mercoledì 28 ottobre 2009

LA DIFESA DEL SACERDOZIO NELL'ANNO DEL SIGNORE 2009


Il nostro Blog non sta cambiando identità. Semplicemente, in questo momento in cui sono sotto l'attenzione di tutti i colloqui iniziati con la FSSPX, è utile mettere a confronto un insegnamento autenticamente cattolico, che risuona anche in documenti come "Presbiterorum ordinis" ed altri.

Il Priorato, il Sacerdote e l'apostolato di oggi (Mons. Marcel Lefebvre)
Come proteggere la fede dei nostri Sacerdoti? Come permettere loro di lavorare mantenendo il fervore che avevano il giorno dell’Ordinazione e della loro Prima Messa? Come perseverare in mezzo a questo mondo che, più che mai, pensa solo ai piaceri, ai godimenti, ai soldi e ai beni terreni? Come preservare il Sacerdozio in questa atmosfera della “chiesa conciliare”, di sacerdoti che non sono più Sacerdoti, che non ne hanno più l’abito, i costumi, la predicazione, la liturgia, la dottrina? Tutto questo è uno scandalo per noi.
La Provvidenza ci ha fornito la soluzione: il Priorato. Sarà esso a proteggere la grazia del Sacerdozio, il fervore del Prete. Il Priorato è come un bastione avanzato in pieno campo di battaglia, da dove i Sacerdoti ferventi, che vivono nella preghiera, nella contemplazione, vicino al Santissimo Sacramento, nell’unione fraterna, sono pronti a partire in battaglia.
Se accadesse che i Priorati scomparissero, non avremmo più la Fraternità, perché essa è essenzialmente basata sui Priorati, su questa vita comune protetta dal mondo, direi quasi claustrale. Vista l’atmosfera irrespirabile di questo mondo in piena decomposizione spirituale, morale, materiale, se non viviamo in un ambiente in cui si può respirare un’aria di fede, di preghiera, di carità fraterna non resisteremo e il nostro apostolato non sarà fruttuoso.
Di qui l’importanza capitale, a mio avviso, della costituzione dei Priorati. È difficile, bisogna riconoscerlo, ma bisogna mantenere questo ideale e capire che è assolutamente indispensabile […].
In altri tempi – mi direte – dei santi sacerdoti erano soli e tuttavia hanno realizzato, come per esempio il Santo Curato d’Ars, un apostolato meraviglioso. Ma le circostanze erano completamente diverse da oggi. Il Curato d’Ars si confessava da un parroco a due o tre chilometri da lui. Vi erano buoni sacerdoti vicini; delle riunioni sacerdotali, i ritiri organizzati dalla diocesi o dal decanato. Il Sacerdote era sostenuto da un contesto che lo spingeva ad uno slancio di zelo e di santità. Anche se l’isolamento del sacerdote non era l’ideale e spesso i preti ricercavano la vita comune, vivendo insieme nelle canoniche […].
Il Priorato ideale deve contare come minimo tre sacerdoti, altrettanti religiosi, qualche suora […]. L’isolamento, al di fuori della città, è un elemento importante per il raccoglimento, l’equilibrio anche fisico. In tal modo il Sacerdote, rientrando dal ministero, si ritrova in campagna, nella calma, nel silenzio [...] È una distrazione, un riposo fisico e morale. Ce n’è bisogno nell’agitazione e il logorio continui […].
I Priorati sono bastioni avanzati in un mondo corrotto: devono essere dei fari di luce, di fede, di santità, di discrezione, di modestia, di unione fraterna, affinché le persone possano guardare ad essi come ad baluardo di resistenza ed un puntodi riferimento.
Dal Priorato si svolgerà il ministero, ma un ministero compatibile con la vita di Priorato, assicurando il primato alla conservazione della fede e del fervore del Sacerdote. Senza di ciò non si resisterà né fisicamente né moralmente né spiritualmente. (conferenza ai sacerdoti, Parigi 1988)


COSI' KIKO ARGUELLO NEL 2009 (DOTTRINA CHE SI INSEGNA IN TUTTI I SEMINARI DEL MONDO IN MANO AI NEOCATECUMENI)
“Noi l'abbiamo finora sempre fatta da seduti, e non per disprezzo – ha affermato - ma perché per noi è sempre stato molto importante comunicarsi anche con il Sangue. Nelle comunità portiamo avanti infatti una catechesi basata sulla Pasqua ebrea , con il pane azzimo a significare la schiavitù e l'uscita dall'Egitto e la coppa del vino a significare la Terra promessa”. E qui, aprendo una lunga parentesi, l'iniziatore ha riassunto la sua catechesi sull'ultima cena, sul pane e sul vino: “Quando nelle cena della Pasqua ebraica si scopre il pane si parla di schiavitù, quando si parla della Terra promessa scoprono il calice, la quarta coppa. In mezzo a questi due momenti c'è una cena, quella nel corso della quale Gesù disse “Questo è il mio Corpo” (a significare la rottura della schiavitù dell'uomo all'egoismo e al demonio) e “Questo è il mio Sangue” (a significare la realizzazione di un nuovo esodo per tutta l'umanità). Più tardi – ha continuato Kiko – i cristiani toglieranno la cena e metteranno insieme il pane e il vino [ma che diamine sta dicendo?] . Ora, nel Cammino abbiamo molta gente lontana dalla Chiesa, non catechizzata, e nei segni del pane azzimo (la frazione del pane) e del vino noi diamo visibilità a quei significati”. “Abbiamo scelto di fare la comunione seduti – ha affermato Kiko avvicinandosi al cuore della questione - soprattutto per evitare che si versasse per terra il Sangue di Cristo. La nostra paura era che se si versasse il Vino per terra: se fosse successo per tre volte, saremmo stati denunciati e ce la avrebbero vietata”. Invece, con il fedele seduto, questi ha il tempo – ha spiegato Kiko - di “accogliere il Calice con tutta calma e senza movimenti bruschi, di portarlo alla bocca, di comunicarsi con tranquillità e in modo solenne”. “Seduti come seduto era anche Gesù”, ha specificato Carmen alla sua destra. Dal canto suo padre Mario Pezzi rilevava che la decisione originaria di comunicarsi seduti era stata presa di comune accordo con la Congregazione per il Culto Divino e con il cardinal Mayer, prefetto fra il 1984 e il 1988.
.....
Arguello ha insomma messo in evidenza soprattutto il fatto che il papa avesse dato il suo via libera a quella sorta di compromesso che prevede da un lato la Comunione in piedi, come richiesta dalla Congregazione del Culto Divino, e che dall'altro però esenta il Cammino dalla processione [ma se l'ha chiesta il Papa stesso!], che la lettera di Arinze invece imponeva. “Ora è il papa a dover combattere con Arinze”, esclamava Kiko in conclusione, senza specificare nulla – ancora una volta – riguardo a presunte differenze fra “pane” e “vino”.

8 commenti:

Francesco ha detto...

Capisco la posizione di Gianluca Cruccas, ma è bene rammentare che il nostro blog ha un suo profilo specifico che non dipende in alcun modo dalla FSSPX e non ha nulla a che vedere con essa ( con tutto il rispetto per la stessa e i voti a chè i colloqui intrapresi giungano presto a ottimo fine).

jonathan ha detto...

Tuttavia il confronto posto in evidenza mette in più chiara luce la distanza profonda tra le due posizioni, e magari sollecita una riflessione più consapevole.

mic ha detto...

seduti, in piedi, in processione... sono elementi importanti, ma non sono i soli da prendere in considerazione.

Innanzittuto, "seduti a mensa" non è propriamente l'atteggiamento del Cristiano che partecipa al Sacrificio di Cristo, dal quale soltanto scaturiscono i beni escatologici che egli riceve nutrendosi del Pane e del Vino che sono Corpo e il Sangue del Salvatore Risorto e non hanno più nulla a che vedere con la Pasqua ebraica, la quarta coppa e quant'altro, che sono solo solo figure della Pasqua cristiana, che ci introduce, con Cristo in Cristo e per Cristo, nel mondo della Creazione Nuova, del Regno già venuto e ancora da portare a compimento.

Insegnare che il pane è il "pane dell'afflizione" e il vino è il "calice dell'esultanza" che significa il "nuovo esodo" non ha niente di cattolico... c'è ben qualcosa di più dell'haggadah ebraica nel Pane e nel Vino: c'è una Presenza Reale del Signore Risorto, il modo scelto da Lui di "rimanere con noi" fino alla fine dei tempi, quando ci ha comandato "ogni volta che farete 'questo' lo farete in memoria di me".
Il Sangue (che può essere solo su un altare e non su una mensa), senza equivoci e arzigogolamenti sincretistici, è quello della Nuova Alleanza "versato in Espiazione per i peccati" e la Vita umano-divina del Signore che ogni volta ci ri-genera, ci trasforma perché nel Signore ri-presentiamo, ricordiamo al Padre, insieme alla Sua, anche la nostra offerta...
E' molto grave che l'iniziatore di un movimento definito cattolico abbia potuto fare certe dichiarazioni in pubblico, in conferenza stampa, senza che nessun sacerdote o vescovo o fedele cattolico (tranne noi) abbia avuto qualcosa da obiettare

mic ha detto...

il tema di questo thread, incentrato sul sacerdozio, ci induce a chiedersi COSA celebrano i sacerdoti formati nel seminari neocat, che devono seguire tutto l'iter formativo del Cammino e ricevono gli insegnamenti dei propri iniziatori, che ormai abbiamo imparato a conoscere e a distinguere dal Magistero cattolico, nonostante la grande opera di mimetizzazionetuttora in corso

mic ha detto...

In sintonia con la riflessione di Francesco, ho aggiunto all'articolo una essenziale premessa.

Jonathan ha ben colto la motivazione che ha mosso Gianluca.

Fin qui condivido, ma penserei che nei prossimi percorsi dovremo, ad esempio, sviluppare il senso del peccato che avevamo cominciato ad esaminare

jonathan ha detto...

Mic, posso chiederti cosa ne pensi della Comunione sotto le due Specie?
Voglio dire, questo mi è sempre parso un po' il punto di forza della celebrazione nc dell'Eucarestia. In realtà non lo è, visti i presupposti dottrinali kikiani.

Risale anche questo alla Chiesa primitiva? Credi si tratti anche in questo caso di archeologismo? Cosa toglie, se toglie qualcosa, alla Comunione il fatto di poter accedere solo al Pane Consacrato? Dato per noto a tutti che nell'Ostia è presente tutta intera la Realtà della Presenza di Cristo, ovviamente.

mic ha detto...

Cara Jonathan,

secondo me ricevere la comunione "sub utraque specie", non ha valore superiore rispetto al ricevere l'ostia soltanto, perchè in ogni specie -come dici bene anche tu- è presente il Signore Gesù nella sua completezza. Quello che è essenziale e spesso trascurato è il rispetto e l'Adorazione per il Signore presente.

Le prime comunità cristiane, secondo le fonti, si comunicavano bevendo anche dal calice

Concilio di Trento
Il concilio dichiara, inoltre, che la chiesa ha sempre avuto il potere di stabilire e mutare nella distribuzione dei sacramenti, salva la loro sostanza, quegli elementi che ritenesse di maggiore utilità per chi li riceve o per la venerazione degli stessi sacramenti, a seconda delle circostanze, dei tempi e dei luoghi. Cosa che l’apostolo sembra accennare chiaramente, quando dice: La gente ci ritenga servi di Cristo e dispensatori dei misteri di Dio[6]. Ed è abbastanza noto che egli stesso si è servito di questo potere, sia in molte altre circostanze[7] che in relazione a questo stesso sacramento, quando, date alcune disposizioni circa l’uso di esso: Il resto, dice, lo disporrò quando verrò[8].
Perciò la santa madre chiesa, consapevole di questo suo potere nell’amministrazione dei sacramenti, anche se all’inizio della religione cristiana l’uso delle due specie non era stato infrequente, col progredire del tempo, tuttavia, mutato in larghissima parte della chiesa quell’uso, spinta da gravi e giusti motivi, approvò la consuetudine di dare la comunione solo sotto una sola specie e credette bene farne una legge, che non è lecito riprovare o cambiare a proprio capriccio, senza l’autorità della stessa chiesa.

Sacrosanctum Concilium
55. Si raccomanda molto quella partecipazione più perfetta alla messa, nella quale i fedeli, dopo la comunione del sacerdote, ricevono il corpo del Signore con i pani consacrati in questo sacrificio. Fermi restando i principi dottrinali stabiliti dal Concilio di Trento [40], la comunione sotto le due specie si può concedere sia ai chierici e religiosi sia ai laici, in casi da determinarsi dalla sede apostolica e secondo il giudizio del vescovo, come per esempio agli ordinati nella messa della loro sacra ordinazione, ai professi nella messa della loro professione religiosa, ai neofiti nella messa che segue il battesimo.

Redemptionis Sacramentum
100. Al fine di manifestare ai fedeli con maggior chiarezza la pienezza del segno nel convivio eucaristico, sono ammessi alla Comunione sotto le due specie nei casi citati nei libri liturgici anche i fedeli laici, con il presupposto e l’incessante accompagnamento di una debita catechesi circa i principi dogmatici fissati in materia dal Concilio Ecumenico Tridentino.

In ogni caso normalmente ciò avviene in celebrazioni particolari (matrimoni, solennità, ecc.)

Mettere troppo l'accento sulla comunione sotto le due specie rischia di privilegiare l'aspetto simbolico dell'Eucaristia su quello sacramentale!

jonathan ha detto...

Ok, grazie Mic.

Non posso non notare che l'invito ad un incessante accompagnamento di una debita catechesi circa i principi dogmatici fissati in materia dal Concilio Ecumenico Tridentino. è sempre del tutto disatteso nel cnc.
L'orgoglio della disubbidienza.