martedì 15 agosto 2017

Dalle semplici verità di fede alla liturgia vissuta


In occasione della solennità dell'Assunzione della Beata Vergine, debellatrice delle eresie, proponiamo ai nostri lettori un brano tratto dal libro di Martin Mosebach, Eresia dell'informe, evidenziando come il prendere sul serio la liturgia della Chiesa (anziché tentare di "migliorarla") porta davvero a ravvivare la fede.

Nell'eresia neocatecumenale, il Signore Gesù è trattato come una specie di sacro snack, al punto che l'altare è un tavolinetto smontabile, zeppo di prodotti ortofrutticoli (liturgia kikiana delle banane), mentre le suppellettili sacre parlano non del Signore ma di Kiko Argüello.


Un circolo di donne che avevano l’abitudine di pregare insieme, incominciò a interessarsi allora alla biancheria dell’altare; è di queste donne che vi voglio raccontare. Queste chiesero un giorno, agli amministratori della Cappella, che cosa propriamente avvenisse dei purificatoria impiegati, dei fazzoletti con i quali il sacerdote raccoglie dal calice le gocce rimaste del vino trasformato. Essi finiscono insieme ad altro bucato nella lavatrice, rispose l’amministratore. Le donne, alla Messa successive portarono un sacchetto che avevano confezionato. Quindi chiesero il purificatorium impiegato e lo misero nel sacchetto. In questo modo che cosa volevano fare? «Questo è comunque imbevuto del sangue prezioso che non può essere versato nello scarico». Il fatto che in passato la Chiesa abbia prescritto che il sacerdote stesso debba curare il primo lavaggio del purificatorium, il fatto che l’acqua di tale lavaggio sia quindi da versare nel sacrarium o nella terra, tutto questo non era a conoscenza delle donne. In ogni caso esse si opponevano a che questo fazzoletto fosse trattato come l’altro bucato, e istintivamente fecero ciò che una antica prescrizione, ora trascurata, esigeva. «È come lavare il giaciglio del Bambino Gesù», diceva una di queste donne. Quando l’ascoltai, ne rimasi colpito. La devozione popolare diventava qui qualcosa di concreto. La vidi quando lo lavò a casa, dopo aver prima recitato un rosario. Portò l’acqua del lavaggio nel giardino davanti a casa, versandola in un angolo in cui crescevano fiori particolarmente belli. Alla sera coprì poi l’altare nella cappella insieme ad un’altra donna. Questo aggiustamento della lunga e stretta coperta era difficile. Entrambe le donne erano molto concentrate, ma allo stesso tempo mosse da una sollecitudine trattenuta, come se avessero cura, con sobrietà ed efficienza, di un uomo che esse amavano. Io ho assistito a queste preparazioni con curiosità crescente. Di che cosa si trattava? In tutti i racconti della Resurrezione, il discorso cade sulle vesti ripiegate angelicos testes, sudarium et vestes, come si dice nella sequenza pasquale. Non vi è alcun dubbio che queste donne, in quella brutta cappella al secondo piano, erano le donne presso il sepolcro. Esse vivevano nella continua, indubitabile, realmente vissuta presenza di Gesù. In questa presenza esse rimanevano in modo naturale, in modo conforme alla loro nascita e al loro livello culturale. La loro vita era adorazione, che si traduceva in azioni molto precise, molto pratiche: era liturgia.

Osservando queste donne, compresi che esse credevano alla reale presenza di Gesù nel Sacramento dell’altare.

14 commenti:

by Tripudio ha detto...

È una pagina che commuove, perché fa capire bene il nesso tra liturgia e fede.

Per quell'amministratore parrocchiale la liturgia è uno spettacolino, al termine del quale tutti i panni di scena finiscono nella stessa lavatrice. Magari è uno che proclama di credere nella Presenza Reale (ma solo quando qualcuno glielo rinfaccia), magari è uno che ha studiato liturgia all'istituto diocesano, magari è perfino responsabile di qualche comunità ma... da un singolo gesto apparentemente banale - "tutto in lavatrice!" - si capisce che concezione ha della liturgia. Una volta terminata la celebrazione, non vede più nulla di sacro, e fino a prima della celebrazione, niente di sacro. In altri termini, per lui il Signore «passa», cioè non c'è se non in un preciso momento della liturgia, e la liturgia deve perciò apparire "molto partecipata" altrimenti non sarebbe "vissuta" e il Signore non "passerebbe" abbastanza...

Quelle donne, invece, cosa hanno "scoperto"? Nulla di particolare, se non ciò che le formule della liturgia hanno detto ogni giorno: «questo è comunque imbevuto del sangue prezioso...» Hanno semplicemente pensato che la liturgia non parla a vanvera, cioè che le formule liturgiche non sono un pomposo abbellimento retorico ma significano veramente ciò che dicono. Per cui quelle donne traggono le conseguenze da ciò che la liturgia dice loro, e smettono di considerare come "normale bucato" i lini sacri. Finendo così per ritrovarsi praticamente a osservare antiche prescrizioni liturgiche che nessuno aveva mai insegnato loro, avendo più cura e più sobrietà (senza che nessuno le abbia convinte o obbligate: è semplicemente una conseguenza dell'aver preso un pochino sul serio la liturgia).

In pratica la vera riscoperta dei primi cristiani e la vera fede adulta avvengono non grattugiando le chitarrelle con girotondi e battimani e interminabili omelie laicali, ma traendo le oneste e inevitabili conseguenze della liturgia. Perfino «in quella brutta cappella al secondo piano» (chi ha visitato seminari o istituti religiosi postconciliari sa bene che la "cappella" è una stanzetta pateticamente poco adorna in mezzo a toilette, sgabuzzini e camerette dei religiosi, nella quale poco manca che celebrino in pigiama), perfino in un posto che fa a pugni con la sublimità del Signore, la coerenza con la liturgia porta a vivere nella «continua, indubitabile, realmente vissuta presenza di Gesù».

Tutto questo senza sforzo - e senza chitarrelle e charangos, senza itinerari di riscoperta gnostica, senza pagamenti di collette e decime, perfino nell'ambiente postconciliare così devastato e nelle spesso fumose formule liturgiche del Novus Ordo.

L'accanimento diabolico con cui il Cammino porta avanti la liturgia inventata da Carmen e Kiko serve proprio ad evitare che i fratelli del Cammino possano accorgersi che la liturgia è «l'unico culto a Dio gradito» e, come le ignare pie donne descritte da Mosebach, trarre le naturali conseguenze e abbandonare il Cammino.

Pietro (NON del Cammino) ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Valentina Giusti ha detto...

Grazie Tripudio di questo dono il giorno dell'Assunzione della Vergine; a Lei ci raccomandiamo perché ci ispiri amore sincero e rispettoso per Suo Figlio.

Pietro (NON del Cammino) ha detto...

Testimonianza bellissima.
Ha ragione Tripudio: il Cammino porta avanti con ACCANIMENTO la propria liturgia. Un accanimento sospetto

Perché tanto accanimento? Cosa nascondono quelle pratiche liturgiche? Forse sono espressione di eresie?
Temo di sì, anche se molti camminanti non se ne rendono conto (ma se ne rendono comunque STRUMENTO).

CAMMINANTI: la Chiesa non ha mai distinto tra il PRENDERE l'Eucaristia e il MANDUCARLA. Perché voi fate questa distinzione? Perché prendete la Comunione in piedi e la manducate seduti, cosa proibita?
E perché tutti insieme, cosa proibita?

Ok, i catechisti vi ingannano dicendo che avete una "dispensa" (a chi me lo ha detto ho risposto di citarmi la fonte ma sto ancora aspettando). Ma possibile che nonostante quello che scriviamo qui e nonostante che, riguardo certe cose, noi "Osservatori" ne sappiamo molto di più dei vostri catechisti, non avete neanche un DUBBIO?

Perché neanche un dubbio? Perché manducate la Comunione seduti e tutti insieme?
Di risposte ce ne possono essere tante, ma di risposte che siano compatibili con l'UBBIDIENZA alla Chiesa non ne vedo.

Se io vedessi un gruppo di persone che prima di comunicarsi consumasse uno snack, gli chiederei il perché.
Loro potrebbero rispondermi anche in modo convincente, ma sempre disubbidendo alla Chiesa.
Potrebbero dirmi: "Perché così il Pane consacrato viene digerito più lentamente e possiamo trattenerci più tempo nello speciale ringraziamento del dopo Comunione".
Tutto vero, ma anche vera la DISUBBIDIENZA sarebbe vera.

Se l'ubbidienza vale più del sacrificio e voi disubbidite, a che valgono le imprese mirabolanti e le "esperienze" strabilianti che ostentate?

elena giorgetti ha detto...

Ricordo ancora con dolore il vino rovesciato per sbaglio sull'asfalto nel piazzale all'aperto dove celebrano in estate...e tutte le volte che qualcuno si sbrodolava macchiando la camicia...
Elena

Anonimo ha detto...

OT

Tra pochi giorni i giovani kikos partiranno per girare l'Italia "senza borsa né bisaccia", a evangelizzare e convertire le persone a Kiko.
Ma cosa significa veramente evangelizzare? E come possiamo farlo? Ecco le parole di Papa Francesco tratte dalla sua omelia del 9 settembre 2016:

L’apostolo Paolo spiega ai cristiani di Corinto cosa è evangelizzare (1 Corinzi 9, 16-19.22-27). Anche noi possiamo oggi riflettere su cosa significa evangelizzare, perché noi cristiani siamo chiamati a evangelizzare, a portare il Vangelo, che significa dare testimonianza di Gesù Cristo.
E Paolo, rivolgendosi appunto ai cristiani di Corinto, comincia così il suo ragionamento "Fratelli, cosa non è evangelizzare? Annunciare il Vangelo non è per me un vanto". Dunque, non ci si deve certo vantare "di andare a evangelizzare: vado a fare questo, vado a fare quell’altro", quasi che evangelizzare sia "fare una passeggiata". Sarebbe come ridurre l’evangelizzazione a una funzione: io ho questa funzione. [...]
Può anche capitare di incontrare laici che dicono "io faccio questa scuola di catechesi, faccio questo, questo, questo...". Riducendo così quello che loro chiamano evangelizzare a una funzione. Magari vantandosi dicendo: "io faccio questa funzione, sono un funzionario catechista..."
Ma questo è proprio l’atteggiamento di chi si vanta è ridurre il Vangelo a una funzione o anche a un vanto: "io vado a evangelizzare e ho portato in Chiesa tanti". Già, anche fare proselitismo è un vanto. Invece, evangelizzare non è fare proselitismo. Di più: evangelizzare non è mai fare la passeggiata; ridurre il Vangelo a una funzione; fare proselitismo.
Come posso essere sicuro di non fare la passeggiata, di non fare proselitismo e di non ridurre l’evangelizzazione a un funzionalismo? Come posso capire qual è lo stile giusto?
La risposta la suggerisce sempre Paolo: "Lo stile è farsi tutto a tutti". Scrive infatti l’apostolo: "Mi sono fatto tutto per tutti". Significa, in sostanza, "andare e condividere la vita degli altri, accompagnare nel cammino della fede, far crescere nel cammino della fede". [...]
Con i fratelli dobbiamo fare lo stesso: stare alla condizione in cui è lui e se lui è ammalato, avvicinarmi, non ingombrarlo con argomenti; essere vicino, assisterlo, aiutarlo. Dunque, per rispondere alla domanda sullo stile da usare per annunciare il Vangelo, si evangelizza proprio con questo atteggiamento di misericordia: "farsi tutto a tutti", nella certezza che è la testimonianza che porta la Parola. [...]
Anche tutti noi, fratelli e sorelle, abbiamo l’obbligo di evangelizzare, che non è bussare alla porta al vicino e alla vicina e dire: “Cristo è risorto!”. È anzitutto vivere la fede, è parlarne con mitezza, con amore, senza voglia di convincere nessuno, ma gratuitamente. Perché evangelizzare è dare gratis quello che Dio gratis ha dato a me.
L’evangelizzazione si fa con la testimonianza e poi con la parola, stando ben attenti a non cadere nella tentazione di ridursi a funzionari che fanno passeggiate o fanno proselitismo.

Annalisa


franz bres ha detto...

Penso, che lo zelo di quelle donne sia proprio un atto di evangelizzazione per chi le conosce o ne ha sentito parlare, evangelizzazione seria con "fatti concreti" (come dicono i catecumeni ma non riescono il più delle volte)

Franz

roberta salerno ha detto...


Grazie @Annalisa

per le parole del Papa; è proprio significativa l'espressione
"io .. sono un funzionario catechista ..",
mi ha fatto ricordare che una figlia dei nostri itineranti quando frequentava la scuola, si trovava in imbarazzo se le chiedevano il lavoro dei suoi genitori perchè doveva rispondere che fanno i "missionari".

A me sembra importante e utile che il Papa dica che lo "stile giusto" è invece quello di S.Paolo di "farsi tutto a tutti", cioè con una persona di "stare alla condizione in cui essa è (se è ammalato, avvicinarlo, non ingombrarlo con argomenti ..)";

questo è un normale metodo anche pedagogico: se devo trasmettere ad un ragazzo ad es. un contenuto che ancora non conosce, devo partire da ciò che già lui conosce, adattarmi al suo linguaggio, al suo modo di esprimersi, capire cosa è più interessante per lui, quali sono le difficoltà per lui .. non è di nessuna utilità un approccio preconfezionato.

Con questo, riferito al Vangelo e alla Fede, non intendo assolutamente dire che il cristiano sia l'"insegnante" che deve "trasmettere" agli altri , anzi, secondo me non bisogna neanche pensarci a questo,
ma cercare solo di relazionarsi in modo UMANO ( penso che quanto è cristiano è anche più profondamente umano); in tal modo si "impara" anche dagli altri, accorgendosi che Dio è presente in tutti e si manifesta, a volte in modo poco evidente, a volte più evidente ma comunque sempre originale in ogni persona.

Quando ero nel CN ogni tanto ero presa dai sensi di colpa perchè mi sembrava di non essere capace come gli altri di "annunciare Gesù Cristo" e invece, come dice il Papa, questa è proprio la cosa che non bisogna fare ..
mi par di capire che ciò che conta è la CONDIVISIONE che comprende sia ASCOLTARE l'altra persona, sia esprimere ciò che è fondamentale PER ME, e che fondamentale rimane anche se non c'è nessuno a cui esprimerlo.

Mi pare che il brano riportato nel post sia anch'esso un esempio di questo atteggiamento, perchè quelle donne che hanno fatto quei gesti (che solo dopo si sono rivelati essere "liturgici") li hanno fatti innanzitutto per loro stesse, cioè non per adempiere ad un ordine di un'organizzazione o per farsi vedere da qualcuno, ma per fede, perchè c'era in esse il bisogno di esprimere il loro desiderio di voler bene a Gesù, di rafforzare il rapporto con Lui.

A questo proposito Tripudio,

vorrei ringraziarti anche per una cosa che hai detto in un commento precedente .. e cioè che "servire la parrocchia " non consiste necessariamente nel darsi da fare nelle attività parrocchiali ma piuttosto nel cercare di accrescere la propria fede, conoscere le verità di fede e vivere i sacramenti ..

Questa è una cosa che ho sentito sempre vera nel mio cuore ma che mai nessuno, nessun sacerdote, nemmeno quelli che mi hanno tanto aiutato (e che stimo e gli voglio bene per questo), mi ha mai detto quando esprimevo il mio malessere e il mio senso di colpa per essere una "non inserita" in nessun "gruppo" della Parrocchia ... questo ancor prima di conoscere i NC .. anzi forse questa è un'altra delle cose che mi ha spinto ad entrare in quel gruppo.

Roberta

Anonimo ha detto...

Annalisa anche io la penso come te
Pierangelo burgazzolk

Ruben ha detto...

@Annalisa
"Tra pochi giorni i giovani kikos partiranno per girare l'Italia "senza borsa né bisaccia", a evangelizzare e convertire le persone a Kiko."
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Mi auguro proprio che abbiano la fortuna-sfortuna di incontrarmi, non aspetto altro.
In mancanza "di bisaccia", due persone me le posso anche invitare in trattoria, ma durante l'eventuale asciolvere, sarà anche "necessario" comunicare e non sarà assolutamente a senso unico come in saletta!

by Tripudio ha detto...

Roberta,
anche il card. Ratzinger, molti anni fa, disse che uno può darsi tanto da fare in parrocchia e non crescere nella fede, e viceversa uno che non dà nessun aiuto in parrocchia ma vive bene i sacramenti e perciò cresce nella fede. Non ricordo la citazione esatta, ma è stato lui a confermare una cosa così ovvia, il che teoricamente potrebbe mettere un pochino a tacere i maniaci del "darsi da fare" (terrorizzati dall'idea che si sono agitati inutilmente invece di guardare all'essenziale, e incapaci di capire che chi vive veramente la fede compie opere senza accorgersene).

Fin dagli anni '50 cominciò l'equivoco del ridurre la parrocchia a parco giochi e passatempi più o meno culturali, sperando di "attirare" giovani e meno giovani e avere finalmente la possibilità di impartire loro qualche predica sperando che si lascino abbindolare. Naturalmente le prediche devono essere politically correct altrimenti la gente si sente offesa e scappa via (ecco come è nata, cresciuta e tracimata tutta la palude melmosa di tolleranza, pace, solidarietà, ecologia, pacifismi, terzomondo, lamorediddìo, pace, bontà, ecc.).

È una strategia perdente quella di rincorrere coloro che se ne infischiano della fede. Una fede per tiepidi non attrae nessuno. Paradossalmente questo è il motivo di successo di una setta come quella neocatecumenale: il suo rigido rigorismo (provate a saltare una convivenza e poi dire che avevate la cognata malata o un week-end in montagna) sfrutta il fatto che anche il più tiepido dei tiepidi in fondo in fondo sa che la fede non è un passatempo dopolavoristico con preghierine di contorno.

Ci si aggiunga poi la nauseante cantilena su lamorediddìo-lamorediddìo: non serve a niente sentirsi ripetere che "Dio ti ama" se questo Dio non è materialmente incontrabile nei sacramenti vissuti con almeno un centesimo della devozione e dell'attenzione che meriterebbero. Infatti sono proprio quelli che hanno banalizzato i sacramenti (cioè coloro che si stufano di celebrarli e li riducono ad uno spettacolino) a ripetere il mantra di lamorediddìo-lamorediddìo, gesutiama-gesuciama, ilsignore-ilsignore si vuole incontrare con te e bla bla bla, tanto più a gente che ha urgente bisogno di sapere come e perché occorre confessarsi frequentemente, cosa c'è nel ss.Sacramento e come bisogna regolarsi di conseguenza, cosa significa il gesto di inginocchiarsi e perché è così necessario davanti a Dio piuttosto che davanti agli uomini e (lo aggiungo senza alcuna ironia) con quale mano ci si fa il segno della croce... Altro che lapace-lapace e ipoveri-ipoveri e lamore-lamore. Non c'è niente di più rivoltante di un prete che dall'ambone pomposamente comanda ai fedeli di diventare vangelovissuto-evangelizzatori-vangelovangelo, che sarà pur formalmente vero e giusto, ma trasmesso così, tra un sospiro e l'altro e in assenza di un solido insegnamento delle verità di fede, diventa fumoso, astratto, astruso. Uno che subisce regolarmente tali astruserie, o ha una notevole pazienza, oppure ha la coscienza talmente sporca e ipocrita che preferisce le astruserie alla verità.

Molti autori cattolici (tra cui specialmente Messori e Cammilleri) hanno detto queste stesse cose in termini più gentili. Lo scopo per cui la Chiesa è organizzata in parrocchie, diocesi, conferenze episcopali, è quello di garantire in modo capillare i sacramenti e l'insegnamento della fede. Campetti di calcio e cineforum e tutto il resto, anche quando nati e sostenuti in buona fede, finiscono presto per diventare l'alibi dei preti-clown e preti-manager che si stufano di compiere il proprio sacro dovere... e a lungo andare questo diventa l'alibi dei formatori di seminario per rifiutare come inadatti al sacerdozio i candidati che non sono clown e manager... e a lungo andare questo diventa a sua volta l'alibi di chi vuole fabbricarsi un clero a propria immagine e somiglianza (come ha fatto Kiko) ritenendo che le proprie iniziative valgano più del prete clown-manager.

by Tripudio ha detto...

Aggiungo pure che tutto questo ambaradan adopera abusivamente il termine "carismi". Con la scusa del "carisma" certi figuri (come Kiko) si fabbricano i propri preti, mentre contemporaneamente per vero carisma sorge qualche fraternità sacerdotale per rispondere alle necessità della Chiesa. Col tragico risultato che quest'ultima viene ostacolata perché considerata "inutile", mentre i pretini "su misura" (come quelli kikiani) vanno avanti grazie alle «oliature» dei vescovi, alle vendette trasversali, al tenersi buoni "i pezzi grossi che contano", e a quant'altro. Col tragicomico effetto che tanti istituti di recente formazione sono costretti a dover continuamente dimostrare di essere "utili" a qualcosa, di essere "compatibili" col politicamente corretto, ecc., spesso anche a suon di ipocrisie e leccapiedismi, mentre i grossi player (tipo Kiko) fanno i propri comodi.

Il fatto è che se insegni la vera fede o celebri in modo degno la liturgia, ti fai nemico il clero ancor prima di aprire bocca. Perfino nei particolari più secondari. Dopo che per mezzo secolo lo scambio della pace è diventato una gazzarra, il vescovo ti fa il cazziatone se tu, ubbidendo alle norme liturgiche, lo eviti (pochi sanno che il messale dichiara che il segno della pace è facoltativo). So di un prete che dimenticò di fare gli "auguri di buon Natale" al termine della Messa della notte di Natale, ricevendo raffiche di critiche dai parrocchiani e dal clero. Figuratevi cosa succede a far notare ai francescani che la loro vita non ha gran che di "povertà". Per non parlare di ordini religiosi un tempo gloriosi, e ora covo di effeminati, checche, arrivisti e devastatori della fede.

I mali della Chiesa sono tanti, e i responsabili di questi mali non vogliono sentirne parlare (accusando chiunque apra bocca di essere un lamentoso lagnone), poiché non vogliono impegnarsi a risolverli. Non siamo mica ai tempi di don Bosco.

Ruben ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Ruben ha detto...

O.T.
Nuove su Apuron:

http://apocalisselaica.net/scandalo-in-vaticano-un-vescovo-sotto-processo-canonico-per-pedofilia/
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