domenica 22 novembre 2009

Cristianesimo: Tradizione e Rivoluzione. Ma quali?

Desidero riproporre questo post di Chisolm, che dà sempre un respiro di altura alle nostre riflessioni. [L'immagine riproduce un'icona di Romano il Melode, che pur non essendo annoverato fra i Padri della Chiesa, nell’ambito della letteratura cristiana (e a suoi tempi della predicazione nelle Chiese di Costantinopoli, oggi diremmo Istanbul) ha però un ruolo estremamente significativo, perché riuscì a divulgare i temi sacri come fosse un cantore epico dell’antica Grecia. Il suo nome è legato al kontakion (“contacio” era il nome del bastoncino intorno al quale veniva avvolto il rotolo su cui era scritto il testo), genere letterario che univa la prosa alla poesia: una metrica innovativa e l’accompagnamento musicale facevano del kontakion una rappresentazione assai vivace, che il pubblico seguiva con estrema facilità, avvinto oltre che dal genere anche dal contenuto, fedelmente assimilato e fedelmente proposto, alternante il racconto al dialogo, episodi della Bibbia con animazioni teatrali e a volte immaginifiche. Lo scopo però era sempre catechetico: far conoscere in modo semplice ed attraente l’economia della salvezza, il mistico processo che si snoda fra creazione e peccato, incarnazione e redenzione, misericordia e giudizio universale]

Scrive Thomas Merton (Tradizione e rivoluzione):
“Il più grande paradosso della Chiesa sta nel fatto che essa è ad un tempo essenzialmente tradizionale ed essenzialmente rivoluzionaria. Ma ciò non è poi tanto paradossale, perché la tradizione cristiana, a differenza di tutte le altre, è una rivoluzione vivente e perpetua...
La tradizione vivente del Cattolicesimo è come il respiro di un corpo fisico. Essa rinnova la sua vita con l’impedire il ristagno. E’ una costante, calma, pacifica rivoluzione contro la morte. Come l’atto fisico del respirare tiene unita l’anima spirituale al corpo materiale, così la tradizione cattolica tiene in vita la Chiesa sotto gli elementi materiali, sociali e umani che si incrosteranno su di essa finché sarà nel mondo...”
Merton scrive altre cose bellissime sulla Tradizione e lo fa non in un opera “dogmatica” ma in un libretto dedicato alla spiritualità. Ciò che vuole dire, insomma, è che un sano conservatorismo nella Chiesa è necessario perché esprime fedeltà alla rivoluzione originaria operata da Cristo, ed è ben diverso, questo conservatorismo, da tutte le altre forme di tradizionalismi umani, proprio in virtù dell’origine soprannaturale della Chiesa stessa.
Non riconoscere la rivoluzione operata dal cristianesimo, vuol dire venire meno a quei valori che hanno scandalizzato il mondo di re, di potenti, di ricchi, di sacerdoti del Tempio, loro sì tradizionalisti...
Ma ora che accade? Quelli che sono fedeli alla rivoluzione della prima ora, agli Apostoli, ai Padri vengono considerati “tradizionalisti”, anticaglia da mercatino, ragnatele da museo. Il nuovo che avanza, si considera “rivoluzionario” e qui sta il suo errore: sostituendo il nuovo all’antico, “tradisce” la rivoluzione originaria, spacciando per nuovo orpelli sincretistici più vecchi del cucco e tornando, più o meno consapevolmente, alla chiesa di re, di potenti, di ricchi, di sacerdoti del Tempio, loro sì “moderni”...

Dasvidania tovarish!
Chisolm

18 commenti:

Sivan ha detto...

La Tradizione, infatti, non si risolve nelle radici, come erroneamente pensa il mondo. È raffigurabile con un albero: le radici raccolgono il nutrimento, il fusto lo comunica verso l’alto e le foglie raccolgono la luce. A primavera sbocciano i fiori. In autunno si raccolgono i frutti.
Dasvidania Chisolm!

mic ha detto...

Grazie Sivan per l'immagine suggestiva e molto eloquente: i frutti sono di quell'Albero piantato nell'humus originario da cui trae la sua linfa e la sua vita e non di un altro, dalle radici fluttuanti in terreni paludosi e infidi per la smania di esplorare 'altri' orizzonti e perdersi nel nulla o nelle contraffazioni...

mic ha detto...

c'è un criterio per riconoscere la vera Tradizione, alla quale mons Gherardini applica l'“ermeneutica teologica evolutiva”, in antitesi con la cosiddetta “tradizione vivente” – di conio modernista, storicista e soggettivistico, che esclude la continuità e sancisce una rottura sempre nuova. “Ermeneutica teologica evolutiva”, perché Tradizione e fissità non stanno insieme: la tradizione è 'viva' in questo senso, altrimenti non potrebbe trasmettere la perenne 'rivoluzione' venuta con Cristo Signore.

E chiunque voglia dare un nome ai criteri interpretativi di cui si avvale deve farlo secundum normas teologicae interpretationis; il che esclude tutti i criteri immanentistici antropocentrici e storicisti post illuministi che si ispirano al sentimentalismo, al romanticismo e forniscono di volta in volta unicamente risposte a domande contingenti, pretendendo di conformare il dogma e la dottrina alle molteplici variazioni del fragile pensiero umano, anziché ancorarli alla Divina Rivelazione.

La garanzia sta in quod semper, quod ubique, quod ab omnibus creditum est. "ciò che sempre, ovunque, da tutti è creduto". Esattamente ciò che ha smesso di essere dopo il concilio che ha introdotto ecclesiologia e teologia nuove...

C'è un rigore, che poi è ordine (taxis) anche nella creatività che rinnova il messaggio ma non lo stravolge perché è radicata nel Logos, vera Imago del Padre nella Persona del Figlio nell'unità dello Spirito Santo

mic ha detto...

Nel thread precedente parlavamo dell'ebraismo ed è un elemento che non possiamo eludere perché è lì che sono le nostre radici e questo riguarda la Tradizione Apostolica che abbiamo ricevuto.

Notiamo una continuità, ma nello steso tempo un discontinuità nell'insegnamento di Gesù. E allora, parliamone.

La sua predicazione, così come la riceviamo dal cap.I del Vangelo di Marco, inizia con queste parole: "Il tempo è compiuto, il Regno è vicino, convertitevi, aderite al Vangelo"; annuncia un FATTO, chiama subito i discepoli e poi, inizia la sequela e lo stupore per questa figura straordinaria che è Gesù che, sempre secondo Marco, "espone una dottrina nuova insegnata con autorità".

Dottrina nuova, che squalificherebbe tutta la precedente dottrina? NO. La dottrina nuova insegnata da Gesù è una dottrina antica, della quale Egli apre, indica, esigenze nuove strettamente collegate col fatto che Lui è venuto, è li, sono determinate dalla Sua presenza: esigenze, ma soprattutto conseguenze nuove di una rivelazione antica.

E dobbiamo ricordare che 'sequela' è un'esperienza -non tanto e non solo un'istruzione- condivisa insieme dal maestro e dal discepolo. C'è tra il maestro e il discepolo un coinvolgimento vitale prima ancora di una informazione o una istruzione su determinati contenuti, messaggi, ecc. L’insegnamento si presenta nell’esperienza ebraica, biblica, ed anche di Gesù, come una compagnia, come tempo passato insieme. (Quale tempo migliore possiamo dedicargli, ad esempio, se non nell'Adorazione? e non solo, ovviamente!)

E' per questo che continuiamo a ripetere che il cristianesimo non è una religione (lo sono le sue espressioni) ma è innanzitutto Fede in una Persona Viva e Vera (è Risorto!)

Non dimentichiamo che la parola Emunà= fede in ebraico (e per noi diventa la stessa cosa) significa innanzitutto adesione, attaccarsi, fedeltà, verità; da questo deriva la 'sequela', che è condivisione totale di vita. Una sequela che è appunto anche Fedeltà e che implica: "Beati quelli che ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica".

Infatti se non diventa vita vissuta, tutto quanto abbiamo ricevuto oralmente, nella frequentazione della Scrittura e dagli insegnamenti del Magistero della Chiesa e soprattutto quello che ascoltiamo e riceviamo nella vita Sacramentale e ad ogni celebrazione -quando questa Presenza si rinnova per noi e ci vuole 'trasformare' introducendoci nella vita Trinitaria- il nostro dire è un 'cembalo che tintinna' e il nostro fare è velleitarismo e non coinvolgimento nella 'costruzione' del Regno...

E' esattamente questo che il cammino nc ha ripreso dall'ebraismo: la netta ortoprassi ebraica, peraltro superata e portata a compimento e perfezionamento dal salto di qualità provocato dalla Presenza di Cristo nella Sua Chiesa. Per questo si continua a ripetere e pretendere "il cammino si FA, non si studia"; solo che, purtroppo, anziché applicarlo a Gesù, il Cristo, lo si applica alla costruzione giudeo-luterano-gnostica dei suoi iniziatori.

Magari il 'metodo' è valido, ma solo sotto l'aspetto della sequela, della concretezza; sono i contenuti che fanno la differenza!!!

mic ha detto...

La differenza tra l'Antico e il Nuovo, sta TUTTA nella Redenzione operata una volta per tutte da Gesù Signore, il Cristo, il Figlio di Dio che si è fatto uomo ed è Dio, con la Sua morte in Croce e la Sua Risurrezione Ascensione al Cielo Invio dello Spirito a Pentecoste: sue Azioni Fatti, a partire dall'obbedienza alla volontà del Padre (aperta dal sì di Maria Santissima), che hanno costituito la Chiesa e l'hanno inviata nel mondo per la salvezza di tutti quelli che la accolgono. Ma per accoglierla devono conoscere ed accogliere la Sua Persona... ed è questa che non viene più annunciata da tutti nella Chiesa, oggi!

mic ha detto...

E' questo il nucleo del Kerygma che deve essere annunciato a tutti, tutto e subito, senza arcani e disvelamenti ulteriori.
L'approfondimento e le scoperte e gli arricchimenti successivi, sono doni di cui è PIENO il cammino di Fede nella Chiesa perché da Lui e dalla Sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto Grazia su Grazia...

Philos ha detto...

E dobbiamo ricordare che 'sequela' è un'esperienza -non tanto e non solo un'istruzione- condivisa insieme dal maestro e dal discepolo. C'è tra il maestro e il discepolo un coinvolgimento vitale prima ancora di una informazione o una istruzione su determinati contenuti, messaggi, ecc. L’insegnamento si presenta nell’esperienza ebraica, biblica, ed anche di Gesù, come una compagnia, come tempo passato insieme. (Quale tempo migliore possiamo dedicargli, ad esempio, se non nell'Adorazione? e non solo, ovviamente!)
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bellissimo! verissimo!

nel CnC il coinvolgimento vitale, il tempo passato insieme riguarda la comunità i catechisti nella PRESUNZIONE che hanno lo spirito santo. spesso viene detto che l'altro è cristo, ma non si sa chi è cristo

Philos ha detto...

avrei dovuto scrivere maiuscolo Spirito Santo e Cristo, ma pensando a quelli del contesto non mi è venuto

gianluca cruccas ha detto...

Ma ora che accade? Quelli che sono fedeli alla rivoluzione della prima ora, agli Apostoli, ai Padri vengono considerati “tradizionalisti”, anticaglia da mercatino, ragnatele da museo. Il nuovo che avanza, si considera “rivoluzionario” e qui sta il suo errore: sostituendo il nuovo all’antico, “tradisce” la rivoluzione originaria, spacciando per nuovo orpelli sincretistici più vecchi del cucco e tornando, più o meno consapevolmente, alla chiesa di re, di potenti, di ricchi, di sacerdoti del Tempio, loro sì “moderni”...

di dom Prosper Guéranger

Venne infine Lutero, il quale non disse nulla che i suoi precursori non avessero detto prima di lui, ma pretese di liberare
l'uomo nello stesso tempo dalla schiavitù del pensiero rispetto al potere docente, e dalla schiavitù del corpo rispetto al
potere liturgico. Calvino e Zwingli lo seguirono portandosi dietro Socini, il cui naturalismo puro era la conseguenza
immediata delle dottrine preparate da tanti secoli. Ma col Socini ogni errore liturgico si arresta: la liturgia, sempre più
ridotta, non arriva fino a lui. Ora, per dare un'idea dei danni provocati dalla setta antiliturgica, ci è parso necessario
riassumere la marcia dei pretesi riformatori del cristianesimo da tre secoli a questa parte, e presentare l'insieme dei loro
atti e della loro dottrina sulla epurazione del culto divino. Non vi è spettacolo più istruttivo e più idoneo a far comprendere
le cause della così rapida propagazione del protestantesimo. Vi si potrà scorgere l'opera di una saggezza diabolica che
agisce a colpo sicuro, e deve condurre senza meno a risultati di vasta portata.

1° Odio della Tradizione nelle formule del culto

Il primo carattere dell'eresia antiliturgica è l'odio della Tradizione nelle formule del culto divino. Non si può contestare la
presenza di tale specifico carattere in tutti gli eretici, da Vigilanzio fino a Calvino, e il motivo è facile da spiegare. Ogni
settario che vuole introdurre una nuova dottrina si trova necessariamente in presenza della liturgia, che è la tradizione
alla sua più alta potenza, e non potrà trovare riposo prima di aver messo a tacere questa voce, prima di aver strappato
queste pagine che danno ricetto alla fede dei secoli trascorsi. Infatti, in che modo si sono stabiliti e mantenuti nelle
masse il luteranesimo, il calvinismo, l'anglicanesimo? Per ottenere questo, non si è dovuto far altro che sostituire nuovi
libri e nuove formule ai libri e alle formule antiche, e tutto è stato consumato. Nulla dava più impaccio ai nuovi dottori,
essi potevano predicare del tutto a proprio agio: la fede dei popoli era ormai senza difesa. Lutero comprese questa
dottrina con una sagacità degna dei nostri giansenisti, quando nel primo periodo delle sue innovazioni, all'epoca in cui si
vedeva obbligato a conservare una parte delle forme esteriori del culto latino, stabilì per la messa riformata le regole
seguenti:




"Noi approviamo e conserviamo gli introiti delle domeniche e delle feste di Gesù Cristo, vale a dire di Pasqua, di
Pentecoste e di Natale. Preferiremmo nella loro interezza i salmi da cui tali introiti sono tratti, come si faceva in antico;
ma intendiamo conformarci all'uso presente. Non biasimiamo coloro che vorranno conservare gli introiti degli apostoli,
della Vergine e degli altri santi, quando siano tratti dai salmi e da altri passi della scrittura" [16]. Lutero aveva troppo
orrore dei cantici sacri composti dalla Chiesa stessa per l'espressione pubblica della fede. Sentiva troppo in essi il vigore
della Tradizione che voleva bandire. Riconoscendo alla Chiesa il diritto di unire la propria voce nelle sacre assemblee
agli oracoli delle scritture, rischiava di dover ascoltare milioni di bocche anatematizzare i suoi nuovi dogmi. Dunque odio
contro tutto ciò che, nella liturgia, non è tratto esclusivamente dalle sacre scritture.

Infine venne Kiko arguello e la sua combricola, il resto e storia

gianluca cruccas ha detto...

Continua...

4° Abituale contraddizione con i princìpi




Non ci si deve meravigliare della contraddizione che l'eresia denota in tal modo nelle sue opere, se si tiene presente che
il quarto principio o, se si vuole, la quarta necessità imposta ai settari dalla natura stessa del loro stato di rivolta, è una
abituale contraddizione con i loro stessi princìpi. Così deve essere per la loro confusione nel gran giorno, che presto o
tardi viene, in cui Iddio rivela la loro nudità alla vista dei popoli che essi hanno sedotto, e anche perché non riesce
all'uomo di essere conseguente: la verità sola può esserlo. Così tutti i settari, senza eccezione, cominciano col rivendicare i
diritti dell'antichità: vogliono liberare il cristianesimo da tutto ciò che l'errore e le passioni degli uomini vi hanno introdotto di
falso e indegno di Dio. Non vogliono nulla che non sia primitivo, e pretendono di riprendere dai suoi albori l'istituzione
cristiana. Per conseguire tale effetto essi sfrondano, fanno scomparire, sopprimono: tutto cade sotto i loro colpi, e
quando si lavora a ripristinare nella sua originaria purezza il culto divino, si trova che si è inondati di formule nuove che
non datano che dal giorno prima, che sono incontestabilmente umane, dato che chi le ha redatte vive ancora. Ogni setta
subisce questa necessità: lo abbiamo visto per i monofisiti, per i nestoriani, ritroviamo la stessa cosa in tutte le branche
dei protestanti. La loro affettazione di predicare l'antichità non è giunta se non a metterli in condizione di battere in breccia
tutto il passato, e poi si sono messi di fronte ai popoli sedotti e hanno giurato loro che tutto andava bene, che le
superfetazioni papiste erano scomparse, che il culto divino era ritornato alla sua santità originaria. Sottolineiamo ancora
una caratteristica nell'ambito del cambiamento della liturgia da parte degli eretici. Ed è che nella loro furia di innovare
essi non si accontentano di sfrondare le formule di stile ecclesiastico, da loro marchiate col nome di parola umana, ma
estendono la loro riprovazione alle letture e alle preghiere che la Chiesa ha improntato alla scrittura. Cambiano,
sostituiscono, non vogliono pregare con la Chiesa, così si scomunicano da sé stessi e temono fin la minima particella
dell'ortodossia che ha presieduto alla scelta di quei passaggi.






5° Eliminazione delle cerimonie e delle formule che esprimono misteri




Dato che la riforma della liturgia è stata intrapresa dai settari con lo stesso scopo della riforma del dogma, di cui è la
conseguenza, ne consegue che come i protestanti si sono separati dall'unità al fine di credere di meno, così sono stati
indotti a togliere dal culto tutte le cerimonie, tutte le formule che esprimono misteri. Hanno accusato di superstizione, di
idolatria tutto quello che non gli sembrava puramente razionale, restringendo così le espressioni della fede, ostruendo
con il dubbio e addirittura con la negazione tutte le vie che aprono al mondo soprannaturale. In tal modo non più
sacramenti, eccetto il battesimo, in attesa del soccinianesimo che ne libererà i suoi adepti; non più sacramentali,
benedizioni, immagini, reliquie dei santi, processioni, pellegrinaggi, ecc. Non vi è più altare, ma semplicemente un tavolo,
non più sacrificio, come vi è in ogni religione, ma semplicemente una cena; non più chiesa, ma solamente un tempio,
come presso i greci e i romani; non più architettura religiosa, perché non ci sono più misteri; non più pittura e scultura
cristiana, perché non vi è più religione sensibile; infine non più poesia, in un culto che non è fecondato né dall'amore
né dalla fede.

gianluca cruccas ha detto...

Magari il 'metodo' è valido, ma solo sotto l'aspetto della sequela, della concretezza; sono i contenuti che fanno la differenza!!!

Carissima Mic, parlando con l'esorcista di Perugia, egli mi disse che se entri in una stanza dove ci sta' il germe dell'influenza alla fine te la becchi anche tu.

Per quanto riguarda la secuela nel CN ci sta' solo la sequela del loro fondatore, non certo di Gesu' Cristo, e sono proprio i cosidetti contenuti che ti portano a questo, per avere una vera sequela bisogna seguire la vera dottrina, quella della vera Chiesa Cattolica non quella falsa di Kiko Arguello.

jonathan ha detto...

E' questo il nucleo del Kerygma che deve essere annunciato a tutti, tutto e subito, senza arcani e disvelamenti ulteriori

E' sacrosanto.
Ma com'è difficile in una Chiesa dove tutto è concesso, anche l'infedeltà alla sua Tradizione.

Ho conosciuto una coppia che da anni (una decina) sta in cammino, credo siano giunti alla tappa della preghiera. Nella loro giovane vita familiare, sono stati provati da tante avversità e difficili sofferenze. Persone splendide quali sono, ce l'hanno fatta finora a restare in piedi e a lottare con forza e tenacia per custodire la sana bellezza della loro vita di coppia.

Lui ne attribuisce in gran parte il merito al cn, perché, dice, lo ha aiutato a restare nella Chiesa; l'ascolto della Parola soprattutto lo ha reso capace di resistere alle tante tentazioni, l'adulterio, per es., o il lavoro forsennato pur di far soldi.
Lei, invece, più equilibrata e solida interiormente, è sempre stata peplessa sul cn. Tanti dubbi che nel tempo si sono rafforzati, per cui sarebbe pronta a lasciare la comunità senza troppi rimpianti. Ma non lo fa per assecondare le esigenze del marito...

jonathan ha detto...

...e allora mi chiedo, rispetto a questo caso, in cosa consisterebbe il mio dovere dell'annuncio, della denuncia, della testimonianza?

Posso o devo assumermi la responsabilità di metterli di fronte alla verità delle cose? Pur sapendo che questo comporterebbe per loro un difficilissimo ritorno nell'alveo della Chiesa? Pur non avendo alternative da proporre per il loro percorso di fede, in questa Chiesa che rinuncia appunto all'annuncio della rivoluzionaria Verità del Vangelo?

Non vi chiedo consigli. Solo, parliamone, se vi va.

mic ha detto...

Magari il 'metodo' è valido, ma solo sotto l'aspetto della sequela, della concretezza; sono i contenuti che fanno la differenza!!!

in questa affermazione che hai ripreso, Gianluca, parlavo di metodo esclusivamente sotto l'aspetto della 'sequela', nel senso che avevo spiegato prima molto similebraico: che nel cammino è stretta condivisione di vita con la comunità e con i catechisti (non col Signore avevo ben detto) e la concretezza cui ti portano le prassi; il che è positivo quando la concretezza non diventa 'estrema' e cioè assolutizzata, come in realtà poi nel cammino avviene.

Il positivo che trovo al richiamo alla concretezza, anch'esso molto presente nell'ebraismo (e quanto mai presente nell'INCARNAZIONE che è il massimo della concretezza e dovrebbe essere il tratto eessenziale del cristianesimo, nel senso di immersione, condivisione totale delle situazioni), è che essa ci mette al riparo dall'intellettualismo e dallo spiritualismo disincarnato, che sono eccessi nell'altro senso.
Infatti l'assolutizzazione della concretezza ti porta a trascurare il senso del mistero, il Trascendente; l'eccesso di speculazione e teorizzazione, ti porta fuori dalla realtà.

Altrettanto chiaramente avevo detto che "sono i contenuti che fatto la differenza": infatti gli insegnamenti del cammino non attuano l'incarnazione, ma l'assorbimento nel cammino, che fagocita la persona e la modella, insieme alla sua anima, secondo le 'costruzioni' kikarmeniane massificanti e spersonalizzanti e non certo secondo il Progetto di Dio in Cristo

Ho dato per scontato che tutto questo fosse deducibile dalle mie parole; ma ti ringrazio perché mi hai dato l'oppurtunità di espolicitarlo

mic ha detto...

E dobbiamo ricordare che 'sequela' è un'esperienza -non tanto e non solo un'istruzione- condivisa insieme dal maestro e dal discepolo. C'è tra il maestro e il discepolo un coinvolgimento vitale prima ancora di una informazione o una istruzione su determinati contenuti, messaggi, ecc. L’insegnamento si presenta nell’esperienza ebraica, biblica, ed anche di Gesù, come una compagnia, come tempo passato insieme.

Ti ringrazio, Philos, perché hai ripreso questo, che è un aspetto che mi intrigava e mi intriga molto e che desideravo 'passasse' con le mie parole.

In fondo la 'sequela', che è il concretizzarsi della vita di fede, per noi che viviamo la Fede in una Persona, il Signore Gesù, è proprio questo atteggiamento e comportamento, mutuato dalle nostre radici e di cui anche il Signore parla quando chiama i suoi discepoli e dice: "vieni e vedi"... atteggiamento interiore e comportamento che implicano proprio adesione attaccamento nel senso pregnante dei termini, condivisione di vita, e cioè una relazione intima profonda fedele col Signore nella Sua Chiesa, che diventa assimilazione, ri-generazione continua...

Questa condivisione totale - che nel cammino diviene fagocitazione che comporta la graduale completa assimilazione al Cammino e non a Cristo - deve essere totalizzante solo nei confronti del Signore e mai di qualunque costruzione umana. (il cammino ad esempio strumentalizza, assolutizzandola a suo uso e consumo proprio questa prassi ebraica)

E' per questo che è bene riscoprire e conoscere il senso autentico delle nostre radici, proprio per riconoscere ed evitare le contraffazioni...

chisolm ha detto...

“Troppo spesso, però, la bellezza che viene propagandata è illusoria e mendace, superficiale e abbagliante fino allo stordimento e, invece di far uscire gli uomini da sé e aprirli ad orizzonti di vera libertà attirandoli verso l'alto, li imprigiona in se stessi e li rende ancor più schiavi, privi di speranza e di gioia. Si tratta di una seducente ma ipocrita bellezza, che ridesta la brama, la volontà di potere, di possesso, di sopraffazione sull'altro e che si trasforma, ben presto, nel suo contrario, assumendo i volti dell'oscenità, della trasgressione o della provocazione fine a se stessa.”

Sono le parole di Benedetto XVI agli artisti…
Credo, però, siano rivolte anche a coloro che ricercano “il bello”, indipendentemente dal fatto di svolgere il mestiere d’artista. Ogni esistenza ha in sé il germe del capolavoro, unico e irripetibile: l’altro, col quale mi specchio e mi raffronto, nel quale ho la percezione di un altro me stesso che mi rinvia il mio sguardo, è ben più di un dipinto o una scultura.

E questa percezione che deve essere guadagnata: se guardo l’altro con ottimismo escatologico, quale che sia il suo naso, gli occhi, un andamento sgraziato o un deficit qualsiasi, quell’immagine è imago Dei. Ma se mi servo di quell’immagine, il dipinto divino di un altro me stesso per intessere una misera prospettiva di pessimismo antropologico, ecco che rifiuto d’essere “artista”, perché non riesco più a percepire il bello nelle pieghe della carne e la luce nell’ombra.

Ho sempre preferito una “teologia della bellezza” ad una “teologia delle miserie umane”, benché in esse, ad andare a cercare, riverberi qualcosa di potente ma che deve essere tradotto in luce. Se continuo all’infinito a ripetermi e a ripetere che siamo melma, sputo sulla grazia di un incontro, sulle possibilità infinite di fioritura, sul percorso che da viandante mi porta ad altre figure come la mia, solidali nella condizione di peccatori sì, ma di peccatori redenti.

Se non mi scrollo di dosso la placenta del peccato, se mi crogiolo in essa come un feto indeciso verso la luce, non partorirò mai me stesso, non coltiverò mai – come diceva Gregorio di Nissa – quell’uomo interiore che fa nuovo l’uomo vecchio.
Se ogni volta che prego canto le mie miserie e mi dimentico la lode, se ogni volta che vedo l’altro e con lui faccio a gara per chi si dimostra d'essere più nel fango, se ogni volta che sono nel fango e non cerco di uscirne per aggrapparmi al ramo saldo che mi tirerà fuori per poi asciugare al sole tiepido della Grazia, allora sono già creatura delle tenebre, inquilino del buio, perché rifiuto la Luce e con essa la Bellezza che, invece, serve a “far uscire gli uomini da sé e aprirli ad orizzonti di vera libertà attirandoli verso l'alto…”.

Chisolm

gianluca cruccas ha detto...

LE PAROLE DEL PAPA ALLA RECITA DELL’ANGELUS, 22.11.2009

...Ad ogni coscienza, dunque, si rende necessaria – questo sì – una scelta: chi voglio seguire? Dio o il maligno? La verità o la menzogna? Scegliere per Cristo non garantisce il successo secondo i criteri del mondo, ma assicura quella pace e quella gioia che solo Lui può dare.

Lo dimostra, in ogni epoca, l’esperienza di tanti uomini e donne che, in nome di Cristo, in nome della verità e della giustizia, hanno saputo opporsi alle lusinghe dei poteri terreni con le loro diverse maschere, sino a sigillare con il martirio questa loro fedeltà...

gianluca cruccas ha detto...
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