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mercoledì 23 novembre 2022

Riassunto della questione Guam: come si giunse a smascherare il vescovo pedofilo neocatecumenale

Traduciamo e riassumiamo qui sotto parte della testimonianza che Tim Rohr rese al cardinal Burke all'inizio del 2017. È una lunga lettura, ma è perché riepiloga una lunga catena di eventi.

Certamente la gran parte dei nomi citati non significherà nulla per chi non ha contatti con i cattolici di Guam. Quello che ci interessa mostrare è il dipanarsi degli eventi, il "come si è giunti" a far emergere gli scandali del vescovo pedofilo neocatecumenale Apuron. (E un po' anche a come si scrive una testimonianza destinata alle autorità ecclesiastiche: in modo asciutto, elencando fatti, date, luoghi, nomi, opportunità di verifica, senza omelie intermedie).

Apuron, "fratello di comunità" del Cammino Neocatecumenale, aveva un lungo passato di abusi sessuali sui chierichetti (anche di meno di 10 anni di età, per questo lo indichiamo come pedofilo), abusi che aveva perpetrato almeno fin da quando era seminarista, continuato quando era stato parroco, proseguito anche dopo essere diventato vescovo.

Nella lettera inviata a Burke, Tim spiega che l'escalation è avvenuta a partire dall'arroganza neocatecumenale di calpestare chiunque non promuova il Cammino. Nel caso specifico, se il vescovo è neocatecumenale, bullizza e mobbizza i preti che non accolgono il Cammino, opprimendoli in spregio alla legge di Dio e a quella della Chiesa, oltre che al semplice buon senso. È per difendere dei sacerdoti onesti e amati dai fedeli, che Tim si è ritrovato a scoprire le porcherie di Apuron.

Notiamo che il Cammino Neocatecumenale ama servirsi di questi soggetti con enormi scheletri nell'armadio, in quanto sono ricattabili e manovrabili anche per le manovre più bieche (si veda ad esempio il caso dello spretato ex cardinale McCarrick, pederasta dotato di una lussuosa suite in un seminario Redemkikos Mater con viavai di giovani seminaristi neocatecumenali ricattabili). Non deve meravigliare che un vescovo pedofilo, legandosi al Cammino, diventi improvvisamente disposto a calpestare i suoi migliori sacerdoti qualora risultino antipatici a qualche cosiddetto "catechista" neocatecumenale.

Il dipanarsi di questa storia smentisce tutte le "teorie del complotto" neocatecumenali, che giustificavano Apuron dichiarandolo onesto e candido, affermando che veniva ingiustamente attaccato, dicendo che gli accusatori si sarebbero "messi d'accordo" per accusarlo, dicendo che Tim avrebbe avuto chissà che loschi interessi e avrebbe tessuto chissà quali magagne, addirittura dicendo che non si trattava di stupri perché il ragazzino vittima sarebbe stato consenziente... Come sempre, i neocatecumenali sanno difendersi solo adoperando inganni e menzogne.

Insistiamo a far notare che scoperchiare il calderone è stato un gesto di carità nei confronti delle vittime. Non è mai stata un'aggressione contro un "nemico", tanto meno un tentare di dare una randellata gratuita al Cammino Neocatecumenale e ai suoi esponenti. È stato solo un perseguire la giustizia - e se i neocatecumenali fossero onesti davanti a Dio, avrebbero combattuto essi stessi affinché alle vittime venisse resa giustizia. E invece, acriticamente, ciecamente, come un branco di asini raglianti, i fratelli del Cammino hanno professato il nuovo kikodogma stabilito da Kiko: "preghiamo per Apuron e per tutta la persecuzione!"

Affresco in una parrocchia napoletana:
Kiko e Carmen all'inferno, insieme alle
anime che hanno contribuito a dannare



[...] Pur di fronte al fatto che per quasi trent'anni che ho vissuto a Guam si vociferava riguardo agli abusi sessuali di Apuron, non mi ero mai impegnato a renderli pubblici. Il mio scopo, in origine, era di difendere un sacerdote che ritenevo essere stato trattato ingiustamente a causa della sua nota opposizione all'accoglienza del Cammino Neocatecumenale (CNC) nella sua parrocchia.

Per parecchi anni avevo osservato Apuron prendere sempre le difese del CNC e andar contro i sacerdoti e i fedeli che non accettavano l'avanzamento del CNC nella nostra diocesi.

A gennaio 2006 Apuron criticò pubblicamente l'allora prefetto della Congregazione per il Culto Divino, cardinal Arinze, per la lettera del 1° dicembre 2005 che esigeva che il CNC adeguasse le sue liturgie ai libri liturgici. Successivamente partecipai ad un incontro in cui, Apuron presente, inventarono una menzogna per coprire l'attacco di Apuron contro Arinze.

Nel 2008 Apuron minacciò tre preti filippini (che avevano servito la diocesi a Guam per parecchi anni) esigendo che celebrassero Messa per le comunità del CNC, o che altrimenti andassero via da Guam trovandosi un altro vescovo. Dopo una pubblica protesta contro il trattamento di tali sacerdoti e, per estensione, dell'aggressiva espansione del CNC favorita da Apuron, quest'ultimo sembrò darsi da fare a ordinare al sacerdozio parecchi seminaristi che studavano nel seminario Redemptoris Mater, che sembravano clamorosamente impreparati perfino riguardo al dir Messa.

Nel 2013 Apuron se la prese con don Gofigan, esigendo che si dimettesse da parroco oppure «subirai una molto più pesante e dolorosa revoca del tuo incarico». Gofigan era il sacerdote che si era opposto all'accogliere il CNC in parrocchia fintantoché i suoi membri non avrebbero seguito le norme liturgiche che infatti rifiutavano.

Nel 2014 Apuron se la prese con mons. Benavente, allora parroco della cattedrale, accusandolo di cattiva gestione finanziaria. Sebbene tre diversi professionisti del campo spiegassero che le accuse erano infondate, Apuron rispose attaccando Benavente sui media per parecchi mesi.

[...]

Verso luglio 2014 ho ricevuto sul mio blog un commento anonimo che affermava che un suo parente era stato sessualmente abusato da Apuron. Non pubblicai il commento, in quanto non permetto accuse anonime di quel genere, ma pubblicai un messaggio sul blog suggerendo di contattarmi in privato e col proprio vero nome. Mi rispose in privato un certo Toves, e mi disse che suo cugino da piccolo era stato nel seminario minore agli inizi degli anni '80, e che Apuron era stato spesso visto venire a prelevarlo dal seminario per poi sparire per ore intere. Notò strani cambiamenti nel cugino, che successivamente tentò più volte il suicidio.

Toves, di sua iniziativa, chiamò poi un'emittente radio locale e lanciò l'accusa. Questo fu il primo momento in cui Apuron veniva menzionato riguardo gli abusi sessuali e ci fu un po' di trambusto sui media. A novembre 2014 Toves venne a Guam per confrontarsi personalmente con Apuron, ma quest'ultimo si rifiutò di incontrarlo e minacciò di chiamare la polizia. L'accusa di Toves continuò a rimbalzare sui media finché una mattina di aprile 2015 una donna chiamò un'emittente radio durante un talk show e disse che ad un funerale di pochi giorni prima, un uomo di mezza età, apparentemente commosso dalle notizie riguardanti Apuron, aveva confidato di essere stato molestato da Apuron.

La donna non fece nomi ma nel giro di alcune settimane seppi che si trattava di un certo Denton, che era stato chierichetto ad Agat con il cugino di Toves negli anni '70. I rumors riguardo gli abusi sessuali commessi da Apuron contro gli "Agat boys" riguardavano infatti la parrocchia ad Agat dove era stato parroco per due anni verso la fine degli anni '70. Da quel che ho capito, quando Toves seppe di Denton, riuscì a contattarlo e a dirgli di mettersi in contatto con me o col mio blog, in quanto il blog era il flusso centrale di comunicazioni per questa faccenda. Denton, parecchi mesi prima, era già riuscito a contattare il delegato apostolico dell'epoca, l'arcivescovo Krebs. Non ho idea di come si fosse mosso a contattare Krebs, anche se sul mio blog avevo indicato come contattare il delegato apostolico e incoraggiato i lettori a scrivergli.

Alcuni mesi dopo Denton mi mandò una copia della sua lettera a Krebs e della risposta che aveva ricevuto. Krebs gli aveva suggerito di contattare un avvocato. Posso capirne il motivo: se Denton fosse venuto allo scoperto da solo, Apuron lo avrebbe querelato così come aveva minacciato di fare con Toves.

Nella lettera di Denton si parlava di un terzo ragazzo, con le iniziali "R.S.", col quale si erano presentati da don Niland, all'epoca viceparroco della parrocchia di Agat, per dirgli cosa aveva fatto loro Apuron, all'epoca solo prete, e che Niland - oggi deceduto - non fece nulla. La possibilità che "R.S." o qualcun altro delle vittime di Apuron potesse corroborare la testimonianza di Denton era chiaramente preziosa.

Denton era comprensibilmente in ansia: non mi aveva mai incontrato e non sapeva di chi fidarsi. Non mi disse chi fosse "R.S.", così chiesi a Toves di scrivermi i nomi dei chierichetti dell'epoca che ancora ricordava. [...] Scoperto il suo nome (Sondia), chiesi ad un suo parente che lavorava in un bar che frequentavo, di chiedergli qualcosa di generico su Apuron e osservarne le reazioni. Mi rispose che Sondia aveva reagito in modo strano, scuotendo la testa, dicendo solo "quel tipo [Apuron] ha dei problemi". Capii che finalmente avevamo una pista. Chiamai Denton (che risiedeva in Arizona) e gli chiesi conferma del nome Sondia. Denton mi rispose: "gli devi parlare tu, Tim, gli devi parlare". Diedi a quello che lavorava nel bar la lettera di Denton. Sondia non solo rispose che ciò che c'era nella lettera era tutto vero, ma confermò di essere stato anche lui vittima di Apuron.

A questo punto capii che Denton poteva farsi avanti perché c'era almeno un secondo testimone che poteva corroborare le sue accuse. Ma sapendo quanto potere avesse Apuron all'epoca (a causa del sostegno della leadership del CNC), non volevo che Denton e Sondia ne ricevessero danno da Apuron.

Sondia si ricordò del suo amico Quintanilla, che era stato nello stesso gruppo di chierichetti e si era successivamente trasferito alle Hawaii. Lo contattò, gli raccontò della situazione, ed ebbe conferma che anche Quintanilla era stato molestato a suo tempo. Dunque i tre erano pronti per incontrare Apuron e chiedergli di scusarsi. Non avevano pensato ad azioni legali, dato che per le leggi vigenti all'epoca il reato era considerato in prescrizione. Ma senza una copertura legale, sarebbe stato difficile procedere senza aspettarsi che Apuron li querelasse.

Fu così che contattammo l'avvocato Lujan, al solo scopo di trovare il modo di indurre Apuron a pensarci due volte prima di far qualcosa contro gli accusatori. Quando incontrarono Lujan (ero presente), chiesi ai tre di considerare un'accusa pubblica, poiché se i tre hanno sofferto così tanto, c'era da chiedersi: quanti altri c'erano là fuori a soffrire in silenzio con le stesse ferite e nessuno a cui rivolgersi? Una denuncia pubblica avrebbe aiutato altri. Avevo ancora più motivo di suggerirlo, a causa dell'aggressività del CNC, principalmente da tale padre Sammut, il "catechista" neocatecumenale che era incaricato di Guam e che guidava la diocesi da dietro le quinte.

Il massimo esempio di tale aggressività era stato a novembre 2015 la pubblicazione sul giornale diocesano di un falso certificato di proprietà per l'immobile che era in uso al seminario neocatecumenale di Guam. Il falso certificato era inteso a coprire il fatto che Apuron avesse clandestinamente donato l'immobile a soggetti del Cammino. La pubblicazione era avvenuta da parte del vicario generale diocesano, il presbitero neocatecumenale D.C.Quitugua. Uno sguardo più approfondito sul certificato [con un fraseggio truffaldino ben calcolato, ndt] e il silenzio da parte delle autorità interessate era allarmante, e suggeriva di smascherare Apuron il più presto possibile.

Tre testimoni sono meglio che uno, ma tentai di trovare altri prima di andare avanti. Pubblicai un annuncio sui giornali locali chiedendo che si facesse avanti chiunque avesse subìto abusi (o potesse testimoniarne) riguardo alle parrocchie dove era stato Apuron negli anni '70 e '80. Negli annunci non si faceva il nome di Apuron. È significativo notare che i presbiteri neocatecumenali Cristobal e Oliveira (che curarono le comunicazioni della curia dopo che Apuron scappò a fine maggio 2016) affermavano che tali annunci avessero indotto le vittime a farsi avanti, quando al momento della loro pubblicazione erano già in tre (ricevemmo parecchie telefonate ma nessuno volle farsi avanti).

Dei tre testimoni, Denton era da considerare il più pericoloso per Apuron: 1) era stato stuprato; 2) in seguito lo aveva affrontato parlandogli. Ero convinto che Apuron sospettasse che fossimo in contatto con Denton, almeno fin da quando quella donna aveva chiamato all'emittente radio parecchi mesi prima.

Il primo a fare un intervento pubblico fu Quintanilla (Apuron non se lo sarebbe aspettato), che di fronte alla Curia il 17 maggio 2016, e accompagnato dall'avvocato Lujan (la presenza del quale parve evitare che Apuron minacciasse querele), tenne una conferenza stampa in strada. Nello stesso giorno Apuron rilasciò una dichiarazione per negare quanto detto da Quintanilla.

La notizia sui media fece ricordare ad una donna di Agat, che suo nipote (figlio di sua sorella), poco prima di morire durante un'operazione nel 2005, aveva detto di essere stato stuprato da Apuron negli anni '70. [...] Dunque eravamo giunti a quattro testimonianze. La madre di Quinata, che viveva in Arizona, comunicò la notizia ai media locali.

I presbiteri neocatecumenali Cristobal ed Oliveira reagirono dalla curia con un comunicato stampa in cui la definivano "un'accusa maliziosa e calunniosa". Questo comunicato aprì la possibilità di una causa per diffamazione e la questione arrivò a Roma così rapidamente che nel giro di pochi giorni giunse la notizia che Apuron era stato rimosso sede plena e l'arcivescovo Hon era stato assegnato a Guam come amministratore apostolico.

Durante una liturgia neocatecumenale:
il laico Kiko Argüello all'ambone,
con crocifero e candelieri:
crede di essere il vescovo?

Il 6 giugno 2016 Denton testimoniò pubblicamente di come era stato stuprato a dodici anni da Apuron, all'epoca prete, e di come lo avesse affrontato molti anni dopo, verso il 2000. Il 15 giugno parlò anche Sondia. Dopo questa terza testimonianza si consolidò l'opinione pubblica sul caso: i primi due avevano abitato lontano da Guam per molti anni, ma Sondia era residente da tutta una vita e ben conosciuto da tanti isolani.

Nessuno di quelli con cui avevo parlato, che conoscevano Sondia, avevano sospettato che Apuron lo avesse molestato. Ma questo non deve sorprendere. Sondia e Quintanilla, amici fin dall'infanzia, non sapevano cosa Apuron avesse fatto all'altro. Apuron li aveva minacciati tutti e tre dicendo «nessuno vi crederà». In più, c'era quella paura delle conseguenze del dire qualcosa contro "il prete"; ho avuto parecchie conferme da persone di mezza età, che da bambini sono stati puniti o minacciati dai parenti o dagli anziani dell'epoca, per aver detto una qualsiasi cosa contro il prete, anche se fosse stata questione di molestie, e perfino se fosse stato vero.

Caro cardinal Burke, posso provare tutto ciò che ho scritto qui. A titolo personale, vorrei anche precisare che non ho nulla da guadagnare da tutto questo. Infatti mi è costato molto, a me ealla mia famiglia (sono padre di 11 figli): lo stress, le minacce (Apuron ha minacciato di querelarmi), il tempo perso... tutto questo non l'ho chiesto né voluto. Sono eventi che sono semplicemente avvenuti, non potevo tirarmi indietro. [...]

sabato 13 agosto 2022

Un Kiko mitologico, povero tra i poveri nel borghetto latino di Roma

La vulgata del Cammino neocatecumenale, basata sui racconti dei suoi stessi iniziatori, ha sempre accreditato la versione del Cammino neocatecumenale  nato tra i poveri e per i poveri, a Madrid nelle baracche di Palomeras "altas" e poi a Roma, dove Kiko si stabilì nel borghetto latino, cioè in una zona in cui vi erano delle casette popolari accanto a costruzioni precarie.

Della sua permanenza a Madrid abbiamo già avuto occasione di parlare, quindi in questa sede cerchiamo di approfondire la presenza di Kiko nelle baracche di Roma.

Racconta Kiko stesso, nella sua testimonianza alla Cattedra di S.Giusto a Trieste il 27 marzo 2012,  che fu una decisione presa dopo che più di un parroco si era rifiutato di mettergli a disposizione l'evangelizzazione nella propria parrocchia:

«E lì nella parrocchia vicina al Borghetto Latino c’è la parrocchia di San Giuda e Taddeo, ho parlato col parroco e mi ha detto: “C’è una suora che lavora nella borgata”, l’ha chiamata e dice: “Questo vorrebbe un posto dove vivere coi poveri in preghiera, in contemplazione, vivere con loro, secondo le orme di de Foucauld”, allora questa suora ha trovato un pollaio. Nella spazzatura abbiamo trovato delle porte, uno mi ha regalato una cucinetta, un altro un letto, e ho portato a vivere con me un seminarista. Carmen è andata a vivere dalle suore di Santa Brighitta in piazza Navona ed io al Borghetto Latino, sperando che Dio ci aiutasse.  
Una volta sono passati dei giovanotti della parrocchia dei Martiri Canadesi, non so chi aveva parlato loro di me e sono rimasti impressionati e mi hanno invitato ad un incontro dei giovani».

Lo stesso Kiko ammette che il suo obbiettivo era stato fin dall'inizio venire a contatto con il Papa  (e don Dino Torreggiani era ben introdotto in Vaticano) e riformare le parrocchie; in particolare le parrocchie in cui fece nascere le prime comunità neocatecumenali non furono popolari ma borghesi. E si appoggiò sempre agli altri, soprattutto a preti, parrocchie e istituti religiosi al punto tale che persino il "pollaio" delle Palomeras romane glielo trovò una suora. E il viaggio per venire in Italia la prima volta lo pagò loro don Torreggiani con una borsa dell'Azione Cattolica; lo rivela Kiko sempre nella sua testimonianza a Trieste del 2012, peccato abbia omesso di dire chi ha poi pagato tutti gli altri viaggi avanti indietro fino ad ora.

Dalla lettura del libro "Intervista a Francesco Cuppini", che fu il primo presbitero a far parte della èquipe di Kiko e Carmen dal loro arrivo in Italia, traiamo un quadro del tutto diverso rispetto alla versione edulcorata e mitologica dei siti curati dai neocatecumenali che si basano sul racconto degli iniziatori.

Kiko e Carmen arrivano a Roma nella prima settimana  di giugno del 1968 su invito di don Dino Torreggiani, che pensava di aver trovato le persone giuste per evangelizzare i capelloni di piazza Navona.

Ma Kiko «nicchiava; dormiva fino a tardi, andava al cinema... un vero disastro come acquisto apostolico».

Infatti ricordiamo che Kiko e Carmen recavano con sé  una lettera di presentazione di Morcillo, vescovo di Madrid, che diceva "il sig. Francisco Argüello, residente a Madrid, dedica tutto il suo tempo all'evangelizzazione delle classi più umili" ed era per questo che don Torreggiani li aveva invitati ed ospitati a Roma. È  chiaro che la sua aspettativa fu del tutto tradita dai due.

Così, già nell'agosto del 1968, don Dino manda i due aspiranti riformatori delle parrocchie spagnoli a fare i "predicatori di sostegno" presso la casa canonica di Ventoso, provincia di Reggio Emilia.

Lì  conoscono don Francesco Cuppini che, visto che si era scandalizzato dal doverli ospitare sotto lo stesso tetto nella casa canonica, li doveva portare a dormire a Reggio Emilia nella casa dell'Istituto Servi della Chiesa (fondato da don Torreggiani) e tornare a prenderli al mattino.

Dopo l'estate Kiko e Carmen tornano a Roma, ed è allora che Kiko, per dimostrare indipendenza rispetto alle richieste di don Torreggiani e probabilmente per evitare d' essere da lui tenuto sotto controllo, si fa assegnare da una suora il famoso pollaio nel borghetto latino che ristruttura, con l'aiuto di altri, per farsene un alloggio.

Secondo quanto dichiarato da Kiko nel 2020 ad Aquilino Cayuela per le Note biografiche di Carmen (pag. 235), anche Carmen seguì il suo esempio, ma fu cacciata via dal borghetto latino per schiamazzi notturni.
«Quando giunse a Roma, Carmen alloggiò dalle suore di Santa Brigida, che le hanno lasciato una stanza; in seguito una signora le lasciò una capanna, una parte di una baracca, davanti a quella di Kiko, a circa cento metri. Dopo un po', tuttavia, la cacciò via perché le persone che ci visitavano non la lasciavano dormire. Per questo dovette tornare dalle suore di Santa Brigida».
Evidentemente nelle baracche di Roma la gente, che lavorava di giorno, la notte voleva dormire e non era ammessa la vita disordinata e notturna dei due spagnoli e dei loro amici.

A ottobre 1968 don Cuppini li raggiunge a Roma e  "celebrano" l'Eucaristia nella baracca (nessun accenno ai partecipanti); si sa però che contemporaneamente vengono allestite le catechesi nella parrocchia borghese dei Martiri Canadesi e a inizio novembre nasce la prima comunità.

La Gran Via - Madrid
Il 17 novembre 1968 il terzetto Kiko Carmen Cuppini già non è più  a Roma: dell'agenda del sacerdote infatti risulta fossero a Madrid, e non certo nelle baracche di Palomeras.

Annota infatti don Cuppini: «Abitiamo in pieno centro, in calle Miguel Moya, 6 a lato della "Gran Via", in un appartamento di Marcelo Riesgo, amico di Kiko».

Il 24 novembre 1968 vanno a Lisbona, portati in macchina dai "fratelli" di Madrid, ove rimangono ospiti in  istituti religiosi e in un appartamento offerto dal parroco. Le catechesi comunque, annota don Cuppini, si risolsero in un flop.
Natale ed Epifania 1969 a Madrid.

A Pasqua 1969 sono ancora in Spagna e celebrano la Pasqua nella sacrestia della chiesa abbandonata di Fuentes.

A primavera si dirigono nella regione della Mancha, dove il padre di Kiko possedeva una villa con piscina, insieme alle tre sorelle di Carmen. Cuppini in quell'occasione faceva l'autista con la macchina del padre di Kiko.

A maggio 1969 sono a Roma ma già a giugno a Scandicci. Fino a metà ottobre, poi, di nuovo in Spagna. A novembre 1969 di nuovo a Roma per fare le catechesi a S. Francesca Cabrini. A dicembre a Napoli e a gennaio 1970 ad Ivrea. A marzo 1970 a fare Pasqua a Madrid, ad aprile a Roma a fare catechesi a S.Luigi dei Parioli, alla Natività e a santa Francesca Cabrini, che sono parrocchie ricche della capitale. 

Ad agosto pellegrinaggio in Terra Santa. Da novembre ad aprile 1971 in Spagna, Pasqua a Roma. Poi un tour a Firenze, dove alloggiavano nella casa di riposo degli artisti dello spettacolo viaggiante dei Servi di Maria; poi a Brescia, Bolzano, Trieste, Milano, Ivrea, ove Kiko e Cuppini rimangono ospiti in Seminario, Carmen presso una famiglia e tutti e tre pranzano sempre dal parroco don Antonio.

Il 1 luglio 1971 l'agenda di don Cuppini si interrompe perché il sacerdote viene richiamato definitivamente a Bologna.

Gli spostamenti avvenivano sempre in macchina, con un Citroën 2 cavalli che guidava sempre Cuppini, con camicia azzurro-prete-autista, visto che i due non sanno guidare.

Ma la baracca nel borghetto latino? Kiko evidentemente la teneva solo per rappresentanza. Costruita nell'autunno del 1968, fu abbandonata come abitazione stabile  per i periodi di permanenza a Roma nell'inverno dell'anno successivo;  sappiamo infatti dalle agende del presbitero che dall'inverno del 1969, Kiko, avendo avuto un'influenza  con febbre, fu ospite fisso, con Cuppini, a casa di Nunzio, della prima comunità dei Martiri  Canadesi, in via Lucchesi vicino alla Fontana di Trevi mentre Carmen, dopo aver fatto le valigie ed essersene andata dai "sagrestani" (l'Istituto Servi della Chiesa di don Torreggiani) fu ospite abitudinaria di Maura (itinerante della prima ora, quando i catechisti erano single su modello Kiko-Carmen) quando si trovava a Roma.

Cioè: la baracca era semplicemente la carta di identità di Kiko, la dimostrazione del suo essere altro, addirittura eversivo nei confronti della realtà ecclesiale, il suo distintivo di hippy anti clericale, mentre invece, nei fatti, si appoggiava in toto a istituti religiosi, ai pranzi nelle canoniche, ai seminari, prima ancor di scegliere la soluzione più  comoda e farsi direttamente ospitare (anche per le vacanze in montagna e al mare) dalle famiglie dell'alta borghesia sue adepte di comunità. E Carmen come lui, visto che addirittura si poteva permettere di scegliere fra un ospite e l'altro.

Nè pare facessero alcuna attività lavorativa, essendo ospiti non paganti e ricevendo donativi che poi, visto che Kiko "non faceva del pauperismo" (parole di don Cuppini) venivano spesi per frequentare bar, ristoranti e cinema sempre della zona bene di Roma, oltre che per fumare e per i loro viaggi per motivi familiari.

Quindi, con la semplice consultazione delle agende di don Cuppini, possiamo ridimensionare del tutto la mitologia del Cammino tra i poveri e la permanenza di Kiko in una baracca di Roma proprio per stare con i poveri della Capitale: è esattamente il contrario.
Altro che dottorato honoris causa di cui furono insigniti i due iniziatori iberici per la loro dedizione ai poveri!

In questo articolo, si possono vedere le immagini delle baracche del borghetto latino che fanno parte del fascicolo fornito ad un gruppo di pellegrini neocatecumenali filippini presenti a Roma nel maggio del 2018 per le celebrazioni del 50esimo del Cammino neocatecumenale.

Le famigliole filippine si sono recate di persona a visitare i "sacri luoghi" in cui il loro guru Kiko racconta di aver vissuto povero tra i più poveri, ora trasformati in parco, e hanno preso religiosamente pure delle immagini.

Un "valore aggiunto" l'ha fornito la presenza dell'ex Vescovo di Guam e "fratello" del Cammino neocatecumenale già allora condannato dal tribunale ecclesiastico per pedofilia, Antony Sablan Apuron, che Kiko impose al Papa nel parterre delle autorità religiose. Qui sotto lo vediamo in una foto sorridente e spensierato, sicuro di aver guadagnato comunque e sempre un posto al sole, e non una baracca da poveraccio, per i meriti acquisiti in favore del Cammino neocatecumenale.


 

mercoledì 8 giugno 2022

José Agudo, nel cammino neocatecumenale eccezione che conferma la regola. Mentre gli itineranti, col beneplacito di Kiko, tengono ben nascoste le "scatole di sardine".


Aneddoto delle sardine: 

Siamo agli albori del Cammino, parliamo delle prime convivenze della prima di tutte le comunità neocatecumenali, al tempo delle baracche.
Erano tutti veri, zingari, gente senza filtri e senza difese che si mostravano così com'erano. Quelli che pregavano in un modo tale che quando Carmen si trovò in mezzo a loro si sentì una falsa e ipocrita. Possiamo immaginare le convivenze! Spesso finivano in risse.
Una volta il motivo fu che tutti dovevano condividere le risorse alimentari che tenevano in comune. Durante il giro di esperienze, dal momento che dalla dispensa erano sparite le scatole di sardine, iniziarono ad accusarsi l'un l'altro, ma nessuno confessava. Qualcuno doveva averle sottratte, di notte, mentre gli altri dormivano... Non se ne veniva a capo.
Allora l’illuminato catechista (il sommo Kiko) fermò ogni cosa dicendo:
“Ora qui non andiamo più avanti, finché chi ha rubato le sardine non va a prenderle subito e le porta qui, confessando il suo peccato davanti a tutti”.

Uno aveva cominciato a rubare, e tutti gli altri, vedendo sparire le sardine ogni volta di più, si erano attivati per non restare indietro e ‘ristabilire’ l’equità. Alla fine saltò fuori che nessuno si era sottratto. Cominciò il primo a restituire, ma le scatole di sardine erano poche rispetto a quelle sparite.
E le altre?
Messi sotto pressione, uno ad uno, andarono a prendere quelle che ciascuno di loro teneva nascoste, finché tutte le scatole sparite furono recuperate. Risultò così alla fine che tutti avevano rubato.
Da quel momento in poi – momento di verità - si riprese la messa in comune delle esperienze, la convivenza ripartì da dove era stata interrotta, fu ripristinata la koinonia.
Prima di mettere in comune vita ed esperienze, era necessario mettere in comune le (tanto famose da quel giorno in poi) “scatole di sardine”. 




José Agudo: 

L'ho conosciuto nelle convivenze mondiali di itineranti. Insieme alla moglie Rosario. Un tipo schivo, sicuramente. Restio a mettersi in mostra. Sempre defilato rispetto agli altri cd. della prima ora.

José e la moglie, in una storica intervista.
Seduto dietro, mai ai primi posti, mai che si avvicinasse a Kiko o a Carmen (come tutti gli altri che facevano a gara), erano piuttosto loro che qualche volta gli andavano incontro. Per conto suo passava anche i momenti di pausa rigorosamente da solo, non cercava compagni, era difficilissimo incrociare il suo sguardo perché era quasi sempre a testa bassa, non si guardava intorno né cercava attenzioni e non ne dava. Movimenti lenti, si sedeva solitamente poggiando le braccia sulle gambe divaricate e con una mano si teneva la testa, appoggiando la fronte sul palmo e stringendo nelle dita l'inseparabile sigaretta, mentre guardava per terra in mezzo ai suoi piedi; questa la sua postura consueta. 
Negli intervalli seduto su un muretto, stava così. Silenzioso e se parlava lo faceva lentamente, a voce bassa, centellinando le parole. Poche parole metteva in fila, di senso compiuto, nessuna spiegazione annessa. Dava il titolo, meglio la traccia di un tema, che ognuno era padrone di svolgere come meglio credeva. Tirava fuori le cartine, la scatola col tabacco e confezionava con destrezza e precisione le sue sigarette, una dietro l'altra, intervallate dal tempo necessario per svolgere l'accurata procedura, quasi un rituale. 
La moglie, Rosario, sempre accanto a lui. Anche lei serena e modesta. Era evidente che si capivano a volo e scambiavano qualche parola solo di rado, con una profonda intesa molto evidente. 
A me piaceva molto osservarli, destavano la mia curiosità e il mio interesse. Erano diversi da tutti gli altri. Una perla unica lì in mezzo. Mi sono posta sempre molte domande in proposito.
Poteva fare un freddo cane, come spesso d'inverno accadeva a Porto San Giorgio, José portava rigorosamente i suoi sandali di cuoio ai piedi completamente nudi. Appariva tra tutti gli altri itineranti una nota stonata. I più simili a lui, in un certo senso, come serietà, come atteggiamento austero, erano senza dubbio alcuni itineranti spagnoli, responsabili di nazione in America Latina. Tra questi e la casta romana - in ogni caso - una distanza abissale, due mondi, distanti e ostili. 

Gli spagnoli mordevano il freno, a tratti usciva fuori la loro esasperazione che però si capiva essere stata repressa troppo a lungo, tanto da ridursi ad un mortale sfinimento senza traccia di rassegnazione (questo - è da dire - è uno dei capolavori meglio riusciti di Kiko e Carmen). Quindi una vera e propria condanna. Ma questo è un altro capitolo della storia. 

Qui parliamo di José Agudo.

José Agudo y Rosario Romero. Oggi.
Kiko lo presentava sempre con molta solennità in assemblea, come fosse un trofeo di guerra. Orgoglioso, gonfiava il petto e si tirava sulla punta dei piedi:

"Fratelli, ecco José Agudo e la sua moglie Rosario, 13 figli, uno zingaro!".
José si alzava a stento, sempre partiva un applauso convinto, ma José si risiedeva subito e all'immancabile invito di Kiko di dire una parola, faceva solo un cenno con la mano di diniego senza possibilità di trattativa. Faceva no con il capo come a dire: non ho proprio nulla da dire....Kiko fai tu.

José è stato uno dei primi catechisti in Spagna e primo responsabile della comunità delle baracche di Palomeras ma, quando Kiko ha inaugurato la missione famiglie, si è subito alzato, disponibile a partire ad ogni parte con la moglie Rosario ed è partito per una delle zone più povere del Perù dove ha continuato a vivere da povero, libero.
Tornava per le convivenze sempre, quando Kiko e Carmen lo chiamavano, ma tirargli fuori dalla bocca uno straccio di esperienza, neanche a parlarne.
Questo José Agudo!

In alcune situazioni Kiko lo chiamava in causa: "Che ne pensi Josè?", oppure Kiko tirava fuori i soliti aneddoti: "Josè, racconta tu, dai". Tutto inutile. La voce di Rosario non l'ho mai sentita. 


Fu alla convivenza di Alicante in Spagna mondiale, anno 2000, tutta sugli Statuti da approvare...strategie da approntare...come dobbiamo procedere? Quindici giorni interminabili ed evidentemente pilotati da decisioni già prese.

I miei dubbi si moltiplicavano e le residue speranze si infrangevano, una dietro l'altra, in un effetto domino inarrestabile, lasciando il posto alla consapevolezza che, almeno per me, la storia con il cammino molto probabilmente volgeva al suo termine.
Ascoltavo gli itineranti più stretti collaboratori di Kiko, tra i dodici e i settantadue, fare a gara per proporre soluzioni atte ad aggirare, orientare, scansare tutto quanto potesse "ingabbiare" il cammino nelle maglie strette di un indigesto Statuto al quale proprio non volevano rassegnarsi.
Kiko diceva..."Se fanno questo o quest'altro distruggono il cammino!". "Soprattutto se ci toccano l'Eucarestia, il cammino è morto!", questa la consueta chiusa di Carmen. "Lo Spirito Santo ci ispira, ci ispira...", ultima e conclusiva battuta sempre di Kiko.
Quanta arroganza e quanti giudizi feroci verso i Pastori della Chiesa a tutti i livelli! Un continuo piagnucolare. 

Un giorno presi coraggio, mi ero preparata, e mi avvicinai a Josè, cosa che desideravo da tempo: parlare con lui. Pensando in cuor mio che fosse l'unico lì in mezzo, in quel manicomio di presuntuosi, che potesse aiutarmi. Cosa e come dovevo fare? Stavo troppo male. Non ricordo come introdussi il discorso ma tentai di esprimere il mio profondo disagio, lo sconcerto per le troppe contraddizioni di chi da una parte ti parla di "amore alla Chiesa" "obbedienza ai Pastori" sopra ogni cosa e poi si macera per studiare come fare per sfuggire alla Chiesa alle sue regolamentazioni salutari...
... Perché Dio viene con noi e chi non lo capisce non ha discernimento siano Parroci o Vescovi o Cardinali o la Chiesa intera (da qui nasce Faraone detto dei Pastori, e tutto il resto come "A chi obbedisci tu? A me o al tuo Vescovo?"). Josè, con un sorriso serafico, mi dice giusto cinque parole: "Solo la Croce è tutto"; la Croce, la Croce e basta.
Con una perentorietà che non lasciava spazi ad una ulteriore conversazione. Mi lasciò senza parole e mi allontanai, con tutto il pesante fardello dei miei mille perché, che compresi definitivamente essere tutto mio. Ero io che dovevo trovare le risposte all'enigma, risposte che dessero pace alla mia anima e alla mia coscienza. E mi ripetevo - confesso profondamente amareggiata - "ma che c'entra la croce con questa contraddizione in termini?" Perché per me dovrebbe essere una croce accettare la doppiezza di professarsi a parole fedeli alla Chiesa usque ad mortem (come tutti gli itineranti fanno sereni senza porsi alcun problema) mentre nella storia concreta, di fatto, si combatte per la fedeltà, contro e nonostante la Chiesa, a tutte le consegne del cammino, che non si possono discutere così come sono state partorite dalle teste, insuscettibili di un discernimento superiore, di Kiko e Carmen?
Pensai: questo Agudo José o è un santo che ha raggiunto la perfetta atarassia (cosa che non escludo) o è solo un tonto che ha imparato la poesia a memoria e la recita a comando.
Ma che razza di risposta?! Il dubbio me lo porto ancora.

Molte volte Kiko lo sollecitò inutilmente a parlare anche ad Alicante, durante quella terribile convivenza in cui uscirono fuori con crudezza anche diversi conflitti tra clan di itineranti tra Roma e Madrid, Italia e Spagna, ostili tra loro.
Un giorno Kiko quasi lo supplicò. In realtà non era possibile in una convivenza così storica che proprio José Agudo non pronunciasse neanche una sillaba!
"Forza Josè, dicci secondo te cosa dobbiamo fare?". José Agudo si alza in piedi, dal fondo dell'assemblea, e dice: "Kiko, dobbiamo fare di nuovo la convivenza delle sardine". E si risiede.
Kiko, che tutto gira a treatro, a spettacolo, che ama costruire aneddoti, scoppia a ridere: "Bravo Josè! La convivenza delle sardine! Ricordi?", "Beh, ora devi spiegarla, non tutti la conoscono, solo noi vecchiotti, è del tempo delle baracche...".
Josè, ormai sedutosi di nuovo, col capo chino fa no con la mano, alzando solo la mano, e conclude:
"Se vuoi la racconti tu...." 


José  Agudo e famiglia se ne andarono con la missione famiglie in uno dei "pueblos jovenes" alla periferia di Lima, ammassi enormi di catapecchie abitate dai nuovi immigrati dalle campagne. Alle convivenze di Inizio Corso si leggevano le lettere di Agudo che spiegava come le cose andavano lì e che c'era stata discussione se loro dovevano cercare di costruirsi case più dignitose per dare il buon esempio oppure continuare a vivere allo stesso modo. Agudo la pensava così e nella lettera scrisse qualcosa come: "ma abbiamo pensato che Dio non fa questioni di case o vestiti, ecc..".
Tutti ne restavano ammirati.

Kiko ha sempre usato l'immagine di José che gli dava gran lustro, a lui così diverso e che in un posto simile, in mezzo a tanta povertà, non avrebbe resistito una settimana.
Impressionante la discussione sulla casa, poiché lì si viveva davvero in catapecchie, in estrema povertà. Ma José aveva preso alla lettera l'incarnarsi tra i poveri.

Come fu alle origini, anche ad Alicante, forse, José avrebbe voluto vedere di nuovo la processione degli itineranti (questa volta) a restituire, uno dietro l'altro, le "scatolette di sardine" rubate, finchè fossero tornati tutti i conti.

domenica 15 maggio 2022

Che cosa ha da spartire san Carlo de Foucauld con Kiko Argüello?

Qui la versione inglese dell'articolo a cura del blog "Neocatechumenal Way in the USA".

Statua di Charles de Foucauld
a Nazareth
Oggi, 15 maggio 2022, viene proclamato santo in Piazza San Pietro Charles de Foucauld,  un originale apostolo del Vangelo che ardeva dal desiderio di far conoscere e amare il “suo” Gesù, vivendo tra i Touareg nel Sahara algerino: “Risiedo qui, solo europeo… Felice di essere solo con Gesù, solo per Gesù”.

L'evento, come ogni canonizzazione, coinvolge e commuove tutta la Chiesa, e soprattutto le 19 famiglie di laici e sacerdoti che si richiamano alla sua spiritualità.

C'è  però anche un 'figlio spurio' che si sente coinvolto e quasi accomunato al nuovo santo in questa giornata speciale, ed è  Kiko Argüello, fondatore del Cammino Neocatecumenale.

Sul sito ufficiale del Cammino neocatecumenale infatti alla canonizzazione di fratel Carlo è stato dedicato un articolo, a firma di don Ezechiele Pasotti,  in cui si afferma che, con Kiko,  vi  sarebbero «legami vari e profondi, e vanno dal momento della loro conversione, all’intuizione della vita nascosta in mezzo ai poveri, al modo di stare come “poveri tra i poveri”, sino al “sogno” di una cappella per l’adorazione sul Monte delle Beatitudini».

Vogliamo analizzare uno ad uno questi presunti legami fra il santo che oggi viene elevato agli altari e colui che, con tanta insistenza, da più  di mezzo secolo sostiene di essere un suo fedele imitatore.

La conversione.

Charles de Foucauld, dopo un’adolescenza vissuta lontano dalla fede, immerso nei piaceri di una vita facile e agiata, cominciò ad avvertire un’inquietudine esistenziale durante una pericolosa esplorazione in Marocco e, rientrato in Francia, continuò la sua ricerca stimolato dai buoni esempi di persone cristiane: «Ho iniziato ad andare in chiesa, senza essere credente, non mi trovavo bene se non in quel luogo e vi trascorrevo lunghe ore continuando a ripetere una strana preghiera: “Mio Dio, se esisti, fa che io Ti conosca!”». Con l’aiuto di un santo sacerdote, il padre Huvelin, ritrovò la fede e tornò ai Sacramenti nel 1886; aveva 28 anni. 
 
«Come credetti che c’era un Dio, compresi che non potevo far altro che vivere per Lui solo». 
Il cammino di fratel Charles, dal giorno del suo rinnovamento interiore, continua ad essere ricerca appassionata di Cristo, delle sue orme, da ricalcare amorosamente una per una, in modo tale che la sua vita sia insieme imitazione fedele di Gesù e perdita di sé nel “Beneamato”: «Amo Nostro Signore Gesù Cristo e non posso sopportare di condurre una vita diversa dalla Sua... Non voglio attraversare la vita in prima classe, quando Colui che amo l’ha attraversata in ultima classe...».
 
Anche Kiko ebbe una crisi esistenziale, e una conversione, ma il suo obbiettivo non era quello professato da Charles de Foucauld, il seguire l'esempio di Cristo. 
Lo spiega più tardi, nei suoi "Orientamenti per la fase di conversione" (il mamotreto delle catechesi iniziali): «Gesù Cristo non è  affatto un ideale di vita»  «la gente pensa che Gesù Cristo è  venuto a darci una legge più perfetta della precedente e che, con la sua vita e la sua morte, la sua sofferenza soprattutto, ci ha dato l'esempio perché noi si faccia lo stesso. Per queste persone (ndr: ossia per tutti i credenti) Gesù  è un ideale, un modello di vita» «se Gesù Cristo fosse venuto a darci un ideale di vita, come avrebbe potuto darci un ideale talmente alto, talmente elevato, che nessuno lo può raggiungere?»
 
Kiko nelle grotte di Murcia
in una posa "alla de Foucauld"

Il teologo passionista padre Enrico Zoffoli commentava queste, che definì senza esitazione "fandonie", scrivendo: 
«Kiko ignora che il Vangelo è  il messaggio esistenziale che in ultima analisi si riduce alla più  sapiente, amorosa ed eroica sequela di Cristo, spinta fino a pensare, sentire, vivere come Lui, in Lui e per Lui (Fil.2,5).»

Cosa pensava invece Charles de Foucauld della possibilità e necessità di imitare Cristo? Scriveva: «Approfittiamo degli esempi dei santi, ma senza fermarci a lungo né prendere per modello completo questo o quel santo, e prendendo di ciascuno ciò che ci sembra più conforme alle parole e agli esempi di Nostro Signore Gesù, nostro solo e vero modello, servendoci così delle loro lezioni, non per imitare essi, ma per meglio imitare Gesù».

Esponeva infatti in tal modo la propria ricetta spirituale: «L’imitazione è inseparabile dall’amore: è il segreto della mia vita: ho perduto il mio cuore per questo Gesù di Nazareth crocifisso millenovecento anni fa e passo la mia vita a cercare di imitarlo per quanto è possibile alla mia debolezza.»

È  così  che, dopo essersi consacrato a Dio come monaco trappista,  assetato di maggior povertà, maggior penitenza, maggior conformità a Gesù, con il beneplacito dei superiori e del direttore spirituale, lasciò la Trappa e si recò a Nazareth come eremita presso un monastero di Clarisse; il suo scopo era quello di «condurre il più fedelmente possibile la vita di Nostro Signore, vivendo soltanto del lavoro manuale e seguendo alla lettera tutti i Suoi consigli...».

L'idea, il proposito e la trasposizione nella vita di fratel Carlo di Gesù della sequela di Cristo e del conformarsi a Lui è completamente antitetica a quella di Francisco (Kiko) Argüello.

La vita nascosta tra i poveri.

Charles de Foucauld volle approfondire la sua vocazione attraverso una sorta di vita eremitica, in preghiera, adorazione, lavoro silenzioso e grande povertà.
Ciò avviene inizialmente in Terra Santa presso le Clarisse di Nazareth.

Fratel Charles desiderava condividere questa “vita di Nazareth” con altri fratelli. Per questo scrisse la Regola dei Piccoli Fratelli, che codifica come una “vita di famiglia attorno all’Ostia consacrata”. 
«La mia regola – scrisse – è così strettamente legata al culto della Santa Eucaristia che è impossibile che molti la osservino senza che ci siano un prete e un tabernacolo; solo quando sarò diventato prete sarà possibile avere un oratorio attorno al quale riunirsi e solo allora potrò avere qualche compagno...».

Tornato nuovamente nel suo Paese venne ordinato sacerdote a 43 anni nella Diocesi di Viviers. Ma l’Africa lo chiamava nuovamente e così si recò nel deserto algerino del Sahara, prima a Beni Abbès, povero tra i più poveri, poi più a sud a Tamanrasset con i Tuareg dell’Hoggar.


Kiko Argüello, sostiene l'articolo sul sito del Cammino, ha seguito passo passo le orme del santo. E riporta una affermazione del fondatore spagnolo: «De Foucauld mi ha dato la formula per realizzare il mio ideale monastico: vivere come un povero tra i poveri, condividendo la sua casa, il suo lavoro e la sua vita, senza chiedere niente a nessuno e senza fare niente di speciale».

Non sappiamo esattamente cosa fece Kiko, insieme a Carmen, nel rione popolare delle Palomeras di Madrid.
Certo è  che vi rimasero per poco, e quasi subito cercarono di esportare l'esperienza di "fraternità" provata in particolare con una colonia di zingari stanziatisi in quella zona nelle parrocchie ricche di Madrid.
La povertà estrema, dopo averla provata sulla propria pelle, non era assolutamente il loro ideale di vita, il paradigma di Charles de Foucauld era diversissimo dal loro!

Un esempio della totale indifferenza di Kiko Argüello rispetto all'apostolato fra i reietti della società, si ha con il suo arrivo, insieme a Carmen Hernàndez, in Italia.

Don Dino Torreggiani, primo sponsor ecclesiastico dei due ispanici sul suolo italico, aveva creduto nella autenticità delle loro vantate esperienze tra i poveri di Madrid  e nutriva grandi speranze e aspettative su di loro come "apostoli dei capelloni"  (simpatizzanti del movimento Hippy) che stazionavano giorno e notte in piazza Navona.

Ma Kiko, sbarcato nella Capitale proprio per questa missione, si rivelò un vero disastro! 
Non voleva saperne di evangelizzare i capelloni: dormiva, fino a tardi, andava al cinema...; come confidò lo stesso Kiko a don Cuppini, presbitero nella loro equipe prima di don Pezzi, la sua "ispirazione-aspirazione" era esclusivamente quella di andare a Roma per avvicinarsi al Papa (ed entrare nelle sue grazie).  (Dal libro "Intervista a Francesco Cuppini" di Tarcisio Zanni).

Altro che vita nascosta tra i poveri!

Lo stesso don Francesco Cuppini rileva come "interessante" il fatto che la prima parrocchia "evangelizzata" da Kiko e Carmen a Roma fosse quella dei Martiri Canadesi.
Scrive infatti «da uno che vive con i baraccati ci si poteva aspettare più  logicamente un apostolato rivolto ai poveri, una comunità  di poveri, un po' come a Madrid».
Ma conclude: «Invece il Signore qui a Roma il Cammino lo ha passato direttamente dalle baracche ai borghesi». Quindi, secondo l'idea che Cuppini vuole accreditare, è stato Dio a volerlo, facendo evaporare in breve volgere di tempo  il grande amore dei due iberici (borghesi pure loro) per Madonna povertà!
Non è inessenziale ricordare che questo afflato di vita nascosta tra i poveri non farà  mai più parte degli obbiettivi dei due fondatori del Cammino neocatecumenale.

Il sogno di una cappella per l’adorazione sul Monte delle Beatitudini

Scriveva Charles de Foucauld: «…Io credo mio dovere sforzarmi di acquistare il luogo probabile del Monte delle Beatitudini, di assicurarne il possesso alla Chiesa cedendolo poi ai Francescani, e di sforzarmi di costruire un altare dove, in perpetuo, sia celebrata la messa ogni giorno, e resti presente Nostro Signore nel Tabernacolo...». 
Su questo il santo ha tanto riflettuto e pregato che ne fissa anche la data: 26 aprile 1900, festa di Nostra Signora del Buon Consiglio. Ed era profondamente convinto che la sua vocazione di «imitare il più perfettamente possibile nostro Signore Gesù, nella sua vita nascosta» riceverà qui, sul Monte delle Beatitudini, una consacrazione più radicale e definitiva. 
«Lì potrò infinitamente di più per il prossimo, per la mia sola offerta del santo sacrificio…, sistemando un tabernacolo che con la sola presenza del Santissimo Sacramento, santificherà invisibilmente tutti i dintorni, allo stesso modo in cui nostro Signore nel ventre della madre santificò la casa di Giovanni… come pure con i pellegrini… con l’ospitalità, l’elemosina, la carità che cercherò di praticare verso tutti».

Quando essere stati marxisti
ed atei diventa un vanto...
Ebbene, a questo proposito appare proprio il caso di ricordare il disprezzo nei confronti del Tabernacolo, la tiepidezza nei confronti della Presenza reale e dell'adorazione al Santissimo di Kiko e Carmen.

Diceva Kiko negli "Orientamenti per la fase di conversione": «Noi cristiani non abbiamo altare, perché  l'unica pietra santa è Cristo, Pietra angolare. Perciò  noi possiamo celebrare l'eucarestia sopra un tavolo; e la possiamo celebrare in una piazza, in campagna e dove ci piaccia! Non abbiamo un luogo in cui esclusivamente si debba celebrare il culto».

E Carmen gli faceva da sponda dichiarando: «Io sempre dico ai Sacramentini che hanno costruito un tabernacolo immenso: se Gesù Cristo avesse voluto l'Eucarestia per stare lì, si sarebbe fatto presente in una pietra che non va a male» e proseguiva descrivendo come devianti «l'adorazione, le genuflessioni durante la Messa ad ogni momento, l'elevazione perché tutti adorino...Nel Medioevo all'elevazione si suonava la campana, e quelli che erano in campagna adoravano il Santissimo.»

Date queste premesse, è  normale che finiscano per dichiarare che «stanno scomparendo i contrasti con i protestanti perché andando al centro, all'essenziale, coincideremo con loro» (secondo Kiko e Carmen, saremo noi a coincidere con i protestanti, non viceversa!).

Sempre più abissale la differenza tra la visione di Kiko e Carmen, sulla quale hanno istruito tutti i propri adepti e mai è stata esplicitamente rigettata, e quella di fratel Carlo de Foucauld.

Su quanto poi il lussuoso mausoleo della Domus Galilaeae con la cappella dell'adorazione circolare oppressa dal gruppo bronzeo kikiano  corrisponda all'ideale di de Foucauld, si è  ben espresso in una lettera aperta dolorante e scandalizzata un membro di una delle fraternità ispirate all'esempio di vita di fratel Carlo.

Domanda più che lecita...
Infine, dopo aver parlato dell'imitazione di Cristo, della vita nascosta con i poveri, dell'adorazione davanti al Tabernacolo che furono i fondamenti su cui si è  santificato Charles de Foucauld e rispetto ai quali invece Kiko Argüello e Carmen Hernàndez hanno scelto una strada totalmente agli antipodi, concludiamo con l'idea che nutriva fratel Carlo dell'evangelizzazione cristiana.

Quella di Charles de Foucauld  è un'evangelizzazione «non attraverso la parola, bensì – come lui dirà – attraverso la presenza del Santissimo Sacramento, l’offerta del divino Sacrificio, la preghiera, la penitenza, la pratica delle virtù evangeliche, la carità, una carità fraterna ed universale che divide fin l’ultimo boccone di pane con qualsiasi sconosciuto che si presenti, e che riceve chiunque come fratello amatissimo...».
Imparando la lezione del Vangelo: “Tutto ciò che fate ad uno di questi piccoli, l’avete fatto a me”, apriva sempre la porta quando qualcuno bussava, rompendo la sua solitudine contemplativa. «Dalle 4.30 del mattino alle 20.30 della sera – scriveva in alcuni giorni –, non smetto di parlare, di vedere gente: schiavi, poveri, ammalati, soldati, viaggiatori, curiosi».
La sua vita trascorreva così, all’interno del suo recinto, senza uscire a predicare ma pronto a ospitare chiunque passi di lì, amico o nemico che fosse.

Che differenza con la verbosa, ridondante, costrittiva, dispendiosa, elitaria, divisiva, rumorosa, autoreferenziale  "evangelizzazione" di Kiko, Carmen e del Cammino neocatecumenale!

Kiko voleva che fosse un "monastero"
ma dovette ripiegare sulla cappella

San Carlo de Foucauld, ti affidiamo nella preghiera tutti coloro che ancora credono nelle assurde pretese di santità e di cattolicità del Cammino neocatecumenale così come voluto dai suoi fondatori, perchè, considerando il tuo esempio e le tue virtù, rigettino senza altro indugio le finzioni e le inautenticità con le quali li si vuole tenere avvinti. Così sia.

giovedì 13 dicembre 2018

Derby neocat Italia-Spagna: chi vincerà?

Kiko: "José, abbracciami, stiamo vicini vicini!"
José: "Bueno, se proprio dobbiamo!
Ma tieni giù le mani..."
Madrid e Roma non si sopportano. 

A Madrid i Gennarini non sono ben visti. 
Agudo lo zingaro non è mai stato un gran predatore come loro, rimane li in penombra dietro il fumo delle sue sigarette. 
Jose Maria Soler (ormai morto) e famiglia (9 figli, uno prete, tutti in cammino con figli e nipoti la maggior parte itineranti) non rientravano nè rientrano (che io sappia) nei 72 nè mai vengono nominati, e Soler fu uno dei primissimi nelle baracche (anche se veniva dalla "Madrid bene") a stare con Kiko (e Agudo) e pensare il catecumenato post battesimale.
Perchè sempre compaiono ovunque gli stessi cognomi in "-ini" allora? 
Questo non va giù nè mai è andato giù agli spagnoli. 

E Kiko lo sa.

Gli unici che mai dicono niente sono quelli di Zamora (s.Frontis) o Avila (due evangelizzazioni tra le prime anche prima della Paloma o S.Catalina a Madrid) forse perchè gente "non di Capitale" non so. A Madrid pesa il fatto che in teoria "sono nati un anno prima" di Roma.
Per quello non è andato giù lo slogan "i 50 anni del cammino a ROMA".

E noi? Dicono... e hanno ragione... 
Josè Maria Soler con un giovane Kiko

Ma Kiko ne sa una più del diavolo: rimane fedele alla linea "rosso sangue pura e primigenia" di Madrid dicendo delle cose, e a Roma spaccia le teorie nere ferree e pseudoapostoliche perchè sa che ci sono i "Palazzi". 
E lui, Kiko, dentro ai Palazzi ha ormai molti neocat (preti e laici) che lo avvertono delle mosse da fare o non fare, delle cose da dire e non dire.

Conclusione:
a Madrid, e in generale in Spagna, vivono o credono di vivere - perché Kiko quello gli fa credere - il cammino puro vero e non corrotto (sanno che a Roma lo è), mentre a Roma pensano lo stesso (di loro in Spagna... metteteci anche un "poverini sono arretrati che ne sanno li non hanno il Papa") con un salto mortale in avanti da ormai da 48-52 anni. 
Occhio perchè c'è da dire un'altra cosa: lì in Spagna lo sanno che poi in fondo in fondo così stupidi (e così presi per i fondelli) non lo sono:
infatti da sempre (era dei 72, ora non so se è dei 12) hanno il cardinal Ricardo Blázquez (ha scritto anche vari libri por cammino) che sta con un piede dentro la CEI e un altro dentro i Palazzi Vaticani, poi hanno (mi pare di origini basche) Javier Sotil (ora uno dei 12 che accompagna Kiko ovunque) ex confessore o non so bene cosa del Redemptoris Mater di roma.... 
Oltre ad avere il famoso Alvaro de Juana (giornalista incardinato a Roma ma nato e cresciuto a Madrid) che sicuramente anche per (de)formazione professionale farà circolare notizie tra le due penisole.
Insomma voglio dire, i loro "pretoriani" (che è vero che sempre sotto gli imperatori romani stanno) li hanno eccome.

Un'ultima cosa: a Madrid, cioè agli spagnoli, si lascia il via libera per le "kikazzate" a livello culturale.

Kiko: "Francesco, stiamo vicini vicini
e canta il Te Deum insieme a me!"
Francesco: "Ma manco pe' gnente!
Fámose 'sta foto, poi tira giù le mani..."
Ovvero: non poco tempo fa, per esempio, da Madrid (anche se in realtà uno dei promotori -perchè di ricchissima famiglia che ha finanziato a destra e a manca il cammino e non solo- è uno del Costarica, non ricordo il nome ma è famiglia neocat ben conosciuta in area sudamericana, ha anche un fratello prete Redemptoris Mater) hanno lanciato la "Fundaciòn obra artistica Argüello" o qualcosa del genere, che serve per "proteggere" (manco fosse Picasso!) l'opera pittorica architettonica scultorica musicale e non so quant'altro del signor Argüello. 
Voglio dire, alla Spagna è lasciato campo aperto per queste pagliacciate (a detta di Roma che invece si occupa del vero cammino per intenderci).

Vedi per esempio i pittori la maggior parte vengono dalla Spagna, vedi i musicisti: il maggior numero (o comunque quelli che subito si fiondano) sono spagnoli.
In poche parole, gli piace fare 'ste cose agli spagnoli.
Il gruppo "restauro" (ovvero gente che non sa che fare e si occupa di -appunto- restaurare opere in rovina dell'Argüello - ciò che dico è vero, conosco un paio che lo fanno e sono italiani) è del nord della Spagna.
Se non sbaglio la coppia (sposata) a capo dell'equipe restauro (solo nominarlo fa ridere ma va bene... rientra nello stile neocat) è della Galizia o giù di li.

Insomma agli spagnoli 'sta cosa viene di fabbrica, come dicevo.
Sono più "zingari", sono più "artisti", più disponibili a lasciare tutto o a dare tutto.
In generale mi riferisco, non tutti certo.
Questo a Roma lo sanno, e a Roma questo è impossibile. A Roma dove dalle baracche si è entrati nei palazzi su.

In questo blog già se ne è parlato: tutte le prime parrocchie di Kiko e Carmen sono situate (Roma e non solo) in quartieri più che borghesi (con personaggi all'interno più che laureati e comodoni).
A Roma i vari "-ini" o i vari "-etto" o "-ttano" o "-nzari" o i vari spocchiosi del Prete (che artista non è, occhio!, è capo struttura-super-architetto, mica si può abbassare a così putrido livello e sporcarsi le mani, ma è da lui che dipendono i vari spagnoletti pittori e restauratori) e cosi via ...

Il geniale kikoniglio nel Paese Delle Meraviglie
Sono quelli che si aggirano nei corridoi, che parlano in stanze, che regalano a vescovi, che stringono mani (alla Moggi insomma eheheh, non me ne vogliano gli juventini) che dalla fondazione di via del Mascherino (e non solo) muovono il vero denaro che dice sì a quello e no a quell'altro.
Insomma gli imperatori romani sanno che se non ci fossero loro, il cammino in mano agli spagnoli "viva la vida" , da mò che sarebbe finito inguaiato.

Aggiungo: se da Madrid ("grosso errore" avranno detto i romani!!) - perchè è dalla diocesi di Madrid con la triade cardinalizia Rouco - Blázquez - Osoro che si sta gestendo (un certo Charlie fratello del cammino di lì a quanto pare ha in mano la situazione burocratica... ma non finendo in "-ini" già si sa che non potrà fare nulla) il processo di beati-santi-ficazione della pora estinta Carmela - non andasse in porto il fattaccio (e vedrete che non andrà), i romani diranno "Ve l'avevamo detto! in Spagna al massimo finite i cognomi con la "s" o con la "z" siete inutili!!" e si passerà allora ai corridoi e ai palazzi... e lì... santa forse no, ma beata da quelle stanze (e azzardo entro i prossimi 15 anni) ci riusciranno a farla diventare, e nuovamente (al di là dell'europeo 2012) sarà di nuovo vittoria italiana (romana).
(da: Gigi, un amico del blog)

domenica 25 novembre 2018

Le vie dell'inferno sono lastricate di buone intenzioni

Sepolcri imbiancati
La tipica strategia difensiva di ogni zelante neocatekiko è quella di ergersi a giudice unico della propria esperienza: "il Signore mi ha salvato", col sottinteso: "chi sei tu per capire cosa provo?", e col sottinteso del sottinteso: "se il Signore mi ha salvato allora il Cammino è buono".

Ma anche il drogato dice sostanzialmente le stesse cose: "se io mi sento bene con la droga, chi sei tu per criticare la mia esperienza? tu non hai fatto esperienza della droga, perciò non puoi giudicarla!" Quando infatti la radice è buona, chi ha "fatto esperienza" invita tutti a considerarne gli aspetti oggettivi, cioè non soggettivi, affinché chiunque possa verificare in modo indipendente. I neocatecumenali non lo fanno mai perché non possono farlo: infatti il Cammino è inquinato fin dalla radice. Perciò hanno ragione di temere le verifiche. Perciò hanno sempre bisogno di usare esclusivamente la propria imprecisata "esperienza" come spiegazione.

Innanzitutto perché una forte esperienza religiosa, per quanto sincera, non implica qualcosa sulla verità di quella fede. Per esempio, tanti storici sono convinti che Maometto fosse sinceramente convinto di aver ricevuto una rivelazione divina. La conseguenza è l'islam. E nell'islam puoi trovare gente di buon cuore, con esperienze religiose perfino con caratteri di misticismo (la "mistica sufi", che tanto fa leccare i baffi a certi soloni nostrani che meno la conoscono e più ne elucubrano). Ma tutto questo non significa che loro si siano avvicinati minimamente alla verità. Nostro Signore saprà leggere nei cuori e in qualche modo ricompensare coloro che non sono colpevoli del non aver avuto la possibilità di conoscere la vera fede, ma questo non significa che la loro spiritualità, anche la più onesta, abbia valore (e dopotutto il Signore ha comandato di battezzare, dichiarando che il battesimo è necessario alla salvezza): per questo si diceva che uno starnuto di don Bosco vale più della vita ascetica di un induista, poiché nel primo caso c'è la divina grazia che opera.

Un altro spunto di riflessione: ad accendere le speranze di soggetti come il famoso Agudo delle baracche (uno dei primissimi seguaci di Kiko e Carmen) era piuttosto una religiosità comunitarista, di sapore protestante e figlia del suo tempo (nel Sessantotto e dintorni era tutta un'effervescenza di nuove "comunità", di gruppi che volevano vivere "mettendo tutto in comune", ecc.) poi rapidamente passata di moda pochi anni dopo. Lo ha spiegato in dettaglio il nostro lettore Tomista ex NC: agli occhi di gente stufa delle cose della fede ridotte ad un'ingessata burocrazia, l'imbattersi in un "rito collettivo" del sentirsi "membri di una sola cosa" e chiamare "Cristo" i risultati della propria attività comunitaria, era certamente dirompente. Ma non cattolico.

Di sicuro Kiko e Carmen, fin dagli inizi, avevano intenzione non di santificare sé stessi, ma di costituire una qualche comunità di cui essere al comando e da cui estrarre elogi, ubbidienza, e soprattutto tributi. È un dato incontestabilmente verificabile dai loro discorsi lungo oltre mezzo secolo. Tutte le pie leggende sul Kikolone che esce dalla crisi e vuole evangelizzare i poveri con Bibbia e chitarrella, tutti i racconti sdolcinati su Carmen tanto tanto fervorosa che voleva annunciare Cristo a costo di disubbidire alla propria superiora, sono patetiche foglie di fico che nulla tolgono alla chiara volontà di quei due di creare una "comunità" di cui essere i capi indiscussi, ammirati e ben pagati.

Se Kiko si fosse veramente convertito, avrebbe bramato di seguire qualcuno con più fede di lui, avrebbe desiderato conoscere a fondo le cose della fede e vivere degnamente i sacramenti, avrebbe sì voluto evangelizzare ma mai partendo come dilettante allo sbaraglio senza guida, per non fare la fine del cieco che pretende di guidare altri ciechi. Invece Kiko dopo neanche un annetto nei Cursillos de Cristianidad, se ne separa (scacciato via o uscito sbattendo la porta?) e va per la propria strada. Ugualmente Carmen: espulsa dalle suore per disubbidienza (doveva andare in Bolivia e invece pretende di restar sotto casa ad "evangelizzare" a modo suo: vi pare conversione?). Il demonio - quello vero, non il portasfortuna del Cammino che ti fa trovare traffico in autostrada quando vai alla "convivenza" - ha aiutato i due spagnoli a convincersi così: "se noi due uniamo le forze, fonderemo una comunità di cui saremo capi riveriti e ben pagati". E li ha aiutati perché già all'epoca proclamavano una fede inquinata e la riduzione della liturgia a spettacolino autogestito.

Con degli autonominati "iniziatori" di tal fatta, cosa può sperare il buon cuore di coloro che ascoltano? Certo, può capitare che qualcuno incontri Cristo nonostante l'aver seguito dei falsi profeti: ma è una rara eccezione, è un fatto straordinario, non una possibilità da tenere sempre in considerazione. Ordinariamente chi va con lo zoppo impara a zoppicare. Quando i due spagnoli si sono lamentati che dalle baracche di Madrid non li hanno più seguiti, è perché avranno chiesto la Decima o qualcosa di equivalente e di estraneo alla fede (gli autonominati "iniziatori" si son sempre lamentati che dalle baracche erano tutti disposti ad andare alle loro "conferenze" ma non erano disposti a "qualcosa in più"... chiaro il sottinteso?). Quelle povere anime assetate di dottrina della fede, dopo aver ricevuto le (eretiche) predicazioni iniziali, al momento di costituire una comunità con impegni economici, si son tirate indietro.

Nel 1967 Kiko appioppava simboli massonici nei suoi deliranti "dipinti" a tema sacro (come ad esempio l'occhio del cuore, o l'occhio nel triangolo). I frammassoni sono generalmente persone intelligenti e attente alla situazione ecclesiale, e non ho dubbi che negli anni '60 alcuni di loro abbiano notato il kikismo-carmenismo in azione e abbiano considerato utilissima la creazione della chiesa parallela neocatecumenale, idolatrica, di stampo comunitarista e sessantottardo, e abbiano deliberato di aiutarli anzitutto economicamente: cioè incistandoli nel cuore della cristianità, a Roma, e mettendo parrocchie di gente ricca a loro disposizione.

Chissà per quale motivo i due spagnoli si son lasciati convincere a trasferirsi a Roma praticamente senza opporre resistenza. Il resto è storia.

Dalle notizie più vecchie che abbiamo, il Cammino durava nientemeno che sette anni. L'aggiunta di tappe su tappe (che prosegue ancor oggi: trent'anni di Cammino non bastano) è stata una pura necessità economica (le nuove tappe venivano sempre piazzate successivamente alla tappa del pagamento della Decima...).

Ogni volta che i due spagnoli si facevano venire una "divina" rivelazione, il testo del mamotreto non corretto era di fatto equiparato alla Parola di Dio. Nei primissimi anni Settanta i due spagnoli hanno continuato a proclamarsi "ispirati da Dio" (col sottinteso che chi li contestava, contestava Dio). È difficile escludere che l'intero "percorso" confluito nelle tremila pagine dei mamotreti segreti sia una loro creazione originale. Probabilmente anche quel materiale è un aiutino del demonio (quello vero) mediante amici del demonio (i potenti appoggi che li hanno sostenuti e procurarono loro la simpatia di mons. Morcillo González e l'accoglienza del cardinal Dell'Acqua). La consegna tassativa e assoluta di mantenere il segreto (fino a non molti anni fa negavano tutti risolutamente l'esistenza dei mamotreti) potrebbe essere dovuta al dover evitare che si scoprano le vere fonti. Salvo eccezionali eventi rivelatori, non sapremo mai cosa è esattamente accaduto in quei primi anni ruggenti del kikismo-carmenismo.

Ma i frutti, come dice il Vangelo, fanno riconoscere l'albero. E nonostante le buone intenzioni di coloro che hanno seguito i due autonominati "iniziatori", nessun ramo iniziale (né attuale) di quell'albero ha mai prodotto frutti decenti. Nessuno "scisma dal Cammino" è mai avvenuto, altrimenti avremmo potuto osservarne l'evoluzione: verso un'altra eresia, o verso la genuina ortodossia della fede? (se fosse esistito anche solo un singolo esempio del genere avremmo dovuto pensare che il Cammino aveva tutto sommato una buona radice che sarebbe stata ingiustamente ignorata). Abbiamo invece solo pessimi frutti, oltre che un vero e proprio popolo di ex neocatecumenali, che hanno abbandonato il Cammino a causa del suo marciume, singolarmente o con tutta la propria famiglia.

In sintesi, il buon cuore dei singoli di tanti kikos oppressi può essere già sufficiente come chiave di lettura per capire che il Cammino è opera del demonio. Quando quel buon cuore comincia a prendere sul serio le parole del Vangelo (indicate dai capicosca della setta solo per dare improbabili pezze d'appoggio alle nefandezze del Cammino), quel buon cuore comincia a produrre insperati frutti: cioè tentare (inutilmente) di correggere il Cammino dall'interno, tentare (inutilmente) di promuovere le virtù della fede, tentare (a proprio rischio e pericolo) di vivere di più i sacramenti... fino al punto di non poterne più e di decidere di abbandonare il Cammino. In quel momento il buon cuore si libera dai lacci, abbandonando il Cammino. E scopre che la cosiddetta "religiosità naturale" del cosiddetto "cristiano della domenica" (etichette sprezzanti utilizzate nel Cammino fin dagli inizi) era invece la strada giusta.