lunedì 23 novembre 2009

Cammino neocatecumenale. Dov'è la Bellezza?

Ho già preparato la nuova pagina, con l'intento di rimanere sul 'concreto', agganciando la nostra riflessione all'intervento di Jonathan; ma prima di inserirla, penso di dar risalto come merita ed anche per l'attualità del riferimento alle parole del Papa agli artisti, questo post di Chisolm:
Troppo spesso, però, la bellezza che viene propagandata è illusoria e mendace, superficiale e abbagliante fino allo stordimento e, invece di far uscire gli uomini da sé e aprirli ad orizzonti di vera libertà attirandoli verso l'alto, li imprigiona in se stessi e li rende ancor più schiavi, privi di speranza e di gioia. Si tratta di una seducente ma ipocrita bellezza, che ridesta la brama, la volontà di potere, di possesso, di sopraffazione sull'altro e che si trasforma, ben presto, nel suo contrario, assumendo i volti dell'oscenità, della trasgressione o della provocazione fine a se stessa.
Sono le parole di Benedetto XVI agli artisti...
Credo, però, siano rivolte anche a coloro che ricercano “il bello”, indipendentemente dal fatto di svolgere il mestiere d’artista. Ogni esistenza ha in sé il germe del capolavoro, unico e irripetibile: l’altro, col quale mi specchio e mi raffronto, nel quale ho la percezione di un altro me stesso che mi rinvia il mio sguardo, è ben più di un dipinto o una scultura.
E' questa percezione che deve essere guadagnata: se guardo l’altro con ottimismo escatologico, quale che sia il suo naso, gli occhi, un andamento sgraziato o un deficit qualsiasi, quell’immagine è imago Dei. Ma se mi servo di quell’immagine, il dipinto divino di un altro me stesso per intessere una misera prospettiva di pessimismo antropologico, ecco che rifiuto d’essere “artista”, perché non riesco più a percepire il bello nelle pieghe della carne e la luce nell’ombra.
Ho sempre preferito una “teologia della bellezza” ad una “teologia delle miserie umane”, benché in esse, ad andare a cercare, riverberi qualcosa di potente ma che deve essere tradotto in luce. Se continuo all’infinito a ripetermi e a ripetere che siamo melma, sputo sulla grazia di un incontro, sulle possibilità infinite di fioritura, sul percorso che da viandante mi porta ad altre figure come la mia, solidali nella condizione di peccatori sì, ma di peccatori redenti.
Se non mi scrollo di dosso la placenta del peccato, se mi crogiolo in essa come un feto indeciso verso la luce, non partorirò mai me stesso, non coltiverò mai – come diceva Gregorio di Nissa – quell’uomo interiore che fa nuovo l’uomo vecchio.
Se ogni volta che prego canto le mie miserie e mi dimentico la lode, se ogni volta che vedo l’altro e con lui faccio a gara per chi si dimostra d'essere più nel fango, se ogni volta che sono nel fango e non cerco di uscirne per aggrapparmi al ramo saldo che mi tirerà fuori per poi asciugare al sole tiepido della Grazia, allora sono già creatura delle tenebre, inquilino del buio, perché rifiuto la Luce e con essa la Bellezza che, invece, serve a “far uscire gli uomini da sé e aprirli ad orizzonti di vera libertà attirandoli verso l'alto...”.
Chisolm
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Questa bellissima riflessione, oltre a coglierne con fruttuosa meditazione la profondità universale, va agganciata sia al senso del peccato inculcato e vissuto nel cammino neocatecumenale che alla "nuova estetica" con la quale il suo iniziatore sovverte la teologia e l'estetica cattoliche (vedi link nella colonna a sinistra)

4 commenti:

mic ha detto...

Ho sempre preferito una “teologia della bellezza” ad una “teologia delle miserie umane”, benché in esse, ad andare a cercare, riverberi qualcosa di potente ma che deve essere tradotto in luce. Se continuo all’infinito a ripetermi e a ripetere che siamo melma, sputo sulla grazia di un incontro, sulle possibilità infinite di fioritura, sul percorso che da viandante mi porta ad altre figure come la mia, solidali nella condizione di peccatori sì, ma di peccatori redenti.

quoto

Il problema, nel cammino, è proprio la redenzione operata non dall'accogliere la grazia, ma il suo automatismo determinato dall'appartenenza al cammino e dalla fede donata da esso.

E perpetua il pecca fortiter, sed fortius fide et gaude in Christo di Lutero

mic ha detto...

Se non mi scrollo di dosso la placenta del peccato, se mi crogiolo in essa come un feto indeciso verso la luce, non partorirò mai me stesso, non coltiverò mai – come diceva Gregorio di Nissa – quell’uomo interiore che fa nuovo l’uomo vecchio.

infatti il peccato redento non è 'coperto' da Cristo, ma realmente vinto in Lui, perché l'uomo vecchio muore e avviene la trasformazione interiore nell'uomo nuovo; cosa inconcepibile nel contesto di cui stiamo parlando

Se ogni volta che prego canto le mie miserie e mi dimentico la lode, se ogni volta che vedo l’altro e con lui faccio a gara per chi si dimostra d'essere più nel fango, se ogni volta che sono nel fango e non cerco di uscirne per aggrapparmi al ramo saldo che mi tirerà fuori per poi asciugare al sole tiepido della Grazia, allora sono già creatura delle tenebre, inquilino del buio, perché rifiuto la Luce e con essa la Bellezza che, invece, serve a “far uscire gli uomini da sé e aprirli ad orizzonti di vera libertà attirandoli verso l'alto...”.

nel cammino non manca la lode e l'esaltazione indotte dai canti in cui si celebra la salvezza nel senso già detto e non nel senso autentico... alla fine è una lode superficiale e indotta anch'essa che non scaturisce dalla gioia e dlla gratitudine di un cuore Redento.

C'è una bella differenza tra il 'sentirsi' salvati ed esserlo realmente!

mic ha detto...

Quanto alla domanda dove sta la Bellezza?
Me lo chiedo a proposito dell'orrida Madonna di Scandicci, ad esempio e della mistificazione anche delle icone (nel senso del mancato uso dei rigorosi canoni iconografici) operata da Kiko Arguello

jonathan ha detto...

Che bella questa riflessione, grazie, grazie.
L'ottimismo escatologico. Vedere la bellezza di Dio nelle rughe di chi mi sta di fronte.
Ma questo a me sembra già essere un passo ulteriore, che suppone l'esperienza di un incontro già vissuto.

E', diciamo così, il 'respiro' dei santi, nel senso di un moto involontario, non costruito né tanto meno indotto, ma essenziale di chi già sta in quella sequela di Cristo cui accennava Mic qualche post fa.

Se Maria di Magdala non avesse riconosciuto la voce del suo Signore che la chiamava per nome, la sua vita forse sarebbe rimasta un pianto di infinita nostalgia. Si sarebbe forse a lungo fermata a quella assenza.

E' dunque, credo, quell'incontro che va cercato, coltivato, riguadagnato in ogni modo, perché da lì trae origine la novità della vita autenticamente cristiana.

Invece accade di frequentare la Parola assiduamente, accade che ti lasci invadere la vita da tutte le regole del cn, i tempi e gli spazi che esso esige per sé, senza fare una autentica esperienza di Dio. Con il cuore e la mente al guinzaglio, non puoi neppure cercarlo il Signore. Il quale, per i più, resta una parola scritta e mediata da questo o quel fratello. Non una Persona, viva e vera, che ti vede bella e per la quale vuoi farti bella.