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sabato 18 febbraio 2023

Sacerdote, chi sei?

Con umiltà mi rivolgo a ciascuno di voi come un fratello, un amico, un padre e un condiscepolo di Gesù Cristo, per meditare insieme sul dono meraviglioso che ci è stato dato: il sacerdozio.
(Robert Sarah)

"Per l'eternità - (Meditazioni sulla figura del sacerdote) " è un libro formativo e contemplativo composto dal Cardinale e arcivescovo cattolico guineano Robert Sarah. Si tratta di un'opera pregiata, pervasa di umiltà e amorevole premura, che esordisce con una dedica limpida e immediata:

- "a tutti i seminaristi".

La voce dell'autore è correlata dall'eco inesauribile dei Santi; una voce unica e spiritualmente salutare che si fa spazio in un tempo in cui "l'ombra della notte incombe sulla vita dei sacerdoti" (pag. 7).

L'argomento è delicato e serio ed il suo valore vitale. Per questo ritengo interessante, nonché necessario, leggere con occhio partecipe e appassionato le righe stilate dal Cardinal Sarah, le quali risultano essere rivolte anche al cammino (essendo una realtà interna alla Chiesa Cattolica).

L'introduzione del libro, redatta sempre dall'autore, di già dispiega le ali della verità più cruda conducendo l'attenzione sulla dura, anzi sanguinaria, realtà dell'oggi:

- "Non c'è settimana in cui non si diffonda la notizia di un caso di abuso sessuale o di corruzione. Si deve guardare in faccia la realtà, il sacerdozio sembra vacillare".

Ebbene, il peccato gravissimo, umanamente imperdonabile, che bisogna addebitare anche ai sacerdoti che hanno accolto la dottrina neocatecumenale, è quello di aver seminato e diffuso l’idea che tutti gli istinti siano buoni perché la natura umana sarebbe di per sé innocente, dando l’esempio d’un modo di porsi di fronte alla vita che non ha più nulla di spirituale, ma prettamente terreno: come se il destino umano si compisse quaggiù, in questa povera carne peritura. La tragica realtà degli abusi su minori e persone vulnerabili, esercitata da sacerdoti o da figure portanti di un certo ambiente ecclesiale, anche espressa in omertà o protezione dei colpevoli, è una delle ferite più gravi del corpo mistico di Cristo. E tra le pagine più oscure della storia del cammino troviamo proprio quella relativa a questo genere di violenza.

Robert Sarah prosegue con tono severo e spedito:

- "Il sacerdozio, il suo statuto, la sua missione, la sua autorità, sono messi al servizio di quanto c'è di peggio al mondo. Il sacerdozio è stato strumentalizzato per nascondere, insabbiare, e persino giustificare la profanazione dell'innocenza dei bambini"

Non esiste ragionamento che possa chiarire adeguatamente il dramma in esame, perciò lascerò la parola ad un padre che ha veduto con i propri occhi la sofferenza più logorante attraversare l'anima dei suoi figli. Discutiamo di bambini innocenti abusati da un catechista del cammino e ulteriormente seviziati, nell'ambito dell'interiorità, da alcuni sacerdoti assecondanti il contesto settario, questi ultimi colpevoli di aver ostacolato il procedere della giustizia e di aver indicato, con l'indice autoritario, la porta d'uscita della chiesa. Circostanza che ha allontanato dai Sacramenti l'intera famiglia.

Il padre si esprime con dolorosa schiettezza:

- «Il Vescovo era neocatecumenale e per tale mi invitava a ritirare la denuncia, farmi pagare i danni morali e chiudere la faccenda per proteggere la credibilità del cammino e l'immagine della Chiesa. Lui si preoccupava di evitare lo scandalo mentre i bambini morivano interiormente. Il Vescovo protesse il cammino e lasciò agonizzare la mia famiglia. Mi disse inoltre che un cristiano deve perdonare tutto, lasciando ad intendere che avrei dovuto abbandonare il mio intento di ottenere giustizia!»

Un estratto proveniente da una relazione redatta da una donna che subì degli abusi nell'ambito del cammino, chiarisce ancor più la gravissima portata della questione. Si tratta di una missiva indirizzata al Vescovo della sua diocesi in cui riporta il dialogo intrattenuto con un sacerdote convintamente neocatecumenale:

La donna riferisce: "Più ancora forse colpisce la mia sensibilità, certamente esacerbata dalla mia esperienza personale, che questo sacerdote (il vicario appunto), come tanti altri sacerdoti e catechisti del cammino, consiglierà alle vittime che dovessero chiedergli consiglio o essere affidate a lui, prendendo a pretesto la Croce di Cristo, di non denunciare l’abuso subito, e considererà più che lecito che i criminali non vengano puniti, anzi, che possano avere altre occasioni favorevoli per delinquere."

- "Com'è possibile tollerare tali episodi senza tremare, senza piangere e senza metterci in discussione?;
Dobbiamo guardare il male in faccia!" (Pag.8)

Gli orientamenti realizzati dalla mente alienata degli iniziatori sono materia di fede e di studio dei presbiteri compromessi e dei seminaristi frequentanti i Redemptoris Mater, in questi scritti apprendiamo che “l’uomo non può fare il bene perché si è separato da Dio, perché ha peccato ed è rimasto radicalmente impotente e incapace, in balia dei demoni. È rimasto schiavo del Maligno. Il Maligno è il suo signore. Per questo non valgono né consigli, né sermoni esigenti. L'uomo non può fare il bene".

Dunque il bene è una realtà fuori dalla portata dell'uomo, ergo: ferire gli innocenti per Kiko e Carmen è addirittura lecito.

E sono proprio queste idee avverse a svelare la motivazione per cui il cammino proliferi di abusi d'ogni genere, inclusi quelli fisici.
I due pericolosi e falsi profeti hanno forgiato una dottrina immorale e perversa che reprime l'idea della giustizia e favorisce quella del vizio.Tutti noi conosciamo, oramai perfettamente, quanta pressione psicologica compiano i catechisti, e non meno i sacerdoti, a danno dei fedeli che dipendono dalla parola neocatecumenale.
Schivare l'altra parte della medaglia, che è la Giustizia, non favorisce la consapevolezza del peccato e consente che il male si propaghi. Ma, in effetti, se "il peccato è necessario" come comunica la scienza kikiana, perché mai si dovrebbe imboccare la via della legalità e della redenzione spirituale?

In cammino la protezione degli indifesi viene affidata ai catechisti, ai responsabili, alla comunità, una situazione anomala che non va assolutamente sottovalutata.
Per questo motivo, se la Chiesa intende applicare contro l'abuso sessuale sui minori il "principio di tolleranza zero", non può evitare di indagare, scandagliare e studiare l'infido contesto neocatecumenale. In quei meandri vive la sporcizia più nera, altro che santità a profusione.

- (pag.25) da una meditazione di Santa Caterina da Siena (dice il Signore a Caterina): "Vedi con quanta ignoranza, con quante tenebre, con quanta ingratitudine e con che mani immonde, è somministrato il glorioso latte e sangue di questa Sposa! E con quanta presunzione e irriverenza è ricevuto! Perciò quella cosa che dà vita, spesse volte dà morte per loro colpa".

- Card. Sarah (pag. 32): "Chi pretende di riformare la Chiesa con gli stessi mezzi che si usano per riformare una società di questo mondo, non solo fallisce nella sua impresa, ma infallibilmente finisce col trovarsi fuori dalla Chiesa"

Bisogna fuggire con risolutezza il peccato di presunzione, di chi presume di salvarsi in virtù dei propri titoli umani (catechista 'autorevole e influente' e tutti i titoli che compongono la realtà kikiana) e che ritiene di far parte di una cerchia di eletti in grado, addirittura, di riformare la Chiesa Madre. È vero, sì, che “la salvezza di Dio è per tutti gli uomini” (Tito 2,12), ma nello stesso tempo questa non può e non deve essere data per scontata, né tanto meno pretesa, ma bisogna conquistarla con la coerenza di vita evangelica e l’esercizio eroico della carità. Soluzione infattibile nella cerchia comunitaria di Argüello ed Hernández.

Quali orme seguire quindi? Quelle di Cristo o quelle di Kiko? Non c'è compromesso che tenga. Figli di Dio o, per come si autodefiniscono i fedeli e i fiancheggiatori del cammino, figli del demonio?

- C. Robert Sarah (pag 43): "I sacerdoti che non sono santi non soltanto sono dei mediocri, ma guidano al male coloro che sono stati a loro affidati. Il peccato di un pastore non è una questione privata. Infligge all'intero gregge una profonda ferita.

L'esortazione è fervida ma al contempo premurosa.

- (Pag. 49): "Cari giovani sacerdoti, e voi confratelli più anziani nel sacerdozio, permettetemi di ripetervi con San Giovanni: "Avete vinto il maligno!". Siate coloro che prendono la direzione opposta […] per noi cristiani la direzione opposta non è un luogo. È una Persona: è Gesù Cristo, nostro Signore e nostro Dio, e nostro Redentore. Il solo unico Redentore del mondo. SeguiteLo, Egli è l'unica via che conduce al Padre e la piena realizzazione del vostro sacerdozio.

Chi è realmente quel sacerdote che procede lungo la strada di Kiko assoggettandosi alle sue 'tappe' e ai suoi scrutini? Non si trova una risposta logica, o perlomeno rincuorante.
Mi chiedo: perché questi sacerdoti permangono muti dinanzi agli scontri impari che avvengono a scapito delle anime più fragili? Perché non consolano e difendono i giovani oppressi dalla necessità di vivere una vocazione confacente alle aspettative dei catechisti e una vita aderente alle desolanti leggi kikiane? Perché aspirano ad una carica di spicco all'interno del cammino? Perché consegnano la propria parrocchia alle comunità permettendo ai neocatecumeni di prendere decisioni di notevole rilevanza, di imbrattare i muri sacri e di sganciare i Crocefissi dalle chiese?
Inoltre, perché confessano in un'atmosfera inadatta e caotica sfigurando la nobiltà e l'importanza del Sacramento, demolendolo ancor più lasciando intendere che la confessione pubblica sia plausibile?

Ce lo dice la Chiesa, il Ministro del sacramento della penitenza è il solo sacerdote, il quale deve aderire fedelmente alla dottrina del Magistero.
In cammino c'è un bisogno insaziabile di confidarsi e confidare nel Signore. Una sete inestinguibile che non può trovare compimento in una simil "penitenziale" defraudata della sua sacralità e riservatezza, o in una umiliante confessione a titolo collettivo. Collettività che non ha l'obbligo di mantenere il segreto sebbene i catechisti, bugiardi di professione, lo garantiscano.
I segreti vengono appuntati nella mente di ogni singolo 'fratello' (mai parola fu più abusata e nella concretezza disattesa) e sfruttati come merce di ricatto. La pretesa è che vi sia un abbandono totale di sé, una consegna incondizionata del proprio essere, un affidamento senza riserve; un'apertura del cuore che sfora nell'abuso, perché il tutto nasce da una pretesa di obbedienza che pressa le coscienze sino a far rivelare ciò che dovrebbe esser confidato soltanto ad un sacerdote nell'ambito di una confessione sacramentale.Tutto ciò fa quasi timore, deprime, scoraggia, toglie ogni briciola di dignità e rende schiavi, succubi della comunità. La sensazione è quella di essere appesi ad un filo che si stringe inesorabilmente ad ogni scrutinio; ad ogni confidenza. Una trappola che strugge l'animo e la psiche e distrugge la vita del fedele, della sua famiglia, ma anche degli spettatori.
Questi personaggi privi di reale autorità esercitano un dominio sulla coscienza altrui, operando dei soprusi che, proprio per la loro natura spirituale, sono tra i più infidi e rovinosi.
Nessuna persona può esercitare autorità sulla coscienza dell’altro, neanche una guida spirituale - vera e santa - è dotata di una simile libertà. È un principio che non sopporta eccezioni o deroghe.

- (Pag.57) Robert Sarah: "A San Norberto viene attribuito questo pensiero: "Sacerdote, chi sei? Non sei da te, perché sei dal nulla, non sei per te, perché mediatore degli uomini, non sei tuo, perché sposo della Chiesa, non sei di te, perché servo di tutti, non sei tu perché sei Dio. Chi sei dunque? Niente e tutto" […] Dal sacerdote ci si aspetta che sappia come comportarsi "nella casa di Dio, che è la Casa del Dio vivente, colonna e sostegno della verità" (cfr. 1 Tm 3,15). Per nessuna ragione al mondo, il sacerdote dovrà nascondere la verità.
(Pag.58): La verità viene prima di tutto.

Nella difesa della verità il primo ausilio è Maria, nemica di tutte le eresie.
È tragico constatare come la figura del neocatecumeno sia stata pensata per essere orfana di Madre.

martedì 18 ottobre 2022

Monizioni, risonanze, testimonianze: sono ammesse durante la Messa?

Su segnalazione del blog Cruxsancta, vogliamo proporre un interessante articolo reperibile sul sito Infocatolica.com intitolato Testimonianze e discorsi durante la Messa. Quando farli?

L'autore dell'articolo, Javier Sánchez Martínez, sacerdote della diocesi di Córdoba, ordinato il 26 giugno 1999, Laureato in Teologia, con specializzazione in liturgia, ha tenuto vari corsi di formazione liturgica ed è stato docente per la formazione permanente della vita religiosa e consacrata e membro dell'équipe diocesana di liturgia. Si è spento all'età di 48 anni l'11 settembre 2021. 
Riportando questo suo articolo, ci uniamo al suo ricordo con la preghiera.
 

Da qualche tempo è invalsa un'abitudine, quella di utilizzare la Messa domenicale (o le diverse Messe domenicali) per tutto , a partire da una salva di interminabili annunci prima di dare la benedizione, ai saluti e agli arrivederci a coloro che hanno partecipato, nonché per introdurre testimonianze e/o esperienze: proprio durante la celebrazione della Santa Messa. 

È un uso così comune e diffuso che nessuno si sorprende più che venga messo in atto.  

Solo che la liturgia non lo consente, né lo consentono i documenti della Chiesa, anzi, lo hanno condannato come un abuso.

È senz'altro arricchente per i fedeli di una parrocchia ascoltare la vibrante testimonianza di un missionario sul duro compito dell'evangelizzazione ad gentes, della formazione dei catechisti, del sostegno alla vita sacramentale delle comunità di periferia, del catecumenato degli adulti e dei battesimi delle nuove conversioni. Oppure ascoltare la testimonianza della carità e della solidarietà fraterna di chi svolge attività di volontariato, o serve i poveri, o realizza un programma della Caritas o di Mani Tese. Allo stesso modo, è emozionante ascoltare un seminarista, del Seminario minore o maggiore, offrire, pieni di tensione, la propria testimonianza vocazionale, la scoperta della chiamata del Signore, il desiderio di essere un santo sacerdote. 
Allo stesso modo, è arricchente quando un fedele laico racconta la propria esperienza in un Movimento o in una Comunità, incoraggiando chi vuole condividere quel carisma.

Ma, per tutto ciò, l'ambito proprio non è quello della liturgia, ma quello della catechesi

In altre parole, ciascuna di queste attività prenderà forza e troverà spazio in una catechesi per adulti (o per giovani e bambini) o in una sessione di formazione della parrocchia, o brevemente prima o dopo la messa domenicale, come preludio o come un momento finale per chi vuole restare.

La liturgia è Opus Dei, è servizio al Signore, «glorificazione di Dio e santificazione degli uomini», dice il Vaticano II (SC 5; 10), e molte volte invece la trasformiamo in un incontro comunitario dal tono ludico e catechistico , dove tutto ci sta, dove tutto si fa, forse temendo che se venisse tolto dalla Messa, ci sarebbe un calo di presenze.  

La liturgia è per il Signore, e ha un significato sacro, che si indebolisce molto quando introduciamo discorsi, parole, testimonianze e altro, a volte al posto dell'omelia, a volte dopo l'omelia, a volte anche nel silenzio dopo la comunione (impedendo la preghiera fervente e raccolta). 

Non vediamo che ci sono troppe parole nella liturgia, specialmente nella Messa? Non siamo stanchi di tanto verbalismo di monizioni,  discorsi e testimonianze, oltre agli avvisi (come non ci fossero già i manifesti sulla porta e non venissero rilanciati tramite la rete e il whatsapp parrocchiale!)? Con tutti i soldi che la Santa Chiesa spende in manifesti e propaganda per poi ripetere la stessa cosa in infinite pubblicità!

Queste testimonianze o esperienze possono essere consentite o non consentite all'interno della Messa?

L'ambone non deve ospitare
le omelie dei laici
L'Istruzione Redemptionis Sacramentum, del 2004, afferma quanto segue:

[64.] L'omelia, che si tiene durante la celebrazione della Santa Messa e fa parte della stessa Liturgia, «sarà normalmente pronunciata dallo stesso sacerdote celebrante, oppure la affiderà a un sacerdote concelebrante, o, talvolta, a seconda delle circostanze, anche a un diacono, ma mai a un laico. In casi particolari e per giusta causa, può pronunciare l'omelia anche il Vescovo o il sacerdote che sia presente alla celebrazione, pur non potendo concelebrare.

[65.] Si rammenta che ogni norma precedente che ammetteva i fedeli non ordinati a poter pronunciare l'omelia nella celebrazione eucaristica deve considerarsi abrogata, come prescrive il can. 767 § 1. Questa concessione è disapprovata, senza che sia ammessa alcuna forza consuetudinaria.

[66.] Il divieto di ammettere laici alla predicazione, nell'ambito della celebrazione della Messa, vale anche per gli studenti di seminario, di teologia, per coloro che hanno ricevuto l'incarico di "assistenti pastorali" e per ogni altro tipo di gruppo, confraternita , comunità o associazione di laici.

Allora, cosa facciamo con le testimonianze? Continua la stessa istruzione:
 
[74.] Se occorrono istruzioni o testimonianze sulla vita cristiana da presentare da parte di un laico ai fedeli riuniti in chiesa, è sempre preferibile che ciò avvenga al di fuori della celebrazione della Messa . Per gravi motivi, tuttavia, è lecito dare tali istruzioni o testimonianze, dopo che il sacerdote ha pronunciato la preghiera dopo la Comunione. Ma questa non può diventare un'abitudine. Inoltre, queste istruzioni e testimonianze non possono in alcun modo avere un significato che possa essere confuso con l'omelia, né è consentito che l'omelia sia totalmente soppressa.
 
Qualcuno potrebbe obbiettare: è "politicamente scorretto" escludere le testimonianze al posto dell'omelia o durante l'omelia, per quanto già radicato lo sia! Eppure, è "ecclesialmente corretto":
  • Al di fuori della Messa, in una sessione di formazione o catechesi per adulti
  • In ogni caso, e in via eccezionale, dopo la preghiera post-comunione (prima della benedizione finale)

E la liturgia deve essere curata al massimo grado, recuperando il suo significato sacro, di adorazione davanti al Mistero di Dio, senza confonderla con progetti didattici o catechetici, che hanno il loro posto in un altro tempo e in un altro luogo. 

La Liturgia non è un discorso per i presenti, ma una Grande Preghiera a Dio, come l'ha definita tante volte Papa Benedetto XVI.

 Javier Sánchez Martínez


Si allega opportuno elenco, non esaustivo, di abusi liturgici propri delle Messe neocatecumenali:

  • Lunghe ammonizioni alle letture, spesso simili ad omelie Assenza totale dell'offertorio (da parte dei fedeli)
  • Scambio della Pace inutilmente prolungato con sottofondo musicale (inesistente nel Rito Romano)
  • Utilizzo esclusivo della Preghiera Eucaristica II (tra l'altro modificata nel testo)
  • Divieto di inginocchiarsi alla Consacrazione
  • Comunione simultanea del sacerdote con i fedeli
  • Comunione al Corpo di Cristo da seduti Danza finale attorno alla mensa.
  • Utilizzo di un tavolo al posto dell'Altare consacrato.

Si aggiungano, almeno fino al 2005, vere e proprie omissioni (MAI AUTORIZZATE) di parti del Messale: Gloria, Credo, Lavabo, Orate Fratres, Agnus Dei, Domine non sum dignus; omissioni deliberatamente stabilite con lo scopo di occultare l'aspetto sacrificale della Messa per evidenziarne quello conviviale.

 

Il laico Kiko e le sue "omelie"

Si ricorda che, sull'argomento trattato dall'articolo, gli iniziatori del Cammino neocatecumenale Kiko Argüello, Carmen Hernàndez e don Mario Pezzi, hanno ricevuto già dal dicembre 2005 una Lettera della Congregazione per il Culto Divino al Cammino Neocatecumenale.

Questa lettera, contenente le «decisioni del Santo Padre», che Papa Benedetto XVI aveva così preannunciata alle famiglie del Cammino ricevute in udienza il 26 gennaio 2006: 

« ... Proprio per aiutare il Cammino Neocatecumenale a rendere ancor più incisiva la propria azione evangelizzatrice in comunione con tutto il Popolo di Dio, di recente la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti vi ha impartito a mio nome alcune norme concernenti la Celebrazione eucaristica, dopo il periodo di esperienza che aveva concesso il Servo di Dio Giovanni Paolo II. Sono certo che queste norme, che riprendono quanto è previsto nei libri liturgici approvati dalla Chiesa, saranno da voi attentamente osservate. Grazie all'adesione fedele ad ogni direttiva della Chiesa, voi renderete ancor più efficace il vostro apostolato in sintonia e comunione piena con il Papa e i Pastori di ogni Diocesi.»

ancor oggi non vede attuazione, nonostante sia parte integrante dello Statuto del Cammino Neocatecumenale (art.13, nota 49).

giovedì 6 ottobre 2022

Lettera aperta a un parroco neocatecumenale da un suo confratello: "il Cammino Neocatecumenale, che occupa la tua parrocchia e i suoi locali, è una realtà del tutto estranea al tessuto vivo del tuo popolo"

Riportiamo, traendola dal libro "Verità sul Cammino Neocatecumenale - testimonianze e documenti" di padre Enrico Zoffoli, una lettera aperta del 1991, inviata da un sacerdote missionario a tutti i Vescovi della Toscana,  ai cardinali e vescovi amici sia in Italia che in Brasile. Si tratta di una solenne denuncia nei confronti del parroco della chiesa di San Bartolomeo in Tuto a Scandicci, periferia di Firenze, per aver "sposato" la realtà del cammino neocatecumenale, aver messo in mano tutte le attività a persone esclusivamente organiche a questa realtà, fra l'altro provenienti da altre parrocchie, isolando e demotivando i parrocchiani attivi e collaborativi, aver diffuso delle liturgie monche e stravaganti, utilizzando parte di "somme veramente ingenti sottratte alle economie delle famiglie" per acquistare il favore dei vescovi. 

Nel libro, che riporta questa lettera aperta, per comprensibili motivi sono stati omessi tutti i nomi propri, le località, i riferimenti alle parrocchie.

Questo documento, oltre che importante per la rilevanza pubblica che gli fu data e la sua ampia diffusione,  per i suoi contenuti è, pur a distanza di trent'anni, ancora attualissimo.
Nonostante infatti il tentativo di regolamentare tramite Statuto il cammino neocatecumenale, la realtà delle parrocchie "neocatecumenalizzate" rimane desolantemente quella descritta in questa lettera aperta e il Cammino si è  confermato essere una realtà che "ovunque crea le sue appartenenze, la sua esclusività ed esclusione, la bugia d'essere d'accordo in tutto col Papa, la dipendenza, spesso di carattere psicologico o plagiante nei suoi adepti".

Non dicono che sono neocatecumenali,
ma "condizionano, con la loro presenza,
ciò che spetta a tutti e che a tutti appartiene"


Caro Marco,
è pervenuto anche a me il tuo depliant con il "Calendario Liturgico e delle Attività per il corrente anno pastorale. Mi rallegro sia per la tempestività della comunicazione, sia per l'ampiezza dell'iniziativa. Fin da quando ti conoscevo (eri curato a ...), ho sempre visto e pensato che hai squisite doti pastorali.
Permettimi dunque, nell'ambito di questa stima e di questo affetto, di farti pubblicamente alcune considerazioni in ordine alla presenza del Cammino Neocatecumenale nella tua Parrocchia, presenza diventata ormai la "piena occupazione" della Parrocchia stessa.

Già il giornale diocesano della scorsa settimana recava l'eco accorato di tantissime voci, preoccupate per il condizionamento che il cammino neocatecumenale pone alla Propositura di .... Ora mi pare e mi risulta che lo stesso cammino possegga ormai del tutto la tua parrocchia ad un livello più escludente di quella di  ...
È del tutto caduto ormai l'equilibrio che sapeva mantenere don ... tra i fedeli normali (la stragrande maggioranza) e ed i pochissimi del cammino neocatecumenale.
Dico volutamente "pochissimi", perché le Comunità Neocatecumenali, che han fatto propria, secondo le tue direttive, la parrocchia di ..., sono, almeno per quattro quinti, formate da adepti provenienti da altre parrocchie della zona.

Per cui il cammino neocatecumenale che occupa la tua parrocchia e i suoi locali, è una realtà super parrocchiale o extra parrocchiale del tutto estranea al tessuto vivo del tuo popolo.

Ricorda sempre che la chiesa e di locali furono costruiti sul terreno donato da ...  con i soldi del popolo tutto e il concorso della  Curia Arcivescovile. Non certo con i contributi del cammino neocatecumenale, che pure dispone di somme ingentissime, come altri movimenti ecclesiastici moderni, che nulla hanno a che vedere con Madonna Povertà o con un'economia provvidenziale, alla maniera, ad esempio, di don ..., il Servo di Dio ... più diverso e più lontano - per il suo spirito e le sue opere - dal cammino neocatecumenale.

L'occupazione è, secondo me, abusiva.
Se i Sacri Canoni hanno un valore, se la tradizione ecclesiale merita collocazione nella nostra diocesi, così priva ancora (speriamo nel Sinodo, ma è una speranza "contra spem"), di disciplina e di coordinazione, lo "status" della tua parrocchia è del tutto anomalo e crea di suo gravi problemi di coscienza fra la tua gente.

Se la parrocchia "rappresenta in certo modo la Chiesa visibile, stabilita su tutta la terra" (Concilio Vaticano II, La Liturgia, 42), come può una parrocchia, superata e direi annullata da un'invasione comunque estranea al suo tessuto popolare, quel tessuto vivo e connettivo di cui nessun parroco degno di questo nome può fare a meno, diventare un segno fecondo di questa incarnazione locale della Chiesa universale?

Non discuto affatto la legittimità (del resto ancora tutta da sancire da parte della Santa Sede, sia a livello ideologico che catechistico, strutturale, economico, transnazionale eccetera) del cammino neocatecumenale.
Dico appena che questo cammino non ha diritto, a meno che non esista una specie per pubblico decreto del Vescovo in proposito, di occupare con elementi provenienti per quasi il 90%, da altre parrocchie, la tua parrocchia, che è di tutti i tuoi parrocchiani. È codesto un precedente pericolosissimo che lacera il tessuto delicato della distribuzione della Salvezza sul territorio che fa capo al nostro vescovo. Un precedente ed una realtà che giustamente mettano in allarme e in disgusto i parroci, che vedono persone vive e capaci di assumere la legittima collaborazione parrocchiale, defilarsi, anche con orari strani (che diventano uggiosi e pesanti per la famiglia "normale") in altra parrocchia.

L'occupazione da parte del cammino neocatecumenale della tua parrocchia, che ti fu di recente affidata dall'arcivescovo, si rivela anche dalla costante "disobbedienza", che tranquillamente si pratica con le liturgie neocatecumenali della Messa, al sabato notte. Sono in verità quelle stanza abilitate all'uso liturgico di Messe dette in contemporanea da preti e frati che non sanno stare nelle loro parrocchie o nei loro conventi? Perché il cammino neocatecumenale ha, in concreto, abolito la vera concelebrazione? E non esiste in diocesi l'esplicito divieto del  vescovo (ma perché non ne fece un pubblico decreto?) che vieta queste messe (anche sei o sette) in contemporanea, che si rincorrono per le stanze adiacenti? A volte penso che il nostro Vescovo si lascia tranquillamente prendere in giro dal cammino neocatecumenale, che comunque costituisce in diocesi una realtà che non parte dai suoi piani pastorali e di cui lui stesso conosce poco, salvo il 25% delle grosse somme che il cammino leva ai suoi adepti, e che vanno, in detta percentuale, al vescovo locale.

Perché il cammino neocatecumenale crea altri punti di riferimento per l'obbedienza e per la comunione presbiterale. Quante volte si sono visti i preti del cammino lasciar tutto e partire per seguire le direttive di Kiko, con spostamenti sia italiani che internazionali?

Tu presenti, nel suddetto dépliant, la "catechesi degli adulti" che inizia il 21 ottobre. Ma perché non sei sincero e non dici che quel "momento forte di evangelizzazione" è nei fatti un modo per propagandare il cammino neocatecumenale e che la tua parrocchia non ha e non esercita una catechesi completa e normale per gli adulti così come non ha e non esercita una prefettura dei testi liturgici domenicali per gli adulti eccetera eccetera eccetera? È legittimo presentare il cammino come "la" evangelizzazione? 

Per me che ho partecipato, sia in Italia che in Brasile, a quelle catechesi, condotte su ciclostilati uguali ovunque e strettamente segregati (io comunque ce li ho perché ci vuol poco a fendere le esclusioni create su spasmodicamente dai neocatecumenali), sono molto deboli e tanto incomplete dal punto di vista della dottrina e soprattutto della storia della Chiesa; sono ovunque uniformi, non tenendo conto alcuno delle direttive del Santo Padre, oltre che del Concilio, che sempre si raccomanda al rispetto delle culture locali; sono tanto affette da soggezioni psicologiche che ben poco hanno a che fare - se pur per certe tipologie di coscienza sono opportune - con la semplicità e la linearità del Vangelo.

Ma l'occupazione da parte del cammino neocatecumenale della tua parrocchia, con conseguente fuga massiccia di fedeli e di persone atte alla collaborazione, si rileva anche dall'elenco delle "persone che coordinano i vari servizi della parrocchia". Sono 32 persone, un bel numero. Orbene, 14 di queste appartengono alla parrocchia di ..., altre quattro appartengono alla parrocchia di ..., 10 alle varie parrocchie della città; il diacono ha due incarichi in lista (e perciò si arriva al numero di 10). Della tua parrocchia solo 4 sono presenti nella lista dei coordinatori, e per incarichi meno essenziali: ... per l'animazione dei canti ma insieme a due neocatecomunali extra parrocchiali; ...  per i chierichetti. Tutti questi, così come tutti gli extra parrocchiali, sono neocatecumenali di ferro. Va aggiunta per l'Apostolato della Preghiera, ..., che ovviamente non è neocatecumenale e che nella lunga lista è come la lucina nel bosco. 

Dunque una parrocchia di oltre 7.000 parrocchiani è diretta da 31 coordinatori neocatecumenali, di cui solo 3 della parrocchia, e da una coordinatrice non neocatecumenale. Ti pare, caro don Marco, un fatto intelligente, dal punto di vista pastorale e del rispetto della capacità della tua gente più attenta in parrocchia (capacità tanto collaudata dal tuo predecessore), la quale si sente ovviamente trattata come "minorata" nella dedizione, nella appartenenza e nella partecipazione alla vita parrocchiale?

La cosa poi diventa particolarmente grave, se si considera che, nell'attività catechistica, cioè tipicamente di evangelizzazione, sono stati allontanati tutti i catechisti non neocatecumenali, alcuni dei quali avevano sulle spalle anni e anni di impegno e di servizio con la tua parrocchia. Anche don ... si è trovato in difficoltà per l'annullamento - così mi dicono - del suo impegno, del resto ben condotto, coi genitori e con i giovani del dopo cresima.

Vedi dati - statistiche alla mano - che l'occupazione esiste e che gli aventi diritto ad avere in proprio la parrocchia sono esclusi e messi in difficoltà.

Ora: se tutti i movimenti ecclesiastici di oggi (oltretutto sono simili fra loro e maggioranza perché forti nei soldi e nelle intransigenze o negli integralismi) si mettessero a fare quello che tu  realizzi a ..., dove andrebbe a finire l'organizzazione base della diocesi? Il Cammino compia pure la sua strada, creandosi le sue sedi (si dice che il terreno disponibile vedrà lo sviluppo di costruzione neocatecumenali con centinaia di milioni di spesa), ma lasciando in tutta pace la vita autentica e normale delle parrocchie. 

In ogni parte del mondo cattolico il cammino neocatecumenale è motivo di divisione: non certo perché colloca autenticità o completezza del Vangelo su stantie tradizioni, o su ambienti solo in superficie cristiani. Ma perché ovunque crea le sue appartenenze, la sua esclusività ed esclusione, la bugia d'essere d'accordo in tutto col Papa scavalcando Conferenze Episcopali e vescovi (che si lasciano, alcuni, scavalcare), la dipendenza, spesso di carattere psicologico o plagiante, dei suoi adepti. Kiko Argüello vuol fare (insieme all'agitata Carmen) quel tipo di evangelizzazione? Bene, c'è posto anche per lui e speriamo che lui stesso si abitui alle cose "normali", ad esempio alla "Messa normale". Alludo con questo al fatto che, quando dipingeva sulle pareti di fondo della tua chiesa quegli "enormi santini" (il valore artistico è nullo), al momento della Messa vespertina in orario se ne saliva in casa per la sigaretta e il bicchierino ed il chiacchiericcio con i vari esponenti neocatecumenali, salvo poi a schitarrare il sabato notte in quelle liturgie eucaristiche in cui c'è più abuso, o carenza di cultura storico-liturgica, che autenticità sacrificale e sacramentale.

Ma smetta di imbrogliare le chiese locali, occupando e facendo occupare spazi, momenti, situazioni che "di suo" sono di tutti e per tutti. Un parroco può volere nella sua parrocchia "anche" il cammino neocatecumenale, così come qualsiasi altro movimento ed associazione; ma senza che questo o quelli condizionino, con la loro presenza ed attività, ciò che spetta a tutti e che a tutti appartiene.

Rifletti a questo: perché questa mia lettera aperta, e quindi destinata di suo a chiunque? Perché tu sappia - e puoi farlo - riflettere fino a diventare davvero un parroco fra i parroci e non un prete neocatecumenale, che si distanzia, per questa sua appartenenza che lo guida e lo condiziona in tutto, dalla faticosa azione e dalle umili speranze degli altri parroci.

E ti faccio un augurio fiducioso: codesta parrocchia è nata da un dono (il terreno) e per l'iniziativa dell'Opera ..., in viva comunione col vescovo. Ancora in ... sono presenti (e si svilupperanno se a Dio piacerà), tipica attività di servizio incarnato della nostra opera.

Orbene: ti auguro di cuore di essere un parroco alla don ... e quindi radicalmente diverso del Cammino Neocatecumenale. Questo lo puoi benissimo tenere nella tua coscienza e poi dargli "uno" spazio in parrocchia, in parità con altri movimenti ed associazioni e con la partecipazione unica dei tuoi parrocchiali. Ma non puoi affatto dare "tutta" la parrocchia al cammino neocatecumenale,  soprattutto di carattere superparrocchiale.

Ti auguro di essere come don ..., un parroco di tutto il suo popolo, un parroco incarnato nella carità crocifiggente; un parroco che onora la povertà; un parroco che si ritrova nella normalità di tutti gli altri parroci.
Prega tanto per me e per i miei poverissimi, sia in Italia che in Brasile. Tuo ...
 

(lettera firmata)

mercoledì 21 settembre 2022

La Serva Padrona


No, non sta stirando
la camicia di Kiko...
In questi giorni alcuni nostri lettori neocatecumenali sono andati in fibrillazione per la conferma dell'apertura, da parte dell'arcidiocesi di Madrid, del processo di  canonizzazione per la loro co-iniziatrice Carmen Hernàndez Barrera nei primi giorni di dicembre di quest'anno.

I neocatecumenali non stanno nella pelle alla prospettiva di poter lucrare la santità cattolica per la loro capostipite, pronti a trasformare la bisbetica e intrattabile Carmen in una piissima figlia di Maria, costi quel che costi, sia in termini di investimento economico, sia in termini di "riconversione" dei ricordi e delle testimonianze che riguardano vita e opere della cofondatrice del Cammino neocatecumenale.

A questo proposito, è stata vergata anche una biografia, scritta dal neocatecumenale Aquilino Cayuela, che fa parte della "positio" della candidata, nella quale osserviamo una certa sproporzione fra i racconti della sua giovinezza, segnata dalla ricerca di una vocazione e dal fallimento della stessa, e dei primissimi anni "eroici" di Cammino, mentre si occupa in modo del tutto superficiale degli anni in cui Carmen, insieme a Kiko Argüello, ha costruito un movimento fortemente gerarchizzato, ha deciso della sua gestione economica, ha lavorato ai fianchi vescovi e pontefici per ottenere agibilità ed approvazioni, ha spadroneggiato su catechisti, presbiteri, seminaristi e laici. 

Insomma, manca la parte di maggior interesse e che di certo potrebbe far inclinare in modo non previsto i piatti della bilancia della presunta santità carmeniana.

Ma per quanto la biografia sia fortemente edulcorata, sono rinvenibili in essa diversi punti che stridono e che rivelano la trama di una storia e soprattutto  di una persona completamente diversa da quella che si vorrebbe narrare e far credere.

Abbiamo già  messo in luce la "storiella" delle pecore perdute, cioè il tentativo di far credere  che Carmen si occupasse con grande affetto di coloro che avevano, nel Cammino, problemi personali e difficoltà di vita, quando invece lo stesso diario della Hernàndez rivela che le pecore perdute erano ex adepti di un certo rilievo, sacerdoti (come avrebbe potuto essere un don Fabio Rosini) o catechisti (come avrebbe potuto essere un Antonio Lombardi) che avrebbero potuto, con le loro rivelazioni, mettere in grande difficoltà la gestione tutt'altro che trasparente degli iniziatori neocatecumenali, e che quindi andavano assolutamente reintegrati, con le buone o le meno buone, o comunque contenuti, umiliati e convinti a tacere.

Abbiamo chiarito anche la questione del "grande attaccamento" alla Messa quotidiana di Kiko e Carmen, probabilmente un ricordo dei tempi delle loro vocazioni religiose giovanili (mancate), che in realtà, nelle loro catechesi, è sempre stato un segno deprecato di bigottismo; la Messa quotidiana non  veniva -e non viene ancora oggi-proposta in comunità ai laici  (se non per la maratona iniziatica della cinquantina) né tantomeno ai sacerdoti.

Ora, sempre partendo dalla biografia di Carmen, testo, come si diceva, spesso involontariamente rivelatore, vogliamo dimostrare il rapporto degli iniziatori, e in particolar modo della "serva di Dio" Carmen Hernàndez, con i sacerdoti e con le norme della Chiesa, e le strategie di aggiramento, quando non fosse stata possibile la cooptazione, messe in atto fin dai primissimi tempi della loro opera di "evangelizzazione".


"Io m'ho cresciuta questa serva piccina. L'ho fatta di carezze, l'ho tenuta come mia figlia fosse! Or ella ha preso perciò tanta arroganza, fatta è sì superbona, che alfin di serva diverrà padrona!" (La serva padrona, di Giovan Battista Pergolesi)

Si tratta di un passaggio della biografia involontariamente rivelatore del fatto che Kiko e Carmen abbiano sempre vissuto come persecuzioni i tentativi fatti dalla Chiesa attraverso i suoi ministri di dar loro una qualsiasi 'raddrizzata' e della triste constatazione che mai sia sorto in loro il dubbio di aver sbagliato qualcosa, magari per eccesso di entusiasmo o per impreparazione su teologia o dottrina della Chiesa.

È il periodo della preparazione alla Pasqua del 1970: sappiamo che già da novembre 1968 era nata la prima comunità dei Martiri Canadesi e, mentre nel 1969 gli iniziatori spagnoli avevano "celebrato la Pasqua" nella sacrestia della chiesa sconsacrata di Fuentes, quell'anno volevano celebrarla a Roma, ed evidentemente incontravano delle difficoltà (comprensibilissime, data la loro anarchia liturgica) con il padre sacramentino Guglielmo Amadei, allora viceparroco della parrocchia dei Martiri Canadesi. Tant'è che gli iniziatori quell'anno celebrarono la Veglia pasquale a Cuenca, dai salesiani.

Nel marzo del 1970 Carmen era stata chiamata a Madrid, il padre era moribondo. L'ereditiera poté prendere l'aereo grazie a un consistente gruzzolo di soldi ricevuti dalle comunità di Roma per l'evangelizzazione,  che fu spesa principalmente per cene e prime visioni di film in via Veneto, come racconta don Francesco Cuppini - naturalmente nella biografia di Carmen questi particolari non vengono narrati.

L'autore della biografia riporta, a riprova della comunione fra i due iniziatori, alcuni brani di un carteggio intercorso tra Kiko Argüello e Carmen  Hernàndez proprio in quel periodo di forzata lontananza. In particolare, Kiko si dimostrava abbattuto per una lettera "molto dura" ricevuta dal vice parroco della parrocchia dei Martiri Canadesi. Purtroppo la lettera di padre Amadei non è acclusa, sarebbe stata molto interessante saperne esattamente il contenuto, sebbene essa di certo non sia altro che una delle tante manifestazioni di insofferenza e di rifiuto di parroci e parrocchie cattoliche alla colonizzazione neocatecumenale.

Il biografo Aquilino Cayuela scrive:
Carmen consola Kiko, mostrando un'autentica e profonda comunione con lui, che è  molto abbattuto perché ha ricevuto una lettera molto dura dal padre sacramentino Guglielmo Amadei, vice-parroco di Nostra Signora del Santissimo Sacramento e dei Santi Martiri Canadesi a Roma. Kiko infatti aveva scritto a Carmen: "Se hai letto la lettera puoi immaginare come mi trovo (...). In questo  momento  non so nulla, mi sento confuso e voglio rifugiarmi in Gesù  Cristo, vedo in lontananza una forte persecuzione, che spero che il Signore mi darà  la forza di sopportare (...)."
Risponde Carmen:
"Ho appena ricevuto la tua lettera (...). Kiko, va tutto molto bene, lo Spirito del Signore che semina è  lui che vive e che combatte. Non preoccupare e abbandonati alla fede, riposando in tutto (...). Devi incontrare i responsabili, l'équipe, le équipes e dovete dialogare e deliberare in comune, e poi consultare il parroco o chiamarlo perché venga tra noi (...). Lascia passare il tempo. Fai visita alle altre comunità di Roma nell'ultima settimana, confermale nella fede, preparale alla Pasqua. (...)
Bene, non soffrire, non dare importanza ai commenti delle persone, è quasi meglio ignorare tutto e preparare insieme la Pasqua in équipe, come più  convenga, e sia il pensare unanime... in comunione. Non avere paura!"
Sicuramente nella lettera di padre Amadei ci saranno state delle osservazioni sulla Pasqua, l'Eucarestia neocatecumenale, le fantasie liturgiche che ben conosciamo. Oppure altre osservazioni sul comportamento dei due iniziatori e dei loro accoliti, gli svarioni dottrinali, l'elitarismo, l'atteggiamento settario.

Ebbene, Kiko non ha esitazioni a definirle una persecuzione, Carmen gli consiglia di ignorarle, gli chiede di confermare le comunità "nella fede" (in chi e in che cosa?). Nessuno dei due riflette sulle critiche ricevute da padre Amadei né cerca di capire se l'errore è proprio e se c'è qualcosa che va corretto.

Il loro atteggiamento è quello di evangelizzatori cristiani nei confronti di pagani, che, se, come in questo caso, sono sacerdoti, sono pure pericolosi e persecutorii, data l'autorità che rivestono. Altro che "servizio" al parroco e alla parrocchia! È interessante ricevere queste conferme dal libro che dovrebbe dimostrare la santità e l'obbedienza alla Chiesa di Carmen. Si vede che non hanno null'altro da citare.

L'impressione è che sia quasi impossibile scrivere qualcosa sui due iniziatori senza incappare nella dimostrazione della loro sicumera e prepotenza, con cui hanno piegato molti uomini di Chiesa che si sono opposti loro, con le buone in modo ipocrita, comprandoli, o con le cattive minacciandoli. E poi parlano di "opera del Signore"!

I litigi con padre Amadei non furono solo temporanei: quando a settembre del 1970, per la proclamazione di santa Teresa d'Avila a dottore della Chiesa, l'Arcivescovo Morcillo venne a Roma, Carmen gli strillò senza troppi preamboli: "Padre, quel prete è  contro di noi!". 
 
Segnaliamo questa frase, così tipica del carattere dolce, modesto, remissivo e obbediente alla Chiesa e ai Suoi ministri della aspirante alla santità cattolica Carmen Hernàndez, tratta dal libro "Intervista a don Francesco Cuppini", pag. 41, per completare opportunamente la biografia della "serva di Dio" Carmen Hernàndez Barrera.
 
D'altra parte sono numerosissime le intemperanze di Carmen che contribuiscono ad una folta aneddotica a suo riguardo (qui e qui strappa rosari, qui si dà al turpiloquio, qui contraddice il Papa, qui fa la prima donna e impone agli altri -pure in Vaticano!- il suo vizio patologico del fumo, qui fa l'isterica e non sopporta neppure per pochi giorni i genitori di Kiko, qui fa la scienziata, qui la teologa, qui tratta tutti da maggiordomi, qui è ossessiva e maligna, qui si dichiara la benedetta tra le donne, qui pesca i vescovi, li esamina, li zittisce, qui impone ai suoi missionari di lasciare i bambini nei fossi, qui tira pugni...) mentre non si riscontrano elementi da portare a suo favore, se non quello d'aver supportato Kiko Argüello  nella fondazione e nella conduzione di quel controverso movimento nella Chiesa che è, ancor oggi, il Cammino neocatecumenale.
 
Come diceva un comico italiano caro alla nostra memoria "la serva serve!"; in questo caso, serve a completare quella vernice di cattolicesimo che indora in superficie il Cammino neocatecumenale, non importa quante forzature e quante finzioni questa "mission impossible" debba comportare.

La serva (Serpina), al padrone: "Stizzoso, mio stizzoso voi fate il borïoso, ma non vi può giovare. Bisogna al mio divieto star cheto, e non parlare. E... Serpina vuol così".

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Consigliamo anche la lettura dei seguenti contenuti:

martedì 5 luglio 2022

Catechesi parrocchiali e diocesane affidate ai neocatecumenali: fedeli cattolici confusi e costernati. (Parte 2/2)

Completiamo la testimonianza (qui la prima parte, con l'introduzione al testo) inviataci da lettori cattolici che, pur non avendo frequentato il Cammino, ne hanno ascoltate molte idee e suggestioni, causa la pesante neocatecumenalizzazione della diocesi di appartenenza.

Questa testimonianza dà ulteriore conferma del fatto che quando il Cammino Neocatecumenale si insedia in una parrocchia o in una diocesi, le catechesi e le attività dell'organismo ospitante finiscono inevitabilmente per ricalcare il modus operandi neocatecumenale. L'obiettivo del Cammino, quando si adopera sul territorio per la parrocchia o per la diocesi, è quello di predisporre i cattolici ad essere successivamente attirati nella cerchia neocatecumenale.

Chi, senza entrare in una comunità, frequenta regolarmente incontri o ritiri organizzati dal Cammino viene fortemente esposto alla cosiddetta "neocatecumenalizzazione", esercitata con discorsi martellanti e ferree pratiche esclusive, dalle pessime conseguenze sulla salute spirituale, psichico-intellettiva, emotiva, organizzativa, materiale e fisica, nel senso stretto della sicurezza personale.


CONTINUIAMO CON IL RESOCONTO:




7. Ipocrita disparità di trattamento verso le donne:

Durante i resoconti dei questionari o le condivisioni spontanee, registravamo nei presbiteri un atteggiamento sbilanciato, nei confronti di maschi e femmine. I presbiteri soprassedevano, annuendo con paterna comprensione, su racconti di misfatti maschili al limite del penale. Trattavano invece le femmine con paternalistica impazienza, rimproverandole con accanimento per aspetti caratteriali sgradevoli ma di nocività obiettivamente inferiore. Dall'immediatezza delle reazioni di questi soggetti deducevamo l'esistenza di due precisi (benché non espliciti) sistemi di giudizio, a cui veniva fatto riferimento a seconda del genere dell'interlocutore. Lo stesso vigore con cui pretendevano di ammaestrare le ragazze non veniva applicato per far crescere e contenere i ragazzi in un modello di virile e capace cristianità.

Avevamo avvistato la punta dell'iceberg del maschilismo di matrice neocatecumenale ma non lo sapevamo ancora: portando i loro discorsi a compimento, una società di donne isteriche oppresse e di maschi come bestie allo stato brado risultava essere il desolante panorama della normalità umana: è precisamente ciò che Kiko predica e che è trascritto nei mamotreti, ma questo non potevamo saperlo. Pareva che il ruolo della donna fosse quello di subire e di perdonare l'uomo, e quello dell'uomo di peccare e di essere perdonato dalla donna e da Dio. Erano le premesse per arrivare a considerare la violenza come un dato quasi naturale, inevitabile. 


8. Narrativa catechetica condiscendente verso l'abusatore di donne e bambini:

Raccontando aneddoti di abusi sessuali commessi su donne e bambini, i presbiteri si dilungavano sul recupero del colpevole da parte di Dio misericordioso "che ama l'uomo così com'è" e spendendo poche parole sul dovere morale di prevenzione e giustizia. Come risultato, la figura della vittima veniva relegata nel dimenticatoio narrativo: un effetto piuttosto sinistro. Ma infine tornano i conti perché nei libri segreti delle dottrine del Cammino sta scritto che la condizione di vittima è voluta da Dio per la conversione di chi vi incorre e va quindi accettata senza giudicare e senza denunciare.

Nelle storie esemplari delle catechesi, la vittima brava, convertita, che perdona il colpevole, era più spesso la moglie che il marito. In tempi di processi penali a preti abusatori di giovani maschi, i pedofili nominati da questi presbiteri erano regolarmente i padri di figlie femmine. E puntualmente era tralasciato il discorso sul durissimo processo di espiazione e purificazione che spetta al peccatore che si pente e si converte.

Le contraddizioni neocatecumenali: trascinare una ragazza per
i capelli va bene, 
basta che a mezzanotte ce la riporti a casa!

9. Matrimonio impossibile all'uomo ma possibile a...  ...al Cammino:

Mentre predicavano che soltanto il Signore può far funzionare i matrimoni perché ciò è impossibile all'uomo, mostravano di ritenere che nessuna coppia possegga, per semplice grazia di Dio ma senza bisogno di alcun sostegno nella vita di fede (sottinteso: un ambito come la comunità neocatecumenale), la buona volontà e le risorse per mantenere l'amore in equilibrio, tra le mille difficoltà. Sorvolavano sugli esempi contrari, insinuando talvolta il sospetto che qualche problema ancora nascosto dovesse affiorare prima o poi in quelle relazioni.

Invece di focalizzarsi in modo incoraggiante sulla solida e nobile dottrina cattolica in materia di relazioni e matrimonio, si accanivano atrocemente sulla descrizione di tutti i problemi di coppia possibili ed immaginabili, per poi invitare i catechizzati, come unica soluzione praticabile, a seguire il "Signore". E questo inseguimento portava alle salette neocatecumenali. Si trattava della modalità del "vieni e vedi" che ritroviamo nei mamotreti, un invito privo di ulteriori spiegazioni a causa del rinnegamento neocatecumenale del ricco patrimonio della Chiesa.

In effetti i presbiteri sembravano anche ritenere che gli uomini non siano per natura inclini ad amare le donne e, viceversa, le donne gli uomini. Insegnavano quindi che quando "Dio ti manda una persona" non è bene fare capricci sulla persona che Dio ti ha mandato. Prospettavano quindi due possibilità ai fidanzati: sposarsi entro un anno (il famoso "fissa la data!" neocatecumenale) oppure lasciarsi. Se, da cattolici quali eravamo, ritenevamo già che le relazioni di coppia vissute con superficialità e ignavia sono peccato e rovinano la vita, l'imprudenza e la faciloneria con cui questi presbiteri pareva considerassero la scelta di una persona a scopo matrimonio mettevano addosso una profonda inquietudine. 

A fianco di alcune belle testimonianze di sposi da "vetrina della fede", ne affioravano altre, tra i partecipanti, che al contrario incarnavano l' idea neocatecumenale di matrimonio come unione forzata e dolorosa che solo Dio (leggi: la frequentazione della comunità) può tenere insieme e che solo in seguito abbiamo scoperto essere un tema dominante nel Cammino. Per nostra maggiore inquietudine veniva pubblicizzato il numero esorbitante di divorzi, presentandolo come probabilità aprioristica di fallimento, uguale per tutti ed indipendentemente dalle condizioni specifiche. Non lo sapevamo ma ci stavano già lanciando addosso le esche endogamiche tipiche del discorso neocatecumenale in cui il coniuge deve essere del Camminoil coniuge è la tua croce e se lasciate il Cammino vi lascerete anche tra voi.



APPENDICE DOLENTE SUI PRESBITERI DEL CAMMINO NEOCATECUMENALE


Il discorso dei presbiteri di Kiko è fedele ai mamotreti eretici di Kiko e Carmen.
La stessa fedeltà si riscontra nelle prassi, nei giudizi, negli atteggiamenti.


10. Cattivi giudici: I gradi della colpa? Non pervenuti.

Senza mai menzionare la questione dei gradi della colpa, i presbiteri sfumavano la gravità di colpe mortali, gravi e veniali. A volte ne invertivano il peso relativo, secondo la categoria del peccatore. Per farlo si servivano dell'accostamento di esempi, del tono della voce, di altri trucchetti retorici. In questo modo, senza doversi arrischiare a dichiararlo esplicitamente, la violenza sessuale perpetrata da un uomo appariva di gravità pari alla scenata di gelosia isterica di una moglie. Un gesto duro di autodifesa risultava peggiore dell'atto più grave che lo aveva scatenato, così come per altri insegnamenti del genere, che ora sappiamo essere fedeli ai mamotreti e formalmente contrari alla dottrina della Chiesa.


11. Cattivi maestri: I progressi dello spirito? Dei gran salti immaginari.

Premettiamo che l'eroica pazienza insegnata dai Santi è la qualità del cristiano, soprattutto del consacrato, che si raggiunge dopo anni di pratica di vita ascetica, in virtù della Grazia Divina.

I presbiteri che esigevano, talvolta con sdegno superbo, questo tipo di pazienza dalle donne vittime di molestie o violenze, erano gli stessi consacrati perfettamente in grado di ribellarsi violentemente alla semplice contraddizione da parte di un ascoltatore. Figuriamoceli a sopportare pazientemente le persone moleste o insulti spregevoli contro la loro persona fisica. In definitiva questi presbiteri parevano afflitti da problemi irrisolti con l'altro sesso e forse anche col proprio e mai del tutto guariti dai dichiarati disordini della vita precedente all'ordinazione, persino incapaci di fronteggiare chi li contraddiceva. Quindi non potevano essere presi sul serio nell'indicazione della via dell'eroismo ad anime cosiddette "incipienti". La loro incoerenza faceva perdere di credibilità alla Chiesa che essi rappresentavano.

La valutazione che davano dei progressi spirituali era molto semplice: coloro che essi ritenevano ben ricalcare le loro orme (e cioè i diktat, le scelte, il linguaggio e le categorie di giudizio neocatecumenali), erano portati ad esempio di persona di grandissima fede. Chi nella vita di fede percorreva le vie dell'intelletto (che, se ordinato a Dio, è una forma di amore) veniva da essi considerato con sufficienza o riprovazione. Il dogma kikiano a cui si appigliavano per discriminare era quello della sperimentazione nel qui ed ora nelle sue varianti: il Signore passa qui, oggiDio ti parla oggi tramite meil Signore ti ha chiamato qui, la Parola letta a casa domani non ha lo stesso effetto di quella che ascolti qui oggi.


12. Cattivi medici: La malasanità dello spirito.

Avendo essi catalogato le persone secondo le direttive eretiche del Cammino, non è una sorpresa che in qualità di medici spirituali le loro "diagnosi" fossero supponenti, ricalcate e sbrigative. Ad ascoltare i loro consigli si finiva o in Cammino o fuori strada - quindi, all'atto pratico, sempre fuori strada. 

Le conseguenze del loro operato erano quelle comuni a tutta la cattiva medicina, cioè, che il paziente finisce da un altro medico a curarsi sia per il male originario che per i danni provocati dalla cura del cattivo dottore.

Metteresti la tua salute, fisica, mentale, spirituale,
nelle mani di un medico di torbida fama? E quella dei tuoi figli?


Termina qui questa selezione (non esaustiva) dei più eclatanti tratti neocatecumenali che abbiamo rilevato negli incontri organizzati dal Cammino in parrocchia o in diocesi. Confermiamo anche la neocatecumenalità del metodo: iniziatico, gnostico, superstizioso, apodittico, emotivo, contestatario. Tutti questi aspetti non raggiungevano l'intensità a cui si arriva nelle comunità ma, in maggiore diluizione, la sostanza era la stessa. Un ulteriore punto dolente erano le Messe, celebrate alla neocatecumenale con canti, balli, bonghi e battimani, la focaccia, la coppa del vino, la consumazione insieme da seduti, le risonanze. Come già detto, chi veniva catechizzato in parrocchia dai neocatecumenali poi entrava più facilmente in comunità.

Le storture venivano somministrate in mescolanza a parti ortodosse della dottrina e a pratiche accettabili. Tuttavia, nella confusione dottrinale imperante e per la fiducia (e pigrizia) generali, gli aspetti eretici non erano facilmente identificabili. Se ne salvava in parte chi di sua iniziativa si volgeva alle buone letture. Ciononostante, in quel momento in cui anche il Cammino non aveva iniziato a declinare, il successo che queste catechesi, incontri e ritiri riscuotevano era dovuto alla spiegazione ed alla attualizzazione che in essi veniva offerta della Parola di Dio. 

La domanda interiore, soprattutto da parte dei giovani, era molto forte e sarebbe stato bello avere accesso ad una sapienza nutriente per l'anima, ma in modo ortodosso e strutturato, non neocatecumenale. Si perse quindi, in questo modo, una bella occasione di evangelizzazione, che all'epoca servì soprattutto per portare persone e potere alla realtà del Cammino Neocatecumenale.

sabato 2 luglio 2022

Catechesi parrocchiali e diocesane affidate ai neocatecumenali: fedeli cattolici confusi e costernati. (Parte 1/2)

Riceviamo e pubblichiamo una lunga e meditata testimonianza (che abbiamo separato in due parti - qui la seconda) di nostri lettori cattolici che, pur non avendo frequentato il Cammino, ne hanno ascoltate molte idee e suggestioni, causa la pesante neocatecumenalizzazione della diocesi di appartenenza.

Questa testimonianza dà ulteriore conferma del fatto che quando il Cammino Neocatecumenale si insedia in una parrocchia o in una diocesi, le catechesi e le attività dell'organismo ospitante finiscono inevitabilmente per ricalcare il modus operandi neocatecumenale. L'obiettivo del Cammino, quando si adopera sul territorio per la parrocchia o per la diocesi, è quello di predisporre i cattolici ad essere successivamente attirati nella cerchia neocatecumenale.

Chi, senza entrare in una comunità, frequenta regolarmente incontri o ritiri organizzati dal Cammino viene fortemente esposto alla cosiddetta "neocatecumenalizzazione", esercitata con discorsi martellanti e ferree pratiche esclusive, dalle pessime conseguenze sulla salute spirituale, psichico-intellettiva, emotiva, organizzativa, materiale e fisica, nel senso stretto della sicurezza personale.



TESTIMONIANZA: 
Uno sguardo critico sul passato.

Pur non appartenendo al Cammino Neocatecumenale, era molto difficile evitarne l'influenza. Il Cammino era presente in numerose parrocchie della diocesi in ruoli decisionali o preminenti: nei consigli pastorali, nell' animazione delle Messe, con canti, ammonizioni ed occasionali redditio. Anche le omelie erano modellate sui testi segreti del Camminoche ancora non conoscevamo, con tutte le esagerazioni e le eresie del caso. I neocatecumenali gestivano il catechismo per bambini, di pre- e post-cresima, cicli di catechesi sui dieci comandamenti ed ovviamente le immancabili catechesi iniziali del Cammino Neocatecumenale con cui all'epoca rimpolpavano ancora le file degli adepti. Magari non li vedevi al volontariato ma avevano in mano la narrativa catechetica.

Nelle parrocchie rimaste fedeli alla dottrina cattolica il discorso catechetico si contrapponeva a quello neocatecumenale. Tuttavia, la libertà lasciata ai fedeli di scegliere tra due realtà opposte ed inconciliabili, come se fossero entrambe valide, dava luogo ad una penosa confusione, aggravata dal fanatismo con cui questi neo-schitarratori convinti di sé, veri parvenus del "rapporto finalmente personale col Signore", criticavano  la fede "dei nonni", fatta di messe giornaliere, rosari, sacrifici, digiuni e devozioni, tutti aspetti in realtà ammirevoli.

Leggendo questo blog abbiamo finalmente trovato ragione delle numerose dissonanze a cui va incontro un battezzato cattolico in una diocesi fortemente neocatecumenalizzata. All'epoca dei fatti ignoravamo che dietro al fanatismo chiassoso ed apparentemente spontaneo di molte parrocchie governasse la ferrea volontà di un'organizzazione ben finanziata e dalla rigida struttura occulta, il messaggio della quale, lungi dall'essere improvvisazione dello "Spirito Santo" come vantato, era scritto in copioni tenuti segreti. Il Cammino avanzava in diocesi, seguendo il suo progetto di colonizzazione.

recenti post sugli scrutini, sui garanti, sulle vicende di abusi, sia fisici che di potere, ci hanno dato occasione di confrontarci per raccogliere i ricordi sul messaggio catechetico neocatecumenale in materia di relazioni interpersonali. Desiderando lasciare una testimonianza ma limitati da ragioni di brevità, ci siamo focalizzati sulle catechesi sul sesto comandamento, per via delle stringenti somiglianze con quei metodi neocatecumenali che avete ampiamente documentato nel blog.

Le catechesi diocesane e parrocchiali a cui torna la nostra memoria, gestite da presbiteri del Cammino e loro collaboratori, erano aperte a tutti e vi partecipavano perlopiù giovani e giovani adulti di età compresa tra i 17 ed i 35 anni. Ciascuna delle sezioni che seguono si riferisce a momenti diversi delle catechesi sul sesto comandamento o del corrispondente ritiro finale della durata di qualche giorno.


1. I "gruppetti" di discussione sui peccati contro il sesto comandamento:

Gli organizzatori dividevano il gruppo dei partecipanti al ritiro sul sesto comandamento in piccoli sottogruppi, separati per sesso, nei quali era richiesto di aprirsi gli uni agli altri seguendo le domande di un questionario. Improvvisamente ci si trovava in questi mini-gruppi formati in modo casuale, composti da persone sconosciute e di età e stili di vita anche molto diversi tra loro. A tutti era chiesto di aprirsi: si mescolavano abitudinari della promiscuità, persone afflitte da tristi vicende di aborto, personaggi rancorosi ed aggressivi che usavano il sesso come un'arma, altri dipendenti da pornografia ed altri vizi, sposi dal matrimonio in disordine o in crisi, ma anche persone che non avevano molto da dire, continenti, vergini, e qualche minorenne. Alla fine della discussione, il referente di ciascun mini-gruppo riportava, di fronte a tutti quanti i partecipanti, un resoconto anonimo di quanto richiesto dal questionario. I resoconti venivano brevemente commentati dai presbiteri, secondo categorie di giudizio che abbiamo in seguito individuato come tipiche del Cammino.

Questo "lavoro di gruppo", oltre che non preannunciato, non era veramente facoltativo, senza considerare il fatto che poteva risultare estremamente sgradevole. Tuttavia era una tappa obbligata in questo percorso chiamato "di incontro col Signore". Si dava per scontato che tutti avessero qualcosa da raccontare e che tutti volessero parlare dei fatti propri ed ascoltare quelli degli altri. 

Indipendentemente dalla carità e dalla discrezione dei partecipanti, forzare questo tipo di condivisione era, già di per sé, una sorta di violazione morale dei confini personali, una specie di morbido preludio agli scrutini neocatecumenali, che possono essere molto scioccanti. Anche se il linguaggio e l'atteggiamento dei partecipanti, perlopiù di formazione o cultura cattolica (non ancora neocatecumenali) erano rispettosi, gli organizzatori avevano organizzato le attività in modo da lasciare briglia sciolta alla condivisione spudorata. Anche le catechesi erano ricche di esempi concreti ed espliciti. L'impudicizia primigenia proveniva dal Cammino e consisteva nell'imporre le sue abitudini ai cattolici che esso definisce "della domenica".

Purtroppo, si riscontrava anche una certa complementarietà con il punto seguente:


2. L'eccessiva facilità con cui la maggior parte dei giovani esponeva i dettagli più delicati della vita intima:

La maggior parte dei partecipanti ai gruppetti di discussione si apriva senza ribellarsi, incoraggiata sicuramente dalla scriteriata ideologia, già da tempo imperante, del condividere i fatti propri, in pieno contrasto con le indicazioni di San Paolo: ”Quanto alla fornicazione e a ogni specie di impurità o cupidigia, neppure se ne parli tra voi, come si addice a santi." (Ef 5,3). Questo tipo di condivisione costituisce già una molestia sessuale di tipo morale, sia sui maschi che sulle femmine.

In molti casi si trattava di incosciente fiducia nel prossimo. In taluni soggetti si riscontravano superficialità, esibizionismo, voyeurismo, desiderio di sporcare almeno a parole, insomma quei mali che andrebbero gestiti in ambiente controllato, come in una pudica e ben fatta confessione oppure in un ambulatorio psichiatrico o addirittura in un'aula di tribunale. Invece, tutti erano tenuti ad "accogliere l'altro nell'ascolto e nella condivisione". 

Eccettuato un brevissimo richiamo formale dei presbiteri alla delicatezza e alla segretezza con l'esterno, la moderazione dei contenuti era lasciata ai partecipanti. Alcune coincidenze ci hanno fatto capire che gli organizzatori raccogliessero, da queste esternazioni semipubbliche, materiale da portare come esempi di supporto in catechesi per altri gruppi. 

A volte i presbiteri, senza indicare il peccatore, riportavano materia udita in confessione, specificandolo esplicitamente. Quando in seguito abbiamo scoperto i mamotreti, non ci ha stupito leggere che Kiko avvalora le sue indicazioni con il fior fiore delle confessioni pubbliche ottenute nei suoi scrutini (in alcuni casi addirittura riportati nella loro completezza).



3. Inopportuna esposizione dell'intimità coniugale:

Durante le risonanze e i giri di esperienze, succedeva che persone sposate esponessero, tranquillamente e pubblicamente, dei fatti da rendere noti solo al confessore. La cosa avveniva persino a coniuge presente e di fronte ad una foltissima assemblea di sconosciuti. Nessuno si permetteva di commentare e riteniamo anche possibile che la maggior parte dei presenti, caritatevolmente, non abbia fatto pettegolezzi in quel periodo. Ma sulla correttezza di quelli che successivamente sono entrati nel Cammino Neocatecumenale, in cui si parla senza veli dei fatti di tutte le persone che si conoscono, non possiamo scommettere.

Solo in seguito abbiamo riconosciuto come neocatecumenali il linguaggio e l'atteggiamento di queste persone. All'epoca non sapevamo che nelle comunità neocatecumenali si travalicano i limiti dell'individuo e della coppia, arrivando persino ad obbligare lo scrigno santo e sacramentale dell'unione tra l'uomo e la donna ad aprirsi alla conversazione con i fratelli di comunità ed a sottostare alla supervisione dei cosiddetti "catechisti ispirati".

Abbiamo considerato come la trivializzazione pubblica, tipicamente neocatecumenale, dei discorsi sul legame tra uomo e donna, a lungo andare crei una massa indistinta di confidenze illecite, che forza tutti ad essere trasversalmente pseudo-sposati con tutti e ad oltrepassare i confini di ciò che è lecito pensare, dire e fare a proposito della vita degli altri. Quando le persone non sono abituate alla continenza, né verbale, né psicologica, né fisica, si rischia di sconfinare nella violenza, sia morale che fisica. Si tratta di casi dalle tinte estreme ma purtroppo tutt'altro che rari.


4. Introduzione del dogma dell'inevitabilità del vizio ed allontanamento dagli apostati:

In generale, con il procedere delle catechesi, venivano sparse le spore dello stigma di bigotto, di ipocrita, di bugiardo, di stolto che perde il "passaggio del Signore" e rinuncia al cielo per aggrapparsi alla propria buona fama, contro chi difendeva la virtù e contro chi si rifiutava di sottoporre "volontariamente" la propria intimità alla revisione altrui (boicottando per esempio i questionari e le risonanze). Il Cammino, tramite i suoi emissari in ambiente diocesano, stava lentamente iniziando a screditare chi rifiutava il dogma dell'inevitabilità del vizio e la condivisione impropria e forzata.

In quel contesto, in cui si andava principalmente per ascoltare, le relazioni tra i partecipanti non erano particolarmente forti e neppure conflittuali. Tuttavia il cammino dei colpi bassi iniziava ad aprirsi: in diversi erano già in trance da annuncio: in mesi di ascolto passivo e di fallacie logiche avevano assorbito il linguaggio neocatecumenale e la relativa forma mentale. 
Al termine dei cicli di catechesi, dietro invito o sotto pressione dei presbiteri, molti partecipanti entravano nelle comunità neocatecumenali e portavano a compimento le abitudini acquisite alle catechesi parrocchiali e diocesane.

Dottrina neocatecumenale del peccato:
Quando vi trovate davanti una pozza di fango cosa fate, non vi ci buttate?!
Non cercate di negarlo, ipocriti! Borghesi!

5. Ignoranza del dovere di riparazione:

Durante gli incontri di catechesi, alcuni collaboratori (forse fratelli di comunità) davano la loro testimonianza di conversione. In materia di sesto comandamento raccontavano le esperienze sbagliate della loro vita precedente l'incontro con il Signore, una specie di redditio

Una cosa però mancava alle loro storie finite bene: benché in certi casi avessero arrecato gravi danni al matrimonio proprio o a quello altrui, parlavano di misericordia divina sempre intesa come "annullamento del debito" e mai ricordavano la necessità di far penitenza e riparare. Benché la loro stessa testimonianza di conversione potesse essere considerata una forma di riparazione, lo stile omissivo con cui catechizzavano lasciava passare (non sappiamo quanto consapevolmente) il messaggio neocatecumenale che a riparare i peccati anche molto gravi ci pensa esclusivamente il Signore e che nessuna responsabilità e nessuna riparazione sono richiesti al peccatore. I presbiteri invece contestavano esplicitamente la riparazione, insegnando che il peccato è un atto talmente grave che l'uomo è folle se pensa di poter riparare. Unendo questa nozione a quella dell'impossibilità di evitare di peccare, ci si allontanava di molto dalla via dello sforzo personale e dell'ascesi e ci si avvicinava alla kenosi del Cammino.


6. Colpevolizzazione delle vittime e l'inversione di ruolo tra vittima e colpevole:

Durante i giri di esperienze o nelle direzioni personali, i maestri di spirito neocatecumenale invitavano donne e ragazze vittime di torti contra sextum (molestie, violenze, maltrattamenti, tradimenti...) a spostare piuttosto l'attenzione sui propri peccati, per convincerle di non essere meno peccatrici della persona da cui avevano subito il torto, che andava perdonata con una sanatoria generale e definitiva. Di fatto pretendevano che la vittima si ripiegasse su se stessa, rivolgendo su di sé l'eventuale aggressività e dimenticasse l'idea di volere giustizia, facendosi carico del male altrui.

Questa strana ideologia, mai sentita fino a quel momento, suonava da subito visceralmente invertita e sinistramente infetta e non capivamo come mai la Chiesa, che sempre ha un occhio per tutti, si mettesse a salvare "il primo che picchia", tramite questi emissari. Tuttavia, purtroppo, succedeva anche che se una vittima veniva catturata dalla predicazione di questi fanatici, proseguiva per la via dell'autodistruzione e a nulla valevano i richiami alla ragionevolezza degli amici. Distorcendo gli esempi di eroica pazienza dei santi, il Cammino Neocatecumenale preparava gli animi di chi sarebbe successivamente entrato in comunità, a non denunciare e addirittura a chiedere perdono al violentatore.

Fine della prima parte.