Visualizzazione post con etichetta confessioni pubbliche. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta confessioni pubbliche. Mostra tutti i post

lunedì 24 luglio 2023

Siamo nel 2023 e ancora negano le "confessioni pubbliche" e la "scarnificazione delle coscienze"...

Un fratello del Cammino è passato a rimproverarci che «non esistono le confessioni pubbliche nel Cammino».

Ora, di fronte ad una tale asineria è bene mettere i puntini sulle "i" e chiarire il quadro ai lettori cattolici che si imbattessero per la prima volta in questo blog.

Anzitutto quel «non esistono» è una menzogna.

Nel corso di diversi decenni sono stati in moltissimi a lamentare che nel Cammino avviene una «scarnificazione delle coscienze con domande che nessun confessore farebbe». Come ad esempio mons. Bommarito, che in qualità di Arcivescovo di Catania scrisse una lettera per l'Avvento 2001 alle comunità neocatecumenali della sua diocesi - e per conoscenza al clero diocesano - lamentando che nei cosiddetti "scrutini" neocatecumenali «...scarnificano le coscienze con domande che nessun confessore farebbe. Ma come ciò può essere permesso ad un laico sia pure catechista? Non vorrei parlare neppure delle confessioni pubbliche... Ma chi può autorizzare uno stile che la Chiesa, nella sua saggezza e materna prudenza, ha abolito da secoli?»

Conviene leggere per intero il testo della lettera di mons. Bommarito; vi invitiamo a notare il modo in cui è scritta - da pastore che ha davvero a cuore il suo gregge -, i numerosi riferimenti e documenti allegati, e a pensare come mai quelle parole sono validissime ancor oggi.

Osserviamo in particolare che mons. Bommarito divide esplicitamente in due la questione: da un lato i cosiddetti "catechisti" che «scarnificano le coscienze», dall'altro l'attitudine dei neocatecumenali a prestarsi alle "confessioni pubbliche", perché così vengono addestrati a fare... da Kiko, Carmen, e dai cosiddetti "catechisti". È proprio la mentalità vigente nel Cammino ad essere sbagliata e anticattolica.

Il Vescovo Luigi Bommarito benedice dall'elicottero la città di Catania

In secondo luogo, quel «non esistono» pretende con arroganza di non far esistere tantissime testimonianze.

Esistono troppe testimonianze sulle "confessioni pubbliche". Sarebbero tutte contemporaneamente false? E soltanto perché qualche kikolatra nega risolutamente l'esistenza di testimonianze sfavorevoli al Cammino?

Quando qualche fratello del Cammino se ne esce con un'asineria come quel «non esistono», sta negando il valore e la sincerità non solo dei prelati che con autorità hanno detto «esistono», ma anche delle tantissime anime che hanno attraversato le forche caudine di uno "scrutinio", dei "giri di esperienze", del dover "vuotare il sacco" parlando delle proprie "croci" e dei propri "idoli", e di altre "scarnificazioni di coscienze" operate da "laici catechisti" in altri momenti per "rimettere al suo posto" il fratello di comunità che non si è piegato a qualcuno dei dettami della setta.

Oltre a negare il valore, il kikolatra negatore dell'evidenza vuole mettere a tacere i testimoni - passati, presenti e futuri - delle storture del neocatecumenalismo. È proprio della mentalità dei kikolatri il credere che mettendo a tacere le critiche, automagicamente tutto sia risolto. E questa mentalità parte dai piani alti, dai cosiddetti "catechisti", e da Kiko (autodefinitosi "il Vostro Catechista").

Infatti nella mentalità neocatecumenale "l'ubbidienza al cosiddetto «catechista» è tutto", e quindi il cosiddetto "catechista" è abituato a calpestare i fratelli delle comunità, è abituato a far vuotare il sacco, è abituato a considerare (e far considerare) gravissima mancanza il non aver tirato fuori qualche super-mega-peccato interessante. E gli adepti della setta sono abituati a farsi calpestare, a compiere gesti autolesionisti (incluse le "confessioni pubbliche") e imbarazzanti, a considerare del tutto normale che tali gesti vengano loro continuamente richiesti. (Ed è il motivo per cui mons. Bommarito distingueva la «scarnificazione delle coscienze» operata dai cosiddetti "catechisti", dalle «confessioni pubbliche»).

Come in ogni setta, anche in quella di Kiko e Carmen vige la mentalità secondo cui mentire e ingannare sarebbe lecito, qualora servisse a difendere il prestigio e i soldi della setta.

I fratelli del Cammino si sentono moralmente autorizzati a mentire e ingannare, quando ciò faccia comodo alla setta. Fateci caso, e se ne avete l'opportunità, chiedetelo loro esplicitamente: "ma tu mentiresti mai per difendere gli «arcani» del Cammino, il prestigio del Cammino, il giro di soldi in cui è invischiato il Cammino? davanti a Dio, davanti al Santissimo Sacramento, ti sentiresti giustificato a mentire e ingannare?".

E quindi osservatene le giravolte, i sofismi, il tentare di cambiar discorso, il fintotontismo, e magari pure il tirar fuori gli artigli. Sì, i fratelli del Cammino sono disponibili a mentire, ingannare, fingere di non sapere, pur di salvaguardare il prestigio e i soldi della setta e della sua gerarchia. E quindi se qualcuno testimonia le pessime cose che avvengono nella setta, cercheranno di sfuggire in ogni modo al discorso, minimizzando, ridicolizzando, cambiando argomento, fingendo di cadere dal pero, aggredendo verbalmente l'interlocutore (anche solo con un ridicolo "ma ti stai alterando?"), mentiranno in ogni modo, contro ogni evidenza, pur di non trovarsi nella situazione di dover rispondere:

"sì, davanti a Dio e davanti alla Chiesa quelle cose sono ingiuste e su tale argomento bisogna correggere il Cammino e la sua gerarchia, e nel mio piccolo farò il possibile per «piacere a Dio piuttosto che agli uomini» del Cammino".

martedì 16 maggio 2023

Le sètte «sorelle»: analisi delle caratteristiche di gruppi settari all'interno della Chiesa cattolica

Nel libro, i nomi non li fa,
ma in copertina sì!
Nel
libro "Le sètte «sorelle»", edizioni Messaggero Padova e Facoltà Teologica del Triveneto, a disposizione nelle librerie per chi volesse acquistarlo sia in formato cartaceo sia elettronico, di cui proporremo brevi estratti e di cui consigliamo senz'altro la lettura integrale, l'autore, don Giorgio Ronzoni (*), presentando alcune caratteristiche problematiche dei nuovi movimenti post Conciliari, cerca di individuare le ragioni in base alle quali accogliere o respingere determinate prassi in uso all’interno delle nuove aggregazioni ecclesiali, ritenendo che un esercizio di vigilanza e di discernimento sia più che mai necessario nell’attuale stagione ecclesiale caratterizzata dalla presenza di una miriade di gruppi e movimenti. 

Non possiamo che concordare, e, leggendo l'ottimamente documentato ed equilibrato lavoro del sacerdote, ritroviamo esposti molti degli elementi critici che anche il nostro blog ha contribuito ad evidenziare nelle prassi e nella struttura del gruppo ecclesiale neocatecumenale: proselitismo, segretezza, elitarismo, autoritarismo, formazione di sacerdoti legati a doppio filo al gruppo, abusi di potere, abusi liturgici, abusi fisici eccetera

Tutto ciò contrasta con la visione ideale coltivata a bella posta nei fans del Cammino neocatecumenale, i quali sono convinti che il successo del proprio movimento sia senz’altro e interamente opera dello Spirito Santo, e quindi indebitamente deducono che tutto ciò che fanno è bene perché pensano di agire per il trionfo della buona causa per eccellenza, cioè il regno di Dio, visto che i frutti della loro azione, le conversioni e le adesioni, sono abbondanti.

Scrive infatti in premessa l'autore:

"Non è facile infatti, anzi è molto spesso arduo stabilire un limite oltre il quale l’evangelizzazione diventa proselitismo, la formazione condizionamento, l’annuncio propaganda.(...)

A posteriori, è stato facile a molti identificare i segni premonitori del penoso fallimento di imprese iniziate con grandi idealità. Segni che però all’inizio erano tutt’altro che chiari e univoci, dato che anche i santi fondatori di grandi ordini religiosi spesso hanno incontrato dubbi, resistenze, o persino aperta ostilità da parte dei contemporanei. Spesso è stata una condotta sessuale riprovevole a permettere di formulare un giudizio definitivo su relazioni che fin dall’inizio erano segnate da profonde ambiguità, oppure uno scandalo finanziario: viene spontaneo chiedersi se si debba necessariamente arrivare a riscontrare peccati sessuali o ruberie per mettere in questione prassi pastorali, comunitarie, vocazionali ed educative.(...)

Non sarà inutile stabilire comunque delle soglie di attenzione e delle convergenze pericolose di più indicatori sommati insieme. Analogamente a quanto avviene per le diagnosi psichiatriche, dove l’esistenza della malattia è indicata dalla presenza contemporanea di un certo numero di sintomi tra tutti quelli possibili, la valutazione pastorale di un’esperienza, di un gruppo o di un movimento potrà fondarsi sulla presenza o assenza di alcuni di questi indicatori, non necessariamente sulla totalità di essi.(Ndr: noi però possiamo assicurare che questi "indicatori" il Cammino Neocatecumenale li ha TUTTI)

Lo scopo è tentare di abbozzare un inventario delle prassi pastorali tendenzialmente criticabili o per lo meno discutibili, indicandone i motivi.
Non si vuole quindi spegnere lo Spirito, ma esaminare tutto e tenere ciò che è buono (cf. 1Ts 5,19-21)."

Di seguito, presentiamo alcuni passi tratti dal libro "Le sette sorelle" riferiti ad un gruppo di questi indicatori, riferiti a prassi più  che discutibili, per ciascuno dei quali dovrebbe scattare il campanello d'allarme: la segretezza, o per meglio dire l'assenza di trasparenza quando non la vera e propria menzogna, che il Cammino  neocatecumenale ha addirittura istituzionalizzato con il nome di "arcano"; l'invasione dell'intimità personale (o foro interno); la mancata trasparenza (nel caso del Cammino il totale arbitrio) nella gestione economica.

Meglio prestare attenzione a certi segnali d'allarme...

Dire o non dire la verità?

Prima metà del XX secolo. Uno scocciatore bussa alla porta della canonica. La domestica del parroco va ad aprire. Lo scocciatore chiede: «C’è il parroco?» La domestica, opportunamente istruita, risponde: «No» e mentalmente soggiunge: «Per te, in questo momento».

Il buon parroco che ha studiato bene i manuali dì morale e che non vuole essere disturbato ma non vuole autorizzare la domestica a mentire, le ha insegnato a praticare la «restrizione mentale», In pratica è una bugia, ma in teoria è una restrizione della verità comunicata a una persona che non ha titolo a conoscerla interamente. Perché mentire è peccato, ma non si è obbligati a dire a tutti tutta la verità, specialmente se l’interlocutore non ha diritto a conoscerla.


Ai tempi di Pascal, ì gesuiti erano maestri in questo genere di stratagemmi, tanto che il termine «gesuita» un po’ alla volta era venuto a significare persona falsa e ipocrita. Questo significato, con il tempo, è stato ormai dimenticato, segno che i gesuiti hanno abbandonato questi trucchi.
È possibile, però, che altri abbiano raccolto il testimone della restrizione mentale.

1. La reticenza

Oltre alla menzogna, infatti, esiste quella distorsione della verità più sfumata che è la reticenza: si possono tacere, magarì per un periodo più o meno breve, delle informazioni rilevanti come ad esempio la paternità di una îniziativa o l’appartenenza di singoli o gruppi a un determinato movimento ecclesiale. Come si è visto in precedenza, una modalità di reclutamento di nuovi adepti da parte di alcune sette è chiedere a qualcuno di compilare un questionario o di partecipare a una conferenza, senza dichiarare le loro vere intenzioni, In un secondo tempo si propone di partecipare ad attività più coinvolgenti e soltanto quando le persone sono state stabilmente «agganciate» si comincia a presentare la setta e si propone di farne parte.

L'eventuale uso di procedure simili da parte di gruppi o movimenti cattolici dovrebbe suscitare forti perplessità; perché nascondere la propria identità sotto sigle anonime?

Manifesti delle catechesi iniziali: non dicono che sono neocatecumenali!

 

È giusto dichiarare di voler offrire gratuitamente servizi a determinate categorie di persone, quando in realtà si stanno cercando nuovi affiliati? È vero che i pregiudizi potrebbero tenere alcune persone lontane da esperienze che permetterebbero loro di capire meglio con chi hanno a che fare e di dissolvere le loro precomprensioni sfavorevoli, Ma cercare di aggirare la loro diffidenza con la reticenza sulla propria identità rischia di generare altri
pregiudizi ancora più sfavorevoli.

Perciò le attività e gli eventi organizzati da un’associazione o un movimento per avvicinare - ed eventualmente per reclutare - nuove persone non dovrebbero mai dissimulare l'identità dell’ente organizzatore con nomi o sigle che nulla hanno a che fare con l’associazione o il movimento.

Il giudizio si fa ovviamente più sicuro quando la reticenza riguarda obblighi e doveri, anche di tipo economico, di cui i neofiti vengono a conoscenza soltanto dopo che hanno assunto un qualche impegno all’interno dell’organizzazione che li ha accolti.
Infatti, l'aspetto economico, insieme ai comportamenti sessuali, è quello che con maggiore certezza contribuisce a formulare il giudizio conclusivo su persone e gruppi che hanno agito male in ambito ecclesiale. A questo aspetto economico sarà dedicato il terzo paragrafo di questo capitolo, mentre su quello sessuale ben poco resta da dire: il verificarsì di condotte peccaminose o scandalose richiede un intervento dell’autorità ecclesiastica per far cessare gli abusi, ma proprio il desiderio di «impedire gli scandali», cioè di occultare ì peccati di ecclesiastici e religiosi, ha causato i più grandi scandali in cui sono state coinvolte intere chiese nazionali.

Perciò, nascondere la verità del tutto o in parte è sempre un segnale preoccupante. Quasi ovunque è comunemente accettato l'assioma che «non si può sempre dire tutto». Come motivazione si adduce di volta in volta la delicatezza verso le persone che hanno diritto alla loro riservatezza oppure la necessità di discrezione per portare a termine determinate operazioni senza interferenze da parti ostili alla causa. A volte, però, le motivazioni sono molto meno nobili e la reticenza , può coprire verità scomode, comportamenti illeciti o comunque difficilmente giustificabili.

Nelle Regole di vita cristiana che chiudono gli Esercizi spirituali di sant'Ignazio di Loyola ce n’è una che dice: Il demonio si comporta come un frivolo corteggiatore che vuole rimanere nascosto e non essere scoperto. Infatti un uomo frivolo, che con discorsi maliziosi circuisce la figlia di un buon padre o la moglie di un buon marito, vuole che le sue parole e le sue lusinghe rimangano nascoste; è invece molto contrariato quando la figlia rivela le sue parole licenziose e il suo disegno perverso al padre, o la moglie al marito, perché capisce facilmente che non potrà riuscire nell'impresa iniziata. Allo stesso modo, quando il nemico della natura umana presenta a una persona retta le sue astuzie e le sue lusinghe, vuole e desidera che queste siano accolte e mantenute segrete; ma quando essa le manifesta a un buon confessore o ad altra persona spirituale che conosca gli inganni e le malizie del demonio, questi ne é molto indispettito; infatti capisce che non potrà riuscire nella malizia iniziata, dato che i suoi evidenti inganni sono stati scoperti.

Sant'Ignazio si ispira alla propria esperienza di vita: il silenzio e il segreto da parte di una persona onesta possono coprire le intenzioni disoneste di qualcun altro. Il demonio è il più grande menzognero ma non l'unico: membri e leader di gruppi, movimenti e comunità possono mentire come qualsiasi altra persona perché lo ritengono opportuno o addirittura necessario, ma si tratta pur sempre di un giudizio soggettivo.

Soprattutto quando si chiede o si ordina ad altri di mentire o di tacere, proprio allora devono nascere delle domande urgenti: perché questo ordine o questa richiesta? Chi o che cosa si cerca di coprire? Quali sarebbero le conseguenze se la verità fosse di pubblico dominio?

L'esperienza dimostra che prima dello scoppio di scandali sessuali o finanziari, spesso le verità scomode erano state taciute per molto tempo da coloro che le conoscevano. Il segreto e le bugie, anziché proteggere dallo scandalo, avevano permesso il proliferare del male e, alla fine, hanno scandalizzato in misura maggiore.

 



2. Il diritto a proteggere l’intimità personale

L'annotazione di sant’Ignazio, però, apre la strada anche a un’altra riflessione. Nella formazione, soprattutto dei novizi religiosi e dei seminaristi, ma anche di altri soggetti, da sempre sono incoraggiate l'apertura e la confidenza nei confronti dei formatori. La fiducia nel padre spirituale o nel maestro dei novizi permette a chi è in formazione di aprire il proprio animo e di essere aiutata a vincere le tentazioni, come pure ad assimilare lo «spirito», il carisma del gruppo di cui si vuole entrare a far parte.

Ma fino a che punto una persona è tenuta a rivelare il proprio intimo a un’altra persona?

Se è vero che i «padri del deserto» - i primi monaci cristiani nel deserto egiziano - incoraggiavano i novizi ad aprire il loro animo con piena confidenza al discernimento degli «anziani» senza tener nascosto loro nulla, è anche vero che ciò avveniva senza il sostegno di norme o regolamenti che esercitassero una pressione sui novizi: essi andavano a interrogare gli anziani - e non viceversa - se e quando lo desideravano.

Come allora, anche oggi la direzione - o accompagnamento, o guida spirituale - è necessaria ai giovani che si avviano a scelte impegnative come il sacerdozio o la consacrazione per mezzo dei voti. L’accompagnatore o l’accompagnatrice potrà quindi essere certamente un educatore proposto dall’istituzione di cui il giovane desidera far parte, ma dovrà comprendere il proprio ministero al servizio della persona che accompagna e non solo dell'istituzione alla quale consegnare un nuovo membro docile e ben preparato. Perché il rapporto di direzione spirituale possa dare buoni frutti, è necessario che chi è accompagnato abbia piena fiducia che il suo accompagnatore voglia solo il suo bene, disinteressatamente. Solo a partire da questa convinzione il giovane potrà aprire pienamente il suo animo ell'educatore, sicuro che ciò che ha confidato non potrà mai essere strumentalizzato a suo danno.

Le patologie di cui può ammalarsi il rapporto di direzione spintuale sono molteplici e richiederebbero una trattazione a parte, molto lunga. Qui si vuole soltanto sottolineare la convenienza di quanto sancisce il canone 220 del Codice di diritto canonico, quando afferma che «non è lecito ad alcuno [...] violare il diritto di ogni persona a difendere la propria intimità».

Sono perciò da considerare negativamente le pretese da parte di un leader di conoscere tendenzialmente «tutto» dei suoi sottoposti attraverso varie modalità: dai colloqui personali alla lettura del «diario spirituale» o di una relazione scritta periodica concernente il proprio vissuto (pratica chiamata anche con il nome di «comunione di anima»). È da considerare alla stessa stregua anche la pratica di colloqui inquisitivi (o «scrutini») in cui la persona sia obbligata mettere a nudo ogni particolare della propria vita davanti al gruppo: ognuno deve essere libero di difendere le propria intimità.

Per quanto riguarda il sacramento della riconciliazione, invece, la completezza della confessione, almeno per quento riguarda i peccati mortali secondo il loro numero e la loro specie, è necessaria per la valida celebrazione del sacramento. Il confessore, però, è tenuto a mantenere un segreto assoluto su quanto ha ascoltato, mentre il penitente è libero di scegliere il proprio confessore.

Perciò l'imposizione da parte del gruppo o della comunità di un ben preciso confessore o di un gruppo di confessori all’interno del quale scegliere il proprio è da ritenere una forzatura molto pericolosa e una violazione della libertà individuale. Infatti, anche senza dubitare che il segreto del confessionale possa essere infranto, è possibile che il gruppo voglia orientare la scelta del confessore facendola cadere su una persona che condivida pienamente l'ideologia del gruppo stesso e che quindi possa suggenre al penitente riflessioni e comportamenti approvati dal gruppo. Si inserirebbero in questo modo nella celebrazione del sacramento dei fini eterogenei al sacramento stesso.

Parlando di confessione, infine, si deve anche accennare alla «confessione pubblica» che è una delle pratiche in uso nelle sette per raggiungere la piena sottomissione degli adepti e cementare lo spirito di gruppo.

Nei conventi e nei monasteri, un tempo esisteva effettivamente il «capitolo delle colpe»: si trattava di un'usanza secondo la quale ogni religioso si accusava davanti alla comunità riunita in capitolo o davanti a una parte di essa (novizi, professi anziani, ecc.) di mancanze contro la regola, come ad esempio aver rotto il silenzio o essere arrivato in ritardo in coro. Il superiore o l’abate comminavano la pena che in genere era lieve, come ad esempio recitare una preghiera, dato che le colpe più gravi e segrete non venivano manifestate in capitolo, ma nel confessionale.

Proprio perché le colpe vere e proprie erano riservate all'ascolto del confessore, il capitolo delle colpe molto spesso si svuotava di significato e venivano manifestate in esso soltanto mancanze molto lievi o dovute a disattenzione. Sono pochi, quindi, se pure esistono, i monasteri o i conventi dove ancora si pratica regolarmente questa usanza,

Indurre i membri di una comunità o di un gruppo a confessare pubblicamente le proprie colpe o accusarsi davanti a tutti è da considerare una prassi deprecabile perché lede il diritto della persona a salvaguardare la propria intimità (cf. can. 220 dei Codice di diritto canonico), soprattutto se tale prassi è riproposta con una certa frequenza e se la confessione pubblica riguarda anche aspetti di vita che solo l'interessato conosce. 



3. La gestione dei beni economici

Trattando il tema della verità, non si può omettere di parlare di denaro, giacché non si comprende - o forse si comprende anche troppo bene - perché una comunità che vuole essere particolarmente impegnata e fervorosa chieda ai suoi membri di confessare tutto, diventando «trasparenti» agli occhi gli uni degli altri, mentre magari non pratica la trasparenza in materia di bilanci economici. Quello della correttezza e trasparenza in materia finanziaria, dallo IOR in giù, è un problema che si pone a tutti i livelli della vita ecclesiale: diocesi, vescovi, istituti religiosi, parroci... Tutti gestiscono cifre più o meno importanti e dovrebbero renderne conto perché non si tratta di soldi personali, ma di beni che appartengono a vario titolo a comunità più o meno grandi. Molto spesso
invece, a tutti questi livelli, la situazione patrimoniale e i bilanci non vengono pubblicati o lo sono in maniera così sommaria de rendere impossibile una vera comprensione del modo in cui i beni e i soldi sono stati amministrati. 

«Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta».
Ed egli divise tra loro le sue sostanze.
(Luca 15,11)

Nuovi movimenti, comunità e istituti religiosi purtroppo fanno eccezione molto raramente: magari i loro membri si impegnano in modo encomiabile - come singoli e famiglie “a vivere la povertà evangelica; in alcuni casi versano del tutto o in parte (la «decima») i loro guadagni a una cassa comune, oppure destinano ai poveri - non chiamandolo elemosina, ma «restituzione» - tutto il denaro che non spendono per vivere in modo assai austero. È però molto difficile trovare gruppi, movimenti o comunità che facciano certificare i propri bilanci o che almeno li pubblichino in modo dettagliato.

Certamente, c'è differenza tra una piccola comunità religiosa che vive di lavoretti artigianali venduti visitatori e di qualche offerta, e un ordine religioso internazionale o un movimento che possiede molti beni immobili e promuove anche attività commerciali e operazioni finanziarie: nel primo caso si può dare quasi per
scontato (ma le sorprese non sono mancate!) che il bilancio comprenda poche entrate e uscite legate alla sussistenza o poco più; nel secondo caso la situazione patrimoniale e finanziaria può essere talmente complessa da sfuggire a qualsiasi verifica ordinata dall'autorità ecclesiastica o dalla magistratura.

Sembra però abbastanza chiaro - tranne che ai diretti interessati - che sono ormai trascorsi i tempi in cui l'appartenenza a un istituto religioso o alla gerarchia ecclesiastica era garanzia sufficiente per sapere che eventuali offerte sarebbero state usate a fin di bene. L'opinione pubblica è oggi scandalizzata non soltanto dalle malversazioni di singoli, ma anche dall’intreccio tra religione e finanza, dalle comuni e sospette appartenenze di imprenditori, politici e banchieri a un’unica «famiglia» religiosa.

Nelle barzellette antiebraiche di un tempo erano le sinagoghe i luoghi in cui si combinavano lucrosi affari: il sospetto che oggi tali affari vengano conclusi in qualche chiesa o cappella non fa ridere nessuno, ma getta discredito sulla Chiesa perché si teme che imprenditori o finanzieri cattolici possano fare lobby e godere di illeciti appoggi. Per dissolvere tale sospetto le strade possibili sono solo due: un deciso cambio di direzione nel caso che i sospetti siano veri, oppure una maggiore trasparenza nel caso che i sospetti siano infondati. L'attuale situazione di frequente opacità nei bilanci di soggetti ecclesiali vecchi e nuovi favorisce qualsiasi tipo di illazione ed è di grave ostacolo alla credibilità della Chiesa e quindi all'annuncio del Vangelo.

Il difficile rapporto con le ricchezze di questo mondo non si gioca soltanto sul piano dell’austerità personale di vita: i cristiani che operano nel mercato e nel mondo della finanza sono tentati — come tutti! - di accettare come ineluttabili e adottare gli usi invalsi in tali ambienti, che non a caso vengono spesso chiamati «leggi».

Persone estremamente corrette e caritatevoli sul piano personale potrebbero adottare criteri decisamente mondani - o, per meglio dire, disonesti - quando si tratta di agire per conto della propria organizzazione. Corruzione, concussione, evasione ed elusione fiscale... Tutto può sembrare, se non lecito, almeno inevitabile quando si opera in un'organizzazione commerciale al servizio del regno di Dio, non accorgendosi che in tal modo si sta favorendo l'avvento di ben altro regno.

Quando ci si interroga sull'effettiva bontà ed «evangelicità» di un gruppo o di un movimento o di una comunità religiosa, non si dovrebbe considerare solo l’austerità di vita dei suoi membri, ma ci si dovrebbe chiedere anche quanti soldi guadagna o riceve, quale sia la loro provenienza e come vengono impiegati. La maggiore o minore facilità nel rispondere a queste domande è già un indice significativo: chi non può o non vuole praticare la trasparenza può essere sospettato di usare i soldi in modo non onesto.

Perfino l’elemosina - cioè l’atto più disinteressato che si possa realizzare con il denaro - può non essere priva di secondi fini. Nella primitiva comunità cristiana di Gerusalemme, «quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l’importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno» (At 4,3435). Oggi qualcuno può «deporre ai piedi» di vescovi e parroci doni cospicui nella speranza di ottenere favori o per lo meno di crescere nella loro considerazione.

Se una nuova comunità religiosa che voglia trovare spazio in una diocesi o in una parrocchia, o un movimento che desideri ottenere un riconoscimento da parte dei pastori della Chiesa locale dona loro molto denaro magari per opere di carità - anziché provvedere direttamente a esse - si può sospettare riguardo alle sue reali intenzioni.

Perché vale anche oggi ciò che scrisse il Siracide: «Regali e doni accecano gli occhi dei saggi, come bavaglio sulla bocca soffocano i rimproveri» (Sir 20,29).

Inoltre sarebbe importante capire - anche se spesso è tutt'altro che facile - da dove provengono i soldi che vengono donati o impiegati per le «opere» del movimento o della comunità: la cronaca purtroppo ha registrato casi in cui anche imprenditori, finanzieri e politici dichiaratamente cattolici sono stati indagati e condannati per vari reati di natura economica, finanziaria e fiscale.

Ma anche quando i soldi del gruppo provengono dalla libera contribuzione dei propri membri, è necessario appurare se l'offerta sia stata effettivamente spontanea o se invece le persone siano state oggetto di pressioni di vario genere da parte del gruppo o dei suoi leader.

Particolarmente ripugnante è la richiesta rivolta ai membri di farsi anticipare l'eredità familiare (prima della morte dei genitori o dei parenti) per devolveria al gruppo.

La povertà e il distacco affettivo ed effettivo dal denaro e dei beni di questo mondo sono grandi valori evangelici non riservati esclusivamente ai religiosi, ma non tutte le richieste di spogliarsi di questi beni sono sicuramente motivate dal desiderio di far crescere nelle persone la libertà dall'idolatria del denaro. Può accadere che il bisogno di soldi per determinati scopi spinga alcuni gruppi e i loro leader a forzare la contribuzione dei membri.

Tale forza di obbligazione può essere notevole nel caso in cui l’attività lavorativa dei membri si svolga all’interno di imprese afferenti al proprio gruppo o un movimento o associazione.

I motivi più vari possono spingere i membri dì uno stesso gruppo religioso a condividere un'attività lavorativa: dalla pura e semplice necessità di fare reddito - come nel caso di uns comunità religiosa che deve mantenersi in qualche modo - alla volontà di aiutare persone disagiate; dalla promozione di contenuti culturali all'erogazione di servizi di vano genere.

Ma avere come datori, colleghi e partner di lavoro i propri «fratelli e sorelle» può comportare diversi rischi, soprattutto quello di fare lobby, cioè di stringere alleanze al limite della legalità per favorire i propri alleati e addirittura penalizzare coloro che - all'esterno o perfino all'interno del gruppo - non fanno parte della «rete» o non ne accettano le linee direttive.

All'interno di imprese formate da persone dello stesso gruppo o movimento è quindi importante verificare non solo il rispetto di tutte le leggi e della deontologia professionale - che potrebbero essere violate come in ogni altra impresa - ma anche la capacità di collaborare con persone non appartenenti al gruppo o movimento.


 

4. Una doppia morale?

Da quanto si è detto finora, può nascere la domanda se anche nei movimenti e delle comunità cattoliche, non meno che nelle sette, si possa instaurare una sorta di «doppia morale»; i rapporti tra i membri, all'interno, sarebbero improntati a valori di trasparenza, dedizione reciproca, altruismo... mentre i rapporti all’esterno sarebbero governati da standard morali molto differenti.

Coerentemente con la sua impostazione, Singer accusa le sette - a differenza delle religioni - di avere un doppio standard morale:
i membri vengono spronati ad essere onesti all'interno del gruppo, e a confessare tutto al leader, contemporaneamente vengono incoraggiati a imbrogliare e manipolare i non membri. Le religioni istituzionali e morali, al contrario, insegnano ad essere onesti e sinceri con tutti, e a rifarsi ad un solo standard morale. Nelle sette la filosofia più importante è che il fine giustifica i mezzi, un punto di vista che permette alla setta di istituire il suo particolare tipo di moralità, al di fuori dei normali obblighi sociali.

Questo giudizio appare però eccessivamente semplificato. L'analisi di Maniscalco è più articolata e sembra più rispettosa della realtà: riconosce che la setta è «una unione  prevalentemente basata su affinità elettive ed inserita in un più ampio contesto con il quale deve sempre misurarsi ed è spesso in contrasto», Per questo i singoli non hanno in essa alcuna autonomia rispetto ai comportamenti prescritti una volta accettati e interiorizzati i valori della collettività se ne considerano parte intercambiabile e sono sempre pronti a sacrificarsi per il gruppo.

Si riconoscono quindi un'articolazione e una contrapposizione interno-esterno, dove il comportamento interno è caratterizzato dalla lealtà e dalla disponibilità al sacrificio, tuttavia definire  morale settaria solamente e unicamente nei termini di una morale della dedizione e del sacrificio significa considerare un solo aspetto delle sua molteplici valenze: al contrario è possibile osservarne ulteriori altri tratti significativi. 

Così, per esempio, la tipica esasperazione della separatezza e il profondo senso della distanza che ne deriva [...] fanno sì che il gruppo tenda a formulare sistemi ideologici, normativi e culturali «puri», cioè concepiti ed elaborati in assenza di mediazioni provenienti dall'esterno. Le reazioni tendono allora a concatenarsi senza alcun meccanismo di mediazione e di moderazione; razionalità e ragionevolezza vengono meno con esiti che distorcono pesantemente la sensibilita empirica e morale dei membri”. 

Per quanto riguarda la gerarchia dei valori, essa tende a porre un’enfasi eccessivamente selettiva solo su alcuni elementi a discapito di altri: i singoli per esempio sono portati (anche per far fronte al più volte sottolineato inevitabile senso di sacrificio e di rinuncia che l'entrata in unioni così esigenti determina) a spingere all'eccesso il processo di idealizzazione e di sacralizzazione del gruppo (talvolta rappresentato dalla figura del capo) ed a formulare una stima eccessiva delle relative potenzialità. Emerge così una sorta di «egoismo di gruppo» che, alimentando una serie di comportamenti ad esso coerenti, tende ulteriormente ad irrigidire la struttura della configurazione setteria. Quest'ultima non può essere mutata, né può scendere a compromessi con il mondo esterno; al contrario i processi interni tendono ad intensificarsi lungo tutte le direzioni già esaminate: l'egoismo di gruppo mira a ripetere l’esistente, con sempre maggiore incisività e fanatismo fino alle estreme conseguenze.

Non si tratta quindi - come sembra suggerire Singer - di una sorta di associazione a delinquere che però osserva un rigido codice di comportamento al proprio interno: rispetto a un’organizzazione criminale, i membri di una setta hanno un diverso rapporto con gli «esterni» perché la loro associazione non nasce necessariamente con l’intento di ricavare profitto ai danni degli altri membri della società, anche se non è escluso che ciò possa accadere. È possibile infatti che i membri di una setta possano compiere azioni immorali e delinquenziali rispondenti a logiche interne di un gruppo che non vuole rendere conto di sé alla società «esterna».

Per quanto riguarda gruppi, comunità e movimenti in ambito cattolico, si dovrà porre attenzione a quei comportamenti devianti - anche solo di lieve entità - tollerati o addirittura incoraggiati dall'autorità con varie motivazioni.

Come si è detto in precedenza, si deve fare attenzione ai normali aspetti della vita morale cristiana: la veracità nella comunicazione, l'uso del denaro, la sessualità, il rispetto delle leggi, ecc.

 

Il 5° vangelo: quello secondo Kiko?

(*) Don Giorgio RONZONI è parroco di Santa Sofia in Padova e insegna teologia pastorale alla Facoltà Teologica del Triveneto. Con le Edizioni Messaggero Padova ha pubblicato: Una pietra scartata (2014); Via crucis secondo Marco (2015); Il dono perfetto (2017); La storia di Marco e Barnaba (2019); Il Padre Nostro è tradotto bene? (2019); «Prendi e leggi», anzi: no! (2020); I miei occhi hanno visto la salvezza (2021); Testimoni del Natale (2021). Per la collana Sophia in coedizione con la Facoltà Teologica del Triveneto ha curato una ricerca sul burnout tra i presbiteri, Ardere, non bruciarsi (2011) e scritto Le sètte «sorelle». Modalità settarie di appartenenza a gruppi, comunità e movimenti ecclesiali? (2016), tradotto anche in francese; l'ultimo libro pubblicato è "L'abuso spirituale" (2023).

 

domenica 26 marzo 2023

Lo show delle confessioni pubbliche del Cammino

Promemoria sull'asineria neocatecumenale: esistono troppi validissimi motivi per cui è spiritualmente dannoso "confessare pubblicamente" i propri peccati.

Un grosso errore del Cammino Neocatecumenale è quello di indurre i suoi adepti, in molte occasioni, a fare una "confessione pubblica" dei propri peccati (poco importa che a seconda dei casi la chiamino pomposamente "scrutini", "giri di esperienze", "testimonianze"... il "format" è sempre lo stesso: una confessione pubblica dei propri peccati). Inutile aggiungere che nella Chiesa cattolica ciò non avviene.

La radice di questo clamoroso errore neocatecumenale sta nel fatto che nella loro superbia sono bramosi di misurare la misericordia di Dio, in modo da sentirsi i primi in classifica (una classifica immaginaria di chi è più cristiano degli altri) perché durante lo show delle confessioni pubbliche qualcuno ha parlato di certi suoi grossi peccati e quindi la piccola comunità neocatecumenale acquisirebbe "punti-misericordia". Noi cattolici, invece, sappiamo che ogni singolo peccato - e dunque anche quello del dare scandalo attraverso "confessioni pubbliche" - è contro il regno di Dio.

Effettivamente non somiglia solo a un UFO...

A sostenere quell'errore delle "confessioni pubbliche" c'è l'erronea convinzione - tipica di ogni setta, inclusa quella neocatecumenale - secondo cui un gesto del genere è sincero proporzionalmente a quanto è imbarazzante.

Dunque, vediamo alcuni di quei motivi per cui è spiritualmente dannosa e altamente sconsigliabile la "confessione pubblica".

Il primo è il più ovvio: è il dare scandalo alle anime più deboli. Nessuno di noi può scrutare le anime altrui, per cui non possiamo mai stimare quanto sia spiritualmente pericoloso e immediatamente dannoso che uno parli dei propri peccati. Il peccato non merita "pubblicità". Uno dei possibili danni alle anime semplici è il suggerire (anche involontariamente) l'idea che una certa cosa "è davvero possibile farla". Per dire, se portate una moto presso una tribù che non aveva mai visto un veicolo a motore, nessuno sognerà di impennare, anche se tutti si appassionassero alla velocità e alle prestazioni. Ma non appena uno desse il pessimo esempio anche soltanto dicendo di averlo fatto... E adesso pensate per un attimo ai tanti fratelli del Cammino, che avevano aderito perché lo spot pubblicitario parlava di "fede adulta", parlava di "Dio che si vuole incontrare con te"... e ricevono invece - oltre a pressanti e incessanti e perpetue richieste di denaro - anche un cumulo di scabrose e pruriginose notizie di peccati, talvolta veri, talvolta un po' inventati, ma che fanno a gara a chi sembra più scandaloso. Tutto perché vogliono "misurare" la misericordia di Dio, associandola alla quantità di super-peccatoni extra-giganti.

Un altro buon motivo è che il pubblico ha buona memoria. Io stesso, a distanza di tanti anni, ricordo un certo seminarista (oggi prete di successo) raccontare con inutile dovizia di dettagli certe cose che avrebbe dovuto dire solo in confessionale. E invece non solo le disse in pubblico ma evitò di rimanere sul vago (sarebbe bastato chiudere subito la questione con espressioni vaghe tipo: "ho peccato contro Dio", "mi credevo capace di resistere"...). Ancor oggi, quando lo vedo, la mia memoria istintivamente associa lui a quel determinato peccato e a quelle precise modalità che lui con imprudente vanità descrisse in dettaglio. Non posso sapere se negli anni successivi sia caduto di nuovo in quel genere di peccati ma il fatto è che quando lo vedo, mi torna in mente prima quel suo peccato vantato all'epoca che la sua persona oggi. E figuratevi cosa può significare una "buona memoria" in qualche persona maliziosa, o solo chiacchierona, o semplicemente sofferente, o comunque debole. E figuratevi in un ambiente mormoratore e giudicatore come la diabolica setta neocatecumenale, che giustifica e invoglia le "confessioni pubbliche", quante anime semplici vengono continuamente diluviate di scandali. E no, il blaterare ritmicamente che il Signore "ha perdonato" non ti cancella il ricordo di quelle cose indegne, disoneste, ignobili.

Quindi c'è il fatto che il peccatore stesso ha buona memoria. Prima o poi il ricordo di aver "confessato in pubblico" una determinata cosa gli tornerà in mente corredata di brutte sensazioni (fastidio, rimorso, dolore, paura che qualcuno dei presenti se ne ricordi bene...) perché ricorderà quei volti e percepirà di nuovo le loro sensazioni (non tutte angeliche, non tutte di genuino perdono e lode al Signore). Il disprezzare sé stessi e addolorarsi continuamente per un passato "ancora troppo facilmente ricordabile", è una grave debolezza, è segno che nonostante il perdono non si è voltato pagina. La vera umiliazione, il vero pentimento, nascono per amore di Dio (e al massimo per il timore dell'inferno, cioè del perdere la felicità perpetua in Dio); nel pentimento, l'eventuale aspetto del disprezzo di sé stessi non è il fine, ma solo un mezzo (il maggior rimpianto di Agostino d'Ippona, "tardi ti amai", non riguarda gli specifici peccati ma l'amore per il Signore).

Diremmo, solo per capirci, che occorre imparare a "perdonare sé stessi", cioè a non commettere il madornale errore di Giuda Iscariota. Giuda, convintosi di non poter "perdonare sé stesso", giunse subito all'erronea conclusione che Dio "non poteva" perdonarlo ("se non ci riesco io è impossibile che ci riesca Lui"), che Dio sarebbe stato "incapace" di perdonare, e pertanto andò volontariamente a sfracellarsi, per punire sé stesso in virtù del fatto che non volle "perdonare sé stesso", cioè rifiutò il Dio della misericordia. Allo stesso modo di Giuda, un'anima potrebbe rimanere schiava del peccato "pubblicamente confessato", schiava dell'idea di averlo "detto davanti a tutti", col sottinteso che quei "tutti" (più coloro ai quali sarà stato riferito con più o meno malizia da loro), continueranno ad accusarla (anche solo virtualmente), pertanto "deve" autoaccusarsi anche lei smettendo di pensare che una volta perdonati sacramentalmente occorreva voltar pagina.
Claudia, ex attrice e famosa per questioni porno, dopo la conversione, quando un intervistatore le ricordò ciò che di lei ancora circolava in giro, liquidò la questione dicendo: ma quelli sono peccati perdonati. Cioè - giustamente - non voleva andare a rimestare nel passato (esattamente come non rimestavano l'apostolo Paolo o Francesco d'Assisi, che non si sono certo permessi di descrivere i dettagli pruriginosi delle proprie passate "esperienze"). Erano peccati perdonati attraverso il sacramento della riconciliazione, non avvertiva alcun bisogno di fare "testimonianze" modello neocatecumenalizio autoflagellante e bramoso di punti-scandalo per scalare l'immaginaria classifica di campionato.

C'è poi pure il fatto che il peccatore che rievoca pubblicamente il peccato che ha commesso, rimesta nel torbido, magari ricordando (o inventando) altri dettagli. Infatti le orecchie dell'uditorio non sono le orecchie del confessore. Ciò che normalmente sarebbe stato coperto dal vincolo del segreto della confessione, e dunque da quel momento sarebbe divenuto un voltar pagina nella propria vita, un qualcosa di finalmente "dimenticabile", diventa invece un pubblico rivangare nel proprio torbido passato, "rivivendo" mentalmente quella cosa turpe e vile, col serio rischio che dietro quell'espressione facciale umiliata (umiliazione vera o recitata, non importa) sorga il pensiero del "ma guarda di cosa son stato capace, chissà che non possa accadere di nuovo". (I padri del deserto, quando con esagerata iperbole dicevano che il tuo peccato non esiste più, lo facevano per rimarcare che una volta chiesto e ottenuto perdono non bisognava rimestare più nel passato torbido, ma guardare avanti, voltando pagina; altrimenti si diventa mentalmente "schiavi del peccato", ossessionati da quella cosa, e a furia di girarci intorno, e di descrivere, di riepilogare, di rievocare, si finisce davvero per fare come Giuda, cioè sotto sotto e a poco a poco convincersi di non essere perdonabili, magari perfino dopo l'assoluzione, cioè ci si pianta un "virus" spirituale in testa, da soli, solo perché ci si crogiola troppo a pensare ai peccati passati).

L'euforia di mettere tutto in piazza

Anche se in certi trattatelli spirituali si suggeriva di meditare sui peccati commessi lungo tutta la propria vita e di riportare in confessione (chiarendo di averlo già confessato in precedenza) qualche peccato particolarmente grave del passato, ciò serviva per aggiungersi l'umiliazione del "anche se stavolta confesso solo X e Y che sembrano poca roba, a suo tempo fui capace di commettere anche Z, di cui ho chiesto già perdono, ma che mi ricorda quanto mi allontanai da Dio"), e ciò avviene comunque nel segreto della confessione.

Il segreto della confessione consente di stare "a tu per tu" col Signore, per tramite di un Suo incaricato (incaricato da Nostro Signore, nella persona degli Apostoli, dei loro successori, e di coloro ai quali è stato tramandato attraverso il sacerdozio il potere di rimettere i peccati, al punto che «a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi», cfr. Gv 20,23), e di potersi esprimere senza avere un uditorio di "spettatori" che "chissà cosa staranno pensando di me adesso, chissà cosa penseranno di me in futuro, chissà a quant'altra gente ricorderanno ciò che ho fatto". Al sacerdote in questione non interessano i dettagli - se non quelli importanti per valutare la salute spirituale dell'anima e l'effettiva gravità dell'atto commesso -, ma solo la disposizione personale del penitente a chiedere perdono, senza la quale la confessione sarebbe inutile. Il sacerdote che ascolta una confessione non è "il pubblico presente allo show", ma solo l'incaricato di darti l'assoluzione qualora ritenga che ci sia almeno un po' di pentimento.

C'è un altro punto importante: il fatto che spesso non sappiamo esprimere bene in che modo abbiamo peccato (e anche questa motivazione sarebbe già da sola sufficiente perché la confessione sia esclusivamente "in segreto" col solo sacerdote). Il sacerdote, che di confessioni ne ha ascoltate tante, può chiarire i termini se necessario, o può "capire al volo" senza dover rovistare tra espressioni poco delicate. Nel neocatecumenalismo c'è la sbagliatissima convinzione che uno sia sempre capace di descrivere correttamente i propri peccati, e che se non ci riesce allora "Dio provvede" illuminando gli ascoltatori, come se Dio fosse una specie di "bacchetta magica" (lo stesso tipo di bacchetta magica per cui i cosiddetti "catechisti" del Cammino, anche quando dicono qualche emerita vaccata, sarebbe "per il tuo bene" perché Dio aggiusterebbe automagicamente tutto quel che dicono).

In ogni caso, il peccato da portare in confessione riguarda il "cosa", e non sempre è necessario spiegare troppo il "come" (tranne forse quando ci sono altri peccati connessi a quello), tanto meno scendere in dettagli del tutto inutili ai fini dello spiegare al confessore "di cosa desidero chiedere perdono". Invece nelle pubbliche confessioni neocatecumenali - organizzate come se fossero uno show - c'è tutta un'avidità di dettagli scabrosi, stravaganti e vergognosi, con la convinzione (sbagliatissima) che più ci si imbarazza e più sarebbe fruttuoso il gesto, insieme alla convinzione (altrettanto sbagliatissima) che più è grave il peccato di cui si parla, e più si acquisirebbe punteggio nella classifica immaginaria di "misericordia divina vantabile come conquista della piccola comunità" (come se uno, per ottenere maggior misericordia, dovesse "peccare di più": è il concetto luterano di peccar fortemente purché si creda in Dio ancor più fortemente - mentre noi cattolici sappiamo che è proprio il peccato a renderti più difficile il "credere più fortemente").

La confessione "auricolare" (nel senso di "all'orecchio del sacerdote", cioè in segreto) è di tradizione apostolica. I tentativi di fare "confessioni pubbliche" (con pubbliche penitenze) avvenuti in certe comunità cristiane qua e là nei primi secoli (e non in tutto l'orbe cattolico) solitamente accompagnavano una preesistente visione fatalista della vita e dei sacramenti (come ad esempio l'idea che ci si potesse confessare solo una volta nella vita, e quindi avere in tutta la vita solo due momenti di remissione dei peccati - il battesimo e la confessione - e poi non ci fosse altro che l'inferno). Non ci volle molto, per le autorità della Chiesa, per capire quanto danno facevano quelle gravissime esagerazioni (il guaio è che in tempi recenti, sull'influsso moralista-puritano protestante, certi sedicenti teologi e storici hanno deciso di credere che "praticamente tutti" i primi cristiani non si confessassero nel segreto ma in pubblico, che è una grossa panzana inventabile solo perché non ci sono abbastanza documenti d'epoca a smentirla). La necessità di pubbliche penitenze (addirittura con casi in cui l'assoluzione giungeva solo dopo lunga e durissima penitenza) riguardava solo scandali particolarmente gravi - e sussisteva per il fatto che certi barbari convertitisi troppo in fretta, tornavano poi facilmente in certe gravissime abitudini che avevano prima di convertirsi.

Il fatto che i primissimi cristiani avessero una grande fede e una notevole dirittura morale non implica che i cristiani successivi debbano essere "almeno all'altezza". Questo truce rigorismo da giansenisti ricompare qua e là tante volte durante storia della Chiesa, ad opera di tutti quei protestanti (come i neocatecumenali) che si illudono che la misericordia di Dio vada misurata in quantità di peccatoni "perdonati" vantabili in pubblico. (Se così fosse, i bambini non potrebbero giungere a livelli di santità come gli anziani, e Nostro Signore si sarebbe sbagliato nel dire «lasciate che i bambini vengano a me», cfr. ad es. Lc 18,16).

La Redditio: un'altra occasione per le confessioni pubbliche

Concludiamo facendo notare che Kiko e Carmen hanno sempre avuto un'insana sete di ascoltare robacce sessuali scandalose. E questo perché non solo hanno sempre avuto i loro numerosi "scheletri nell'armadio" - che si sono guardati bene dal "confessare" pubblicamente, ma lo hanno imposto ai loro seguaci - ma anche perché era per loro troppo comodo porre i  seguaci neocatecumenali nella tutt'altro che invidiabile condizione psicologica del "se abbandono il Cammino, poi chissà a quanta gente racconteranno ciò che ho detto". Non a caso il Cammino vezzeggia molto chi ha grossi scheletri nell'armadio, come il vescovo pedofilo neocatecumenale Apuron, o lo spretato ex-cardinale McCarrick. Per Kiko e Carmen e i loro pretoriani, non c'è niente di meglio di un soggetto ricattabile, indotto a umiliarsi e a temere che ciò che dice venga raccontato in giro. E poi, scusate, certi altri super-mega-peccati (omicidi, spaccio...), è un po' difficile raccontarli come "perdonati" se non si è già scontata la pena dei tribunali terreni, senza interessare le forze di polizia, senza ricadere nell'apologia di reato. E dopo averli sentiti una o due volte, vengono a noia; mica come i peccati sessuali che facevano leccare i baffi a Kiko e Carmen (e agli altri soggetti lascivi come loro).

Gli asini neocatecumenali raglieranno che in caso di "confessioni pubbliche" i presenti sarebbero tenuti al segreto. Oh cielo, sono così idolatri che non sanno proprio distinguere tra un pio ingenuo augurio e una situazione reale? L'unico motivo per cui i presenti temporaneamente taceranno è il... non dispiacere al cosiddetto "catechista". Per cui, in caso di frenesia di fare un dispettino, meglio ancora se all'insaputa del "catechista"... Invece noi cattolici sappiamo che solo il sacerdote è tenuto al segreto del confessionale (quantomeno per la minaccia di scomunica immediata), e che in questo è sostenuto non dalla sua volontà ma anzitutto dalla grazia di stato. Motivo per cui ci fidiamo del confessionale ma non ci fidiamo della presunta buona volontà della comunità a cui viene severamente detto "le cose che sentirete non devono uscire da questa stanza" (e invece, puntualmente, usciranno).

domenica 5 marzo 2023

Dal blog di Denver: confessioni pubbliche inappropriate di adolescenti

 

"Nonna, che bocca grande che hai..."
Ci ha scritto dall'isola di  Guam Charlie White, l'autore del blog "The thoughtful Catholic" , di cui vi abbiamo proposto vari articoli dedicati alla tematica neocatecumenale, segnalandoci due blog curati da cattolici di Denver, Colorado (USA).
Denver, ci ricorda Charlie, è un "hub" del cammino neocatecumenale negli Stati Uniti, come Newark, nel New Jersey.
 
Come redazione di Osservatorio plaudiamo a questa iniziativa già avviata da tempo e linkiamo i due siti nella colonna sinistra della pagina di Osservatorio (visibile anche da  smartphone se lo si consulta in versione Desktop), per proporne la lettura ai nostri visitatori abituali e occasionali.
Ricordiamo che se si accede ai link con browser Chrome o altri browser abilitati è possibile averne la traduzione automatica in italiano.

Di seguito gli indirizzi dei due blog di Denver: 
 

Abbiamo iniziato a leggere gli interessanti articoli dei blog (si tratta infatti di due piattaforme diverse, che offrono al momento gli stessi contenuti) e vogliamo presentare, in traduzione, una scioccante testimonianza di confessioni pubbliche.
 
Sappiamo infatti che i neocatecumenali spingono i propri componenti - e non solo, nel ruolo di catechisti e animatori parrocchiali anche i parrocchiani, soprattutto i giovani - a confessare in pubblico i propri fatti privati (anche tramite specifici questionari) che generalmente dovrebbero essere rivelati solo al sacerdote nel segreto del confessionale.
 
Le confessioni pubbliche di cui si tratta in questo articolo sono però particolarmente odiose per la delicatezza  dei fatti esposti (vedi ad esempio un caso della parrocchia del Poetto a Cagliari che a suo tempo ha creato scalpore) e per l'età dei giovani protagonisti, oltre ad essere scandaloso il comportamento del sacerdote che le ha richieste con particolare insistenza - nel corso di una Messa e senza la presenza dei genitori dei minori -, del parroco e di un altro sacerdote (o presbitero) di una parrocchia, purtroppo, pesantemente  neocatecumenalizzata.
Il parroco in particolare l'abbiamo già conosciuto per i disastri provocati nelle parrocchie di San Giacomo e della Regina della Pace.
 
Apprezziamo in particolare il comportamento dell'autore della testimonianza e della moglie, che non si sono lasciati intimidire e hanno affrontato i presbiteri - purtroppo fanatici "kikos" apparentemente senza speranza di riabilitazione - denunciando l'accaduto all'ufficio per gli abusi sessuali della diocesi, ed anche la chiarezza con cui inquadrano l'accaduto con i giusti termini: si tratta di vero e proprio adescamento o, se non altro, di una porta aperta ad altre manovre adescatorie future di eventuali altri soggetti, appartenenti o meno al Cammino Neocatecumenale, ai danni di minori.
 
La diocesi sembra non aver preso molti provvedimenti in proposito, oltre al provvidenzialmente concomitante trasferimento del sacerdote che pressava i giovani per ottenerne inopportune confessioni; bisogna considerare infatti che molto probabilmente gli adolescenti erano "figli del Cammino" e che i loro genitori, abituati a certe forzature del foro interno, non abbiano fatto una piega, anzi: avranno dato man forte alle ragioni di presbiteri e catechisti prestando volentieri l'intimità dei propri figli allo "stupro" pubblico nella Casa del Signore.
 
Se però molti più  cattolici consapevoli ricorressero ai centri anti abuso (a proposito: voi li avete visti nella vostra diocesi?) il vento  comincerebbe a spirare in senso contrario alle brutte abitudini dei kikos, almeno nelle chiese se non nel chiuso delle salette.

Bambini coinvolti nelle 100 piazze neocatecumenali

Una storia personale : Nel febbraio di quest'anno, ero a Messa con la mia famiglia quando una ragazza di 15 anni è stata invitata a dare la sua "testimonianza" dopo l'omelia del sacerdote. Sebbene apparentemente fosse una testimonianza del potere salvifico di Dio nella sua vita, questa giovane ragazza ha confessato l'abitudine (si spera presumibilmente passata) della masturbazione. I suoi genitori non erano presenti, e quando tornò - sola - al suo posto, appariva ansiosa e preoccupata, come se fosse in grave difficoltà.

Un evento quasi identico si era verificato nel giugno precedente, con un ragazzo di 13 anni. In quel caso, il ragazzo era seduto - anche nel suo caso, solo - proprio dall'altra parte della corsia rispetto alla mia famiglia, quindi ho osservato molto più da vicino quanto fosse visibilmente scosso dalla propria esperienza. 

Nelle nostre rispettive professioni, io e mia moglie abbiamo lavorato entrambi a lungo con i giovani e siamo abituati a identificare segnali di paura o preoccupazione che indicano un inequivocabile disagio. Entrambi questi ragazzi hanno mostrato alcuni di questi segni.

Anche se a distanza di otto mesi, era sempre lo stesso sacerdote a celebrare la Messa corredata dalle testimonianze dei due adolescenti. In entrambi i casi lui li ha spronati insistemente - durante la Messa - perché trovassero il coraggio di raccontare le loro storie. 

Dopo il secondo episodio, l'ho affrontato dopo la Messa, chiedendogli se fosse a conoscenza del fatto che istruire i minori a fare dichiarazioni pubbliche del genere potrebbe facilmente essere considerato un comportamento abusante. In seguito, ho segnalato entrambi gli incidenti, e questo prete, all'ufficio per gli abusi sessuali della mia diocesi.

La notizia è arrivata al parroco e sono stato chiamato nel suo ufficio per offrire la mia versione della storia, poiché era tenuto a presentare il proprio rapporto sull'accaduto. Quello che non mi aspettavo era di essere messo sotto accusa. Sia il parroco che un altro prete hanno contestato la mia versione dei fatti, definendola infondata e diffamatoria - "Dio l'ha liberata da questo peccato, e tu ce la stai rigettando dentro!" 

Dicevano che se solo avessi saputo quanto spesso sentono i ragazzini parlarne tra di loro, o quanto spesso lo accusano in confessionale, avrei capito che non è poi un argomento tabù. Hanno riso alla sola ipotesi che tale testimonianza fosse inappropriata e ne hanno chiesto il motivo.  Secondo loro, osavo presumere di saperne più di San Paolo stesso, che ha confessato ai suoi fedeli le proprie lotte contro il peccato. 

Ho lasciato con rabbia quell'ufficio e non sono più tornato in quella parrocchia. Per quanto riguarda il mio rapporto fatto alla diocesi, presumibilmente (anche se non l'ho mai sentito ufficialmente) i sacerdoti Neocat hanno ricevuto una "bacchettata sulle mani" e sono stati incoraggiati a far "sottolineare maggiormente la misericordia di Dio" nelle loro testimonianze. Ma certo non una parola sulla cessazione immediata delle confessioni pubbliche inappropriate dei minori. E solo il Signore sa a cosa possono essere sottoposti quei due ragazzini (e altri) a porte chiuse!

A proposito: e il prete che ho affrontato e nominato nella mia denuncia ufficiale? Da qualche mese,sta "continuando gli studi" in un'altra diocesi a 1700 miglia di distanza. Ma sono sicuro che la cosa sia del tutto estranea ai fatti in questione...

Infine, racconto l'esperienza di un'amica ed ex neocatecumenale, che ha partecipato alla Giornata Mondiale della Gioventù 2016 in Polonia con il figlio di 12 anni. 

Mentre era lì, ricorda un discorso tenuto da  un sacerdote neocatecumenale con atti omosessuali descritti in modo esplicito - per fortuna non udito da suo figlio che in quel momento stava dormendo, anche se altre persone giovani e impressionabili certamente l'avevano sentito. 

Come le disse in seguito suo figlio, tuttavia, fu durante quello stesso viaggio che venne a sapere per la prima volta di altri comportamenti sessuali devianti, proprio dai suoi giovani compagni di viaggio.

Un'ossessione per il sesso. I dettagli più spaventosi dei tuoi peccati più depravati, rivelati a nudo non davanti al tuo confessore privato, ma tra i membri della tua comunità, e anche occasionalmente  agli inconsapevoli partecipanti alla messa domenicale. Confessioni senza veli e spesso esplicite, in diverse occasioni, di adulterio, fornicazione , masturbazione, pornografia e persino aborto.

Il Cammino desensibilizza i suoi membri, anche quelli più giovani e vulnerabili, al peccato sessuale. "È normale. Lo fanno tutti. Dio alla fine ti perdona e ti salva, quindi di cosa devi vergognarti?" 

QUESTO. È. ADESCAMENTO.

Quando rimuovi del tutto lo stigma sociale dagli atti sessuali depravati, stai abbattendo i meccanismi di allarme e le barriere di difesa che sono del tutto naturali e assolutamente necessarie ai ragazzi contro coloro che vorrebbero far loro del male. 

Anche se nessuno dei tre sacerdoti della mia ex parrocchia avesse mai messo le mani su un bambino, stavano implicitamente rendendo più facile a qualche malintenzionato il poterlo fare in seguito.

La definizione di "groomer" (cioè di adescatore) più votata da Urban Dictionary è: "qualcuno che costruisce una relazione di fiducia e connessione emotiva con un bambino o un giovane in modo da poter manipolarlo, sfruttarlo e abusarne".
Se consideriamo che non tutti gli abusi devono necessariamente essere sessuali, e non tutte le vittime sono necessariamente bambini, allora diventa ancora più chiaro: 

L'INTERO SISTEMA DEL CAMMINO È COSTRUITO PER ADESCATORI E ABUSATORI. 

Nessuno crea problemi di dipendenza e lavaggio del cervello come Kiko, Carmen e il Cammino. E nessuno manipola, sfrutta e abusa come Kiko, Carmen e il Cammino.

Il Cammino Neocatecumenale non si preoccupa degli abusi sui bambini. Si tratta, come affermato da JungleWatch , di una "organizzazione clandestina all'interno della Chiesa per trasferire, proteggere, ospitare oppure tenere sotto controllo, i chierici problematici". 

Ma come illustrano i casi della famiglia di Catanzaro e la mia esperienza sopra riportata, non è nemmeno necessario che si tratti di clero. Chiunque sia assetato di potere e abbastanza malato da entrare nel sistema può partecipare, apparentemente a proprio piacimento.
L'adescamento, l'abuso, l'occultamento nascosto e spudorato, le tattiche DARVO (acronimo che nasce dalle parole “Deny, Attack, Reverse Victim and Offender” - denigrare, attaccare e poi arrivare a far credere alla vittima di essere il carnefice), la progressiva normalizzazione, l'indifferenza, i compensi, i giochi di potere e quanto di sordido tutto ciò comporta ... Tutto questo deve finire!

 (da: The American Way)

venerdì 30 settembre 2022

Queste cose vi scriviamo perché la nostra gioia sia piena

"Questo è il messaggio che abbiamo udito da lui e che noi vi annunciamo: Dio è luce e in lui non c’è tenebra alcuna. Se diciamo di essere in comunione con lui e camminiamo nelle tenebre, siamo bugiardi e non mettiamo in pratica la verità. Ma se camminiamo nella luce, come egli è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri, e il sangue di Gesù, il Figlio suo, ci purifica da ogni peccato. [...] Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto tanto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità. Se diciamo di non avere peccato, facciamo di lui un bugiardo e la sua parola non è in noi" (I Giovanni 1,5-10)

La presentazione della prima lettera di Giovanni in questa riflessione ha come obiettivo centrale l’osservazione ragionevole e ragionata della dissonanza tra quanto Dio riferisce ispirando il suo apostolo prediletto, e quanto interpretano e attuano i seguaci del movimento settario di Kiko Argüello e Carmen Hernández incistatosi nella Chiesa Cattolica. 

E per far ciò basterebbe anche la sola lettura di quanto Giovanni santamente sostiene.

Per una miglior comprensione, ricordiamo innanzitutto che Giovanni doveva avversare l'eresia gnostica, egli infatti assolveva il suo ministero in un contesto in cui stavano sorgendo delle false versioni del cristianesimo, diverse sia a livello dottrinale sia a livello di vita di fede.

Giovanni dichiara in sintesi che una vita trascorsa nel vizio, disonorando Dio, dicendo di essere in comunione con Lui mentre invece si cammina nelle tenebre, non è certamente la vita di chi ha ricevuto la luce e l’amore di Dio in sé.

La concezione del cammino sul peccato, la quale diverge con quanto incitato dal Vangelo di Giovanni, è esplicita e oramai nota, la sua dottrina afferma che l’uomo non può sottrarsi al peccato poiché ne è schiavo fino al punto  d'essere figlio del demonio. 

Per Kiko, l'uomo non può (e non deve!) uscire dal proprio status di peccatore operando il bene, con l'aiuto della grazia di Dio, ma è tenuto principalmente, e solamente, a riconoscere la propria miseria morale; da questa consapevolezza dovrebbero prodursi, a lungo andare, le opere di bene che il Cammino ritiene opportuno vengano prodotte: non altre, e non nei tempi che Dio vuole e che la Sua grazia suscita, ma secondo le cadenze imposte dalle tappe neocatecumenali.

Questa artificiosa forzatura pone nell'animo chi vi viene sottoposto il seme dell'infelicità che si espande progressivamente ad ogni tappa, causando la tipica espressione frustrata e sfiduciata (io la chiamo "carmeniana") contraddistinguente i neocatecumeni.

Circa la confessione della fede, che il Cammino pretende sia fatta davanti alla comunità nel corso degli scrutini e pubblicamente in occasione per esempio della Redditio, diviene in realtà una pubblica confessione di colpe di una certa gravità che potrebbero implicare malcontenti familiari o addirittura la distruzione della dignità personale o altrui. Una pratica discutibile e lesiva della privacy del fedele che determina difficoltà sociali e familiari non di poco conto. 

In tutto ciò il sacerdote è una figura assente, oppure si ritrova seduto proprio tra gli esaminati; da formatore, come vorrebbe il suo ministero, diviene formato, da controllore controllato; gli si vuole "rubare" il ruolo, annullandolo, e per questo lo si mette a sedere tra i discenti, dimenticando che un sacerdote, per piacere a Dio e compiere il proprio ministero deve poter stare separato rispetto al popolo.

Nessuno può porsi al di sopra del sacerdote o far credere che l'assemblea dei fedeli possa celebrare al suo posto o al suo pari. Ogni uomo può e deve essere utile al prossimo, ma lo sarà sempre in misura minore del sacerdote, quanta è la distanza che corre fra il corpo e l’anima.

Per riprendere il discorso del valore della penitenza e della riconciliazione: per Kiko e Carmen, è essenzialmente un fatto  comunitario, perché  non si riconosce al singolo la facoltà di emendarsi e la volontà di non ripetere il peccato.

Nulla ispira a non pentirsi dei propri errori, così vanificando anche quall'accenno mortificato di penitenziale che i neocatecumenali praticano periodicamente e comunitariamente nelle loro celebrazioni; secondo la loro concezione pessimistica e cinica,  non si può che ricadere ostinatamente nel proprio peccato ed anche il chiedere perdono o il perdonare sono atti solo rituali e dovuti, che non possono produrre un effettivo riscatto.

Eppure, mentre Kiko afferma che non si può evitare il peccato, san Giovanni evangelizza dicendo "chiunque è  stato generato da Dio non commette peccato."

San Giovanni risponde allo sviluppo preoccupante dell'eresia dicendo che la verità è evidente nella sostanza delle cose, innanzitutto nei fatti storici riguardanti la vita e l’opera di Cristo che debbono essere fedeli e rispettati e poi nel cambiamento di coloro che dicono di credere in Lui.

Una religione che non dà vita non serve. Allo stesso modo una professione di fede non supportata da una vita che ne dimostra l’autenticità, non è credibile.

San Giovanni invita ad un avveduto e oculato giudizio dei sentimenti risiedenti in noi. Ma ciò non può avvenire tramite degli scrutini condotti da catechisti formati da teorie oscure e criptiche che proclamano: "Sono il tuo catechista! Sono stato eletto e prescelto da Dio affinché discerna sulla tua vita!".

San Giovanni esorta piuttosto a non amare il mondo né ciò che vi è nel mondo. Attenzione bene a non cadere nella confusione a causa dei termini usati e dalle elaborazioni fantasiose e luciferine del cammino. Non si tratta di tenere le distanze dagli altri perché non facenti parte del cammino o di qualunque cerchia ristretta e settaria, ma bensì di avere la forza di non lasciarsi sedurre da tutto ciò che appartiene alla mentalità contraria a Dio. 

Il Signore ama infinitamente ogni uomo e desidera che a tutti sia donato il Vangelo sull’esempio di vita di Gesù, il Logos.

Che differenza da Carmen che sosteneva: “Cristo non è modello di santità per nessuno”!

Significa saper scegliere e discernere sul principio dell’amore e della giustizia, prendendo le distanze dai pensieri che inducono a peccare. E in comunità non vi è modo di spezzare le catene dell'errore, essendo che su di esso, sul peccato, è fondato l'intero percorso neocatecumenale.

"Chi non pratica la giustizia non è  da Dio":
sarebbe sufficiente questa frase del Vangelo per definire il cammino una realtà senza Dio.


Riporto un esempio tra i più rilevanti, ma potrei consegnarne innumerevoli: Kiko e Carmen hanno forgiato una dottrina immorale e perversa che reprime l'idea della denuncia. 

Tutti noi conosciamo, oramai perfettamente, quanta pressione psicologica compiano i catechisti a danno dei fedeli che dipendono dalla loro parola (senza nulla togliere alla responsabilità personale). Un processo che nasce dall'alto, dai vertici del cammino neocatecumenale.

Come non alzare la voce contro questo abuso? Come si fa ad asservirsi al silenzio connivente dietro un obbligo o non obbligo giuridico? In quanti hanno compromesso la propria anima pur di non vivere una situazione conflittuale con i catechisti? 

Evitare i rigori della giustizia non favorisce la consapevolezza del peccato e consente che il male proliferi e si diffonda. Ma, in effetti, se "il peccato è necessario" come comunica la ‘scienza kikiana’, perché mai imboccare la via della legalità e della redenzione spirituale?


Caro popolo di Kiko che ti sei piegato al compromesso riducendo la tua coscienza ad una larva, ho una notizia terribile per te: Dio è garante e difensore del grido soffocato degli innocenti!

Nell'ambiente la protezione di tutti i bambini, giovani e adulti vulnerabili, viene affidata ai catechisti, ai responsabili, alle comunità. E ciò risulta pericoloso e severamente grave.

Per questo motivo, se la Chiesa intende applicare contro l'abuso sessuale sui minori il "principio di tolleranza zero", non può evitare di indagare, scandagliare e studiare l'infido contesto neocatecumenale, giungendo a identificare finalmente la vera personalità dei due fondatori del contesto. E spero che la causa di canonizzazione intrapresa per Carmen sia il pretesto necessario. Il cammino non è al riparo dalla Santa Giustizia!

Tempo addietro ebbi un colloquio con un sacerdote dalla lunga carriera neocatecumenale ancora in vigore, si discuteva di abusi e ingiustizie. D’un tratto, per giustificare l'azione immonda di un catechista, affermò con voce tonante un concetto insidiosamente kikiano: "nessuno può fuggire il male, siamo tutti figli del demonio!".

In quel momento mi apparve chiara la motivazione per cui il simbolo del cammino fosse una scala discendente conducente ad una palude mortifera. Se assimili come precetto spirituale un'identità che non coincide alla figliolanza celeste, assumerai di conseguenza una condotta depravata e viziosa che ti farà tollerare addirittura la violenza inflitta ai piccoli. Ho visto intere comunità, formate da uomini e donne d'ogni età, dar contro alla vittima di una violenza soltanto perché era assetata di giustizia (inconcepibile per la concezione del ‘luogo’), e sostenere l’adempimente del male perchè ricoprente il ruolo di catechista, quindi percepito come prescelto dal Signore. A questo punto è lecito che mi chieda di quale "signore" parlino. La risposta che mi son data è raccapricciante.

Qual è la volontà di Dio, l'unica dotata di eternità? E’ la realizzazione in pienezza secondo il percorso di luce di cui Gesù è perfetto testimone: uomo compiuto e vero Dio. 

San Giovanni ci invita a ragionare sul fatto che sono presenti fra noi molti falsi profeti, cioè coloro che rifiutano il messaggio che ci è stato trasmesso nella fedele verità di Dio. Inutili sono le catechesi acclamate con forza, le parole seducenti, vestite di false luci anche se attraenti. L’unica Parola da seguire è quella di Gesù e in questa è necessario rimanere per non essere ingannati.

“La vita si è manifestata, noi l’abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza e vi annunciamo la vita eterna, che era presso il Padre e che si manifestò a noi; ciò che abbiamo visto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. E la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo. ” (I Giov 1, 2-3)

Comunione che per sua natura,
provenendo dall’amore del Padre e manifestata a noi attraverso Gesù, non può che essere condivisa allo scopo di giungere tutti alla pienezza della gioia.

Gioia compiuta perché condivisa (e non settaria). Gioia secondo il pensiero di Dio e non secondo la mentalità del mondo (o di un vanesio - Kiko - che nutre un amore disordinato per il proprio bene al di sopra di altri beni superiori). 

Gioia che non dipende dalle circostanze, dagli umori, dagli eventi ma dalla comunione con il Padre e con Gesù, che non trattiene nulla per se stesso, ma tutto si dona (e nulla ruba). 

Gioia che è perenne perché non dipende dai fatti della storia (e dai giudizi o dalle condanne dei catechisti) ma solo dalla verità dell’Eterno e che ci introduce alla vita eterna, così come l’ha rivelata Gesù Cristo

---------------------------

Approfondimento con l'aiuto di Sant'Agostino: https://www.augustinus.it/italiano/commento_lsg/index2.htm