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lunedì 24 ottobre 2022

Fuentes del Carbonero: una nuova tappa alla riscoperta delle sacre origini del sacro Cammino

Nel libro "Note biografiche" di Aquilino Cayuela dedicate a Carmen Hernández, co-iniziatrice del Cammino neocatecumenale, a pagina 213, si parla di una prima convivenza della prima comunità delle Palomeras, borgo popolare di Madrid, dal 17 al 22 settembre 1965 «in un luogo abbandonato della provincia di Segovia, vicino al distretto di Carbonero el Mayor, dove c'è una chiesa in rovina, Nostra Signora dell'Assunzione, che Kiko, come San Francesco, aveva l'aspirazione di ricostruire.»

Nel marzo del 1967 Kiko e Carmen tornarono con i fratelli delle Palomeras alla chiesetta abbandonata per celebrare la Pasqua.

Nel 1969, ricorda don Francesco Cuppini nel libro "Intervista a Francesco Cuppini", erano di nuovo a Fuentes. 

«Celebrammo la Pasqua in Sagrestia. Con noi c'erano due seminaristi di Siviglia. Avevamo un braciere per scaldarci. A un certo punto qualcuno avvertì un malessere: la colpa era del braciere. Uscimmo immediatamente.  Rientrato per finire la celebrazione. In seguito dormimmo un po' alla meglio, sdraiati sulla predella in Sagrestia. In mattinata prendemmo il treno per Madrid.»

Infatti fra Madrid e Fuentes del Carbonero la distanza è di più di 90 chilometri.

In quello stesso luogo si celebreranno , negli anni successivi, alcune tra le prime convivenze di catechisti e di itineranti del Cammino.
 
Nel Cammino di Kiko rimase e si consolidò questa consuetudine di fare i ritiri spirituali "fuori sede"; ma, dopo l'esperienza  del braciere fumigante e della notte sulla predella della sacrestia, predilesse piuttosto gli alberghi in comode località  balneari.

Come nasce il legame particolare di Kiko Argüello con il rudere della chiesa intitolata alla Madonna dell'Ascensione del paesino abbandonato di Fuentes del Carbonaio, in provincia di  Segovia, nella comunità  autonoma di Castiglia e Leòn?
Il rapporto tra questa chiesa e il fondatore del Camino nasce in modo fortuito, in quanto  Kiko è venuto la prima volta a Fuentes su consiglio di una donna che lavorava come collaboratrice domestica e che veniva da Fuentes.
Ci chiediamo se fosse la stessa collaboratrice domestica che veniva picchiata dal marito alcolizzato che fu uno dei motivi per cui Kiko disse di aver cominciato sua missione nelle baracche del rione popolare delle Palomeras.

Passano gli anni, i decenni, il Cammino di Kiko diventa un movimento esteso e dalle grandi capacità  economiche, al punto tale da costruire un edificio in Israele, con vista sul lago di Genezareth, la Domus Galilaeae, una specie di lussuoso albergo e di sito religioso ove realizzare le grandiose idee "artistiche" del suo poliedrico iniziatore.

Ma, nonostante tutto, rimane l'idea fissa di mettere le mani sulla chiesetta di Fuentes, per 30 anni sotto la giurisdizione del comune limitrofo di Carbonero el Mayor che avrebbe dovuto restaurarla ma che non aveva reperito i fondi necessari.
 
Nel 2009 deve essere sopraggiunta all'orecchio di Kiko la notizia che l'immobile sarebbe stato ceduto dal Comune alla diocesi di Segovia: ed infatti eccolo a fare visita, con l'autorevole supporto di mons. Stanislaw Rylko, presidente del Pontificio Consiglio pro laicis e suo amico e sostenitore, al vescovo di Segovia, ufficialmente per "scambiarsi opinioni sui lavori di ristrutturazione delle parrocchie", in realtà molto probabilmente per sondare la possibilità di acquisire "quella" particolare struttura; ma evidentemente il vescovo non ha ritenuto fosse il caso di alienare a favore del potente spagnolo, pur con tutte le sue influenti amicizie in Vaticano, la chiesetta di Fuentes che era sotto la sua giurisdizione diocesana.
 
Il momento opportuno viene molto tempo dopo, nel 2020, quando finalmente il Cammino neocatecumenale riesce a farsi cedere dall'attuale vescovo la chiesetta di Fuentes con un comodato  di 99 anni per ristrutturarla e farla diventare un centro neocatecumenale.

Ed è  così  che, leggiamo sulla stampa locale: «con l'emozione visibile in molte persone, tra cui gli ex residenti di Fuentes, nucleo ormai spopolato di Carbonero el Mayor, questo giovedì (13 ottobre 2022) dopo 57 anni, la campana ha suonato di nuovo –sebbene presa in prestito– nella chiesa di Nostra Signora di l'Assunta, restaurata dal Movimento Neocatecumenale con un budget globale di 492.000 euro, da donazioni.

Per questa organizzazione cattolica, i cui membri sono conosciuti come 'kikos', dal nome del suo iniziatore Kiko Argüello, insieme a Carmen Hernández – la cui candidatura sarà aperta il 4 dicembre all'Università Francisco de Vitoria –, questo tempio è l'unico testimonianza fisica dei suoi inizi perché entrambi vi celebrarono la prima Veglia pasquale, nel 1968, con altri 'fratelli' delle baraccopoli di Palomeras, oggi zona urbanizzata di Madrid (...)

Oltre al suo valore spirituale, come luogo di pellegrinaggio, dovrebbe essere un punto di interesse turistico, poiché, solo questa estate, ancora in costruzione, la chiesa è stata visitata da circa 5.500 persone, provenienti da paesi latinoamericani ed europei , come Brasile, Colombia, Costa Rica, Francia, Italia o Spagna, secondo il membro del Cammino di Segovia, Miguel Ángel Conde, che sottolinea che nella zona ci sono ristoranti che hanno menu speciali per i pellegrini. Predice inoltre che, il prossimo anno, in concomitanza con la Giornata Mondiale della Gioventù (Gmg) a Lisbona, "migliaia e migliaia di persone" parteciperanno

Su questo aspetto, il presidente del Consiglio provinciale, Miguel Ángel de Vicente, ha ritenuto che "sarà un polo di attrazione verso la provincia, questi movimenti provocano un'adesione fortissima dei suoi fedeli e grande mobilità».

È evidente come la chiesetta restaurata secondo la nueva estetica neocatecumenale, con le sedie di metacrilato trasparente, i tappeti, l'enorme tavolone posto dell'altare e l'immancabile Madonna di Kiko nella navata destra, è  già diventata una delle mete dei pellegrinaggi neocatecumenali "alla riscoperta delle sacre origini del sacro Cammino".

Sono queste le uniche prospettive di sviluppo turistico della chiesetta dedicata alla Madonna dell'Assunzione (un dogma che a Kiko non va né  su né  giù): l'essere visitata nell'ambito dei pellegrinaggi neocatecumenali con tappe obbligatorie a Madrid, presso la cameretta "degli orrori" di Kiko in cui dice di aver visto la Madonna, il mausoleo di Carmen nel giardino del Seminario RM, e forse il Museo delle opere di Kiko Argüello, di prossima apertura.

Sappiamo che, il 12 ottobre 2022, nel corso della cerimonia di inaugurazione  della chiesetta dove furono celebrate le prime liturgie atipiche volute dai due riformatori Carmen e Kiko, il responsabile dell'equipe del Cammino Neocatecumenale per il nordest della Spagna, «ha letto un messaggio di Argüello, che non ha potuto partecipare per malattia.
Argüello ha affermato nella lettera che "il Signore si è servito di me e di Carmen per il rinnovamento della Chiesa nata sulla scia del Vaticano II".»

La solita neocatecumenalizzazione

Ecco in sintesi ciò che vogliono far credere: che i due laici spagnoli abbiano in qualche modo rinnovato la Chiesa. Per loro il rinnovamento passa attraverso la mistificazione, come per la antica chiesetta di Fuentes del Carbonaio: una mano di bianco, sedie trasparenti, magari una bella moquette blu e le "opere" di Kiko.

Non così per San Francesco, inopinatamente tirato in ballo come fosse un antecedente del più  celebre e versatile Francisco Kiko Gomez Argüello Wirtz.

Leggiamo infatti un brano della Leggenda dei tre compagni (VI-VII-VIII):


Francesco ripara la sua Chiesa:
Kiko la trasforma in un suo museo
 «Mentre passava vicino alla chiesa di San Damiano, fu ispirato a entrarvi. Andatoci prese a fare orazione fervidamente davanti all’immagine del Crocifisso, che gli parlò con commovente bontà: “Francesco, non vedi che la mia casa sta crollando? Va’ dunque e restauramela”. Tremante e stupefatto, il giovane rispose: “Lo farò volentieri, Signore”. Egli aveva però frainteso: pensava si trattasse di quella chiesa che, per la sua antichità, minacciava prossima rovina. Per quelle parole del Cristo egli si fece immensamente lieto e raggiante; sentì nell’anima ch’era stato veramente il Crocifisso a rivolgergli il messaggio.
Uscito dalla chiesa, trovò il sacerdote seduto lì accanto, e mettendo mano alla borsa, gli offrì del denaro dicendo: “Messere, ti prego di comprare l’olio per fare ardere una lampada dinanzi a quel Crocifisso. Finiti questi soldi, te ne porterò degli altri, secondo il bisogno”.
In seguito a questa visione, il suo cuore si struggeva, come ferito, al ricordo della passione del Signore. Finché visse ebbe sempre nel cuore le stigmate di Gesù il che si manifestò mirabilmente più tardi, quando le piaghe del Crocifisso si riprodussero in modo visibile nel suo corpo…
Gioioso per la visione e le parole del Crocifisso, Francesco si alzò, si fece il segno della croce, poi, salito a cavallo, andò alla città di Foligno portando un pacco di stoffe di diversi colori. Qui vendette cavallo e merce e tornò subito a San Damiano.
Ritrovò qui il prete, che era molto povero, e dopo avergli baciato le mani con fede e devozione, gli consegnò il denaro… (qui la Leggenda racconta che, in un primo momento, il prete rifiutò di credergli e solo poi cominciò a fidarsi, cominciando infine a cucinare per Francesco che voleva solo fare penitenza).
Di ritorno alla chiesa di San Damiano, tutto felice e fervente, si confezionò un abito da eremita e confortò il prete di quella chiesa con le stesse parole d’incoraggiamento rivolte a lui dal vescovo. Indi, rientrando in città, incominciò ad attraversare piazze e strade, elevando lodi al Signore con l’anima inebriata. Come finiva le lodi, si dava da fare per ottenere le pietre necessarie al restauro della chiesa. Diceva: “Chi mi dà una pietra, avrà una ricompensa; chi due pietre, due ricompense; chi tre, altrettante ricompense!”…
C’erano anche altre persone ad aiutarlo nei restauri. Francesco, luminoso di gioia, diceva a voce alta, in francese, ai vicini e a quanti transitavano di là: “Venite, aiutatemi in questi lavori! Sappiate che qui sorgerà un monastero di signore, e per la fama della loro santa vita, sarà glorificato in tutta la chiesa il nostro Padre celeste”.
Era animato da spirito profetico, e preannunciò quello che sarebbe accaduto in realtà. Fu appunto nel sacro luogo di San Damiano che prese felicemente avvio, ad iniziativa di Francesco, a circa sei anni dalla sua conversione, l’Ordine glorioso e ammirabile delle povere donne e sacre vergini.»

mercoledì 8 dicembre 2021

San Francesco ripara la Casa di Dio. Kiko la frantuma nelle sue "piccole comunità..."

 

Cimabue, San Francesco 1280 ca.
Assisi, Basilica inferiore di San Francesco.
- Vi era un giovane ricco, italiano, rampollo di una famiglia benestante, valoroso cavaliere dell'esercito di Assisi. Egli era San Francesco d'Assisi! 

Ebbene, questo giovane ricco dall'animo nobile (che sulle labbra miserabili di Kiko divenne "il superbo") dedicò la sua vita al servizio della Chiesa e dei poveri imitando, in tutto ciò che poté, Colui che era nato povero tra i poveri 1200 anni prima in Giudea. Povertà fu la sua regola, obbedienza il suo metodo. 

Eppure ecco come ebbe l'ardire di descriverlo Kiko:  

"Sta là San Francesco d’Assisi prendendosi un caffettino e gli diciamo (questo lo sappiamo perché sta nella vita di tutti i santi): "Tu sei un superbo!" Sapete la risposta di San Francesco? Come risponderà San Francesco? "Hai visto benissimo. Guarda e non hai visto del tutto bene, di più, di più ecc…". Allora possiamo domandarci: San Francesco sta mentendo? Allora San Francesco non è un santo o sta dicendo la verità? Allora è un superbo. Sì. È un superbo. Ma, allora, come fa San Francesco ad essere santo? Ha scoperto una cosa immensa: Dio è capace d’amare un superbo come lui e questo gli basta per ritornare a Lui."

Kiko illustra la santità facendo leva sulla superbia.

(NB Il superbo è colui che prende le sembianze di satana, il quale non accoglie Dio e si mette al posto di Dio. Quello è un superbo).

Francesco, sposo innamorato
di Madonna Povertà
- Vi era un giovane ricco, spagnolo, figlio di genitori agiati che, scandalizzato da una Chiesa a suo dire incapace di aderire al Vangelo e di annunciarLo mantenendo intatta la sua essenza - secondo il suo criterio adultero -, decise di inventarsi un'apparizione divina come principio di un proponimento atto a trasfigurare la Chiesa Cattolica. Egli era Kiko Argüello, che tra mille altri capricci si rifugiò in una baraccopoli per accalappiare i primi adepti e ottenere la realizzazione di un progetto che soddisfacesse la sua sete di potere e denaro. Un giovane oramai vecchio che decise di subentrare nella Chiesa per lederla; sfruttarla e criticarla; sovvertirLa insinuandosi sempre di più in Essa; dividerLa al suo interno separando i fedeli ed edificando dei seminari ove i seminaristi non ricevono più una preparazione culturale, spirituale, umana e apostolica o pastorale, ma vengono votati allo studio delle mistificazioni kikiane che si ramificano in ogni materia. Seminaristi che, ahimè, si ritrovano ad allontanarsi dal Papa e dalla Tradizione.

Francesco sorregge la Chiesa
Kiko non ha mai adempiuto ciò che predica: non ha mai svolto la decima, bensì la riceve da sempre; non ha mai compiuto il cammino né ha formato una famiglia o ha ricevuto una vocazione sacerdotale (ricordiamo che egli costringe - letteralmente costringe - molti giovani ad alzarsi per aderire a chiamate mai ricevute).

Il primo, San Francesco, servì il progetto di Dio, mentre il secondo scelse di seguire il proprio progetto senza arrancare mai. Attualmente persevera nel male senza la minima titubanza.

San Francesco d'Assisi incarnò ciò che predicava agendo sempre in obbedienza alla Chiesa Madre, servendo i poveri con la semplicità e la purezza d'origine evangelica che accomuna tutti i Santi. Kiko, invece, con strabiliante abilità ha usato la Chiesa conducendo fuori da Essa i cristiani che si imbrigliano nella sua trappola.

L’intera missione francescana nasce dalla Madonna. Per ben comprendere leggiamo cosa scrisse uno dei biografi di San Francesco, Tommaso da Celano: "Il cuore di Francesco ardeva di fervente devozione e di singolare amore per la Madre celeste. In lei, dopo Gesù, era tutta la sua confidenza".

In uno dei suoi scritti San Francesco d'Assisi espresse dei versi che rispondono di tutta la sua devozione alla Vergine Santissima:

"Ave Signora, santa Regina, santa genitrice di Dio, Maria, che sei vergine fatta Chiesa (...) tu in cui fu ed è ogni pienezza di grazia e ogni bene. Ave suo palazzo, ave, suo tabernacolo, ave, sua casa, ave, suo vestimento, ave, sua ancella, ave, sua Madre. (...)".

E’ interessante soffermarsi su come San Francesco saluti la Vergine, con quella preghiera “Ave suo palazzo./ ave, suo tabernacolo,/ ave, sua casa./Ave, suo vestimento…”. Dunque, Francesco quando parla di Maria, parla della Chiesa. Infatti, non a caso, per riferirsi a Lei, riprende gli argomenti della consacrazione della Chiesa. Maria è, dunque per San Francesco, la Chiesa. E’ importante sottolinearlo. Maria è il luogo dove è presente il Figlio di Dio. 

La devozione mariana non è soltanto un elemento costante della vita della Chiesa nei suoi duemila anni di storia; essa può essere a buon diritto considerata come un punto di osservazione profondo e interiore dello spirito ecclesiale. Maria, infatti, è l’immagine e il modello della Chiesa. Badate bene, della Chiesa e non del cammino, che si contraddistinguono come due realtà vividamente disuguali.

Kiko ha intrapreso una strada che discosta dalla Madre.

Il fulcro del cammino corrisponde ad un percorso che tradisce la santità in virtù di uno stile di vita peccaminoso, questo distoglie d'impeto dal tenere gli occhi fissi al cielo. 

Nelle catechesi di Kiko la superbia fa da padrona, basta pensare ai numerosi "io io io" che Argüello ripete all' inverosimile e a quell' umiltà che kiko ha mistificato rendendola squallida. 

L' "umiltà" neocatecumenale pretende che il peccato prevalga!

Per questo Kiko non sopporta Maria, poiché Ella è l'opposto delle sue aspirazioni. La Vergine è modello di gioia, proprio perché lo è pure di umiltà: "L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore; perché ha guardato l’umiltà della sua serva".

San Francesco dona il suo mantello
a un povero.
E mentre il giovane ricco che si spogliò dei suoi averi riformò la Chiesa ad iniziare dalla propria vita, il giovane ricco stagionato, oggi ancor più benestante di ieri, pretende di venir riconosciuto "Santo" a suon di inganni e soldoni. Ciò senza abbandonare i suoi vizi che mostra in segno di sfida anche in diretta streaming. Mi riferisco alla recente presentazione della biografia di Carmen, la quale si è tradotta in un'inutile sceneggiata segnata dai penosi tentativi dei protagonisti di dar valore ad una personalità rozza dalle maniere villane come quella della Hernández, culminata con l'atto grezzo di Kiko che si accende una sigaretta fumandola non con discrezione, ma piuttosto con un'avidità da far paura! Colpa della tracotanza che ha investito tutti i maggiori del movimento

Si, poiché un simile gesto palesato in un'occasione di tale portata (anche se alla fin fine si è trattato di uno stupido spettacolino senza capo né coda - se non quelli del demone della menzogna -) è un chiaro segno di presunzione e sfrontatezza. Ora, essendo che le virtù allontanano i vizi, questo gesto è una concretizzazione del nucleo della sua dottrina: "la trasgressione è indispensabile".

San Francesco, come tutti i Santi, consegna tra le mani dei fedeli il Santo Rosario rimandando sempre a Gesù Cristo, invitando ogni uomo ad entrare in chiesa per nutrire l'anima.

Kiko, invece, ha bandito la libertà e la bellezza del santo Rosario compiendo un'opera immorale che distanzia dalla Chiesa Cattolica: "se la Chiesa non ci consentirà di fare quello che vogliamo ce ne andremo a celebrare nelle case!" (Kiko!)

martedì 4 settembre 2018

Miseria e nobiltà neocatecumenale

Sulla concezione di povertà e di rapporto che un cristiano deve avere con il danaro e, più in generale, con successo e fallimento nella propria esistenza, vi proponiamo due diverse testimonianze, la prima di un non neocatecumenale ma con la moglie in cammino, la seconda di una coppia di neocatecumenali; per comprendere i fattori comuni delle due esperienze, riporteremo alcuni brani delle catechesi di Kiko Argüello e Carmen Hernàndez, con un nostro commento finale che stimoli riflessioni e commenti.
"Mi sono sposato con una donna neocatecumenale che praticava il cammino da 20 anni. Lei mi diceva che era la chiesa, vabbé… lei ha sempre dato la decima, il dieci per cento del suo stipendio. Quando ci siamo sposati non ha potuto lavorare più e col mio stipendio è un anno che non riusciamo a stare all’interno dello stipendio, cioè per varie necessità siamo costretti a spendere circa 300 euro in più dello stipendio (non so quanto riusciremo a resistere) . Comunque lei, sapendo le nostre difficoltà mi ha chiesto di dare la decima, non al cammino neocatecumenale, MA A DIO, dice lei. A causa di quella setta ormai siamo costretti a separarci perché lei preferisce la loro amicizia che il marito. Vi dico solo una cosa, state attenti a questa setta, chiedono soldi facendo credere che vadano a Dio (certo, Dio ha bisogno di soldi) e preferiscono far dividere le famiglie ma non rinunciare ai soldi." (zingaro, 21 novembre 2016)
Seconda testimonianza:
Espressioni significative di papa Francesco
per il 50esimo del Cammino a Tor Vergata
"Ricevi la mia famiglia e se puoi dacci una mano per il lavoro: siamo neocatecumenali, i figli sono una ricchezza"
Professore precario, 44 anni e dieci figli. Racconta così la sua famiglia il prof precario che lancia un appello a Papa Francesco:
«Mia moglie ha 41 anni, la figlia più grande ne ha 15, le ultime tre ne hanno 5, nate con un parto trigemellare. Siamo neocatecumenali, riteniamo che i figli siano una benedizione. (…)
Ci siamo trasferiti quando ho avuto una supplenza in Abruzzo per sostituzione di maternità e al momento stiamo ancora qui. Con noi sono venuti i quattro nonni che ci danno una mano sia dal punto di vista logistico che economico, altrimenti non potremmo mai farcela»
«Siamo fedeli di Francesco, entusiasti di quello che fa e di come parla. È a lui che lanciamo un appello, fosse solo per riceverci. Vorrei che baciasse i nostri figli. Se poi potesse aiutarmi a trovare un lavoro non precario per sostenere la mia numerosa famiglia, sarei l’uomo più felice» (16 febbraio 2018 - La Nazione.it)
Sono due delle tante voci di cui è invaso il web. Sembrano essere diversissime ed avere una sola cosa in comune, cioè il fatto che i loro protagonisti siano neocatecumenali.

A ben vedere però c'è qualcosa in più che le accomuna, e cioè il fatto che in entrambi i casi ci sia un rapporto un po' particolare e, sembrerebbe, irresponsabile, con il danaro e con la sicurezza quindi economica personale e della famiglia.

Nel primo caso una moglie neocatecumenale vuole dare la decima anche in una difficilissima congiuntura, togliendo risorse ad un bilancio familiare già in forte passivo, arrivando persino alla crisi coniugale ed alla separazione; nel secondo  caso una coppia, che si auto dichiara del cammino, si carica di figli nonostante il lavoro aleatorio del marito, e senza preoccuparsi del fatto che le due coppie di nonni li debbano mantenere e addirittura trasferirsi per aiutarli con i bambini, chiedono al papa Francesco un lavoro "sicuro" per il capofamiglia.

Queste due storie hanno una radice ed una causa comune: il cammino neocatecumenale così come voluto dal suo fondatore, Kiko Argüello.

Per capire quindi il perché di queste e di tante altre vicende che hanno come minimo comune denominatore il cammino neocatecumenale, leggiamo un ritratto del suo ideatore così come tratteggiato su Facebook da un fan sfegatato:
Kiko Argüello c'è modo e modo di leggerlo.
Quello di tutti quelli che gli stanno intorno e che sono giustamente preoccupati di continuare la sua opera. Di non deviare a destra e a sinistra. Di tracciare una strada per il carisma. Perché un carisma ha bisogno di una strada. E allora di qui a cascata tutti gli incarichi e i responsabili e tutti quelli che fanno in modo che non si improvvisi, non si defletta. Poi c'è lui. Attorniato dai molti. Spinto da destra a sinistra, di fianco, sopra e sotto. Lui, con una libertà interiore immensa. Lui che il carisma ha scelto per depositarsi. Per indicare una strada su cui un milione si è messo in cammino.
Cosa ci ha insegnato a tutti Kiko Argüello? La mostruosa libertà interiore, pur di fronte a gerarchi che tali sono anche se sono ecclesiatici. La libertà di farsi crocifiggere, di farsi umiliare e di accettare di essere crocifisso e umiliato.
La libertà di girare con un eskimo e un cappuccio calato in testa per non farsi riconoscere dai suoi fedeli ed esserne esaltato.
La libertà di interpretare francescanamente la povertà.
Povertà non è avere pezze al culo. Povertà non è vivere in una catapecchia piuttosto che in un albergo a cinque stelle con piscina idromassaggio. Povertà vera e libertà vera è vivere, senza soldi, sia qui che lì, come la Provvidenza ti manda a vivere. Accettare tutto quello che ti viene, come riceverlo direttamente dalle mani di un Padre.
Quindi, tralasciando tutte le altre affermazioni, non ci può sfuggire il fatto che Kiko propugni non povertà, o rigore o semplicità di vita francescana, ma che piuttosto sostituisca al concetto di povertà, quello di precarietà, non subìta, ma attivamente voluta e ricercata.

Libertà di interpretare francescanamente la povertà…
Riportiamo infatti un brano (pagg. 97-100 degli Orientamenti dalla catechesi originale di Kiko dello Shemà, convivenza che viene fatta circa dopo tre anni dall'inizio del Cammino, fra primo e secondo passaggio.
"Prima d'ora noi non ti abbiamo mai detto di fare nulla.
Ora te lo diciamo PER AIUTARTI, NON PER STOICISMO. Per favore! Che nessuno mi dica che si tratta di essere poveri, perché non è che a Dio piaccia che tu abbia una casetta povera (come qualcuno di voi mi diceva), con le tendine di tela perché non si possono avere di creton perché ci sono molti poveri in India?
Questo è falso! Abbiamo letto questa mattina nel Deuteronomio che Dio dà al suo popolo vigne, olivi, ecc. Per questo se voi parlate con gli ebrei vi diranno che il possedere denaro è segno che Dio ti aiuta. Perché se ti vanno bene gli affari non credere che è perché tu sei intelligente o perché rubi molto o poco, perché nessuno può fare niente in questo mondo se Dio non l'aiuta. Non è il senso stoico, che sempre insegna che bisogna fare rinunce per soffrire meno. (…)
Ci fu un tempo in cui si credeva che per essere virtuoso era necessario sacrificarsi molto facendo piccoli atti per esercitare la volontà (mi tolgo ora questa sigaretta; domani…). Oggi questo non si accetta più. È stato per altre epoche. Io non ti consiglierei mai, fratello, questo stoicismo.
Perché toglierti questa sigaretta, questo pò di acqua, o dare questa elemosina a un povero per acquistare virtù, può fare di te l'uomo più fariseo del mondo. E quindi se vedi un prete che stà per cadere, lo giudicherai pensando che è perché non smette di fumare, né si priva di questo o di quell'altra cosa. No! Non si tratta di questo.(…)
"Toglierti questa sigaretta
può fare di te
l'uomo più fariseo del mondo"
Inoltre, questa faccenda della povertà è frutto della religiosità naturale, e non del cristianesimo. Nella religiosità naturale la povertà significa la purezza e la ricchezza la impurità. Questo c'è in tutte le religioni. Allora uno è considerato un religioso e ha un'automobile davanti alla porta di casa, la gente lo nota e dice: "guardalo" e fa i sorrisini.
Il cristianesimo non ha affatto questo senso. Quando la gente importa tanto che uno abbia l'auto o no è perché nel loro cuore pensano che l'auto sia una cosa molto importante. S. Francesco d'Assisi visse in un'epoca in cui se non andava scalzo, poveretto non poteva predicare il Vangelo perché la gente era molto religiosa e non l'avrebbe ascoltato. Se arrivava Gesù Cristo in quell'epoca l'avrebbero battuto, lapidato.(…)
Allora scoprirai che il denaro non t'importa un tubo, e ti verrà a palate. Ma avrai imparato a usarlo, a spenderlo: la casa per l'amore, il denaro per l'amore, tutto ciò di cui hai voglia, perché il motivo che ti muove in tutto è l'amore. Se in te non c'è questa liberazione, a me dispiace molto, però da qui non puoi passare perché tu non sarai un sacramento di salvezza ma il contrario."
S.Francesco,
ripara la tua Chiesa!
Più sinteticamente, a pag. 50 dice Kiko:
"… questi discorsi non sono per i cristiani, sono per i catecumeni, tutto questo è scritto per i catecumeni.
Anzi un cristiano vero, una persona trasformata da Gesù Cristo può avere soldi, non si tratta quindi essere poveri, che dobbiamo essere spogliati; il Cristianesimo non è uno stoicismo, anzi il Signore ci vuole fare liberi e una volta che siamo liberi dai soldi ci darà tanti soldi, perché saprà che li possiamo amministrare bene."
Naturalmente abbiamo tantissimo materiale sul soggetto "danaro", molto caro a Kiko Argüello e a Carmen Hernàndez.
Ma ciò che ci premeva dimostrare viene già ampiamente chiarito dai paragrafi riportati.

Qualche incredulo potrebbe dire che si tratta di catechesi obsolete, ma sappiamo benissimo che esse vengono ripetute allo stesso modo anche oggi.
Ad ulteriore conferma però della ripetizione ossessiva e costante, dopo cinquant'anni, delle medesime argomentazioni, citiamo della catechesi di inizio corso 2017-2018:
"Ci sono tre voti: obbedienza, castità e povertà. Ma la povertà non è vivere poveramente con i pantaloni rotti, senza soldi, o vivere in una casa povera, malfatta, no. Non è questa la povertà cristiana, la povertà è accettare la precarietà, la precarietà che tu cammini in una religione in cui Dio va davanti a te ed è Lui che mostra quello che vuole e come vuole."
Quindi: del danaro ci si deve "liberare", non necessariamente per aiutare chi ne ha bisogno, anzi, decisamente meglio di no perché altrimenti ti potresti sentire "buono" ed arrivato. Dove debba essere messo questo danaro diventa chiarissimo quando decima, collette, partecipazione a convivenze in albergo e GMG scandiscono la tua esistenza, a tal punto da far dire a qualcuno che la celebrazione della Parola è un diversivo tra una colletta e l'altra.
Ma non è solo questo che si deve fare: è necessario mettersi nella precarietà, come il professore con i dieci figli, questa è la vera povertà, non vergognarsi neppure del fatto che la tua famiglia è spesata ed accudita dai nonni e il lavoro lo devi chiedere al papa.

Nel contempo, le catechesi spiegano perché siano tanti i neocatecumenali a ritenersi poveri anche senza avere le "pezze al culo", anzi, permettendosi dei veri e propri lussi, penso soprattutto alla casta dei catechisti. Semplicemente costoro, da veri cristiani, dopo essersi volontariamente "provati" e messi nella precarietà, hanno ottenuto il centuplo.
"Una volta che saremo liberi dai soldi, Dio ci darà tanti soldi".

Come negarlo? Famiglie con dieci figli senza un lavoro che scorrazzano in aereo più volte all'anno, con lussuosi SUV, professionisti neocatecumenali con clientela tutta del cammino, appartamenti acquistati dall'oggi al domani, pranzi e cene "da re" e viaggi in Israele per itineranti e presbiteri del cammino.
Tutto perché hanno scelto la precarietà, si sono umiliati e la Provvidenza del sacco nero ha dato loro il centuplo. D'altronde, perché preoccuparsi della effettiva provenienza dei loro soldi, quando il loro modello di vita sono gli zingari delle Palomeras?
Chi invece sta alla base della piramide di questo "schema Ponzi"? Perché naturalmente se c'è uno che mangia aragoste, ci devono essere dieci famiglie che si privano del necessario.
Beh, per quelli c'è la povertà vera, non quella dorata che Kiko promette.
Questi poveretti hanno dimostrato in mille modi che dei soldi non interessa loro nulla, ma questi non sono arrivati "a palate".

Che fanno allora, queste persone allevate a pane e Kiko?
O continuano a seguire il dettato kikiano, a costo di distruggere il proprio matrimonio, come nella prima esperienza, o, dopo aver messo al proprio servizio genitori e, laddove è possibile, fratelli di comunità, chiedono al papa di risolvere i problemi che si sono creati da soli, secondo loro, per seguire Dio, in realtà, per seguire Kiko, come nella seconda esperienza, oppure si rassegnano alla propria povertà, ma sempre aspettando il famoso centuplo.


E se qualcuno di questi autentici poveri del cammino, osa criticare il catechista con la macchina davanti a casa, si sente pure dare del religioso naturale, della persona che ha il proprio cuore nei soldi, ed è per questo che non capisce la meravigliosa libertà del cristiano "arrivato".

Neppure la consolazione d'essere come San Francesco resta loro, visto che anche questo grande Santo, secondo Kiko, ha dovuto essere povero perché ai suoi tempi non avrebbero creduto alla sua predicazione, altrimenti anche lui avrebbe pasteggiato lautamente e non si sarebbe negato la sigarettuccia o il sigaro pregiato, come tanti super catechisti di nostra conoscenza.

lunedì 18 marzo 2013

San Francesco d'Assisi: Lettera a tutti i chierici sulla riverenza del Corpo del Signore

«Facciamo attenzione, noi tutti chierici, al grande peccato e all'ignoranza che certuni hanno riguardo al santissimo corpo e sangue del Signore nostro Gesù Cristo e ai santissimi nomi e alle sue parole scritte che santificano il corpo.

Sappiamo che non ci può essere il corpo se prima non è santificato dalla parola.
Niente infatti possediamo e vediamo corporalmente in questo mondo dello stesso Altissimo, se non il corpo e il sangue, i nomi e le parole mediante le quali siamo stati creati e redenti "da morte a vita" (1Gv 3,14).

Tutti coloro, poi, che amministrano così santi misteri, considerino tra sé, soprattutto chi li amministra illecitamente, quanto siano miserandi i calici, i corporali e le tovaglie sulle quali si compie il sacrificio del corpo e del sangue di lui. E da molti viene collocato e lasciato in luoghi indecorosi, viene trasportato senza nessun onore e ricevuto senza le dovute disposizioni e amministrato agli altri senza discrezione.

Che modo pacchiano e teatrale di
trattare il Santissimo Sacramento!
Anche i nomi e le parole di lui scritte talvolta vengono calpestate, poiché "l'uomo carnale non comprende le cose di Dio" (1Cor 2,14).

Non dovremmo sentirci mossi a pietà per tutto questo, dal momento che lo stesso pio Signore si consegna nelle nostre mani e noi l'abbiamo a nostra disposizione e ce ne comunichiamo ogni giorno? Ignoriamo forse che dobbiamo venire nelle sue mani?
Orsù, di tutte queste cose e delle altre, subito e con fermezza emendiamoci; e ovunque troveremo il santissimo corpo del Signore nostro Gesù Cristo collocato e lasciato in modo illecito, sia rimosso di là e posto e custodito in un luogo prezioso.
Ugualmente, ovunque siano trovati i nomi e le parole scritte del Signore in luoghi sconvenienti, siano raccolte e debbano essere collocate in luogo decoroso.

Nelle vostre mani, come se fosse
la distribuzione di uno snack...
Queste cose sono tenuti ad osservarle fino alla fine, più di qualsiasi altra cosa, tutti i chierici. E quelli che non faranno questo, sappiano che dovranno rendere "ragione" davanti al Signore nostro Gesù Cristo "nel giorno del giudizio" (Cfr. Mt 12,36).

E coloro che faranno ricopiare questo scritto, perché esso sia meglio osservato, sappiano che saranno benedetti dal Signore Iddio.

San Francesco d'Assisi»

(citazione reperita dal blog Bregwin)

giovedì 17 gennaio 2013

"San Francesco d’Assisi scrive al leader del Cammino Neocatecumenale, Kiko Argüello"


Fratello Francisco, sono il tuo fratello Francesco.

Non so se ti ricordi di me. A volte sono quasi sicuro di no.

Eppure il mio cuore soffre per te. Non so dove vai né dove stai trascinando tutta quella gente che ti segue e corre dove tu le dici di andare. Non so nemmeno perché la dirigi, a quale scopo.

Noi due abbiamo cominciato in modi molto simili, ricordatelo. Io provenivo da una famiglia molto influente di Assisi. Anche tu, sebbene tu provenga da León, in Spagna. Da ragazzo sono stato uno scapestrato e un perdigiorno, come te. Non sapevo né dipingere né suonare la chitarra. Tu nemmeno, a quanto sembra. Un giorno, durante un viaggio a Spoleto, ho attraversato una crisi, mi sono reso conto che la mia vita non aveva senso e mi sono messo nelle mani di Dio e al servizio dei poveri. A te è successo qualcosa di simile. Hai preso in mano la chitarra (il che è stato un errore, fratello mio, è stato un errore), te ne sei andato da casa tua e ti sei stabilito in un quartiere di baracche per vedere se riuscivi a incontrare Dio.

Kiko all'ambone,
con crocifero e candelieri
Ma oggi credo che abbiamo trovato cose diverse. Ti ho appena visto recitare in quello spettacolo che monti ogni mese di dicembre in una grande piazza di Madrid, quella riunione che fai per gridare ai quattro venti accusando gli uni e gli altri col pretesto di salvare le famiglie, e non riconosco nelle tue parole niente di quel che io ho detto, di quel che ho pensato o di quel che ho sognato. Non capisco nulla, fratello Kiko.

Io ho sempre cercato l’umiltà, ho cercato di aiutare coloro che non avevano nulla, ho cercato la povertà e il sacrificio, come ci ha insegnato Gesù. Tu… guardati allo specchio: il tuo gran peccato, fratello Kiko, è la vanità, l’ambizione, il narcisismo. La superbia. Il desiderio che il prossimo ti riconosca, ti elogi, che le moltitudini si radunino ai tuoi piedi, che ti ammirino e soprattutto che ti obbediscano.

A un vescovo che mi chiedeva denaro ho dato tutto quel che avevo: persino i miei vestiti. Sono rimasto nudo di fronte a lui, che dovette coprirmi col suo mantello. Invece tu organizzi scenari giganteschi, ti diletti con gli ori e gli incensi e le icone, ti circondi dei potenti, ti alimenti dell’adulazione degli altri.

Quando l’ordine che ho fondato – che si chiamava ordine dei frati minori – ha cominciato a crescere, un cardinale, il potente Ugolino de’ Segni (che fu successivamente eletto Papa), si offrì di nominare cardinali alcuni dei miei poverelli. Gli dissi di no. Che se i miei fratelli frati si chiamavano minori era perché non volevano diventare maggiori, e gli chiesi che non permettesse mai e poi mai che nessuno di essi diventasse un prelato.

Attento, vescovo!
E tu, fratello Kiko? Tu comandi sui cardinali, sui vescovi e sullo stesso Papa, che censuri sui tuoi mezzi di comunicazione quando dice qualcosa che non ti piace o quando corregge la tua ambizione; quel Papa che tu disprezzi e di cui ti fai beffe, ricordando che una volta ti ha fatto da traduttore dal tedesco. Non c’è niente che ti faccia più felice del vedere i prelati e i porporati assentire sottomessi ai tuoi spettacoli e ascoltare le tue arringhe. Li porti in giro, da una parte all’altra… e ti seguono, perché sanno che gli riempi gli stadi e le piazze. Non ti ammirano: ti temono, perché sei molto potente, e affinché non ti scagli contro di loro fingono un affetto nei tuoi confronti che sono ben lungi dal provare realmente. A me era l’amore di Dio, che era poi l’amore per i più poveri, quello che trapassava il cuore. A te quel che fa impazzire è il potere.

Io mi preoccupavo della fortezza della fede di ciascuno. Quel che ti ossessiona, invece, è il numero di persone che ti seguono o che affluiscono ai tuoi spettacoli. Devono essere migliaia, centinaia di migliaia. E se non lo sono, dici ugualmente che lo sono. E costringi i tuoi a crederti.

Io ho predicato molto, ma il mio messaggio era sempre lo stesso: siate umili, amate i vostri simili, soccorrete quanti non hanno nulla e abbiate fiducia nella bontà dell’uomo. Tu, fratello Kiko, infarcisci i tuoi discorsi di paure, di minacce, d’invettive, di frasi incendiarie contro quanti non la pensano come te; all’interno dello stesso paragrafo, prima gridi che Cristo è resuscitato e subito dopo metti nello stesso calderone e flagelli chi divorzia, chi uccide, i campi di sterminio, quelli che bruciano le macchine, l’incesto e la televisione. Dici la prima cosa che ti passa per la testa. Le tue parole sono un riflesso delle tue paure, non del tuo amore e nemmeno della tua carità. Hai creato un discorso contorto e farraginoso che non ha alcun senso, per quanto sia adornato di parole relative alla salvezza e alla fede. E perdonami se te lo dico, fratello Kiko, ma sei estremamente noioso, sei pesante. Sei più pesante, pensa un po’, di Papa Innocenzo, quel Lotario di Segni che fu il mio tormento e che nessuno poteva sopportare. Ma nessuno ti dice di tacere.


Il santino di "san Kiko"
A me piaceva scrivere e, semplice com’ero, ho scritto cose semplici, come il Cantico delle creature, in cui chiamavo fratelli gli animali, il sole, la luna, i miei nemici e la stessa morte. Tu sei arrivato al punto di formare un’intera orchestra sinfonica perché porti in giro per il mondo uno degli esempi di superbia più tristi che io conosca: la tua Sofferenza degli innocenti, un’opera d’immensa tristezza che hai creato con i fondamenti basici di chitarra che possiedi e che qualcuno dei tuoi accoliti, un musicista, ha dovuto orchestrare perché sembrasse quel che non era. E non ti rendi conto che gli unici innocenti che soffrono lì sono quanti l’ascoltano, perché è un’opera brutta, pesante, goffa e disperante. Alcuni dicono che nemmeno Dio riesca a sopportare la tua “sinfonia”. Non si tratta di una bestemmia: mi risulta, perché Lo vedo frequentemente e te lo posso assicurare: Lo hai stancato con tanta vuota vanità. Lui e molti di quelli che ti adulano. Anche se nessuno te lo dice.

Questa è la cosa peggiore, fratello Kiko: che intorno a te non ci sia nessuno che ti dica la verità. Il più caro dei miei primi frati fu fratello Leone, che era il mio confessore e il mio flagello, che mi preveniva sempre contro il pericolo della falsa umiltà. Tu non hai nessuno così al tuo fianco. Non lo permetteresti. Dopo la superbia, il tuo peccato più grande è l’ira. Nessuno osa contraddirti perché tutti ti temono.

Io ho inventato una congregazione di frati umili. Tu hai creato una struttura di potere. Una setta all’interno della Chiesa. Una setta creata, come tutte le altre, non per la maggior gloria di Dio ma per la tua, per il culto della tua personalità; una setta che – anche in questo caso come tutte le altre – controlla le immense fortune economiche che ti consegnano, ingenuamente, i tuoi seguaci, e che nessuno sa dove vanno a finire, mentre io chiedevo l’elemosina. Una setta all’interno della quale insegni che fuori di essa esistono solo l’infelicità, la solitudine e, ovviamente, il demonio, anche se ciò non è assolutamente vero. Non una setta di credenti, ma una setta di persone che obbediscono alla tua volontà. Una setta come le altre.

Non so in che Dio credi tu, fratello Kiko. Nelle tue parole, nelle tue minacce, nella tua prepotenza non riconosco il mio Dio. Ma soprattutto non lo riconosco nelle tue musiche, che non infondono armonia e amore, ma sonnolenza.

Vorrei chiederti un favore: lascia tutto, Kiko Argüello. Se credi in quel che dici, se veramente credi in quel Gesù che tanto menzioni (a sproposito, io credo), quel Gesù che non aveva dove reclinare la testa, vai in un convento, o a una mensa sociale, o a una missione in Africa; rimboccati le maniche e mettiti a curare le ferite dei lebbrosi, come ho fatto io, o a pulire il culo dei bambini che muoiono di AIDS. Ma fallo da solo, senza la tua orchestra né i tuoi vescovi né la tua corte dei miracoli di adulatori e fans. È lì che troverai il vero Cammino. Lì perderai la fantasia di offendere e minacciare quanti la pensano in maniera diversa da te.

Se lo farai, che Dio ti benedica. Sono sicuro che lo farà.
LUIS ASTÚRIZ

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[Fonte: il Blog spagnolo Crux Santa]