva assunto negli anni del Concilio, come luogo di accese interminabili discussioni, così come la nozione di partecipazione, simbolo di democrazia diretta, dettero un valore simbolico improprio alla assemblea dei fedeli, chiamati a partecipare attivamente non a una discussione, ma all'azione liturgica in quanto soggetti di un "sacerdozio regale". Nacque così la chiesa-teatro, con platea digradante o la chiesa quadrata priva di orientamento come un'arena da intrattenimento. In tempi recenti la moda del cosiddetto minimalismo ha riportato in auge una specie di iconoclastia, fino a escludere la croce e le immagini sacre e a spogliare l'immagine esterna di ogni residua analogia con le chiese tradizionali. Sotto il profilo urbanistico, la presa d'atto della perdita di centralità dell'edificio, condizionato dalla logica dello zoning, che assegna all'edificio religioso, nei piani territoriali, un lotto spesso residuale, condusse spesso gli architetti a un inane tentativo di imporre la presenza della chiesa, in mezzo ai volumi incombenti della periferia-dormitorio, attraverso una scomposta gestualità scultorea.
La Chiesa è costruzione spirituale fatta, come scrive san Pietro, di pietre viventi che sono gli stessi fedeli, connessi alla pietra angolare rigettata che "è l'immagine di Colui che ha preso su di sé la sofferenza mortale dell'amore radicale e così è diventato spazio per noi tutti, pietra angolare, che dell'umanità dilacerata fa una dimora vivente, una nuova famiglia" (Cantate al Signore un canto nuovo, p. 199). Riconosciuta l'incolmabile distanza tra Chiesa e chiesa sarebbe giusto, si chiede Benedetto XVI, svalutare la chiesa come un involucro insignificante. "Non dobbiamo forse - scrive in occasione della celebrazione del primo millennio del Duomo di Magonza - anziché festeggiare ancora un edificio in pietra, avviarci audacemente e decisamente fuori dal passato impietrito e costruire la nuova comunità che venera Dio prendendosi cura radicalmente degli uomini? Non ha indicato giustamente la via da prendere quell'autore che ha volutamente intitolato un testo scolastico per l'insegnamento della religione La casa degli uomini, con l'intento di allontanare dalle case di Dio e condurre alla casa degli uomini, costruire la quale sarebbe l'autentico modo di seguire Gesù?" (Cantate al Signore un canto nuovo, p. 106). La risposta a questo interrogativo pone fine all'intento di svalutare l'involucro contrapponendo insensatamente la Chiesa vivente alla chiesa costruita. "Attraverso la passione dei suoi, Dio si costruisce la sua casa vivente e proprio così prende a suo servizio anche la pietra" (ivi, p. 109). La carne di Gesù è il tempio, la tenda, la Shekinah: la carne di Gesù è per Giovanni paradossalmente la verità e lo Spirito che subentrano al posto delle antiche costruzioni. Ma ora nella cristianità diventa viva l'idea che proprio l'incarnazione di Dio è la sua entrata nella materia, l'inizio del grande movimento per cui tutta la materia deve diventare vaso contenitore del Verbo. Ma anche la Parola deve conseguentemente dirsi nella materia, consegnarsi a essa, per poterla trasformare. Per questo sorge ora il piacere di rendere visibile la fede, di innalzare i suoi segni nel mondo della materia. A questo si collega il secondo motivo: l'idea della glorificazione; il tentativo di fare della terra una lode, fin nei suoi sassi, e così anticipare la venuta del mondo futuro. "Le costruzioni in cui la fede si esprime sono per così dire speranza resa presente e affermazione fiduciosa di ciò che essa può divenire già ora nel presente" (ivi, p. 110). Alla luce di questi insegnamenti è ancora possibile attribuire alla chiesa costruita il solo valore di un involucro neutrale? Agostino definisce l'edificio ecclesiale mater ecclesia in quanto rappresenta il popolo di Dio, ne esprime l'identità e come luogo dell'azione liturgica è un appello ai cristiani a far accadere anche nella loro coscienza ciò che vedono e ascoltano nello spazio sacro. "Il tempio è innanzitutto il luogo dove abita Dio, lo spazio della sua presenza nel mondo. È perciò il luogo dell'adunanza, lo spazio in cui il patto di alleanza ha luogo sempre di nuovo. È il luogo dell'incontro di Dio con il suo popolo, il quale così ritrova se stesso. È il luogo da cui promana la parola di Dio, la sede visibile cui è orientato il modello della sua istruzione" (ivi, p. 200). Se le considerazioni qui riportate incoraggiano chi deve progettare una chiesa a impegnarsi in profondità a dar forma allo spazio ecclesiale che può e forse deve rispecchiare il senso e la vita della Chiesa spirituale e rafforzare nei fedeli la coesione e la speranza, "giacché la costruzione degli uomini mira alla durata, alla tranquillità, alla familiarità, alla libertà. È una dichiarazione di guerra contro la morte, contro la solitudine, contro la paura. Per questo la volontà di costruire degli uomini si adempie nella costruzione del tempio, in quella costruzione in cui si invita Dio a entrare" (ivi, p. 100). Altre considerazioni ancora più specifiche del Papa possono chiarire quanto di insoddisfacente è avvenuto negli ultimi decenni segnalando come obbiettive carenze alcuni orientamenti prevalsi sia nelle indicazioni dei liturgisti che nelle concrete operazioni progettuali degli architetti.
... Il rapporto di avvolgimento da parte dei fedeli nei confronti dell'altare e dell'ambone mettono sacerdote e comunità in un rapporto dialogico che esalta la dimensione comunitaria riferendosi all'interpretazione dell'Eucarestia come rievocazione dell'ultima cena. Una conseguenza negativa è stata però l'aver messo in ombra l'aspetto sacrificale del sacramento. "È troppo poco - scrive il Papa in La festa della fede (p. 120) - definire l'Eucarestia come banchetto della comunità. Essa ha costato la morte del Signore e solo perciò può essere il dono della Resurrezione". ...
(©L'Osservatore Romano - 19-20 ottobre 2009)
----------------
L'unica realtà che non è disposta a mettere in discussione un solo iota della propria architettura e della teologia e dei simbolismi arbitrari che la sottendono, insieme a tutte le prassi e insegnamenti anomali che abbiamo con dovizia evidenziato, è il Cammino Neocatecumenale, uno dei frutti più avvelenati del Concilio, se dell'autentico spirito conciliare davvero può chiamarsi frutto o non piuttosto delle ambiguità che, applicate in senso rivoluzionario e non logico, hanno portato alla selvaggia iconosclastia dottrinale teologica pratica ed espressiva, di cui ormai in molti sono sempre più consapevoli.

mercoledì 28 ottobre 2009

LA DIFESA DEL SACERDOZIO NELL'ANNO DEL SIGNORE 2009


Il nostro Blog non sta cambiando identità. Semplicemente, in questo momento in cui sono sotto l'attenzione di tutti i colloqui iniziati con la FSSPX, è utile mettere a confronto un insegnamento autenticamente cattolico, che risuona anche in documenti come "Presbiterorum ordinis" ed altri.

Il Priorato, il Sacerdote e l'apostolato di oggi (Mons. Marcel Lefebvre)
Come proteggere la fede dei nostri Sacerdoti? Come permettere loro di lavorare mantenendo il fervore che avevano il giorno dell’Ordinazione e della loro Prima Messa? Come perseverare in mezzo a questo mondo che, più che mai, pensa solo ai piaceri, ai godimenti, ai soldi e ai beni terreni? Come preservare il Sacerdozio in questa atmosfera della “chiesa conciliare”, di sacerdoti che non sono più Sacerdoti, che non ne hanno più l’abito, i costumi, la predicazione, la liturgia, la dottrina? Tutto questo è uno scandalo per noi.
La Provvidenza ci ha fornito la soluzione: il Priorato. Sarà esso a proteggere la grazia del Sacerdozio, il fervore del Prete. Il Priorato è come un bastione avanzato in pieno campo di battaglia, da dove i Sacerdoti ferventi, che vivono nella preghiera, nella contemplazione, vicino al Santissimo Sacramento, nell’unione fraterna, sono pronti a partire in battaglia.
Se accadesse che i Priorati scomparissero, non avremmo più la Fraternità, perché essa è essenzialmente basata sui Priorati, su questa vita comune protetta dal mondo, direi quasi claustrale. Vista l’atmosfera irrespirabile di questo mondo in piena decomposizione spirituale, morale, materiale, se non viviamo in un ambiente in cui si può respirare un’aria di fede, di preghiera, di carità fraterna non resisteremo e il nostro apostolato non sarà fruttuoso.
Di qui l’importanza capitale, a mio avviso, della costituzione dei Priorati. È difficile, bisogna riconoscerlo, ma bisogna mantenere questo ideale e capire che è assolutamente indispensabile […].
In altri tempi – mi direte – dei santi sacerdoti erano soli e tuttavia hanno realizzato, come per esempio il Santo Curato d’Ars, un apostolato meraviglioso. Ma le circostanze erano completamente diverse da oggi. Il Curato d’Ars si confessava da un parroco a due o tre chilometri da lui. Vi erano buoni sacerdoti vicini; delle riunioni sacerdotali, i ritiri organizzati dalla diocesi o dal decanato. Il Sacerdote era sostenuto da un contesto che lo spingeva ad uno slancio di zelo e di santità. Anche se l’isolamento del sacerdote non era l’ideale e spesso i preti ricercavano la vita comune, vivendo insieme nelle canoniche […].
Il Priorato ideale deve contare come minimo tre sacerdoti, altrettanti religiosi, qualche suora […]. L’isolamento, al di fuori della città, è un elemento importante per il raccoglimento, l’equilibrio anche fisico. In tal modo il Sacerdote, rientrando dal ministero, si ritrova in campagna, nella calma, nel silenzio [...] È una distrazione, un riposo fisico e morale. Ce n’è bisogno nell’agitazione e il logorio continui […].
I Priorati sono bastioni avanzati in un mondo corrotto: devono essere dei fari di luce, di fede, di santità, di discrezione, di modestia, di unione fraterna, affinché le persone possano guardare ad essi come ad baluardo di resistenza ed un puntodi riferimento.
Dal Priorato si svolgerà il ministero, ma un ministero compatibile con la vita di Priorato, assicurando il primato alla conservazione della fede e del fervore del Sacerdote. Senza di ciò non si resisterà né fisicamente né moralmente né spiritualmente. (conferenza ai sacerdoti, Parigi 1988)


COSI' KIKO ARGUELLO NEL 2009 (DOTTRINA CHE SI INSEGNA IN TUTTI I SEMINARI DEL MONDO IN MANO AI NEOCATECUMENI)
“Noi l'abbiamo finora sempre fatta da seduti, e non per disprezzo – ha affermato - ma perché per noi è sempre stato molto importante comunicarsi anche con il Sangue. Nelle comunità portiamo avanti infatti una catechesi basata sulla Pasqua ebrea , con il pane azzimo a significare la schiavitù e l'uscita dall'Egitto e la coppa del vino a significare la Terra promessa”. E qui, aprendo una lunga parentesi, l'iniziatore ha riassunto la sua catechesi sull'ultima cena, sul pane e sul vino: “Quando nelle cena della Pasqua ebraica si scopre il pane si parla di schiavitù, quando si parla della Terra promessa scoprono il calice, la quarta coppa. In mezzo a questi due momenti c'è una cena, quella nel corso della quale Gesù disse “Questo è il mio Corpo” (a significare la rottura della schiavitù dell'uomo all'egoismo e al demonio) e “Questo è il mio Sangue” (a significare la realizzazione di un nuovo esodo per tutta l'umanità). Più tardi – ha continuato Kiko – i cristiani toglieranno la cena e metteranno insieme il pane e il vino [ma che diamine sta dicendo?] . Ora, nel Cammino abbiamo molta gente lontana dalla Chiesa, non catechizzata, e nei segni del pane azzimo (la frazione del pane) e del vino noi diamo visibilità a quei significati”. “Abbiamo scelto di fare la comunione seduti – ha affermato Kiko avvicinandosi al cuore della questione - soprattutto per evitare che si versasse per terra il Sangue di Cristo. La nostra paura era che se si versasse il Vino per terra: se fosse successo per tre volte, saremmo stati denunciati e ce la avrebbero vietata”. Invece, con il fedele seduto, questi ha il tempo – ha spiegato Kiko - di “accogliere il Calice con tutta calma e senza movimenti bruschi, di portarlo alla bocca, di comunicarsi con tranquillità e in modo solenne”. “Seduti come seduto era anche Gesù”, ha specificato Carmen alla sua destra. Dal canto suo padre Mario Pezzi rilevava che la decisione originaria di comunicarsi seduti era stata presa di comune accordo con la Congregazione per il Culto Divino e con il cardinal Mayer, prefetto fra il 1984 e il 1988.
.....
Arguello ha insomma messo in evidenza soprattutto il fatto che il papa avesse dato il suo via libera a quella sorta di compromesso che prevede da un lato la Comunione in piedi, come richiesta dalla Congregazione del Culto Divino, e che dall'altro però esenta il Cammino dalla processione [ma se l'ha chiesta il Papa stesso!], che la lettera di Arinze invece imponeva. “Ora è il papa a dover combattere con Arinze”, esclamava Kiko in conclusione, senza specificare nulla – ancora una volta – riguardo a presunte differenze fra “pane” e “vino”.

lunedì 26 ottobre 2009

Ancora sul Sacerdozio Cattolico



Kiko Argüello, fondatore del Cammino Neocatecumenale
Vogliamo mettere a confronto nell'anno sacerdotale ancora due "visioni" del sacerdozio: quella di mons. Lefebvre che, oltre che col Magistero Perenne, appare decisamente in perfetta sintonia anche con la Sacrosanctum Concilium, e quella di Kiko Arguello, molto dissonante dalla prima. Differenze stridentissime: ai nostri visitatori il compito di trarre qualche riflessione da questo provocatorio thread.

Il Sacerdozio cattolico
Non si può definire il sacerdote senza il sacrificio né il sacrificio senza il sacerdote. Essi sono legati essenzialmente. Il sacerdote è fatto per il sacrificio[10] e non può esserci sacrificio senza sacerdote. Occorre quindi riflettere su cos’è il sacrificio per sapere esattamente cos’è il sacerdote. Il sacrificio è un qualcosa di misterioso, profondo, divino. E’ un tesoro sul quale potete meditare per tutta la vostra vita sacerdotale, senza che sia esaurito al momento della vostra morte. Solo nell’al di là capiremo bene cosa sia questo sacrificio di Nostro Signore che rinnoviamo tutti giorni sull’altare[11]. Già nel Vecchio Testamento, il grande sacerdote entrava ogni anno nel Santo dei santi e, come dice san Paolo (Eb. 9, 7-11), non entrava senza il sangue delle vittime. Questa è un’immagine di ciò che sarebbe stato in futuro il sacrificio di Nostro Signore. Neanche Lui, il Santo per eccellenza, sarebbe entrato nel tabernacolo che non era opera dell’uomo senza il suo sangue prezioso[12]. Ed è quello che fa il sacerdote oggi, riproduce il sacrificio di Nostro Signore facendo discendere sull’altare il suo sangue, il sangue dell’espiazione, della riparazione e della Redenzione. Quanto è più grande, quanto più efficace, quanto più sublime, quanto più divino è il sacrificio che i sacerdoti offrono oggi di quello che un tempo offriva il grande sacerdote una volta l’anno, quando penetrava nel Santo dei santi[13]!
1. Il sacerdozio di Cristo
La definizione forse più bella, più completa del sacerdozio di Cristo si trova nell’epistola di san Paolo agli Ebrei. Tutta la prima parte di essa è destinata a farci conoscere cosa sia il sacrificio di Nostro Signore. E’ davvero meravigliosa. San Paolo è stato certamente ispirato quando scriveva queste pagine. Egli mostra innanzitutto che Gesù è superiore agli angeli (Eb. 1, 4-14 e 2). Poi spiega che Gesù è superiore a Mosè, il maggiore dei profeti (Eb. 3). Mentre Mosé balbettava il Nome di Dio, Gesù è la Parola sostanziale, il Verbo eterno, disceso fino a noi per salvarci. I segreti dei cuori sono messi a nudo ai suoi occhi. Ben superiore quindi a quel che poteva essere Mosè. In terzo luogo, Gesù è incomparabilmente superiore ai grandi sacerdoti dell’antica Legge. Il sacerdozio di Cristo è in effetti il più perfetto che si possa concepire[14] . Donde gli viene queste perfezione? Lo vediamo facilmente considerando la triplice unione del sacerdote con Dio, con la vittima che offre e con il popolo per il quale la offre. Più il sacerdote è unito a Dio e più il suo sacrificio è perfetto; più è unito alla vittima e più ugualmente il suo sacrificio è perfetto. Infine, più è unito al popolo con il quale lo offre e più il suo sacrificio è perfetto. Quindi, più il sacerdote sarà unito a Dio, più il sacerdozio sarà perfetto, poiché il sacerdote deve supplire con la sua santità all’imperfezione dell’adorazione, della riconoscenza, dell’espiazione e della supplica del popolo, come spiega san Tommaso. Più la vittima sarà pura, preziosa ed interamente consumata in onore di Dio, più il sacrificio sarà perfetto. L’olocausto era il più perfetto dei sacrifici della vecchia Legge perché tutta la vittima era consumata in onore di Dio, per significare che l’uomo deve offrirsi a lui interamente. Più il sacerdote e la vittima saranno uniti, più il sacrificio sarà perfetto, poiché l’oblazione e l’immolazione esteriori della vittima non sono che il segno dell’oblazione e dell’immolazione interiori del cuore del sacerdote che compie in tal modo l’atto più grande della virtù di religione. Infine, più il sacerdote ed il popolo saranno uniti, più il sacerdozio sarà perfetto, poiché il sacerdote deve riunire tutte le adorazioni, rendimenti di grazie, preghiere, riparazioni dei fedeli in un’unica elevazione a Dio. E’ sufficiente applicare questi principi al sacerdozio di Nostro Signore per concludere immediatamente che è il maggiore di tutti quelli che si possano concepire. Infatti, Gesù Cristo sacerdote non è soltanto puro da ogni colpa originale e personale, da ogni imperfezione, ma è la Santità stessa. Non è possibile immaginare un sacerdote più unito a Dio. E’ egli stesso Dio grazie alla sua unione ipostatica[15]. Di conseguenza, grazie alla sua unione con Dio, non può che essere il sacerdote più perfetto. Non può esistere un’unione più perfetta tra Nostro Signore, sacerdote, e la sua vittima. La vittima è egli stesso(Ep 5,2) e non si può immaginare una vittima più perfetta di Nostro Signore. Anche qui, Egli è la perfezione assoluta, che supera tutto quanto si possa immaginare. L’unione tra il sacerdote e la vittima non può essere più intima, il legame del sacrificio esteriore e di quello interiore non può essere più stretto, poiché è il sacerdote stesso ad essere vittima[16], non solo nel suo corpo, ma nel suo cuore e nella sua anima. Il suo dolore più intenso è generato dalla sua carità alla vista del male immenso che ha la missione di cancellare. Questa unione tra il sacerdote e la vittima si è manifestata sempre di più nell’ultima Cena, al Calvario e dopo la Resurrezione. L’eucaristia, nel Cenacolo, è l’inizio della Passione; ne è anche la conseguenza. Quindi, il sacerdote e la vittima non possono essere uniti più perfettamente che in Nostro Signore immolato per noi. Infine, neppure l’unione tra il sacerdote ed il popolo fedele può essere maggiore che in Nostro Signore, perché egli è il capo del corpo mistico. Non può esistere un unione più grande che quella che vi è tra le membra ed il capo del corpo mistico perché noi siamo uniti a lui, nel corpo mistico, tramite la partecipazione alla sua grazia. E’ quindi Gesù, in qualche modo esteso al corpo mistico, che offre il sacrificio[17].
2. Il nostro sacerdozio
San Paolo e quindi lo Spirito di Dio, che gli ha dettato queste parole, afferma: “Il sacerdote, che è scelto tra gli uomini, è costituito sacerdote per gli uomini” (Eb. 5,1). Facciamo attenzione a questa prima affermazione, che potrebbe forse giustificare il nuovo orientamento che si vuole dare al sacerdote oggi: un uomo costituito solo per gli uomini. Ma che dice dopo san Paolo? Precisa: “per gli uomini, per ciò che riguarda il culto di Dio” (Eb. 5,1). E’ costituito per gli uomini, senza dubbio, ma nelle cose che sono di Dio, per condurli a Dio. E’ questa la finalità del sacerdozio[18]. San Paolo prosegue: “Affinché offra doni e compia il santo sacrificio per la Redenzione dei peccati” (Eb. 5,1). Ed aggiunge anche: “Poiché è egli stesso soggetto a debolezza, deve compatire ed essere indulgente con coloro che sono nell’errore e nell’ignoranza” (Eb. 5,2). Lì si trova tutto il segreto del sacramento della penitenza. Il sacerdote è quindi costituito per offrire il santo sacrificio e diffondere le grazie del sacrificio, in modo particolare tramite il sacramento della penitenza, per chinarsi su coloro che sono nell’errore e nell’ignoranza. Dato che egli stesso è peccatore, deve offrire il santo sacrificio per i suoi propri peccati e non solo per i peccati del popolo di Dio. Vedete che in poche righe, san Paolo ha riassunto ciò che costituisce l’essenza stessa del sacerdote. Allora, è importante che tutti quelli che sono chiamati a salire all’altare per ricevere un’ordinazione che li prepara ad offrire questi sacri misteri di Nostro Signore Gesù Cristo meditino queste parole di san Paolo. Devono sapere che anche loro sono deboli, e tuttavia Dio li ha scelti. E’ ancora san Paolo a dirlo: “Nessuno si attribuisce da se stesso questo onore; ma ci si è chiamati come Aronne” (Eb. 5,4), come i leviti, per offrire il vero sacrificio di Nostro Signore Gesù Cristo[19]. Quale mistero! Dio che vuole scegliere degli esseri umani per santificare gli uomini, per consacrarli alla continuazione della sua opera di Redenzione affidando loro il suo proprio sacrificio! E’ questo un grande mistero d’amore, di carità verso di noi e tutti quelli che attraverso il sacerdozio, nel corso dei secoli, riceveranno grazie di santificazione. (Mons. Marcel Lefebvre - La sainteté sacerdotale p. 191 e ss.)


IL SACERDOZIO SECONDO KIKO ARGUELLO
Stralcio indicativo dagli “Orientamenti per le equipe di catechisti” da pag. 315…

[…]“Carmen vi ha spiegato come le idee sacrificali, che Israele aveva avuto ed aveva sublimato, si introdussero di nuovo nella Eucarestia cristiana. Forse che Dio ha bisogno del Sangue del Suo Figlio, del suo sacrificio per placarsi? Ma che razza di Dio abbiamo fatto? Siamo arrivati a pensare che Dio placava la sua ira nel sacrificio di Suo Figlio alla maniera degli dèi pagani. Per questo gli atei dicevano: Che tipo di Dio sarà quello che riversa la sua ira contro Suo Figlio nella croce?… E chi poteva rispondere?… Le razionalizzazioni sull’Eucarestia ci avevano condotto a queste deformazioni. Ma le cose non stanno così. Dio, in Cristo, dice San Paolo, stava riconciliando il mondo in noi, non perché Cristo placa Dio in qualche modo, ma perché vuole dimostrare agli uomini che ci ama nonostante il nostro peccato; aveva bisogno di dimostrarci che anche se ammazzavano Suo Figlio continuava ad amarci. Dio stava riconciliando il mondo con sé attraverso Gesù Cristo. E’ il mondo che aveva bisogno di scoprire l’amore di Dio. Questa catechesi non si dà in un giorno e neppure in due. Per questo inizieremo un cammino lungo di anni dove scopriremo e approfondiremo questa meraviglia. Vi assicuro che il rinnovamento del Concilio Vaticano II porterà la Chiesa ad una gloria indescrivibile e riempirà di stupore e ammirazione gli orientali e i protestanti. Tutti insieme ci siederemo sulla pietra angolare, sulla roccia dove non esistono divisioni. Il Concilio è ecumenico.

Ma una volta che questo non è più necessario, [il sacrificio] non bisogna insistervi più. Perché quel momento storico è passato. Perché se metti qualcosa come contrappeso sulla bilancia perché non si sbilanci, una volta che il peso opposto è scomparso, non bisogna conservare il contrappeso perché se no si sbilancia dall’altro lato. Se le cose sono come devono essere, non bisogna insistere.
Lo Spirito Santo ha portato la Chiesa, attraverso i secoli, a rispondere a realtà concrete che le si presentavano. Per esempio: qualcuno può dire perché Dio ha permesso che nell’Eucarestia entrassero l’Introito e l’Offertorio, o tutte queste idee sacrificali? Perché in quel momento storico era necessario. La Chiesa ha dovuto accettare un momento storico molto importante, quello in cui masse senza catechizzazione entrarono nella Chiesa, uomini che non erano ebrei, che venivano dai loto templi dove facevano i loro riti e le loro feste: perché tutti i popoli sono sempre stati religiosi. Che cosa ha dovuto fare la Chiesa con tutta questa gente? Accettare questa realtà e cercare a poco a poco di trasformare questa mentalità pagana in cristiana. E come ha fatto? Cristianizzando le loro feste, i loro riti. Per questa ragione fu necessario che le offerte entrassero nell’Eucarestia, perché questa idea di offrire a Dio non si toglie dalla testa della gente in un giorno. Abbiamo la tentazione di assimilare le cose razionalmente. Questa notte celebreremo una meravigliosa Eucarestia. Rallegratevi, perché la celebreremo come dice il Concilio. Ricordate l’epoca in cui ascoltavate la Messa in latino senza omelia. Io ricordo le Messe che ascoltavo a Madrid nella Chiesa del Buon Successo. Tutto in latino; stavi lì dieci minuti, suonava un campanello e ci inginocchiavamo per la consacrazione; subito dopo suonava un’altra volta il campanello; poi sette minuti ancora e quello vicino a me si faceva il segno della croce, che voleva dire che la messa era finita. Pensate a quell’epoca in cui non avevamo Parola perché era in latino; non c’era omelia, né orazione dei fedeli, né bacio della pace, né anafora in volgare; il pane in forma di carta, nessuno comunicava, il calice lo beveva solo il sacerdote, etc.. Questo lo abbiamo vissuto tutti.
Immaginatevi la cosa meravigliosa che il Concilio presuppone: uomini, diceva Carmen, che hanno dato tutta la loro vita per studiare l’Eucarestia della Chiesa primitiva. Ma accade che il popolo continua a non capire nulla per mancanza di catechesi.
Leggete le vostre risposte al questionario della mattina per vedere quello che pensavate voi della Messa.(Kiko Arguello).

sabato 24 ottobre 2009

E' la nostra Madre che ci custodisce

Salve. Sono un NC in crisi. Faccio parte di una comunità e sono al secondo passaggio. Mi sono trovato bene in Cammino, all'inizio. Ma ultimamente le cose sono cambiate. In particolare da quando mi sono accostato alla lettura del Magistero e soprattutto delle vite dei Santi. Ho cominciato in tal modo ad avvertire numerose 'stonature' con quello che faccio in Cammino. Una spiritualità diversa, che non so descrivere bene in dettaglio, ma che mi porta ad essere più concreto nei miei doveri. In Cammino vedo le cose (sempre le stesse peraltro) più 'fumose'. Si dice sempre che Dio ti ama così come sei, il che è vero ovviamente; ma viene fatto in modo che alla fine si avverte poca necessità di cambiare. Poi durante il secondo scrutinio i catechisti volevano per forza che la mia fidanzata entrasse in Cammino, il che ha scandalizzato parecchi. Il problema per di più che ho con la mia ragazza è che lei vorrebbe venire alle convivenze con me, ma non può per cui avverte il Cammino come qualcosa che ci separa. D'altra parte però sono in Cammino da 7 anni e lì ho tutti i miei amici. Non è facile per me rinunciarvi. Anche perché fuori i miei principi non sono stati mai apprezzati e di fatto i primi amici li ho avuti in comunità. Avevo provato con il Rinnovamento prima, ma si dimostrarono tutti ipocriti e in pratica ero sempre solo. Pregate per me. 21 ottobre, 2009 12:51
Caterina e Mic vi ringrazio. Mi chiamo Davide. Ma qui non si tratta tanto di teorie e precisazioni teologiche, pur importanti. Si tratta di ricostruirmi un mondo che per me al momento coincide col Cammino. Fuori non ho amici né ne ho mai avuti. La sensibilità alle stonature del Cammino l'ho avvertita soprattutto leggendo le vite dei Santi. Più che le teologie sono stati Santa Gemma, don Bosco, San Pio ad affinare la mia sensibilità cattolica. Ma poi questo cardinale, il card. Canizares, ha presieduto l'11 Gennaio una Eucaristia NC, ed ora esce fuori col libro? Tutta questa confusione mi fa soffrire ancora di più. 21 ottobre, 2009 20:19
Cinzia chiamami Davide. Non so perché il sistema mi chiami 'Il', ma non ha significato ;-)
Mic, Cinzia e tutti gli altri, grazie mille per le vostre preghiere.
Ma Cinzia, purtroppo questa grande famiglia di cui parli, non l'ho trovata. Le altre realtà, almeno da me, non stanno meglio del Cammino.
Recentemente si sono azzannati tutti come cani per accaparrarsi dei soldi. Il Banco Alimentare locale è nella bufera a causa di ruberie del cibo destinato ai poveri. A CL si parla solo di politica e se nomini la parola peccato ti guardano storto, se parli di castità ai ragazzi di AC ti ridono addosso perché sono cose 'da vecchiette' (ovviamente sono mie esperienze). Non so dove andare, è questo il punto. D'altra parte ho paura di rimanere solo, perché, ripeto, le mie amicizie sono ormai solo nel Cammino. Inoltre la mia fidanzata vive il Cammino come un elemento di separazione tra noi, e non mi sento capito neanche da lei in questa sofferenza (forse non può non avendola vissuta). La mia compagnia spirituale sono i diari di Santa Gemma e degli altri santi. Ma è chiaro che ho bisogno di qualcosa di più tangibile. Solo che non lo trovo. Sto pregando tanto il Signore di trovare un sacerdote che mi guidi. 21 ottobre, 2009 21:28
Ho raccolto sequenzialmente gli interventi di Davide, che mi hanno molto interpellata nel desiderio di offrirgli concretamente, al di là di qualunque altra considerazione, l’aiuto di cui ha bisogno in questo momento. Vi ho colto alcuni punti fondamentali:
  1. Grande disagio, dicotomia tra realtà vissuta e Realtà cercata e intravista attraverso le sue “letture cattoliche”

  2. senso di isolamento determinato dalla metodologia del cammino, che fagocita l’intera vita delle persone, chiudendo loro gradualmente ogni spiraglio di contatto o di relazione con il mondo esterno; il che è una inequivocabile caratterista settaria e , in quanto tale, già da considerare con sospetto a prescindere dagli insegnamenti che fornisce e dalle prassi cui costringe

  3. paura della solitudine, un po’ presente già nella sua precedente situazione, che gli rende ancor più difficile il distacco dal cammino con la prospettiva di affrontare un ‘deserto’ di relazioni ma anche di approfondimenti di cui egli è assetato, avendo anche trovato nel cammino il coinvolgimento emotivo ed esistenziale che lo fa sentire in una “grande famiglia” di cui ha bisogno. Tuttavia è una famiglia che lo castra e lo rinserra in una identità di gruppo che, quando è all’esterno (tenendo conto che l’esterno coincide con la vita reale e non virtuale), gli rende difficoltoso il suo personale percorso (che è quello di ognuno) nella costruzione della sua identità personale, che rappresenta la identificazione della “somiglianza” con Dio. Infatti tutti siamo creati “a Sua immagine” ma “come somiglianza”, che riceviamo in potenza, ma che si attualizza e si sviluppa attraverso la vita di Fede ed è un processo che dura tutta la vita...

  4. l’incontro con realtà anche ecclesiali dalle quali ha ricevuto messaggi contradditori, destabilizzanti e deludenti, che gli hanno fatto ripercorrere a ritroso il suo tentativo di uscir fuori da una situazione di disagio e non congenialità alla quale resta tuttavia ‘attaccato’ in virtù del coinvolgimento e della dipendenza ‘forti’ che il “sistema camino” inesorabilmente costruisce intorno alla persona, che resta tanto più invischiata quanto più accetta senza vagliarli i comportamenti e i contenuti che vengono inculcati con metodi martellanti e subdolamente manipolatori.

Partirei da quest’ultimo punto, perché è quello che mette in luce la gravità della crisi che la Chiesa sta attraversando: ci sono persone assetate del Signore e di approfondire la Fede, che sono le più esposte ad inganni con tanto di garanzia della Chiesa (vedi celebrazione di Canizares, menzionata con lo stesso dolore e sconcerto con cui l’abbiamo accolta noi, per non parlare della controversa 'approvazione') e che, quando aprono gli occhi, incontrano un diverso tipo di desacralizzazione e di secolarismo penetrato purtroppo in ogni ambito della Chiesa post-conciliare: sembra anzi ormai, tolte alcune oasi di santità e di verità, la sua caratteristica principale. E il “da chi andremo?” si fa tanto più drammatico quanto più il Signore cercato si scopre in realtà Assente proprio lì dove tante aspettative e allusioni promettenti lo facevano avvertire presente.
Concluderei questa analisi tanto amara quanto realistica, con una riflessione da cui partire per raccogliere le idee e le forze da cui ripartire, per non arrendersi e andare avanti, da persone consapevoli di vivere un momento storico terribile, ma nello stesso tempo determinate a non lasciarsene né schiacciare né sviare con l’aiuto del Signore.
Mi ha dato molto da pensare, fra tutte, la frase: A CL si parla solo di politica e se nomini la parola peccato ti guardano storto, se parli di castità ai ragazzi di AC ti ridono addosso perché sono cose 'da vecchiette' (ovviamente sono mie esperienze).
Trovo che c’è schizofrenia nella nostra Chiesa:
- da una parte c’è una realtà (il Cammino NC) che fa della morale il suo stendardo, ma è una morale indossata come un vestito, perché non parte dalla trasformazione di un cuore redento dalla Grazia che vince il peccato proprio grazie all’incontro col Signore della Vita e al suo camminare con Lui nella vita Sacramentale della Chiesa. Parte anzi da una destrutturazione totale della personalità, inculca un senso del peccato buio ed inesorabile di conio calvinista, su cui poi costruisce il suo modello di uomo kikizzato (non ‘cristificato’, badate bene!) non rispettando né i tempi di maturazione, né le modalità, ineludibilmente diverse da persona a persona, della quale invece viene annullato ogni senso di responsabilità; il che è grave, perché “responsabilità” coincide con la “risposta” personale, unica, insostituibile che ognuno di noi deve al Signore che lo ha “chiamato” alla vita e non è tenuto a delegarla a nessun cammino di fede che – abbiamo visto a proposito di quello NC – si sostituisce al Signore…
- dall’altra parte, chi ha in sé, come Davide, il rigore e la serietà della sua risposta e vorrebbe essere aiutato a vivere la sua responsabilità, trova chi anziché avere la visione distorta, protestante del peccato, lo ha proprio espunto dal suo orizzonte, in piena visuale secolarista penetrata nella Chiesa col modernismo e irride il bisogno di dare alla propria vita il senso etico che il cristianesimo, che pure NON E’ un’etica ma è la sequela di una Persona, dona proprio nella connaturalità col bene che il rapporto col Signore nella Sua Chiesa man mano sviluppa nella persona...
Ognuno di noi sta custodendo gelosamente in sé queste cose che ha scoperto e ricevuto dalla Chiesa e vive nella Chiesa nonostante il limite incontrato ad ogni passo, ma forte del fatto che questo limite può essere superato dall’Eucaristia vissuta come Sacrificio di Cristo in cui è inserita la nostra personale offerta e tutti i doni necessari per la nostra Redenzione continua, insieme alla preghiera e alla dimestichezza con la S. Scrittura, specialmente i Salmi che contengono in misura amplissima tutti i moti i bisogni le necessità i gridi la lode la gratitudine l’attesa la speranza lo sconforto presenti nell’anima di ogni uomo di ogni tempo.
Capisco che a Davide manchi la concretezza dell’ambito in cui condividere tutto questo nella vita quotidiana. Indubbiamente questa il cammino te la dà a piene mani, ma poi ti porta da tutt’altra parte… E, d’altronde, questa concretezza di un quotidiano redento condivisibile è proprio la mancanza più grande di questo nostro tempo davvero difficile e pieno di prove tremende a tutti i livelli e in tutti gli ambiti. Ma in questo la nostra Fede ci fa sentire certi di non essere soli, il Signore Risorto è con noi, è in mezzo a noi fino alla fine dei tempi, la sua Madre, ai piedi della Croce, ci ha accolti nel Suo cuore straziato di Madre, consegnati dal Cuore straziato del Figlio, sarà lei a condurre i nostri passi e a custodire noi, Davide e tutti coloro che soffrono di questa confusione e disorientamento grandi...

La Madonna di Fatima “Dio vuole introdurre la devozione al mio Cuore Immacolato”


L’entusiasmo che constatiamo nel mondo intero per la nostra crociata del rosario ci riempie di consolazione e ci incita a ritornare ancora una volta su questo soggetto con voi.
Se sollecitiamo il Cielo con questa moltitudine di Ave Maria è sicuramente perché l’ora è grave. Abbiamo la certezza della vittoria della Madonna poiché ella stessa lo ha promesso, ma gli eventi che si sono succeduti da circa un secolo, da quando questo trionfo è stato annunciato a Fatima, ci obbligano a supporre che altri mali potrebbero ancora colpire l’umanità prima di questa vittoria.

Eppure il messaggio dato a Fatima dalla Madre di Dio era molto semplice: se il mondo non si convertirà sarà castigato: “ci sarà una seconda guerra, più terribile della prima”. Il mondo non si è convertito e la risposta di Dio non si e fatta attendere a lungo. Dalla seconda guerra mondiale il mondo non si è ancora convertito. Se si pensa che la Russia si è convertita, bisognerebbe allora spiegarci in che cosa essa si è convertita, e a chi... al liberalismo economico?

Dopo quasi cent’anni, costatiamo che il mondo non è certamente divenuto migliore, al contrario. La guerra di coloro che non hanno la fede continua in maniera più aspra, ma ha preso un aspetto del tutto inatteso: la demolizione prosegue in particolare grazie ad una sovversione, un’infiltrazione interna alla Chiesa. La Santa Chiesa, nostra Madre, si sta trasformando in un ammasso di rovine spirituali, mentre la facciata esterna ancora si mantiene più o meno bene, ingannando cosi la moltitudine sul suo stato reale. Siamo obbligati a constatare che questa sovversione ha trovato una efficacia accresciuta e insperata in occasione del Concilio Vaticano II non c´è bisogno di fare alta teologia, questo è un fatto storico.

Quale parte di responsabilità bisogna attribuire al Concilio stesso?, È una domanda difficile, ma è evidente che questo Concilio non è restato senza effetto e le sue conseguenze sono evidentemente disastrose. A causa sua si è realizzato un accordo con il mondo. “Anche noi più di ogni altro, abbiamo il culto dell’uomo”, diceva Paolo VI, in occasione della chiusura del Concilio. L’orientamento antropocentrico del Vaticano II è stata sottolineato a sazietà da Giovanni Paolo II. Ora questo orientamento è totalmente estraneo alla Chiesa di Dio, soprannaturale nella sua essenza; questa ha ricevuto da Nostro Signore Gesù Cristo non soltanto la sua costituzione, i suoi mezzi, ma anche e soprattutto il suo fine, che non è nient’altro che la continuazione della missione redentrice e di salvezza delle anime di Gesù stesso: “Andate nel mondo intero, proclamate il Vangelo a tutta la creazione. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, chi non crederà sarà condannato”. (Mc 16,15)
Adesso, ed è questo il dramma, alla sua missione divina è sostituita una missione tutta umana. Questo è un grande mistero che lascia stupefatti. La salvezza è passata in secondo piano per non dir peggio.

Pochi uomini, molto pochi purtroppo, comprendono che la terribile crisi della Chiesa dal Concilio Vaticano II è una punizione più terribile di tutte le altre, poiché questa volta la catastrofe è spirituale; ciò che è ferito, ciò che è ucciso senza rumore e in un’indifferenza peggiore della morte, sono le anime. La perdita della grazie in un’anima è la catastrofe più terribile che possa capitare, ma non fa rumore sensibile, non si percepisce. E la voce delle sentinelle ha taciuto. L’appello alla conversione, alla penitenza, alla fuga del peccato, delle tentazioni e del mondo, ha ceduto il posto ad una compiacenza o almeno ad una simpatia verso il mondo. C´è una vera volontà di fare la pace con il mondo moderno.

La missione di salvezza ha ceduto il passo ad una nuova sorta di missione umanitaria; si tratta di aiutare gli uomini di tutte le condizioni, di tutte le religioni a vivere bene e insieme sulla terra.

Non c’è alcun dubbio: tutto ciò che riguarda il messaggio della Madonna a Fatima, ciò che è chiamato il segreto di Fatima, non è un argomento chiuso Sicuramente quello che viviamo è necessariamente iscritto in quell’insieme di eventi che terminerà alla fine con il trionfo di Maria. Come questo avverrà? Come lo vedremo? Sappiamo in ogni caso che ciò avverrà attraverso la conversione della Russia, secondo le parole stesse della Madonna.

Nel 1917 a Roma gli empi celebravano i 200 anni della massoneria e i 400 anni del protestantesimo, con delle sfilate particolarmente virulente contro la Santa Sede. I manifestanti vociferavano e proclamavano il regno di Satana sul Vaticano ed il Sommo Pontefice.

Ancora seminarista, Massimiliano Kolbe assisteva a questi dolorosi eventi e diceva: “Quest’odio mortale contro la Chiesa di Gesù Cristo e contro il suo Vicario non è una semplice ragazzata di individui disturbati, ma un’azione sistematica che viene dal principio della massoneria: “distruggete ogni religione qualunque essa sia, soprattutto la religione cattolica”. [Pisma Ojca Maksymiliana Marii Kolbego franciszkanina, Niepokalanow, maszynopsis, 1970]. (…) “È possibile che i nostri nemici debbano dispiegare tanta attività, fino ad avere la superiorità, mentre noi restiamo senza far niente, tutt’al più applicati a pregare, senza metterci all’opera? Non abbiamo forse delle armi più potenti, la protezione del Cielo della Vergine Immacolata? L´Immacolata, vittoriosa e trionfatrice su tutte le eresie, non cederà il posto al nemico che rialza la testa, se troverà dei servitori fedeli e docili ai suoi ordini: riporterà nuove vittorie più grandi di tutto quello che si può immaginare.
Dobbiamo divenire strumenti docili tra le sue mani, impiegando tutti i mezzi leciti, introducendoci dappertutto con la parola, la diffusione della stampa mariana e della medaglia miracolosa, valorizzando la nostra azione con la preghiera e con il buon esempio.” [Testimonianza del P. Pignalberi riportata nel processo di beatificazione].

Egli fondò la Milizia dell’Immacolata soltanto qualche giorno dopo l´apparizione del 13 ottobre della Madonna a Fatima, quando si verificò il grande miracolo del sole. Sarà infatti il 16 ottobre che, con sei compagni di seminario, si consacrerà al Cuore Immacolato di Maria per ricondurre a Dio il mondo intero, per mezzo dell’Immacolata.

Quando si considera il legame fra il messaggio di Fatima e la risposta del francescano polacco, non si può che essere impressionati, leggendo il suo atto di consacrazione: “Degnate ricevere come lode, oh Vergine benedetta, Immacolata Concezione, Regina del Cielo e della terra, Rifugio dei peccatori e Madre amantissima cui Dio ha voluto affidare tutto l’ordine della misericordia, eccomi ai vostri piedi, io, povero peccatore. Vi supplico, accettate tutto intero il mio essere come vostro bene e vostra proprietà; agite in me secondo la vostra volontà, nella mia anima e nel mio corpo, nella mia vita, nella mia morte e nella mia eternità. Prima di tutto disponete di me come lo desiderate, perché si realizzi infine ciò che è detto di voi: “La Donna schiaccerà la testa del serpente” ed anche “Voi sola vincerete le eresie nel mondo intero”. Fate che possa divenire, nelle vostre mani purissime, così ricche di misericordia, uno strumento del vostro amore, capace di rianimare e di far sbocciare pienamente tante anime tiepide o smarrite. Così si estenderà senza fine il regno del Cuore Divino di Gesù. Davvero la vostra sola presenza attira le grazie che convertono e santificano le anime, poiché la grazia sgorga dal Cuore divino di Gesù su di noi, passando attraverso le vostre mani materne”. [Scritti di Massimiliano Kolbe, Nuova edizione volume unico ENMI Roma, 1997]

Con questo spirito, cari fedeli, noi abbiamo lanciato questa crociata del rosario. Ma la preghiera non ne è che una parte: non dimentichiamo gli altri due elementi che sono anch’essi molto importanti: la penitenza e la devozione al Cuore Immacolato di Maria. Vogliamo riparare con la mortificazione le ingiurie fatte a Maria; vogliamo, in unione con il suo Cuore doloroso, associarci il più strettamente possibile al Sacrificio della Croce di Nostro Signore, poiché è in esso che si realizza la nostra salvezza. Siamo così al cuore del messaggio di Fatima: “Dio vuole introdurre la devozione al mio Cuore Immacolato”. Forse non si insiste abbastanza su quest’ultimo aspetto, che a noi sembra ancora più importante della consacrazione della Russia, e che è la seconda condizione indicata da Maria al Papa per il suo trionfo: consacrare la Russia E promuovere la devozione al suo Cuore Immacolato.

In questo mese di ottobre comincia una nuova fase delle nostre relazioni con il Vaticano, quella delle discussione dottrinali. La posta in gioco è molto alta e le raccomandiamo alle vostre preghiere. Anche questo fa parte, senza alcun dubbio, della nostra crociata, ed è evidente che questa intenzione è inclusa nel trionfo del Cuore Immacolato di Maria che noi tutti desideriamo. Ciò sorpassa completamente le nostre forze e sarebbe follia pura e semplice lanciarci in una tale impresa, se essa non fosse sostenuta dai mezzi soprannaturali che sono la preghiera e la penitenza.

Non vogliamo terminare questa lettera senza ringraziarvi per i vostri sforzi generosi che permettono alla nostra opera di svilupparsi dappertutto nel mondo. C’è però qualcosa che ci rallenta: la messe è abbondante ma mancano gli operai per la raccolta. Già Nostro Signore lo diceva e indicava il rimedio: pregate per le vocazioni. Come vorremmo venire in aiuto di tutti i fedeli, molti dei quali hanno la S. Messa una sola volta al mese o soltanto la domenica, non potendo così beneficiare di tutto il sostegno sacerdotale normale... Comunque il Signore ci ha fatto la grazia quest’anno di 27 nuovi sacerdoti; e aspettiamo per l’anno prossimo un numero un po’ più elevato. Ma ciò non è sufficiente, tanto la richiesta è grande nel mondo intero.

Siate tutti ringraziati profondamente per i vostri sforzi. Che Dio ve li renda in grazie e benedizioni abbondanti che noi invochiamo con tutto il cuore su voi, sulle vostre famiglie e i vostri figli. Che la Madonna del Rosario, il Cuore Immacolato di Maria vi protegga.

Festa della Maternità divina di Maria, 11 Ottobre 2009.

+ Bernard Fellay
Superiore Generale della Fraternità sacerdotale San Pio X