giovedì 14 ottobre 2010

Nel deserto presente nella Chiesa, oggi, la coscienza può essere vista come un 'lusso' pensando alle false attrattive dei 'surrogati'

Vi prego di leggere con attenzione, meditare e rispondere a questa nuova testimonianza, che non è pubblicata per darla in pasto a visuali superficiali, ma per condividerne con rispetto e compartecipazione il significato profondo e il grido di sofferenza - soffocato dalla delicatezza d'animo in comune con la testimonianza precedente -, che erompre da una ferita evidentemente non ancora rimarginata. E per dare risposta al tema della 'coscienza'... mi colpisce che in questo tempo di 'deserto' essa venga definita un 'lusso...

Anche questa testimonianza era diretta a me; ma la pubblico, nei punti essenziali, col permesso di chi l'ha inviata, omettendo 'perle preziose' che custodisco nel mio cuore...
Mi appello a tutti, anche a chi di solito legge senza intervenire, perché rispondiate alla domanda finale; con la stessa delicatezza che traspare da questo scritto, focalizzando l'attenzione sul sottotitolo del Libro di Ratzinger che ho scelto come immagine: "la Verità interroga il cuore"...
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Perdona la lungaggine, per iscritto mi viene più naturale e facile parlare. Effetto collaterale della solitudine.

In questi giorni mi è capitato di pensare, col cuore in lacrime, che la coerenza con me stessa, con l’appello della mia pur piccola fede, con la mia coscienza cristiana, è forse un lusso che non avrei dovuto concedermi. Forse avrei dovuto preferire il compromesso, appunto per restare in tema, ed evitare la sterilità del mio silenzio e di una solitudine che forse il Signore non ama. So che non sei d’accordo. Ma non sempre so impedirmi di vergognarmi di me. Quel lusso di concedermi il ‘primato della coscienza’, di sottrarmi all’errore di seguire un dio falso e falsificato, ha prodotto aridità, senso di estraneità dalla chiesa, sterilità.

Sono forse più gradita a Dio per averlo cercato per questa via vuota, in apparenza, vuota e aspra? ‘Amica mia, mia bella’, mi cantava una volta dalle pagine della Sua Parola e ho voluto illudermi che l’abbraccio dei ‘fratelli’ fosse il Suo abbraccio, comoda illusione, inutile come tutte le illusioni.

Come faccio a sentire ancora e di nuovo quel canto? Se dubito di me, e di Lui in me? Che cos’è la coscienza? Un alibi? No, perché non siamo più sotto la legge, e la legge sì, quella sì è un alibi che la Croce ha smascherato. Fino a che punto posso o devo fidarmi della mia coscienza? Qual è il limite a cui arrestarsi? Ho tentato di parlarne col primo prete che mi è capitato e lui mi ha detto ‘ti confesso che mi vergogno dell’incoerenza della Chiesa’. E va bè.

mercoledì 13 ottobre 2010

Testimonianza e aggiornamento

Questo messaggio mi induce ad un aggiornamento: in base alle comunicazioni ricevute finora, la data del nostro incontro slitta a fine novembre, qualcuno mi ha parlato dell'8 dicembre. A giorni fisseremo la data definitiva.

Il messaggio, dal quale ho estratto questa comunicazione, ci riporta la situazione di disagio e sofferenza che ognuno di noi ben conosce e che molti stanno ancora vivendo. Questo, a proposito degli spot per i quali il "cammino fa tanto bene".
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Carissimi,
sono costretta a declinare l'invito, perchè sto troppo lontano e comunque di sabato lavoro.

Ho avuto un contatto con il segretario del vescovo, che mi ha detto che il vescovo di sicuro non è al corrente del numero dei fuoriusciti e dei problemi che crea il cammino, e che mi consiglia di parlarne direttamente a lui, e quando mi sento pronta, mi fissa un'udienza.

So che c'è qualcuno, insieme ad un sacerdote locale, che vorrebbe formare un gruppo di fuoriusciti, presso una parrocchia, ma io ritengo che sarebbe meglio trovare un luogo 'extraterritoriale', anche in termini giuridici, come per esempio un monastero, dove poter trovarsi per riflettere su temi come il perdono, la riconciliazione con il passato, il senso della sofferenza cristiana e cose del genere.

Il nuovo vescovo ha dato una bella sferzata alla città, ma forse non si è reso conto che il clero si è spaccato, e i ncn, come pure gli altri gruppi ne hanno approfittato per ribadire la loro obbedienza e fedeltà. In un convegno sui temi dell'educazione, a cui ho partecipato, i vari gruppi della città hanno presentato al vescovo le loro attività rivolte ai giovani, e così ho scoperto che l'opus Dei affianca ai giovani adolescenti un tutor che parla con loro bypassando la famiglia.
Per il resto, tutto procede, nonostante le ferite siano ancora aperte, mia figlia forse ha trovato una psicoterapeuta che la aiuterà.

io sono e resto molto fragile, il cammino fa veramente molti danni. Del resto si vede da come scrivono quelli dell'altro blog, è una setta che uccide l'indvidualità e i sentimenti personali e li sostituisce con quelli decisi da Kiko. Ma all'esterno i ncn 'funzionano' molto bene, e i vescovi e sacerdoti non comprendono chi si trovano davanti.
Un abbraccio in Cristo a tutti voi, e ricordatevi nelle preghiere di mia figlia, che possa guarire, nei tempi che il Signore vorrà.

martedì 12 ottobre 2010

LA NUOVA EVANGELIZZAZIONE…SEMPRE E DOVUNQUE!

E’ stata pubblicata oggi, ed entra pienamente in vigore dalla stessa data, la lettera sotto forma di motu proprio promulgata da Benedetto XVI “Ubicumque et semper” (qui) con cui si istituisce il Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, affidato a Mons. Rino Fisichella.

Il documento, dopo una lunga premessa nella quale viene analizzata la situazione di secolarismo avanzante nei paesi di antica cristianizzazione, alla luce dell’“ Evangelii Nuntiandi” , focalizza la propria attenzione sui bisogni peculiari di almeno quattro categorie di credenti:

a) ” moltitudini di persone che hanno ricevuto il battesimo, ma vivono completamente al di fuori della vita cristiana”;

b) “gente semplice che ha una certa fede ma ne conosce male i fondamenti”;

c) “ intellettuali che sentono il bisogno di conoscere Gesù Cristo in una luce diversa dall'insegnamento ricevuto nella loro infanzia”;

d)”molti altri”.

Si sofferma poi sugli attori e sulle possibili modalità dell’annuncio evangelizzante che, alla luce della stessa esortazione apostolica "deve cercare costantemente i mezzi e il linguaggio adeguati per proporre o riproporre loro la rivelazione di Dio e la fede in Gesù Cristo".

Quindi sinteticamente delinea la conformazione giuridica del nuovo dicastero:

Art. 1. § 1. È costituito il Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, quale Dicastero della Curia Romana, ai sensi della Costituzione apostolica Pastor bonus.
§ 2. Il Consiglio persegue .la propria finalità sia stimolando la riflessione sui temi della nuova evangelizzazione, sia individuando e promuovendo le forme e gli strumenti atti a realizzarla.

Art. 2. L'azione del Consiglio, che si svolge in collaborazione con gli altri Dicasteri ed Organismi della Curia Romana, nel rispetto delle relative competenze, è al servizio delle Chiese particolari, specialmente in quei territori di tradizione cristiana dove con maggiore evidenza si manifesta il fenomeno della secolarizzazione.

Art. 3. Tra i compiti specifici del Consiglio si segnalano:
1°. approfondire il significato teologico e pastorale della nuova evangelizzazione;
2°. promuovere e favorire, in stretta collaborazione con le Conferenze Episcopali interessate, che potranno avere un organismo ad hoc, lo studio, la diffusione e l'attuazione del Magistero pontificio relativo alle tematiche connesse con la nuova evangelizzazione;
3°. far conoscere e sostenere iniziative legate alla nuova evangelizzazione già in atto nelle diverse Chiese particolari e promuoverne la realizzazione di nuove, coinvolgendo attivamente anche le risorse presenti negli Istituti di Vita Consacrata e nelle Società di Vita Apostolica, come pure nelle aggregazioni di fedeli e nelle nuove comunità;
4°. studiare e favorire l'utilizzo delle moderne forme di comunicazione, come strumenti per la nuova evangelizzazione;
5°. promuovere l'uso del Catechismo della Chiesa Cattolica, quale formulazione essenziale e completa del contenuto della fede per gli uomini del nostro tempo.

Art.4 § 1. Il Consiglio è retto da un Arcivescovo Presidente, coadiuvato da un Segretario, da un Sotto-Segretario e da un congruo numero di Officiali, secondo le norme stabilite dalla Costituzione apostolica Pastor bonus e dal Regolamento Generale della Curia Romana.
§ 2. Il Consiglio ha propri Membri e può disporre di propri Consultori. …

L’attenzione della Chiesa ,quindi , rivolta peculiarmente a ” moltitudini di persone che hanno ricevuto il battesimo, ma vivono completamente al di fuori della vita cristiana” sembrerebbe voler individuare – appunto con la creazione addirittura di un nuovo dicastero – nuove modalità di rievangelizzazione, diverse da quelle esistenti, una delle quali quella che si accredita ormai da anni in questa dimensione come “ Cammino Neocatecumenale”.

Inoltre si specifica all’art. 3, sub 3 del Motu Proprio che, tra gli altri, è compito della nuova Congregazione “far conoscere e sostenere iniziative legate alla nuova evangelizzazione già in atto nelle diverse Chiese particolari e promuoverne la realizzazione di nuove, coinvolgendo attivamente anche le risorse presenti negli Istituti di Vita Consacrata e nelle Società di Vita Apostolica, come pure nelle aggregazioni di fedeli e nelle nuove comunità”

Restiamo dunque in attesa delle azioni di questa nuova congregazione, cercando di capire attentamente se e fino a qual punto essa “coinvolgerà attivamente “ tra le aggregazioni di fedeli anche il cosiddetto “Cammino” che da sempre si arroga quasi l'esclusiva della nuova evangelizzazione e dell’iniziazione cristiana, per conto della Chiesa tutta.

venerdì 8 ottobre 2010

Testimonianza sull'"apertura alla vita"

Riceviamo e pubblichiamo questa testimonianza, che espone con chiarezza, consapevolezza ed equilibrio l'esperienza di una coppia che ha vissuto il Cammino e che ha avuto la grazia di poterne uscire di comune accordo, mantenendo così integra la loro famiglia. Non aggiungiamo analisi nostre, perchè davanti a tanta evidenza ci appaiono superflue.
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Siamo una coppia di ex-appartenenti al cammino neocatecumenale, del quale abbiamo fatto parte per molti anni: prima come singoli, poi come coppia sposata ed infine come genitori.

Come tutti ben sappiamo il cammino incoraggia le coppie all’apertura alla vita, intesa come disponibilità costante alla procreazione, senza porre alcun limite al numero dei figli da accogliere. Accade poi che in ogni comunità ci siano famiglie più o meno numerose accanto ad altre nelle quali i figli sono uno o due al massimo. Ci sono infine delle coppie che, non potendo avere figli naturali, vengono indirizzate verso l’adozione.

Durante gli scrutini, in particolare nel secondo passaggio, i catechisti indagano a fondo, interrogando i coniugi in merito alla questione, ed è soprattutto la seconda tipologia di coppia ad essere presa di mira: chi non ha molti figli, infatti, è fortemente sospettato di porre dei limiti alla propria fertilità, per vivere la vita secondo disegni propri anziché secondo il progetto di Dio.

Durante la nostra permanenza nel cammino abbiamo incontrato molte di queste coppie, ed abbiamo potuto constatare che quasi sempre la decisione di limitare i figli ad uno o due era dettata da motivazioni serie, quali ad esempio la necessità di occuparsi di familiari malati o disabili o la paura (per le donne) di perdere l’impiego.

Queste motivazioni venivano contestate dai catechisti, utilizzando le solite formule: “lasciate che sia il Signore ad occuparsi dei vostri cari” oppure “lasciate il lavoro e vedrete l’intervento della Provvidenza nella vostra famiglia”.

A questo punto alcuni si ribellano e lasciano il cammino, scandalizzati da un’intromissione così pesante nell’intimità della loro coppia; altri temporeggiano ma con disagio, dando credito all'accusa loro rivolta di non essere ancora arrivati ad una vera conversione.

Infine c’è chi accetta di aderire completamente ai dettami dei catechisti, imboccando una strada che per qualcuno corrisponde a quanto realmente desidera e si sente pronto ad affrontare, ma per molti altri è vissuto come un’imposizione o quantomeno come un compito gravoso.

Abbiamo visto con i nostri occhi coppie in reale difficoltà, sia economica che psicologica; donne che annunciavano in lacrime una nuova gravidanza quando ancora non si erano riprese dalla precedente; mariti preoccupati perché il peso della famiglia numerosa gravava interamente sulle loro spalle. Ma abbiamo raccolto anche confidenze di figli che si sentivano trascurati da genitori spesso impegnati la sera, ragazzi che dovevano accudire i fratelli piccoli quando i genitori uscivano per andare in comunità e che non disponevano in casa di uno spazio tranquillo in cui poter studiare in pace.

Per tanto tempo abbiamo ascoltato le catechesi sull’argomento cercando di avere un atteggiamento umile e disponibile, ma i dubbi erano tanti.

Ci dicevamo però che in fondo fino a qualche decennio fa le famiglie numerose erano la regola, che i figli crescevano bene ugualmente e che forse le coppie erano anche più unite. Ma il confronto metteva in evidenza una realtà ben diversa: i nostri nonni non uscivano la sera lasciando i figli in mano a baby-sitter più o meno improvvisate, anziani e malati venivano accuditi con dedizione e la rete familiare offriva sostegno alle neo-mamme.

Siamo purtroppo arrivati ad una conclusione ben triste: all’interno delle comunità neocatecumenali le coppie che mettono al mondo più figli di quanto ragionevolmente consentirebbe la loro condizione non solo economica, ma anche fisica e psicologica, si legano indissolubilmente al cammino. Questo perché, non avendo spesso il padre la possibilità di mantenere dignitosamente la famiglia (tenendo conto che la mamma non può certo lavorare), si trova costretto a chiedere denaro al responsabile della comunità, che raccoglie mensilmente la “decima” ed eroga le somme a chi ne fa richiesta secondo criteri non molto chiari.

Siamo entrambi convinti del fatto che i figli sono un dono di Dio e non un diritto dei genitori. Nel giorno del nostro matrimonio abbiamo con piena consapevolezza risposto alla domanda che ci è stata posta. “Siete disposti ad accogliere responsabilmente e con amore i figli che Dio vorrà donarvi ed a educarli secondo la legge di Cristo e della sua Chiesa?”

Secondo noi il punto sta proprio nel termine “responsabilmente”: siamo responsabili davanti a Dio dei figli che ci vengono affidati, e siamo tenuti a crescerli ed educarli con amore e attenzione. Ogni coppia ha una situazione diversa e non si può imporre indistintamente un identico comportamento. Questo non significa porre in essere dei comportamenti contro la morale cristiana, ma nemmeno ricercare il figlio a tutti i costi, come avviene spesso nelle comunità giovani dove si assiste una specie di gara nella quale le famiglie più numerose sono da emulare.

A nostro avviso solo una mente malata può spingere le coppie ad avere quanti più figli possibile salvo poi accusarle di idolatria quando esitano ad affidarli a mani estranee per dedicarsi ai doveri del cammino. Un simile modello familiare mortifica entrambi i genitori e può avere gravi conseguenze sullo sviluppo psicologico dei figli stessi.

Grazie per la fiducia e l'attenzione!
Un abbraccio

mercoledì 6 ottobre 2010

Ancora mistificazioni, sempre più subdole


Mi è capitato pochi minuti fa, cercando un'immagine sulla rete, di imbattermi nel blog "chi si nasconde..." e non ho potuto far a meno di soffermarmi nonché di ritrarmi inorridita e anche delusa, su una persona in particolare, e con una strana sensazione: la nostra è un'impresa ardua, defatigante, 'scomoda', ma non per questo meno ricca di frutti, magari non visibili e che affidiamo al Cuore del Signore e della nostra Madre. Inoltre si sta rivelando sempre più somigliante alla fatica di Sisifo, perché quel che cerchiamo di costruire giorno dopo giorno, c'è chi -mistificando- giorno dopo giorno tenta di distruggere. La nonchalance era d'obbligo quando quel blog aveva i toni irruenti, decisamente squilibrati, del suo primo ideatore, ma in questo momento non è il caso di tacere, verificando ancora una volta cosa succede quando si danno "le perle ai porci": esse vengono, purtroppo calpestate. In ogni caso tutto questo, lungi dal demotivarci, ci sprona a continuare, nonostante... Sarà il Signore a separare il grano dalla pula...

Il blog antagonista -tale è a tutti gli effetti- aperto dai neocatecumenali per confutare le nostre denunce, in realtà non fa altro che tallonarci per poi distorcere e mistificare, ri-presentando come perfettamente cattoliche tutte quelle questioni dottrinali che noi denunciamo e stigmatizziamo alla luce del Magistero e del 'sensus fidei' cattolico. Ora esso si giova della collaborazione più 'acculturata' e abile di Alino77, che mi ha spremuta come un limone (la cosa non mi disturba più di tanto perché quel che ho detto resta e spero porti frutto per chi ha 'orecchi per intendere') e poi è tornato ad imperversare in quel contesto portandovi uno stile diverso da quello evidentemente poco equilibrato (per non dire psicopatologico) dell'imperversante lvvf.
Tutto questo ovviamente può servire a rendere il cammino nc più credibile agli occhi di chi è cresciuto a pane e concilio e a pane e Kiko nonché a pane e Augé, molto da loro citato, ma da noi invece molto confutato e confutabile in base ad un'ottica cattolica.
Così sentenzia nei nostri confronti Alino77, ormai fedele collaboratore di quel blog, in chiusura di uno dei post più recenti:
La stessa esistenza di quel Blog, ma spero ancora in un ravvedimento operoso di chi lo conduce, è causa di frazione all’interno della Chiesa, perché accende gli animi, e gli animi una volta accesi portano al giudizio, alla superbia, alla supponenza. Io che per primo cado spesso in questo peccato, invito pertanto gli autori del Blog “Osservatorio sul Cammino Neocatecumenale secondo Verità” a chiudere il loro Blog, o in subordine, a limitarsi alla suddetta Osservazione, senza la pretesa di Sentenziare o di Scomunicare, in quanto non spetta a loro arrogarsi questo diritto e dovere.
  1. Che l'esistenza del nostro blog sia "causa di frazione all'interno della Chiesa", mi sembra quanto meno eccessivo. Innanzitutto perché la divisione non siamo noi a crearla ma piuttosto a constatarla: basta guardare le parrocchie, nelle quali o diventi NC o non sei nulla, tantomeno cristiano...

  2. che esso "accenda gli animi che una volta accesi sono portati al giudizio"... Beh, qui è bene ancora una volta disattivare questo che non è altro che uno slogan molto usato nel contesto neocat.
  1. intanto gli animi si accendono dell'amore alla Verità che è Cristo e non certo di odio nei confronti delle persone... semmai di deciso rigetto delle idee eretiche, scismatiche e blasfeme, purtroppo nel cammino nc presenti in maniera subdolamente criptica perché la facciata esteriore le mimetizza molto abilmente: ma noi abbiamo le catechesi 'segrete' (peraltro non approvate dalla Chiesa) e l'esperienza all'interno del cammino...
  2. ciò che viene ripetutamente definito "giudizio, superbia, supponenza" non è altro che responsabile e consapevole uso di Ragione illuminato dalla testimonianza di una Fede vissuta e assimilata nella Chiesa, purificata dai molti inquinamenti postconciliari (senza con questo rinnegare il concilio, ma riconoscendone, insieme e grazie a molti illuminati Maestri, le ambiguità che sono all'origine delle attuali storture e contaminazioni relativistiche e neo-protestanti).
Attenti a non confondere la nostra cosiddetta "superbia" con la vostra ostinata "cecità".
  1. l'invito a chiudere il nostro blog o a smetterla di "sentenziare e scomunicare" è davvero privo di ogni logica, soprattutto perché noi non abbiamo scomunicato nessuno né emesso sentenze di sorta: non è nostro compito. Certamente, dai nostri contenuti di critica serrata e seria degli insegnamenti e delle prassi, possono trarsi conclusioni negative sul CNC. Ma esse tali restano, soprattutto nella speranza di riuscire a diffondere e difendere le verità cattoliche.
  2. questo è un diritto e anche dovere che non ci arroghiamo, ma che discende limpido e impellente dal nostro essere Battezzatri e Confermati nella Chiesa di Cristo, sempre più contaminata e sfigurata
Che il Signore e la nostra Madre Santa e Benedetta non ci facciano mancare Grazie e protezione di cui abbiamo bisogno

martedì 5 ottobre 2010

Se tutto è grazia non c’è più grazia…la gnosi è alternativa evidente alla realtà della fede (S. E., card.G. Cottier).


Per i Neocatecumenali, in un malcelato contesto di relativismo esasperato, “tutto è grazia”, perfino gli interrogatori segreti fatti a una bambina figlia di persone in Cammino per estorcerle inesistenti e inconfessabili segreti della vita del papà o della mamma (Vds. L’gghiacciante testimonianza di Aldo postata in calce a un precedente thread, ricca di riferimenti precisi, che ci ha indotto a chiedere pubblicamente agli autori di questo orribile arbitrio di intervenire, se lo ritengono, anche su questo blog, per chiedere perdono ad Aldo e a sua figlia).
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Ma veramente l’espressione “Tutto è Grazia” (che i neocatecumenali attribuiscono erroneamente addirittura a S.Agostino e che i loro catechisti ripetono ad abundantiam non solo nelle loro catechesi roboanti, ma anche nella direzione spirituale spicciola verso i “fratelli” loro “affidati”) è espressione cristiana, cattolica? O non si tratta piuttosto di un marchiano stratagemma per “sigillare” con una presunta indicazione di S.Agostino l’originale teoria neocatecumenale,secondo cui l’uomo “non può non peccare” e che il peccato “non può offendere Dio”?

Per capirne di più in materia ricorriamo ad una sintetica, ma esaustiva analisi del cardinale G. Cottier (teologo della Casa pontificia), pubblicata qualche tempo fa sul mensile 30 giorni e ripresa da un sito internet “insospettabile”, in quanto apertamente filoneocatecumenale , Segni dei Tempi .

Vi prego di leggere fino in fondo e attentamente.

" Un travisamento, riguardo a quello che Péguy definiva «il mistero e l’operazione della grazia», è il vezzo di vedere grazia dappertutto, che appare molto diffuso in ambiente ecclesiastico, anche tra molti autori e oratori che si ritengono esperti di questioni spirituali. È vero che anche santa Teresina di Lisieux, sul letto di morte, ripete la frase «tutto è grazia» per esprimere il proprio abbandonarsi nelle braccia della misericordia divina.

La stessa espressione si ritrova nell’ultima pagina del Diario di un curato di campagna di Bernanos. Ma spesso proprio le espressioni che vorrebbero nelle intenzioni affermare la necessità e la libertà dell’azione della grazia finiscono per spargere idee fuorvianti e confondere gli animi. Come nel caso di incontri noiosi e pieni di formalismo(!) che vengono retoricamente definiti “fatti di grazia” a scatola chiusa, magari ancor prima di cominciare.
Si diffonde così un’immagine fuorviante, come se la grazia fosse una specie di pioggia che cade indistintamente su tutta la realtà e avvolge tutte le cose. O addirittura un sigillo impresso per statuto in ogni attività ecclesiastica. Mentre nell’economia della salvezza la promessa rivolta a tutti si comunica per via sacramentale, ossia attraverso la predilezione di un particolare, come mostra anche la pratica ordinaria dei sacramenti nella vita della Chiesa.

L’abuso di termini ed espressioni relative alla grazia può giungere anche a conseguenze tutt’altro che innocue… si è arrivati a scrivere (citando un’inesistente frase di Agostino) che «tutto è grazia, anche il peccato». Il vescovo di Ippona, in realtà, ha scritto che «per coloro che amano Dio tutto coopera al bene, anche i peccati». In relazione alla nostra natura ferita, la grazia ha un triplice effetto: guarisce, irrobustisce, eleva. Non è il peccato come tale che è grazia, ma il peccato, mediante il pentimento e la conversione, può essere occasione del perdono di Dio. Quando si dice il proprio peccato e si chiede perdono, si riconosce la propria miseria e non si ha la tentazione di insuperbirsi.

È invece totalmente estranea alla fede cristiana l’identificazione tra la grazia e il peccato, una concezione perversa che piuttosto si ritrova nello gnosticismo e nelle parodie gnostiche del cristianesimo. A esse si rifanno tutte le dottrine, anche moderne – studiate e descritte con particolare lucidità dal professore Massimo Borghesi –, che pongono il male in Dio stesso, come un momento “negativo” del processo dialettico di riassorbimento di tutta la realtà nel Pleroma divino.

Una simile impostazione, ripresa dalle teorie del calzolaio “mistico” Jacob Böhme, si ritrova anche in Hegel, la cui opera è stata definita da Karl Löwith una grande «cristologia gnostica». Ma sono innumerevoli, nella temperie spirituale moderna, i tentativi di porre il male come principio attivo che collabora alla liberazione dell’uomo. Sono le teorie aberranti per cui si deve bere alla coppa avvelenata del male per superare la morte, perché la luce viene dalle tenebre, la via del cielo passa attraverso l’inferno, la grazia arriva tramite il peccato, la redenzione si ottiene attraverso la perversione, e il mondo si salva attraverso l’errore. L’idea di fondo è che Dio è l’unità degli opposti. Il bene e il male sono entrambi in Dio e da Dio, perché senza opposti non c’è progresso. Senza Lucifero non c’è liberazione, non c’è salvezza.

Non a caso, riferendosi alla gnosi, il filosofo ebreo Martin Buber scriveva: «Essa – e non l’ateismo, che annulla Dio perché deve rifiutare le immagini che finora di lui sono state fatte –, è il vero antagonista della realtà della fede»
(G.Cottier).


Forse un giorno ci sarà spiegato il mistero, il vero arcano per cui la Chiesa ha ritenuto giusto accettare un cammino gnostico, che , per bocca dei suoi stessi pastori, è l'antitesi della Rivelazione e dell'annuncio evangelico!

domenica 3 ottobre 2010

Una testimonianza che fa molto riflettere

Estraggo dal nostro archivio questa testimonianza, rimasta sommersa, ma tuttora attuale, che riapre il discorso della Presenza Reale del Signore rispetto a quella simbolica di cui si parla nelle catechesi. La stessa enfasi sulla Parola, eloquentemente significata anche dalla presenza dell'anomalo Tabernacolo 'a due piazze', localizzato mai in Chiesa (si parla ovviamente delle chiese neocatecumenali che rispecchiano la "Nuova estetica" kikiana), ma nel cosiddetto "Santuario della Parola", che non è più nemmeno Cappella dell'Adorazione ed ha la caratteristica di dare alle Sacre Specie la stessa dignità del Libro sacro.

L'unica Cappella dell'Adorazione esistente è quella della Domus Galileae, inaugurata alla presenza di circa duecento vescovi europei in visita ad limina in quella cittadella neocat nell'imminenza dell'approvazione degli statuti. Evento tardivo, dopo 40 anni di catechesi che hanno irriso l'Adorazione. Infatti afferma L'iniziatore del Cammino: "Il pane e il vino non sono fatti per essere esposti, perché vanno a male. Il pane e il vino sono fatti per essere mangiati e bevuti. Io dico sempre ai sacramentini che hanno costruito un tabernacolo immenso: se Gesù Cristo avesse voluto l’Eucaristia per stare lì, si sarebbe fatto presente in una pietra che non va a male. Il pane è per il banchetto, per condurci alla Pasqua. La presenza reale è sempre un mezzo per condurci ad un fine, che è la Pasqua. Non è assoluto. Gesù Cristo è presente in funzione del mistero Pasquale." (Or pag. 329).
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Questa la testimonianza:
Ho iniziato concretamente il mio cammino di discernimento grazie ad un incidente, che tenendomi immobilizzato per due mesi circa, mi ha costretto ad andare a messa la domenica in parrocchia. In queste celebrazioni (uso linguaggio nc) di sapore domenicale ho scoperto un "particolare" che non si usa mai nel CN (nemmeno quando si celebra a comunità riunite in Chiesa): il TABERNACOLO.

La scoperta di questo "particolare", e del fatto che il Sacerdote lo apre per prendere il Corpo ed il Sangue del Signore all'inizio non mi faceva riflettere, abituato all'uso neocatecumenale dove tutto è fatto per essere consumato: infatti nella comunità è vietato in linea di principio il concetto di conservazione. (la decima viene subito consumata e non si possono fare fondi cassa; la materia (pane e vino) usata per la Messa è consumata e non c'è nulla che si conservi (e non è una scusa plausibile, a mio avviso, la deperebilità in senso fisico della materia).

Nella Chiesa questo non avviene il Corpo ed il Sangue del Signore sono conservati nel Tabernacolo e non vanno a male ed il Tabernacolo fa veramente bella mostra di sé a testimoniare le presenza reale e concreta di Gesù Cristo nella Sua Chiesa. Nelle sale nc tutto questo manca e tutto viene "costruito e rimesso a posto" ad ogni celebrazione: il fast food della spiritualità.

venerdì 1 ottobre 2010

"Verità annuncio e autenticità di vita nell'era digitale"

Questa notizia ci riguarda direttamente!

Proprio ieri nella festa dei Santi Arcangeli Michele (Chi è come Dio? il grande Difensore, che ci difenda!), Gabriele (forza di Dio, protettore della comunicazione, che ci fortifichi) e Raffaele (medicina di Dio, che ci guarisca) il Santo Padre ha scelto il tema per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali 2011: Verità annuncio e autenticità di vita nell’era digitale, che si caratterizza per porre al centro di tutti i processi della comunicazione, la persona umana.


Verità, annuncio e autenticità di vita nell’era digitale.
La Giornata sarà celebrata il prossimo 24 maggio 2011
« ...Il Papa scende un’altra volta nel fuoco della storia e del tempo. E noi con lui. Nessuna età ci separa dall’amore incontrato. Chi è raggiunto dalla gran comunicazione di Gesù ha qualcosa di speciale da dire, una speranza in questa vita dura e meravigliosa – anche con voci e immagini che traversano in un baleno continenti e oceani – rivolgendosi a milioni di spettatori. O fosse pure a una sola persona cara, ferita e lontana. » [Davide Rondoni, Avvenire 30 settembre 2010]


COMUNICATO DEL PONTIFICIO CONSIGLIO DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI


Il tema scelto dal Santo Padre per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali 2011 - Verità annuncio e autenticità di vita nell’era digitale - si caratterizza per porre al centro di tutti i processi della comunicazione, la persona umana. Anche in un tempo così largamente dominato – e, spesso, condizionato – dalle nuove tecnologie, resta fondamentale il valore della testimonianza personale: accostarsi alla verità e assumersi l’impegno dell’annuncio richiede, per chi opera nel mondo dell’informazione e particolarmente per i giornalisti cattolici, la "garanzia" di un’autenticità di vita che non può venir meno neppure nell’era digitale.

Non sono gli strumenti a poter modificare ad accrescere il livello di credibilità dei singoli operatori: né possono mutare i valori di riferimento rispetto a una comunicazione che continua a varcare le soglie di sempre nuovi traguardi tecnologici. La verità resta l’immutabile faro d’approdo anche per i new-media e, anzi, l’era digitale, allargando i confini dell’informazione e della conoscenza, può rendere idealmente più vicino ciò che rappresenta il più importante degli obiettivi per chiunque operi nel mondo dei media.

Il tema che viene reso noto oggi, precede il Messaggio per la 45a Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, che sarà pubblicato, come ogni anno, il prossimo 24 gennaio, ricorrenza di San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti.


Bollettino Ufficiale Santa Sede

mercoledì 29 settembre 2010

Una vera famiglia cristiana

Può sembrare un'articolo anomalo nel nostro contesto. L'ho letto su L'Ottimista e lo pubblico come testimoninanza insolita, perché: 1. si tratta di una storia vera; 2. dimostra come non ci sia bisogno di una comunità neocatecumenale perché esista una famiglia davvero cristiana.
http://www.lottimista.com/component/content/article/24-in-evidenza/713-lamore-familiare-vince-il-razzismo-e-lipocrisia-.html

Lunedì 26 luglio al Fiuggi Family Festival è stato proiettato uno splendido film: The Blind Side, diretto da John Lee Hancock e interpretato, tra gli altri, da Sandra Bullock. Una di quelle pellicole che fanno ridere e che commuovono. Una storia vera che suscita speranza e ottimismo. Una bellissima vicenda che vede come protagonista una famiglia bianca, ricca e cristiana, la quale senza ipocrisia e con tantissimo amore adotta un giovane adolescente di colore.

Una storia che inizia con un passaggio in auto e l’invito a passare la notte ed il pranzo del giorno del ringraziamento insieme, e che finisce con una rivoluzione sociale all’interno e fuori della famiglia.
Si tratta della storia vera di Michael Oher, un ragazzo di colore nato in condizioni difficilissime e che, grazie a questa adozione, scopre di essere amato e di avere una famiglia, diventa bravo a scuola ed eccellente nel gioco del football, fino a diventare un vero e proprio campione.
Eppure Oher, all’inizio della vicenda sembra senza speranza, è un ragazzo solo, obeso, triste e silenzioso. La sua vita è stata un inferno. Non ha mai conosciuto il padre, la mamma si trascina tra droga e amanti occasionali. Michael ha almeno dieci fratelli di padri diversi.
All’età di sette anni il piccolo Oher è stato strappato alla mamma e dato in adozione a diverse famiglie da cui è puntualmente fuggito. Così è cresciuto un ragazzo dal fisico gigantesco e potente, ma con il cuore a pezzi. Senza un letto, senza una casa, senza abiti, senza padre, senza nessuno che si curi di lui, in un ambito sociale degradato e disperato, con i suoi coetanei che sopravvivono a malapena tra spaccio di droga, consumo di alcool, prostituzione, uso della violenza e delle armi. La maggior parte di loro muore in giovane età.
Alla vigilia del giorno del Ringraziamento, Michael, che tutti chiamano Big Mike, gira solo e infreddolito per le strade di Memphis. Finché una famiglia bianca, ricca e cristiana, lo incontra e gli offre di andare a dormire da loro. Quest’incontro cambia la vita a Michael, ma anche e soprattutto a tutta la famiglia che lo ha accolto. Esattamente come accade in ogni azione di amore gratuito, la carità cambia la vita e il cuore a tutti quelli che ci capitano dentro.
Michael è docile, buono e molto protettivo. La famiglia lo adotta, lo aiuta negli studi, cerca di ricostruire un rapporto con la madre naturale, lo invita a crescere e a non isolarsi, per questo provano a farlo giocare a football. E così Michael cresce proporzionalmente all’amore che riceve e che ricambia. Un miracolo di umanità che libera le potenzialità del ragazzo. Michael Hoer è diventato uno dei campioni più forti di football americano.
Il film in questione è straordinario e unico del suo genere perché rivoluziona completamente i luoghi comuni e i pregiudizi ideologici che hanno caratterizzato la concezione della famiglia, soprattutto quella bianca e cristiana del sud degli Stati Uniti. Nell’immaginario collettivo, questa tipologia di famiglia è razzista e ipocrita, non a caso Memphis, la città dove è ambientato il film, è stata oggetto di inchieste sulle attività del gruppo razzista Ku Klux Khan, mentre in questo film si scopre la determinazione con cui la famiglia protagonista ama profondamente il ragazzo adottato fino al punto da rompere le relazioni con chi nutre ancora pregiudizi.
Nessun buonismo mieloso, nessuna manifestazione ideologica e ipocrita, ma tanto amore vero verso colui la cui infanzia è stata più difficile. Cominciando dalla mamma adottiva impersonata da Sandra Bullock, al bambino più piccolo che insegna a Mike a giocare a football e gli fa da manager, alla sorella più grande che lo accoglie e lo protegge, causando un certo disagio nelle sue amiche, fino al padre saggio e sincero, tutta la famiglia adottiva cambia la sua vita in funzione del nuovo arrivato.
In una scena del film, vista la felicità che illumina il volto della Bullock, una sua amica le dice: “Stai cambiando la vita a questo ragazzo”; la Bullock gli risponde: “no, è lui che sta cambiando la vita a me ed alla mia famiglia”. Ed il film racconta in maniera brillante come attraverso atti di amore, nessun obiettivo è precluso agli umani.
È altresì evidente come la famiglia è l’ambiente preposto a generare ed educare all’amore. Imperdibile la scena in cui la Bullock strapazza le montagne di muscoli dei ragazzi della squadra di football, e li sprona spiegando che sono una famiglia e che come una famiglia si devono difendere.
Per la sua intensità e bellezza, nel 2009, il film The Blind Side ha vinto: i premi Academy Award come miglior attrice per Sandra Bullock; l’Academy Award nomination come miglior film; Sandra Bullcok per questo film ha anche vinto i premi Golden Globe come miglior attrice protagonista, il Critics Choiche Award come miglior attrice e lo Screen Actors Guild Award come miglior performance femminile.
Resta inspiegabile, come ha sottolineato nell’introduzione alla visione del film, Alessandro Zaccuri, direttore artistico del Fiuggi Family Festival, il perché questo film, che pure negli Stati Uniti ha raccolto incassi notevolissimi, non sia stato distribuito nelle sale italiane...
Paradossale anche la vicenda della Bullock, che per questo film ha vinto l’Oscar, ma a marzo aveva ricevuto anche il 'Golden Raspberry Awards' meglio conosciuto come “Razzie Awards” cioè il “premio pernacchia d’oro” per il peggior film dell’anno che è stato All About Steve. Ebbene, il film peggiore, All About Steve è stato distribuito nelle sale in Italia, mentre lo splendido The Blind Side non ha avuto la stessa sorte. Di fronte a tale ingiustizia, il quotidiano Avvenire ha invitato lettori e simpatizzati a mobilitarsi affinché il film The Blind Side venga fatto conoscere anche nel nostro paese.

martedì 28 settembre 2010

Sul domani della Fraternità di S. Pio X

Durante un amichevole incontro, alcuni amici m’han chiesto quale potrebb’esser il domani della Fraternità S. Pio X, a conclusione dei colloqui in atto fra la medesima e la Santa Sede. Ne abbiam parlato a lungo ed i pareri eran discordi. Per questo esprimo il mio anche per iscritto, nella speranza – se non è presunzione e Dio me ne guardi! - che possa giovare non solo agli amici, ma anche alle parti dialoganti.

Rilevo anzitutto che nessuno è profeta né figlio di profeti. Il futuro è nelle mani di Dio. Qualche volta è possibile preordinarlo, almeno in parte; in altre, ci sfugge del tutto. Bisogna inoltre dare atto alle due parti, finalmente all’opera per una soluzione dell’ormai annoso problema dei “lefebvriani”, che fin ad oggi han lodevolmente ed esemplarmente mantenuto il dovuto silenzio sui loro colloqui. Tale silenzio, però, non aiuta a preveder i possibili sviluppi.

Di “voci”, peraltro, se ne sentono; e non poche. Quale sia il loro fondamento è un indovinello. Prenderò dunque in esame qualcuno dei pareri espressi nell’occasione predetta e dirò poi articolatamente il mio.
  1. Ci fu chi giudicava positivo un recente invito ad “uscire dal bunker nel quale s’è asserragliata durante il postconcilio per difendere la Fede dagli attacchi del neomodernismo”. Fu facile rilevare la difficoltà d’un giudizio a tale riguardo. Che la Fraternità sia stata per alcuni decenni nel bunker è evidente; purtroppo c’è ancora. Non è invece evidente se vi sia entrata da sé, o se vi sia stata da qualcuno, o dagli avvenimenti sospinta. A me pare che, se proprio vogliamo parlare di bunker, sia stato Mons. Lefebvre ad imprigionarvi la sua Fraternità quel 30 giugno 1988, quando, dopo due richiami ufficiali ed una formale ammonizione perché recedesse dal progettato atto “scismatico”, ordinò vescovi quattro dei suoi sacerdoti. Fu, quello, il bunker non dello scisma formalmente inteso, perché pur essendo “rifiuto della sottomissione al Sommo Pontefice” (CJC 751/2), mancò il dolo e l’intenzione di crear un’anti-chiesa, fu anzi determinato dall’amore alla Chiesa e da una sorta di “necessità” incombente per la continuità della genuina Tradizione cattolica, seriamente compromessa dal neomodernismo postconciliare. Ma bunker fu: quello d’una disobbedienza ai limiti della sfida, del vicolo chiuso e senza prospettive d’un possibile sbocco. Non quello della salvaguardia di valori compromessi.

    E’ difficile capire in che senso, “per difendere la Fede dagli attacchi del neomodernismo”, fosse proprio necessario “asserragliarsi in un bunker”. Vale a dire: lasciar libero il passo all’irrompere dell’eresia modernista. E di fatto il passo fu ininterrottamente contrastato. Se pur in una posizione di condanna canonica, e quindi fuori dai ranghi dell’ufficialità ma con la consapevolezza di lavorare per Cristo e per la sua Chiesa, una santa cattolica apostolica e romana, la Fraternità attese anzitutto alla formazione del clero, questo essendo il suo compito specifico, fondò e diresse seminari, promosse e sostenne dibattiti teologici talvolta d’alto profilo, pubblicò libri di rilevante valore ecclesiologico, dette conto di sé mediante fogli d’informazione interna ed esterna: il tutto allo scoperto, dimostrando di quale forza – lasciata purtroppo ai margini - la Chiesa potrebbe avvalersi per la sua finalità d’universale evangelizzazione. Che gli effetti dell’attiva presenza lefebvriana possan esser giudicati modesti o che di fatto non sian molto appariscenti, può dipender da due ragioni:

    • dalla condizione canonicamente abnorme in cui opera,
    • e dalle sue dimensioni; si sa che la mosca tira il calcio che può.

    Ma io son profondamente convinto che proprio per questo si dovrebbe ringraziare la Fraternità la quale, in un contesto di secolarizzazione ormai ai margini d’un’era post-cristiana, ed anche di non dissimulata antipatia verso di essa, ha tenuto e tiene ben alta la fiaccola della Fede e della Tradizione.
  2. Nell’occasione richiamata all’inizio, qualcuno riferì d’una conferenza durante la quale la Fraternità fu invitata ad aver maggior fiducia nel mondo ecclesiale contemporaneo, ricorrendo se necessario a qualche compromesso, perché la “salus animarum” esige – l’avrebbe detto un lefefbvriano – che si corra anche questo rischio. Sì, ma non certamente il rischio di “compromettere” la propria e l’altrui eterna salvezza.

    E’ probabile che le parole tradiscan le intenzioni. O che non si conosca il valore delle parole. Se c’è una cosa che, in materia di Fede, è doveroso evitare, è il compromesso. E il richiamarsi della Fraternità – così come d’ogni autentico seguace di Cristo - al “Sì sì, no no” di Mt 5,37 (Giac 5,12) è l’unica risposta alla prospettiva del compromesso. Il testo citato continua dicendo: “tutto il resto vien dal maligno”: dunque anche e segnatamente il compromesso. Almeno nella sua accezione di rinunzia ai propri principi morali ed alle proprie ragioni di vita.

    A dir il vero, anche a me, da quando i colloqui tra Santa Sede e Fraternità ebbero inizio, era arrivata la voce d’un possibile compromesso. Cioè d’un comportamento indegno, dal quale la stessa Santa Sede immagino che rifugga per prima. Un compromesso su quanto non impegna la confessione dell’autentica Fede, è possibile e talvolta plausibile; non lo è mai ai danni dei valori non negoziabili. Sarebbe oltretutto una contraddizione in termini, perché anche il compromesso è un “negotium”. Ed un negozio a rischio: il naufragio della Fede. Mi ripugna, pertanto, il solo pensare che la Santa Sede lo proponga o l’accetti: otterrebbe molto meno d’un piatto di lenticchie e s’addosserebbe la responsabilità d’un illecito gravissimo. Mi ripugna del pari il pensiero d’una Fraternità che, dop’aver fatto della Fede senza sconti la bandiera della sua stessa esistenza, scivoli sulla buccia di banana del rifiuto della sua stessa ragion d’essere.

    Aggiungo che, a giudicare da qualche indizio forse non del tutto infondato, la metodologia messa bilateralmente in atto non sembra aprire grandi prospettive. E’ la metodologia del punto contro punto: Vaticano II sì, Vaticano II no, o sì se. Cioè a condizione che dall’una o dall’altra parte, o da ambedue, s’abbassi la guardia. Una resa a discrezione? Per la Fraternità il mettersi nelle mani della Chiesa sarebbe l’unico comportamento veramente cristiano, se non ci fosse la ragione per cui nacque e per cui dette vita al suo Aventino. Cioè quel Vaticano II che, specie con alcuni dei suoi documenti sta letteralmente all’opposto di ciò in cui essa crede e per cui opera. Con tale metodologia, non s’intravede una via di mezzo: o la capitolazione, o il compromesso.

    Un esito così esiziale potrebb’esser evitato seguendo una metodologia diversa. Il “punctum dolens” di tutt’il contenzioso si chiama Tradizione. Ad essa è costante il richiamo dell’una e dell’altra parte, che peraltro hanno, della Tradizione, un concetto nettamente alternativo. Papa Wojtyla dichiarò ufficialmente “incompleta e contraddittoria” la Tradizione difesa dalla Fraternità. Si dovrebbe pertanto dimostrar il perché dell’incompletezza e della contraddittorietà, ma ancor più impellente è la necessità che le parti addivengano ad un concetto comune, ossia bilateralmente condiviso. Un tale concetto diventa allora il famoso pettine al quale arrivan tutt’i problemi. Non c’è problema teologico e di vita ecclesiale che non abbia nel detto concetto la sua soluzione. Se, dunque, si continua a dialogare mantenendo, l’una e l’altra parte, il proprio punto di partenza, o si darà vita ad un dialogo fra sordi, o, per dimostrare che non si è dialogato invano, si darà libero accesso al compromesso. Soprattutto se accettasse la tesi dei “contrasti apparenti” perché determinati non da dissensi di carattere dogmatico, ma dalle sempre nuove interpretazioni dei fatti storici, la Fraternità dichiarerebbe la sua fine, miseramente sostituendo la sua Tradizione, ch’è quella apostolica, con la vaporosa ed inconsistente e disomogenea Tradizione vivente dei neomodernisti.
  3. Un’ultima questione trattammo nel nostro amichevole incontro, esprimendo più speranze che previsioni concretamente fondate: il futuro della Fraternità. In argomento è sceso pure, recentemente, il sito “cordialiter blogspot.com ”con un’idilliaca anticipazione del roseo domani che già arriderebbe alla Fraternità: un nuovo – nuovo? per ora, non ne ha mai avuto uno – “status” canonico, inizio della fine del modernismo, priorati presi d’assalto dai fedeli, Fraternità trasformata in “superdiocesi autonoma”. Anch’io mi riprometto molto dalla sperata composizione per la quale si sta lavorando, ma con i piedi un po’ più per terra. Tento d’acuire lo sguardo e di vedere che cosa potrebbe domani accadere. Lo specifico della Fraternità, l’ho già ricordato, è la preparazione al sacerdozio e la cura delle vocazioni sacerdotali. Non dovrebbe aprirsi per essa un campo diverso da quello dei Seminari, questo essendo il suo vero campo di battaglia: propri e non propri, nei Seminari assai più che altrove o più che altrimenti potrebbero esprimersi la natura e le finalità della Fraternità.

    Sotto quale profilo canonico? Non è facile prevederlo. Mi pare, comunque, che l’esser una Fraternità sacerdotale dovrebbe suggerirne l’assetto canonico in una forma di “Società Sacerdotale”, sotto il supremo governo della Congregazione “per gl’Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica”. Inoltre, l’aver essa già quattro Vescovi potrebbe suggerire, come soluzione, una “Praelatura” di cui la Santa Sede, al momento opportuno, potrà precisare l’esatta configurazione giuridica. Non mi sembra questo, tuttavia, il problema principale. Più importante è, senza dubbio, sia la composizione all’interno della Chiesa d’un contenzioso poco comprensibile nel tempo del dialogo con tutti, sia la liberalizzazione d’una forza compatta attorno all’idea e all’ideale della Tradizione, perché possa operare non dal bunker ma alla luce del sole e com’espressione viva ed autentica della Chiesa.
27 sett. 2010
Brunero Gherardini

lunedì 27 settembre 2010

Retroterra ecclesiologico dei due messali del Rito Romano

Mi soffermo su alcune riflessioni proposte da p. Matias Augé sul diverso retroterra ecclesiologico che sottostà al Messale di Pio V e a quello di Paolo VI. Si comprendono molte cose...

Questa sarebbe la "nuova Pentecoste" portata dal concilio. Ho voluto di proposito inserire come immagine la bellissima Pentecoste di Duccio, per implorare dal Signore di non privarci di quello stesso Spirito che continua a edificare e fecondare la Chiesa Una Santa, che ci è sempre più difficile riconoscere...
"Il Messale del 1962 riflette quindi un impianto teologico, che ha ancora i suoi punti di forza nell’impostazione gerarchica della Chiesa e nella struttura clericale della liturgia. Se guardiamo il rito liturgico e il suo svolgimento, possiamo asserire che il soggetto della celebrazione è principalmente il ministro ordinato."
Si prende in considerazione il Soggetto dal punto di vista del ruolo visibile, mentre si tralascia completamente la funzione autentica del Sacerdote, Alter Christus, che celebra “in persona Christi”. Soggetto, nel senso proprio, in quanto Corpo Mistico di Cristo, è la Chiesa, nella specie rappresentata del Sacerdote e dall’Assemblea dei presenti (circumstantes).

Ma il vero e Celebrante, Sacerdote, Vittima, Altare e Sacrificio è il Signore Gesù, che ci ha comandato di celebrare i Sacri Misteri fino alla fine dei tempi. E nella cui Offerta dell'Unico Sacrificio da lui compiuto una volta per tutte, ri-presentata al Padre ad ogni celebrazione, è possibile inserire la nostra personale offerta e ricevere i frutti della Redenzione, le Grazie escatologiche necessarie per la nostra Salvezza ed esprimere la nostra gioia, gratitudine e soprattutto la nostra Adorazione. Perché la Liturgia è Actio di Cristo, Opus Dei e non prodotto dell'uomo.
"Il Messale di Paolo VI riflette l’ecclesiologia del Vaticano II, quella della “Lumen Gentium”, che parte dal Popolo di Dio, per arrivare poi alla costituzione gerarchica della Chiesa. Un’ecclesiologia non piramidale, ma di comunione. Ciò è confermato dal Sinodo straordinario dei vescovi del 1985 quando dichiara che l’ecclesiologia di communio è “l’idea centrale e fondamentale dei documenti conciliari”. Una conferma più recente di questa visione ecclesiologica è l’enciclica di Giovanni Paolo II Novo millennio ineunte (06.01.2001), dove si legge: la comunione (koinonía) “incarna e manifesta l’essenza stessa del mistero della Chiesa” (n.42)."
Forse che, da quando Cristo ha fondato la Sua Chiesa a prima del concilio la comunione non incarnava e manifestava l’essenza stessa del mistero della Chiesa?
Koinonia non è la stessa cosa di Communio (non è questa la sede per sviluppare questo discorso. Mi preme di più prendere coscienza delle visione globale che deriva da tutto il resto)
"Possiamo quindi constatare come la celebrazione eucaristica è corale (sacerdos, populus, fideles, omnes…). Il Messale di Paolo VI supera la figura tradizionale del sacerdote “celebrante”, esecutore di un rito per i fedeli più che con loro, a favore di quella più consona del suo ruolo di “presidente” di un’assemblea celebrante. Il sacerdozio gerarchico è funzionale a quello battesimale dei fedeli, per cui nell’esercizio della loro funzione cultuale, i ministri ordinati sono da considerarsi “presidenti” di una comunità celebrante più che “celebranti” di un’azione cultuale. Ma per la loro configurazione a Cristo capo, svolgono un ruolo che non è solo funzionale ma anche sacramentale, perché agiscono in persona di Cristo, e sono segno dell’unità della Chiesa."
Il Sacerdote “celebrante”, non è “esecutore di un rito 'per' i fedeli”, è colui che, impersonando Cristo, offre al Padre il culto autentico, perché il vero celebrante è Cristo. E’ vero che il culto è esercitato da Cristo e quindi anche dal Suo Corpo Mistico che è la Chiesa; ma introdurre il concetto e il ruolo di “Assemblea celebrante”, non tiene conto del proprium di Cristo, il Figlio Diletto nel quale il Padre si compiace e nel quale l’Assemblea e ogni Fedele riceve la propria ‘Configurazione’ a Lui.

Questo è cammino di tutta la vita e non abilita il credente a celebrare il culto “in persona Christi” come il Sacerdote, che in virtù dell’Ordine Sacro ne riceve il potere in base alla successione Apostolica. Nella “partecipazione” ai Sacri Misteri e non nella “celebrazione” di essi, ogni fedele insieme all’Assemblea di cui fa parte viene invece inserito nel fiume di Grazia che scaturisce perennemente dal costato di Cristo per ottenere, proprio grazie alla partecipazione che è anche continua offerta di se stesso in quella di Cristo, la graduale e sempre più piena assimilazione e connaturalità al Suo Signore e Maestro.

Il credente non possiede ancora in pienezza questa connaturalità, ma la riceve in base alla fedeltà e alla generosità, soccorse dalla Grazia, con cui procede nel suo cammino di Fede. Può mettersi alla Presenza del Padre per presentare la sua offerta in quella di Cristo, ma come potrebbe permettersi di offrire ciò che, Unico, Cristo ha offerto una volta per tutte?

Certo se il sacrificio è abolito e resta la Cena, allora è l’Assemblea il soggetto, che fa memoriale della cena. Ma questa è un’altra Chiesa e mi ricorda Lutero…
“Tutta la ricchezza di ministeri e i diversi compiti dei ministri non dovranno far dimenticare che il vero soggetto della celebrazione è sempre l’assemblea dei fedeli (cf SC 26)” [CEI, Nota pastorale: Il rinnovamento liturgico in Italia, Roma 1983, n. 10].
E’ un discorso coerente ma dettato da una diversa interpretazione ecclesiologica : l'essere Chiesa=essere Assemblea in luogo di essere Membra del Corpo Mistico=Fruire della Grazia. Di qui una diversa interpretazione della Messa, non più ri-presentazione e ri-attualizzazione del sacrificio espiatorio ed impetratorio scaturito dalla Passione di Nostro Signore, ma gioiosa agape fraterna in ricordo del Cristo Mistero Pasquale, come detto sopra. Non che il Sacrificio non faccia parte del Mistero Pasquale tutto intero e non ci doni il Risorto, ma non bypassando la Croce... E’ questa la crisi terribile che stiamo vivendo... un grande fraintendimento nascosto in parole che hanno nesso logico solo per chi non conosce il vero cattolicesimo e converge nella "nuova Chiesa" rifondata, non riformata, dal Concilio.

E’ per questo che Kiko Arguello può dire - diversamente da Papa Giovanni Paolo II nell' "Ecclesia de Eucharistia" - "senza Assemblea non c'è eucaristia, l'eucaristia scaturisce dall'Assemblea"!!! e tutto il resto... E nessuno l'ha mai ripreso e mai lo riprenderà... e noi siamo ancora qui a pestare sui tasti con l'angoscia sempre più stringente nel cuore. Ma mai perdendo la fiducia nel Signore, che è anche oggi in agonia (agonia è situazione di 'agone'= lotta con le tenebre) con noi e con questa Sua Chiesa sconvolta
"Il ricupero di fatto dell’assemblea all’azione liturgica comporta, come più volte abbiamo indicato, il compito delicato e impegnativo, mai concluso (forse anche disatteso), della formazione liturgica del clero e dei fedeli. La mancanza di una adeguata formazione, potrebbe implicare una falsa concezione della partecipazione dei fedeli (ridotta alla sola dimensione esteriore e carente di quella interiore (di ciò parleremo un'altra volta)."
mi chiedo quale formazione per quale Liturgia, quella celeste-terrestre insieme o quella solo terrestre: che è potuta scaturire dalle tremende (ora intuiamo quanto) parole di Paolo VI nell'allocuzione conclusiva del Concilio il 7 dicembre 1965: "la religione del Dio che si è fatto uomo, si è incontrata con la religione (perché tale è) dell'uomo che si fa Dio"..."riconoscerete il nostro nuovo umanesimo: anche noi, noi più di tutti, siamo i cultori dell’uomo."... "Ma bisogna riconoscere che questo Concilio, postosi a giudizio dell’uomo, si è soffermato ben più a questa faccia felice dell’uomo, che non a quella infelice. Il suo atteggiamento è stato molto e volutamente ottimista. Una corrente di affetto e di ammirazione si è riversata dal Concilio sul mondo umano moderno."

L’antropocentrismo in luogo del Cristocentrismo. Capito da dove nasce tutto?

sabato 25 settembre 2010

Si sta affermando un cattolicesimo debole?

Riciclo questa riflessione che è ancora attualissima:
Dalla discussione su queste pagine, sovviene una strana sensazione.

Si ha l'impressione che si stia affermando, in forma nebulosa eppur percepibile, la concezione inquietante di un cattolicesimo "debole", sorta di corrispettivo del pensiero debole in campo filosofico, di cui le "aperture" ad un movimento eretico come il Cammino neocatecumenale costituiscono esito paradigmatico.

E' come se, nello sforzo di aprirsi e di dialogare con le altre fedi e visioni teologiche, si stia sommessamente rinunciando ad alcuni cardini della fede cristiana cattolica.

Alla base di questa concezione "debole" della nostra fede appare un pasticcio di temi irenici, sincretici, ecumenici e relativisti, anche a causa di una interpretazione eccessivamente estensiva del Concilio Vaticano II.

Si tendono così a tollerare commistioni tra aspetti dottrinali di fedi diverse tra loro, dimentichi dei moniti della Humani generis.

Insomma, sembra passare il concetto di ricercare anche forzosamente ciò che unisce, più che riconoscere ed accettare serenamente ciò che divide.

Un esempio viene dal dibattito tra cattolicesimo e religione ebraica, di cui è testimonianza di rango il dialogo a distanza tra Benedetto XVI ed il rabbino Neusner, mentre invece ne è esempio deplorevole il patto tra neocatecumenali e Lubavitcher, nonchè i simboli e rituali ebraici importati dal Cammino nelle proprie prassi eretiche.

Ora, fermo restando il rispetto reciproco cui devono tendere tutte le fedi fondate su grandi verità dogmatiche ed imponenti sistemi valoriali, francamente non si comprende la ragione di una rinuncia progressiva ad alcuni motivi della propria identità religiosa, dall'unicità del messaggio cristiano, alla specificità dei fondamenti teologici derivanti dalle Scritture e dai Vangeli , alla stessa natura del Figlio di Dio.

Non si comprende del perchè, per incrementare il dialogo pacifico e costruttivo su scala mondiale, si debbano ammorbidire i dogmi che stabiliscono, secondo noi cattolici, il primato della Chiesa di Cristo nella storia umana.

Si deve ricercare il confronto ed il dialogo, perchè è ciò che richiede la convivenza pacifica in un mondo sempre più stretto ed affollato, lacerato da minacce e violenze, prevaricazioni ed ingiustizie macroscopiche.

Ma ciò non può significare ammainare la bandiera di Cristo per innalzarne una frammista di simboli e temi di altre culture e credenze, in nome di una concezione decisamente arrendevole e piuttosto ambigua della nostra fede.

Del resto, il cattolicesimo è l'unica fede i cui appartenenti ne mettono in discussione dall'interno i dogmi fondanti, vera e propria madre di tutte le debolezze e contraddizioni che finiscono per esplodere dentro e fuori la Chiesa (separatismi, crisi vocazionali, secolarismo, corruttela, pedofilia, et similia)

Se pure l'intento ultimo fosse quello di arginare islamismo ed ateismo mondiali, forzare unioni anomale per unificare il cristianesimo non pare buona cosa.

Si rischia, come già sta accadendo, di portare nella Casa del Signore molta distruttiva zizzania, insieme al grano. E forse si rischia molto di più: la grande apostasia!

mercoledì 22 settembre 2010

Identikit dell'autentico Catechista

GUIDA PER I CATECHISTI - Città del Vaticano 1993

Ciò che il catechista propone non sia una scienza meramente umana, neppure la somma delle sue personali opinioni, ma il contenuto della fede della Chiesa, unica in tutto il mondo, che egli vive per primo, che ha esperimentato e di cui è testimone.
(...)
La CEP insiste sul principio che una buona selezione dei candidati è la condizione preliminare per avere catechisti idonei. Di conseguenza, come si è già detto, incoraggia a mirare prima di tutto alla qualità, fin dalla scelta iniziale. Occorre che i Pastori abbiano questa convinzione come un ideale da raggiungere, anche se con gradualità, e non accettino facilmente dei compromessi. Inoltre, suggerisce di puntare sulla formazione dell'ambiente, promuovendo la conoscenza del ruolo del catechista nella comunità e soprattutto tra i giovani, così che siano più numerosi coloro che si sentono attratti ad impegnarsi in questo servizio ecclesiale.

Non si dimentichi, poi, che l'apprezzamento da parte dei fedeli per questo ruolo è direttamente proporzionato al modo con cui i pastori trattano i loro catechisti, ne valorizzano le attribuzioni e ne rispettano le responsabilità.
(...)
18. Criteri di selezione. Per scegliere un candidato al compito di catechista occorre sapere quali criteri sono "essenziali" e quali no. Ai fini pratici, è indispensabile che in tutte le Chiese sia fissato un elenco di criteri di selezione, di modo che quanti sono incaricati a scegliere i candidati abbiano punti di riferimento. Stilare tale elenco con criteri che siano sufficienti, precisi, realistici e controllabili, spetta all'autorità locale, l'unica in grado di valutare le esigenze e le possibilità di farvi fronte.
(...)
La necessità di preparare i catechisti è richiamata con convinzione e senza soste dal Magistero della Chiesa, perché qualsiasi attività apostolica "che non sia sostenuta da persone veramente formate - nel Magistero integrale della Chiesa - è condannata al fallimento".
(...)
Sono anche da raccomandare le iniziative parrocchiali o diocesane finalizzate alla formazione interiore dei catechisti, come le scuole di preghiera, le convivenze di fraternità e di condivisione spirituale, i ritiri spirituali. Queste iniziative non isolano i catechisti, ma li aiutano a crescere nella spiritualità propria e nella comunione tra di loro.

Ogni catechista, infine, sia convinto che la comunità cristiana è luogo idoneo anche per coltivare la propria vita interiore. Mentre guida e anima la preghiera dei fratelli, il catechista riceve a sua volta da essi uno stimolo e un esempio per mantenersi nel fervore e per crescere come apostolo.

23. Preparazione dottrinale. E' evidente la necessità della preparazione dottrinale per i catechisti, allo scopo di acquisire il contenuto essenziale della dottrina cristiana e di essere in grado di comunicarla in modo chiaro e vitale, senza lacune o deviazioni.
(...)
Per quanto riguarda i contenuti, rimane attuale e valido il quadro completo della "formazione teologico-dottrinale, antropologica, metodologica" come è presentato dal Direttorio Catechistico Generale, emanato dalla Congregazione del Clero, nel 1971.
(...)
- Dovendo diventare animatore della preghiera comunitaria, il catechista ha bisogno di approfondire convenientemente lo studio della Liturgia. [ovviamente la Santa e Divina Liturgia, non quella kikiana]

- Occorre insistere perché la formazione teologica sia globale e non settoriale. I catechisti infatti, hanno bisogno di vivere una comprensione unitaria della fede, che favorisca appunto l'unità e l'armonia della loro personalità e anche del loro servizio apostolico.

- L'attitudine all'ubbidienza apostolica ai Pastori, in spirito di fede, come Gesù che "spogliò se stesso assumendo la condizione di servo (...), facendosi obbediente fino alla morte" (Fil 2,7-8; cf Eb 5,8; Rm 5,19). Questa obbedienza apostolica sia accompagnata da un atteggiamento di responsabilità, in quanto il ministero di catechista, dopo la scelta e il mandato, è esercitato dalla persona chiamata e resa idonea interiormente dalla grazia dello Spirito.

In questo contesto dell'ubbidienza apostolica diventa quanto mai opportuno il mandato o la missione canonica, come viene fatto in molte Chiese, in cui emerge il legame tra la missione di Cristo, della Chiesa con quella del catechista.
__________________________________
in 20 anni che fo la catechista non ho mai incontrato un solo catechista Necatecumenale agli incontri di formazione Diocesana...
parlando fra di noi quando anche ci si presentava da comunità a comunità parrocchiale, i NC erano sempre assenti....
essi ricevono evidentemente un mandato segreto, occulto! i Catechisti della Parrocchia fanno festa con tutti i fedeli, ricevono il mandato nella Messa della domenica aperta a TUTTI, tutti sono invitati E TUTTI I FEDELI LI CONOSCONO... sanno dove abitano ed hanno anche i loro numeri di telefono...
i catechisti NC sono completamenti estranei alla Parrocchia e servono esclusivamente i loro gruppetti... e nessuno li conosce, neppure il Vescovo...
Caterina

Inoltre nessuna delle direttive ecclesiali attribuisce ai catechisti il potere assoluto che nel Cammino neocatecumenale viene esercitato perfino sui sacerdoti. Se non saranno sanate tante discrasie, la confusione e il degrado spirituale continueranno a propagarsi nella Chiesa, nella quale un iniziatore come Kiko Arguello risulta più potente e riceve più obbedienza di molti vescovi messi insieme, per non dire del Papa, le cui direttive nel Cammino non sono mai state attuate.

lunedì 20 settembre 2010

Luci ed ombre dall'Inghilterra. Un momento di disorientamento

Non intendo affatto sminuire il grande successo spirituale e morale, nonché politico e diplomatico del Papa nel Regno Unito. Ma colgo alcuni frammenti significativi delle sue parole che trovano diretta applicazione del nostro impegno. Le trascrivo e cercheremo di commentare e riflettere insieme.

Dall’Omelia durante la beatificazione del card Newmann:
... “Ed in verità, quale meta migliore potrebbero proporsi gli insegnanti di religione se non quel famoso appello del Beato John Henry per un laicato intelligente e ben istruito: “Voglio un laicato non arrogante, non precipitoso nei discorsi, non polemico, ma uomini che conoscono la propria religione, che in essa vi entrino, che sappiano bene dove si ergono, che sanno cosa credono e cosa non credono, che conoscono il proprio credo così bene da dare conto di esso, che conoscono così bene la storia da poterlo difendere” (The Present Position of Catholics in England, IX, 390). Oggi quando l’autore di queste parole viene innalzato sugli altari, prego che, mediante la sua intercessione ed il suo esempio, quanti sono impegnati nel compito dell’insegnamento e della catechesi siano ispirati ad un più grande sforzo dalla sua visione, che così chiaramente pone davanti a noi.”
Ci si è allargato il cuore perché vi riconosciamo il nostro sentire e, soprattutto, l’evidente contrasto con quello che sono a rappresentano i catechisti del cammino neocatecumenale.
E, poi, ci sono cadute le braccia, sentendo dare ai vescovi nel pomeriggio di ieri a Birmingham, queste indicazioni doubleface:

“Come sapete, è stato di recente costituito un Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione dei Paesi di lunga tradizione cristiana, e desidero incoraggiarvi ad avvalervi dei suoi servigi per affrontare i compiti che vi stanno innanzi. Inoltre, molti dei nuovi movimenti ecclesiali hanno un carisma particolare per l’evangelizzazione e son certo che continuerete ad esplorare vie appropriate ed efficaci per coinvolgerli nella missione della Chiesa.”
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Ma non sa il Papa che i catechisti del cammino, che avrebbero a suo dire un carisma particolare per l’evangelizzazione, non sono formati dalla Chiesa e portano sì una nuova evangelizzazione; ma è così ‘nuova’ che è diversa dalla Rivelazione Apostolica?

E non sa che, ovunque essi vanno, non avviene l’implantatio ecclesiae, ma quella delle cellule del cammino che non si integreranno mai con le chiese locali, così come non si integrano mai in nessuna parrocchia? In realtà le vie appropriate per coinvolgerli nella Pastorale della Chiesa, quanto all’Italia sono belle che trovate: è la pastorale della Chiesa che è divenuta pastorale del cammino e non viceversa come il Papa sembra intendere; ma, se egli ha riconosciuto che il cammino presenta problemi e va ‘purificato’, dovrebbe anche sapere che la sua auspicata integrazione non può avvenire se non con la conseguenza di un ulteriore e sempre più deleterio inquinamento dottrinale e liturgico.

Tuttavia, dato che i ‘movimenti’ sono enfaticamente considerati frutto della primavera del Concilio e questo, ma solo per definizione, è in continuità con la Tradizione, allora porre questioni metterebbe in crisi questo assunto intoccabile: del resto il principio di ”inclusività” fa posto a tutti senza guardare troppo per il sottile, soprattutto se si possono fregiare del conio conciliare, e così si lascia proliferare l’errore –che nessuno chiama più con il suo nome– soprattutto quando vengono presentati numeri (non importa a che prezzo) e cospicue entrate in moneta sonante.

Viceversa, date le premesse surriportate, a noi sembra non aver più garanzie. In realtà si tratta di garanzie solo apparenti, de jure: gli insegnamenti ci danno sempre conferma; ma inesistenti nella prassi, de facto: gli insegnamenti vengono costantemente vanificati e bypassati nella cosiddetta pastorale.

Infatti, visto che per come stanno le cose si promuove l’eresia, va a finire che sarà sempre più emarginata l’ortodossia. La conseguenza paradossale, la beffa oltre al danno, potrebbe portare le realtà Tradizionali, che osano ergersi a difendere la vera Fede, a correre il rischio di esser strumentalizzate, maliziosamente e farisaicamente, dalla cultura egemone e da interlocutori come i nostri, i quali presenterebbero compattamente chiunque si presenti come anti-eretico o anti-modernista, come ribelle o come filo-protestante (di certo un protestantesimo di nuovo conio del tutto arbitrario se ricondotto al Magistero di sempre, a differenza di quello –molto vicino al Protestantesimo reale– in cui è scivolata e va scivolando sempre più inesorabilmente la Chiesa). Finora ci hanno provato senza riuscirci ma, andando avanti, al momento vedo solo incognite, salvo interventi della Provvidenza.

venerdì 17 settembre 2010

Un lezione dall'attualità

Seguendo il Viaggio del Papa nel Regno Unito, abbiamo colto una sua significativa dichiarazione sulla Chiesa, che prendiamo come spunto di riflessione, prima di riprendere il nostro percorso su riflessioni più puntuali:

Domanda - Il Regno Unito, come molti altri Paesi occidentali, è considerato un Paese secolare, con un forte movimento di ateismo anche con motivazioni culturali, tuttavia vi sono anche segni che la fede religiosa, in particolare in Gesù Cristo, è tuttora viva a livello personale. Che cosa può significare questo per cattolici e anglicani. Si può fare qualcosa per rendere la Chiesa come istituzione anche più credibile e attrattiva per tutti?

Benedetto XVI - Direi che una Chiesa che cerca soprattutto di essere attrattiva sarebbe già su una strada sbagliata. Perché la Chiesa non lavora per sé, non lavora per aumentare i propri numeri, così il proprio potere. La Chiesa è al servizio di un Altro, serve non per sé, per essere un corpo forte, ma serve per rendere accessibile l’annuncio di Gesù Cristo, le grandi verità, le grandi forze di amore di riconciliazione che è apparso in questa figura e che viene sempre dalla presenza di Gesù Cristo. In questo senso la Chiesa non cerca la propria attrattività ma deve essere trasparente per Gesù Cristo. E nella misura nella quale non sta per se stesso, come corpo forte e potente nel mondo, ma si fa semplicemente voce di un Altro, diventa realmente trasparenza per la grande figura di Cristo e le grandi verità che ha portato nell’umanità, la forza dell’amore, in questo momento si ascolta si accetta la Chiesa non dovrebbe considerare se stessa ma aiutare a considerare l’Altro, e essa stessa vedere e parlare di un Altro. In questo senso mi sembra anche che anglicani e cattolici hanno il semplice, lo stesso compito, la stessa direzione da prendere. Se anglicani e cattolici vedono ambedue che non servono per se stessi ma sono strumenti per Cristo. Amico dello sposo, come dice san Giovanni, se ambedue seguono la priorità di Cristo e non di se stessi, vengono anche insieme. Perché in quel tempo la priorità di Cristo li accomuna e non sono più concorrenti, ognuno cerca il maggiore numero, ma sono congiunti nell’impegno per la verità di Cristo in questo mondo, e così si trovano anche reciprocamente in un vero e fecondo ecumenismo.
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E' evidente che la risposta del Papa colloca la Chiesa all’opposto di un’idea di essa centrata sulle statistiche, sui numeri, sulla visione egemonica e trionfalistica che siamo abituati a cogliere nelle manifestazioni del Cammino NC. Il Papa ha ribadito che una Chiesa che cerca soprattutto di essere attrattiva sarebbe già su una strada sbagliata: «la Chiesa non lavora per sé, per aumentar i propri numeri e il proprio potere». «La Chiesa è al servizio di un Altro»: serve non per sé stessa ma per rendere accessibile agli uomini la verità di Gesù Cristo. La verità della Chiesa - come la Verità che è Una - non dipende dal consenso, insomma.

Ebbene, No! il Papa ha dato una risposta che vale non solo per la Gran Bretagna o per un luogo in cui i cattolici sono numericamente minoritari, ma per tutti. Nella misura in cui la Chiesa è trasparente e fa vedere Cristo, lì sta la sua ragione, non nei numeri, non nei suoi successi mediatici.

Cosa dire di quella strana porzione di Chiesa, ostinata nel definirsi cattolica, ma pertinacemente arroccata nelle sue tecniche di marketing, strategie e metodi dai quali non si transige e che fa del numeri e del trionfalismo, di un coinvolgimento tattico-emozionale le ragioni del suo espandersi? Per non parlare della sue diverse gerarchie, funzioni, prassi, simboli e perfino il rito?

giovedì 16 settembre 2010

“Ho parlato apertamente al mondo, ho sempre insegnato nelle sinagoghe e nel Tempio e non ho detto nulla in segreto …”( Giovanni 18,20)

Con queste parole, riportate dal Vangelo di Giovanni, Gesù rifiuta in modo assoluto ogni forma di iniziazione gnostica, ogni forma, sia pur marginale , di mistero e di segreto nella predicazione.
E’ ancora Lui , del resto, che in altri momenti del Vangelo si scaglia apertamente contro coloro che tengono nascosta la fiammella sotto il moggio per non dispensare gratuitamente la luce ed è sempre Lui che invita a gridare dai tetti le Verità rivelate, e non certo a tappe progressive e misteriose, a rate, ma nella pienezza della Rivelazione, nella pienezza della Verità.

Eppure,nonostante Sant’Ireneo già nel III secolo abbia dimostrato la falsità di ogni dottrina gnostica o di iniziazione a tappe, nonostante la Chiesa abbia combattutto la gnosi, sempre in agguato con infingimenti vari per corrompere la vera Fede cristiana ( attraverso l’introduzione subdola di dottrine e simbologie sincretistiche), nonostante lo stesso Gesù nel versetto del Vangelo che abbiamo ripreso si scagli senza nessuna ombra di dubbio contro ogni forma di mistero, di segreto iniziatico nell’annuncio del Regno di Dio, ancora oggi alcune realtà gnostiche agiscono indisturbate e a volte anche osannate da alcuni pastori.

Leggiamo infatti all’art.8, § 1 dello Statuto neocatecumenale definitivo: “ Il Neocatecumenato consta delle catechesi iniziali…e dell’itinerario neocatecumenale, ispirato dalle tre fasi dell’iniziazione cristiana: precatecumenato, catecumenato ed elezione, divise in tappe, scandite da passaggi segnati da alcune celebrazioni.”E’ appena il caso di aggiungere che le tappe di cui trattasi non hanno nulla a che vedere con quelle. non certo segrete, previste dall'OICA per il catecumenato battesimale ( più volte citato a sproposito), ma restano assolutamente secretate per l’iniziando , cui vengono di volta in volta “svelate” nell’arco di un percorso ultraventennale. Inoltre i “passaggi” da una tappa all’altra avvengono solo in base all’esclusiva valutazione di “catechisti” laici ( che si proclamano inviati dalla Chiesa) previ appositi “scrutini” effettuati coram populo, durante i quali l’iniziando deve mettere a nudo davanti a tutti la propria realtà non solo spirituale, ma anche umana.

Un dettaglio:

abbiamo riletto tutte le 27 pagine dello statuto neocatecumenale e cercato di riscontrare quante volte vengono espressamente usati questi termini:

- Gesù Cristo : 5 volte (prevalentemente nel contesto di citazioni di documenti magisteriali);
- Santa Trinità: zero volte;
- Spirito Santo: 1 volta;
- “Spirito”: 1 volta;
- Madonna: zero volte;
-“Maria”: 4 volte;
- Immacolata Concezione: zero volte;
- Assunzione di Maria Vergine al cielo: zero volte;
- Credo: zero volte;
- Resurrezione: zero volte;
- Ascensione: zero volte;
- Pentecoste: zero volte;
- Sacerdote: zero volte;
- Presbitero: 1 volta.

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