giovedì 7 gennaio 2010

INTRODUZIONE ALLO SPIRITO DELLA LITURGIA

Pubblichiamo ampi stralci della Conferenza per l’Anno sacerdotale tenuta da Mons. Guido Marini - Città del Vaticano, 6 gennaio 2010 

Mi propongo, con questa riflessione, di soffermarmi con voi su alcuni temi che riguardano lo spirito della liturgia. Mi propongo molto, mi verrebbe da dire moltissimo. Non solo perché parlare dello spirito della liturgia è impegnativo e complesso, ma anche perché su questo tema hanno intitolato opere importantissime autori di indubbio e altissimo spessore liturgico e teologico. Penso solo a due esempi tra gli altri: Romano Guardini e Joseph Ratzinger. 

D’altra parte è vero che parlare oggi dello spirito della liturgia è quanto mai necessario, soprattutto tra noi sacerdoti. Anche perché è urgente riaffermare l’«autentico» spirito della liturgia, così come è presente nella ininterrotta tradizione della Chiesa e testimoniato, in continuità con il passato, nel più recente Magistero: a partire dal Concilio Vaticano II fino a Benedetto XVI. Ho pronunciato la parola “continuità”. E’ una parola cara all’attuale Pontefice, che ne ha fatto autorevolmente il criterio per l’unica interpretazione corretta della vita della Chiesa e, in specie, dei documenti conciliari, come anche dei propositi di riforma ad ogni livello in essi contenuti. E come potrebbe essere diversamente? Si può forse immaginare una Chiesa di prima e una Chiesa di poi, quasi che si sia prodotta una cesura nella storia del corpo ecclesiale? O si può forse affermare che la Sposa di Cristo sia entrata, in passato, in un tempo storico nel quale lo Spirito non l’abbia assistita, così che questo tempo debba essere quasi dimenticato e cancellato? 

Eppure, a volte, alcuni danno l’impressione di aderire a quella che è giusto definire una vera e propria ideologia, ovvero un’idea preconcetta applicata alla storia della Chiesa e che nulla ha a che fare con la fede autentica. 



Frutto di quella fuorviante ideologia è, ad esempio, la ricorrente distinzione tra Chiesa pre conciliare e Chiesa post conciliare. Può anche essere legittimo un tale linguaggio, ma a condizione che non si intendano in questo modo due Chiese: una – quella pre conciliare – che non avrebbe più nulla da dire o da dare perché irrimediabilmente superata; e l’altra – quella post conciliare – che sarebbe una realtà nuova scaturita dal Concilio e da un suo presunto spirito, in rottura con il suo passato. Questo modo di parlare e ancor più di “sentire” non deve essere il nostro. Oltre a essere erroneo, è superato e datato, forse storicamente comprensibile, ma legato a una stagione ecclesiale ormai conclusa. ...Non vi può essere l’autentico spirito della liturgia se non ci si accosta ad essa con animo sereno, non polemico circa il passato, sia remoto che prossimo. La liturgia non può e non deve essere terreno di scontro tra chi trova il bene solo in ciò che è prima di noi e chi, al contrario, in ciò che è prima trova quasi sempre il male. Solo la disposizione a guardare il presente e il passato della liturgia della Chiesa come a un patrimonio unico e in sviluppo omogeneo può condurci ad attingere con gioia e con gusto spirituale l’autentico spirito della liturgia. Uno spirito, dunque, che dobbiamo accogliere dalla Chiesa e che non è frutto delle nostre invenzioni. Uno spirito, aggiungo, che ci porta all’essenziale della liturgia, ovvero alla preghiera ispirata e guidata dallo Spirito Santo, in cui Cristo continua divenire a noi contemporaneo, a fare irruzione nella nostra vita. Davvero lo spirito della liturgia è la liturgia dello Spirito.
Ma che cosa si intende per carattere sacro? Gli orientali parlerebbero di dimensione divina della liturgia. Ovvero di quella dimensione che non è lasciata all’arbitrio dell’uomo perché è dono che viene dall’alto. Si tratta, in altre parole, del mistero della salvezza in Cristo, consegnato alla Chiesa, perché lo renda disponibile in ogni tempo e in ogni luogo attraverso l’oggettività del rito liturgico-sacramentale. Una realtà, dunque, che ci supera, da accogliere in dono e dalla quale lasciarsi trasformare. Infatti, afferma il Concilio Vaticano II, “…ogni celebrazione liturgica, in quanto opera di Cristo sacerdote e del suo corpo, che è la Chiesa, è azione sacra per eccellenza…” (Sacrosanctum concilium, n. 7)

Ponendosi in questa prospettiva, non è difficile rendersi conto di quanto alcuni modi di fare siano distanti dall’autentico spirito della liturgia. A volte, in effetti, con il pretesto di una male intesa creatività si è arrivati e si arriva a stravolgere in vario modo la liturgia della Chiesa. In nome del principio di adattamento alle situazioni locali e ai bisogni della comunità ci si appropria del diritto di togliere, aggiungere e modificare il rito liturgico all’insegna della soggettività e dell’emotività. E in questo noi sacerdoti abbiamo una grande responsabilità.

Ecco, in proposito, quanto affermava il Card. Ratzinger già nel 2001: “C’è bisogno come minimo di una nuova consapevolezza liturgica che sottragga spazio alla tendenza a operare sulla liturgia come se fosse oggetto della nostra abilità manipolatoria. Siamo giunti al punto che dei gruppi liturgici imbastiscono da se stessi la liturgia domenicale. Il risultato è certamente il frutto dell’inventiva di un pugno di persone abili e capaci. Ma in questo modo viene meno il luogo in cui mi si fa incontro il totalmente Altro, in cui il sacro ci offre se stesso in dono; ciò in cui mi imbatto è solo l’abilità di un pugno di persone. E allora ci si accorge che non è quello che si sta cercando. E’ troppo poco e insieme qualcosa di diverso. La cosa più importante oggi è riacquistare il rispetto della liturgia e la consapevolezza della sua non manipolabilità. Reimparare a riconoscerla nel suo essere una creatura vivente che cresce e che ci è stata donata, per il cui tramite noi prendiamo parte alla liturgia celeste. Rinunciare a cercare in essa la propria autorealizzazione per vedervi invece un dono. Questa, credo è la prima cosa: sconfiggere la tentazione di un fare dispotico, che concepisce la liturgia come oggetto di proprietà dell’uomo, e risvegliare il senso interiore del sacro” (da “Dio e il mondo”, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo 2001).

Affermare, dunque, che la liturgia è sacra significa sottolineare il fatto che essa non vive delle invenzioni sporadiche e delle “trovate” sempre nuove di qualche singolo o di qualche gruppo. Essa non è un circolo chiuso in cui noi decidiamo di incontrarci, magari per farci coraggio a vicenda e sentirci protagonisti di una festa. La liturgia è convocazione da parte di Dio per stare alla sua presenza; è il venire di Dio a noi, il farsi trovare di Dio nel nostro mondo. ....Nella stupenda Enciclica “Mediator Dei”, che spesso viene citata nella “Sacrosanctum Concilium”, Pio XII definiva la liturgia come: “…il culto pubblico… il culto integrale del corpo mistico di Gesù Cristo, cioè del capo e delle sue membra”. Come a dire, tra l’altro, che nella liturgia la Chiesa riconosce “ufficialmente” se stessa, il suo mistero di unione sponsale con Cristo, e lì “ufficialmente” si manifesta. Con quale insana spensieratezza potremmo noi, dunque, arrogarci il diritto di alterare in modo soggettivo quei santi segni che il tempo ha vagliato e attraverso i quali la Chiesa parla di sé, della propria identità, della propria fede? 
C’è un diritto del popolo di Dio che non può mai essere disatteso. In virtù di tale diritto tutti devono poter accedere a ciò che non è semplicemente e poveramente frutto dell’opera umana, ma a ciò che è opera di Dio e, proprio per questo, sorgente di salvezza e di vita nuova.
Nelle comunità ecclesiali si dà forse per scontata la loro conoscenza e il loro giusto apprezzamento, ma spesso così non è. In realtà, sono testi in cui sono contenute ricchezze che custodiscono ed esprimono la fede e il cammino del Popolo di Dio lungo i due millenni della sua storia” .... Ascoltiamo direttamente Benedetto XVI, che così scrive nella prefazione al I volume della Sua Opera Omnia, dedicato alla liturgia: “L’idea che sacerdote e popolo nella preghiera dovrebbero guardarsi reciprocamente è nata solo nella cristianità moderna ed è completamente estranea in quella antica. Sacerdote e popolo certamente non pregano l’uno verso l’altro, ma verso l’unico Signore. Quindi guardano nella preghiera nella stessa direzione: o verso Oriente come simbolo cosmico per il Signore che viene, o, dove questo non è possibile, verso un’immagine di Cristo nell’abside, verso una croce, o semplicemente verso il cielo, come il Signore ha fatto nella preghiera sacerdotale la sera prima della Passione (Gv 17, 1). Intanto si sta facendo strada sempre di più, fortunatamente, la proposta da me fatta alla fine del capitolo in questione della mia opera [Introduzione allo spirito della liturgia, pp.70-80]: non procedere a nuove trasformazioni, ma porre semplicemente la croce al centro dell’altare, verso la quale possano guardare insieme sacerdote e fedeli, per lasciarsi guidare in tal modo verso il Signore, che tutti insieme preghiamo”.
...“Mio Signore e mio Dio”, ci hanno insegnato, da bambini, a dire al momento della consacrazione. In tal modo, prendendo a prestito l’esclamazione dell’apostolo Tommaso, siamo condotti ad adorare il Signore presente e vivo nelle specie eucaristiche, unendoci a Lui e riconoscendolo come il nostro Tutto. E da lì si può riprendere il cammino quotidiano, avendo ritrovato l’ordine esatto dell’esistenza, il criterio fondamentale alla luce del quale vivere e morire.

Ecco perché tutto, nell’azione liturgica, nel segno della nobiltà, della bellezza, dell’armonia deve condurre all’adorazione, all’unione con Dio: la musica, il canto, il silenzio, il modo di proclamare la Parola del Signore e il modo di pregare, la gestualità, le vesti liturgiche e le suppellettili sacre, così come anche l’edificio sacro nel suo complesso. Proprio in questa prospettiva è da considerare la decisione di Benedetto XVI che, a partire dal “Corpus Domini” del 2008, ha iniziato a distribuire la Santa Comunione ai fedeli, direttamente sulla lingua e in ginocchio. Con l’esempio di questo gesto, il Papa ci invita a rendere manifesto l’atteggiamento dell’adorazione davanti alla grandezza del mistero della presenza eucaristica del Signore. Atteggiamento di adorazione che dovrà ancor più essere custodito accostandosi alla SS. Eucaristia nelle altre forme oggi concesse.

Mi piace al riguardo citare ancora un brano dell’Esortazione Apostolica Postsinodale “Sacramentum caritatis”: “Mentre la riforma muoveva i primi passi, a volte l’intrinseco rapporto tra Santa Messa e l’adorazione del SS.mo Sacramento non fu abbastanza chiaramente percepito. Un’obiezione allora diffusa prendeva spunto, ad esempio, dal rilievo secondo cui il Pane eucaristico non ci sarebbe dato per essere contemplato, ma per essere mangiato. In realtà, alla luce dell’esperienza di preghiera della Chiesa, tale contrapposizione si rivelava priva di ogni fondamento. Già Agostino aveva detto: «Nessuno mangia questa carne senza prima adorarla; peccheremmo se non la adorassimo». Nell’Eucaristia, infatti, il Figlio di Dio ci viene incontro e desidera unirsi a noi; l’adorazione eucaristica non è che l’ovvio sviluppo della celebrazione eucaristica, la quale è in se stessa il più grande atto d’adorazione della Chiesa. Ricevere l’Eucaristia significa porsi in atteggiamento di adorazione verso Colui che riceviamo. Proprio così e soltanto così diventiamo una cosa sola con Lui e pregustiamo in anticipo, in qualche modo, la bellezza della liturgia celeste” (n.66).

Penso che, tra gli altri, non sia passato inosservato il seguente passaggio del testo appena letto: “(La Celebrazione eucaristica) è in se stessa il più grande atto di adorazione della Chiesa”. Grazie all’Eucaristia, afferma ancora Benedetto XVI, “ciò che era lo stare di fronte a Dio diventa ora, attraverso la partecipazione alla donazione di Gesù, partecipazione al suo corpo e al suo sangue, diventa unione” (Deus caritas est, n. 13). Per questo motivo tutto, nella liturgia, e in specie nella Liturgia Eucaristica, deve tendere all’adorazione, tutto nello svolgimento del rito deve aiutare a entrare dentro l’adorazione che la Chiesa fa del Suo Signore.

Considerare la liturgia come luogo dell’adorazione, dell’unione con Dio, non significa perdere di vista la dimensione comunitaria della celebrazione liturgica, né tanto meno dimenticare l’orizzonte della carità. Al contrario, soltanto da una rinnovata adorazione del mistero di Dio in Cristo, che prende forma nell’atto liturgico, potrà scaturire un’autentica comunione fraterna e una nuova storia di carità, secondo quella fantasia e quell’eroicità che solo la grazia di Dio può donare ai nostri poveri cuori. La vita dei santi ce lo ricorda e ce lo insegna. “L'unione con Cristo è allo stesso tempo unione con tutti gli altri ai quali Egli si dona. Io non posso avere Cristo solo per me; posso appartenergli soltanto in unione con tutti quelli che sono diventati o diventeranno suoi. La comunione mi tira fuori di me stesso verso di Lui, e così anche verso l'unità con tutti i cristiani” (Deus caritas est, n. 14)

.... non sempre vi è stata una comprensione corretta della “partecipazione attiva”, così come la Chiesa insegna ed esorta a viverla. Certo, si partecipa attivamente anche quando si compie, all’interno della celebrazione liturgica, il servizio che è proprio a ciascuno; si partecipa attivamente anche quando si ha una migliore comprensione della Parola di Dio ascoltata e della preghiera recitata; si partecipa attivamente anche quando si unisce la propria voce a quella degli altri nel canto corale… Tutto questo, però, non significherebbe partecipazione veramente attiva se non conducesse all’adorazione del mistero della salvezza in Cristo Gesù morto e risorto per noi: perché solo chi adora il mistero, accogliendolo nella propria vita, dimostra di aver compreso ciò che si sta celebrando e, dunque, di essere veramente partecipe della grazia dell’atto liturgico.

A riprova e sostegno di quanto si va affermando, ascoltiamo ancora il Card. Ratzinger in un brano del suo fondamentale volume “Introduzione allo spirito della liturgia”: “In che cosa consiste… questa partecipazione attiva? Che cosa bisogna fare? Purtroppo questa espressione è stata molto presto fraintesa e ridotta al suo significato esteriore, quello della necessità di un agire comune, quasi si trattasse di far entrare concretamente in azione il numero maggiore di persone possibile il più presto possibile. La parola partecipazione rinvia, però, a un’azione principale, a cui tutti devono avere parte. Se, dunque, si vuole scoprire di quale agire si tratta, si deve prima di tutto accertare quale sia questa ‘actio’ centrale, a cui devono avere parte tutti i membri della comunità. Con il termine actio riferito alla liturgia, si intende il canone eucaristico. La vera azione liturgica, il vero atto liturgico, è l’oratio. Questa oratio - la solenne preghiera eucaristica, il canone- è più che un discorso, è actio nel senso più alto del termine. In essa si fa presente Cristo stesso e tutta la sua opera di salvezza e per questo motivo, l’actio umana passa in secondo piano e lascia spazio all’actio divina, all’agire di Dio”.

Così, la vera azione che si realizza nella liturgia è l’azione di Dio stesso, la sua opera salvifica in Cristo a noi partecipata. Questa è, tra l’altro, la vera novità della liturgia cristiana rispetto a ogni altra azione cultuale: Dio stesso agisce e compie ciò che è essenziale, mentre l’uomo è chiamato ad aprirsi all’azione di Dio, al fine di rimanerne trasformato. Il punto essenziale della partecipazione attiva, di conseguenza, è che venga superata la differenza tra l’agire di Dio e il nostro agire, che possiamo diventare una cosa sola con Cristo. Ecco perché, per riaffermare quanto detto in precedenza, non è possibile partecipare senza adorare. Ascoltiamo ancora un brano della Sacrosanctum concilium: “Perciò la Chiesa si preoccupa vivamente che i fedeli non assistano come estranei o muti spettatori a questo mistero di fede, ma che, comprendendolo bene nei suoi riti e nelle sue preghiere, partecipino all’azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente; siano formati dalla parola di Dio; si nutrano alla mensa del corpo del Signore; rendano grazie a Dio; offrendo la vittima senza macchia, non soltanto per le mani del sacerdote, ma insieme con lui, imparino ad offrire se stessi, e di giorno in giorno, per la mediazione di Cristo, siano perfezionati nell’unità con Dio e tra di loro, di modo che Dio sia finalmente tutto in tutti” 

.....Siamo proprio sicuri che la promozione della partecipazione attiva consista nel rendere tutto il più possibile e subito comprensibile? Non sarà che l’ingresso nel mistero di Dio possa essere anche e, a volte, meglio accompagnato da ciò che tocca le ragioni del cuore? Non succede, in taluni casi, di dare uno spazio sproporzionato alla parola, piatta e banalizzata, dimenticando che alla liturgia appartengono parola e silenzio, canto e musica, immagini, simboli e gesti? E non appartengono, forse, a questo molteplice linguaggio che introduce al centro del mistero e, dunque alla vera partecipazione, anche la lingua latina, il canto gregoriano, la polifonia sacra?

Non c’è dubbio che in questo nuovo rinnovamento liturgico siamo proprio noi sacerdoti a ricoprire un ruolo determinante. Possa, con l’aiuto del Signore e di Maria Madre dei sacerdoti, l’ulteriore sviluppo della riforma essere anche il frutto del nostro amore sincero per la liturgia, nella fedeltà alla Chiesa e al Papa.

Mons. Guido Marini
Maestro delle Celebrazioni Liturgiche Pontificie

17 commenti:

mic ha detto...

La conferenza di mons. Marini sviluppa contenuti che molto ci confortano, perchè rispecchiano il nostro 'sensus fidei', che andiamo esprimendo ormai da lungo tempo, quando le voci 'fuori dal coro' rispetto alla cultura egemone ma certo non rispetto al Magistero Perenne della nostra Chiesa cattolica non erano cos' numerose e per Grazia di Dio in crescendo ...

Tuttavia, nel rinverdire la nostra speranza per una restaurazione (che non è un tornare indietro, ma un ritrovare le radici pur nelle dinamiche vitali dell'oggi della storia), ci coglie un briciolo di rammarico: tutte queste voci nonchè gli esempi e le esortazioni del nostro Papa vanno nella direzione di una indispensabile 'riforma della riforma'; ma finchè restano solo voci -per quanto autorevoli più delle nostre- e non si traducono in atti di governo, non potremo vedere nessun cambiamento significativo...

tanto più che i sincretisti neoprotestanti che conosciamo bene sono ben infiltrati e aggressivi quanto basta per continuare ad inquinare anche questa generazione...

Maranatha!

gianluca cruccas ha detto...

Come si possa ancora affermare che rottura dottrinale non c'e' stata e' assurdo, perche' si afferma che rottura non c'e' ma non si spiega dove c'e' ed eventualmente dove non ci sta', comunque rimane il fatto scandaloso che si parla di difesa della messa poi si scende a patti con una setta che distrugge la Messa e di conseguenza distrugge le coscenze.

...O si può forse affermare che la Sposa di Cristo sia entrata, in passato, in un tempo storico nel quale lo Spirito non l’abbia assistita, così che questo tempo debba essere quasi dimenticato e cancellato?

Assolutamente no infatti il Signore he salveto un resto che e' la Comunita' San Pio X, tutto il resto non viene di certo dallo Sirito Santo..


COLLOQUI TRA LA SANTA SEDE
E LA FRATERNITÀ SACERDOTALE SAN PIO X

Brani dell'omelia pronunciata da
S. Ecc. Mons. Alfonso de Galarreta

in occasione delle ordinazioni al seminario di La Reja (Argentina)

19 dicembre 2009

...È stata buona innanzi tutto perché questi contatti si sono mantenuti chiaramente sul piano dottrinale. Si tratta di una commissione che ha per obiettivo lo studio delle questioni dottrinali e che non ha lo scopo di prendere in considerazione, né teoricamente né praticamente, un qualsivoglia accordo di ordine puramente giuridico, puramente canonico, puramente pratico.
«Questa questione è totalmente esclusa.
«E questo è stato chiaramente precisato.
«Si tratta di una discussione unicamente ed esclusivamente posta sul piano dottrinale.
«In secondo luogo, si tratta di una discussione sul Concilio Vaticano II e il magistero postconciliare. Esattamente: il Concilio e il magistero postconciliare, il magistero postconciliare e il Concilio.
«Gli argomenti, i temi che tratteremo sono stati chiaramente stabiliti: sono quelli relativi a tutte le questioni, a tutti i temi che abbiamo criticato da quarant’anni, specialmente la libertà religiosa, le libertà moderne, la libertà di coscienza, la dignità della persona umana – come viene chiamata -, i diritti dell’uomo, il personalismo, l’ecumenismo, il dialogo interreligioso, l’inculturazione, la collegialità: questo egualitarismo, questo democraticismo e questa distruzione dell’autorità che sono state introdotte nella Chiesa; come anche tutte le nozioni di ecclesiologia che hanno completamente cambiato ciò che è la Chiesa: la questione dell’autocoscienza della Chiesa, la Chiesa comunione, la Chiesa sacramento, la Chiesa Popolo di Dio… tutte queste nuove nozioni sulla relazione tra la Chiesa e il mondo.
«Poi la questione della Messa, della nuova Messa, del nuovo Messale, della riforma liturgica… e altri temi ancora.
«Noi ci siamo messi d’accordo per condurre una discussione dottrinale su tutti questi temi. E ciò che è più importante – e che è stato stabilito in maniera molto chiara - è che l’unico criterio comune e possibile di queste discussioni è il Magistero anteriore; lo ripeto: l’unico criterio comune e possibile, l’unico criterio che accettiamo e che costituisce conditio sine qua non per queste discussioni è il Magistero anteriore al Concilio Vaticano II, il Magistero di sempre, la Tradizione...

gianluca cruccas ha detto...

continua...

...Se riconosce la parte di incertezza presente in ogni intrapresa umana, Mons. de Galarreta riafferma nettamente la doppia certezza della Fraternità San Pio X in questi colloqui.

...Vi do queste spiegazioni perché abbiate la tranquillità e l’assicurazione necessarie. Se queste circostanze che mi sembrano assolutamente certe cambiassero, allora valuteremo se questi colloqui, questi contatti dovranno proseguire o no. Noi conosciamo con chiarezza ciò che non siamo disposti ad accettare. Se non sappiamo perfettamente come potranno evolvere le cose, sappiamo invece molto bene ciò che non abbiamo intenzione di fare, in alcun modo: primariamente cedere sulla dottrina e secondariamente fare un accordo puramente pratico.
«A queste condizioni e con la loro disponibilità a mettere per la prima volta in discussione il Concilio – è la prima volta che ci danno la possibilità di presentare loro una critica dottrinale, profonda, fondata sul Magistero di sempre, è la prima volta! – è chiaro che dobbiamo farlo. Poi, sarà ciò che Dio vorrà!
«La prudenza ci mostra ciò che dobbiamo fare adesso, ma non chiaramente ciò che dovremo fare fra tre o sei mesi, perché le circostanze possono cambiare. Comunque sia, per noi è chiaro che la missione della Fraternità, prima di ogni altra cosa, anche prima di andare a Roma, è essenzialmente di dare testimonianza della fede. Noi dobbiamo continuare, salvaguardare, trasmettere, vivere il vero sacerdozio cattolico. Noi dobbiamo conservare, difendere, vivere, trasmettere il vero sacrificio della Messa...

mic ha detto...

Noi dobbiamo conservare, difendere, vivere, trasmettere il vero sacrificio della Messa...

vale anche per noi!

gianluca cruccas ha detto...

Ho pronunciato la parola “continuità”. E’ una parola cara all’attuale Pontefice, che ne ha ...fatto autorevolmente il criterio per l’unica interpretazione corretta della vita della Chiesa e, in specie, dei documenti conciliari, come anche dei propositi di riforma ad ogni livello in essi contenuti. E come potrebbe essere diversamente? Si può forse immaginare una Chiesa di prima e una Chiesa di poi, quasi che si sia prodotta una cesura nella storia del corpo ecclesiale?

Non e' solo un immaginazione e' un dato di fatto che una frattura e' avvenuta con la dottrina del concilio Vaticano II sull'Eucaristia.

Difatti:

breve esame critico del “Novus
Ordo Missae”
Presentato al Pontefice Paolo VI dai Cardinali Ottaviani e Bacci

...Oggi, non piú all'esterno, ma all'interno stesso della cattolicità l'esistenza di divisioni e scismi
è ufficialmente riconosciuta(30); l'unità della Chiesa è non piú soltanto minacciata ma già
tragicamente compromessa(31) e gli errori contro la fede s'impongono, piú che insinuarsi,
attraverso abusi ed aberrazioni liturgiche ugualmente riconosciute(32).
L'abbandono di una tradizione liturgica che fu per quattro secoli segno e pegno di unità di
culto (per sostituirla con un'altra, che non potrà non essere segno di divisione per le licenze
innumerevoli che implicitamente autorizza, e che pullula essa stessa di insinuazioni o di errori
palesi contro la purezza della fede cattolica) appare, volendo definirlo nel modo piú mite, un
incalcolabile errore.
Corpus Domini 1969

Quindi non ci sta' piu' da stupirsi se un eretico come Kiko abbia potuto piu' o meno liberamente inventarsi una liturgia che definire blasfema e' veramente riduttivo e anche questo e' un fatto ampiamente documentato.

Stefano78 ha detto...

Il Seme di senape è piccolo. E nella storia della Chiesa è sempre stato questo Seme a far germogliare potenti alberi pieni di frutti buoni. Il tempo di crescita di questo Seme, a cominciare dal Sacrificio del capostipite, Gesù Cristo Signore, che dall'albero della Croce ha effuso il Suo Sangue Benedetto per la Redenzione degli Uomini, è decisamente diverso da quello del "mondo".

La situazione odierna è oggettivamente e obiettivamente da un lato disastrosa, dall'altro con confortanti e grandiosi segni di ripresa. Là dove la Tradizione Viva riprende il suo cammino, vi prospera la Chiesa!

E questo, non si discute, per grandissimo merito del nostro amato Papa Benedetto!

I semi non possono cadere si terra arida o sui sassi. In questo modo semi buoni sono destinati a marcire, e le aspettative su essi sono vanificate.

Il saggio giardiniere prima di gettare semi, PREPARA IL CAMPO. Sceglie la terra fertile, cura per molto tempo la preparazione dell'orto. Irrora la terra e la cura con amore, facendo EMERGERE ciò che fa bene alla terra e ciò che invece va scartato.

Una volta creato il buon terreno, il giardiniere getta il seme. Il seme PICCOLO che non da solo, ma con le cure del giardiniere germoglierà e diverrà l'albero sotto cui tutti si riparano e si nutrono.

Io elevo a Dio e alla Madre Santa un ringraziamento, come altre volte ho fatto, anche per questo insegnamento splendido del Mons. Marini.

Giovanni Paolo II, ha fornito delle basi su cui si è iniziato ad arare. Benedetto XVI sta proseguendo l'opera, aggiungendo buona terra a quella preparata.

Guardando intorno, le notizie che rimbalzano nell'ecumene cattolico mostrano una baldanza e strafottenze nei confronti dei Primato di Pietro e dell'autorità divinamente costituita che mette i brividi. Le situazioni delle diocesi sono paurose, le anime coinvolte troppe.

E' troppo facile dire: "di chi è la colpa?". La "colpa" è di tutti. Perchè nessuno ne è escluso. Ovvio che le responsabilità si diversificano. Ma se un membro soffre, soffre tutto il corpo.

IL Santo Padre sta compiendo autentici miracoli, considerando l'indifferenza in cui è sprofodnato il Primato Petrino a cui PIU' NESSUNO CREDE. In una condizione del Genere, richiamare a gran voce interventi diretti è quantomeno sprovveduto! Che interventi diretti si possono mettere in atto nei confronti di chi IGNORA e SCHIFA il primato di Pietro? E come gestire la vastità della diffusione di questa ignoranza? Non è semplice. Scomunicare 3/4 dell'ecumene? E poi?

I fedeli si trovano in una situazione delicatissima, perchè sono (de)formati in un certo modo spiritoconciliarista.
Il saggio giardiniere, prima di tutto, cerca di fare il terreno buono, per far rendere le piante nell'insieme. Chi può arare prima del tempo?

Questo è il tempo della preparazione. E lodiamo Dio che oggi vi siano Istituti Religiosi, gruppi, Parrocchie, Chiese, Santuari, e soprattutto San Pietro, dove la sacra Tradizione ha ripreso il suo corso!

Dovremmo sostenere con tutti noi stessi, senza risparmiarci, l'Operato e il METODO del Santo Padre! Comprendendo l'immensità del sacrificio a cui è chiamato!

mic ha detto...

riporto, proprio perchè in tema, parte di un post dal thread precedente:

la Messa Celebrata nel cammino è il Rito Romano secondo la forma ordinarai approvata dalla Chiesa Cattolica Romana, non mi risulta che l'Anafora sia pronunciata dai fedeli, non mi risulta che i fedeli leggano il Vangelo.

se davvero il vostro rito fosse il NO, non staremmo qui a parlarne da anni, esso non sarebbe parcellizzato per ogni comunità, non conterrebbe tutte le innovazioni (che si chiamano abusi liturgici, solo parzialmente indultati) introdotte dal vostro iniziatore

quanto all'anafora, posto un testo della preghiera eucarustica II, NOTORIAMENTE LA PIU' GETTONATA NEL RITO NC, musicato da kiko, fattomi pervenire da un neocat, con l'indicazione che esso veniva cantato da tutti (se non ricordo male nei vecchi thread c'è un'analoga testimonianza di Seby)

PREGHIERA EUCARISTICA II.(1)

Barrè al II tasto
...............

La- Sol
P. Per questo mistero di salvezza
La-
uniti agli angeli e ai santi
Sol La-
cantiamo a una sola voce la tua gloria

(Proseguire col "SANTO"
del tempo liturgico)

P. (Recitando): Padre veramente santo
fonte di ogni santità
santifica questI doni
con l'effusione del tuo Spirito,
perché diventino per noi
il corpo e il sangue di Gesù Cristo
nostro Signore.

Re-
P. (Cantando): Egli offrendosi liberamente

alla sua passione, prese il pane,

elevando gli occhi a te, Padre, Padre,
Fa Sol-
ti rese grazie, lo spezzò,
Re-
lo diede ai suoi discepoli e disse:
La7
PRENDETE E MANGIATENE TUTTI:
Re-
QUESTO È IL MIO CORPO
La7 Re-
OFFERTO IN SACRIFICIO PER VOI.
Re-
Dopo la cena, allo stesso modo,

prese il calice del vino,

elevando gli occhi a te, Padre, Padre
Fa
ti rese grazie,
Sol-
lo diede ai suoi discepoli e disse:
Re-
PRENDETE E BEVETENE TUTTI:
La7
QUESTO È IL CALICE DEL MIO SANGUE
Re-
PER LA NUOVA ED ETERNA ALLEANZA,
La7
VERSATO PER VOI E PER TUTTI
Re-
IN REMISSIONE DEI PECCATI.
La7 Re-
FATE QUESTO IN MEMORIA DI ME.
Sol-
Questo è il sacramento
La7
della nostra fede!


Re-
A. ANNUNCIAMO LA TUA MORTE, SIGNORE,
Sol-
PROCLAMIAMO LA TUA RISURREZIONE.
La7 Sol- La7
MARANATHÀ! MARANATHÀ! MARANATHÀ!
(ma se il Signore si è appena fatto presente, che c'entra qui Maranathà)

Re-
C. Maranathà!

.......

*****************************
Lo riporto fedelmente come e' nel libro dei canti
P= presbitero
A= assemblea
Questa e' la piu' cantrata. Da notare che molti parti che canta anche l'assemblea non si possono di fatto fare, in quanto sono riservate al presidente che celebra.
Da questo canto non si capisce se e' sacrificio o banchetto per il CNC, ma comunque in tutte le catechesi, a cominciare da quella iniziale, si marca molto sul banchetto escatologico e nulla sul sacrificio eucaristico

... non faccio commenti, credo siano inutili!

Stefano78 ha detto...

Dall'articolo:

" Intanto si sta facendo strada sempre di più, fortunatamente, la proposta da me fatta alla fine del capitolo in questione della mia opera [Introduzione allo spirito della liturgia, pp.70-80]: non procedere a nuove trasformazioni, ma porre semplicemente la croce al centro dell’altare, verso la quale possano guardare insieme sacerdote e fedeli, per lasciarsi guidare in tal modo verso il Signore, che tutti insieme preghiamo”.


Secondo me, il fatto fondamentale dell'Orientamento nella Preghiera si può risolvere, senza modificare granchè come giustamente dice il Papa, ma mettendo Prete e Fedeli nello stesso orientamento Liturgico.

Ovvero: il Prete E i fedeli Rivolti ad Oriente/Croce.

Star di fronte è inutile. Anche se la Croce è nel mezzo, l'armonia dell'Azione Liturgica vorrebbe che essa fosse guardata da tutti INSIEME, nello stesso Verso.

Nel modo attuale (quello della riforma della riforma) il Prete Guarda il Crocifisso mentre i fedeli la Croce nella parte senza Crocifisso.

Stefano78 ha detto...

Ecco un esempio:

Campocavallo

L'altare post-conciliare, staccato dalla parete, non ha subito ulteriori cambiamenti, ma "semplicemente" è stato adornato della Croce come si comnviene. E tutti, prete e Fedeli, guardano al Crocifisso.

Sarebbe bello che tutte le Parrocchie e le Chiese avessero nuovamente Altari. Non tavoli.

Ma ogni cosa a suo tempo

Stefano78 ha detto...

Queste le parole di Sua Eminenza il Card Castrillon Hoyos, nella solennità dell'Epifania, a Campocavallo:

"I nemici più o meno manifesti di Gesù pare che vogliono fare del mondo come un'immensa corte di Erode, impegnati a scorgere una qualsiasi traccia di vita cristiana per distruggerla radicalmente. A somiglianza del loro modello, dapprima sono ipocriti, poi spietati. Infatti inizialmente si mostrano nostri amici volendo far credere che essi tengono al decoro della vita cristiana e per ciò la voglipono sfrondata da ogni cosa che la deformi; poi si manifestano a viso aperto affermando che il cristianesimo soffoca l'autodterminazione dell'individuo e per ciò lo combattono senza quartiere fino a pretendere che non si costruiscano i Presepi o siano divelti i Crocifissi da sempre parte integrante della storia e della cultura dei popoli cristiani.
La stessa sacra liturgia, e specialmente l'antico Rito Gregoriano, diventano un bersaglio preferenziale dei nuovi farisei che non hanno una concezione corretta della Chiesa fondata sulla solida roccia di Pietro"

gianluca cruccas ha detto...

Scrive un Sacerdote su mesainlatino:

don S.

Sono uno dei tre sacerdoti che nella mia diocesi celebra anche il rito antico; il mio vescovo pur non entusiasta non mi ha fatto storie, e pur chiamandomi amichevolmente "sporco tradizionalista" mi ha sempre difeso dai feroci attacchi dei miei cofratelli.

Col mio vescovo non ho mai parlato di questioni tradizionali e da lui ho solo sentito queste parole, riguardo alla messa antica: "sai che sono contrario, ma è un tuo diritto celebrarla". In due anni di motu propio non m'ha detto una sillaba di più.
Stamattina ho concelebrato con lui la messa che celebra tutti i giorni in cattedrale; di solito c'è qualche fedele e qualche altro prete. Stamattina eravamo solo io e lui. Ho approfittato della solitudine per accennare ai fatti di Thiberville. Stava togliendosi i paramenti, si è girato, mi ha guardato, e stringendo forte la stola che teneva in mano mi ha detto guardandomi negli occhi: voi tradizionalisti avete dalla vostra parte tutti papi, tutti i vescovi, tutti i preti e tutti i fedeli di ieri, avete dalla vostra parte tutta la chiesa di ieri, e avrete dalla vostra parte tutta la chiesa di domani. Poi s'è girato per continuare a deporre i paramenti ed ha proseguito: noi progressisti invece abbiamo dalla nostra parte solo noi stessi, le nostre idee, i nostri atti.
Abbiamo commesso l'errore di voler sostituire a una Chiesa, da riformare, certo, ma pur sempre edificata dallo Spirito, una chiesa costruita da noi stessi.

E mi è venuto in mente il titolo di un sinodo diocesano italiano: "quale chiesa costruire?".

Un brivido mi ha percorso la schiena; il mio vescovo mentre mi parlava era tremendamente serio, evidentemente scosso in volto, turbato, come mai lo avevo visto.

Testimonianza veramente interessante

mic ha detto...

Abbiamo commesso l'errore di voler sostituire a una Chiesa, da riformare, certo, ma pur sempre edificata dallo Spirito, una chiesa costruita da noi stessi.

interessante davvero, perchè dà la misura della realtà della crisi e delle sue cause, nella presa di coscienza della cosiddetta chiesa post-conciliare...

Se questa costruzione incentrata sull'uomo (frutto della Gaudium et Spes) vale per ambiti estesi della chiesa, figuriamoci per il cammino nc, in cui tutto parte dall'arbitrio e dalla nuova teoloogia e 'nuova estetica' degli iniziatori!!!!!!!!!

jonathan ha detto...

il Signore ha salvato un resto che e' la Comunita' San Pio X, tutto il resto non viene di certo dallo Sirito Santo..

Bè, speriamo di esserci anche noi in quel ‘resto’ salvato e redento e perdonato! Intendo noi, tutti, chiunque voglia seguire il Signore e solo Lui, nella Sua Chiesa.

E speriamo che non tardi troppo il giorno in cui questa specie di disordinata diaspora si ricomponga e di nuovo come un tempo si torni ad essere un cuor solo e un’anima sola. E di nuovo si possa celebrare il Mistero di Cristo e magnificarLo, in ogni angolo di mondo, a Roma e a Gerusalemme, a Pechino e in Papuasia, tutti allo stesso modo, con la stessa lingua, con gli stessi gesti e parole e silenzi e attese e speranze. Perché nessuno più abbia a sentirsi straniero in casa sua, ma tutti figli, nel Figlio, nel Figlio Amato, l’Amato, il Prediletto nel quale il Padre si compiace. E’ questo compiacersi di Dio nella Sua Chiesa che ‘costringe’ all’unità in Cristo, alla fedeltà a Lui, ancor più severa e rigorosa, senza togliere o aggiungere neppure uno iota.

Che venga presto quel giorno. E nell’attesa, non si può che ‘zappettare’ anche noi il terreno camminando i Suoi passi.

P.S.- Com'è la versione latina di "Tu sei il mio Figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto"? La traduzione nuova recita "Tu sei mio figlio, l'amato, in te ho posto il mio compiacimento", e non mi suona tanto bene...

Stefano78 ha detto...

P.S.- Com'è la versione latina di "Tu sei il mio Figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto"? La traduzione nuova recita "Tu sei mio figlio, l'amato, in te ho posto il mio compiacimento", e non mi suona tanto bene...

“ Tu es Filius meus dilectus; in te complacui mihi ”. (Luc. 3,21-22).

mic ha detto...

Che venga presto quel giorno. E nell’attesa, non si può che ‘zappettare’ anche noi il terreno camminando i Suoi passi.

è proprio quello di cui gli chiediamo continuamente di renderci capaci: seguire i suoi passi senza deviare mai!

mic ha detto...

Com'è la versione latina di "Tu sei il mio Figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto"? La traduzione nuova recita "Tu sei mio figlio, l'amato, in te ho posto il mio compiacimento", e non mi suona tanto bene...

grazie Jonathan, perchè ci dai l'opportunità di approfondire una cosa molto importante.

innanzitutto la nuova Traduzione ha molti punti che cambiano il senso della Scrittura e quindi ne vanificano l'efficacia, con il pretesto di renderla più accessibile al linguaggio corrente, ma di fatto diluendo o sovvertendo fondamentali verità della fede, allontanandosi quindi dalla Tradizione...

limitiamoci per ora a questa frase:

"ho posto il mio compiacimento" è ben diverso dal "mi compiaccio" che, nel testo ebraico della citazione data da Steph -ripresa da Isaia 42,1, che si riferisce al 'servo', mentre Luca esplicita Figlio- è: "nel quale la mia anima (si potrebbe dire anche Persona) si diletta", dove il verbo che esprime il compiacersi, esprime una coincidenza di volontà, una corrispondenza perfetta...

quel "mi compiaccio" potremmo anche tradurlo con "mi rispecchio", cioè in lui riconosco la mia autentica immagine... ed è evidente che è un qualcosa che già gli appartiene, di cui il Padre afferma di compiacersi, non è qualcosa di acquisito, come indurrebbe a ritenere quell' "ho posto il mio compiacimento.".. che può anche portare ancor più in là e far sostenere come molti erroneamente sostengono che è nel Battesimo che Gesù avrebbe ricevuto l'investitura di Messia, che invece gli appartiene fin dalla nascita, in quanto Figlio di Dio, il Verbo "che era presso Dio ed era Dio fin dal principio..." e che "si è fatto carne": Dio che si è fatto uomo... come dice il Prologo di Giovanni!

Nel Battesimo, il Signore ha voluto assoggettarsi in tutto e per tutto alla nostra natura peccatrice con un 'segno' forte, ricevendo il "lavacro di penitenza" -che lo accomuna a noi peccatori e bisognosi di tale lavacro prima di ricevere il Suo Spirito- senza che Egli abbia mai peccato ed è proprio in questo segno anche visibile di coinvolgimento, che Egli 'mostra' di proseguire fino al compimento finale, fino in fondo la volontà del Padre...

jonathan ha detto...

Grazie, Mic, è una meraviglia andare a cogliere questa ricchezza di significati. Ecco cosa dovrebbero fare le parrocchie il sabato sera! Mettere in luce la stupenda profondità della Scrittura per favorirne l'intelligenza. Questo sì aiuterebbe a rendere tutto il più possibile e subito comprensibile, altro che inventarsi fantasie liturgiche che nulla più hanno di sacro.