venerdì 27 novembre 2009

Cammino Neocatecumenale. Punto della situazione


La pagina precedente è satura di molti post e ci ha consentito un interessante percorso. Credo sia opportuno riprendere il discorso dalle seguenti conclusioni di Emma, che mi danno l'opportunità di esprimere anche altre riflessioni, oltre che alcune precisazioni sul problema sollevato, consistente nella fagocitazione della pastorale di una intera diocesi da parte del Cammino NC, su cosa questa evoluzione della situazione rappresenta per la Chiesa e nella Chiesa e per i fedeli e, infine, sulle nostre motivazioni nonché sul nostro atteggiamento e comportamento.

"Ormai ci è noto che il Cammino NC è veramente una chiesa nella Chiesa! Una chiesa che ha la sua struttura, la sua gerarchia, il suo "pastore" (vedi foto a lato), le sue catechesi e la sua "liturgia". Sarebbe comunque più che interessante sapere se le persone che hanno scritto a mic, descrivendo la situazione a Campobasso, hanno potuto porre le loro domande a chi di dovere e se hanno ricevuto risposta!
Vorrei veramente conoscere il contenuto di quelle risposte, vorrei vedere come il vescovo giustifica la sua decisione di adottare il metodo neocatecumenale.
Sappiamo quanto il linguaggio sia essenziale, sappiamo quanto e come veicola contenuti fondamentali. In questo caso riconosciamo il linguaggio necoatecumenale, lo riconosciamo noi che quel linguaggio lo abbiamo ascoltato, letto, sappiamo le storture e le deviazioni dalla retta dottrina che quel linguaggio veicola, anche talvolta in modo sottile, inserendo l'errore in mezzo ad un'apparente "conformità". È possibile che il vescovo non ne sia reso conto? O è una sua decisione consapevole?"
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Le immagini che abbiamo inserito sono emblematiche, anch'esse hanno il loro "linguaggio" inequivocabile perché "parlano" direttamente della realtà che rappresentano, della quale abbiamo imparato a riconoscere anche i più reconditi e ben custoditi, ad intra, significati. La prima, in alto, riproduce il "clima" e i simboli della esclusiva (nel senso che esclude da essa chiunque non sia neocat, a meno che non siano vescovi in visita ad limina) Domus Galileae, come doviziosamente documentato nel sito al quale vi rimandiamo).
Tornando a Campobasso e alla decisione del Vescovo, posso rispondere ad Emma che mi risulta da fonti dirette e attendibili, che essa è stata presa d'intesa con le componenti del Cammino, presenti nella sua diocesi, che lo hanno 'convinto' della assoluta bontà del loro "pacchetto-iniziazione chiavi in mano". Tra le sue analisi e motivazioni della deficitaria situazione pastorale della diocesi, riconosciamo stile e parole delle feroci critiche che il cammino rivolge alla Chiesa e con le quali giustifica (non apertamente, s'intende) la sua "sostituzione" ad essa. Tra queste critiche qualche elemento di verità c'è, ma esso viene assolutizzato ad usum cammini, che viene proposto e spesso accolto come il miglior rimedio. Ed invece, alla resa dei conti e per i motivi ormai ben noti, esso si rivela come il peggiore dei mali.
Quanto ai fedeli ed ai parroci della diocesi, è ovvio che i neocat plaudano al vescovo; gli altri, invece, hanno espresso riserve e resistenze, delle quali -com'è ormai regola- non è stato tenuto alcun conto. Le preoccupazioni (vedi lettera pubblicata nel thread precedente), adeguatamente motivate, sono state espresse anche in Vaticano, con l'effetto dell'assordante silenzio al quale ormai siamo abituati anche noi. Del resto, il vescovo è arbitro e domino nella sua diocesi e quindi nessuno può contestare le sue decisioni. Oltrettutto, direttivo com'è, ha il polso per imporle e renderle eseguibili senza condizioni e discussioni e ci sono molti parroci e fedeli che soffrono per l'ineluttabilità del cambiamento imposto che, purtroppo, sappiamo in che direzione conduce.
Di nuovo e preoccupante in linea generale c'è il documento della CEI citato nel piano pastorale, che sancisce i cambiamenti in atto. Ho notato, tuttavia, che alcune diocesi li hanno adottati cum grano salis.
Veniamo ora al nostro atteggiamento, comportamento e, sì, anche linguaggio, che desideriamo diventi connaturale ai nostri interventi. Ovviamente nulla è cambiato nelle nostre motivazioni di corretta informazione e di confronto delle 'storture' neocat che conosciamo, man mano che continuano ad evidenziarsi immutate, con il 'Depositum Fidei' Apostolico e il Magistero Cattolico che lo custodisce.
Veniamo ora al nostro 'linguaggio' e al nostro 'stile' di comunicazione, che ritengo essenziali perché la comunicazione stessa sia serena, chiara, efficace ed il 'messaggio' di cui siamo portatori passi senza incontrare resistenze che, credo, sorgano inevitabili se ci poniamo nella veste di "fustigatori" usando toni giustizialisti, che spesso ci stanno tutti, ma vanno bene per un discorso "Apologetico" -che non è il nostro- non sono funzionali a questo strumento e a questo 'luogo' di informazione, comunicazione e scambio di idee. Possiamo e dobbiamo criticare, ne abbiamo diritto e anche dovere perché sono messi in discussione i fondamenti della nostra Fede; ma non possiamo farlo se non con il garbo ed il rispetto dovuto a chi ha la funzione decisionale e di governo che non è la nostra. Possiamo fungere da stimolo se questa non viene esercitata, ma altro non possiamo se non continuare a non tacere su quel che vediamo e pensiamo come frutto del nostro discernimento nella Chiesa, ma prendendo atto del nostro limite, confidando nel Signore nonostante esso, perché è solo da esso e accettandolo che possiamo procedere, condotti per mano da Lui tappa dopo trappa di questo impegnativo ma anche fruttuoso percorso... in realtà è un vero e proprio percorso di approfondimento della nostra Fede e delle sue ragioni e delle sue ricchezze, espresse e condivise, che da tre anni a questa parte ha riempito le nostre esperienze quotidiane e ci ha portati fin qui e devo dire con gioia e gratitudine nei confronti del Signore che molto dentro di me, proprio in interiore homine, riversandosi sul mio vissuto, è cambiato e si è maggiormente radicato in Lui da quell'inizio. Sono convinta che è così per tutti noi, perché è lo stesso spirito e le stesse motivazioni che ci animano. Ben arrivati fin qui e buon proseguimento, nel Signore e nella Verità con Carità, e per questo è Lui che supplichiamo...

martedì 24 novembre 2009

LA "NUOVA" CHIESA?

CLAMOROSO! Riceviamo e pubblichiamo dalla diocesi di Campobasso-Boiano il documento, disponibile a questo link, accompagnato dalla seguente lettera (siamo in attesa di ricevere il consenso a pubblicare nome e cognome di chi l'ha inviata). Non appena abbiamo messo in risalto la concretezza hanno iniziato e piovere testimonianze: ne avevo una in serbo, ritenendo concluso il thread precedente, ma penso sia più urgente denunciare quanto segue e parlarne.
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Ci eravamo illusi, pensando che quella del 3° millennio fosse una Chiesa solo parallela. Non è così: è stata modellata lentamente, caparbiamente, una Chiesa nuova, più umana, che ha sostituito la precedente e che si esprime, ormai, ricorrendo a forme liturgiche e catechetiche modificate, in completa rottura con l’ortodossia della fede Cattolica.
Parroci e Vescovi, sempre più aperti al cambiamento e allo spirito pluralista dei movimenti religiosi sviluppatisi negli ultimi decenni, tra i quali il meno accettabile è il cammino neocatecumenale, sembrano aver adottato la linea ebraico-protestante di quest’ultimo, senza premurarsi di approfondirne gli errori dottrinali, peraltro spesso denunciati alla Santa Sede da numerosi fedeli e Sacerdoti autorevoli.
Certe affermazioni, che si leggono negli Orientamenti di Kiko Argüello ai suoi catechisti, si discostano infatti dai secolari principi della Chiesa e del Vangelo. Sarebbe inutile rielencarli: troppo se ne è parlato e se ne parla; troppi Pastori sono ostinati nella loro sordità e cecità!
II programma catechetico, integralmente qui riportato, [vedi documento] consegnato ad uno dei presenti al campo di formazione, presenziato dal Vescovo di Campobasso, Mons. Bregantini, mostra senza ombra di dubbio i piani del Clero locale, sempre più determinato a omologare le coscienze sulla base dei suoi opinabili insegnamenti.
Nella diocesi di Campobasso-Boiano, dunque, ricorrendo al ricatto della prima Comunione che senza cammino comunitario di cinque anni non può essere fatta, s'intende iniziare, sin dalla più tenera età, a plasmare il popolo di Dio caro ai modernisti, perché senza discernimento, passivamente obbediente ed in grado di assicurare una quieta uniformità nella sequela dei dettati di Kiko Argüello e dei suoi adepti, Clero e laici, intronizzatisi prepotentemente nelle parrocchie, senza che alcuno intervenisse.
È biasimevole il fatto che gli spropositi neocatecumenali vengano incoraggiati, benedetti, condivisi e diffusi proprio da chi dovrebbe difendere la nostra fede.
Imporli anche alle piccole menti indifese, supportandoli con argomentazioni ambigue e devianti, falsamente improntate allo zelo per la salvezza delle anime, elevandoli oltretutto a condizione necessaria per la prima Comunione, è l’inganno più diabolico che si potesse escogitare per annientare la Tradizione, tanto in odio alla maggior parte dei clericali di oggi.
Con quale diritto s’impone ai fedeli della Diocesi di Campobasso-Boiano l’accettazione della prassi e del modo di credere neocatecumenale?
Quale dovere si ha di seguire le prescrizioni di parroci e catechisti, devastanti per l'anima dei nostri figli? Non è incongruente la preparazione alla prima Comunione in un ambiente che debba addirittura ricordare la sinagoga che ha ucciso e tuttora nega proprio Cristo-Signore, presente nel Santissimo Sacramento? Con quale autorità il Clero molisano ha deciso di vietare che i piccoli imparino a memoria le preghiere e i precetti e s’istruiscano sui testi editi dalla C.E.I. al fine di privilegiare una sorta di catechismo ludico? Ciascuno che legge il documento può da sé trarre le debite conclusioni in merito. Va, tuttavia, precisato che la sbandierata libertà di coscienza dal Clero conciliare non è ammessa per i Cattolici, obbligati ogni giorno di più ad assecondare i novatori intellettualisti dell’ultima ora che non sembrano aver alcun rispetto per il loro mandato ed agiscono, ormai allo scoperto, senza rimorsi, senza vergogna e senza onestà.
Boiano 20 novembre 2009
(Nome Cognome)

lunedì 23 novembre 2009

Cammino neocatecumenale. Relazioni familiari

Parlavamo di concretezza e dunque apro questa nuova pagina con una condivisione e proposta di riflessione di Jonathan:
Da questa conclusione precedente: La differenza tra l'Antico e il Nuovo, sta TUTTA nella Redenzione operata una volta per tutte da Gesù Signore, il Cristo, il Figlio di Dio che si è fatto uomo ed è Dio, con la Sua morte in Croce e la Sua Risurrezione Ascensione al Cielo Invio dello Spirito a Pentecoste: sue Azioni, Opere, Fatti, a partire dall'obbedienza alla volontà del Padre (aperta dal sì di Maria Santissima), che hanno costituito la Chiesa e l'hanno inviata nel mondo per la salvezza di tutti quelli che la accolgono. Ma per accoglierla devono conoscere ed accogliere la Sua Persona... ed è questa che non viene più annunciata da tutti nella Chiesa, oggi! E' questo il nucleo del Kerygma che deve essere annunciato a tutti, tutto e subito, senza arcani e disvelamenti ulteriori. L'approfondimento e le scoperte e gli arricchimenti successivi, sono doni di cui è PIENO il cammino di Fede nella Chiesa perché “da Lui e dalla Sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto Grazia su Grazia...”
riprende Jonathan:
E' sacrosanto. Ma com'è difficile in una Chiesa dove tutto è concesso, anche l'infedeltà alla sua Tradizione.
Ho conosciuto una coppia che da anni (una decina) sta in cammino, credo siano giunti alla tappa della preghiera. Nella loro giovane vita familiare, sono stati provati da tante avversità e difficili sofferenze. Persone splendide quali sono, ce l'hanno fatta finora a restare in piedi e a lottare con forza e tenacia per custodire la sana bellezza della loro vita di coppia.
Lui ne attribuisce in gran parte il merito al cn, perché, dice, lo ha aiutato a restare nella Chiesa; l'ascolto della Parola soprattutto lo ha reso capace di resistere alle tante tentazioni, l'adulterio, per es., o il lavoro forsennato pur di far soldi.
Lei, invece, più equilibrata e solida interiormente, è sempre stata perplessa sul cn. Tanti dubbi che nel tempo si sono rafforzati, per cui sarebbe pronta a lasciare la comunità senza troppi rimpianti. Ma non lo fa per assecondare le esigenze del marito...
...e allora mi chiedo, rispetto a questo caso, in cosa consisterebbe il mio dovere dell'annuncio, della denuncia, della testimonianza? Posso o devo assumermi la responsabilità di metterli di fronte alla verità delle cose? Pur sapendo che questo comporterebbe per loro un difficilissimo ritorno nell'alveo della Chiesa? Pur non avendo alternative da proporre per il loro percorso di fede, in questa Chiesa che rinuncia appunto all'annuncio della rivoluzionaria Verità del Vangelo?
Non vi chiedo consigli. Solo, parliamone, se vi va.
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Una considerazione immediata riguarda il dato di fatto che possono esistere soluzioni apparenti basate su equilibri patologici. E’ già rivelatore il fatto che il marito attribuisca i benefici effetti al cammino – cui impropriamente assimila il fatto di essere nella Chiesa – e non alla Parola e a ciò che ne interiorizza o ad una vita sacramentale - che nella Chiesa è autentica sequela di Cristo, nel cammino invece è sequela dei suoi iniziatori e della loro costruzione umana -. C’è inoltre da considerare un altro dato: e cioè che la moglie, pur con tutte le sue perplessità, resta nel cammino non solo per assecondare le esigenze del marito. Infatti egli è, attendibilmente, una di quelle persone che preferiscono lasciarsi portare dagli altri piuttosto che assumersi in prima persona la responsabilità e il peso delle proprie conquiste e delle proprie scelte per le quali si ha bisogno di punti di riferimento, ai quali tuttavia non è bene né ‘sano’ né psicologicamente né spiritualmente delegare l’uso della ragione e i dinamismi che formano la retta coscienza individuale (non quella di gruppo). E, quindi la moglie, se portasse fino alle estreme conseguenze le sue perplessità e conseguenti decisioni di uscire dal cammino, si troverebbe di fronte al dramma di tutte le coppie che questa difformità inesorabilmente DIVIDE… L’altro che non condivide il cammino, dopo lunga e dolorosa manipolazione, alla fine viene considerato come ‘morto’, sia esso marito moglie padre madre figlio… Quanti legami familiari frantumati abbiamo incontrato anche in questo nostro percorso? Naturalmente tra i “frutti” vengono magnificati quelli tenuti insieme dal collante-cammino e suoi potenti strumenti, che creano coesione, dipendenza e non vera comunione
Pensiamo a quanto è più vera e salda un’unione fondata sull’impegno che è anche uno “sforzo” reciproco di costruire insieme il proprio essere-coppia, anche passando da personali rinunce per il bene dell’altro, reso possibile dalla Grazia ricevuta vivendo la Fede in Cristo. Ma nel cammino neocatecumenale termini – e quindi la realtà corrispondente – come “sforzo” e “Grazia” sono banditi dal linguaggio e dalla prassi.

Cammino neocatecumenale. Dov'è la Bellezza?

Ho già preparato la nuova pagina, con l'intento di rimanere sul 'concreto', agganciando la nostra riflessione all'intervento di Jonathan; ma prima di inserirla, penso di dar risalto come merita ed anche per l'attualità del riferimento alle parole del Papa agli artisti, questo post di Chisolm:
Troppo spesso, però, la bellezza che viene propagandata è illusoria e mendace, superficiale e abbagliante fino allo stordimento e, invece di far uscire gli uomini da sé e aprirli ad orizzonti di vera libertà attirandoli verso l'alto, li imprigiona in se stessi e li rende ancor più schiavi, privi di speranza e di gioia. Si tratta di una seducente ma ipocrita bellezza, che ridesta la brama, la volontà di potere, di possesso, di sopraffazione sull'altro e che si trasforma, ben presto, nel suo contrario, assumendo i volti dell'oscenità, della trasgressione o della provocazione fine a se stessa.
Sono le parole di Benedetto XVI agli artisti...
Credo, però, siano rivolte anche a coloro che ricercano “il bello”, indipendentemente dal fatto di svolgere il mestiere d’artista. Ogni esistenza ha in sé il germe del capolavoro, unico e irripetibile: l’altro, col quale mi specchio e mi raffronto, nel quale ho la percezione di un altro me stesso che mi rinvia il mio sguardo, è ben più di un dipinto o una scultura.
E' questa percezione che deve essere guadagnata: se guardo l’altro con ottimismo escatologico, quale che sia il suo naso, gli occhi, un andamento sgraziato o un deficit qualsiasi, quell’immagine è imago Dei. Ma se mi servo di quell’immagine, il dipinto divino di un altro me stesso per intessere una misera prospettiva di pessimismo antropologico, ecco che rifiuto d’essere “artista”, perché non riesco più a percepire il bello nelle pieghe della carne e la luce nell’ombra.
Ho sempre preferito una “teologia della bellezza” ad una “teologia delle miserie umane”, benché in esse, ad andare a cercare, riverberi qualcosa di potente ma che deve essere tradotto in luce. Se continuo all’infinito a ripetermi e a ripetere che siamo melma, sputo sulla grazia di un incontro, sulle possibilità infinite di fioritura, sul percorso che da viandante mi porta ad altre figure come la mia, solidali nella condizione di peccatori sì, ma di peccatori redenti.
Se non mi scrollo di dosso la placenta del peccato, se mi crogiolo in essa come un feto indeciso verso la luce, non partorirò mai me stesso, non coltiverò mai – come diceva Gregorio di Nissa – quell’uomo interiore che fa nuovo l’uomo vecchio.
Se ogni volta che prego canto le mie miserie e mi dimentico la lode, se ogni volta che vedo l’altro e con lui faccio a gara per chi si dimostra d'essere più nel fango, se ogni volta che sono nel fango e non cerco di uscirne per aggrapparmi al ramo saldo che mi tirerà fuori per poi asciugare al sole tiepido della Grazia, allora sono già creatura delle tenebre, inquilino del buio, perché rifiuto la Luce e con essa la Bellezza che, invece, serve a “far uscire gli uomini da sé e aprirli ad orizzonti di vera libertà attirandoli verso l'alto...”.
Chisolm
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Questa bellissima riflessione, oltre a coglierne con fruttuosa meditazione la profondità universale, va agganciata sia al senso del peccato inculcato e vissuto nel cammino neocatecumenale che alla "nuova estetica" con la quale il suo iniziatore sovverte la teologia e l'estetica cattoliche (vedi link nella colonna a sinistra)

domenica 22 novembre 2009

Cristianesimo: Tradizione e Rivoluzione. Ma quali?

Desidero riproporre questo post di Chisolm, che dà sempre un respiro di altura alle nostre riflessioni. [L'immagine riproduce un'icona di Romano il Melode, che pur non essendo annoverato fra i Padri della Chiesa, nell’ambito della letteratura cristiana (e a suoi tempi della predicazione nelle Chiese di Costantinopoli, oggi diremmo Istanbul) ha però un ruolo estremamente significativo, perché riuscì a divulgare i temi sacri come fosse un cantore epico dell’antica Grecia. Il suo nome è legato al kontakion (“contacio” era il nome del bastoncino intorno al quale veniva avvolto il rotolo su cui era scritto il testo), genere letterario che univa la prosa alla poesia: una metrica innovativa e l’accompagnamento musicale facevano del kontakion una rappresentazione assai vivace, che il pubblico seguiva con estrema facilità, avvinto oltre che dal genere anche dal contenuto, fedelmente assimilato e fedelmente proposto, alternante il racconto al dialogo, episodi della Bibbia con animazioni teatrali e a volte immaginifiche. Lo scopo però era sempre catechetico: far conoscere in modo semplice ed attraente l’economia della salvezza, il mistico processo che si snoda fra creazione e peccato, incarnazione e redenzione, misericordia e giudizio universale]

Scrive Thomas Merton (Tradizione e rivoluzione):
“Il più grande paradosso della Chiesa sta nel fatto che essa è ad un tempo essenzialmente tradizionale ed essenzialmente rivoluzionaria. Ma ciò non è poi tanto paradossale, perché la tradizione cristiana, a differenza di tutte le altre, è una rivoluzione vivente e perpetua...
La tradizione vivente del Cattolicesimo è come il respiro di un corpo fisico. Essa rinnova la sua vita con l’impedire il ristagno. E’ una costante, calma, pacifica rivoluzione contro la morte. Come l’atto fisico del respirare tiene unita l’anima spirituale al corpo materiale, così la tradizione cattolica tiene in vita la Chiesa sotto gli elementi materiali, sociali e umani che si incrosteranno su di essa finché sarà nel mondo...”
Merton scrive altre cose bellissime sulla Tradizione e lo fa non in un opera “dogmatica” ma in un libretto dedicato alla spiritualità. Ciò che vuole dire, insomma, è che un sano conservatorismo nella Chiesa è necessario perché esprime fedeltà alla rivoluzione originaria operata da Cristo, ed è ben diverso, questo conservatorismo, da tutte le altre forme di tradizionalismi umani, proprio in virtù dell’origine soprannaturale della Chiesa stessa.
Non riconoscere la rivoluzione operata dal cristianesimo, vuol dire venire meno a quei valori che hanno scandalizzato il mondo di re, di potenti, di ricchi, di sacerdoti del Tempio, loro sì tradizionalisti...
Ma ora che accade? Quelli che sono fedeli alla rivoluzione della prima ora, agli Apostoli, ai Padri vengono considerati “tradizionalisti”, anticaglia da mercatino, ragnatele da museo. Il nuovo che avanza, si considera “rivoluzionario” e qui sta il suo errore: sostituendo il nuovo all’antico, “tradisce” la rivoluzione originaria, spacciando per nuovo orpelli sincretistici più vecchi del cucco e tornando, più o meno consapevolmente, alla chiesa di re, di potenti, di ricchi, di sacerdoti del Tempio, loro sì “moderni”...

Dasvidania tovarish!
Chisolm

venerdì 20 novembre 2009

Quale accordo tra Cristo e Beliar?


“Noi l'abbiamo finora sempre fatta da seduti, e non per disprezzo – ha affermato - ma perché per noi è sempre stato molto importante comunicarsi anche con il Sangue. Nelle comunità portiamo avanti infatti una catechesi basata sulla Pasqua ebrea, con il pane azzimo a significare la schiavitù e l'uscita dall'Egitto e la coppa del vino a significare la Terra promessa”. E qui, aprendo una lunga parentesi, l'iniziatore ha riassunto la sua catechesi sull'ultima cena, sul pane e sul vino: “Quando nelle cena della Pasqua ebraica si scopre il pane si parla di schiavitù, quando si parla della Terra promessa scoprono il calice, la quarta coppa. In mezzo a questi due momenti c'è una cena, quella nel corso della quale Gesù disse “Questo è il mio Corpo” (a significare la rottura della schiavitù dell'uomo all'egoismo e al demonio) e “Questo è il mio Sangue” (a significare la realizzazione di un nuovo esodo per tutta l'umanità)… KIKO ARGUELLO NEL 2009

"Noi abbiamo riscoperto un po' l'Eucaristia attraverso il Pesach ebraico, e anche grazie al Concilio abbiamo visto che non si può capire l'Eucaristia senza stare in Egitto nella schiavitù, nella morte e passare al vino, alla risurrezione, alla festa, perché nel deserto non c'è vino… Carmen Hernandez

Alessandro in un post ha affermato:
Quanto alla giudaizzazione della Chiesa, quale quisque de populo, non ho argomenti da sviluppare sul punto...

Per un approfondimento del problema ebraico nella Chiesa (in particolar modo nel Cammino Neocatecumanale) dal Concilio Vaticano II, propongo uno stralcio della recensione di Don Curzio Nitoglia al libro di mons Brunero Gherardini “Quale accordo fra Cristo e Beliar”?

Introduzione

Brunero Gherardini in “Divinitas” (rivista fondata dall’ex rettore della Lateranense, mons. Antonio Piolanti), Città del Vaticano, n° 2/2008, di cui egli è oggi il Direttore, ha scritto un bellissimo articolo (“La vexata quaestio del deicidio”, pp. 215-223), in cui sostiene e prova che per i cattolici, i quali credono nella divinità di Cristo, la sua uccisione fu (per l’Unione Ipostatica, delle due nature, divina e umana, nell’unica Persona divina del Verbo) un vero “deicidio”.

San Tommaso d’Aquino tratta esplicitamente il problema della responsabilità morale del giudaismo nella crocifissione di Nostro Signor Gesù Cristo. Nella Somma Teologica (III, q. 47, a.5), infatti, si domanda ‘Se i carnefici di Nostro Signore lo conoscessero come il Cristo’ e risponde con una distinzione: i maggiorenti “lo conobbero come il Cristo [...] essi infatti vedevano avverarsi in Lui tutti i segni predetti dai Profeti. Ma essi non conobbero il mistero della sua divinità [...]. Però bisogna notare che la loro ignoranza non li scusava dal delitto perché si trattava di ignoranza affettata. essi infatti vedevano i segni evidenti della sua divinità, ma per odio e per invidia verso Cristo li travisavano, e così non vollero credere alle sue affermazioni di essere il Figlio di Dio. Mentre il popolo [...] non conobbe pienamente né che egli era il Cristo, né che era il figlio naturale di Dio” (in corpore). “Si affaccia a questo punto una obiezione: se non uccisero la divinità (che in Cristo non morì), i giudei sono colpevoli soltanto di semplice omicidio (e non di deicidio ndr). Al che si risponde: se qualcuno insudicia intenzionalmente la veste del Re, non viene considerato colpevole di reato allo stesso modo che se ne avesse imbrattato la persona? Perciò sebbene non abbiano ucciso la natura divina di Cristo (cosa impossibile), gli autori morali della morte di Gesù hanno meritato, in base alle loro intenzioni, una gravissima condanna. [...] Chi lacerasse un decreto regio, attenta alla stessa maestà regale; e quindi il peccato dei giudei è di tentato deicidio” (In Symb. Ap.,a. 4, n° 912, Opuscola theologica; De re spirituali, Marietti, Torino, 1954

Si noti inoltre che per il mistero del­l’Unione Ipostatica, la natura umana di Cristo sussisteva nella Persona divina del Verbo, quindi è lecito dire che gli ebrei uccisero Dio, anche se non scalfirono neppure la sua natura divina, ma colsero soltanto quella umana che sussiste nella Persona del Verbo divino. Così il Dottore Angelico conclude questo articolo della Somma Teologica: “Vedendo i giudei le mirabili opere di Cristo, per odio, non vollero ammettere che egli era il Figlio di Dio” (ad 2um). La loro fu dunque una ignoranza affettata che non scusa dalla colpa, ma piuttosto l’aggrava: infatti essa dimostra che uno è talmente intenzionato a voler peccare, che preferisce rimanere nell’ignoranza per poter fare il peccato: “Et ideo judei peccaverunt, non solum hominis Christi, sed tamquam Dei crucifixores” (S.T., III, q. 47, a. 5, ad 3um). Il peccato di Deicidio è da attribuirsi quindi ai Capi del popolo in maniera molto grave. Perciò, se da una parte è vero che soltanto una parte del popolo giudaico (inteso in senso etnico-politico) vivente ai tempi di Gesù in Palestina e nella Diaspora abbia preso parte attiva alla crocifissione fisica di Gesù, «Non rimane scagionato da colpa o da pena il giudaismo o la religione giudaica, cioè il popolo inteso in senso religioso! [...] A me sembrano essere nel vero i numerosi e valenti esegeti i quali vedono emergere chiaramente da tutta l’economia del Vecchio Testamento [...] il principio della ‘responsabilità collettiva’ nel bene come nel male. [...] l’intero popolo è ritenuto responsabile e quindi punito, per i delitti commessi ufficialmente dai suoi capi, anche quando gran parte del popolo ne sia estranea. Ritengo legittimo poter affermare che tutto il popolo giudaico dei tempi di Gesù - inteso in senso religioso, cioè quale collettività professante la religione di Mosè - fu responsabile in solidum del delitto di deicidio, quantunque soltanto i Capi, seguiti da una parte degli adepti, abbiano materialmente consumato il delitto [...] la sentenza di condanna fu emanata dal concilio (Jo XI, 49 sg.),cioè dal massimo organo autoritativo della religione giudaica. [...] Fu il sacerdozio aronitico, [...] a condannare il Messia. È lecito, pertanto, attribuire il deicidio al giudaismo, in quanto comunità religiosa. […]. Anche il giudaismo dei tempi posteriori a Nostro Signore partecipa oggettivamente della responsabilità del deicidio, nella misura in cui tale giudaismo costituisce la libera e volontaria continuazione di quello di allora» (Luigi M. Carli: La questione giudaica davanti al Concilio Vaticano II, in “Palestra del Clero”, n°4, 15 febbraio 1965, pp.191-203. Inoltre nella rivista “Fides Catholica”, Frigento, n° 1/2008 mons Gherardini ha scritto un secondo magnifico articolo (“Sugli Ebrei: così, serenamente”, pp. 245-278). In esso il monsignore distingue il giudaismo vetero-testamentario da quello talmudico, parla di responsabilità collettiva del popolo ebraico, e non dei soli Capi, nella morte di Gesù; muove degli appunti a Nostra aetate - riallacciandosi all’articolo succitato - per aver omesso la parola “deicidio”, la quale è l’unica che possa definire esattamente l’uccisione di Gesù; asserisce che il giudaismo di oggi, continuando nel rifiuto di Cristo e non avendo rotto con quello il quale condannò a morte Gesù, forma una stessa entità con esso; riafferma che il giudaismo talmudico discende da Abramo solo secondo la carne e non per la fede; critica pacatamente, ma fermamente la teoria dell’Antica Alleanza mai revocata, poiché la Nuova ha rimpiazzato la Vecchia, che era caduca ed ora è definitivamente sorpassata; afferma inoltre che, Israele, avendo rifiutato Cristo, è stato abbandonato da Dio e da tale abbandono è seguita la “maledizione” oggettiva di esso, mentre “il piccolo resto d’Israele”, che ha creduto al Messia, è entrato coi pagani nella Nuova ed Eterna Alleanza. Infine - egli scrive - i doni di Dio sono irrevocabili da parte di Dio se gli uomini cooperano con Lui, ma, se lo abbandonano, sono da Lui abbandonati e quindi conclude qualificando l’insegnamento “pastorale”, dal Concilio Vaticano II al post-Concilio, come “teologicamente assurdo, ma politicamente corretto”.

IL DEICIDIO E IL CONCILIO VATICANO II

La dichiarazione conciliare “Nostra aetate” (28 ottobre 1965) recita: “Quanto è stato commesso durante la Passione non può essere imputato né indistintamente a tutti gli ebrei allora viventi, né agli ebrei del nostro tempo. [...] Gli ebrei non devono essere presentati come riprovati da dio, né come maledetti, quasi che ciò scaturisse dalla S. Scrittura” (Nostra aetate 4 g-h). Ora la S. Scrittura ci presenta gli ebrei come riprovati e maledetti da Dio F. Spadafora, La Chiesa e il giudaismo, Caltanisetta, Krinon, 1987). Il Concilio asserisce inoltre che la morte di Nostro Signore è “dovuta ai pec­cati di tutti gli uomini” (Nostra aetate 4), e questo è pacifico quanto alla causa finale; invece la causa prossima ed efficiente della morte di Gesù furono i giudei (Giuda, i prìncipi e la folla), come è stato dimostrato ‘ad abundantiam’ per quel che riguarda il deicidio. Come conciliare ora la dottrina del Vaticano II con quella tradizionale? E’ impossibile.

Resta da vedere come si è potuti arrivare a tale dichiarazione conciliare con 2041 placet, 88 non placet e 3 voti nulli. Léon de Poncins scrive che: «La mozione votata a Roma dimostra da parte di molti Padri conciliari una profonda misconoscenza del giudaismo. Sembra che essi si siano attenuti solo all’aspetto umanitario del problema, presentato abilmente dai portavoce del giudaismo mondiale. [...] Infatti all’origine delle riforme proposte dal Concilio per modificare l’atteggiamento e la dottrina secolari della Chiesa verso il giudaismo [...] vi sono diverse personalità ed organizzazioni ebree: Jules Isaac, Labelkatz [...] Nahum Golduran [...]. Tra le personalità ebree sopra citate ce n’è una che ha svolto un compito preminente: lo scrittore Jules Marx Isaac, ebreo d’Aix en Provence. [...]. Profittando del Concilio, dove aveva trovato serî appoggî tra i Vescovi progressisti, Jules Isaac è stato il principale teorico e promotore della campagna contro l’insegnamento tradizionale della Chiesa. Vediamo ora la posizione presa per far prevalere la sua tesi: [...] L’antisemitismo cristiano a base teologica è il più temibile. Infatti l’atteggiamento dei cristiani verso il giudaismo è stato sempre fondato sul racconto della passione tale e quale è stato riportato dai quattro Evangelisti e sull’insegnamento che ne hanno fatto i Padri della Chiesa. [...]. Jules Isaac ha tentato di distruggere questa base teologica fondamentale, contestando il valore storico dei racconti evangelici e screditandone gli argomenti proposti dai Padri della Chiesa. [...]. Il 13 giugno 1960 Jules Isaac è ricevuto da Giovanni XXIII al quale domanda la condanna dell’insegnamento del disprezzo e consiglia la creazione di una sottocommissione incaricata di studiare tale problema. Più tardi il signor Isaac aveva la gioia di sapere che le sue proposte erano state prese in considerazione dal Papa e trasmesse per lo studio al card. Bea. [...]. Nel 1964 la questione era sottoposta al Concilio. Jules Isaac ha consacrato due libri per criticare e distruggere i due pilastri dell’insegnamento cristiano (riguardo al deicidio: i racconti evangelici e la dottrina dei Padri della Chiesa, ndr). Nella prima di queste due opere, “Jesus et Israel”, pubblicata nel 1949, Jules Isaac critica gli Evangelisti, principalmente S. Giovanni e S. Matteo. “Lo storico ha il diritto ed il dovere di considerare i racconti evangelici come testimonianze faziose contro i giudei. [...] È evidente che tutti e quattro gli Evangelisti hanno avuto la stessa preoccupazione di ridurre al minimo le responsabilità romane per maggiormente aggravare quelle giudaiche [...] L’accusa cristiana contro Israele, l’accusa di deicidio [...] è essa stessa criminale, la più grave, la più nociva ed anche la più iniqua” (Jules Isaac: L’Enseignement du Mépris, p. 141). In breve, dal racconto della Passione rivisto e corretto da Jules Isaac gli Evangelisti ci appaiono come menzogneri matricolati, ma il più velenoso è senza dubbio Matteo. Nella seconda delle sue opere, ‘Genèse de l’Antisémitisme’, pubblicato a Parigi nel 1956, Jules Isaac si sforza di screditare i Padri della Chiesa: [...] “Contro il giudaismo [...] nessuna arma si è rivelata più temibile dell’insegnamento del disprezzo dimostrato soprattutto dai Padri della Chiesa del IV secolo; ed in questo insegnamento nessuna tesi è più nociva di quella del popolo deicida”. (Iules Isa­ac: Genèse de l’Antisémitisme, ed. Cal­mann-Lévy, Paris, 1956, p. 327). La Chiesa, ci dice Jules Isaac, è la sola colpevole; i giudei sono completamente innocenti, [...] solo la Chiesa perciò deve fare atto di riparazione emendando il suo millenario insegnamento. E Jules Isaac giunge alle sue pratiche realizzazioni. Egli domanda o piuttosto esige dal Concilio: [...] la modifica delle preghiere liturgiche riguardanti gli ebrei, particolarmente quelle del Venerdì Santo. L’affermazione che i giudei non sono affatto responsabili della morte di Cristo [...] Il mettere a tacere [...] i passi evangelici che riportano il cruciale episodio della Passione, particolarmente quello di S. Matteo, che Jules Isaac […] tratta da menzognero e falsario. Nel Numero del 23 gennaio 1965 il settimanale ‘Terre de Provence’, pubblicato ad Aix, dava il resoconto di una conferenza tenuta da Mons. de Provenchères, Vescovo di Aix. Citiamo l’inizio dell’articolo. Parlando di Jules Isaac mons. de Provenchères ci dice che fin dal primo incontro nel 1945 egli ebbe una profonda stima per lui, stima rispettosa che ben presto ebbe una sfumatura d’affetto. Lo schema conciliare sembra essere la ratifica solenne di quella che fu la loro conversazione. L’origine di tale schema conciliare (Nostra aetate) si deve ad una domanda di Jules Isaac al Vaticano, esaminata da più di 2000 vescovi. Questa iniziativa fu presa da un laico ed un laico giudeo”. (‘Terre de Provence’, 23 gennaio 1965). 2041 Padri hanno ritenuto che il racconto della passione secondo la versione di Jules ­Isaac era da preferirsi a quella di s. Giovanni e s. Matteo. [...]. In poche parole questo voto [...], sotto l’apparenza di cari­tà cristiana [...], è un’altra tappa nella via del cedimento, del­l’abbandono del cristianesimo tradizionale e del ritorno al giudaismo. [...] Per i pensatori giudei la riforma conciliare deve essere una nuova tappa nella via dell’abbandono, del cedimento, della distruzione della tradizione cattolica svuotata a poco a poco della sua sostanza» (Léon de Poncins: Il problema dei giudei in Concilio, Tipografia Operaia Ro­mana,Via E.Morosini 17, Roma senza data, pp. 6-28).
● Il recente “caso Williamson”, che ha portato alla dichiarazione dell’obbligo di riconoscere la vulgata sterminazionista della shoah da parte di Benedetto XVI per essere in piena comunione con la Chiesa, rappresenta - teologicamente - un ulteriore gravissimo passo verso la giudaizzazione, tramite l’olocausto-latria, dell’ambiente e della mentalità cristiane.

[...]
Conclusione
Infine, mons. Gheradini ha scritto (oltre ai due succitati) anche vari articoli sulla “collegialità”, mettendone a nudo la contraddizione intrinseca. Questi due articoli sono stati messi assieme ad altri inediti e raccolti in un libro dello stesso Gherardini, intitolato, Quale alleanza può esservi tra Cristo e Beliar?, Verona, Fede e Cultura, 2009. In questo il Nostro affronta soprattutto le varie tematiche che aveva soltanto sfiorato nel suo Il Concilio Ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare (Casa Mariana Editrice, Frigento, 2009) del dialogo inter-religioso o “ecumenismo”, in oltre 200 pagine, fitte di osservazioni teologiche, molto ben scritte e intelligibili anche ai non specializzati in teologia.
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Il libro può essere richiesto a edizioni@fedecultura.com
Tel 045/ 941. 851 - Fax 045/ 925. 10. 58
[Il testo è stato tratto da d. Curzio Nitoglia 14 giugno 2009
Link a questa pagina: http://www.doncurzionitoglia.com/ecumenismo_conciliazione_Cristo_beliar.htm]

mercoledì 18 novembre 2009

Liturgia: silenzio canto e partecipazione attiva

"Introduzione allo spirito della liturgia" è il tema della conferenza che il Maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie, Mons. Guido Marini, ha tenuto lo scorso 14 novembre a Genova davanti a un gruppo diocesano di animatori musicali della liturgia. Ne riporto un estratto.

Il silenzio e il canto
È urgente riaffermare l'autentico spirito della liturgia, così come è presente nella ininterrotta tradizione della Chiesa e testimoniato, in continuità con il passato, nel più recente magistero: a partire dal concilio Vaticano II fino a Benedetto XVI. Ho usato la parola "continuità". È una parola cara all'attuale Pontefice, che ne ha fatto autorevolmente il criterio per l'unica interpretazione corretta della vita della Chiesa e, in specie, dei documenti conciliari, come anche dei propositi di riforma a ogni livello in essi contenuti. E come potrebbe essere diversamente? Si può forse immaginare una Chiesa di prima e una Chiesa di poi, quasi che si sia prodotta una cesura nella storia del corpo ecclesiale? O si può forse affermare che la Sposa di Cristo sia entrata, in passato, in un tempo storico nel quale lo Spirito non l'abbia assistita, così che questo tempo debba essere quasi dimenticato e cancellato?
Eppure, a volte, alcuni danno l'impressione di aderire a quella che è giusto definire una vera e propria ideologia, ovvero un'idea preconcetta applicata alla storia della Chiesa e che nulla ha a che fare con la fede autentica.
Frutto di quella fuorviante ideologia è, ad esempio, la ricorrente distinzione tra Chiesa pre-conciliare e Chiesa post-conciliare. Può anche essere legittimo un tale linguaggio, ma a condizione che non si intendano in questo modo due Chiese: una - quella pre-conciliare - che non avrebbe più nulla da dire o da dare perché irrimediabilmente superata; e l'altra - quella post-conciliare - che sarebbe una realtà nuova scaturita dal concilio e da un suo presunto spirito, in rottura con il suo passato.
Quanto affermato fin qui a proposito della "continuità" ha a che fare con il tema che siamo chiamati ad affrontare? Assolutamente sì. Perché non vi può essere l'autentico spirito della liturgia se non ci si accosta a essa con animo sereno, non polemico circa il passato, sia remoto che prossimo. La liturgia non può e non deve essere terreno di scontro tra chi trova il bene solo in ciò che è prima di noi e chi, al contrario, in ciò che è prima trova quasi sempre il male. Solo la disposizione a guardare il presente e il passato della liturgia della Chiesa come a un patrimonio unico e in sviluppo omogeneo può condurci ad attingere con gioia e con gusto spirituale l'autentico spirito della liturgia. Uno spirito, dunque, che dobbiamo accogliere dalla Chiesa e che non è frutto delle nostre invenzioni. Uno spirito, aggiungo, che ci porta all'essenziale della liturgia, ovvero alla preghiera ispirata e guidata dallo Spirito Santo, in cui Cristo continua a divenire a noi contemporaneo, a fare irruzione nella nostra vita. Davvero lo spirito della liturgia è la liturgia dello Spirito.
Nella misura in cui assimiliamo l'autentico spirito della liturgia, diventiamo anche capaci di capire quando una musica o un canto possono appartenere al patrimonio della musica liturgica o sacra, oppure no. Capaci, in altre parole, di riconoscere quella musica che sola ha diritto di cittadinanza all'interno del rito liturgico, perché coerente con il suo spirito autentico. Se parliamo, allora, all'inizio di questo corso, di spirito della liturgia, ne parliamo perché solo a partire da esso è possibile identificare quali siano la musica e il canto liturgico.
Riguardo al tema proposto non pretendo d'essere esauriente. Non pretendo, neppure, di trattare tutti i temi che sarebbe utile affrontare per una panoramica complessiva della questione. Mi limito a considerare alcuni aspetti dell'essenza della liturgia, con riferimento specifico alla celebrazione eucaristica, così come la Chiesa ce li presenta e così come ho imparato ad approfondirli in questi due anni di servizio accanto a Benedetto XVI: un vero maestro di spirito liturgico, sia attraverso il suo insegnamento, sia attraverso l'esempio del suo celebrare.
La partecipazione attiva
I santi hanno celebrato e vissuto l'atto liturgico partecipandovi attivamente. La santità, come esito della loro vita, è la testimonianza più bella di una partecipazione davvero viva alla liturgia della Chiesa. Giustamente, dunque, e anche provvidenzialmente, il concilio Vaticano II ha insistito tanto sulla necessità di favorire un'autentica partecipazione dei fedeli alla celebrazione dei santi misteri, nel momento in cui ha ricordato la chiamata universale alla santità. E tale autorevole indicazione ha trovato puntuale conferma e rilancio nei tanti documenti successivi del magistero fino ai nostri giorni.
Tuttavia, non sempre vi è stata una comprensione corretta della "partecipazione attiva", così come la Chiesa insegna ed esorta a viverla. Certo, si partecipa attivamente anche quando si compie, all'interno della celebrazione liturgica, il servizio che è proprio a ciascuno; si partecipa attivamente anche quando si ha una migliore comprensione della Parola di Dio ascoltata e della preghiera recitata; si partecipa attivamente anche quando si unisce la propria voce a quella degli altri nel canto corale... Tutto questo, però, non significherebbe partecipazione veramente attiva se non conducesse all'adorazione del mistero della salvezza in Cristo Gesù morto e risorto per noi: perché solo chi adora il mistero, accogliendolo nella propria vita, dimostra di aver compreso ciò che si sta celebrando e, dunque, d'essere veramente partecipe della grazia dell'atto liturgico.
La vera azione che si realizza nella liturgia è l'azione di Dio stesso, la sua opera salvifica in Cristo a noi partecipata. Questa è, tra l'altro, la vera novità della liturgia cristiana rispetto a ogni altra azione cultuale: Dio stesso agisce e compie ciò che è essenziale, mentre l'uomo è chiamato ad aprirsi all'azione di Dio, al fine di rimanerne trasformato. Il punto essenziale della partecipazione attiva, di conseguenza, è che venga superata la differenza tra l'agire di Dio e il nostro agire, che possiamo diventare una cosa sola con Cristo. Ecco perché non è possibile partecipare senza adorare. Ascoltiamo ancora un brano della Sacrosanctum concilium: "Perciò la Chiesa si preoccupa vivamente che i fedeli non assistano come estranei o muti spettatori a questo mistero di fede, ma che, comprendendolo bene nei suoi riti e nelle sue preghiere, partecipino all'azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente; siano formati dalla parola di Dio; si nutrano alla mensa del corpo del Signore; rendano grazie a Dio; offrendo la vittima senza macchia, non soltanto per le mani del sacerdote, ma insieme con lui, imparino ad offrire se stessi, e di giorno in giorno, per la mediazione di Cristo, siano perfezionati nell'unità con Dio e tra di loro, di modo che Dio sia finalmente tutto in tutti" (n. 48).
Rispetto a questo, tutto il resto è secondario. E mi riferisco, in particolare, alle azioni esteriori, pur importanti e necessarie, previste soprattutto durante la Liturgia della Parola. Mi riferisco a esse, perché se diventano l'essenziale della liturgia e questa viene ridotta a un generico agire, allora s'è frainteso l'autentico spirito della liturgia. Di conseguenza, la vera educazione liturgica non può consistere semplicemente nell'apprendimento e nell'esercizio di attività esteriori, ma nell'introduzione all'azione essenziale, all'opera di Dio, al mistero pasquale di Cristo dal quale lasciarsi raggiungere, coinvolgere e trasformare. E non si confonda il compimento di gesti esterni con il giusto coinvolgimento della corporeità nell'atto liturgico. Senza nulla togliere al significato e all'importanza del gesto esterno che accompagna l'atto interiore, la Liturgia chiede molto di più al corpo umano. Chiede, infatti, il suo totale e rinnovato impegno nella quotidianità della vita. Ciò che il Santo Padre Benedetto XVI chiama "coerenza eucaristica". È proprio l'esercizio puntuale e fedele di tale coerenza l'espressione più autentica della partecipazione anche corporea all'atto liturgico, all'azione salvifica di Cristo.
Aggiungo ancora. Siamo proprio sicuri che la promozione della partecipazione attiva consista nel rendere tutto il più possibile e subito comprensibile? Non sarà che l'ingresso nel mistero di Dio possa essere anche e, a volte, meglio accompagnato da ciò che tocca le ragioni del cuore? Non succede, in taluni casi, di dare uno spazio sproporzionato alla parola, piatta e banalizzata, dimenticando che alla liturgia appartengono parola e silenzio, canto e musica, immagini, simboli e gesti? E non appartengono, forse, a questo molteplice linguaggio che introduce al centro del mistero e, dunque alla vera partecipazione, anche la lingua latina, il canto gregoriano, la polifonia sacra?

domenica 15 novembre 2009

"Alleanze strategiche" o Comunione in Cristo?

Leggiamo, su "Le Monde" del 15 novembre che la Chiesa ortodossa, confrontata come la Chiesa cattolica a delle società in via di secolarizzazione, è a favore di “un'alleanza strategica” tra le due tradizioni cristiane. Cattolici e ortodossi incarnano, agli occhi di monsignor Hilarion [responsabile delle relazioni esterne del patriarcato di Mosca], la versione “tradizionale” del cristianesimo rispetto a delle Chiese “liberali”, in particolare quelle protestanti, con le quali l'ortodossia non può quasi dialogare. “Con i cattolici, dobbiamo raccogliere una sfida comune per trovare la strada di un cristianesimo militante, ritiene monsignor Hilarion. Dobbiamo promuovere i valori morali e sociali che abbiamo in comune, sulla famiglia, l'ambiente, l'economia...” In questo contesto, la Chiesa ortodossa russa intende dare “un nuovo respiro all'evangelizzazione”, “inserirsi meglio nella società” e “modernizzare il suo catechismo”. “Il rinnovamento della Chiesa da vent'anni non deve farci cadere nell'euforia”, ritiene ancora monsignor Hilarion, che si chiede: “Tra vent'anni, chi frequenterà la chiese che apriamo oggi?
Alcune notazioni non possono non sorgerci spontanee, che diventano seri interrogativi: che fine ha fatto il valore incommensurabile della "Comunione", unico elemento davvero trasformatore della realtà, sostituita, in base ad una logica solo umana, da una prassi che prende come fondamento i cosiddetti "valori" e non il Principio che ne è il Fondamento? Davvero si può pensare che se, in luogo della comunione, si mette in campo un'"alleanza strategica" pragmatica, le cose possano cambiare? E neppure una parola sul vero unico Artefice di ogni Bene e di ogni Salvezza dell'uomo e del mondo, in cui l'uomo respiri, agisca e viva secondo la Volontà del suo Creatore, cioè del Signore Gesù, al quale - se ci diciamo cristiani - dovremmo professare la nostra appartenenza e dare ragione di essa?
Un po' come il trito "guardiamo a ciò che unisce" del falso ecumenismo nonché degli infiltrati neocatecumenali, che non tiene conto dell'ortodossia che sola può garantire una ortoprassi veramente salvifica e trasformante secondo le finalità del Padre per ognuno e per tutti i suoi figli, nel Figlio. Ortodossia, che non è un dato meramente giuridico, ma identitario, dove identità sta per "autentica immagine del Padre, secondo somiglianza, da realizzare nel Figlio per opera dello Spirito Santo".
Dobbiamo pensare che la Chiesa ortodossa è anch'essa permeata dell'"antropocentrismo" illuminista che caratterizza questo nostro momento storico e che purtroppo è stato fatto proprio da gran parte della Chiesa cattolica, laddove si è lasciata inquinare dal 'modernismo'? Davvero possiamo pensare e credere che i "valori morali" di cui tanto si parla, se non sono il frutto delle azioni di cuori Redenti dal Signore, non degenerino ben presto nella loro vuota inconsistenza rivestita di buone intenzioni?
Vorrei ricordare ancora una volta che il cristianesimo non E' un'etica, ma HA un'etica, che discende dalla sequela del Signore Nato Morto e Risorto per noi e per la nostra Salvezza. E che non è l'ortoprassi che salva, altrimenti siamo sempre alle "opere della legge", ma la retta Fede, che ha già in sé il seme dell'eternità e che genera la vera ortoprassi, che è un dono Soprannaturale e non è opera di nessun uomo per quanto di buona volontà egli possa essere.

giovedì 12 novembre 2009

De vera religione

Vi propongo oggi un bellissimo articolo del nostro Sivan, partendo dal quale c'è molto da approfondire
Dopo aver dato un’occhiata alle critiche che Romano Amerio riserva almeno ad un certo modo di esprimersi conciliare e post conciliare, concentriamoci sulle meraviglie della sua dottrina metafisica.
In che senso la religione cristiana cattolica è vera, come per esempio già sosteneva S. Agostino? Perché le altre religioni non sono da ritenersi vere? Non unicamente per la questione veritativa: già San Giustino parlava dei semina verbi, ovvero constatava che in ogni religione possono essere identificate tracce di verità.
Non unicamente per la ricerca del divino o, comunque, del trascendente: quasi tutte le religioni parlano di Dio o degli dei (in alcune sono presenti anche gli angeli e i demoni). Nemmeno per l’esistenza di un sacerdozio, o di una liturgia sacrificale, o di un culto, o di preghiere, o di ascesi, o di mistica: tutti elementi assunti dalle religioni.
No, dice Amerio. La religione di Gesù Cristo è l’unica vera perché è l’unica soprannaturale (cfr. Stat Veritas, p.121).
Da notare bene che Amerio non dice “trascendente”, ma “soprannaturale”. Integro la dottrina ameriana con qualche commento, perché l’autore accenna solo una teoria generale su questo tema, in diversi punti del libro.
Soprannatura, quindi. Per comprendere cos’è la “soprannatura”, evidentemente bisogna chiarire cosa si intende - e non solo in Amerio - per “natura”.
Molto semplicemente, in filosofia, il vocabolo “natura” non ha nulla a che vedere né con la fisica, né tantomeno con la flora o la fauna. Quando, in filosofia o in teologia, si pronuncia “natura”, ci si vuole riferire o all’essenza delle cose o all’essenza più importante della realtà, seconda soltanto all’essenza divina: la natura umana.
Nella questione che sto trattando è del tutto superfluo il discorso sull’essenza o sulla sostanza delle cose. Pertanto, in questa sede, “natura” è utilizzato unicamente come sinonimo di “natura umana”.
È altrettanto immediato constatare che, sotto questa luce, rispetto alla natura umana, la sostanza divina (la sostanza del Dio creatore Uno e Trino, menzionata nel Credo) è infinitamente più in alto della realtà umana e cosmica: è, cioè, soprannaturale. In questo senso Dio è soprannaturale. Insomma, dice Amerio, «dalla natura alla soprannatura non c’è un passaggio continuo, ma c’è un abisso: un salto, appunto.» (p.15).
Nel concetto di natura umana è contenuta la verità più profonda di quello che l’uomo universalmente è. In questa verità entra anche la religione, nel senso che l’uomo è una creatura naturalmente religiosa. Ovvero, non c’è bisogno di alcuna Rivelazione o di alcuna teofania (manifestazione di Dio) affinché l’uomo cominci a compiere tutti gli atti propri della religione naturale: preghiera, culto dei morti, liturgia, ecc...
All’uomo basta guardare la caduta della folgore, o il volo di un avvoltoio, o la cavalcata di un bisonte, o la vetta dell’Olimpo. Da queste osservazioni nasce spontaneamente il desiderio di adorazione e di preghiera. Nasce la religione; anzi le religioni. Le religioni naturali, però; effetto della capacità innata e propria dell’uomo e della sua natura.
È sufficiente tutto questo alla salvezza? Certamente no. Il nocciolo del problema è tutto qui. Non è sufficiente, cioè, che l’uomo con le proprie forze ascenda al soprannaturale, del quale ha un istinto innato, ma è il soprannaturale che deve incarnarsi nella storia, prendere l’uomo di peso - letteralmente - e innalzarlo a sé (per la via della Croce). L’uomo non ha nessuna capacità connaturata di fuggire dalla morte, dal peccato, dalle cure mondane.
Nemmeno la bontà, paradossalmente, è sufficiente alla salvezza. I cristiani, lungi dall’essere buoni, non hanno alcun primato etico, rispetto al resto dell’umanità. Dovunque ed in qualsiasi cultura o religione è possibile rintracciare persone naturalmente buone. Ma, nel Battesimo cristiano - ed in nessun altro luogo teologico fuori di questo - il soprannaturale si unisce al naturale ed il peccatore malvagio (il cristiano) scopre di esserlo, in tutta la sua detestabile evidenza. È appunto questo che salva: il pentimento e la conversione.
Soltanto Dio, l’unico vero Dio che si rivela, può attraversare l’abisso tra natura e soprannatura, trasportando l’uomo con sé. La Rivelazione, che porta con sé l’ordine soprannaturale, è indicata già in San Paolo come Grazia: la teofania della Santissima Trinità si fonda sulla «[…] Rivelazione soprannaturale, cioè […] sulla Grazia. […] Questo elemento della Grazia è proprio soltanto della nostra religione e ne fa, per ciò stesso, l’unica vera: le altre credenze o confessioni sono infatti false perché la Grazia, che non è altro che la vita divina di Cristo, non l’hanno.» (p.123).
È proprio l’assenza della Grazia, secondo Amerio, che pone una distanza infinita tra le religioni naturali e la religione soprannaturale rivelataci dal Cristo.
Ne consegue che, in quanto battezzati, «non possiamo comunicare soprannaturalmente con loro [con le altre religioni - ndr]; assolutamente.» (p.121). Possiamo comunicare, per quel che serve, solo naturalmente.
Bisogna inoltre rilevare che la religione naturale, dinnanzi al Dio vero, non è considerata in modo neutro. Difatti, succede quasi sempre che accanto ad una genuina adorazione della divinità, l’uomo naturalmente religioso adori persino i propri stessi difetti, che ingenuamente riversa su Dio o sugli dei. Questo porta all’idolatria, se non all’adorazione dei demoni. Amerio così si esprime: «Quelle che noi diciamo ormai abitualmente “altre religioni”, nel Sacro Testo […] Dio insegna a chiamarle prostituzioni.» (p.16).
È, pertanto, da rivedere completamente la prassi ecumenica. La Chiesa ha il dovere di annunciare il vero Dio e di esporre senza alcuna timidezza il grave pericolo nascosto nell’adorazione degli idoli e dei falsi dei.
***
silvio

mercoledì 11 novembre 2009

Beatissimo Padre, in questa era di irrazionali barbarie...

Appello a Sua Santità Papa Benedetto XVI per il ritorno a un'arte sacra autenticamente cattolica
Sub protectione Sancti Caroli Borromeo - Auctor Instructionum Fabricae et Suppellectilis Ecclesiasticae
"L’arte è un tesoro di catechesi inesauribile, incredibile. Per noi è anche un dovere conoscerla e capirla bene. Non come fanno qualche volta gli storici dell’arte, che la interpretano solo formalmente, secondo la tecnica artistica. Dobbiamo piuttosto entrare nel contenuto e far rivivere il contenuto che ha ispirato questa grande arte. Mi sembra realmente un dovere — anche nella formazione dei futuri sacerdoti — conoscere questi tesori ed essere capaci di trasformare in catechesi viva quanto è presente in essi e parla oggi a noi. (Benedetto XVI - Incontro del Santo Padre con i parroci e il clero della Diocesi di Roma - 22 Febbraio 2007)

Potete consultare il documento, disponibile online sul sito internet:

http://www.appelloalpapa.blogspot.com
Per aderire, invece, basta scrivere una email all’indirizzo appelloalpapa@gmail.com, indicando nome, cognome, luogo di residenza e professione. I nomi dei sottoscrittori saranno consultabili pubblicamente sul sito sopraindicato. Chissà che Benedetto XVI non decida di prendere personalmente in mano la questione.
Potete scaricare il testo dell'Appello anche da qui
Quando a Foligno è stata inaugurata la chiesa a forma di cubo progettata da Massimiliano Fuksas, i cittadini umbri hanno tempestato il web di messaggi per protestare contro l’opera, da alcuni considerata tra gli edifici più brutti d’Italia. Ora la questione viene sollevata nientemeno che di fronte a Papa Benedetto XVI, tramite un appello reso pubblico dal 4 novembre scorso, in previsione dell’incontro con gli artisti provenienti da tutto il mondo che si terrà il 21 di questo mese. Il documento ha raccolto adesioni importanti. Per esempio quella dello scrittore Martin Mosebach, autore di Eresia dell’informe, del giornalista Sandro Magister, dell’architetto Ciro Lomonte, del filosofo Enrico Maria Radaelli. E ancora compaiono lo storico Paul Badde (corrispondente del giornale Die Welt), il filologo Francesco Colafemmina, il teologo Michele Loconsole e l’editore Manuel Grillo, ai quali vanno aggiungendosi molti altri, studiosi e credenti.
Consapevoli anche delle storture architettoniche e iconiche - più volte illustrate anche in recenti articoli, della cosiddetta "nuova estetica" kikiana - ci viene data l’opportunità di unirci in una comune preoccupazione per le condizioni in cui versano tutte le arti che hanno accompagnato la divina liturgia e in una comune testimonianza di amore verso l’annuncio di vita di cui le arti devono essere segno visibile. Uniamoci anche noi nella comune speranza che
la Chiesa possa rivelarsi, anche in questa era di mondane, irrazionali e diseducative barbarie, l’unica vera, solerte e attenta promotrice e custode di un’arte nuova e davvero “originale”, ossia in grado anche oggi, come sempre è fiorita in ogni tempo pregresso, di rifiorire dall’antico, dalla sua inclita ed eterna Origine, ovvero dal senso più intimo della Bellezza che rifulge nella Verità di Cristo.

martedì 10 novembre 2009

Neocatecumenali. Perché hanno cambiato anche la "lavanda dei piedi"?

Anche in questo articolo, partiamo da testimonianze concrete, che entrano nel cuore del problema, che poi affronteremo in comparazione con la realtà cattolica.
Testimonianze:

1. Nella mia parrocchia, per anni si è consumato un rito che ha caratteristiche e significati esclusivamente comunitari, senza nessun legame con i riti della Chiesa: giovedì e venerdì santo, mentre ancora i fedeli sono in chiesa e defluiscono lentamente da essa e mentre molti altri sostano per l'adorazione del santissimo sacramento o per l'adorazione della croce, i neocat si mobilitano per preparare le loro sale per fare delle celebrazioni parallele della lavanda dei piedi e del venerdì santo. Cose simili accadono anche il giorno delle ceneri: mai partecipano all'imposizione delle ceneri fatta in chiesa, ma nel corso di una penitenziale, inseriscono questo rito.
Per non parlare delle comunità che si riuniscono a celebrare per tutto il tempo di pasqua in veste bianca, alla sera, di nascosto... mi sembrano le riunioni del Ku klux klan (non so se l'ho scritto giusto). Sono una anti-comunità, una anti-chiesa.
2. I fratelli si devono lavare i piedi l'un l'altro, cioè ognuno è a servizio di un altro. il responsabile li deve lavare a tutti. Gli altri fanno come si sentono; l'orientamento del cammino è che un fratello dovrebbe lavarli a quello con cui ha più divergenze rispetto agli altri. Se capita però che un fratello è particolarmente antipatico al resto della comunità, può capitare che vadano tutti da lui (nella mia è successo) e quindi ci può rimanere male (penserebbe infatti :"ma ce l'hanno tutti con me?"); l'orientamento del cammino qui, è quindi di cercare di limitare di ... lavarlo troppo; cioè se da questo ce ne sono già andati 5 o 6, è meglio non infierire ulteriormente.
3. la lavanda dei piedi neocat non è inserita in una celebrazione ecclesiale, per cui il sacerdote non c'è, o comunque non è strettamente necessario. Deve essere il capo responsabile a lavare i piedi ai fratelli, proprio per il servizio che svolge in comunità, che lo porta ad essere servo degli altri. E' un segno che in apparenza è simile a quanto fatto da Gesù, in realtà è una scimmiottatura grottesca, a cui viene anche dato il significato di riconciliazione tra i fratelli, di fatto una vera e propria assoluzione comunitaria. Dopo che il responsabile ha lavato i piedi a tutti, i fratelli liberamente lavano i piedi prima al coniuge e poi alle persone con cui c'è stato qualche contrasto. E qui inizia il grottesco: quando qualcuno ti viene a lavare i piedi cominci a chiederti 'ma che cosa gli avrò fatto, o forse avrò detto qualcosa che l'ha offeso'; oppure succedeva che si andava a lavare i piedi e si diceva: 'scusa sai, non ce l'ho con te, ma non so a chi lavare i piedi."
4. Questo della Verità della Santa Messa in Coena Domini, è un fatto ancora doloroso che riemerge nel mio animo ogni Pasqua. Chiedo al Signore che mi dia la Sua Pace, per lenire il dolore ancora acuto. Legato al Sacro Rito c'è un episodio cardine del processo del mio distacco, radicato da tempo ma ormai irreversibile, dalla Associazione CNC!
Negli anni di CNC, il Giovedì Santo ci si riuniva non in Chiesa per le celebrazioni previste dalla Parrocchia, ma nell' "aula" per la "lavanda dei piedi" in Comunità! Non da subito avvenne ciò che poi sempre più mi provocò grande disagio. Già non capivo perchè questa "duplicazione monca" all'inizio del Triduo Sacro... Poi questa "Lavanda fraterna" veniva officiata, al bisogno, dal responsabile di Comunità o dai più anziani. O dai catechisti.
Quando esposi i miei dubbi a un mio caro amico e fratello di comunità, venni severamente rimproverato. Dissi che il Rito così officiato, per quanto appresi dalla Chiesa, perdeva il suo senso e non era la Lavanda dei piedi. Ma qualcosa di altro. Mi fu risposto che ero un fariseo, che mi ribellavo alla Grazia che "passava", ANCHE SE NON ERANO PRESENTI "PRESBITERI"! PERCHE' LA "SUPPLENZA" era stabilita dalla Chiesa e poteva avvenire al bisogno!
Chiamai il Vicariato rimanendo generico, chiedendo se un Laico poteva Officiare il Sacro Rito e se questo poteva essere officiato separatamente dalla Messa. Risposta: NO! Il rito avrebbe perso completamente il suo senso fondamentale! Dunque, per più di cinque anni, mi sono trovato a "partecipare" a un altro Rito !!! Quale?
La Santa Omelia del Pontefice per la recente Messa in Coena Domini, conferma pienamente la diversità sostanziale e drammatica della prassi e della ritualità NC. A grande danno di tutti i Figli della Chiesa, e di coloro che credono di esserlo, pur stando nella associazione NC!
Chiedo a coloro che amano la Chiesa, di leggerla in coscienza. E con vero amore... Dio ci aiuti!
Ciò che mi ha colpito di più in questa SPLENDIDA Omelia, dove lo Spirito di Dio HA PARLATO, è il ribadire da parte del Papa che l'Azione di Cristo Signore è una Azione SUA PROPRIA. E che nella Azione del Cristo, prima dell'Istituzione dell'Eucaristia, c'è il Suo Mistero. Sacramentum.
Questo conferma ancora di più, e con forza, quanto venga relativizzato il Sacerdozio Ordinato da parte di Kiko, inteso solo dal punto di vista FUNZIONALE e pratico (se ne fa un uso inerente alla necessità che non appartiene alla sfera del Sacro). "Se non c'è il presbitero, si faccia fare a un Catechista. Se non c'è, si faccia fare al Responsabile o chi per lui!"
L'altro Punto Fondamentale in questa perla di Magistero del Papa è nella focalizzazione di cosa Significhi REALMENTE "essere come l'Uomo del Discorso della Montagna". Cosa significhi REALMENTE fare un "Cammino Post-Battesimale"!
Tutto è Concentrato nella riscoperta della centralità del SACRAMENTO DELLA RICONCILIAZIONE per fare davvero UN "CAMMINO DI RISCOPERTA DEL BATTESIMO"! Il "Cammino Post-Battesimale", il "Catecumenato post-Battesimale", altro non è per la Chiesa Romana che la Crescita Spirituale e la retta preparazione alla celebrazione di questo Sacramento per accostarsi degnamente all’Eucaristia, culmine e fonte di tutta la vita di Fede!
Il Profondo significato Purificatore dei peccati di chi è già Battezzato, quindi è già "Mondo", del Rito della Lavanda dei Piedi è totalmente IGNORATO dal CNC! Essere davvero in Comunione con Gesù, valorizzare davvero il Battesimo ricevuto. Il "Cammino di riscoperta" non può essere TALE SE NON orientato dal Catechismo e dagli insegnamenti e prassi della Chiesa, in questo senso! Per cui, i desideri e soprattutto le speranze dei Papi, soprattutto di questo, erano orientate affinché il "CNC" DIVENTASSE QUESTO "CAMMINO DI RISCOPERTA ECCLESIALE"! Le Norme, gli Statuti scaduti, tutto si dirige a questo! Ma solo sulla carta…
5. M. (neocat.): Innanzitutto tu sai che si tratta di una celebrazione della Parola. In questa celebrazione si legge tutto il discorso di Gesù nell'ultima cena riportato da S. Giovanni. E' un crimine? O è lodevole ascoltare la parola di Gesù? In secondo luogo la lavanda dei piedi è un sacramentale. E' un crimine o è lodevole vivere personalmente questo gesto che Gesù fece ai suoi discepoli? O vi scandalizzate come Pietro? Tu lavare i piedi a me? Ciò non avverrà mai! "«Si affretti, acceleri l' opera sua, affinché la possiamo vedere; si avvicini, si realizzi il progetto del Santo d'Israele e lo riconosceremo»."
OK. Apparentemente il tuo discorso non fa una grinza; ma è completamente sganciato dalla realtà ecclesiale! Che senso ha fare una celebrazione privata del genere, senza il sacerdote, e con significati propri che abbiamo analizzato, proprio mentre tutti gli altri cristiani sono in Chiesa a celebrare l’istituzione dell’Eucaristia e del Sacerdozio?
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Cerchiamo di fare una sintesi completa, per quanto ci è possibile, sulla "Lavanda dei piedi" nel cammino NC:
Dietro la Lavanda dei piedi neocatecumenale, c'è anche l' interpretazione letterale, ma non ecclesiale, di Giovanni 13. E' con tale interpretazione che si "giustifica" il rito della Lavanda ripetuto in celebrazione assolutamente privata da ogni comunità neocat dopo un paio di anni di cammino.
Ma, a prescindere dalla celebrazione privata (un'altra ritualità anomala dei NC, perché la Chiesa la fa il giovedì Santo, nelle Chiese consacrate, ricordando l'istituzione dell'Eucaristia), è evidente che nel "venne a servirli" citato da kiko anche nella lettera al Papa c'è il senso della "lavanda dei piedi" che lui enfatizza nell'Eucaristia e se ne può intuire il perché: perché è l'unico accenno ad un'azione di Gesù nella Cena del Vangelo di Giovanni, mentre la formula della Consacrazione del Pane e del vino è contenuta solo nei sinottici e nella lettera ai corinzi (in Giustino ecc.)...
Eccoci dunque ancora una volta al malinteso ritorno alle origini e sempre nell'interpretazione letterale di una parte di un vangelo trascurandone altre nonché altri elementi essenziali della stessa:
1. Lo stesso Giovanni non fa altro che parlare del "pane vivo disceso dal cielo" e "chi non mangia di questo pane e non beve di questo sangue..."
2. Il vangelo di Giovanni è stato l'ultimo vangelo redatto, quando nelle comunità la fractio panis era già consolidata e non c'era bisogno di parlarne esplicitamente, tanto più che del Corpo del Signore come pane e del Sangue come bevanda della nuova alleanza (formula della Consacrazione) ne parla a iosa... “Perciò Gesù disse loro: In verità, in verità io vi dico che se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete la vita in voi.” (Gv 6)
3. la Chiesa la celebra il Giovedì Santo, giorno del Triduo Pasquale dedicato all'istituzione dell'Eucaristia e, per la Chiesa, la "lavanda dei piedi" simboleggia il 'lavacro' operato dal Sacramento della Riconciliazione, ma soprattutto l’istituzione del Sacerdozio Ministeriale.
Cos'è che "giustifica " il rito della Lavanda ripetuto in celebrazione assolutamente privata da ogni comunità neocatecumenale dopo un paio di anni di cammino e per di più celebrato DA LAICI? Soltanto la rivalutazione tutta protestante del sacerdozio battesimale rispetto a quello ordinato, la celebrazione di un rito di “iniziazione” al discepolato nonché un rito di assoluzione intracomunitaria!
4. La verità non detta esplicitamente ma da noi più volte ribadita è che Kiko e Carmen si sono fermati alla "lavanda dei piedi", che è appunto un rito di iniziazione, detto "di inversione" che introduce al discepolato. Questo è il vero significato della ritualità anomala operata a due anni d'inizio del cammino ed è anche il vero senso dello "stare seduti" a mensa durante l'Eucaristia - detto anche nella lettera al Papa - mentre Cristo passa a "servirli"!!!!
Ma l'ultima cena - oltre che alla lavanda dei piedi e a poter essere vista come "banchetto nuziale, escatologico", come certamente è, ma di essa nel cammino nc si enfatizza l’orizzontalità del banchetto fraterno - riporta all'istituzione dell'Eucaristia e alla prefigurazione del Calvario e della Resurrezione (per che cosa dunque si chiama Eucaristia, cioè rendimento di grazie, lode, se non per tutti i doni ricevuti, a partire dalla vita e soprattutto per quelli, escatologici, che non vengono se non dal Sacrificio del Signore?) È questo il vero significato cattolico, non solo l'iniziazione al discepolato o la cena fraterna o l’attesa dell’”allegria”! E il Signore non viene “a servire i commensali”, ma ri-presenta al Padre il Suo Sacrificio a beneficio di tutti i partecipanti ai quali è strettamente unita tutta la Chiesa terrestre e celeste, di ogni luogo e di ogni tempo.
E TUTTA la celebrazione – opera di Cristo: il Sacerdote agisce “in persona Christi” – è un rendimento di grazie (non solo il momento del ringraziamento finale come subdolamente predica Kiko criticando la Chiesa nelle sue catechesi (OR, p. 330). Essa è la riattualizzazione del 'mistero pasquale', ma non per vivere solo il momento della 'Risurrezione', ma il mistero nella sua interezza: 'Passione, Morte e Risurrezione' del Signore Gesù... il suo Sacrificio di espiazione per i nostri peccati ri-presentato al Padre per inserirci nella Sua offerta e riceverne i beni escatologici che è Lui a donarci, non l’Assemblea, la Comunità che celebra... E’ solo per il Sacrificio di Cristo, poi Risorto che la Santa e Divina Liturgia è fonte di riconciliazione e rigenerazione e che ci introduce sempre più, in Gesù Risorto, nel Mondo della Resurrezione!
Abbiamo così evidenziato una delle molte prassi del cammino neocatecumenale, avulse dal loro significato ecclesiale, che hanno valenza esclusiva in esso, strumentale all’edificazione progressiva di una entità comunitaria che non è integrata nella vita della Chiesa, anche se ne fa parte nominalmente e tende piuttosto a sostituirsi ad essa.
Ed anche qui vediamo evidenti elementi di "giudaizzazione" del cristianesimo perché, dietro alle prassi di "assoluzione comunitaria", c'è la concezione giudaica -peraltro in parte distorta- del peccato: chi pecca non offende Dio, non recide il legame vitale con Dio, non esce dal progetto di Dio per lui, ma "uccide la comunità" è responsabile direttamente verso di essa e i fratelli che ne fanno parte, non è in primo luogo responsabile personalmente davanti a Dio nel personale rapporto con Lui che viene prima di qualunque legame comunitario. Tutto questo, oltre a non essere cattolico, non è nemmeno cristiano

sabato 7 novembre 2009

Neocatecumenali: giudaizzazione e deformazione del cristianesimo

Prima di approfondire con il prossimo articolo il tema della "lavanda dei piedi", che ci ha portati a smascherare il senso del peccato e della riconciliazione nel Cammino Nc, diamo una lettura propedeutica delle altre implicazioni che sviscereremo -perché dovremo esaminarne altre oltre a quelle del thread precedente-, attraverso i seguenti insegnamenti di Carmen Hernandez durante la convivenza del settembre 2008 a Porto S. Giorgio (citiamo dal testo originale). Notare bene che questi insegnamenti vengono impartiti DOPO l'"approvazione" degli statuti da parte del Pontificio Consiglio dei Laici, trionfalmente esibiti nell'immagine proprio da mons. Rylko (!). Dopo la lettura di quanto segue sarà legittimo chiedersi dunque: COSA hanno approvato?
Dice Carmen Hernandez:
"Noi abbiamo riscoperto un po' (!?) l'Eucaristia attraverso il Pesach ebraico (!?), e anche grazie al Concilio abbiamo visto che non si può capire l'Eucaristia senza stare in Egitto nella schiavitù, nella morte e passare al vino, alla risurrezione, alla festa, perché nel deserto non c'è vino.
[Qui il vino tutto è tranne che il Sangue di Cristo: siamo ancora alla quarta coppa dell'haggadah ebraica. Ricordate anche le parole di Kiko nell’intervista di giugno? [vedi]
"Questo sarà il mio memoriale" (!?) :
[veramente Gesù ha detto: "Fate questo in memoria di me"(Lc 22, 19) e si riferiva alla ri-presentazione al Padre dell'offerta del Suo Corpo e del Suo Sangue nella Liturgia e nella vita -tutta la nostra vita in Lui- e non quanto la teologa improvvisata si appresta a dire]
"abbiamo riscoperto e sperimentato la risurrezione del Signore attraverso l'Eucaristia, passando dalla morte alla vita. Il sacramento della riconciliazione è importantissimo - dico io - perché l'eucaristia non si celebrerà più nel cielo, mentre questo sacramento è in fondo il Battesimo. "Innalzato sulla croce, Egli versò dal suo fianco sangue ed acqua", L'Eucaristia e il Battesimo. Questo è quello che stiamo portando avanti, l'Iniziazione cristiana. Questo sacramento non è altro che un Battesimo, .."
[Carmen fa molta confusione: dimentica che il Battesimo viene ricevuto una volta sola "Credo in un solo battesimo" e libera dal peccato originale, inserendo nella Chiesa, mentre non libera dall'inclinazione al male, che richiede l'ulteriore sacramento della riconciliazione ]
"entrare nella morte dei nostri problemi, come è disceso Gesù Cristo nel Giordano e lo Spirito Santo era su di lui. Allora la celebrazione ebraica dello Yom Kippur, che comprende anche 10 giorni di penitenza prima di arrivare all'assemblea che si veste tutta di bianco - il shabat degli shabat - e ha dovuto mandare a chiedere perdono a Tizio e a Caio, e se non ha ricevuto il perdono ha dovuto dirgli di andare da loro con testimoni e se no lo deve dire alla comunità. Ma non si può andare alla celebrazione se non ha perdonato i fratelli,.."
[Innanzittutto "la morte" non sono i nostri problemi, ma il "peccato" che ci distacca da Dio e ci tiene fuori dal suo progetto per noi e per il mondo. Inoltre i cattolici non vanno alla celebrazione semplicemente dopo aver perdonato i fratelli, certamente lo fanno pure, ma non senza avere chiesto e ricevuto il perdono di Dio nel sacramento della riconciliazione e non seguono il "rito" di chiedere perdono a Tizio e a Caio nella Comunità, come fanno gli ebrei nella teshuvà=il ritorno, la riconciliazione, nonché i loro emuli neocatecumenali]
"perché viene a chiedere perdono a Dio. Per questo dirà il Padre Nostro: "Perdona i nostri debiti come noi perdoniamo i nostri debitori".
[OK, ma che senso ha confondere la Riconciliazione con lo Yom Kippur?]
Di quello che viene dopo non si sa se piangere per la confusione e il traviamento riscontrati o ridere per la sorpresa e la sviante disinvoltura nel delirio di cose espresse in maniera slegata, senza costrutto e senza nessun ancoraggio al Vangelo; anzi, FALSIFICANDO il Vangelo e riconducendo la riconciliazione allo Yom Kippur ebraico, quando il vero Kippur (espiazione) di Gesù è il suo Sacrificio in Croce...!!!

"È importantissimo riscoprire questo sacramento e non si può fare male e in fretta, in due minuti,.."
[Tuttavia è quello che succede nelle penitenziali NC, quando si viene spinti a dire in fretta i peccati nel frastuono e nello strepito dei canti che impediscono ogni forma di interiorizzazione. Sembra che Carmen voglia rivalutare la riconciliazione, rispetto a precedenti catechesi che la vogliono superata come abbiamo visto nell'articolo precedente; ma vediamo come ora lo fa in termini giudaici e non cristiani! ]
"tanto che Israele ha 10 giorni per arrivare a Yom Kippur
[effettivamente nell'ebraismo, dopo il Capo d'anno Rosh haShana (che fa memoria della Creazione), si compie la teshuvà (il ritorno, la conversione): dieci giorni di penitenza prima dello Yom Kippur, il giorno dell'espiazione dei peccati commessi nel corso dell'anno sia nei confronti di Dio che nei confronti degli uomini, una volta vissuto ogni anno nel tempio con il sommo sacerdote ed oggi celebrato nelle sinagoghe e si entra in sukkot (Festa delle Capanne). È per questo che dopo kippur si comincia a costruire la sukkà, che ha solo tre pareti per simboleggiare l'apertura agli altri e il tetto di rami per vedere il cielo. Infatti la correlazione tra kippur e sukkòt è la ricomposizione delle relazioni frantumate. Ma la Chiesa non contempla la ripetizione della vecchia prassi giudaica]
"Questo tempo di autunno è molto importante perché in questo tempo c'era anche l'intronizzazione del re nel tempio: David, Salomone, e anche altre religioni, anche i faraoni che erano reputati come dei. Dopo l'esilio e la distruzione del tempio e tutto questo il più importante passa ad essere il sacerdote, Caifa, colui che presiede il Kippur.
[il Sommo Sacerdote nel Tempio, compreso Caifa - quello che giudica il Signore - c'era solo prima della distruzione del Tempio; ma Carmen 'gioca' sul successivo arbitrario riferimento: Caifa-Cefa ]
Per andare al Kippur il Sommo sacerdote deve passare tutta la notte vigilato perché non abbia neanche una polluzione notturna, perché non può entrare nel Sancta Sanctorum se ha un peccato [non è un peccato: è solo considerata una “impurità” ai fini del culto], perché all'apparire di Dio - che apparirà - morirebbero tutti. E per questo Israele non pronunzia mai il nome di Dio, perché pronunziarlo significa farlo presente e tutti moriremmo, come se entrasse il sole qui, resteremmo tutti morti."
[Si guarda bene dal dire che adesso Dio possiamo nominarlo, perché ha Nome Gesù ed è venuto a salvarci e si è reso Presente e continua e rendersi Realmente Presente in ogni Eucaristia ]
Pertanto è importantissimo questo sacramento
[quale: la riconciliazione o lo Yom Kuppur e su quale base riconduce la 'riconciliazione' allo yom kippur?]
E adesso viene il Vangelo secondo Carmen, completamente inventato!

""L'interessante di Yom Kippur è che nasce la Chiesa in questo giorno (???), perché Gesù Cristo ha lasciato Gerusalemme ed è andato nell'Alta Galilea dove finisce il territorio d'Israele e comincia il mondo pagano. È molto importante la città di Cesarea di Filippo, Erode fu un grande costruttore e costruì molte cose: Cesarea Marittima e Cesarea di Filippo, dove già c'era un santuario del dio Pan, cioè un paganesimo terribile. Bene, fino a lì arrivò Gesù Cristo, già con miracoli precedenti come quello che fece con la Cananea, che tanto pubblicizzò la guarigione di sua figlia che Cana di Galilea fu la prima sede episcopale d'Oriente.
Lì arriva Gesù Cristo, dopo aver passato una serie di cose come l'attacco che fanno gli Apostoli perché prendono il grano dalle spighe e lo mangiano, dopo aver detto che il tempio cadrà e farà un nuovo tempio... e sarà il motivo per cui lo condannano, perché si fa Dio. Allora Gesù Cristo arriva a Cesarea di Filippo e lì celebra il giorno dello Yom Kippur
[pura invenzione di Carmen! ]
"E cosa succede lì? "Chi dice la gente che io sia?", chiede Cristo. E Pietro risponde: "Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivo", nomina Dio! Nello stesso momento in cui il sommo sacerdote Caifa - Caifa e Cefa sono lo stesso nome - sta pronunciando il nome di Dio nel tempio, sta celebrando Yom Kippur a Gerusalemme, ossia Cristo sta celebrando Yom Kippur fuori del tempio, e formerà la nuova Chiesa: "Tu sei Pietro - Cefa - e su questa pietra edificherò la mia Chiesa".
[È la prima volta che nel cammino si annuncia questo episodio (cioè l’istituzione della Chiesa), ma in maniera del tutto fuorviante, dal momento che la fondazione della Chiesa non può essere identificata con lo Yom Kippur: il vero Kippur, la vera espiazione avviene ad opera di Cristo sulla Croce! E la fondazione della Chiesa avviene dopo il riconoscimento della Divinità di nostro Signore da parte di Pietro. Mentre la istituzione del Sacerdozio e dell'Eucaristia avviene nell'Ultima Cena, completamente "reinterpretata" dagli iniziatori del Cammino...E' di questo che parleremo nel prossimo articolo]
"È molto interessante questo rito, nonostante dopo gli apostoli lo rinnegheranno. Sei giorni dopo, o otto giorni a seconda del calendario, cade la festa di sukkot (delle capanne), la grande festa ebrea che riprende tutta la storia d'Israele con luce e con acqua...""
[nessuno di noi pretende cancellare la relazione con l'ebraismo; ma conosciamo e viviamo quella autentica e non quella che giudaizza il cristianesimo, mettendo in primo piano il vecchio testamento, i detti dei rabbini, i midrashim, la quarta coppa, le Feste ebraiche... al posto dell'autentico Volto di Cristo Signore!
Invece Carmen - e Kiko in altri insegnamenti - oltre a dire una marea di inesattezze sul Vangelo, fa una confusione indicibile tra il sacramento della riconciliazione e Yom Kippur... e ciò è tanto più sconcertante in quanto lo stesso rabbino di Segni ha potuto scrivere sull'Osservatore Romano della fine di ottobre dello scorso anno: "Semplificando le posizioni contrapposte: un cristiano, in base ai principi della sua fede, non ha più bisogno del Kippùr, così come un ebreo che ha il Kippùr non ha bisogno della salvezza dal peccato proposta dalla fede cristiana."
Infatti il vero Kippur dei Cristiani è l'espiazione (termine espunto dagli insegnamenti Neocatecumenali e modernisti) consumata da Gesù sulla Croce... Del resto lo ha detto Lui durante l'Ultima Cena: "...prendetene e bevetene tutti questo è il mio sangue offerto in remissione dei peccati (espiazione: Kippur in ebraico) per voi e per i molti..." che bisogno c'è che il Cammino NC enfatizzi lo Yom Kippur ebraico, quando il cristianesimo vive ormai un rapporto diverso col Padre del nostro Signore Gesù Cristo?
]
È questa l'"iniziazione cristiana" che il Papa ha festeggiato con loro un fatidico 10 gennaio, 'mandandoli' ad "evangelizzare" 13 parrocchie della periferia romana?

venerdì 6 novembre 2009

Neocatecumenali. Senso del peccato e riconciliazione


Partiamo da tre testimonianze concrete che ci inseriscono nel cuore del problema senza teorizzazioni, ma direttamente dal 'vissuto', per riflettere in tutta la sua gravità e con tutta l'ampiezza consentita dai documenti neocat che citiamo, confrontati con gli insegnamenti della Chiesa. L'articolo sarà lunghissimo, ma vale la pena perché diventa una sorta di "trattato" esaustivo.
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Dice Aldo:
Per 14 anni ho vissuto nella mia ex-comunità un "gesto" che ancora oggi ho difficoltà a comprendere, mi sono sempre reso conto che era una contraddizione, oggi rileggendo i post di Gianluca mi sono venuti in mente, durante il Triduo Pasquale, vivevamo (come sempre) i doppi segni Giovedì Santo, Venerdì Santo anche la Pasqua... ma il giovedì Santo mi ha sempre turbato.. Durante la Cena Domini in Chiesa il Sacerdote/Cristo lava i piedi ai Suoi Discepoli, (quasi sempre 12 uomini che si offrivano come simbolo). In comunità io come responsabile, lavavo i piedi a tutti i fratelli (circa 40) poi si aprivano le danze, e lì cominciava andi/rivieni di tutti con tutti, .. se ci eravamo offesi durante l'anno, (io a te tu a me) fra marito e moglie, figli ai padri, cantori al responsabile dei cantori... etc. etc. un casino... Gianluca, Mic.. ma che gesto era? cosa facevamo? soprattutto "chi interpretavamo"?.. la comunità che si autoassolve? una specie di "Yom Kippur"? dov'era Cristo? attenzione a questo teatrino ho visto sottoporsi anche Sacerdoti...
Fermo restando che questi gesti "ostentati" non hanno mai portato a vere e profonde riconciliazioni.. forse sono uscito fuori tema, ma forse qualcuno di Voi può aiutarmi a capire... cosa ho fatto in questi anni... perchè io sono uno di quelli che ha ascoltato tutto quello che avete scritto e ci ho creduto...
Dice Michela:
Per rispondere ad Aldo, ho ripescato questo testo che ho scritto tempo fa all'uscita dal cammino.
La Lavanda dei piedi è una scimmiottatura: è un atto di orgoglio che permette di ripetere, da laici, quello che ha fatto Gesù e che nella Chiesa può fare solo il sacerdote durante la celebrazione eucaristica.
E poi c'è l'aspetto, anche questo tenuto un po' nascosto e quindi pericoloso,della riconciliazione tra le persone che non è solo un segno simbolico (come nella Messa lo scambio della pace col vicino), ma diventa quasi un sacramentale, perchè il gesto viene ripetuto nella sua completezza (ci si lava veramente i piedi), e quindi si tende a ritenere che sia quello il gesto che mi riconcilia veramente con il fratello, rendendo quindi la confessione personale, e l'eventuale penitenza qualcosa di secondario rispetto al 'segno forte' celebrato in comunità. I neocat dicono che si legge il vangelo di Giovanni, che è vero, e che ci si attiene a quanto sta scritto lì. Ma in realtà è una autocelebrazione della comunità, (quasi sempre senza sacerdote, e quando possibile nelle case private), per mettere in evidenza il peccato e il fango dell'uomo, e poi autoassolversi l'un l'altro con un gesto di apparente umiltà.
Si fa quello che ha fatto Gesù per dire che in fondo non abbiamo più bisogno di Lui, che possiamo perdonarci da soli.
Questa è l'impressone che ho avuto sulla lavanda dei piedi.
Dice Jonathan
Concordo con Michela, è una scimmiottatura. Il Giovedì Santo è proprio un giorno santo. Non sono certa di essere nel giusto, ma ho sempre pensato a questo giorno come al natale della Chiesa, perché natale dell'Eucarestia, del sacerdozio. Gesù si china a lavare i piedi di chi è già mondo, di coloro alle cui mani affida il proprio Corpo, il Sangue e l'Anima, Sé Stesso. Le Sue mani inchiodate saranno da allora in poi le mani dei suoi amici prediletti. Tanto amati e prediletti, che Egli stesso si china ai loro piedi per servirli.
E' Dio Carne che svela il Suo progetto d'amore senza fine.
Il Cnc svuota, snatura, svilisce questo giorno solenne. Estromette l'Eucarestia, e traduce tutto in chiave esistenziale, come sempre. Usa il Vangelo di Giovanni e lo piega ad un consumo ingenuo del Suo 'amatevi come...', attraverso gesti tanto plateali quanto insignificanti.
E questo avviene spesso, lo confermo, in ambienti privati, sale nelle quali normalmente si fanno allegre spaghettate con partitina a carte incorporata. Senza sacerdote, ovviamente.
Il Cnc dimostra così di non aver bisogno di Dio. Basta a se stesso.
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Guardiamo da vicino la predicazione di Carmen Hernandez sulla riconciliazione. (Le citazioni sono prese dagli Orientamenti editi nel '72 a Madrid per le équipes di catechisti)

"Non è per parlarne alle persone tutto quel che dirò, ma perché possa servire come canovaccio, come base per gli innumerevoli problemi che possono presentarsi con le persone. Servirà ad evitare complicazioni, perché il questionario sulla Penitenza si presta a molte discussioni con le persone (p.124)".
È evidente, attraverso questa frase iniziale di Carmen, che i suoi ascoltatori si sentiranno lusingati per la confidenza loro dimostrata: sentiamoci “di casa”, iniziati nei segreti del neocatecumenato. Sono già separati e distinti dalla vil plebe, che non ha diritto di saper tutto. La stessa frase ha anche una finalità didattica, mirando a consigliare i futuri “maestri” – i catechisti – su come meglio operare.

"Non diciamo nulla alle persone di tutte queste cose; semplicemente rivalutiamo il valore comunitario del peccato, la sua natura sociale, il potere della Chiesa, ecc. (p.137)"
Perché il segreto? Perché ella è consapevole che la dottrina che espone è contraria a tutto quello che ha sempre insegnato la Chiesa cattolica e che i cattolici in genere conoscono. Il segreto del neocatecumenato deriva dalla consapevolezza dei suoi responsabili di predicare una dottrina che non è cattolica.

"La Chiesa primitiva considerava peccato mortale quasi unicamente l’apostasia, ossia, la negazione del cammino o l’uscita da esso, perché l’uomo durante il Cammino è debole e cade, ma senza uscire dal Cammino (…) Per questo la Chiesa primitiva non pone l’esame di coscienza al termine del giorno, come fu più tardi introdotto dai Gesuiti, ma invece al mattino al momento di alzarsi, perché convertirsi è porsi davanti a Dio quando si comincia a camminare” (p.128) "
(Quindi nessuna riflessione né responsabilizzazione sul comportamento tenuto…)
I cristiani della Chiesa primitiva correvano il rischio di morire nell’arena, nel caso non cedessero all’apostasia. Era quindi naturale che questa fosse la loro grande prova, la grande tentazione: quella di divenire apostati. Questo era il loro rischio maggiore più che qualsiasi altro peccato e da qui l’importanza del problema. Ma ciò non significa che i cristiani delle catacombe considerassero, ad esempio, l’adulterio un peccato lieve.
Carmen sostiene che la Chiesa primitiva aveva una nozione di peccato totalmente diversa da quella attuale, e per questo la concezione del Sacramento della Penitenza doveva necessariamente essere diversa...

"Dobbiamo spiegare un poco come con Costantino si entrerà nella Chiesa delle masse, perdendosi quindi la sensibilità della comunità. Non si vede più una comunità che cammina in costante conversione sotto gli impulsi dello Spirito Santo. Vediamo persone che peccano individualmente che sono assolte individualmente e, in seguito, vanno a comunicarsi... Ma tutta una comunità in conversione, che si riconosce peccatrice non la vediamo (p.145)"
E, successivamente, mette in opposizione due Chiese, quella sacramentale (prima di Costantino) e quella giuridica (dopo Costantino), che istituzionalizzandosi diviene giuridica, nella quale il peccato diventa violazione della legge che esige una punizione legale...
Conoscete qualcosa di più falso? Anche se nel secolo scorso può essere invalso un certo "giuridismo" siamo ben lontani da questa concezione di peccato che, la Chiesa ci ha sempre insegnato, è innanzitutto un opporsi a Dio... e causare la nostra rovina. Invece per Carmen il peccato ha sempre una valenza solo comunitaria

"Per questo la Chiesa primitiva non pone l’esame di coscienza al termine del giorno, come fu più tardi introdotto dai Gesuiti, ma invece al mattino al momento di alzarsi, perché convertirsi è porsi davanti a Dio quando si comincia a camminare (p.128) "
Mi sembra chiaro che eliminare l'esame di coscienza al termine del giorno elimina il senso di responsabilità e l'esame di quanto operato concretamente nel bene e nel male, mettendosi davanti al Signore e riconoscendo la propria realtà.
All'inizio del giorno puoi fare dei propositi e l'esame riguarda se mai la tua situazione e certo non per lasciarla così com'è ma per cercare di cambiarla con l'aiuto della Grazia santificante che nel cammino non ha alcun diritto di cittadinanza!

"Le persone si chiedono se è possibile offendere solo Dio. La domanda è posta così perché abbiamo una concezione verticale del peccato, individualista: che siamo noi che offendiamo, in maniera particolare Dio, come se il peccato fosse un'offesa a Dio, nel senso di rubare a Dio la sua gloria. Accreditiamo l'ipotesi che possiamo causare danno a Dio. La prima cosa che dobbiamo pensare è che non si può causare danno a Dio. Dio non può essere offeso nel senso di togliere a Lui la gloria, perché allora Dio sarebbe vulnerabile e non sarebbe più Dio (p. 140)"
Come teologa, davvero carente, Carmen non sa che si distingue la gloria intrinseca di Dio - invulnerabile, infinita e immutabile - dalla gloria estrinseca di Dio, gloria che può essere maggiore o minore, e che risulta diminuita a causa dei peccati degli uomini. Per questo S. Ignazio ha scelto per la Compagnia di Gesù il motto "Ad maiorem gloriam Dei", affermando che essa avrebbe dovuto lottare per la "Maggior gloria di Dio".
Del resto, basta notare quanto il peccato in qualche modo escluda dalle situazioni della storia individuale e collettiva la "Presenza" del Signore, basta vedere il vuoto e i drammi umani e sociali di questo nostro mondo in cui si è perso il senso del peccato. E purtroppo si è perso il senso del peccato come responsabilità individuale, perché è sempre una mancata risposta alla chiamata costante di Dio alla conversione e al progetto che ha per ognuno di noi. Questo non esclude né un ambito comunitario e sociale né la nostra responsabilità anche nei confronti del prossimo; ma tutto è fondato nel rapporto IO-TU che ogni creatura ha col suo Signore, un rapporto che può anche arricchirsi in ambito comunitario (ek-lesìa = la Chiesa di coloro raccolti insieme in comunione nel Signore) per poi dispiegarsi nelle relazioni interpersonali e nelle scelte individuali e collettive; ma è innanzitutto un rapporto pieno e profondo individuale, non di gruppo né in simbiosi. Il Signore ha creato e vuole relazionarsi con delle persone, non con dei burattini.
Il Sacro Cuore di Gesù è un cuore vivo, che gioisce per le cose belle che facciamo e si rattrista per i peccati. In questo senso, il peccato è un'offesa, eccome se è un'offesa... oltre a offendere Colui che è il Sommo Bene, rompe la comunione tra l'uomo e Dio e quindi, senza mezzi giri di parole, offende anche la dignità umana dal momento che l'uomo è tempio del Dio vivente. Duplice offesa, quindi. È ovvio che il peccato ha anche una ripercussione sociale, ma questa è una dimensione successiva, che non sostituisce ma si va aggiungere a quella individuale.
Lo stesso Gesù nel Vangelo dice: "C'è più gioia nel cielo per un peccatore che si converte che per 99 giusti che non hanno bisogno di conversione". Dunque se c'è gioia, va da sé che c'è anche tristezza se non camminiamo nella retta via. Poi è ovvio che si potrebbe discutere anche del fatto che ogni peccato è un altro chiodo conficcato in quella Croce e su quella croce Gesù non ha fatto salti di gioia, mi pare, ma ha gridato, magari pianto... sofferto per tanta indifferenza...
Come può non soffrire tuttora per i tanti peccati che commettiamo?
Ricordiamo il grido di S.Francesco per i boschi de La Verna: "L'Amore non è amato". Gridava a squarciagola, e probabilmente soffriva anche lui, dopo aver sperimentato quell'amore nella sua vita.

"La celebrazione del sacramento della Penitenza ha avuto nel corso dei secoli uno sviluppo che ha conosciuto diverse forme espressive, sempre, però, conservando la medesima struttura fondamentale che comprende necessariamente, oltre all'intervento del ministro — soltanto un Vescovo o un presbitero, che giudica e assolve, cura e guarisce nel nome di Cristo — gli atti del penitente: la contrizione, la confessione e la soddisfazione." [Motu Proprio Misericordia Dei di Giovanni Paolo II]
Da notare che il Papa afferma che c’è stata un’evoluzione nelle forme espressive della celebrazione del sacramento, ma che la Chiesa "ha conservato la medesima struttura fondamentale del sacramento", che comprende: 1. l’azione di un ministro che giudica e assolve; 2. l’azione del penitente che include la contrizione, la confessione, la soddisfazione.
Secondo il Papa in questa struttura nulla potrà mutare e la Chiesa così l’ha conservata; per Carmen, ciò che si è evoluto è la concezione che le persone hanno del sacramento, che è ben diverso da quello che dice il Papa
È questa concezione evolutiva della fede, dei dogmi e dei sacramenti che fa del neocatecumenato il movimento eretico modernista che è.
Sulla penitenza è ormai noto che i neocatecumenali pongono l'accento essenzialmente sulla confessione comunitaria e pubblica dei peccati, piuttosto che sulla confessione resa al sacerdote. In più nella confessione (non sacramentale) ma comunitaria che avviene duranti gli 'Scrutini' è il catechista, e non il presbitero, ad interrogare ed a guidare spiritualmente i membri del Cammino. Abbiamo visto che Carmen afferma che "il peccato ha solo una dimensione sociale e, quindi, anche la conversione dovrà riguardare la società. Secondo lei, l'offeso non è Dio ma la Comunità, e quindi sarà la Comunità a perdonare e ad assolvere. La cosa, però, non è poi importante perché in Gesù siamo già stati perdonati". Per i fondatori del Movimento la dimensione reale del peccato è quella sociale e mai quella individuale; inoltre "per Kiko l'uomo sarebbe costretto a peccare: la sua natura non gli permetterebbe di compiere il bene. Sarebbe quindi vano ogni suo sforzo di correggersi". Tra l'altro i fondatori del Cammino hanno una concezione radicalmente pessimista sulla possibilità dell'uomo di evitare il male e di poter scegliere liberamente nella loro vita, per cui "secondo Kiko e Carmen, la conversione non consiste tanto nel dispiacere d'aver offeso Dio e nel proposito d'emendarsi, ma semplicemente nel riconoscimento (anche pubblico) delle colpe commesse e nella totale fiducia nella potenza salvifica di Gesù Risorto. Di conseguenza non avrebbe senso insistere sulla Penitenza perché la Santità non è possibile.

Ed ecco ancor più chiaramente, come Carmen distrugge il Sacramento della Penitenza:
“Con il Concilio di Trento, e dal XVI al XX secolo tutto rimane bloccato. Appaiono i confessionali, queste casette sono molto recenti. La necessità del confessionale nasce quando si comincia a generalizzare la forma della confessione privata, medicinale e di devozione portata dai monaci… Chi mette i confessionali dappertutto è San Borromeo. Con dettagli che riguardano anche la grata… Adesso comprendete che molte delle cose che diceva Lutero avevano fondamento”(OR, p. 174).
“Ma a Trento si punta tutto sulle essenze, sulla efficacia, e si perde di vista il valore sacramentale del segno. Per questo è lo stesso fare la comunione col pane o con l’ostia che non sembra più pane ma carta, che il vino lo beva uno solo o che lo bevano tutti perché essenzialmente il sacramento si realizza lo stesso.
“Si vedrà dunque molto l’efficacia del sacramento della penitenza per perdonare i peccati e l’assoluzione diventa un assoluto. Così la confessione acquista un senso magico in cui l’assoluzione di per se sola è sufficiente a perdonare i peccati. L’assoluzione ti perdona i peccati e tu resti tranquillo.
“Così abbiamo vissuto la confessione: per l’efficacia assoluta del sacramento si perde di vista il valore sacramentale che è quello che ti fa capace di ricevere questo perdono. Questo passa in secondo piano rimanendo in primo piano e come essenziale il semplice confessare i peccati e ricevere l’assoluzione. La confessione si trasforma in qualche cosa di magico o privato e questo dura fino ai nostri giorni. E’ giunta fino a noi una concezione legalista del peccato, per la quale non importa tanto l’atteggiamento interiore, quanto il confessate esternamente e dettagliatamente tutti i peccati d’ogni tipo. E’ una visione individualista del peccato, completamente ‘privata’. La Chiesa non compare da nessuna parte ed è un uomo che ti perdona i peccati. “Ora potete capire perché questa pratica, oggi, è totalmente in crisi. Per questo la chiamiamo confessione. Non appare da nessuna parte il processo penitenziale né il processo sacramentale. Per questo, e anche perché l’umanità oggi cammina verso visioni sociali e comunitarie del peccato e non legaliste e individualiste, capite come la pratica della confessione sia in crisi. E per questo la gente si comunica tranquillamente senza confessarsi” (OR, p. 175).
“Molti pensano… visto che la confessione personale è odiosa,… ci fossero assoluzioni generali… E per questo non crediate che sia una cosa nuova, perché già Pio XII concesse di dare assoluzioni generali, durante la guerra, a tutti i soldati. I grandi liturgisti dicono che è stato una fortuna che questo non si sia imposto perché avrebbero distrutto completamente la penitenza, rendendola ancora più magica. Perché il valore del rito non sta nell’assoluzione, visto che in Gesù Cristo siamo già perdonati, ma nel rendere l’uomo capace di ricevere il perdono che è ciò che vuole il processo catecumenale ed il processo penitenziale della Chiesa primitiva” (OR, p. 176).
“Uno si sente perdonato nel profondo, quando si sente in comunione con i fratelli. Per questo è importante l’abbraccio di pace… quello che noi facciamo è recuperare a poco questi valori del sacramento della Penitenza, facendo però ancora la confessione privata che è tuttora in uso” (OR, p. 177).
“Tu sei schiavo del male: sei schiavo del maligno e obbedisci alle sue concupiscenze e ai suoi comandi” (OR, p. 129).
“Questa è la realtà dell’uomo: vuol fare il bene e non può. Il marxismo dirà che non può perché alienato dalle strutture… la psicologia… a causa dei suoi complessi psicologici. Tutto questo non mi convince. Il cristianesimo dice un’altra cosa. Dio ha rivelato la realtà dell’uomo così: L’UOMO NON PUO’ FARE IL BENE PERCHE’ SI E’ SEPARATO DA DIO, PERCHE’ HA PECCATO, ED E’ RIMASTO RADICALMENTE IMPOTENTE E INCAPACE IN BALIA DEI DEMONI. E’ RIMASTO SCHIAVO DEL MALIGNO. IL MALIGNO E’ IL SUO SIGNORE. (Per questo non valgono né consigli né sermoni esigenti. L’uomo non può fare il bene).
“Non serve a nulla dire alla gente che si deve amare. Nessuno può amare l’altro… chi può perdere la vita per il nemico… E’ assurdo.
“E chi ha colpa di questo? Nessuno. Per questo non servono i discorsi. Non serve dire sacrificatevi, vogliatevi bene, amatevi. E se qualcuno ci prova si convertirà nel più gran fariseo, perché farà tutto per la sua perfezione personale” (OR, p. 136).
“Uno guarda se stesso e si rende conto di essere un comodo cui costa perfino andare in chiesa la domenica e che è triste di non essere capace di cambiare. Al massimo cercherà di fare qualcosina per guadagnarsi il cielo nell’altra vita con qualche opera buona. Non può fare di più perché è profondamente tarato. E’ carnale. Non può fare a meno di rubare, di litigare, d’essere geloso, di invidiare, ecc. Non può fare altrimenti e non ne ha colpa” (OR, p. 138).
“Lo Spirito che Gesù invierà non è affatto uno Spirito di buone opere e di fedeltà al Cristo morto” (Or, p.151).
“L’uomo che pecca vive nella morte. Ma non perché lui sia cattivo, perché vuol fare del male. Perché questo è religiosità naturale, che crede che la vita è una prova, che tu puoi peccare oppure no. No, no, l’uomo pecca perché non può fare altro, perché è schiavo del peccato” (1°SCR, p. 93).

Per chi accoglie ignaramente queste affermazioni si ha una distruzione del vero senso del peccato. Non è possibile che codesti personaggi si aggirino per la Chiesa senza che nessuno della Gerarchia li fermi.

I neocatecumenali sono soliti affermare, per sostenere la loro attendibilità e soprattutto difendersi dalle accuse di eresia, che "Kiko non ha inventato nulla, lui ha solo preso quello che di meglio - a suo giudizio - gli dona la storia millenaria della Chiesa. Come fà del resto ogni ordine religioso."Falso: Kiko - oltre a non appartenere ad un ordine religioso - non ha preso quel che gli ha donato la storia millenaria della Chiesa, l'ha semplicemente riscritta, criticandola a morte (leggendo i più volte citati "Orientamenti" o ascoltando le catechesi si evince proprio questo!)
Affermano i neocat che il sacramento della riconciliazione fu istituito solo nel sec XIII (il che è vero, ma non ne giustifica la critica distruttiva); inoltre essi affermano che il sacramento della Penitenza è solo riconciliazione con la Chiesa e quindi non c'è bisogno di assoluzione, ma basta sentirsi in pace e in comunione coi fratelli, per cui la confessione sacramentale è destinata a scomparire. (Orientamenti pag. 177) Infatti è la comunità che assolve: questo è il vero significato del 'segno della pace' nonché della "lavanda dei piedi", che il Giovedì Santo celebrano nelle case, senza sacerdote!
Questi sono gli insegnamenti della Chiesa?
In realtà Kiko fa una storia della Confessione da un certo punto in poi e respinge in modo deciso la Confessione privata e arriva in alcuni punti a beffeggiarla, a ironizzare sui confessionali "casette di legno", "non ridete perché questo è successo anche a me a confessare ogni stupidaggine (riferendosi certo ai peccati veniali). Si arriva addirittura a fare della confessione una devozione per la santificazione personale, cosa che giungerà fino ai nostri giorni". C'è nelle catechesi un punto in cui Kiko fa abboccare le persone semplici col dire: "(...) le persone pensano che perfino il confessionale fu inventato da Gesù Cristo" (p.143)

La confessione così com’è prevista, non va bene. Dice ancora Kiko "Confessandoti ritorni tranquillo. La confessione privata ci ha segnati in questo senso. Ma il Catechismo della Chiesa Cattolica nell’elencare gli effetti spirituali della confessione dice che essa conferisce la pace e la serenità della coscienza e la consolazione spirituale. Se il peccatore non ha offeso Dio, non ha neppure senso la contrizione, il dolore personale. "Come è curiosa l’idea (v. p. 174) di confessarsi prima di fare la Comunione, e questo è durato fino ai nostri giorni. Così abbiamo vissuto noi la Confessione: per l’efficacia del sacramento!". "Attualmente la Chiesa non compare da nessuna parte ed è un uomo che ti perdona i peccati".
Così Kiko non nega solo la finalità del sacramento della Confessione, ma anche il ruolo del ministro ordinato ed il potere che gli è conferito nella persona di Cristo. Nel Cammino i peccati passati, presenti e futuri sono già perdonati in partenza. Ma questo concetto non è cattolico!
Sostanzialmente Kiko contesta la Confessione privata, la Confessione di devozione, la direzione spirituale e la Confessione come mezzo di santificazione: tutte sciocchezze da superare. Si tratta solo di accogliere questo perdono gratuito. "Ma alla gente non dite nulla di tutte queste cose"! La stessa frase ripeterà a proposito della vendita dei beni personali che porrà come condizione per continuare il Cammino Neocatecumenale, per fare certi passaggi e quindi per accedere alla Salvezza. Kiko è cosciente di essere su un’altra strada e raccomanda di non imbarcarsi per nulla in questo discorso quando si parla con la gente "perché creereste un mucchio di problemi".
Tra i modi ricorrenti di vivere la "confessione" è quella coram populo dei propri peccati e delle proprie debolezze che caratterizza ogni passaggio e che indiscutibilmente è una scimmiottatura del sacramento vero della confessione.
A partire da quest'ultimo punto, si può senz'altro osservare che anche uno psicologo da quattro soldi rispetta i 'tempi' di una persona perché possa aprire il cuore e l'anima (chiamiamolo pure inconscio o anche quella parte consapevole che può essere problematica). E c'è un pudore grande in ogni persona nello 'scoprirsi'! Ma se facciamo fatica a farlo - quando facciamo sul serio - anche cuore a cuore con il Signore!
Esecrabili quelle corali proclamazioni di colpevolezza che sembrano giochi al massacro e quasi quasi viene il dubbio che qualcuno per non sentirsi da meno possa anche amplificare le proprie colpe.
Si può ragionevole pensare che è sano tutto questo?
Ricordo le raccomandazioni martellanti dei catechisti prima delle penitenziali con confessioni individuali: "Siate chiari e sintetici, non vi perdete in chiacchiere, confessate i vostri peccati con nome e cognome e non allungate il discorso inutilmente!". Ricordo il senso di vuoto che dopo tale esortazione provavi accostandoti al presbitero mentre l'assemblea cantava a squarciagola per coprire le parole, la paranoia di un dialogo che tutto poteva sembrare meno che riconciliazione con Dio e con i fratelli.
Non possiamo non riconoscere contrario agli insegnamenti della Chiesa quanto detto dai catechisti.
PRIMO, perché la confessione non è l'elenco dei peccati. Per confessarsi occorre innanzitutto scrutare dentro di sé e saper riconoscere cosa c'è dietro a quell'errore ricorrente (dico 'errore' anziché peccato, così attenuiamo anche un po' quella cupa atmosfera di colpevolezza, ma senza voler sminuire la responsabilità). E poi occorre guardare dentro di sé con gli occhi della misericordia di Dio : il Signore ha detto "non sono venuto per condannare, ma per liberare"! Certo poi occorre anche la buona volontà e l'aiuto del Signore, la preghiera, l'Eucarestia. Ma ogni confessione è sempre una tappa ulteriore nella conoscenza di noi stessi alla luce della Parola e dello sguardo del Signore.
SECONDO, perché non allargare il discorso, che invece significa tirar fuori i blocchi, i problemi, le angosce in maniera razionale e consapevole? E' proprio questo che aiuta a crescere nella fede e come persone.
La confessione non è l'autoaccusa (ricordiamo chi è l'accusatore?) ma il discernimento sereno e consapevole, ma anche pieno di contrizione per i peccati - della nostra realtà interiore che si traduce in comportamenti e la ricerca delle modalità per superare le difficoltà e le cadute, con la nostra buona volontà, i consigli che riceviamo dal sacerdote e l'indispensabile aiuto della Grazia.
Poi forse troppo spesso dimentichiamo e certo non ce l'insegnano i NC che la confessione oltre alla CONFESSIO VITAE (la individuazione delle difficoltà, delle cadute, ma anche delle conquiste con l'aiuto della Grazia della propria vita nella fede), in sostanza il bilancio della nostra fatica ma anche della nostra gioia di essere uomini e donne in cammino!! è anche la CONFESSIO LAUDIS, il riconoscimento e la lode per le meraviglie che il Signore ha operato e opera nella nostra vita!! Ed è infine CONFESSIO FIDEI, cioè della fiducia che riponiamo nel Signore che è un affidarsi, un corrispondergli...

la Chiesa non ha mai sollecitato, incoraggiato, concesso in alcuna forma di celebrazione (Non ne abbiamo riscontri nemmeno per la Chiesa delle Origini o - come qualcuno spesso impropriamente dice - per la Chiesa Primitiva) la confessione o la testimonianza corale, pubblica.
La Samaritana ritornando tra la sua gente dopo la guarigione ottenuta gratuitamente al pozzo di Sicar, grida la sua esperienza di fede, ma prima di essa ha ottenuto, in un solo attimo, la guarigione da parte di Gesù nella sua esperienza individuale e "segreta" con lui.

Ridurre, minimizzare, annacquare, mistificare (nel senso meno polemico possibile del termine: usare collateralmente o addirittura in sostituzione della confessione sacramentale una mistagogia della confessione sia in senso di pubblica testimonianza della propria fede sia in senso pedagogico per l'assemblea, per il gruppo) non è esattamente "cattolico".
In ogni caso siamo su piani completamente diversi!
Il battesimo neocatecumenale lo dà la comunità alla fine del cammino, l'eucaristia neocatecumenale è fatta dalla comunità, il perdono dei peccati lo dà la comunità neocat.
NO HAY VIDA CRISTIANA SIN COMUNIDAD!!!
Kiko ancora non può eliminare i Sacramenti (per lui "magici") della Chiesa Cattolica Apostolica Romana, pena l'esserne escluso. Ma solo per ora. Lo stesso concetto di Sacramento che hanno i "cattolici della domenica" è sbagliato per Kiko, è "magico", e sparirà. Per lui è solo una questione di tempo, e Sacramenti e Dogmi cadranno per lasciare posto ad una chiesa tutta nuova...
Per i neocatecumenali la confessione individuale è solo formale, un atto a cui per ora li obbliga il Papa, ma il vero perdono è ottenuto con la confessione davanti alla comunità.
La prassi vince sulla teoria.
La psiche prevale sullo spirito.
I neocatecumenali "si sentono" battezzati, "si sentono" perdonati, "si sentono" in comunione solo per mezzo della comunità. È un sentimento religioso. Un relativismo molto sottile...