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sabato 24 giugno 2023

Il neo-catecumenato: ma quanto dura, si può sapere?

Alcune osservazioni sul libro "The Catholic Church in the United States A Hemorrhaging Church Evangelization and the Neocatechumenal Way" (La Chiesa cattolica negli Stati Uniti: evangelizzazione di una Chiesa emorragica e il Cammino neocatecumenale)   di Robert V.Thomann.

La Chiesa paragonata all'emorroissa del Vangelo

L'autore del libro è un professore emerito di ingegneria ambientale al Manhattan College, diacono  nella parrocchia di "Our Lady of Mount Carmel" Ridgewood, New Jersey, catechista neocatecumenale; insieme alla moglie, uno dei catechizzati da Giuseppe Gennarini e consorte.
Comprendiamo subito il livello di attaccamento al Cammino Neocatecumenale  dai ringraziamenti iniziali, diretti, oltre che alla moglie, esclusivamente al prefetto degli studenti del Seminario neocatecumenale di Kearny NJ e alla coppia Gennarini, responsabili di nazione per il CN negli USA per "la chiarezza e la bellezza del kerigma cristiano che ha in modo così sostanziale cambiato le nostre vite".
Il prof. Thomann era diacono da 17 anni quando si è  imbattuto nel Cammino, viene da chiedersi come abbia potuto fare una scelta di servizio nella Chiesa se sono dovuto venire i coniugi Gennarini per spiegargli le basi della fede cristiana cattolica. Ma ben comprendiamo che più che di annuncio cristiano si intende parlare di kerigma  kikiano.

Il libro si compone di due parti: nella prima, con il supporto di statistiche, schemi e tabelle, si riportano i dati di una Chiesa che, negli USA, sta perdendo milioni di adesioni e quindi è più  propriamente scientifica; nella seconda parte invece, quella in cui prospetta LA soluzione finale per ogni problema delineato, è cioè, manco a dirlo, la "nueva" evangelizzazione tramite il Cammino neocatecumenale, il professore comincia a diventare del tutto asistematico e quasi allergico ai numeri, oppure ne fa un uso del tutto fantasioso e per nulla scientifico.

Prendendo infatti per assodato che solo la nuova evangelizzazione possa impedire il calo sistematico delle adesioni alla Chiesa cattolica, assume come modello di evangelizzazione l'attuazione dell'iniziazione cristiana, analizzando Il R.I.C.A. quale percorso di catechesi per i non battezzati e il Cammino neocatecumenale come percorso di catechesi per i già  battezzati.

Scrive infatti: "Il modello di iniziazione cristiana per l'evangelizzazione è stato istituito nella Chiesa in due forme: il Rito dell'Iniziazione Cristiana per Adulti  (R.I.C.A.), per i non battezzati e per coloro che desiderano entrare nella Chiesa da altre espressioni  cristiane e il Cammino neocatecumenale , sia per i battezzati che per i non battezzati, in un catecumenato  post-battesimale".

Nel grafico del libro
riproposta la parentesi millenaria
tra Costantino e Concilio Vat. II
delle catechesi iniziali
Con questa affermazione già sembra voler presumere che il CN sia un istituzione della Chiesa così come il R.I.C.A., e che solo il CN attui una catechesi post battesimale, per il solo fatto che tale associazione si pone questo come obbiettivo, mentre in realtà  la formazione che la Chiesa fa ai credenti, in primo luogo in preparazione ai sacramenti  ma non solo, è tutta formazione post battesimale; non si chiama "catecumenato" semplicemente perché, storicamente, questa era una parola riservata all'istruzione dei catecumeni, cioè dei non battezzati.

Dunque, dopo aver descritto sommariamente la struttura del R.I.C.A. (Rito dell'Iniziazione Cristiana per Adulti) e le sue fasi, il catechista e diacono prof. Thomann osserva che, a suo parere, il R.I.C.A. avrebbe tre punti deboli o limitazioni.

Il primo: non c'è un solo catechismo specifico da somministrare a tutti i catecumeni. "È stata pubblicata una grande varietà  di materiali per accompagnare i catecumeni nel loro percorso ma l'uso individuale e l'applicazione del contenuto delle catechesi è ancora in gran parte lasciato alle scelte della singola parrocchia.  Nei fatti, non c'è materiale normativo per le catechesi. Per cui, tende ad esserci un'inevitabile non uniformità  nei contenuti di fede che vengono insegnati come la portata della tradizione della Chiesa e l'insegnamento su una varietà di argomenti storici ed attuali".

Il secondo: dura solo due anni, a volte anche uno, e gli scrutini possono essere effettuati solo durante la Quaresima.

Il terzo: manca la comunità di supporto ai catecumeni, prima e soprattutto  dopo il battesimo.

Sappiamo bene che tutte queste "limitazioni" non toccano il Cammino neocatecumenale: infatti esiste un catechismo, il cosiddetto Direttorio, che stabilisce persino le virgole di ciò che deve essere detto ai neocatecumeni: peccato che sia tenuto segreto. Così come sono strettamente riservate tutte le prassi, ancor più  stringenti, a cui si devono sottoporre tutti gli adepti. Questo catechismo non ha nulla o quasi nulla a che fare con la tradizione della Chiesa e con i suoi insegnamenti, che secondo Thomann dovrebbero assolutamente esservi trattati.
Esiste una comunità: peccato che, mentre la comunità che supporta i battezzandi è  una comunità di persone già  battezzate e da lungo tempo nella Chiesa, ed è  proprio per questo che può  accogliere e supportare i nuovi ingressi; la comunità neocatecumenale, invece, è una comunità  di "pari grado", vale a dire di "catecumeni" tutti allo stesso livello di "istruzione", e nella Chiesa mai si è  vista una cosa del genere!

Ma è  trattando della seconda "limitazione" del R.I.C.A., quella della durata, che il ragionamento  dell'autore perde tutta la sua precisione numerica e comincia a farsi fumoso.
Perché  infatti: quanto dura, invece, il percorso neocatecumenale, che non ha questa limitazione? Sicuramente più  di due anni... ma quanto?

Come sale Kiko/ Come sale la Chiesa

Riportiamo qui solo alcune volte in cui il libro vi accenna:

  • "l'annuncio ai lontani è  credibile se proveniente da testimoni formati per un periodo di tempo relativamente  lungo in una comunità  cristiana"
  • "Il rinnovamento  nelle piccole comunità necessita di anni per attuarsi..."
  • "La prima fase è  di due anni, il precatecumenato; la seconda fase..la terza fase... dopo questo periodo (quale periodo? Quanto dura? Anni o decenni?) il neocatecumenato post-battesimale è  terminato"
  • "Una formazione post-battesimale di anni si svolge in modo non dissimile dal catecumenato della Chiesa primitiva..."
  • "Così, questi che erano lontani, che se ne vagavano distanti, hanno l'opportunità di essere accettati esattamente  come sono. Non vengono fatte domande. Non ci sono spinte urgenti ad essere coinvolti. Poco a poco, per un periodo di anni...(sì, anni, l'abbiamo capito: ma quanti anni, esattamente?)"
  • "La realizzazione di questa chiamata attraverso il Cammino, ad ogni modo, necessita della consapevolezza che la formazione della comunità cristiana  in parrocchia abbisogna di un periodo di tempo misurabile in anni..."
  • "L'affermarsi del Cammino neocatecumenale, che forma cristiani adulti nelle piccole comunità, camminando per un periodo di molti anni..."

Insomma, la misurazione della durata di questo neocatecumenato è troppo complessa anche per i formidabili strumenti matematici del prof. Thomann: va sicuramente dai due anni (questo almeno sembra acclarato) all'infinito...
E ci sembrerebbe il minimo, che ai volenterosi  che accettano di continuare questa esperienza dicendo sì alla convivenza iniziale, sia detto quanto questo "corso" debba durare: anche perché se ci si ferma a qualsiasi stadio e non si completa, è  come non aver fatto nulla...
Fra l'altro, nessuno mai viene avvisato del fatto che, quand'anche arrivasse, dopo decenni e sostanziali investimenti anche finanziari, alla fine del neocatecumenato, non potrebbe ancora uscirne perché... tac...ecco che si trasforma in formazione permanente. Quindi, fine pena, mai.

 In conclusione, scrive l'autore: non aspettatevi il "quick fix", "la soluzione veloce non c'è: la scala di tempo è  misurabile in decadi.
Lo sviluppo di una formazione di fede post battesimale nelle piccole comunità che, per ultima cosa, mostri i segni della fede, è lenta, nascosta, non immediatamente calcolabile."

Per cui... fino alla fine del ben documentato libro, che non teme di dare i numeri quando si tratta della emorragica Chiesa cattolica, questo piccolissimo particolare, cioè la durata del salvifico Cammino neocatecumenale, non emerge. Suonava male in effetti scrivere "30 anni" (se vi va bene)... e poi comunque fino a che morte non ve ne liberi.

Neocatecumeno in attesa di diventare "cristiano adulto"

Nella parte finale del libro il professore, diacono e catechista Thomann si dichiara convinto della ortodossia del Cammino neocatecumenale, in quanto "sempre sotto gli occhi della Chiesa", ma nello stesso tempo ammette che esso è "osteggiato e sospettato da pastori e vescovi" (chissà perché???!!!).

Negli Stati Uniti gli aderenti al Cammino sono circa 20.000, la diffusione tocca il 40% delle diocesi, e i dati sono più o meno fermi da dieci anni a questa parte.
E quindi, come può  candidarsi il Cammino, ampiamente minoritario rispetto alla realtà cattolica USA (sono neocatecumenali  lo 0,04 % circa dei 50 milioni di battezzati) a risolvere i problemi di emorragia della Chiesa statunitense?
 
Semplice, spiega il prof. Thomann. Se si prende in considerazione la teoria dei 6 gradi di separazione - ipotesi secondo la quale ogni persona può essere collegata a qualunque altra persona o cosa attraverso una catena di conoscenze e relazioni con non più di 5 intermediari -, e si tiene conto che attualmente con lo sviluppo delle reti informatiche i possibili collegamenti sono aumentati di molto, si può ipotizzare, al ribasso, un numero di 600 possibili contatti per ciascun individuo.
 
Pandemia neocatecumenale

Ebbene, moltiplicando i 20.000 camminanti per 600 contatti, si arriva presto a contare 12 milioni di persone raggiunti  dalla fede dei neocatecumenali. Con lo stesso criterio, una comunità neocatecumenale di 50 persone entra in contatto con altre 30.000. Bontà sua, l'autore non suppone che tutti tutti si convertano... ma... da un seme può  nascere un grande raccolto. 
 
Sebbene, beninteso: questa inimmaginabile  fecondità non vale per i cattolici "normali", vale solo per coloro che "accrescono la propria fede camminando in una piccola comunità".
Anche in questo caso siamo un po' colpiti dalle deduzioni del professore, soprattutto conoscendo la qualità morale e coerenza comportamentale di molti aderenti del Cammino, figli del Cammino, e figli dei figli, osservando i quali è più facile perdere ogni residuo di fede che acquistarla.

martedì 16 maggio 2023

Le sètte «sorelle»: analisi delle caratteristiche di gruppi settari all'interno della Chiesa cattolica

Nel libro, i nomi non li fa,
ma in copertina sì!
Nel
libro "Le sètte «sorelle»", edizioni Messaggero Padova e Facoltà Teologica del Triveneto, a disposizione nelle librerie per chi volesse acquistarlo sia in formato cartaceo sia elettronico, di cui proporremo brevi estratti e di cui consigliamo senz'altro la lettura integrale, l'autore, don Giorgio Ronzoni (*), presentando alcune caratteristiche problematiche dei nuovi movimenti post Conciliari, cerca di individuare le ragioni in base alle quali accogliere o respingere determinate prassi in uso all’interno delle nuove aggregazioni ecclesiali, ritenendo che un esercizio di vigilanza e di discernimento sia più che mai necessario nell’attuale stagione ecclesiale caratterizzata dalla presenza di una miriade di gruppi e movimenti. 

Non possiamo che concordare, e, leggendo l'ottimamente documentato ed equilibrato lavoro del sacerdote, ritroviamo esposti molti degli elementi critici che anche il nostro blog ha contribuito ad evidenziare nelle prassi e nella struttura del gruppo ecclesiale neocatecumenale: proselitismo, segretezza, elitarismo, autoritarismo, formazione di sacerdoti legati a doppio filo al gruppo, abusi di potere, abusi liturgici, abusi fisici eccetera

Tutto ciò contrasta con la visione ideale coltivata a bella posta nei fans del Cammino neocatecumenale, i quali sono convinti che il successo del proprio movimento sia senz’altro e interamente opera dello Spirito Santo, e quindi indebitamente deducono che tutto ciò che fanno è bene perché pensano di agire per il trionfo della buona causa per eccellenza, cioè il regno di Dio, visto che i frutti della loro azione, le conversioni e le adesioni, sono abbondanti.

Scrive infatti in premessa l'autore:

"Non è facile infatti, anzi è molto spesso arduo stabilire un limite oltre il quale l’evangelizzazione diventa proselitismo, la formazione condizionamento, l’annuncio propaganda.(...)

A posteriori, è stato facile a molti identificare i segni premonitori del penoso fallimento di imprese iniziate con grandi idealità. Segni che però all’inizio erano tutt’altro che chiari e univoci, dato che anche i santi fondatori di grandi ordini religiosi spesso hanno incontrato dubbi, resistenze, o persino aperta ostilità da parte dei contemporanei. Spesso è stata una condotta sessuale riprovevole a permettere di formulare un giudizio definitivo su relazioni che fin dall’inizio erano segnate da profonde ambiguità, oppure uno scandalo finanziario: viene spontaneo chiedersi se si debba necessariamente arrivare a riscontrare peccati sessuali o ruberie per mettere in questione prassi pastorali, comunitarie, vocazionali ed educative.(...)

Non sarà inutile stabilire comunque delle soglie di attenzione e delle convergenze pericolose di più indicatori sommati insieme. Analogamente a quanto avviene per le diagnosi psichiatriche, dove l’esistenza della malattia è indicata dalla presenza contemporanea di un certo numero di sintomi tra tutti quelli possibili, la valutazione pastorale di un’esperienza, di un gruppo o di un movimento potrà fondarsi sulla presenza o assenza di alcuni di questi indicatori, non necessariamente sulla totalità di essi.(Ndr: noi però possiamo assicurare che questi "indicatori" il Cammino Neocatecumenale li ha TUTTI)

Lo scopo è tentare di abbozzare un inventario delle prassi pastorali tendenzialmente criticabili o per lo meno discutibili, indicandone i motivi.
Non si vuole quindi spegnere lo Spirito, ma esaminare tutto e tenere ciò che è buono (cf. 1Ts 5,19-21)."

Di seguito, presentiamo alcuni passi tratti dal libro "Le sette sorelle" riferiti ad un gruppo di questi indicatori, riferiti a prassi più  che discutibili, per ciascuno dei quali dovrebbe scattare il campanello d'allarme: la segretezza, o per meglio dire l'assenza di trasparenza quando non la vera e propria menzogna, che il Cammino  neocatecumenale ha addirittura istituzionalizzato con il nome di "arcano"; l'invasione dell'intimità personale (o foro interno); la mancata trasparenza (nel caso del Cammino il totale arbitrio) nella gestione economica.

Meglio prestare attenzione a certi segnali d'allarme...

Dire o non dire la verità?

Prima metà del XX secolo. Uno scocciatore bussa alla porta della canonica. La domestica del parroco va ad aprire. Lo scocciatore chiede: «C’è il parroco?» La domestica, opportunamente istruita, risponde: «No» e mentalmente soggiunge: «Per te, in questo momento».

Il buon parroco che ha studiato bene i manuali dì morale e che non vuole essere disturbato ma non vuole autorizzare la domestica a mentire, le ha insegnato a praticare la «restrizione mentale», In pratica è una bugia, ma in teoria è una restrizione della verità comunicata a una persona che non ha titolo a conoscerla interamente. Perché mentire è peccato, ma non si è obbligati a dire a tutti tutta la verità, specialmente se l’interlocutore non ha diritto a conoscerla.


Ai tempi di Pascal, ì gesuiti erano maestri in questo genere di stratagemmi, tanto che il termine «gesuita» un po’ alla volta era venuto a significare persona falsa e ipocrita. Questo significato, con il tempo, è stato ormai dimenticato, segno che i gesuiti hanno abbandonato questi trucchi.
È possibile, però, che altri abbiano raccolto il testimone della restrizione mentale.

1. La reticenza

Oltre alla menzogna, infatti, esiste quella distorsione della verità più sfumata che è la reticenza: si possono tacere, magarì per un periodo più o meno breve, delle informazioni rilevanti come ad esempio la paternità di una îniziativa o l’appartenenza di singoli o gruppi a un determinato movimento ecclesiale. Come si è visto in precedenza, una modalità di reclutamento di nuovi adepti da parte di alcune sette è chiedere a qualcuno di compilare un questionario o di partecipare a una conferenza, senza dichiarare le loro vere intenzioni, In un secondo tempo si propone di partecipare ad attività più coinvolgenti e soltanto quando le persone sono state stabilmente «agganciate» si comincia a presentare la setta e si propone di farne parte.

L'eventuale uso di procedure simili da parte di gruppi o movimenti cattolici dovrebbe suscitare forti perplessità; perché nascondere la propria identità sotto sigle anonime?

Manifesti delle catechesi iniziali: non dicono che sono neocatecumenali!

 

È giusto dichiarare di voler offrire gratuitamente servizi a determinate categorie di persone, quando in realtà si stanno cercando nuovi affiliati? È vero che i pregiudizi potrebbero tenere alcune persone lontane da esperienze che permetterebbero loro di capire meglio con chi hanno a che fare e di dissolvere le loro precomprensioni sfavorevoli, Ma cercare di aggirare la loro diffidenza con la reticenza sulla propria identità rischia di generare altri
pregiudizi ancora più sfavorevoli.

Perciò le attività e gli eventi organizzati da un’associazione o un movimento per avvicinare - ed eventualmente per reclutare - nuove persone non dovrebbero mai dissimulare l'identità dell’ente organizzatore con nomi o sigle che nulla hanno a che fare con l’associazione o il movimento.

Il giudizio si fa ovviamente più sicuro quando la reticenza riguarda obblighi e doveri, anche di tipo economico, di cui i neofiti vengono a conoscenza soltanto dopo che hanno assunto un qualche impegno all’interno dell’organizzazione che li ha accolti.
Infatti, l'aspetto economico, insieme ai comportamenti sessuali, è quello che con maggiore certezza contribuisce a formulare il giudizio conclusivo su persone e gruppi che hanno agito male in ambito ecclesiale. A questo aspetto economico sarà dedicato il terzo paragrafo di questo capitolo, mentre su quello sessuale ben poco resta da dire: il verificarsì di condotte peccaminose o scandalose richiede un intervento dell’autorità ecclesiastica per far cessare gli abusi, ma proprio il desiderio di «impedire gli scandali», cioè di occultare ì peccati di ecclesiastici e religiosi, ha causato i più grandi scandali in cui sono state coinvolte intere chiese nazionali.

Perciò, nascondere la verità del tutto o in parte è sempre un segnale preoccupante. Quasi ovunque è comunemente accettato l'assioma che «non si può sempre dire tutto». Come motivazione si adduce di volta in volta la delicatezza verso le persone che hanno diritto alla loro riservatezza oppure la necessità di discrezione per portare a termine determinate operazioni senza interferenze da parti ostili alla causa. A volte, però, le motivazioni sono molto meno nobili e la reticenza , può coprire verità scomode, comportamenti illeciti o comunque difficilmente giustificabili.

Nelle Regole di vita cristiana che chiudono gli Esercizi spirituali di sant'Ignazio di Loyola ce n’è una che dice: Il demonio si comporta come un frivolo corteggiatore che vuole rimanere nascosto e non essere scoperto. Infatti un uomo frivolo, che con discorsi maliziosi circuisce la figlia di un buon padre o la moglie di un buon marito, vuole che le sue parole e le sue lusinghe rimangano nascoste; è invece molto contrariato quando la figlia rivela le sue parole licenziose e il suo disegno perverso al padre, o la moglie al marito, perché capisce facilmente che non potrà riuscire nell'impresa iniziata. Allo stesso modo, quando il nemico della natura umana presenta a una persona retta le sue astuzie e le sue lusinghe, vuole e desidera che queste siano accolte e mantenute segrete; ma quando essa le manifesta a un buon confessore o ad altra persona spirituale che conosca gli inganni e le malizie del demonio, questi ne é molto indispettito; infatti capisce che non potrà riuscire nella malizia iniziata, dato che i suoi evidenti inganni sono stati scoperti.

Sant'Ignazio si ispira alla propria esperienza di vita: il silenzio e il segreto da parte di una persona onesta possono coprire le intenzioni disoneste di qualcun altro. Il demonio è il più grande menzognero ma non l'unico: membri e leader di gruppi, movimenti e comunità possono mentire come qualsiasi altra persona perché lo ritengono opportuno o addirittura necessario, ma si tratta pur sempre di un giudizio soggettivo.

Soprattutto quando si chiede o si ordina ad altri di mentire o di tacere, proprio allora devono nascere delle domande urgenti: perché questo ordine o questa richiesta? Chi o che cosa si cerca di coprire? Quali sarebbero le conseguenze se la verità fosse di pubblico dominio?

L'esperienza dimostra che prima dello scoppio di scandali sessuali o finanziari, spesso le verità scomode erano state taciute per molto tempo da coloro che le conoscevano. Il segreto e le bugie, anziché proteggere dallo scandalo, avevano permesso il proliferare del male e, alla fine, hanno scandalizzato in misura maggiore.

 



2. Il diritto a proteggere l’intimità personale

L'annotazione di sant’Ignazio, però, apre la strada anche a un’altra riflessione. Nella formazione, soprattutto dei novizi religiosi e dei seminaristi, ma anche di altri soggetti, da sempre sono incoraggiate l'apertura e la confidenza nei confronti dei formatori. La fiducia nel padre spirituale o nel maestro dei novizi permette a chi è in formazione di aprire il proprio animo e di essere aiutata a vincere le tentazioni, come pure ad assimilare lo «spirito», il carisma del gruppo di cui si vuole entrare a far parte.

Ma fino a che punto una persona è tenuta a rivelare il proprio intimo a un’altra persona?

Se è vero che i «padri del deserto» - i primi monaci cristiani nel deserto egiziano - incoraggiavano i novizi ad aprire il loro animo con piena confidenza al discernimento degli «anziani» senza tener nascosto loro nulla, è anche vero che ciò avveniva senza il sostegno di norme o regolamenti che esercitassero una pressione sui novizi: essi andavano a interrogare gli anziani - e non viceversa - se e quando lo desideravano.

Come allora, anche oggi la direzione - o accompagnamento, o guida spirituale - è necessaria ai giovani che si avviano a scelte impegnative come il sacerdozio o la consacrazione per mezzo dei voti. L’accompagnatore o l’accompagnatrice potrà quindi essere certamente un educatore proposto dall’istituzione di cui il giovane desidera far parte, ma dovrà comprendere il proprio ministero al servizio della persona che accompagna e non solo dell'istituzione alla quale consegnare un nuovo membro docile e ben preparato. Perché il rapporto di direzione spirituale possa dare buoni frutti, è necessario che chi è accompagnato abbia piena fiducia che il suo accompagnatore voglia solo il suo bene, disinteressatamente. Solo a partire da questa convinzione il giovane potrà aprire pienamente il suo animo ell'educatore, sicuro che ciò che ha confidato non potrà mai essere strumentalizzato a suo danno.

Le patologie di cui può ammalarsi il rapporto di direzione spintuale sono molteplici e richiederebbero una trattazione a parte, molto lunga. Qui si vuole soltanto sottolineare la convenienza di quanto sancisce il canone 220 del Codice di diritto canonico, quando afferma che «non è lecito ad alcuno [...] violare il diritto di ogni persona a difendere la propria intimità».

Sono perciò da considerare negativamente le pretese da parte di un leader di conoscere tendenzialmente «tutto» dei suoi sottoposti attraverso varie modalità: dai colloqui personali alla lettura del «diario spirituale» o di una relazione scritta periodica concernente il proprio vissuto (pratica chiamata anche con il nome di «comunione di anima»). È da considerare alla stessa stregua anche la pratica di colloqui inquisitivi (o «scrutini») in cui la persona sia obbligata mettere a nudo ogni particolare della propria vita davanti al gruppo: ognuno deve essere libero di difendere le propria intimità.

Per quanto riguarda il sacramento della riconciliazione, invece, la completezza della confessione, almeno per quento riguarda i peccati mortali secondo il loro numero e la loro specie, è necessaria per la valida celebrazione del sacramento. Il confessore, però, è tenuto a mantenere un segreto assoluto su quanto ha ascoltato, mentre il penitente è libero di scegliere il proprio confessore.

Perciò l'imposizione da parte del gruppo o della comunità di un ben preciso confessore o di un gruppo di confessori all’interno del quale scegliere il proprio è da ritenere una forzatura molto pericolosa e una violazione della libertà individuale. Infatti, anche senza dubitare che il segreto del confessionale possa essere infranto, è possibile che il gruppo voglia orientare la scelta del confessore facendola cadere su una persona che condivida pienamente l'ideologia del gruppo stesso e che quindi possa suggenre al penitente riflessioni e comportamenti approvati dal gruppo. Si inserirebbero in questo modo nella celebrazione del sacramento dei fini eterogenei al sacramento stesso.

Parlando di confessione, infine, si deve anche accennare alla «confessione pubblica» che è una delle pratiche in uso nelle sette per raggiungere la piena sottomissione degli adepti e cementare lo spirito di gruppo.

Nei conventi e nei monasteri, un tempo esisteva effettivamente il «capitolo delle colpe»: si trattava di un'usanza secondo la quale ogni religioso si accusava davanti alla comunità riunita in capitolo o davanti a una parte di essa (novizi, professi anziani, ecc.) di mancanze contro la regola, come ad esempio aver rotto il silenzio o essere arrivato in ritardo in coro. Il superiore o l’abate comminavano la pena che in genere era lieve, come ad esempio recitare una preghiera, dato che le colpe più gravi e segrete non venivano manifestate in capitolo, ma nel confessionale.

Proprio perché le colpe vere e proprie erano riservate all'ascolto del confessore, il capitolo delle colpe molto spesso si svuotava di significato e venivano manifestate in esso soltanto mancanze molto lievi o dovute a disattenzione. Sono pochi, quindi, se pure esistono, i monasteri o i conventi dove ancora si pratica regolarmente questa usanza,

Indurre i membri di una comunità o di un gruppo a confessare pubblicamente le proprie colpe o accusarsi davanti a tutti è da considerare una prassi deprecabile perché lede il diritto della persona a salvaguardare la propria intimità (cf. can. 220 dei Codice di diritto canonico), soprattutto se tale prassi è riproposta con una certa frequenza e se la confessione pubblica riguarda anche aspetti di vita che solo l'interessato conosce. 



3. La gestione dei beni economici

Trattando il tema della verità, non si può omettere di parlare di denaro, giacché non si comprende - o forse si comprende anche troppo bene - perché una comunità che vuole essere particolarmente impegnata e fervorosa chieda ai suoi membri di confessare tutto, diventando «trasparenti» agli occhi gli uni degli altri, mentre magari non pratica la trasparenza in materia di bilanci economici. Quello della correttezza e trasparenza in materia finanziaria, dallo IOR in giù, è un problema che si pone a tutti i livelli della vita ecclesiale: diocesi, vescovi, istituti religiosi, parroci... Tutti gestiscono cifre più o meno importanti e dovrebbero renderne conto perché non si tratta di soldi personali, ma di beni che appartengono a vario titolo a comunità più o meno grandi. Molto spesso
invece, a tutti questi livelli, la situazione patrimoniale e i bilanci non vengono pubblicati o lo sono in maniera così sommaria de rendere impossibile una vera comprensione del modo in cui i beni e i soldi sono stati amministrati. 

«Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta».
Ed egli divise tra loro le sue sostanze.
(Luca 15,11)

Nuovi movimenti, comunità e istituti religiosi purtroppo fanno eccezione molto raramente: magari i loro membri si impegnano in modo encomiabile - come singoli e famiglie “a vivere la povertà evangelica; in alcuni casi versano del tutto o in parte (la «decima») i loro guadagni a una cassa comune, oppure destinano ai poveri - non chiamandolo elemosina, ma «restituzione» - tutto il denaro che non spendono per vivere in modo assai austero. È però molto difficile trovare gruppi, movimenti o comunità che facciano certificare i propri bilanci o che almeno li pubblichino in modo dettagliato.

Certamente, c'è differenza tra una piccola comunità religiosa che vive di lavoretti artigianali venduti visitatori e di qualche offerta, e un ordine religioso internazionale o un movimento che possiede molti beni immobili e promuove anche attività commerciali e operazioni finanziarie: nel primo caso si può dare quasi per
scontato (ma le sorprese non sono mancate!) che il bilancio comprenda poche entrate e uscite legate alla sussistenza o poco più; nel secondo caso la situazione patrimoniale e finanziaria può essere talmente complessa da sfuggire a qualsiasi verifica ordinata dall'autorità ecclesiastica o dalla magistratura.

Sembra però abbastanza chiaro - tranne che ai diretti interessati - che sono ormai trascorsi i tempi in cui l'appartenenza a un istituto religioso o alla gerarchia ecclesiastica era garanzia sufficiente per sapere che eventuali offerte sarebbero state usate a fin di bene. L'opinione pubblica è oggi scandalizzata non soltanto dalle malversazioni di singoli, ma anche dall’intreccio tra religione e finanza, dalle comuni e sospette appartenenze di imprenditori, politici e banchieri a un’unica «famiglia» religiosa.

Nelle barzellette antiebraiche di un tempo erano le sinagoghe i luoghi in cui si combinavano lucrosi affari: il sospetto che oggi tali affari vengano conclusi in qualche chiesa o cappella non fa ridere nessuno, ma getta discredito sulla Chiesa perché si teme che imprenditori o finanzieri cattolici possano fare lobby e godere di illeciti appoggi. Per dissolvere tale sospetto le strade possibili sono solo due: un deciso cambio di direzione nel caso che i sospetti siano veri, oppure una maggiore trasparenza nel caso che i sospetti siano infondati. L'attuale situazione di frequente opacità nei bilanci di soggetti ecclesiali vecchi e nuovi favorisce qualsiasi tipo di illazione ed è di grave ostacolo alla credibilità della Chiesa e quindi all'annuncio del Vangelo.

Il difficile rapporto con le ricchezze di questo mondo non si gioca soltanto sul piano dell’austerità personale di vita: i cristiani che operano nel mercato e nel mondo della finanza sono tentati — come tutti! - di accettare come ineluttabili e adottare gli usi invalsi in tali ambienti, che non a caso vengono spesso chiamati «leggi».

Persone estremamente corrette e caritatevoli sul piano personale potrebbero adottare criteri decisamente mondani - o, per meglio dire, disonesti - quando si tratta di agire per conto della propria organizzazione. Corruzione, concussione, evasione ed elusione fiscale... Tutto può sembrare, se non lecito, almeno inevitabile quando si opera in un'organizzazione commerciale al servizio del regno di Dio, non accorgendosi che in tal modo si sta favorendo l'avvento di ben altro regno.

Quando ci si interroga sull'effettiva bontà ed «evangelicità» di un gruppo o di un movimento o di una comunità religiosa, non si dovrebbe considerare solo l’austerità di vita dei suoi membri, ma ci si dovrebbe chiedere anche quanti soldi guadagna o riceve, quale sia la loro provenienza e come vengono impiegati. La maggiore o minore facilità nel rispondere a queste domande è già un indice significativo: chi non può o non vuole praticare la trasparenza può essere sospettato di usare i soldi in modo non onesto.

Perfino l’elemosina - cioè l’atto più disinteressato che si possa realizzare con il denaro - può non essere priva di secondi fini. Nella primitiva comunità cristiana di Gerusalemme, «quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l’importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno» (At 4,3435). Oggi qualcuno può «deporre ai piedi» di vescovi e parroci doni cospicui nella speranza di ottenere favori o per lo meno di crescere nella loro considerazione.

Se una nuova comunità religiosa che voglia trovare spazio in una diocesi o in una parrocchia, o un movimento che desideri ottenere un riconoscimento da parte dei pastori della Chiesa locale dona loro molto denaro magari per opere di carità - anziché provvedere direttamente a esse - si può sospettare riguardo alle sue reali intenzioni.

Perché vale anche oggi ciò che scrisse il Siracide: «Regali e doni accecano gli occhi dei saggi, come bavaglio sulla bocca soffocano i rimproveri» (Sir 20,29).

Inoltre sarebbe importante capire - anche se spesso è tutt'altro che facile - da dove provengono i soldi che vengono donati o impiegati per le «opere» del movimento o della comunità: la cronaca purtroppo ha registrato casi in cui anche imprenditori, finanzieri e politici dichiaratamente cattolici sono stati indagati e condannati per vari reati di natura economica, finanziaria e fiscale.

Ma anche quando i soldi del gruppo provengono dalla libera contribuzione dei propri membri, è necessario appurare se l'offerta sia stata effettivamente spontanea o se invece le persone siano state oggetto di pressioni di vario genere da parte del gruppo o dei suoi leader.

Particolarmente ripugnante è la richiesta rivolta ai membri di farsi anticipare l'eredità familiare (prima della morte dei genitori o dei parenti) per devolveria al gruppo.

La povertà e il distacco affettivo ed effettivo dal denaro e dei beni di questo mondo sono grandi valori evangelici non riservati esclusivamente ai religiosi, ma non tutte le richieste di spogliarsi di questi beni sono sicuramente motivate dal desiderio di far crescere nelle persone la libertà dall'idolatria del denaro. Può accadere che il bisogno di soldi per determinati scopi spinga alcuni gruppi e i loro leader a forzare la contribuzione dei membri.

Tale forza di obbligazione può essere notevole nel caso in cui l’attività lavorativa dei membri si svolga all’interno di imprese afferenti al proprio gruppo o un movimento o associazione.

I motivi più vari possono spingere i membri dì uno stesso gruppo religioso a condividere un'attività lavorativa: dalla pura e semplice necessità di fare reddito - come nel caso di uns comunità religiosa che deve mantenersi in qualche modo - alla volontà di aiutare persone disagiate; dalla promozione di contenuti culturali all'erogazione di servizi di vano genere.

Ma avere come datori, colleghi e partner di lavoro i propri «fratelli e sorelle» può comportare diversi rischi, soprattutto quello di fare lobby, cioè di stringere alleanze al limite della legalità per favorire i propri alleati e addirittura penalizzare coloro che - all'esterno o perfino all'interno del gruppo - non fanno parte della «rete» o non ne accettano le linee direttive.

All'interno di imprese formate da persone dello stesso gruppo o movimento è quindi importante verificare non solo il rispetto di tutte le leggi e della deontologia professionale - che potrebbero essere violate come in ogni altra impresa - ma anche la capacità di collaborare con persone non appartenenti al gruppo o movimento.


 

4. Una doppia morale?

Da quanto si è detto finora, può nascere la domanda se anche nei movimenti e delle comunità cattoliche, non meno che nelle sette, si possa instaurare una sorta di «doppia morale»; i rapporti tra i membri, all'interno, sarebbero improntati a valori di trasparenza, dedizione reciproca, altruismo... mentre i rapporti all’esterno sarebbero governati da standard morali molto differenti.

Coerentemente con la sua impostazione, Singer accusa le sette - a differenza delle religioni - di avere un doppio standard morale:
i membri vengono spronati ad essere onesti all'interno del gruppo, e a confessare tutto al leader, contemporaneamente vengono incoraggiati a imbrogliare e manipolare i non membri. Le religioni istituzionali e morali, al contrario, insegnano ad essere onesti e sinceri con tutti, e a rifarsi ad un solo standard morale. Nelle sette la filosofia più importante è che il fine giustifica i mezzi, un punto di vista che permette alla setta di istituire il suo particolare tipo di moralità, al di fuori dei normali obblighi sociali.

Questo giudizio appare però eccessivamente semplificato. L'analisi di Maniscalco è più articolata e sembra più rispettosa della realtà: riconosce che la setta è «una unione  prevalentemente basata su affinità elettive ed inserita in un più ampio contesto con il quale deve sempre misurarsi ed è spesso in contrasto», Per questo i singoli non hanno in essa alcuna autonomia rispetto ai comportamenti prescritti una volta accettati e interiorizzati i valori della collettività se ne considerano parte intercambiabile e sono sempre pronti a sacrificarsi per il gruppo.

Si riconoscono quindi un'articolazione e una contrapposizione interno-esterno, dove il comportamento interno è caratterizzato dalla lealtà e dalla disponibilità al sacrificio, tuttavia definire  morale settaria solamente e unicamente nei termini di una morale della dedizione e del sacrificio significa considerare un solo aspetto delle sua molteplici valenze: al contrario è possibile osservarne ulteriori altri tratti significativi. 

Così, per esempio, la tipica esasperazione della separatezza e il profondo senso della distanza che ne deriva [...] fanno sì che il gruppo tenda a formulare sistemi ideologici, normativi e culturali «puri», cioè concepiti ed elaborati in assenza di mediazioni provenienti dall'esterno. Le reazioni tendono allora a concatenarsi senza alcun meccanismo di mediazione e di moderazione; razionalità e ragionevolezza vengono meno con esiti che distorcono pesantemente la sensibilita empirica e morale dei membri”. 

Per quanto riguarda la gerarchia dei valori, essa tende a porre un’enfasi eccessivamente selettiva solo su alcuni elementi a discapito di altri: i singoli per esempio sono portati (anche per far fronte al più volte sottolineato inevitabile senso di sacrificio e di rinuncia che l'entrata in unioni così esigenti determina) a spingere all'eccesso il processo di idealizzazione e di sacralizzazione del gruppo (talvolta rappresentato dalla figura del capo) ed a formulare una stima eccessiva delle relative potenzialità. Emerge così una sorta di «egoismo di gruppo» che, alimentando una serie di comportamenti ad esso coerenti, tende ulteriormente ad irrigidire la struttura della configurazione setteria. Quest'ultima non può essere mutata, né può scendere a compromessi con il mondo esterno; al contrario i processi interni tendono ad intensificarsi lungo tutte le direzioni già esaminate: l'egoismo di gruppo mira a ripetere l’esistente, con sempre maggiore incisività e fanatismo fino alle estreme conseguenze.

Non si tratta quindi - come sembra suggerire Singer - di una sorta di associazione a delinquere che però osserva un rigido codice di comportamento al proprio interno: rispetto a un’organizzazione criminale, i membri di una setta hanno un diverso rapporto con gli «esterni» perché la loro associazione non nasce necessariamente con l’intento di ricavare profitto ai danni degli altri membri della società, anche se non è escluso che ciò possa accadere. È possibile infatti che i membri di una setta possano compiere azioni immorali e delinquenziali rispondenti a logiche interne di un gruppo che non vuole rendere conto di sé alla società «esterna».

Per quanto riguarda gruppi, comunità e movimenti in ambito cattolico, si dovrà porre attenzione a quei comportamenti devianti - anche solo di lieve entità - tollerati o addirittura incoraggiati dall'autorità con varie motivazioni.

Come si è detto in precedenza, si deve fare attenzione ai normali aspetti della vita morale cristiana: la veracità nella comunicazione, l'uso del denaro, la sessualità, il rispetto delle leggi, ecc.

 

Il 5° vangelo: quello secondo Kiko?

(*) Don Giorgio RONZONI è parroco di Santa Sofia in Padova e insegna teologia pastorale alla Facoltà Teologica del Triveneto. Con le Edizioni Messaggero Padova ha pubblicato: Una pietra scartata (2014); Via crucis secondo Marco (2015); Il dono perfetto (2017); La storia di Marco e Barnaba (2019); Il Padre Nostro è tradotto bene? (2019); «Prendi e leggi», anzi: no! (2020); I miei occhi hanno visto la salvezza (2021); Testimoni del Natale (2021). Per la collana Sophia in coedizione con la Facoltà Teologica del Triveneto ha curato una ricerca sul burnout tra i presbiteri, Ardere, non bruciarsi (2011) e scritto Le sètte «sorelle». Modalità settarie di appartenenza a gruppi, comunità e movimenti ecclesiali? (2016), tradotto anche in francese; l'ultimo libro pubblicato è "L'abuso spirituale" (2023).

 

venerdì 28 aprile 2023

Mi disse il catechista neocatecumenale: “Devi obbedire e basta! Perché, che tu lo voglia o no, noi siamo Dio!”

Dal libro "Verità sul Cammino neocatecumenale": raccolta di documenti e testimonianze a cura di padre Enrico Zoffoli, vi proponiamo una testimonianza firmata  stilata da un fedele cattolico sulla propria esperienza di Cammino neocatecumenale, traumatica soprattutto per il comportamento dei cosiddetti "angeli", se non "Dio stesso", i catechisti neocatecumenali.
 
Questa testimonianza fa parte di una serie di contributi che intendiamo proporvi tratti dalle testimonianze e dai documenti che  il teologo passionista padre Zoffoli raccolse da tutta Italia ormai trent'anni fa.
Nel frattempo ne è passata di acqua sotto i ponti: sono  stati approvati lo Statuto del Cammino e il Direttorio delle sue catechesi. Ma il Cammino neocatecumenale è rimasto esattamente ciò che era, e lo dimostra la grande attualità delle trascrizioni, delle descrizioni, delle impressioni, delle denunce e delle lacrime di tanti fedeli e sacerdoti coinvolti in esso a vario titolo fin dal suo primo apparire nelle parrocchie italiane .
Prima di leggere la lettera, vogliamo evidenziare una citazione di padre Rotondi in quarta di copertina:
 
"Si può dire in breve che nel pensiero di Kiko e Carmen errori teologici antichi e nuovi confluiscono in un vulcano tale di contraddizioni, che non è possibile non solo dedurne una logica di verità , ma neppure un sistema coerente di errori.
Nessuna originalità, ma ripetizioni critiche di aberrazioni teologiche antiche e nuove senza alcun riferimento a quanto la Scrittura e il Magistero della Chiesa hanno da sempre professato o rigettato".
Versione in spagnolo dell'articolo sul blog Cruxsancta
Versione in inglese dell'articolo sul blog American Way in USA

PICCOLA AUTOBIOGRAFIA


Città (...), 11.12.91 Rev.mo Don Enrico Zoffoli, Piazza S. Giovanni in Laterano

Dopo diciotto anni di matrimonio con un uomo stupendo nel rapporto con il quale ho avuto un assaggio dell'amore infinito di Dio, il 20 novembre del 1985 il Signore volle mio marito accanto a Sé.

Nei tre brevissimi mesi della malattia non ebbi il tempo di prepararmi ad un distacco così repentino e restai quasi inebetita di fronte alla mia nuova realtà sebbene aiutata dalla Fede che il Signore ha voluto donarmi e dalla presenza di due meravigliosi figli che allora avevano 12 e 17 anni, io ne avevo 40.


La condizione delle vedove nel Cammino neocatecumenale

Ai primi del mese di febbraio 1986 iniziò la catechesi dei neocatecumenali nella nostra parrocchia, quella della B.V. del Carmelo a [...], ed io con i miei figli iniziai a partecipare alla riunione regolarmente due volte alla settimana. Alla sera si faceva abbastanza tardi, ma io ero molto attratta dall'approccio alla Parola di Dio che, a onor del vero, era la prima volta che mi veniva spiegata in maniera così viva e dai canti eseguiti con molta fede e spirito di unità.

Alla fine di questo primo corso della durata di circa un mese seguì una prima “convivenza” presso il monastero di [...]. Vi partecipai con entrambi i miei figli. Ci furono alcune cerimonie molto belle, ma quello che mi colpì fu il fatto che alla fine del terzo giorno quando si doveva pagare il conto alle suore ci fu la circolazione tra di noi, tutti raccolti in preghiera, di un sacco della spazzatura nel quale ognuno depose “quello che poteva, generosamente, pensando anche ai fratelli che non potevano pagare”.

Nel primo giro non fu raccolta la somma necessaria. Fu fatto un altro giro e la nostra catechista con parole molto sentite fece capire che c’era stato qualcosa di grandioso...: la somma non solo era stata raggiunta ma superata! La cosa aveva un sapore magico, rimasi tanto impressionata di come in mezzo a noi la gente avesse potuto essere così generosa! Poi tornerò su questo episodio.

Superato quindi il primo passaggio, si formò la nostra comunità detta "seconda Comunità”, poiché una prima esisteva già di 3 o 4 anni. La nostra comunità fu organizzata con quattro responsabili di cui uno ero io (sono una insegnante), una mia collega, due studenti universitari. Ci riunivamo regolarmente durante la settimana: una volta per preparare le letture relative alla “parola” che ci era stata assegnata, una volta per la celebrazione della liturgia della parola alla quale presenziava anche il nostro parroco, una volta per la celebrazione Eucaristica il sabato notte.

Tutto questo era molto coinvolgente, ma estremamente stancante perché si terminava in orari vicini e oltre la mezzanotte. Dopo ho capito che anche questo serviva a stancare le persone e renderle abbastanza prive di volontà. 

Io in qualità di responsabile ho partecipato ad alcune convivenze per soli responsabili, sia presso l'hotel “Ergife” di Roma sia ad Arcinazzo. La partecipazione a queste convivenze era per me assai gravosa poiché dovevo lasciare da soli i miei due ragazzi (portarmeli, come sostenevano loro, sarebbe stato per me un po’ gravoso finanziariamente) e in più due anziani suoceri di cui ero l’unica nuora.

Nel frattempo il nostro parroco si ammalò di cuore e dovette lasciare la parrocchia ad un altro sacerdote, persona buona e onesta, ma non risoluta come il nostro che riusciva a tenere testa a un certo Giovanni che era il capo dell'équipe venuta da Roma per catechizzarci.

Questo signore però era il catechista della prima comunità quindi non avrebbe dovuto aver niente a che fare con noi della seconda. lo sono di indole un po’ribelle e non accetto facilmente imposizioni per cui non volli mai imparare la fraseologia sempre uguale che tutti ripetevano durante le celebrazioni; mi esprimevo sempre secondo la mia preparazione, confidando sempre nella Misericordia di Dio e guardandolo solo e sempre con Amore. 
Rimasi perciò molto scossa quando la moglie di Giovanni, una donna fredda e acida che non ho mai visto sorridere, durante un’omelia da lei tenuta ribadì più volte che “...chi non odia suo fratello, e badate bene che la parola odio detta in lingua greca è proprio odio, odio... ecc. ecc. non è degno di Me”. Risposi a questo intervento riproponendo il Vangelo di S. Giovanni e la prima lettera, ma non feci altro che attirarmi la sua antipatia. 
 

 
Una volta dopo una convivenza di un giorno, durante quello che si chiamava il giro delle esperienze, mi sentii accusare da una ragazzina di essere stata poco ospitale, poiché, avendo io messo a disposizione della comunità la mia casa per l’agape della notte di Pasqua, avrei dovuto consentire non so che cosa, come canti e suoni di gente sbronza.

E mai che qualcuno dei miei confratelli si fosse preoccupato che io ero una donna vedova con regole e abitudini di una educazione per così dire all'antica! Ma le cose si complicano alla fine dell'anno del mio Cammino neocatecumenale.

Infatti la prassi prevede che dopo due anni ci sia un effettivo “passaggio” a non so che cosa. Era la fine di gennaio, mio suocero affetto da un male alla gola, aveva 82 anni, doveva essere assistito poiché dopo qualche giorno lo avrebbero operato e chi si doveva occupare di questo ero io. Fra anche la fine del quadrimestre ed ero impegnata con la scuola, e proprio in quei giorni bisognava andare a [...] per la convivenza del suddetto passaggio, Dato che [...] dista da [...] pochi chilometri, feci presente ai miei catechisti la mia situazione, proponendo loro che io avrei partecipato alla convivenza rimanendo a [...] durante il giorno, ma che la sera io sentivo il dovere morale e civile di essere a casa. Mi fu detto che dovevo esporlo a Giovanni.

Ebbi occasione di incontrarlo il 17 gennaio giorno di S. Antonio festeggiato qui da noi. Mi ascoltò con aria di sufficienza e mi disse che se non dormivo anche a [...] il Signore per me non sarebbe passato e che comunque potevo fare la “pendolare” se volevo, lasciandomi intendere che il passaggio lo avrei fatto lo stesso. Insieme ad altre 3 persone andai e tornai da [...] il venerdì, il sabato e la domenica.

Proprio la domenica c'era la cerimonia del “passaggio”. Portai i fiori per la mensa, ma siccome erano di mandorlo furono gettati via, portai un flacone di profumo “Opium” che fu in parte usato per profumare l’olio e molti dolci per l'agape che doveva seguire la cerimonia. Mi era stato detto di essere su a [...] per le 15. Quando arrivammo tutto era quasi pronto nella grande sala del refettorio delle Clarisse, una cinquantina di persone sedute in cerchio attorno all’ambone e ai fiori sul tappeto.

Kairos, un dio da afferrare per il ciuffo
Ci sedemmo anche noi. Giovanni irruppe nella sala e con gesto perentorio: “Tu, tu, e tu venite con me”, disse. Con molto imbarazzo ci alzammo e lo seguimmo in una piccola stanza dove si trovava anche il sacerdote che sostituiva il nostro parroco e un certo Don [...], un prete piccolo e assolutamente insignificante in balia di Giovanni. Ci fu detto in modo villano che non potevamo fare il passaggio perché non avevamo dormito a [...] e che quindi il Signore (sia sempre ringraziato) per noi non era passato. lo mi opposi dicendo che Dio non passa a [...] o in altri luoghi, ma nella vita delle persone e mi appellai anche alla sua comprensione attraverso la mediazione di S. Giovanni Bosco di cui ricorreva quel giorno la festa. Mi rispose con grande disprezzo “... e chi è questo S. Giovanni Bosco?!".

Umiliate e maltrattate lasciammo quell’assemblea per andare a [...] dal nostro parroco malato che ci confortò moltissimo riportandoci alla razionalità. Dopo una settimana passata in modo piuttosto traumatico, ci ritrovammo, io e le altre due signore mie amiche, di nuovo insieme ai fratelli di comunità che avevano fatto il famoso passaggio per celebrare l’Eucarestia del sabato notte. Un fratello, una persona che io conosco bene, prese la parola per “l'ammonizione ambientale” che precede la funzione. Con toni deliranti parlò di una presenza in seno alla comunità, quella del demonio, ripeté più volte il concetto con un parafrasare che ci mise francamente a disagio, ci sentivamo additate come “quelle che non hanno fatto il passaggio”.

Rimanemmo per tutta la Celebrazione e vi partecipammo ancora per altri sabati come anche ad alcune liturgie della parola. Fu durante una di queste liturgie che uno dei responsabili e precisamente quello che aveva parlato della presenza del demonio, ci chiamò da parte pregando di radunare, quanto prima, dei soldi, perché c'era una comunità, forse di [...], che si accingeva a fare un passaggio e perciò, cito le sue parole:Dobbiamo fare come al solito, cioè tenere a loro disposizione una generosa cifra, caso mai non bastassero loro i soldi del primo giro di raccolte”.

Fu per me peggio di una pugnalata!!! Compresi che per noi, la prima volta era stato lo stesso. C'era stata altra gente che in qualche modo ci aveva aiutati! Era stato sempre un aiuto della Provvidenza, ma perché non dirlo chiaramente, perché celare quel senso di mistero e di magia per impressionarci!

Ne parlai col sacerdote responsabile e mi rispose che... non dovevo giudicare (?!). Non andai più in comunità.

Passato qualche tempo una mia amica mi disse che se volevo rientrare in comunità potevo andare a fare quel famoso secondo passaggio, nel quale dovevo palesare a tutti la mia “Croce”, potevo associarmi ad un'altra comunità di Roma e andare ad Arcinazzo. Risposi di no. Un anno dopo le persone con le quali ero stata in comunità per 3 anni si recavano ad Arcinazzo per lo “Shemà”. Chiesi se vi potevo partecipare come “esterna”: mi sarebbe piaciuto trascorrere qualche giorno in preghiera e raccoglimento. Mi fu risposto che dovevo parlare con il catechista capo: Giovanni.

L'idea non mi piacque per niente e risposi subito di no. Qualche giorno prima della festa annuale dedicata a S. Antonio, il sacerdote che suppliva il postro parroco sempre malato, mi chiamò dicendomi che Giovanni mi voleva parlare; risposi che non avevo niente da dirgli e non volevo vederlo, lui mi rispose di fare un gesto di obbedienza... e io, sebbene a malincuore, accettai l'invito.

Fui convocata presso la parrocchia di [...] per le ore 20.30 del 17 gennaio 1989. Pensavo di essere la sola con la quale l'équipe catechistica che veniva dalla comunità dei Martiri Canadesi di Roma, capeggiata da Giovanni, volesse parlare. Mi accorsi invece che era stato allestito una specie di tribunale per me ed altri 5 (mi pare) fratelli. Noi eravamo seduti gomito a gomito appoggati ad una parete e dalla parte opposta, di fronte a noi, gli inquisitori: Giovanni, sua moglie, |...], una signorina su 40 anni di cui non ho mai saputo il nome, il parroco di [...] e un neocatecumenale che aveva passato molti anni in India ed aveva l’aspetto di un vero indiano.

Cominciò l'interrogatorio di coloro che mi precedevano e io, mentre li sentivo articolare pietose risposte e giustificazioni, mi sentivo sempre più sgomenta e smarrita, non mi sarei mai aspettata una cosa del genere. Presa dall'impazienza chiesi che mi parlassero subito altrimenti sarei andata via!

Giovanni, allora, con fare di sopportazione ed autorità offesa cominciò a chiedermi se avevo fatto il passaggio, risposi di no e che sicuramente il Signore avrebbe deciso Lui quando sarebbe stato il momento. Non poté rispondermi. Mi chiese se volevo qualcosa, risposi che mi sarebbe piaciuto andare (a mie spese) ad Arcinazzo e unirmi alla comunità per le preghiere. Rispose che non lo potevo assolutamente fare se prima non facevo il famoso passaggio. Risposi se per caso c'era qualche passo del Vangelo in cui, a chi volesse unirsi agli altri per pregare, ciò era vietato.

Inoltre ripetei che spesso e dovunque il Papa ripeteva “aprite le porte a Cristo!”, nel senso di accogliere Gesù e i fratelli e aiutarli quando si trovavano in difficoltà...

Mi rispose Giovanni: “Devi obbedire e basta! Perché, che tu lo voglia o no, noi siamo Dio!”.

Mi sembrava di sognare, nessuno intervenne e lui aggiunse “se non proprio Dio siamo i suoi angeli!.

Di nuovo nessuno rispose, mi aspettavo una parola dal sacerdote, da qualcuno dei presenti... nulla! Di scatto raccolsi la borsa mi alzai e me ne andai per sempre! 
 
Io pensavo di fondare con alcune amiche un'associazione nuova, un movimento.
Ma ho sentito dalla Madonna: 'No, è la Chiesa. Benedetta tu fra le donne sarà la Chiesa.' (Carmen)



Nessuno dei così detti fratelli mi ha più cercata, fatta eccezione per una mia cara amica e parente che uscì con me insieme ad altre persone dalla comunità. Questa mia amica però dopo assidue pressioni e insistenti inviti è rientrata in comunità, è una insegnante come me, ma non si è sposata, quindi è più disponibile nel senso del tempo e denaro verso la comunità. Ormai le comunità neocatecumenali non ci sono più nella nostra parrocchia, si sono trasferite altrove.

È stata un’esperienza anche questa! Io ho sofferto, ma con l’aiuto del Signore e delle persone che mi vogliono bene ne sono venuta fuori. Devo dire però che per quello che riguarda i primi due anni di cammino neocatecumenale, esso è buono, è l’unica comunità che insegna ad accostarsi alle Scritture anche se prende troppo alla lettera l’antico testamento, e che, se guidata da sacerdoti intelligenti e capaci, catechizza veramente gli adulti. Deve restare però una scuola, un mezzo libero che aiuta la gente a conoscere e amare Dio accettando il Suo grande mistero. Se le comunità neocatecumenali devono diventare ordini religiosi allora è bene che i responsabili ne scrivano la “regola” e le persone che intendono farne parte devono sapere con chiarezza a che cosa vanno incontro.
 
(lettera firmata, da "Verità sul Cammino neocatecumenale")

sabato 18 febbraio 2023

Sacerdote, chi sei?

Con umiltà mi rivolgo a ciascuno di voi come un fratello, un amico, un padre e un condiscepolo di Gesù Cristo, per meditare insieme sul dono meraviglioso che ci è stato dato: il sacerdozio.
(Robert Sarah)

"Per l'eternità - (Meditazioni sulla figura del sacerdote) " è un libro formativo e contemplativo composto dal Cardinale e arcivescovo cattolico guineano Robert Sarah. Si tratta di un'opera pregiata, pervasa di umiltà e amorevole premura, che esordisce con una dedica limpida e immediata:

- "a tutti i seminaristi".

La voce dell'autore è correlata dall'eco inesauribile dei Santi; una voce unica e spiritualmente salutare che si fa spazio in un tempo in cui "l'ombra della notte incombe sulla vita dei sacerdoti" (pag. 7).

L'argomento è delicato e serio ed il suo valore vitale. Per questo ritengo interessante, nonché necessario, leggere con occhio partecipe e appassionato le righe stilate dal Cardinal Sarah, le quali risultano essere rivolte anche al cammino (essendo una realtà interna alla Chiesa Cattolica).

L'introduzione del libro, redatta sempre dall'autore, di già dispiega le ali della verità più cruda conducendo l'attenzione sulla dura, anzi sanguinaria, realtà dell'oggi:

- "Non c'è settimana in cui non si diffonda la notizia di un caso di abuso sessuale o di corruzione. Si deve guardare in faccia la realtà, il sacerdozio sembra vacillare".

Ebbene, il peccato gravissimo, umanamente imperdonabile, che bisogna addebitare anche ai sacerdoti che hanno accolto la dottrina neocatecumenale, è quello di aver seminato e diffuso l’idea che tutti gli istinti siano buoni perché la natura umana sarebbe di per sé innocente, dando l’esempio d’un modo di porsi di fronte alla vita che non ha più nulla di spirituale, ma prettamente terreno: come se il destino umano si compisse quaggiù, in questa povera carne peritura. La tragica realtà degli abusi su minori e persone vulnerabili, esercitata da sacerdoti o da figure portanti di un certo ambiente ecclesiale, anche espressa in omertà o protezione dei colpevoli, è una delle ferite più gravi del corpo mistico di Cristo. E tra le pagine più oscure della storia del cammino troviamo proprio quella relativa a questo genere di violenza.

Robert Sarah prosegue con tono severo e spedito:

- "Il sacerdozio, il suo statuto, la sua missione, la sua autorità, sono messi al servizio di quanto c'è di peggio al mondo. Il sacerdozio è stato strumentalizzato per nascondere, insabbiare, e persino giustificare la profanazione dell'innocenza dei bambini"

Non esiste ragionamento che possa chiarire adeguatamente il dramma in esame, perciò lascerò la parola ad un padre che ha veduto con i propri occhi la sofferenza più logorante attraversare l'anima dei suoi figli. Discutiamo di bambini innocenti abusati da un catechista del cammino e ulteriormente seviziati, nell'ambito dell'interiorità, da alcuni sacerdoti assecondanti il contesto settario, questi ultimi colpevoli di aver ostacolato il procedere della giustizia e di aver indicato, con l'indice autoritario, la porta d'uscita della chiesa. Circostanza che ha allontanato dai Sacramenti l'intera famiglia.

Il padre si esprime con dolorosa schiettezza:

- «Il Vescovo era neocatecumenale e per tale mi invitava a ritirare la denuncia, farmi pagare i danni morali e chiudere la faccenda per proteggere la credibilità del cammino e l'immagine della Chiesa. Lui si preoccupava di evitare lo scandalo mentre i bambini morivano interiormente. Il Vescovo protesse il cammino e lasciò agonizzare la mia famiglia. Mi disse inoltre che un cristiano deve perdonare tutto, lasciando ad intendere che avrei dovuto abbandonare il mio intento di ottenere giustizia!»

Un estratto proveniente da una relazione redatta da una donna che subì degli abusi nell'ambito del cammino, chiarisce ancor più la gravissima portata della questione. Si tratta di una missiva indirizzata al Vescovo della sua diocesi in cui riporta il dialogo intrattenuto con un sacerdote convintamente neocatecumenale:

La donna riferisce: "Più ancora forse colpisce la mia sensibilità, certamente esacerbata dalla mia esperienza personale, che questo sacerdote (il vicario appunto), come tanti altri sacerdoti e catechisti del cammino, consiglierà alle vittime che dovessero chiedergli consiglio o essere affidate a lui, prendendo a pretesto la Croce di Cristo, di non denunciare l’abuso subito, e considererà più che lecito che i criminali non vengano puniti, anzi, che possano avere altre occasioni favorevoli per delinquere."

- "Com'è possibile tollerare tali episodi senza tremare, senza piangere e senza metterci in discussione?;
Dobbiamo guardare il male in faccia!" (Pag.8)

Gli orientamenti realizzati dalla mente alienata degli iniziatori sono materia di fede e di studio dei presbiteri compromessi e dei seminaristi frequentanti i Redemptoris Mater, in questi scritti apprendiamo che “l’uomo non può fare il bene perché si è separato da Dio, perché ha peccato ed è rimasto radicalmente impotente e incapace, in balia dei demoni. È rimasto schiavo del Maligno. Il Maligno è il suo signore. Per questo non valgono né consigli, né sermoni esigenti. L'uomo non può fare il bene".

Dunque il bene è una realtà fuori dalla portata dell'uomo, ergo: ferire gli innocenti per Kiko e Carmen è addirittura lecito.

E sono proprio queste idee avverse a svelare la motivazione per cui il cammino proliferi di abusi d'ogni genere, inclusi quelli fisici.
I due pericolosi e falsi profeti hanno forgiato una dottrina immorale e perversa che reprime l'idea della giustizia e favorisce quella del vizio.Tutti noi conosciamo, oramai perfettamente, quanta pressione psicologica compiano i catechisti, e non meno i sacerdoti, a danno dei fedeli che dipendono dalla parola neocatecumenale.
Schivare l'altra parte della medaglia, che è la Giustizia, non favorisce la consapevolezza del peccato e consente che il male si propaghi. Ma, in effetti, se "il peccato è necessario" come comunica la scienza kikiana, perché mai si dovrebbe imboccare la via della legalità e della redenzione spirituale?

In cammino la protezione degli indifesi viene affidata ai catechisti, ai responsabili, alla comunità, una situazione anomala che non va assolutamente sottovalutata.
Per questo motivo, se la Chiesa intende applicare contro l'abuso sessuale sui minori il "principio di tolleranza zero", non può evitare di indagare, scandagliare e studiare l'infido contesto neocatecumenale. In quei meandri vive la sporcizia più nera, altro che santità a profusione.

- (pag.25) da una meditazione di Santa Caterina da Siena (dice il Signore a Caterina): "Vedi con quanta ignoranza, con quante tenebre, con quanta ingratitudine e con che mani immonde, è somministrato il glorioso latte e sangue di questa Sposa! E con quanta presunzione e irriverenza è ricevuto! Perciò quella cosa che dà vita, spesse volte dà morte per loro colpa".

- Card. Sarah (pag. 32): "Chi pretende di riformare la Chiesa con gli stessi mezzi che si usano per riformare una società di questo mondo, non solo fallisce nella sua impresa, ma infallibilmente finisce col trovarsi fuori dalla Chiesa"

Bisogna fuggire con risolutezza il peccato di presunzione, di chi presume di salvarsi in virtù dei propri titoli umani (catechista 'autorevole e influente' e tutti i titoli che compongono la realtà kikiana) e che ritiene di far parte di una cerchia di eletti in grado, addirittura, di riformare la Chiesa Madre. È vero, sì, che “la salvezza di Dio è per tutti gli uomini” (Tito 2,12), ma nello stesso tempo questa non può e non deve essere data per scontata, né tanto meno pretesa, ma bisogna conquistarla con la coerenza di vita evangelica e l’esercizio eroico della carità. Soluzione infattibile nella cerchia comunitaria di Argüello ed Hernández.

Quali orme seguire quindi? Quelle di Cristo o quelle di Kiko? Non c'è compromesso che tenga. Figli di Dio o, per come si autodefiniscono i fedeli e i fiancheggiatori del cammino, figli del demonio?

- C. Robert Sarah (pag 43): "I sacerdoti che non sono santi non soltanto sono dei mediocri, ma guidano al male coloro che sono stati a loro affidati. Il peccato di un pastore non è una questione privata. Infligge all'intero gregge una profonda ferita.

L'esortazione è fervida ma al contempo premurosa.

- (Pag. 49): "Cari giovani sacerdoti, e voi confratelli più anziani nel sacerdozio, permettetemi di ripetervi con San Giovanni: "Avete vinto il maligno!". Siate coloro che prendono la direzione opposta […] per noi cristiani la direzione opposta non è un luogo. È una Persona: è Gesù Cristo, nostro Signore e nostro Dio, e nostro Redentore. Il solo unico Redentore del mondo. SeguiteLo, Egli è l'unica via che conduce al Padre e la piena realizzazione del vostro sacerdozio.

Chi è realmente quel sacerdote che procede lungo la strada di Kiko assoggettandosi alle sue 'tappe' e ai suoi scrutini? Non si trova una risposta logica, o perlomeno rincuorante.
Mi chiedo: perché questi sacerdoti permangono muti dinanzi agli scontri impari che avvengono a scapito delle anime più fragili? Perché non consolano e difendono i giovani oppressi dalla necessità di vivere una vocazione confacente alle aspettative dei catechisti e una vita aderente alle desolanti leggi kikiane? Perché aspirano ad una carica di spicco all'interno del cammino? Perché consegnano la propria parrocchia alle comunità permettendo ai neocatecumeni di prendere decisioni di notevole rilevanza, di imbrattare i muri sacri e di sganciare i Crocefissi dalle chiese?
Inoltre, perché confessano in un'atmosfera inadatta e caotica sfigurando la nobiltà e l'importanza del Sacramento, demolendolo ancor più lasciando intendere che la confessione pubblica sia plausibile?

Ce lo dice la Chiesa, il Ministro del sacramento della penitenza è il solo sacerdote, il quale deve aderire fedelmente alla dottrina del Magistero.
In cammino c'è un bisogno insaziabile di confidarsi e confidare nel Signore. Una sete inestinguibile che non può trovare compimento in una simil "penitenziale" defraudata della sua sacralità e riservatezza, o in una umiliante confessione a titolo collettivo. Collettività che non ha l'obbligo di mantenere il segreto sebbene i catechisti, bugiardi di professione, lo garantiscano.
I segreti vengono appuntati nella mente di ogni singolo 'fratello' (mai parola fu più abusata e nella concretezza disattesa) e sfruttati come merce di ricatto. La pretesa è che vi sia un abbandono totale di sé, una consegna incondizionata del proprio essere, un affidamento senza riserve; un'apertura del cuore che sfora nell'abuso, perché il tutto nasce da una pretesa di obbedienza che pressa le coscienze sino a far rivelare ciò che dovrebbe esser confidato soltanto ad un sacerdote nell'ambito di una confessione sacramentale.Tutto ciò fa quasi timore, deprime, scoraggia, toglie ogni briciola di dignità e rende schiavi, succubi della comunità. La sensazione è quella di essere appesi ad un filo che si stringe inesorabilmente ad ogni scrutinio; ad ogni confidenza. Una trappola che strugge l'animo e la psiche e distrugge la vita del fedele, della sua famiglia, ma anche degli spettatori.
Questi personaggi privi di reale autorità esercitano un dominio sulla coscienza altrui, operando dei soprusi che, proprio per la loro natura spirituale, sono tra i più infidi e rovinosi.
Nessuna persona può esercitare autorità sulla coscienza dell’altro, neanche una guida spirituale - vera e santa - è dotata di una simile libertà. È un principio che non sopporta eccezioni o deroghe.

- (Pag.57) Robert Sarah: "A San Norberto viene attribuito questo pensiero: "Sacerdote, chi sei? Non sei da te, perché sei dal nulla, non sei per te, perché mediatore degli uomini, non sei tuo, perché sposo della Chiesa, non sei di te, perché servo di tutti, non sei tu perché sei Dio. Chi sei dunque? Niente e tutto" […] Dal sacerdote ci si aspetta che sappia come comportarsi "nella casa di Dio, che è la Casa del Dio vivente, colonna e sostegno della verità" (cfr. 1 Tm 3,15). Per nessuna ragione al mondo, il sacerdote dovrà nascondere la verità.
(Pag.58): La verità viene prima di tutto.

Nella difesa della verità il primo ausilio è Maria, nemica di tutte le eresie.
È tragico constatare come la figura del neocatecumeno sia stata pensata per essere orfana di Madre.

domenica 11 dicembre 2022

Don Fabio Rosini svela: l'unico vero Cammino di tutti i cattolici è...

Riportiamo l'introduzione di don Fabio Rosini alla propria raccolta di commenti al Vangelo domenicale dell'anno liturgico A "Di Pasqua in Pasqua", che desideriamo giustapporre, in occasione della terza domenica di Avvento, all'annuncio kikiano proprio del periodo liturgico.

Ricordiamo ai nostri lettori che don Rosini è presbitero di origine neocatecumenale, letteralmente estromesso dal Cammino in seguito all'esplosione di successo delle proprie catechesi sui 10 Comandamenti nelle diocesi romane, format da lui ideato diffusosi poi in tutta Italia (e imitato perfino dai kikos stessi, con "Le 10 parole" e iniziative similari). Per approfondimenti, linkiamo qui un articolo sulla vicenda.

Nota bene: Don Rosini, molto correttamente, non accenna mai all'esperienza con il Cammino, finita in modo così disastroso, ma non perde l'occasione per dare una "raddrizzata" alle teorie e alle esegesi kikiane. Motivo per cui abbiamo segnalato già le sue catechesi in passato, e lo faremo ancora.


La riscoperta dell'iniziazione cristiana, conseguente al Concilio Vaticano Il, favorì, a suo tempo, un'epoca nuova per la formazione cristiana concretizzata nell'esperienza dei movimenti, e moltiplicò, anzi continua a moltiplicare la nascita di percorsi di fede che a vario titolo sono stati proposti al popolo di Dio.

Le tante esperienze di appartenenza a proposte di vario tipo hanno creato anche una sorta di frammentazione nel popolo di Dio. La domanda che è bene farsi è: cammini vari, movimenti vari e percorsi vari dove possono trovare la loro unità? Qual è il vero cammino di tutti i cattolici? Cos'è che resta cattolico aldilà di ogni appartenenza?

La risposta è abbastanza facile: l'unico vero cammino della Chiesa cattolica che tutti i battezzati condividono è il percorso dell'anno liturgico. In una ciclicità triennale, tutto ciò che è necessario per la fede di un cristiano viene riproposto in forma celebrativa e densa, tanto da fornire tutti gli elementi di un cammino di fede; e questa non è una trovata di qualcuno ma è la più solida tradizione della Chiesa, la sua tradizione liturgica che nella ciclicità del tempo, dettata dalle stagioni e dalle leggi fisiche, fa da contrappunto all'evoluzione costante e Iineare della storia umana, per quel tipo di condizione per cui, se anche ogni tre anni io mi ritrovo a celebrare la stessa liturgia con la stessa Parola di Dio, non è un problema, perché se lei è la stessa, sono io che sono cambiato. 

La conversione infatti non è una questione solo orizzontale, ossia un "andare oltre" (secondo l'etimologia non solo della parola ebraica Pesah, ma anche della parola greca metánoia) ma pure di tipo verticale: ossia un movimento che va più nel profondo. È illuminante ascoltare le parole dell'Annunzio della Pasqua che vengono proclamate dal diacono nel giorno dell'Epifania:

Fratelli carissimi,
la gloria del Signore si e‌ manifestata
e sempre si manifestera‌ in mezzo a noi
fino al suo ritorno.
Nei ritmi e nelle vicende del tempo
ricordiamo e viviamo i misteri della salvezza.
Centro di tutto l’anno liturgico
e‌ il Triduo del Signore crocifisso, sepolto e risorto,
che culminerà nella domenica di Pasqua, il 17 aprile.
In ogni domenica, Pasqua della settimana,
la Santa Chiesa rende presente questo grande evento
nel quale Cristo ha vinto il peccato e la morte.
Dalla Pasqua scaturiscono tutti i giorni santi:
le Ceneri, inizio della Quaresima, il 2 marzo;
l’Ascensione del Signore, il 29 maggio;
la Pentecoste, il 5 giugno;
la prima domenica di Avvento, il 27 novembre.
Anche nelle feste della santa Madre di Dio, degli apostoli, dei santi
e nella Commemorazione dei fedeli defunti,
la Chiesa pellegrina sulla terra proclama la Pasqua del suo Signore.
A Cristo, che era, che e‌ e che viene,
Signore del tempo e della storia,
lode perenne nei secoli dei secoli. Amen.


La Chiesa in sostanza celebra sempre una e una sola cosa: la Pasqua di nostro Signore Gesù Cristo, vale a dire il suo essere andato oltre la morte, il suo aver vinto il nulla con la potenza della misericordia del Padre, inaugurando la vita nel posto più inaudito, il sepolcro. Il Signore del tempo e della storia è colui che fa la storia mentre ci siamo ancora dentro: in ogni liturgia eucaristica, infatti, noi usciamo dal tempo per entrare nell'eternità, e siamo trasfigurati nella nostra più autentica identità quella di figli di Dio, portatori del sigillo battesimale, per essere destinati, in tutto ciò che facciamo, a una e una sola mèta: il Cielo.

Santo Curato d'Ars
E ne assaggiamo il sapore gia qui, nell'esperienza della conversione alla sua santa volontà, per mezzo della quale, come diceva il Santo Curato D'Ars, la terra dove cammina un cristiano diviene un ponte verso il Cielo. Questo viaggio straordinario è anticipato proprio attraverso la celebrazione eucaristica.

La liturgia eucaristica, infatti, celebra la Pasqua attingendo alle due mense, quella della Parola che prepara e conduce a quella del banchetto delle nozze dell'Agnello, e così contiene al suo interno tutti gli elementi per vivere settimanalmente questo salto oltre il nulla che è l'esperienza della gloria di Dio, vero tesoro dei figli di Dio, la vita eterna.

Nessun cristiano può compiere la sua missione se non attinge a questa sorgente, che è la chiave per capire ogni opera cristiana, ogni atto realmente ecclesiale, ogni riconciliazione e ogni comunione fraterna, che è l'essenza stessa della vita dei cristiani, l'amore reciproco.

Questo amore ha bisogno di essere re-innescato mille volte; le coppie cristiane per poter vivere la grandezza e la bellezza del matrimonio hanno bisogno di fare Pasqua tante volte con il loro Signore e fra loro. Un prete ha bisogno di questa vita che è appunto la vita eterna per non scivolare nel banale e non diventare un profeta da quattro soldi, che dice fa cose solamente secondo il buon senso, quelle cose per cui non c'era bisogno che Cristo morisse in croce, quelle per cui basta un minimo di spessore umano.

Per non restare in questa banalità, per non diventare una Chiesa che funga semplicemente da "cappellana" di un mondo i cui idoli falsi e bugiardi non vengono mai messi in discussione, noi compiamo questo cammino, cioè il cammino dell'anno liturgico il quale contiene in sé tutte le cose necessarie, come già detto, per vivere in un assetto pasquale.


Evidenziamo alcuni concetti che don Fabio Rosini mette in luce in questa breve introduzione:

La riscoperta dell'iniziazione cristiana ha costituito un elemento fondante dei movimenti post Concilio Vaticano II: non del movimento (che poi movimento non si vuole proprio definire) Cammino neocatecumenale che ne vorrebbe fare una proprietà indivisa.

"Le tante esperienze  hanno creato una frammentazione  nel popolo di Dio": in particolare l'elitaristico Cammino ha creato una vera e propria scissione settaria fra i cattolici delle salette e dei catecumenium e i fedeli della chiesa parrocchiale.

Ma qual è l'unico vero cammino della Chiesa cattolica? Quello che si snoda in trent'anni attraverso le "rivelazioni" delle arcane catechesi di Kiko Argüello e Carmen Hernández? No di certo. "L'unico vero cammino, quello che fornisce tutti gli elementi di un cammino di fede", non dura trent'anni ma tre anni ed è  il percorso liturgico, comune a tutti i fedeli della santa Chiesa Cattolica, il quale "contiene in sé tutte le cose necessarie per vivere in un assetto pasquale".

E, spiega don Fabio Rosini, questa non è  la "trovata di qualcuno" ma "la solida tradizione della Chiesa".

A buon intenditor...