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giovedì 4 aprile 2024

Scuole e ruderi, col fiume di milioni del Cammino

Ma che aspettano le autorità civili spagnole ad indagare sulle finanze della Fundación Familia de Nazaret, costituita nel 1992 per attendere alle questioni economiche del Movimento Neocatecumenale che, per statuto, dovrebbe essere un “insieme di beni spirituali”?

Lo sarà forse il Movimento Neocatecumenale, ma di certo non lo è la sua Fondazione, che maneggia da 30 anni soldi a palate senza alcuna rendicontazione.

Già nel 2010 si dichiarava che tramite questa Fondazione si realizzava, tra le altre, anche l’acquisto di scuole un po’ ovunque e la sensazione è che sia proprio stato così, soprattutto in Spagna e in America Latina. Anche se seguire il filo delle scuole “neocatecumenali” è difficilissimo perché normalmente non ne viene immediatamente attestata la proprietà e quindi si dovrebbe compiere una ricerca infinita e complessa su ogni singola scuola che susciti il dubbio.

Zitti zitti quindi, dietro al paravento della non identificabilità, chissà quante scuole di ogni grado hanno acquisito negli anni per formare i ragazzini e i giovani al loro insegnamento.

Noi ci siamo sempre focalizzati sulle altre importanti proprietà neocatecumenali, ma questa delle scuole ci era un po’ sfuggita.

Non è tanto per censire le scuole di proprietà neocatecumenale, acquistate attraverso le loro locali fondazioni, ma è proprio per ampliare la visione dell’impero economico neocatecumenale e l’albero dei soldi di Pinocchio.
Sì, pare che mammona per loro faccia crescere i soldi sugli alberi ad ogni stagione.
Ne hanno spesi e ne hanno in disponibilità molti più di quelli che potremmo ipotizzare.

Intanto, nel 2010, si parlava dell’acquisto di sei scuole nella diocesi di Burgos, Spagna:

“L'Arcivescovado di Burgos sta studiando un'offerta MILIONARIA fatta da una Fondazione legata ai nuovi movimenti cattolici per la vendita delle sei scuole diocesane sparse nella capitale.”

Non sappiamo se ci siano riusciti, ma di certo la DISPONIBILITÀ MILIONARIA l’avevano, altrimenti non avrebbero potuto fare l’offerta.

L’articolo che diffonde questa notizia (poi opportunamente scomparso dal giornale da cui lo avevamo ripreso, El Correo de Burgos), sosteneva che il Movimento Neocatecumenale stava cercando di acquisire scuole in tutto il mondo, essendo le sue nuove linee guida la formazione dei giovani ai loro ideali, non solo cattolici ma ultra-cattolici e settari.

Si legge: 

“Questa fondazione è stata presumibilmente creata dal Cammino Neocatecumenale per non dover rendere conto delle entrate ricevute per l'evangelizzazione. I dati così come i loro resoconti sono un GRANDE MISTERO”.

Citano un articolo pubblicato su Alandar Magazine, Anno XXI, n. 203, nel dicembre 2003:

“Sebbene ufficialmente povera, la Fondazione Famiglia di Nazareth per l'Evangelizzazione itinerante, approvata a Madrid dal cardinale Suquía nel 1992, muove più di 120 milioni di euro all'anno, proveniente principalmente dalle «decime» delle famiglie. I suoi leader utilizzano questi fondi senza dover rendere conto a nessuno. La rivista francese Golias, di area cattolica, ha recentemente dedicato loro un numero monografico e osa dire che il Cammino rientra in otto dei dieci criteri che il Consiglio d'Europa stabilisce per identificare le sette dannose".

Questo veniva detto nel 2003.
Di certo i 120 milioni di euro all’anno sono lievitati a molti di più nel tempo e, sicuramente, non è affatto vero che provengono solo dalle decime, che ufficialmente si esauriscono all’interno della comunità e nemmeno sono sufficienti per tutte le spese.
Da dove arrivano non si sa.

L’articolo del 2010 giustamente si chiede dove il Movimento Neocatecumenale abbia i soldi per comprare anche le scuole.
Non molto lontano dal vero, nell’articolo si dichiara:

“Pensiamo che la sua idea (di Kiko) sia quella di indottrinare i bambini secondo le loro convinzioni fin dall'infanzia. Kiko Argüello ha già dato molta importanza all'indottrinamento dei bambini nelle famiglie e poiché ATTUALMENTE IL NUMERO DEI MEMBRI DEL CAMMINO NEOCATECUMENALE STA DIMINUENDO, grazie al fatto che le persone che sono andate hanno detto la verità su ciò che accade dentro, ora hanno deciso indottrinare le loro convinzioni ai figli degli altri, per avere un domani per le future vittime neocate. E il modo migliore per farlo è acquistare scuole in cui imporranno segretamente le loro idee.”

La data è del 2010 e già in Spagna si vede che
ATTUALMENTE IL NUMERO DEI MEMBRI
DEL CAMMINO NEOCATECUMENALE
STA DIMINUENDO
”.

Lo diciamo anche noi da anni, evidentemente non siamo i soli a registrare questo calo che va avanti da decenni.

Ma, nonostante o proprio per questo, pare che all’epoca si sapesse che stavano cercando di acquistare altre scuole in altre diocesi, e che con alcune ci fossero già riusciti.

Mammona elargisce copiosamente i suoi doni a chi lo venera (salvo poi rendergliene conto), per cui apprendiamo che proprio nel 2020, hanno fatto un’altra indecente proposta: quella di ACQUISTARE LA CHIESA DISMESSA DI FUENTES, A CARBONERO EL MAYOR, dove i primi baraccati si recavano (anche per un mese) a fare le loro convivenze nel paese fantasma, lontano dalla gente.

A febbraio 2020, infatti, la Fundación Familia de Nazaret aveva presentato al municipio di Carbonero el Mayor un progetto per la riabilitazione della chiesa di La Asunción, situata nella disabitata Fuentes, nel comune di Carbonero el Mayor. Quella chiesa, all'epoca, era quasi totalmente distrutta.

Il Movimento Neocatecumenale ha ottenuto la cessione dei ruderi della chiesa dal vescovato di Segovia affinché la Fundación Familia de Nazaret provveda al RESTAURO INTEGRALE, in quanto lì si sarebbero svolte alcune celebrazioni all’inizio del Movimento. 

Secondo le informazioni della testata, la Fundación Familia de Nazaret è "il canale utilizzato da questa organizzazione" per incanalare le sue azioni patrimoniali nelle scuole e nei centri dipendenti dal Cammino.

Il progetto, che mira a recuperare l'edificio per la celebrazione di incontri religiosi, nel 2020 superò il processo di accettazione per poi dover essere approvato dalla Commissione per i Beni Territoriali prima della sua approvazione definitiva.

Di questo luogo sappiamo che fu dove si svolse la prima Veglia Pasquale nel 1968.
Come mai, ci chiediamo, se il vescovo Morcillo era così tanto favorevole, non celebrarono in una vera Chiesa?
Perché andarono in un paese fantasma ed in una chiesa chiusa, lontano da tutti?
Perché a Kiko piacevano così tanto i paesi fantasma?
Per i tramonti che avrebbe potuto benissimo ammirare altrove?

Già a dicembre del 2019 si leggeva che:

“I responsabili del Cammino Neocatecumenale hanno tenuto diversi incontri con le autorità municipali di Carbonero el Mayor per illustrare il progetto di recupero della chiesa di Fuentes e dei suoi dintorni. Un portavoce comunale ha sottolineato che il progetto sta già compiendo gli ultimi passaggi burocratici prima della concessione della licenza edilizia obbligatoria e precisa che i lavori potrebbero iniziare già all'inizio del 2020”.

Addirittura vogliono recuperare non solo la chiesa, ma anche i "DINTORNI"!

Eccesso di megalomania?

Di certo l’inizio del 2020 non ha assecondato i piani di Kiko e forse, chissà, mai li asseconderà visto il drammatico calo delle entrate.

Certamente, se il progetto avrà seguito, insieme magari a quello della nuova Domus Jerusalem, non solo noi, ma anche le autorità civili ed il Vaticano stesso sarebbero chiamati ad indagare su come sia stato possibile.

Di certo nel territorio di Carbonero e della diocesi di Segovia si parla neocatecumenalese stretto. Il parroco di Carbonero el Mayor ha infatti dichiarato:

“La creazione di questo CENTRO DI SPIRITUALITÀ legato a questo itinerario neocatecumenale è una buona notizia per la comunità, che servirà ad attirare persone da tutto il mondo verso la città." 

Ha inoltre precisato che il vescovado di Segovia, in quanto proprietario della proprietà, la cederà al Cammino Neocatecumenale attraverso un accordo della DURATA DI 99 ANNI al fine di rendere possibile il lavoro di recupero. 

Secondo l'opinione del suddetto parroco:

"Il Cammino Neocatecumenale ripristina le chiese in un modo molto bello poiché Kiko ha una formazione artistica ampia e contrastata, e per questo sono certo che il risultato sarà magnifico e servirà non solo come attrazione spirituale, ma anche per attrarre e mantenere la popolazione nell'ambiente”.

Chiesa di La Asunción a Fuentes











Vedendo le foto, quanto potrà costare recuperare un rudere totale?

Se poi ci si vuol fare un'idea più precisa dello stato di fatiscenza dell'immobile da RECUPERARE INTEGRALMENTE insieme ai DINTORNI, il video è QUI




mercoledì 31 maggio 2023

Cagliari: non passate sotto il retablo di Kiko ma a lato. (da FungKu)

Esimii lettori del Blog: neocatecumenali, non neocatecumenali e Puntini (che è un ibrido di tutt'e due le cose); l'altro giorno entrando in redazione mi sono messo come sempre a sbirciare da dietro le spalle cosa scorreva nei monitor e intanto catechizzavo tutti quanti, con salmi imprecatorii e lamentazioni perché la Sampdoria scende in serie B, mentre il Genoa risale in serie A! Sono arrivati i tempi del dem@nio! Penitenziàgite!!

Mentre Valentina cercava gentilmente di scacciarmi, ho scorto, tra le email pervenute, una comunicazione dalla Sardegna ed ho iniziato a porre domande indiscrete. Ed è così che, per tenermi impegnato, la redazione mi ha incaricato di riferirvi il contenuto di questa segnalazione, che è tragicomica, con i nostri più sentiti ringraziamenti a chi ce l'ha inviata!

In breve, il contenuto è il seguente: da Cagliari, più precisamente dal quartiere Poetto, emerge la notizia che le magnifiche opere e progressive di Kiko Arguello il novatore stanno già ai restauriLa nueva estetica di Kiko il distruttore dell'antichità è già un'anticaglia, un successo conseguito in soli 50 anni. I ponti romani sono ancora in piedi, il retablo di Kiko ha bisogno di 150 mila euri dalla Regione (ma che siete matti? ma lo sapete cosa ci esce con 150 mila euri?!) per restaurarlo. 

La notizia la trovate a questo link da cui riportiamo solo una citazione degna di nota:

L’umidità, dovuta anche a celebrazioni affollate e della durata di ore, sta minacciando le opere d’arte della chiesa della beata Vergine della Salute. La giunta Truzzu dà il via libera ai lavori di restauro finanziati dalla Regione.

Le cosiddette opere d'arte in questione sono principalmente il suddetto retablo kikiano, che, per chi - fortuna sua - non lo sapesse, è quella pala gigantesca nelle tonalità nero-rosso-oro (ha intinto il pennello nella bandiera della Germania, Kiko?) piena di imprecisioni iconografiche (cioè di eresie) che il guru ha fatto copiare ovunque gli sia riuscito di colonizzare gli edifici di culto. In questo blog se ne è parlato, per esempio, qui (2010)qui (2011)qui (2013)qui (2018)

Ecco il capolavoro a cui non dovete passare sotto, che vien giù tutto! (Io non ci posso manco passare di lato, che le opere di Kiko mi ispirano lo stesso affetto di quelle del Rùppniqq).

Anche dal punto di vista tecnico, il retablo è stato dipinto con una tale maestria che i ragli, volevo dire, i canti, protratti per ore e ore, dei fratelli impacchettati in batteria, sono riusciti a farlo ammuffire! A questo link poi ci fan sapere che il retablo ha impreziosito la chiesa di Nostra Signora della Salute di via Ausonia – quartiere Poetto, nel 2013. 10 anni di gloria, 150 mila euri di riparazioni. Morale: appendi nella tua chiesa un Kikez di molto discutibile valore artistico, e sono subito 15 mila euri all'anno di spese di manutenzione! E siccome il sacco nero ormai gira e rigira a vuoto, andiamo pure a scroccare dai contribuenti, che saranno felicissimi di mollare questo malloppo al Kiko sottraendolo agli ospedali, alle scuole, alle strade da riasfaltare, al restauro del vero patrimonio artistico...

Un'altra citazione degna di nota, da stampare ed appendere in bacheca insieme alle vignette di Snoopy e alle citazioni di KungFu Panda e di Osho, è la seguente definizione di Cammino Neocatecumenale:

Il Cammino Neocatecumenale è la dottrina che promuove il ritorno al cristianesimo primitivo e la riduzione della distanza fra il potere temporale e quello spirituale al fine di ricondurre i fedeli alla Chiesa.
Il resto lo trovate ai link indicati, e con questo è tutto. Torno a piangere la Sampdoria e viva sempre la Sardegna! Una, autonoma, indipendente, libera (soprattutto dal Cammino) e repubblicana - oppure anche monarchica, ma questo sarà deciso grazie ad un referendum popolare.

Mellus unu burricu biu che unu dottori mortu! 
Meglio un asino vivo che un dottore morto, tradotto: se sei somaro è meglio rimanere vivo invece che ammazzarsi a studiare. Proverbio che, oltre a me e FAV, pure il 4v. Dottore HC Argutello ha capito benissimo.

martedì 16 maggio 2023

Le sètte «sorelle»: analisi delle caratteristiche di gruppi settari all'interno della Chiesa cattolica

Nel libro, i nomi non li fa,
ma in copertina sì!
Nel
libro "Le sètte «sorelle»", edizioni Messaggero Padova e Facoltà Teologica del Triveneto, a disposizione nelle librerie per chi volesse acquistarlo sia in formato cartaceo sia elettronico, di cui proporremo brevi estratti e di cui consigliamo senz'altro la lettura integrale, l'autore, don Giorgio Ronzoni (*), presentando alcune caratteristiche problematiche dei nuovi movimenti post Conciliari, cerca di individuare le ragioni in base alle quali accogliere o respingere determinate prassi in uso all’interno delle nuove aggregazioni ecclesiali, ritenendo che un esercizio di vigilanza e di discernimento sia più che mai necessario nell’attuale stagione ecclesiale caratterizzata dalla presenza di una miriade di gruppi e movimenti. 

Non possiamo che concordare, e, leggendo l'ottimamente documentato ed equilibrato lavoro del sacerdote, ritroviamo esposti molti degli elementi critici che anche il nostro blog ha contribuito ad evidenziare nelle prassi e nella struttura del gruppo ecclesiale neocatecumenale: proselitismo, segretezza, elitarismo, autoritarismo, formazione di sacerdoti legati a doppio filo al gruppo, abusi di potere, abusi liturgici, abusi fisici eccetera

Tutto ciò contrasta con la visione ideale coltivata a bella posta nei fans del Cammino neocatecumenale, i quali sono convinti che il successo del proprio movimento sia senz’altro e interamente opera dello Spirito Santo, e quindi indebitamente deducono che tutto ciò che fanno è bene perché pensano di agire per il trionfo della buona causa per eccellenza, cioè il regno di Dio, visto che i frutti della loro azione, le conversioni e le adesioni, sono abbondanti.

Scrive infatti in premessa l'autore:

"Non è facile infatti, anzi è molto spesso arduo stabilire un limite oltre il quale l’evangelizzazione diventa proselitismo, la formazione condizionamento, l’annuncio propaganda.(...)

A posteriori, è stato facile a molti identificare i segni premonitori del penoso fallimento di imprese iniziate con grandi idealità. Segni che però all’inizio erano tutt’altro che chiari e univoci, dato che anche i santi fondatori di grandi ordini religiosi spesso hanno incontrato dubbi, resistenze, o persino aperta ostilità da parte dei contemporanei. Spesso è stata una condotta sessuale riprovevole a permettere di formulare un giudizio definitivo su relazioni che fin dall’inizio erano segnate da profonde ambiguità, oppure uno scandalo finanziario: viene spontaneo chiedersi se si debba necessariamente arrivare a riscontrare peccati sessuali o ruberie per mettere in questione prassi pastorali, comunitarie, vocazionali ed educative.(...)

Non sarà inutile stabilire comunque delle soglie di attenzione e delle convergenze pericolose di più indicatori sommati insieme. Analogamente a quanto avviene per le diagnosi psichiatriche, dove l’esistenza della malattia è indicata dalla presenza contemporanea di un certo numero di sintomi tra tutti quelli possibili, la valutazione pastorale di un’esperienza, di un gruppo o di un movimento potrà fondarsi sulla presenza o assenza di alcuni di questi indicatori, non necessariamente sulla totalità di essi.(Ndr: noi però possiamo assicurare che questi "indicatori" il Cammino Neocatecumenale li ha TUTTI)

Lo scopo è tentare di abbozzare un inventario delle prassi pastorali tendenzialmente criticabili o per lo meno discutibili, indicandone i motivi.
Non si vuole quindi spegnere lo Spirito, ma esaminare tutto e tenere ciò che è buono (cf. 1Ts 5,19-21)."

Di seguito, presentiamo alcuni passi tratti dal libro "Le sette sorelle" riferiti ad un gruppo di questi indicatori, riferiti a prassi più  che discutibili, per ciascuno dei quali dovrebbe scattare il campanello d'allarme: la segretezza, o per meglio dire l'assenza di trasparenza quando non la vera e propria menzogna, che il Cammino  neocatecumenale ha addirittura istituzionalizzato con il nome di "arcano"; l'invasione dell'intimità personale (o foro interno); la mancata trasparenza (nel caso del Cammino il totale arbitrio) nella gestione economica.

Meglio prestare attenzione a certi segnali d'allarme...

Dire o non dire la verità?

Prima metà del XX secolo. Uno scocciatore bussa alla porta della canonica. La domestica del parroco va ad aprire. Lo scocciatore chiede: «C’è il parroco?» La domestica, opportunamente istruita, risponde: «No» e mentalmente soggiunge: «Per te, in questo momento».

Il buon parroco che ha studiato bene i manuali dì morale e che non vuole essere disturbato ma non vuole autorizzare la domestica a mentire, le ha insegnato a praticare la «restrizione mentale», In pratica è una bugia, ma in teoria è una restrizione della verità comunicata a una persona che non ha titolo a conoscerla interamente. Perché mentire è peccato, ma non si è obbligati a dire a tutti tutta la verità, specialmente se l’interlocutore non ha diritto a conoscerla.


Ai tempi di Pascal, ì gesuiti erano maestri in questo genere di stratagemmi, tanto che il termine «gesuita» un po’ alla volta era venuto a significare persona falsa e ipocrita. Questo significato, con il tempo, è stato ormai dimenticato, segno che i gesuiti hanno abbandonato questi trucchi.
È possibile, però, che altri abbiano raccolto il testimone della restrizione mentale.

1. La reticenza

Oltre alla menzogna, infatti, esiste quella distorsione della verità più sfumata che è la reticenza: si possono tacere, magarì per un periodo più o meno breve, delle informazioni rilevanti come ad esempio la paternità di una îniziativa o l’appartenenza di singoli o gruppi a un determinato movimento ecclesiale. Come si è visto in precedenza, una modalità di reclutamento di nuovi adepti da parte di alcune sette è chiedere a qualcuno di compilare un questionario o di partecipare a una conferenza, senza dichiarare le loro vere intenzioni, In un secondo tempo si propone di partecipare ad attività più coinvolgenti e soltanto quando le persone sono state stabilmente «agganciate» si comincia a presentare la setta e si propone di farne parte.

L'eventuale uso di procedure simili da parte di gruppi o movimenti cattolici dovrebbe suscitare forti perplessità; perché nascondere la propria identità sotto sigle anonime?

Manifesti delle catechesi iniziali: non dicono che sono neocatecumenali!

 

È giusto dichiarare di voler offrire gratuitamente servizi a determinate categorie di persone, quando in realtà si stanno cercando nuovi affiliati? È vero che i pregiudizi potrebbero tenere alcune persone lontane da esperienze che permetterebbero loro di capire meglio con chi hanno a che fare e di dissolvere le loro precomprensioni sfavorevoli, Ma cercare di aggirare la loro diffidenza con la reticenza sulla propria identità rischia di generare altri
pregiudizi ancora più sfavorevoli.

Perciò le attività e gli eventi organizzati da un’associazione o un movimento per avvicinare - ed eventualmente per reclutare - nuove persone non dovrebbero mai dissimulare l'identità dell’ente organizzatore con nomi o sigle che nulla hanno a che fare con l’associazione o il movimento.

Il giudizio si fa ovviamente più sicuro quando la reticenza riguarda obblighi e doveri, anche di tipo economico, di cui i neofiti vengono a conoscenza soltanto dopo che hanno assunto un qualche impegno all’interno dell’organizzazione che li ha accolti.
Infatti, l'aspetto economico, insieme ai comportamenti sessuali, è quello che con maggiore certezza contribuisce a formulare il giudizio conclusivo su persone e gruppi che hanno agito male in ambito ecclesiale. A questo aspetto economico sarà dedicato il terzo paragrafo di questo capitolo, mentre su quello sessuale ben poco resta da dire: il verificarsì di condotte peccaminose o scandalose richiede un intervento dell’autorità ecclesiastica per far cessare gli abusi, ma proprio il desiderio di «impedire gli scandali», cioè di occultare ì peccati di ecclesiastici e religiosi, ha causato i più grandi scandali in cui sono state coinvolte intere chiese nazionali.

Perciò, nascondere la verità del tutto o in parte è sempre un segnale preoccupante. Quasi ovunque è comunemente accettato l'assioma che «non si può sempre dire tutto». Come motivazione si adduce di volta in volta la delicatezza verso le persone che hanno diritto alla loro riservatezza oppure la necessità di discrezione per portare a termine determinate operazioni senza interferenze da parti ostili alla causa. A volte, però, le motivazioni sono molto meno nobili e la reticenza , può coprire verità scomode, comportamenti illeciti o comunque difficilmente giustificabili.

Nelle Regole di vita cristiana che chiudono gli Esercizi spirituali di sant'Ignazio di Loyola ce n’è una che dice: Il demonio si comporta come un frivolo corteggiatore che vuole rimanere nascosto e non essere scoperto. Infatti un uomo frivolo, che con discorsi maliziosi circuisce la figlia di un buon padre o la moglie di un buon marito, vuole che le sue parole e le sue lusinghe rimangano nascoste; è invece molto contrariato quando la figlia rivela le sue parole licenziose e il suo disegno perverso al padre, o la moglie al marito, perché capisce facilmente che non potrà riuscire nell'impresa iniziata. Allo stesso modo, quando il nemico della natura umana presenta a una persona retta le sue astuzie e le sue lusinghe, vuole e desidera che queste siano accolte e mantenute segrete; ma quando essa le manifesta a un buon confessore o ad altra persona spirituale che conosca gli inganni e le malizie del demonio, questi ne é molto indispettito; infatti capisce che non potrà riuscire nella malizia iniziata, dato che i suoi evidenti inganni sono stati scoperti.

Sant'Ignazio si ispira alla propria esperienza di vita: il silenzio e il segreto da parte di una persona onesta possono coprire le intenzioni disoneste di qualcun altro. Il demonio è il più grande menzognero ma non l'unico: membri e leader di gruppi, movimenti e comunità possono mentire come qualsiasi altra persona perché lo ritengono opportuno o addirittura necessario, ma si tratta pur sempre di un giudizio soggettivo.

Soprattutto quando si chiede o si ordina ad altri di mentire o di tacere, proprio allora devono nascere delle domande urgenti: perché questo ordine o questa richiesta? Chi o che cosa si cerca di coprire? Quali sarebbero le conseguenze se la verità fosse di pubblico dominio?

L'esperienza dimostra che prima dello scoppio di scandali sessuali o finanziari, spesso le verità scomode erano state taciute per molto tempo da coloro che le conoscevano. Il segreto e le bugie, anziché proteggere dallo scandalo, avevano permesso il proliferare del male e, alla fine, hanno scandalizzato in misura maggiore.

 



2. Il diritto a proteggere l’intimità personale

L'annotazione di sant’Ignazio, però, apre la strada anche a un’altra riflessione. Nella formazione, soprattutto dei novizi religiosi e dei seminaristi, ma anche di altri soggetti, da sempre sono incoraggiate l'apertura e la confidenza nei confronti dei formatori. La fiducia nel padre spirituale o nel maestro dei novizi permette a chi è in formazione di aprire il proprio animo e di essere aiutata a vincere le tentazioni, come pure ad assimilare lo «spirito», il carisma del gruppo di cui si vuole entrare a far parte.

Ma fino a che punto una persona è tenuta a rivelare il proprio intimo a un’altra persona?

Se è vero che i «padri del deserto» - i primi monaci cristiani nel deserto egiziano - incoraggiavano i novizi ad aprire il loro animo con piena confidenza al discernimento degli «anziani» senza tener nascosto loro nulla, è anche vero che ciò avveniva senza il sostegno di norme o regolamenti che esercitassero una pressione sui novizi: essi andavano a interrogare gli anziani - e non viceversa - se e quando lo desideravano.

Come allora, anche oggi la direzione - o accompagnamento, o guida spirituale - è necessaria ai giovani che si avviano a scelte impegnative come il sacerdozio o la consacrazione per mezzo dei voti. L’accompagnatore o l’accompagnatrice potrà quindi essere certamente un educatore proposto dall’istituzione di cui il giovane desidera far parte, ma dovrà comprendere il proprio ministero al servizio della persona che accompagna e non solo dell'istituzione alla quale consegnare un nuovo membro docile e ben preparato. Perché il rapporto di direzione spirituale possa dare buoni frutti, è necessario che chi è accompagnato abbia piena fiducia che il suo accompagnatore voglia solo il suo bene, disinteressatamente. Solo a partire da questa convinzione il giovane potrà aprire pienamente il suo animo ell'educatore, sicuro che ciò che ha confidato non potrà mai essere strumentalizzato a suo danno.

Le patologie di cui può ammalarsi il rapporto di direzione spintuale sono molteplici e richiederebbero una trattazione a parte, molto lunga. Qui si vuole soltanto sottolineare la convenienza di quanto sancisce il canone 220 del Codice di diritto canonico, quando afferma che «non è lecito ad alcuno [...] violare il diritto di ogni persona a difendere la propria intimità».

Sono perciò da considerare negativamente le pretese da parte di un leader di conoscere tendenzialmente «tutto» dei suoi sottoposti attraverso varie modalità: dai colloqui personali alla lettura del «diario spirituale» o di una relazione scritta periodica concernente il proprio vissuto (pratica chiamata anche con il nome di «comunione di anima»). È da considerare alla stessa stregua anche la pratica di colloqui inquisitivi (o «scrutini») in cui la persona sia obbligata mettere a nudo ogni particolare della propria vita davanti al gruppo: ognuno deve essere libero di difendere le propria intimità.

Per quanto riguarda il sacramento della riconciliazione, invece, la completezza della confessione, almeno per quento riguarda i peccati mortali secondo il loro numero e la loro specie, è necessaria per la valida celebrazione del sacramento. Il confessore, però, è tenuto a mantenere un segreto assoluto su quanto ha ascoltato, mentre il penitente è libero di scegliere il proprio confessore.

Perciò l'imposizione da parte del gruppo o della comunità di un ben preciso confessore o di un gruppo di confessori all’interno del quale scegliere il proprio è da ritenere una forzatura molto pericolosa e una violazione della libertà individuale. Infatti, anche senza dubitare che il segreto del confessionale possa essere infranto, è possibile che il gruppo voglia orientare la scelta del confessore facendola cadere su una persona che condivida pienamente l'ideologia del gruppo stesso e che quindi possa suggenre al penitente riflessioni e comportamenti approvati dal gruppo. Si inserirebbero in questo modo nella celebrazione del sacramento dei fini eterogenei al sacramento stesso.

Parlando di confessione, infine, si deve anche accennare alla «confessione pubblica» che è una delle pratiche in uso nelle sette per raggiungere la piena sottomissione degli adepti e cementare lo spirito di gruppo.

Nei conventi e nei monasteri, un tempo esisteva effettivamente il «capitolo delle colpe»: si trattava di un'usanza secondo la quale ogni religioso si accusava davanti alla comunità riunita in capitolo o davanti a una parte di essa (novizi, professi anziani, ecc.) di mancanze contro la regola, come ad esempio aver rotto il silenzio o essere arrivato in ritardo in coro. Il superiore o l’abate comminavano la pena che in genere era lieve, come ad esempio recitare una preghiera, dato che le colpe più gravi e segrete non venivano manifestate in capitolo, ma nel confessionale.

Proprio perché le colpe vere e proprie erano riservate all'ascolto del confessore, il capitolo delle colpe molto spesso si svuotava di significato e venivano manifestate in esso soltanto mancanze molto lievi o dovute a disattenzione. Sono pochi, quindi, se pure esistono, i monasteri o i conventi dove ancora si pratica regolarmente questa usanza,

Indurre i membri di una comunità o di un gruppo a confessare pubblicamente le proprie colpe o accusarsi davanti a tutti è da considerare una prassi deprecabile perché lede il diritto della persona a salvaguardare la propria intimità (cf. can. 220 dei Codice di diritto canonico), soprattutto se tale prassi è riproposta con una certa frequenza e se la confessione pubblica riguarda anche aspetti di vita che solo l'interessato conosce. 



3. La gestione dei beni economici

Trattando il tema della verità, non si può omettere di parlare di denaro, giacché non si comprende - o forse si comprende anche troppo bene - perché una comunità che vuole essere particolarmente impegnata e fervorosa chieda ai suoi membri di confessare tutto, diventando «trasparenti» agli occhi gli uni degli altri, mentre magari non pratica la trasparenza in materia di bilanci economici. Quello della correttezza e trasparenza in materia finanziaria, dallo IOR in giù, è un problema che si pone a tutti i livelli della vita ecclesiale: diocesi, vescovi, istituti religiosi, parroci... Tutti gestiscono cifre più o meno importanti e dovrebbero renderne conto perché non si tratta di soldi personali, ma di beni che appartengono a vario titolo a comunità più o meno grandi. Molto spesso
invece, a tutti questi livelli, la situazione patrimoniale e i bilanci non vengono pubblicati o lo sono in maniera così sommaria de rendere impossibile una vera comprensione del modo in cui i beni e i soldi sono stati amministrati. 

«Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta».
Ed egli divise tra loro le sue sostanze.
(Luca 15,11)

Nuovi movimenti, comunità e istituti religiosi purtroppo fanno eccezione molto raramente: magari i loro membri si impegnano in modo encomiabile - come singoli e famiglie “a vivere la povertà evangelica; in alcuni casi versano del tutto o in parte (la «decima») i loro guadagni a una cassa comune, oppure destinano ai poveri - non chiamandolo elemosina, ma «restituzione» - tutto il denaro che non spendono per vivere in modo assai austero. È però molto difficile trovare gruppi, movimenti o comunità che facciano certificare i propri bilanci o che almeno li pubblichino in modo dettagliato.

Certamente, c'è differenza tra una piccola comunità religiosa che vive di lavoretti artigianali venduti visitatori e di qualche offerta, e un ordine religioso internazionale o un movimento che possiede molti beni immobili e promuove anche attività commerciali e operazioni finanziarie: nel primo caso si può dare quasi per
scontato (ma le sorprese non sono mancate!) che il bilancio comprenda poche entrate e uscite legate alla sussistenza o poco più; nel secondo caso la situazione patrimoniale e finanziaria può essere talmente complessa da sfuggire a qualsiasi verifica ordinata dall'autorità ecclesiastica o dalla magistratura.

Sembra però abbastanza chiaro - tranne che ai diretti interessati - che sono ormai trascorsi i tempi in cui l'appartenenza a un istituto religioso o alla gerarchia ecclesiastica era garanzia sufficiente per sapere che eventuali offerte sarebbero state usate a fin di bene. L'opinione pubblica è oggi scandalizzata non soltanto dalle malversazioni di singoli, ma anche dall’intreccio tra religione e finanza, dalle comuni e sospette appartenenze di imprenditori, politici e banchieri a un’unica «famiglia» religiosa.

Nelle barzellette antiebraiche di un tempo erano le sinagoghe i luoghi in cui si combinavano lucrosi affari: il sospetto che oggi tali affari vengano conclusi in qualche chiesa o cappella non fa ridere nessuno, ma getta discredito sulla Chiesa perché si teme che imprenditori o finanzieri cattolici possano fare lobby e godere di illeciti appoggi. Per dissolvere tale sospetto le strade possibili sono solo due: un deciso cambio di direzione nel caso che i sospetti siano veri, oppure una maggiore trasparenza nel caso che i sospetti siano infondati. L'attuale situazione di frequente opacità nei bilanci di soggetti ecclesiali vecchi e nuovi favorisce qualsiasi tipo di illazione ed è di grave ostacolo alla credibilità della Chiesa e quindi all'annuncio del Vangelo.

Il difficile rapporto con le ricchezze di questo mondo non si gioca soltanto sul piano dell’austerità personale di vita: i cristiani che operano nel mercato e nel mondo della finanza sono tentati — come tutti! - di accettare come ineluttabili e adottare gli usi invalsi in tali ambienti, che non a caso vengono spesso chiamati «leggi».

Persone estremamente corrette e caritatevoli sul piano personale potrebbero adottare criteri decisamente mondani - o, per meglio dire, disonesti - quando si tratta di agire per conto della propria organizzazione. Corruzione, concussione, evasione ed elusione fiscale... Tutto può sembrare, se non lecito, almeno inevitabile quando si opera in un'organizzazione commerciale al servizio del regno di Dio, non accorgendosi che in tal modo si sta favorendo l'avvento di ben altro regno.

Quando ci si interroga sull'effettiva bontà ed «evangelicità» di un gruppo o di un movimento o di una comunità religiosa, non si dovrebbe considerare solo l’austerità di vita dei suoi membri, ma ci si dovrebbe chiedere anche quanti soldi guadagna o riceve, quale sia la loro provenienza e come vengono impiegati. La maggiore o minore facilità nel rispondere a queste domande è già un indice significativo: chi non può o non vuole praticare la trasparenza può essere sospettato di usare i soldi in modo non onesto.

Perfino l’elemosina - cioè l’atto più disinteressato che si possa realizzare con il denaro - può non essere priva di secondi fini. Nella primitiva comunità cristiana di Gerusalemme, «quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l’importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno» (At 4,3435). Oggi qualcuno può «deporre ai piedi» di vescovi e parroci doni cospicui nella speranza di ottenere favori o per lo meno di crescere nella loro considerazione.

Se una nuova comunità religiosa che voglia trovare spazio in una diocesi o in una parrocchia, o un movimento che desideri ottenere un riconoscimento da parte dei pastori della Chiesa locale dona loro molto denaro magari per opere di carità - anziché provvedere direttamente a esse - si può sospettare riguardo alle sue reali intenzioni.

Perché vale anche oggi ciò che scrisse il Siracide: «Regali e doni accecano gli occhi dei saggi, come bavaglio sulla bocca soffocano i rimproveri» (Sir 20,29).

Inoltre sarebbe importante capire - anche se spesso è tutt'altro che facile - da dove provengono i soldi che vengono donati o impiegati per le «opere» del movimento o della comunità: la cronaca purtroppo ha registrato casi in cui anche imprenditori, finanzieri e politici dichiaratamente cattolici sono stati indagati e condannati per vari reati di natura economica, finanziaria e fiscale.

Ma anche quando i soldi del gruppo provengono dalla libera contribuzione dei propri membri, è necessario appurare se l'offerta sia stata effettivamente spontanea o se invece le persone siano state oggetto di pressioni di vario genere da parte del gruppo o dei suoi leader.

Particolarmente ripugnante è la richiesta rivolta ai membri di farsi anticipare l'eredità familiare (prima della morte dei genitori o dei parenti) per devolveria al gruppo.

La povertà e il distacco affettivo ed effettivo dal denaro e dei beni di questo mondo sono grandi valori evangelici non riservati esclusivamente ai religiosi, ma non tutte le richieste di spogliarsi di questi beni sono sicuramente motivate dal desiderio di far crescere nelle persone la libertà dall'idolatria del denaro. Può accadere che il bisogno di soldi per determinati scopi spinga alcuni gruppi e i loro leader a forzare la contribuzione dei membri.

Tale forza di obbligazione può essere notevole nel caso in cui l’attività lavorativa dei membri si svolga all’interno di imprese afferenti al proprio gruppo o un movimento o associazione.

I motivi più vari possono spingere i membri dì uno stesso gruppo religioso a condividere un'attività lavorativa: dalla pura e semplice necessità di fare reddito - come nel caso di uns comunità religiosa che deve mantenersi in qualche modo - alla volontà di aiutare persone disagiate; dalla promozione di contenuti culturali all'erogazione di servizi di vano genere.

Ma avere come datori, colleghi e partner di lavoro i propri «fratelli e sorelle» può comportare diversi rischi, soprattutto quello di fare lobby, cioè di stringere alleanze al limite della legalità per favorire i propri alleati e addirittura penalizzare coloro che - all'esterno o perfino all'interno del gruppo - non fanno parte della «rete» o non ne accettano le linee direttive.

All'interno di imprese formate da persone dello stesso gruppo o movimento è quindi importante verificare non solo il rispetto di tutte le leggi e della deontologia professionale - che potrebbero essere violate come in ogni altra impresa - ma anche la capacità di collaborare con persone non appartenenti al gruppo o movimento.


 

4. Una doppia morale?

Da quanto si è detto finora, può nascere la domanda se anche nei movimenti e delle comunità cattoliche, non meno che nelle sette, si possa instaurare una sorta di «doppia morale»; i rapporti tra i membri, all'interno, sarebbero improntati a valori di trasparenza, dedizione reciproca, altruismo... mentre i rapporti all’esterno sarebbero governati da standard morali molto differenti.

Coerentemente con la sua impostazione, Singer accusa le sette - a differenza delle religioni - di avere un doppio standard morale:
i membri vengono spronati ad essere onesti all'interno del gruppo, e a confessare tutto al leader, contemporaneamente vengono incoraggiati a imbrogliare e manipolare i non membri. Le religioni istituzionali e morali, al contrario, insegnano ad essere onesti e sinceri con tutti, e a rifarsi ad un solo standard morale. Nelle sette la filosofia più importante è che il fine giustifica i mezzi, un punto di vista che permette alla setta di istituire il suo particolare tipo di moralità, al di fuori dei normali obblighi sociali.

Questo giudizio appare però eccessivamente semplificato. L'analisi di Maniscalco è più articolata e sembra più rispettosa della realtà: riconosce che la setta è «una unione  prevalentemente basata su affinità elettive ed inserita in un più ampio contesto con il quale deve sempre misurarsi ed è spesso in contrasto», Per questo i singoli non hanno in essa alcuna autonomia rispetto ai comportamenti prescritti una volta accettati e interiorizzati i valori della collettività se ne considerano parte intercambiabile e sono sempre pronti a sacrificarsi per il gruppo.

Si riconoscono quindi un'articolazione e una contrapposizione interno-esterno, dove il comportamento interno è caratterizzato dalla lealtà e dalla disponibilità al sacrificio, tuttavia definire  morale settaria solamente e unicamente nei termini di una morale della dedizione e del sacrificio significa considerare un solo aspetto delle sua molteplici valenze: al contrario è possibile osservarne ulteriori altri tratti significativi. 

Così, per esempio, la tipica esasperazione della separatezza e il profondo senso della distanza che ne deriva [...] fanno sì che il gruppo tenda a formulare sistemi ideologici, normativi e culturali «puri», cioè concepiti ed elaborati in assenza di mediazioni provenienti dall'esterno. Le reazioni tendono allora a concatenarsi senza alcun meccanismo di mediazione e di moderazione; razionalità e ragionevolezza vengono meno con esiti che distorcono pesantemente la sensibilita empirica e morale dei membri”. 

Per quanto riguarda la gerarchia dei valori, essa tende a porre un’enfasi eccessivamente selettiva solo su alcuni elementi a discapito di altri: i singoli per esempio sono portati (anche per far fronte al più volte sottolineato inevitabile senso di sacrificio e di rinuncia che l'entrata in unioni così esigenti determina) a spingere all'eccesso il processo di idealizzazione e di sacralizzazione del gruppo (talvolta rappresentato dalla figura del capo) ed a formulare una stima eccessiva delle relative potenzialità. Emerge così una sorta di «egoismo di gruppo» che, alimentando una serie di comportamenti ad esso coerenti, tende ulteriormente ad irrigidire la struttura della configurazione setteria. Quest'ultima non può essere mutata, né può scendere a compromessi con il mondo esterno; al contrario i processi interni tendono ad intensificarsi lungo tutte le direzioni già esaminate: l'egoismo di gruppo mira a ripetere l’esistente, con sempre maggiore incisività e fanatismo fino alle estreme conseguenze.

Non si tratta quindi - come sembra suggerire Singer - di una sorta di associazione a delinquere che però osserva un rigido codice di comportamento al proprio interno: rispetto a un’organizzazione criminale, i membri di una setta hanno un diverso rapporto con gli «esterni» perché la loro associazione non nasce necessariamente con l’intento di ricavare profitto ai danni degli altri membri della società, anche se non è escluso che ciò possa accadere. È possibile infatti che i membri di una setta possano compiere azioni immorali e delinquenziali rispondenti a logiche interne di un gruppo che non vuole rendere conto di sé alla società «esterna».

Per quanto riguarda gruppi, comunità e movimenti in ambito cattolico, si dovrà porre attenzione a quei comportamenti devianti - anche solo di lieve entità - tollerati o addirittura incoraggiati dall'autorità con varie motivazioni.

Come si è detto in precedenza, si deve fare attenzione ai normali aspetti della vita morale cristiana: la veracità nella comunicazione, l'uso del denaro, la sessualità, il rispetto delle leggi, ecc.

 

Il 5° vangelo: quello secondo Kiko?

(*) Don Giorgio RONZONI è parroco di Santa Sofia in Padova e insegna teologia pastorale alla Facoltà Teologica del Triveneto. Con le Edizioni Messaggero Padova ha pubblicato: Una pietra scartata (2014); Via crucis secondo Marco (2015); Il dono perfetto (2017); La storia di Marco e Barnaba (2019); Il Padre Nostro è tradotto bene? (2019); «Prendi e leggi», anzi: no! (2020); I miei occhi hanno visto la salvezza (2021); Testimoni del Natale (2021). Per la collana Sophia in coedizione con la Facoltà Teologica del Triveneto ha curato una ricerca sul burnout tra i presbiteri, Ardere, non bruciarsi (2011) e scritto Le sètte «sorelle». Modalità settarie di appartenenza a gruppi, comunità e movimenti ecclesiali? (2016), tradotto anche in francese; l'ultimo libro pubblicato è "L'abuso spirituale" (2023).

 

giovedì 4 maggio 2023

Guai a coloro che itinerano per sè!

 


Quelli della 1^ ora  en el monte Sinaì


" Gli unici che stanno a loro agio sono i catechisti" che puntualmente percepiscono il salario illecito derivante dalle comunità. Si tratta di un'entrata cospicua che mai deroga e che viene spillata anche al fratello che versa nella condizione più indigente. Mai ho visto un personaggio di rilievo del cammino darsi pensiero per chi non possedeva somme da dare, solo rimproveri ed esortazioni decise e minacciose atte a buttare i propri averi, fosse anche l' ultimo euro vagante in tasca, nel sacco nero dell'immondizia.
Le comunità solitamente son tante, di conseguenza l'importo recepito dai capi kikos è ragguardevole. Personalmente ho incontrato catechisti nullafacenti che con questo denaro sottratto hanno provveduto ad effettuare acquisti frivoli che non corrispondevano certamente alle esigenze di prima necessità (ed anche per quelle dovrebbero tirar su le maniche) dichiarate. Ricordo, ad esempio, un dato catechista che si comprò una barca e un tot di moto per i figli. Un altro acquistò una vasca idromassaggio molto spaziosa che piazzò nella casa che gli fu donata da un "benefattore" neoc.
Mi fermo qui, poiché il degrado è molto e lo sdegno notevole. Tutto ciò mentre chi aveva elargito gli ultimi risparmi non sapeva come cavarsela. Catechisti intoccabili che esigono l'infelicita del membro credulone che, ahimè, avendo ancora gli occhi intasati di fango non scorge l'inganno. Il farabutto istiga alla tristezza, dotando le confessioni pubbliche di una connotazione violenta che sospinge a parlar male gli uni degli altri e a creare divisioni non solo in comunità, ma anche all'interno delle famiglie.
E mentre nei giri d'esperienza le sedie se le tirano davvero, i catechisti se ne stanno soddisfatti sul loro palchetto nutrendosi della scontentezza dei fedeli che agevola la manipolazione.
Se per un motivo o per l'altro il catechista dovesse subire la destituzione si ritroverebbe a lagnarsi perché costretto a compiere un lavoro: "Sigh...pietà di me fratelli, sto facendo l'imbianchino per dar sostegno alla mia famiglia hic! Capite che punizione insostenibile? Reintegratemi al mio posticello di catechista affinché possa rinfocillarmi". Poi magari dei sacerdoti kikiani e dei catechisti misericordiosi accolgono il suo lamento assecondandolo. (Tratto da una storia vera)   "    (da Rebel)

" Si lamentavano di non avere niente perché erano impegnati a evangelizzare ma avevano furgoni grandissimi e tanti mezzi di trasporto. I figli facevano mille corsi...musicali, sportivi, e avevano case di tutto rispetto. Ma andassero a...... Grazie Rebel mi hai colpito.  "     (da  Anonimo)

Sulla plancia di comando se la suona e se la canta...


Gli itineranti devono dedicarsi all'evangelizzazione come attività esclusiva e non è un optional. Non sono solo loro che non vogliono lavorare!

E' condizione irrinunciabile dell'essere itinerante lasciare il lavoro per dedicarsi all'evangelizzazione in obbedienza a Kiko e inviati da lui.  

 

Il vero Tripode neocatecumenale

Una parentesi:

Nel governo del cammino ha molto inciso Carmen. Ora non c'è più, per cui si parla di Kiko mentre Carmen aleggia su tutto. Il sistema fondato sui cd. ITINERANTI è stato messo in piedi da entrambi, con pari responsabilità: 50 e 50. Era Carmen che sempre ripeteva, ossessivamente, che per essere itinerante necessario e irrinunciabile è "essere legato a NOI". Che gran genialata! E che DEVI LASCIARE IL LAVORO! Una specie di prova del 9 della tua fedeltà, del tuo essere votato completamente alla causa, anima e corpo: lasciare tutto per seguirli e non solo il lavoro.
Più "legato" di così!
(... più ricattabile!)

Si comprende che se l'unico sostentamento è il cammino, tu sei tenuto in pugno; ostaggio totalmente degli autonominati iniziatori. Ad ogni alzata di testa, possono irretirti ripetendo: "Chi sei tu oggi senza il cammino?" (fuor di metafora: "dove vai? che fai? dove sbatti la testa?").

Attenzione:

Qui parliamo di capo-equipe laici, con moglie e prole molto numerosa. Parliamo di famiglie. Che se dovessero, dopo anni e anni, smettere di fare gli itineranti resterebbero letteralmente senza sostentamento, senza più nessuna possibilità di mantenersi autonomamente. Se per il cammino hai rinunciato a tutto, dove vai a finire? Tu, tua moglie e i tuoi figli?  (...questa l'oscura minaccia)

E ora andiamo al punto. Rivolgendoci a chi si scaglia contro di noi con violenza ogni volta che raccontiamo "fatti concreti" di cui siamo testimoni, accusandoci di mentire, chiedo in sincerità: vista la condizione dell'itinerante nel C.N., spiegateci voi come fanno costoro a vivere? Con sei, otto, dieci e anche più figli? Senza un lavoro, senza alcuna entrata autonoma? 

Non solo. Ma come fanno a vivere così bene come vivono? 

Tutte le coppie itineranti - quelle della prima ora, quelle che insieme agli Iniziatori realmente governano tutto, che hanno fondato e diffuso il Cammino in tutto il mondo, legate come nessuno a Kiko e Carmen - hanno almeno un lussuoso e comodissimo SUV, case tutte molto confortevoli nelle zone loro affidate. 

 

I due compari
Questo è dappertutto, lo ribadiamo, per i cd. itineranti della prima ora, quelli storici - i primogeniti di Kiko e Carmen - che vivono proprio come "figli di re" senza privazioni di sorta e senza far mancare niente ai propri figli, per gli studi e per tutto il resto. 

Ho conosciuto anche io itineranti che mandavano i figli nelle Università o in Istituti Privati tra i più costosi. Dicevano: "il Signore provvede!" senza pudore, senza vergogna. Tiravano in ballo ogni volta la provvidenza e nessuno osava fiatare poichè si trattava di discutere l'opera di Dio! 

Ma le mormorazioni serpeggiavano eccome nelle comunità. Perché i soldi, di fatto, poi li cacciavano loro: i fratelli. Anche perchè tante volte questi figli fighetti dei mitici itineranti non erano neanche un esempio o un modello di virtù ed educazione! E fuor di dubbio se la passavano molto meglio della maggior parte dei loro catechizzati, che coi loro soldi gli consentivano la bella vita, pur dovendo mantenere anche loro famiglie numerose e molto spesso monoreddito (poiché la moglie, giocoforza, era stata costretta a lasciare il lavoro - cosa frequentissima - o non aveva potuto neanche cercarlo mai) e in più tutti paganti decima.

Eravamo con alcune comunità in Israele. C'era l'abitudine di lasciare un pomeriggio libero, che veniva dedicato a un giro nel quartiere ebraico, ricco e pieno di splendidi negozi. Si faceva qualche acquisto e c'era sempre qualche ostiario zelante che dava l'incarico di comprare il costosissimo incenso profumatissimo che solo in Israele si trova. Quella volta ero in compagnia di un itinerante storico appunto, che mi chiese di accompagnarlo perché voleva acquistare un regalo alla moglie per un anniversario. Ebbene rimasi basita quando vidi che scelse una sciarpa/foulard che costava 500 euro, così in un colpo e senza batter ciglio. Comprese la mia istintiva ripugnanza e mi guardò con una certa pena. Ma, senza scomporsi e con un sorriso compassionevole,  mi disse: "Questo avevo pensato; un regalo minimo sui 500 o 600 euro...". (Certo, qui si pone lo stesso quesito che ci siamo posti per Kiko che ogni mattina fa un'elemosina di 50 euro alla botta, pur essendo povero in canna). 

Un altro capitolo di spesa senza tetto era, questa volta per gli itineranti alla triade più vicini, il regalo da portare a Carmen quando si veniva onorati di un'udienza privata. Carmen, una molto esigente, amante del bello e del costoso, una che non accontenti facilmente. Scegliere un regalo per lei: una vera impresa e delle più complicate,  perchè Carmen aveva di tutto e ognuno cercava di portarle il meglio. Grande studio richiedeva la scelta e sempre correvi il rischio che il regalo (generalmente un vestito o un tessuto molto prezioso) non le piacesse affatto. Ella lo rifiutava senza problemi e lo rispediva al mittente senza tante cerimonie. Soluzione non era togliersi dall'imbarazzo non omaggiandola affatto,  poiché questo avrebbe portato sicuro a conseguenze peggiori.

Un'equipe proveniente dalla comunità madre di Roma dei Martiri Canadesi alla ricerca di un alloggio degno nella Regione assegnata, espose in convivenza di itineranti la sua scelta, caduta su una bella villa nel quartiere più alto della città di destinazione con annesso, ragguardevole, affitto da pagare. Chiese, senza mezzi termini, che si provvedesse tramite la Fondazione Famiglia di Nazareth.
Giustamente, essendo primogeniti di cotanti illustri genitori !
Altri non avrebbero osato chiedere tanto e con tanto candore al cassiere generale Giampiero Donnini e alla presenza di Kiko e Carmen. Questo perché il Centro neocatecumenale già esistente nel capoluogo di quella Regione, con annesso alloggio, a dir loro era indegno di accoglierli.
Ora, vi pare che gente che non lavora, che non ha mai lavorato, possa permettersi tanto lusso e pretendere di campare a scrocco così? Mostravano apertamente di  essere incontentabili anche loro, come Carmen era incontentabile, disdegnosa e capricciosa con i soldi sudati da altri e messi nelle collette anche da poveri fratelli chi sa con quanti sacrifici (pezzenti moralisti e tirchi pure!). Collette sollecitate da loro con sfacciataggine, senza alcun ritegno e ad ogni occasione, con insistenza, con una petulanza condita di accuse indegne di attaccamento al danaro, orecchio chiuso alla parola e quant'altro. 

E non dimentichiamo di ribadire una cosa: per gli itineranti certo che si attinge anche alla decima. Neanche a dirlo. 

Dovunque possono i responsabili raccattano i soldi necessari per il mantenimento di un simile caravanserraglio. Che, oltretutto, ne va del loro mantenimento in carica (prova tu responsabile a non passare per sei mesi di fila "la busta" ai tuoi catechisti itineranti, e vedi come "di pronto" vieni sostituito!). Mantenimento che deve essere a 360 gradi come ben si comprende più annessi e connessi. 

Questo fa parte del linguaggio non scritto e non detto del Cammino (e ovviamente neppure approvato). 

Ma è regola ferrea e condivisa ovunque il neocatecumenato si sia espanso. 

Non rispettarla è causa di rimozione certa in primis dei responsabili delle prime comunità delle parrocchie che sono le comunità pilota. Questi responsabili, sono i collettori di tutte le comunità  della parrocchia affinché le buste fluiscano regolarmente alla volta degli itineranti. Se iniziano a scarseggiare o non si vedono soldi per un pò, son dolori! Sicuro.

Repetita juvant... per le teste dure. 


E sempre per le stesse teste di coccio, un'ultima testimonianza:

Vi volevo parlare delle famiglie neocat in missione : dieci anni fa il mio parroco, che era del Cammino, invitò una famiglia con 12 figli, della Palma, che stava partendo in Sud America, che ci chiedeva un contributo per le spese. Nessuno diede niente, poi ho saputo che il padre di lei era ricco, l'ho conosciuto, era un industriale che vicino a Oristano ha un'azienda che commercia idrocarburi tra l'Italia e il Sud America. Il genero lavorava con lui, parti e rimase alcuni anni fuori, poi è ritornato e ha ripreso a lavorare con il suocero. Quando venne il nuovo parroco da noi, che era stato anni prima proprio alla Palma, e che non è del Cammino, mi parlò del suocero che ogni tanto veniva a s. Bartolomeo per sentire la messa, questi era un neocat, aveva 8 figlie tutte nel Cammino, tutte sposate con neocat e con figli tutti nel Cammino. Forse questo è un eccezione, non credo siano molte le famiglie che vanno in missione con un suocero ricco che le mantiene. (da Aldo dei focolari di Cagliari)

Certo. Fa riflettere il rapporto ancestrale del C.N. con il denaro e la ricchezza; a partire dalla ricca Carmen, di una delle famiglie più ricche di Spagna. Ma le famiglie ricche ci sono sempre state nel Cammino, alcune molto ricche e nobili pure. C'è da chiedersi il perchè del forte impatto del Cammino in questi contesti sociali. Anche tra gli itineranti molti provengono da famiglie agiate. A conoscerli da vicino non mostrano in questo un gran cambiamento di natura, in verità. 

Quelli che ho conosciuto più da vicino si sono portati dietro negli anni tutta la loro spocchia, la supponenza originaria, che andava ad aggiungersi alla conclamata e ben nota arroganza congenita dei super-itineranti/super-catechisti

Neanche lontanamente sembrano disposti ad assumere uno stile di vita più modesto. In genere fanno sotto gli occhi di tutti e pure sfacciatamente "i figli di re" come Kiko insegna. D'altra parte Carmen Hernandez è capofila di questa prominente dinastia, il jet-set internazionale neocatecumenale. 

Delle famiglie in missione non conosco la percentuale dei ricchi. Ma non mi meraviglia affatto che parta giuliva una famiglia costituita, come pare sia in questo caso, da fratelli che sono nati e cresciuti nel cammino. Aperti alla vita, con 12 figli, figli a loro volta di camminanti storici della prima ora "di alto bordo" appunto, come nel caso esposto.

Generalmente questi illustri capostipiti spesso rivestono importanti ruoli di responsabilità nel contesto.

La finta sceneggiata dei sorteggi



Certo fa scena: Guarda questi! Che vocazione! Lasciano la loro vita agiata e sicura par andare 'famiglia in missione'.... che eroi (la spazzatura del mondo, come condannati a morte...)! 

Ma FERMI tutti, ALTOLA'. E se ti fermi cosa noti? Oh, giochi del destino!!! 

Noti che - Ma GUARDA CASO - questa splendida famiglia - PER SORTEGGIO (come tutti, nevvero?) - dove è stata inviata da Kiko in missione? Ma che coincidenza!!!! 

Ma certo in Sud America!!! 

Proprio dove lo straricco suocero commercia felicemente i suoi idrocarburi. Da sempre. A sua volta il fortunato genero di cotanto suocero (che da sempre com'è ovvio lavora con lui in Azienda) rimane solo ALCUNI ANNI in terra di missione (pardon terra di esportazione), per poi tornare alla base e "riprendere" a lavorare con il munifico suocero CHE - come ben noto - ERA UN felice NEOCATECUMENO anche lui. Felice come solo i naocatecumenali ricconi e opulenti possono essere lì dentro! Protetti da una speciale immunità che li rende diversi dai comuni camminanti. Dei privilegiati.

Davvero a leggere simili esperienze ci si apre un mondo! E viene il voltastomaco. 

Il Cammino è davvero un teatro ed un gran palcoscenico!

Questi possono darla a bere a molti, ma non a gente come noi; e purtroppo per loro.

sabato 13 agosto 2022

Un Kiko mitologico, povero tra i poveri nel borghetto latino di Roma

La vulgata del Cammino neocatecumenale, basata sui racconti dei suoi stessi iniziatori, ha sempre accreditato la versione del Cammino neocatecumenale  nato tra i poveri e per i poveri, a Madrid nelle baracche di Palomeras "altas" e poi a Roma, dove Kiko si stabilì nel borghetto latino, cioè in una zona in cui vi erano delle casette popolari accanto a costruzioni precarie.

Della sua permanenza a Madrid abbiamo già avuto occasione di parlare, quindi in questa sede cerchiamo di approfondire la presenza di Kiko nelle baracche di Roma.

Racconta Kiko stesso, nella sua testimonianza alla Cattedra di S.Giusto a Trieste il 27 marzo 2012,  che fu una decisione presa dopo che più di un parroco si era rifiutato di mettergli a disposizione l'evangelizzazione nella propria parrocchia:

«E lì nella parrocchia vicina al Borghetto Latino c’è la parrocchia di San Giuda e Taddeo, ho parlato col parroco e mi ha detto: “C’è una suora che lavora nella borgata”, l’ha chiamata e dice: “Questo vorrebbe un posto dove vivere coi poveri in preghiera, in contemplazione, vivere con loro, secondo le orme di de Foucauld, allora questa suora ha trovato un pollaio. Nella spazzatura abbiamo trovato delle porte, uno mi ha regalato una cucinetta, un altro un letto, e ho portato a vivere con me un seminarista. Carmen è andata a vivere dalle suore di Santa Brighitta in piazza Navona ed io al Borghetto Latino, sperando che Dio ci aiutasse.  
Una volta sono passati dei giovanotti della parrocchia dei Martiri Canadesi, non so chi aveva parlato loro di me e sono rimasti impressionati e mi hanno invitato ad un incontro dei giovani».

Lo stesso Kiko ammette che il suo obbiettivo era stato fin dall'inizio venire a contatto con il Papa  (e don Dino Torreggiani era ben introdotto in Vaticano) e riformare le parrocchie; in particolare le parrocchie in cui fece nascere le prime comunità neocatecumenali non furono popolari ma borghesi. E si appoggiò sempre agli altri, soprattutto a preti, parrocchie e istituti religiosi al punto tale che persino il "pollaio" delle Palomeras romane glielo trovò una suora. E il viaggio per venire in Italia la prima volta lo pagò loro don Torreggiani con una borsa dell'Azione Cattolica; lo rivela Kiko sempre nella sua testimonianza a Trieste del 2012, peccato abbia omesso di dire chi ha poi pagato tutti gli altri viaggi avanti indietro fino ad ora.

Dalla lettura del libro "Intervista a Francesco Cuppini", che fu il primo presbitero a far parte della èquipe di Kiko e Carmen dal loro arrivo in Italia, traiamo un quadro del tutto diverso rispetto alla versione edulcorata e mitologica dei siti curati dai neocatecumenali che si basano sul racconto degli iniziatori.

Kiko e Carmen arrivano a Roma nella prima settimana  di giugno del 1968 su invito di don Dino Torreggiani, che pensava di aver trovato le persone giuste per evangelizzare i capelloni di piazza Navona.

Ma Kiko «nicchiava; dormiva fino a tardi, andava al cinema... un vero disastro come acquisto apostolico».

Infatti ricordiamo che Kiko e Carmen recavano con sé  una lettera di presentazione di Morcillo, vescovo di Madrid, che diceva "il sig. Francisco Argüello, residente a Madrid, dedica tutto il suo tempo all'evangelizzazione delle classi più umili" ed era per questo che don Torreggiani li aveva invitati ed ospitati a Roma. È  chiaro che la sua aspettativa fu del tutto tradita dai due.

Così, già nell'agosto del 1968, don Dino manda i due aspiranti riformatori delle parrocchie spagnoli a fare i "predicatori di sostegno" presso la casa canonica di Ventoso, provincia di Reggio Emilia.

Lì  conoscono don Francesco Cuppini che, visto che si era scandalizzato dal doverli ospitare sotto lo stesso tetto nella casa canonica, li doveva portare a dormire a Reggio Emilia nella casa dell'Istituto Servi della Chiesa (fondato da don Torreggiani) e tornare a prenderli al mattino.

Dopo l'estate Kiko e Carmen tornano a Roma, ed è allora che Kiko, per dimostrare indipendenza rispetto alle richieste di don Torreggiani e probabilmente per evitare d' essere da lui tenuto sotto controllo, si fa assegnare da una suora il famoso pollaio nel borghetto latino che ristruttura, con l'aiuto di altri, per farsene un alloggio.

Secondo quanto dichiarato da Kiko nel 2020 ad Aquilino Cayuela per le Note biografiche di Carmen (pag. 235), anche Carmen seguì il suo esempio, ma fu cacciata via dal borghetto latino per schiamazzi notturni.
«Quando giunse a Roma, Carmen alloggiò dalle suore di Santa Brigida, che le hanno lasciato una stanza; in seguito una signora le lasciò una capanna, una parte di una baracca, davanti a quella di Kiko, a circa cento metri. Dopo un po', tuttavia, la cacciò via perché le persone che ci visitavano non la lasciavano dormire. Per questo dovette tornare dalle suore di Santa Brigida».
Evidentemente nelle baracche di Roma la gente, che lavorava di giorno, la notte voleva dormire e non era ammessa la vita disordinata e notturna dei due spagnoli e dei loro amici.

A ottobre 1968 don Cuppini li raggiunge a Roma e  "celebrano" l'Eucaristia nella baracca (nessun accenno ai partecipanti); si sa però che contemporaneamente vengono allestite le catechesi nella parrocchia borghese dei Martiri Canadesi e a inizio novembre nasce la prima comunità.

La Gran Via - Madrid
Il 17 novembre 1968 il terzetto Kiko Carmen Cuppini già non è più  a Roma: dell'agenda del sacerdote infatti risulta fossero a Madrid, e non certo nelle baracche di Palomeras.

Annota infatti don Cuppini: «Abitiamo in pieno centro, in calle Miguel Moya, 6 a lato della "Gran Via", in un appartamento di Marcelo Riesgo, amico di Kiko».

Il 24 novembre 1968 vanno a Lisbona, portati in macchina dai "fratelli" di Madrid, ove rimangono ospiti in  istituti religiosi e in un appartamento offerto dal parroco. Le catechesi comunque, annota don Cuppini, si risolsero in un flop.
Natale ed Epifania 1969 a Madrid.

A Pasqua 1969 sono ancora in Spagna e celebrano la Pasqua nella sacrestia della chiesa abbandonata di Fuentes.

A primavera si dirigono nella regione della Mancha, dove il padre di Kiko possedeva una villa con piscina, insieme alle tre sorelle di Carmen. Cuppini in quell'occasione faceva l'autista con la macchina del padre di Kiko.

A maggio 1969 sono a Roma ma già a giugno a Scandicci. Fino a metà ottobre, poi, di nuovo in Spagna. A novembre 1969 di nuovo a Roma per fare le catechesi a S. Francesca Cabrini. A dicembre a Napoli e a gennaio 1970 ad Ivrea. A marzo 1970 a fare Pasqua a Madrid, ad aprile a Roma a fare catechesi a S.Luigi dei Parioli, alla Natività e a santa Francesca Cabrini, che sono parrocchie ricche della capitale. 

Ad agosto pellegrinaggio in Terra Santa. Da novembre ad aprile 1971 in Spagna, Pasqua a Roma. Poi un tour a Firenze, dove alloggiavano nella casa di riposo degli artisti dello spettacolo viaggiante dei Servi di Maria; poi a Brescia, Bolzano, Trieste, Milano, Ivrea, ove Kiko e Cuppini rimangono ospiti in Seminario, Carmen presso una famiglia e tutti e tre pranzano sempre dal parroco don Antonio.

Il 1 luglio 1971 l'agenda di don Cuppini si interrompe perché il sacerdote viene richiamato definitivamente a Bologna.

Gli spostamenti avvenivano sempre in macchina, con un Citroën 2 cavalli che guidava sempre Cuppini, con camicia azzurro-prete-autista, visto che i due non sanno guidare.

Ma la baracca nel borghetto latino? Kiko evidentemente la teneva solo per rappresentanza. Costruita nell'autunno del 1968, fu abbandonata come abitazione stabile  per i periodi di permanenza a Roma nell'inverno dell'anno successivo;  sappiamo infatti dalle agende del presbitero che dall'inverno del 1969, Kiko, avendo avuto un'influenza  con febbre, fu ospite fisso, con Cuppini, a casa di Nunzio, della prima comunità dei Martiri  Canadesi, in via Lucchesi vicino alla Fontana di Trevi mentre Carmen, dopo aver fatto le valigie ed essersene andata dai "sagrestani" (l'Istituto Servi della Chiesa di don Torreggiani) fu ospite abitudinaria di Maura (itinerante della prima ora, quando i catechisti erano single su modello Kiko-Carmen) quando si trovava a Roma.

Cioè: la baracca era semplicemente la carta di identità di Kiko, la dimostrazione del suo essere altro, addirittura eversivo nei confronti della realtà ecclesiale, il suo distintivo di hippy anti clericale, mentre invece, nei fatti, si appoggiava in toto a istituti religiosi, ai pranzi nelle canoniche, ai seminari, prima ancor di scegliere la soluzione più  comoda e farsi direttamente ospitare (anche per le vacanze in montagna e al mare) dalle famiglie dell'alta borghesia sue adepte di comunità. E Carmen come lui, visto che addirittura si poteva permettere di scegliere fra un ospite e l'altro.

Nè pare facessero alcuna attività lavorativa, essendo ospiti non paganti e ricevendo donativi che poi, visto che Kiko "non faceva del pauperismo" (parole di don Cuppini) venivano spesi per frequentare bar, ristoranti e cinema sempre della zona bene di Roma, oltre che per fumare e per i loro viaggi per motivi familiari.

Quindi, con la semplice consultazione delle agende di don Cuppini, possiamo ridimensionare del tutto la mitologia del Cammino tra i poveri e la permanenza di Kiko in una baracca di Roma proprio per stare con i poveri della Capitale: è esattamente il contrario.
Altro che dottorato honoris causa di cui furono insigniti i due iniziatori iberici per la loro dedizione ai poveri!

In questo articolo, si possono vedere le immagini delle baracche del borghetto latino che fanno parte del fascicolo fornito ad un gruppo di pellegrini neocatecumenali filippini presenti a Roma nel maggio del 2018 per le celebrazioni del 50esimo del Cammino neocatecumenale.

Le famigliole filippine si sono recate di persona a visitare i "sacri luoghi" in cui il loro guru Kiko racconta di aver vissuto povero tra i più poveri, ora trasformati in parco, e hanno preso religiosamente pure delle immagini.

Un "valore aggiunto" l'ha fornito la presenza dell'ex Vescovo di Guam e "fratello" del Cammino neocatecumenale già allora condannato dal tribunale ecclesiastico per pedofilia, Antony Sablan Apuron, che Kiko impose al Papa nel parterre delle autorità religiose. Qui sotto lo vediamo in una foto sorridente e spensierato, sicuro di aver guadagnato comunque e sempre un posto al sole, e non una baracca da poveraccio, per i meriti acquisiti in favore del Cammino neocatecumenale.