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sabato 3 giugno 2023

La spina di san Paolo

Quando si parla di ira è necessario distinguere tra sentimento (passione) e vizio capitale (peccato).
Il sentimento dell’ira, e cioè quella reazione che istintivamente si prova dinanzi ad una determinata realtà quando la si percepisce come un male da eliminare, non è né buono né cattivo. Come tutti gli altri sentimenti, di per sé è neutro.
Di fatto diventa buono o cattivo dipendentemente dall’uso che se ne fa, come il sentimento o passione dell’amore diventa buono quando si ama Dio o il prossimo e diventa cattivo quando si ama il male e il peccato, così l’ira può essere buona se ci si accende di sdegno per le cose sante che vediamo profanate, oppure cattiva quando ci si adira a sproposito.

Quindi gli attacchi d'ira violenti e preventivi, se c'è il deliberato consenso e la piena avvertenza, si configurano come peccato mortale.

Dice infatti San Tommaso che  l’ira, quando è antecedente, svia la ragione dalla sua rettitudine e quindi è peccaminosa.

 

Hieronymus Bosch "I sette peccati capitali": l'ira (dettaglio)
(guarda caso, anche qui sedie che volano!)

Kiko Argüello, volutamente, semina la confusione anche in questo campo e, per poter affermare che si può essere santi solo se peccatori, secondo la concezione luterana, non ci pensa due volte ad attribuire ai santi la quotidiana frequentazione con il peccato mortale, in particolare quello dell'ira, ma anche quello della superbia e tutti gli altri peccati capitali.

Uno dei suoi soggetti preferiti è  San Paolo, dal momento  che si identifica personalmente  con il grande Apostolo delle genti, ed in particolare uno dei suoi brani più  bersagliati è  quello celebre della seconda lettera ai Corinzi 12, in cui San Paolo parla della spina nella carne. 

Ecco una affermazione di Kiko tratta dal mamotreto del secondo scrutinio (pagg. 80-81):

"Bene, chi sta in questo cammino pensando che il Signore ti toglie la croce, sei uno sciocco! Ma come te la toglie se è proprio quella che ti sta salvando, che ti sta ridimensionando, che ti fa essere umile. Ricorda S.Paolo. Dicono che avesse l'angelo di satana. Ma forse aveva delle crisi  colleriche. Pensate un cristiano con le crisi colleriche! E queste crisi gli  facevano perdere la faccia. Tutti pensavano che fosse un santo e invece si trovavano davanti uno che perdeva le staffe. Questo demonio lo umiliava, lo faceva soffrire e siccome soffriva tanto si decise a chiedere al Signore che gliele togliesse. E quasi idolatricamente suppongo che sia stato in ginocchio nella sua stanza. E prega al Signore: "Signore, toglimi questa croce, non ne posso più". Ma il Signore non risponde quella notte, continua così la seconda notte, digiuno ecc. La terza volta che lui lo fa con difficoltà il Signore gli risponde e gli dice: "Ma non sai che io sono forte nella tua debolezza? E tu vuoi che io te lo tolga?" Tutti vedono che tu sei uno schifo e allora la gente pensa che le comunità non sono opera di S. Paolo perché noi ci siamo avvicinati a lui e puzza. Ma allora è Dio? Infatti, Egli appare nella tua debolezza. E questo ti sta molto bene perché sei un superbo tremendo e vorresti che tutti i frutti dell'evangelizzazione venissero a te".

Ebbene, sono state fatte molte ipotesi sulla spina nella carne che tormentava San Paolo, ma la corretta esegesi ipotizza un problema fisico, una malattia e una debolezza corporale che nulla ha a che fare con il peccato o la volontà peccaminosa dell'apostolo.

Infatti scriveva San Paolo ai Corinzi (2 Corinzi 12:6-10)

"Certo, se volessi vantarmi, non sarei insensato, perché direi solo la verità; ma evito di farlo, perché nessuno mi giudichi di più di quello che vede o sente da me.
Perché non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un inviato di satana incaricato di schiaffeggiarmi, perché io non vada in superbia. A causa di questo per ben tre volte ho pregato il Signore che l'allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: «Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte."
L'Apostolo si riferisce ad una debolezza fisica, non certo a violenti e immotivati attacchi d'ira come ipotizza Kiko Argüello!

Gesù infatti diceva san Paolo, che pregava d'essere sollevato da questo tormento, "ti basta la mia grazia" e lo stesso Apostolo, scrivendo ai Romani (6,1-2), li ammoniva: "Che diremo dunque? Continuiamo a restare nel peccato perché abbondi la grazia? È assurdo! Noi che già siamo morti al peccato, come potremo ancora vivere nel peccato?"

Insiste Kiko, che da sempre ha la "fissa" per San Paolo:

"Allora non potete immaginare quello che significa il potere che il Signore concede a noi, che siamo gente peccatrice, di questa Parola che noi riassumiamo nel Kerygma, la possibilità di annunziare il suo Vangelo, di donare la vita, donare la vita! A tanta gente Dio non lo permette. San Paolo dirà “A me, l’ultimo degli uomini, un aborto io sono, Dio mi ha dato questo ministero, mi ha dato accesso a questa liturgia, alla predicazione, a evangelizzare, evangelizzare”.
Eppure l'apostolo Paolo diceva ai Filippesi: “Fratelli, fatevi insieme miei imitatori". E perchè poteva dirlo? Perché la grazia di Gesù gli permetta d'essere, con tutte le sue difficoltà d'uomo, un modello da raccomandare.
E non solo proponeva se stesso  come modello, ma anche i propri discepoli.

Infatti l'Apostolo poi così proseguiva: "e guardate quelli che si comportano secondo l’esempio che avete in noi".
Vuol dire che non solo San Paolo era un modello da raccomandare, ma anche chi si ispirava a lui lo era, allo stesso modo. E quindi pure Carmen, pure Kiko, che non sono santi ma si dichiarano apostoli (se non addirittura angeli) non sono esentati da questo imperativo: e neppure i loro seguaci, che tanto si vantano invece d'essere peccatori!

Sappiamo comunque che Kiko è un recidivo: non potendo e non volendo elevarsi al livello dei santi, li trascina giù  al proprio. Fu così che accusò San Francesco d'essere un superbo:

"Sta là San Francesco d’Assisi prendendosi un caffettino e gli diciamo (questo lo sappiamo perché sta nella vita di tutti i santi): "Tu sei un superbo!" Sapete la risposta di San Francesco? Come risponderà San Francesco? "Hai visto benissimo. Guarda e non hai visto del tutto bene, di più, di più ecc…". Allora possiamo domandarci: San Francesco sta mentendo? Allora San Francesco non è un santo o sta dicendo la verità? Allora è un superbo. Sì. È un superbo. Ma, allora, come fa San Francesco ad essere santo? Ha scoperto una cosa immensa: Dio è capace d’amare un superbo come lui e questo gli basta per ritornare a Lui."
Scriveva qualche tempo fa la commentatrice Irene:

"Riguardo la libertà di peccare, ancora una volta nei mamotreti non si accenna al peccato mortale che fa letteralmente perire l'anima. Nessun richiamo al sacramento della penitenza e nessun accenno al fatto che, per esempio, c'è l'inferno.
Un catechizzatore di folle che si vanta di portare Gesù e il Vangelo ai lontani, e di essere in sintonia con la Chiesa Cattolica, sorvola su uno dei pilastri del cattolicesimo. Complimenti Kiko, bel lavoro.
Sant'Agostino invece capisce l'importanza del tenersi lontani dal peccato e quando si interroga sui motivi che hanno ritardato il suo battesimo scrive (ne ''Le confessioni'')
Fu un bene per me che mi siano state allentate per così dire, le briglie al peccato, o sarebbe stato bene il contrario? Per questa
ragione dunque ancor oggi si sente dire da ogni parte dell’uno e dell’altro: "Lascialo fare: non è ancora battezzato".
Eppure riguardo alla salute fisica non diciamo: "Lascia che si produca altre ferite: non è ancora guarito".
Dall'esempio dei Santi impariamo come comportarci e da quello di Kiko cosa dobbiamo evitare.
Io spero che sempre più persone abbandonino il cammino e ritrovino la serenità e la guarigione spirituale nella Chiesa Cattolica".

Grazie Irene! Condividiamo la tua speranza e il tuo auspicio. 

Hieronymus Bosch "I sette peccati capitali"

 

E a proposito dell'ira, un'ultima osservazione, tratta da un articolo di padre Angelo Bellon: l'ira costituisce peccato capitale ed essere demeritoria o biasimevole, come nel caso degli accessi d'ira attribuiti a San Paolo ed invece tipici dello stesso Kiko, ma può essere buona e positiva: l'ira, e cioè lo sdegno che ha provato il Signore nel vedere il Tempio trasformato in una spelonca di ladri, è stata un’emozione conseguente ed esercitata secondo ragione.

Cosicchè talvolta potrebbe esserci peccato per mancanza d’ira.
San Giovanni Crisostomo dice che "chi non si adira quando c’è motivo di farlo, pecca.
Infatti la pazienza irragionevole semina i vizi, nutre la negligenza, e invita al male non solo i cattivi, ma anche i buoni" (Op. imp. in Mt. hom. 11).
Quando non si elimina il male, anche col castigo, là dove ve ne è bisogno, “indubbiamente si commette un peccato” (San Tommaso, Somma teologica, II-II, 158,8).

Ed anche questo lasciamo alla riflessione di chi è stato convinto di non dover mai reagire al male e chiedere giustizia per sé e soprattutto per gli altri: sempre da Kiko Argüello, naturalmente, che sembra essersi fatto un punto d'onore nel rovesciare esegesi e dottrina cattolica nel suo esatto contrario.

 

 

 


lunedì 10 aprile 2023

Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi



Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù.(Gal. 5,1)



La salvezza si è compiuta sulla croce di Cristo, nessun cammino possiede questa medesima facoltà nè può garantire un'elezione d'eccezione seppur la prometta. Ed è proprio da lì, dalla croce di Cristo, che siamo stati liberati dal peccato.

Esattamente da quel peccato che il cammino neocatecumenale esalta e colloca ad un gradino superiore applicandogli un significato di guarigione. Un controsenso che Kiko chiama "stoltezza della predicazione", uno stratagemma verbale che rende plausibile quanto appare più illogico e subdolo. 

Nella realtà, incontrare il Risorto significa cambiare radicalmente vita, è Paolo a dircelo, ma occorre restare nella vita nuova donata da Cristo, non ricadere nelle dinamiche dell’uomo vecchio, nell’affermazione di sé. 

Ma davvero si può evitare di essere egoisti e tronfi, dunque superbi, quando proprio Kiko e i catechisti suoi vicari, idoli ammirati ed emulati, sono tali?
Per acquisire la pace e mantenersi in uno stato di grazia bisogna fissare lo sguardo perennemente su Gesù. Ma come si può orientare lo sguardo a Cristo se le pareti sono interamente tappezzate di ritratti raffiguranti un idolo, Argüello che si sostituisce a nostro Signore, e le Sacre Scritture risultano mistificate? 

Come poter compiere dei passi edificanti sulle orme di Cristo se Carmen ha dichiarato a gran voce, come se fosse un comando intransigente proveniente da un'ispirazione mistica (credenze e sensazioni prettamente neocatecumenali): "Gesù non è modello di santità per nessuno"? 

Questa donna, la Hernàndez, nella sua particolare fede (che purtroppo ha divulgato imprimendola in molte anime) non ha tenuto conto del fatto che la Croce di Cristo è nostra gloria, salvezza e risurrezione, e che non può sussistere una croce senza il Crocifisso...senza Gesù!


È importante notare che è Cristo che ci ha liberati, non siamo noi a liberare noi stessi. Ragion per cui non è pensabile che delle tappe umane, determinate da dimostrazioni consecutive e faticose (consegna dei beni, obbedienza cieca ai catechisti, preghiere diurne e notturne secondo regole prefissate e rigide, confessioni pubbliche e via dicendo), possano donare quella libertà ambita. Questa è semplicemente l'illusione dello schiavo che pensa di essere libero.

La libertà è un dono di Gesù, dataci e ricevuta per fede. Quando facciamo degli sforzi - inoltre imposti da uomini dalle intenzioni dubbie e inique - per ottenere la liberazione, ritorniamo ad essere ridotti sotto il giogo della schiavitù.

 
 
Nelle comunità di Kiko sussiste un dominio psichico indotto mediante suggestione. Pensiamo ad esempio ai noti e temuti scrutini che invadono il foro interno degli affiliati, vale a dire l'ambito più riservato e delicato della coscienza che dovrebbe esser tema di confessori o padri spirituali, i quali vengono preceduti da catechesi battenti e incalzanti che indeboliscono la psiche e la dispongono ad accogliere l'abuso.

Gli scrutinatori non sono altro che i catechisti del contesto, i quali giurano e spergiurano che le confessioni pubbliche sono destinate ad essere dimenticate nell'immediatezza.

Ma quei segreti vengono appuntati nella mente d'ogni singolo 'fratello' e sfruttati come merce di ricatto.

Gli immusoniti catechisti esigono un abbandono totale di sé, una consegna incondizionata del proprio essere, un affidamento senza riserve; un'apertura del cuore che sfora nell'abuso. Il tutto nasce da una pretesa di obbedienza inconcepibile che pressa le coscienze e le condiziona a rivelare ciò che dovrebbe esser confidato nel dominio sacramentale della confessione.

Tutto ciò fa paura, deprime, scoraggia, toglie ogni briciola di dignità e rende servi dell'uomo, succubi del cammino; la sensazione è quella di avere un cappio al collo che si stringe inesorabilmente di più ad ogni confidenza, una trappola che strugge la vita del soggetto, della sua famiglia, ma anche dei semplici presenti nell'assemblea. Nelle sale si scandalizza e si uccide l'anima con una facilità allarmante e sconvolgente.

Questi personaggi, le divinità del cammino, privi di reale autorità esercitano dominio sulla coscienza altrui, operando dei soprusi che, proprio per la loro natura spirituale, sono più infidi e rovinosi di qualsiasi altro tipo di abuso.

 

Nessuna persona può esercitare autorità sulla coscienza dell’altro, neanche una guida spirituale - vera e santa - è dotata di una simile libertà. È un principio che non sopporta eccezioni o deroghe.

Kiko promette una libertà: la libertà di peccare. Come se fosse una condizione appetibile, un frutto tutto da godere, una torta donata a dei golosi che null'altro aspettano.

Invece si tratta di una contraddizione in termini. Per comprendere basta leggere queste parole tratte dal capitolo 8 di Giovanni, in cui Gesù dice: “chiunque commette il peccato è schiavo del peccato”. Quindi Kiko non regala la libertà ma la schiavitù.

A tutti è donata la facoltà di scegliere, il libero arbitrio, la condizione di pensiero in virtù della quale ogni individuo può determinare in assoluta autonomia la finalità delle proprie azioni. Ma è necessario capire che una scelta peccaminosa comporta inesorabilmente l'oppressione, la prigionia.

Dato che il peccato ci rende schiavi, di converso l’azione di Gesù Cristo ci rende liberi! La libertà è Gesù stesso!

 


Molti neocatecumenali desiderano compiere il bene, ma non ci riescono, perché si sentono legati. Sono schiavi del peccato inteso come necessario. La filosofia kikiana, assimilata come se si trattasse della Parola di Dio, comporta la convinzione dell'ineluttabilità del peccato, una realtà che si protrae per tutta la vita e che deprime sino alla disperazione.

Il fedele neocatecumenale necessita di incessanti drammi e di peccati di una certa importanza da poter annunciare con atteggiamento altero - quasi si trattasse di un vanto e non di un vizio di cui liberarsi -, solo così può evitare di essere ritenuto un superbo.

Durante questi eventi ho veduto il volto più luttuoso del cammino: gente disperata (sconsolata e oppressa da un pianto incessabile), isterica (tremante, colta da un nervosismo irrefrenabile), crudele (accusatori furenti). Nessuna consolazione, solo l'inconfondibile ombra di quella obbligatorietà al peccato che rende schiavi!

Perchè vi incastrate così cari neocatecumenali? Non vi rendete conto che vi viene assicurata la libertà da un prigioniero alla perseverante ricerca degli onori, della riuscita ad ogni prezzo dei suoi disprezzabili obiettivi? Kiko è uno schiavo che a causa della ripetitività dei suoi peccati (infatti ancora illude e svia anime) è giunto a perdere anche la sua dignità.

Il cammino è segnato dall'ingiustizia, uno stato pietoso che sospinge a peccare contro la carità. Pertanto, allontanandosi dalla legge morale, l'uomo attenta alla propria libertà, si fa schiavo di se stesso, spezza la fraternità coi suoi simili e si ribella contro la volontà divina.

Gv 8,32: "la verità vi rende liberi".

Kiko non può consegnarvi la libertà, perché in lui alberga palesemente la schiavitù della menzogna!




mercoledì 8 marzo 2023

Il peccato "insegnato" da Carmen Hernandez e sue eventuali conseguenze pratiche

Il pensiero di Carmen Hernández riguardo al peccato lo si può dedurre dagli Orientamenti del 1972 per le equipes dei “catechisti” del Cammino (come da pagina web www.internetica.it/neocatecumenali/sensopeccato-riconciliazione.htm, da cui sono tratte le citazioni che seguono).

La confessione nelle "casette" tanto disprezzate da Carmen

 Dice Carmen: “La Chiesa primitiva considerava peccato mortale quasi unicamente l’apostasia, ossia, la negazione del cammino o l’uscita da esso, perché l’uomo durante il Cammino è debole e cade, ma senza uscire dal Cammino… Per questo la Chiesa primitiva non pone l’esame di coscienza al termine del giorno, come fu più tardi introdotto dai Gesuiti, ma invece al mattino al momento di alzarsi, perché convertirsi è porsi davanti a Dio quando si comincia a camminare” (p.128).

E anche: “Dobbiamo spiegare un poco come con Costantino si entrerà nella Chiesa delle masse, perdendosi quindi la sensibilità della comunità. Non si vede più una comunità che cammina in costante conversione sotto gli impulsi dello Spirito Santo. Vediamo persone che peccano individualmente che sono assolte individualmente e, in seguito, vanno a comunicarsi… Ma tutta una comunità in conversione, che si riconosce peccatrice non la vediamo” (p.145).

E ancora: “Con il Concilio di Trento, e dal XVI al XX secolo tutto rimane bloccato. Appaiono i confessionali, queste casette sono molto recenti. La necessità del confessionale nasce quando si comincia a generalizzare la forma della confessione privata, medicinale e di devozione portata dai monaci… Chi mette i confessionali dappertutto è San Borromeo. Con dettagli che riguardano anche la grata… Adesso comprendete che molte delle cose che diceva Lutero avevano fondamento” (pag. 174).

E: “Ma a Trento si punta tutto sulle essenze, sulla efficacia, e si perde di vista il valore sacramentale del segno. Per questo è lo stesso fare la comunione col pane o con l’ostia che non sembra più pane ma carta, che il vino lo beva uno solo o che lo bevano tutti perché essenzialmente il sacramento si realizza lo stesso”.
“Si vedrà dunque molto l’efficacia del sacramento della penitenza per perdonare i peccati e l’assoluzione diventa un assoluto. Così la confessione acquista un senso magico in cui l’assoluzione di per se sola è sufficiente a perdonare i peccati. L’assoluzione ti perdona i peccati e tu resti tranquillo.

Così abbiamo vissuto la confessione: per l’efficacia assoluta del sacramento si perde di vista il valore sacramentale che è quello che ti fa capace di ricevere questo perdono. Questo passa in secondo piano rimanendo in primo piano e come essenziale il semplice confessare i peccati e ricevere l’assoluzione” (pag. 175). E si potrebbe continuare.

Sembra quasi che per Carmen il peccato individuale non abbia molta importanza o, addirittura, non esista come vero peccato, ma se il peccato non è individuale, allora non esiste l’inferno, perché Dio non può permettere che si danni individualmente chi non ha peccato individualmente.

Di fatto, fin da quando ho iniziato a conoscere il Cammino Neocatecumenale attraverso i suoi aderenti, mi ha colpito come, in contrasto con lo zelo che essi dimostravano per il Cammino, riguardo al peccato sembravano quasi lassisti.

E quando seppi che, a chi iniziava a “camminare”, spesso nessuno parlava di peccato con chiarezza, tanto che poteva capitare che alcuni potessero vivere in stato di peccato grave senza che nessuno gli dicesse niente (mi chiedo se costoro si accostavano alla Comunione), la mia perplessità è aumentata.

Perché questo silenzio sul peccato? Forse per paura di sconvolgere qualcuno? Eppure su altre questioni i camminanti erano tutt’altro che morbidi, erano, anzi, molto provocatori.

Un modo di fare, questo, che sembra funzionale alla formazione di adepti che, prima che alla Chiesa, devono essere condotti al Cammino, per influenzare la loro percezione della Chiesa.

Non che i primi anni di catechesi rendano necessariamente i fedeli del Cammino degli eretici, anche perché alcuni di loro hanno in precedenza avuto una solida formazione cattolica, ma tendono a influenzarne le percezioni anche quando sembrano essere in contrasto con il sentire della Chiesa, come quando i camminanti percepiscono la parola “santità” come sinonimo di “superbia”.

Di fatto ho notato che a volte i camminanti sembrano percepire il peccato in modo diverso dalla Chiesa, quasi come fosse normale, e non solo perché la nostra natura è incline al peccato tanto che anche il giusto pecca “sette volte”, ma anche nel rapporto di relazione tra Dio e l’uomo, come fosse in se stesso necessario.

È come se i camminanti percepissero le parole di Gesù: “Quello a cui si perdona poco ama poco” (Lc 7,47) non come una lettura realistica di ciò che, di fatto, accade generalmente, ma come una legge spirituale che afferma che, a chi pecca poco, gli è perdonato poco e perciò ama necessariamente poco.

Ma se un “giusto” ama poco, non è perché gli è stato perdonato poco, ma, viceversa, gli è perdonato poco perché ha amato poco, secondo le parole di Gesù: “Le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato” (Lc 7,47).

Eppure basterebbe formarsi secondo la dottrina della Chiesa per capire che, a colui che Dio perdona poco, non è tanto perché a lui Dio offre una minore grazia del perdono, ma perché si è “pentito poco” e poco ha avuto dolore per i suoi peccati, mentre colui a cui Dio perdona molto, è perché si è “pentito molto”, provando molto dolore per i suoi peccati.

Dio, infatti, o poco o molto, perdona sempre con TUTTO l’amore a tutti coloro che si pentono di cuore sotto l’influsso della grazia, solo che l’efficacia del suo perdono è proporzionata all’amore dell’uomo e perciò al suo pentimento.

Infatti nei giusti, come dimostrano Maria Vergine e tutti i santi che una volta pentiti non hanno commesso più peccati se non piccolissimi, la mancanza di peccato favorisce l’apertura alla grazia e l’accettazione della grazia.

Non è infatti il peccato a originare la grazia e perciò il perdono, ma è la grazia del perdono divino a cancellare il peccato.

Altrimenti la percezione del peccato è simile a quella di tanti non credenti, per i quali, per sapere cosa è il bene occorre prima sperimentare il male.

Ma nessuno può avere coscienza del male più di Dio, che è il Sommo bene, solo che la coscienza che Dio ha del male è intellettiva e non dovuta all’esperienza.

Anzi, l’esperienza diretta del peccato, ostacolando la conoscenza del bene sia a livello intellettivo che a livello di esperienza, tende a confondere il giudizio della coscienza.

Perciò, se un peccatore pentito ama Dio di più di un “giusto”, è perché il “giusto” si è intiepidito, cioè si è quasi fermato, cosa che si verifica spesso (ma non per una legge spirituale assoluta), come dimostra il fatto che, di solito, il fervore verso Dio cala al calare delle prove e aumenta al loro aumentare.

Come nei farisei che, pur essendo, come i camminanti, molto zelati riguardo alle regole (che spesso erano anche sbagliate) della loro “aggregazione”, si erano intiepiditi riguardo al peccato tanto da percepirlo in modo sbagliato, cosa che si rendeva evidente nel loro zelo verso il loro “cammino” come fosse l’autentica interpretazione della Legge.

venerdì 23 dicembre 2022

Il diabolico errore della "salvezza attraverso il peccato"

Qui la versione inglese dell'articolo a cura del blog "Neocatechumenal Way in the USA".

Per capire uno degli aspetti più pericolosi della mentalità neocatecumenale - quello che chiameremmo "la salvezza attraverso il peccato" -, è necessario fare una lunga premessa, ricordando cose che dovrebbero essere note a tutti i cristiani fin dai tempi del catechismo dei bambini.

 La Chiesa ci ha sempre insegnato che la natura umana è "ferita dal peccato". Questa ferita implica che nella storia umana sono entrate anche la morte, le malattie, la sofferenza... e tutta un'altra serie di conseguenze che danno luogo a incidenti, a sofferenze innocenti, a una continua inadeguatezza di ogni anima davanti a Dio. Le sole eccezioni sono quella di Nostro Signore (vero Dio e vero uomo, che ha condiviso con noi la natura umana in tutto fuorché nel peccato) e la Beatissima Vergine (che per particolarissima grazia divina fu esentata dal peccato originale - e quindi visse senza minima ombra di peccato -, poiché Nostro Signore non poteva incarnarsi in una storia umana macchiata dal peccato).

Noi cattolici dunque sappiamo di essere peccatori, "inclini al peccato", oltre che anche vittime (purtroppo spesso) del peccato altrui, delle ingiustizie della società umana che in quanto tale sarà sempre imperfetta, dell'inimicizia della natura (calamità, maltempo, animali feroci o virus nocivi)... E sappiamo anche che il rimedio è nell'accogliere il più possibile la divina grazia, sforzandosi di non peccare, sforzandosi di moltiplicare gli atti virtuosi (anche i più piccoli e apparentemente insignificanti), perché più opere buone compiamo (di preghiera, di carità...), e più rendiamo facile a noi stessi l'accogliere la grazia che ci viene continuamente offerta. E siccome non siamo tutti "forti" spiritualmente, non ci meravigliamo di "cadere" spesso nel peccato: semplicemente facciamo di tutto per rialzarci, cerchiamo continuamente di iniziare una nuova vita ("convertirci"), anche se solo di un pelino più vicina a Dio di quanto di meglio avessimo vissuto fino al giorno prima. Ogni passo in più verso Dio porterà frutto, anche se in futuro dovessimo pasticciare parecchio (e abbiamo fiducia in Dio perché si è degnato talvolta di salvare anime perse che però in qualche periodo della loro vita avevano compiuto del bene o erano state sinceramente devote della Madonna; dunque ogni opera buona, anche la più piccola, potrebbe essere fondamentale per la nostra salvezza).

Premesso tutto questo, si capisce che è un'assurdità il pensare che per accogliere la grazia sarebbe necessario prima "fare esperienza del peccato". Sarebbe come a dire che un bicchiere andrebbe preso a martellate in modo da riaggiustarlo per renderlo adatto a bere: è un'assurdità, un'asineria mostruosa.

Ora, è pur vero che nel caso della natura umana e della grazia che la "aggiusta", "i pezzi di ricambio sono migliori degli originali". Il peccatore che accoglie la grazia si trova in una condizione addirittura migliore di chi non ha mai peccato (ce lo dice Nostro Signore nel Vangelo in diverse occasioni, anche quando dice che c'è più gioia nei cieli per un peccatore convertito che per tanti "che non hanno bisogno di conversione", cfr. Lc 15,7). Ma questo non significa mai che per avvicinarsi a Dio sarebbe necessario crogiolarsi nel peccato. È una mentalità profondamente sbagliata, perché inverte le premesse con le conclusioni. Peccare ti allontana da Dio, è indiscutibile. E comunque siamo mortali, cioè seguendo quell'assurda mentalità potresti ritrovarti ad aver peccato ma a non aver avuto il tempo di convertirti. Peraltro siamo tutti - tutti, anche i santi - già qualificabili come peccatori, come inclini al peccato, come bisognosi della grazia, per cui non c'è mai motivo, tanto meno necessità, di "peccare" per poter fare esperienza della grazia. Non c'è mai motivo di "allontanarsi da Dio" come passo necessario per preparare un "avvicinarsi a Dio".

Ebbene, nell'insegnamento del Cammino Neocatecumenale fanno sembrare "necessario" fare "l'esperienza del peccato" per poter accogliere la grazia.

Di fronte al caso di neocatecumenali pubblici peccatori, i cosiddetti "catechisti" del Cammino ti fanno credere che fosse necessario peccare per poter finalmente assaporare il perdono di Dio. Invece noi cattolici sappiamo che non è mai "necessario" peccare, e che non è la quantità e la qualità dei peccati a produrre l'esperienza del perdono. (Quando certi grandi peccatori si sono convertiti, si sono resi conto della misericordia del Signore proprio perché si rendevano conto - e si erano veramente pentiti - delle proprie malvagità: ma questo non implica che per avvicinarsi alla gloria di Dio dovessero assolutamente peccare, e loro stessi, nell'assaporare la misericordia, se ne rendevano finalmente conto: "tardi ti amai", sospirava sant'Agostino).

Quando nel preconio pasquale si canta "felice colpa, che meritò tale e così grande Redentore", non si sta affermando una necessità dell'avere "colpa" per poter ottenere la Redenzione ma si sta parlando della libera e misericordiosa opera di Dio, e noi si resta colpiti dall'immensità di tale misericordia perché durante la nostra vita abbiamo avuto tante "colpe". Che non erano né necessarie, né utili.

Ribadiamo qui che come in ogni setta eretica, anche nel Cammino avviene che gli errori più madornali vengono nascosti dietro paroloni tanto altisonanti quanto fumosi. Così come il tipico kikos a parole proclama di amare il Signore nell'Eucarestia ma nei fatti agisce come se non credesse alla presenza reale di Nostro Signore nel Santissimo Sacramento, allo stesso modo il tipico kikos a parole proclama di evitare il peccato e di rifugiarsi nella misericordia del Signore ma nei fatti agisce come se gli fosse stato continuamente insegnato che per fare esperienza di quella misericordia deve prima lasciarsi andare al peccato.

Infatti il laico Kiko Argüello Wirtz - che si autodefinì «il Vostro Catechista» e addirittura «Giovanni Battista in mezzo a voi» - proclama che «l'uomo non può non peccare» (ossia che il tipico kikos non deve sforzarsi di fuggire le tentazioni e non deve resistere al peccato), proclama che la confessione dei peccati mortali sarebbe facoltativa e rinviabile a piacere, ecc., proprio come se autorizzasse (anzi, invogliasse) i suoi adepti a crogiolarsi nel peccato prima che possano dire di aver fatto esperienza del perdono.

E infatti da un lato abbiamo la tipica parlantina neocatecumenalizia: «il Signore mi ha perdonato da aborti risse divorzi discoteche omicidi droghe» (soprattutto da parte di gente che non avrebbe mai compiuto cose del genere), dall'altro lato abbiamo l'autoassoluzione di comodo, come quando il tipico kikos dice: «eh, quando il Signore mi toglie la mano dalla testa, ne combino di ogni!» (come se fosse stato il Signore a imporgli di peccare).

Dobbiamo anche dire che Kiko e Carmen non se lo sono inventato, questo diabolico concetto della necessità di peccare come preludio all'esperienza del perdono (diabolico perché il peccare viene indicato come "necessario" mentre il perdono potrebbe anche non avere occasione o condizioni di avverarsi), e che risale almeno a diversi secoli prima.

Vogliamo qui ricordare il caso degli ebrei che credettero in un falso (e sedicente) messia, tale Sabbatai Zevi, vissuto nel XVII secolo, il quale fu catturato dai musulmani che gli imposero o di convertirsi all'islam o di farsi decapitare. Il soggetto - che fra i correligionari ebrei si era spacciato come il messia e aveva creato attorno a sé un discreto movimento di ebrei che non avevano riconosciuto Cristo e però seguirono Zevi - indovinate cosa fece? Si convertì all'islam.

I suoi seguaci inventarono dunque un articolatissimo "spiegone": dissero che si era convertito solo esteriormente, e che quindi per avvicinarsi a Dio occorreva prima scendere negli abissi del peccato, e da lì poi risalire, e che quindi il grosso peccato dell'abiurare la fede - peccato pubblico, scandaloso, oltre che ipocrita per finzione - serviva appunto per fare "esperienza del peccato". Seguirono poi altri falsi messia, che attirarono a sé numerosi altri ebrei nei decenni e secoli successivi, e tutti ad elaborare in modo sempre più macchinoso quell'assurdità, organizzando orge e altre robacce, al fine di fare in privato "esperienza del peccato" (l'antinomia, cioè l'andare contro ogni legge) ed esperienza dell'ebraismo, e in pubblico fare la figura dei bravi convertiti all'islam o al cattolicesimo. Ne parla estesamente Maurizio Blondet nei suoi saggi, tra cui I fanatici dell'apocalisse e Cronache dell'anticristo, letture che consiglierei in quanto non richiedono lauree in teologia per essere capite, rispetto ad altri testi più enciclopedici ma che richiedono un po' di infarinatura culturale.

Ora, si nota quello stesso madornale errore nella mentalità neocatecumenale direttamente derivata dalla predicazione di Kiko e Carmen, instillandolo in maniera subdola.

Quando Kiko dice che occorre fare l'esperienza del peccato, del sentirsi peccatori, sta insinuando proprio che i suoi adepti dovrebbero crogiolarsi nei peccati. Non sta insegnando a fuggire le tentazioni, non sta insegnando a ricorrere il più possibile a ricorrere agli strumenti principali della grazia (i sacramenti), sta solo parlando genericamente di detestare sé stessi, senza che ciò abbia un nesso con l'accogliere la grazia (e infatti nelle comunità è tipico il cominciare le proprie omelie laicali dicendo: "mi faccio schifo..."). Per quante mille volte Kiko blaterasse di grazia, dell'amore del Signore, della misericordia, del perdono, la mentalità neocatecumenale è sempre quella di un cupo pessimismo, un crogiolarsi nel peccato, un arrendersi con "tanto l'uomo non può non peccare, il peccato è inevitabile" (sottinteso: "che mi sforzo a fare? perché dovrei fuggire le tentazioni se l'uomo è irrimediabilmente peccatore?"). E quindi anche blaterando di "il Signore perdona sempre", i kikos restano infognati nell'odio a sé stessi anziché nel collaborare alla divina grazia.

Questa mentalità pessimista e autolesionista è utilissima ai capicosca del Cammino, giacché rende i fratelli delle comunità "zombificati", "lobotomizzati", incapaci di usare la propria libertà, capaci solo di autoflagellarsi (spiritualmente) e di farsi guidare come marionette dai burattinai interessati a decidere come devi vivere la tua vita, il tuo lavoro, i tuoi studi, la tua vocazione, e soprattutto i tuoi soldi. E per alimentare tale mentalità, oltre alla predicazione apocalittica e funerea, ci sono i vari "giri di esperienze", "scrutini", eccetera, a cui tanti kikos si inventano peccatoni super-giganti perché altrimenti i cosiddetti "catechisti" ti giudicano come uno che ha qualcosa da nascondere.

Da notare che nell'esperienza della Chiesa, anche nel parlare della bruttura del peccato, si ricorda sempre che il singolo è chiamato a ravvedersi, e che grazie ai sacramenti (vissuti nelle dovute disposizioni) può sempre rinascere come uomo nuovo. Nella Chiesa il peccato non viene né spettacolarizzato, né trasformato in punto d'appoggio per un pessimismo autolesionista, né considerato "necessario" per salvarsi.

Questa fissazione kikiana-carmeniana del far sciorinare in pubblico i propri super mega peccatoni, del parlare in termini positivi del fare esperienza del peccato, è una cosa che ci ricorda il tentatore nel giardino dell'Eden: «diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male...» (cfr. Gn 3,1-7) senza dire che quella "conoscenza del male" era l'inimicizia con Dio. Quando la Chiesa dice che occorre riconoscersi peccatori, sta parlando di un moto dell'anima che riconosce i propri peccati e desidera avvicinarsi a Dio. Cioè la Chiesa ti ricorda i peccati che hai già commesso, Kiko ti dà il bonus per compierne altri. La Chiesa ti invita alla conversione del cuore e a guardare avanti, Kiko ti invita a guardarti l'ombelico, a guardare sempre i tuoi peccati, a dichiararti peccatore senza che ciò implichi un tuo sforzo per convertirti. (E così va a finire che una donna che avevi perso di vista da anni, si infogna nella setta neocatecumenale, e ti telefona per urlarti "sono una peccatrice, sono una Caina!!" e tu al telefono che non riesci a capire se ha seri problemi mentali o se ha appena cominciato a raccontare una barzelletta grottesca).

Ecco perché Kiko va ereticamente insegnando che: «il Signore ti ha già perdonato... poi, domani, se vuoi, sigillerai [in confessione]». Kiko insinua che il Signore ti avrebbe "già perdonato" (sottinteso: anche se non sei pentito, è un "perdonismo automatico"), per cui puoi restartene con l'anima macchiata di peccati, tanto poi "domani" (cioè chissà quando), "se vuoi" (cioè quando proprio ti andrà a genio, cioè alle calende greche), "sigillerai" (parolone altisonante perché evidentemente a Kiko dispiace troppo dire che il singolo abbia bisogno della confessione: dopotutto il Cammino ogni 40-60 giorni ti organizza le "penitenziali", no?, la confessione potrà attendere, la "comunione seduti" pare solo una distribuzione di un "sacro snack di unità fraterna" fattibile anche in stato di peccato mortale, tanto -come dice Kiko- l'uomo non può non peccare).

Nota a margine: c'è anche una spiegazione umana a quella sbagliatissima mentalità. Ed è il fatto che il peccatore che non si adopera per rialzarsi è un comodissimo burattino, anche dal punto di vista psicologico. Ecco perché il Cammino instilla a poco a poco una concezione pessimista e funerea delle cose della vita, un delegare ogni sforzo mentale e spirituale alle arroganti e insensate direttive dei cosiddetti "catechisti", un'autorizzazione ad autoassolversi comodamente ("quando il Signore mi toglie la mano dalla testa...") e nello stesso tempo fingersi agnellini candidi e mansueti (vengono qui a vantarsi di quanto digiuno quaresimale hanno fatto e poi la loro vita è tutto un vendicarsi, un calunniare, un fare porcherie in famiglia e nella società, un negare l'evidenza quando sia scomoda al Cammino, a costo di mentire e ingannare, "tanto il Signore perdona sempre, e poi il Signore salva a grappoli, e poi il Signore ti salva se fai bene il Cammino cioè paghi la Decima e vai alle convivenze...").

venerdì 11 novembre 2022

Coerenza evangelica – Incoerenza neocatecumenale


 Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Veterano: 


"fatemi vedere dopo la grazia sacramentale il cambiamento di costumi e, la trasformazione in meglio, fatela conoscere con la purezza della vita. 

c’è bisogno di una dimostrazione evidente che faccia riconoscere l’uomo novello, affinché distinguiamo con segni evidenti l’uomo nuovo da quello vecchio. Penso che questi siano i moti deliberati dell’anima, per cui essa si stacca dalla vecchia consuetudine, si mette in una via nuova, fa vedere chiaramente ai suoi conoscenti d’essere diventata tutt’altra e non conserva più segno di quel che era prima. 

Prima del battesimo c’era un uomo scostumato, avaro, rapace, oltraggiatore, bugiardo, calunniatore e con altri simili vizi. Adesso diventi modesto, sobrio, contento della sua roba, anzi generoso a soccorrere i poveri, sincero, rispettoso, gentile nel parlare ed esercitato in ogni lodevole attività. Perché come con la luce scompare il buio e non si vede il nero se viene dipinto in bianco, così l’uomo vecchio scompare quando si adorna delle opere di giustizia……………………………Tale deve essere la rinascita: troncare la consuetudine del peccato e vivere da figli di Dio, poiché tali siamo diventati con la grazia del battesimo” (S. Gregorio di Nissa, Disc. Sul battesimo di Cristo). 


Risuonano spesso nella memoria, ancor oggi a distanza di tanto tempo, le parole uscite dalla bocca di Kiko: “Mica sei entrato nel Cammino per diventare santo?”. D’impulso verrebbe da rispondere: “No, sono entrato per diventare peggiore di prima!”. Ma di norma si resta muti e basiti. Con simili frasi - una oggi, una domani - Kiko è solito forgiare, pian piano i suoi. Dopo qualche anno ciascuno sa cosa lo aspetta nel neocatecumenato. Questa nuova consapevolezza si accompagna - nel 90% dei casi, più o meno - ad un totale asservimento mentale, psicologico e spirituale, anche questo perseguito ad arte da Carmen e Kiko, una vera e propria strategia. Se solo il cervello si connette e provi a dialogare o peggio ancora ad eccepire, vieni subito irretito:
“Il Cammino si fonda sull’obbedienza ai catechisti, senza pensare”;
“Pensi forse di essere più intelligente di me?”;
“Tu devi essere legato a noi”. 


Col tempo te lo spiegano bene cosa significa essere “legato”. Devi aver rinunciato a tutto, lasciato tutto, per dipendere totalmente dal Cammino, in primis sul piano economico – fondamentale per laici non consacrati -, tu e la tua famiglia (cosa gravissima, rispetto alle responsabilità e doveri verso i figli e che ti rende completamente ricattabile). Poi viene tutto il resto. Ecco che ora la loro dottrina può impregnarti del tutto, Questo il loro scopo primario. E tu ti presti a sperimentarla su te stesso e a trasfonderla – pari pari – agli altri. Con i frutti deleteri e marci di cui su questo Blog abbiamo ampiamente e dettagliatamente rendicontato nel dettaglio.


Quante volte abbiamo detto o sentito dire, anche comunemente: “Mica sono un santo?”. Frase per giustificare nostri o altrui comportamenti che non corrispondono a ciò che è scritto nei Vangeli che non tolgono niente, ma indicano all’uomo una vita migliore per essere felici: “Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15, 11; cfr. Dt 5, 33) e santi come Dio: “Santificatevi dunque e siate santi, perché io sono il Signore, vostro Dio” (Lev. 20, 7; cfr. Lev 11, 44-45; 19, 2; Mt 5, 48; Gc 1, 4). Il pensiero che non siamo chiamati alla santità, e quindi la convinzione che non possiamo nulla contro la nostra precarietà, è un qualcosa che ha sempre cercato di farsi strada all’interno della Chiesa Cattolica, ma non ha mai trovato spazio come è avvenuto, invece, nella chiesa protestante. 

Interessante mettere in relazione due frasi che hanno pronunciato prima s. Agostino e dopo Lutero: 

Pecca fortemente, ma ancor più fortemente confida e godi in Cristo (s. Agostino). 


Sii peccatore e pecca fortemente, ma più fortemente credi e godi in Cristo che è vincitore del peccato della morte e del mondo (Lutero). 


Come si vede due frasi analoghe, molto simili, anzi molto probabilmente Lutero ha ricopiato, riadattato e fatta propria quella di s. Agostino per dimostrare ancora di più che il suo pensiero era cattolico, perché espresso precedentemente da uno già riconosciuto “Dottore” della Chiesa. Questo dimostra che i proverbi, le frasi famose, i detti sapienziali, specialmente quelli inerenti alla religione e quindi al mondo spirituale, non devono essere usati come verità assiomatiche non passibili di errori di interpretazione, ma bisogna calarli nel contesto del discorso o collegarli al concetto che l’autore sta trattando conformemente alla sua spiritualità. 

Grazie a Dio s. Agostino ha anche detto “Ama e fa ciò che vuoi” ridimensionando e gettando luce sulla precedente affermazione, perché è sicuro che chi Ama veramente Dio, Ama anche l’altro e non ha più alcuna intenzione, con volontà ferma, di peccare; chi pecca uccide il prossimo e Dio in se stesso. Si coniuga perfettamente la regola rabbinica fondamentale di non interpretare mai nulla nella Scrittura contro la gloria di Dio. 

Ora, come interpretare la doppia affermazione di s. Agostino? 

Che la “passione” per Cristo deve superare la passione per il peccato, perché il godimento che si prova con Lui supera notevolmente quei promessi piaceri corruttibili che poi si rivelano fittizi quando si pecca. Agostino era certo di rivolgersi ad un popolo di peccatori ai quali vuol far conoscere la Buona Notizia del Vangelo! Agostino li vuole conquistare e introdurre nel Regno dei Cieli: anche per loro c’è un posto nella Chiesa. Da buon conoscitore di se stesso (tutti conosciamo la sua vita prima della conversione e quante lacrime è costata a s. Monica) sa con certezza che la “passione” per Cristo riesce a dissipare come nebbia al sole ogni altra passione mondana e che, se si comincia a godere di Lui che è la “Parola” vivente, come sarà mai possibile continuare a stare nel peccato?

Pecca fortemente, ma ancor più fortemente confida e godi in Cristo

Agostino non pretende un cambiamento moralistico dei peccatori, li farebbe scappare immediatamente da lui e dalla Chiesa, ma dà un consiglio da fratello maggiore: quello di godere di Cristo. Il successivo abbandono dei peccati è solo una sicura conseguenza che provvisoriamente viene nascosta all’interessato. La frase di Agostino comincia con un presente: Pecca fortemente, per arrivare ad un futuro prossimo ma ancor più fortemente confida e godi in Cristo e noi possiamo aggiungere con il senno di poi: affinché non pecchi più, in accordo con quanto dice diverse volte Cristo: “E non peccare più” (Gv 5, 14; Gv 8, 11) o quanto afferma sempre Giovanni nella sua lettera: “Chiunque è nato da Dio non commette peccato, perché un germe divino dimora in lui, e non può peccare perché è nato da Dio” (1 Gv 3, 9). 

All’opposto, la frase di Lutero è molto ambigua perché comincia con un futuro: Sii peccatore condizione imperativa che regna sulla vita di ogni persona che pecca fortemente. E’ vero che continua ma più fortemente credi e godi in Cristo che è vincitore del peccato della morte e del mondo, ma questo contraddice il “Sii peccatore”.
Questa triste condizione per i protestanti dura tutta la vita e non se ne può in alcun modo uscir fuori con la nostra volontà. Non esiste la confessione, il perdono sacramentale, ma solo “La Grazia”.
Ricordo che per i protestanti esistono solo due sacramenti: Il Battesimo e l’Eucarestia visti come “segni” e non perfetti dispensatori della “Grazia santificante”. E nell’Eucarestia non credono alla presenza reale di Cristo.

Ma Kiko fa qualcosa di peggio. Perché si inserisce lui e si pone come unico mediatore tra il riconoscersi peccatore e la salvezza con l’annuncio del suo Kerigma. Tutto passa per l’”udito”: ascoltare e credere e - di pronto – si genera la “creatura nuova” e inizia la “gestazione”. Utero è la “piccola comunità” nella parrocchia, cordone ombelicale i catechisti che tutto comandano e ci si salva a grappoli attraverso l’obbedienza cieca sempre ai propri catechisti.

Si fa un unico conto nella comunità neocatecumenale tra chi pecca “più fortemente” e chi meno e chi non pecca affatto. 

“Dio ti ama così come sei”.

         Violenta predicazione di Kiko,

              sensazionale ed emotiva

Che nel contesto diventa aberrante. Il Cammino è una gnosi, come ben descrive Lino Lista, ciò che conta è conoscere che sei un “peccatore che non può non peccare” per il quale ogni pretesa di migliorarsi è assurda, moralista, stigmatizzata da Kiko e Carmen e bandita dalle salette.

Come tu sei il Kerigma te lo mostra. E tanto basta.
A questo si riduce il Cammino. Il di più, ossia il desiderio di non più peccare la volontà di santificarsi, sono ridotti a pura superbia spirituale.

Cosa ne è, per costoro, di chi non ascolta il Kerigma kikiano e resta nell’ignoranza?
Di chi non entra nel C.N., come di chi ne esce?... ...alla buon’ora (visto che mai finisce né porta da nessuna parte)?
Non è dato saperlo.

Di quelli che chiamano “i salati”, nella migliore delle ipotesi, o “i giuda”. A seconda della collocazione nell’esaustivo disegnino kikiano che circoscrive e comprende l’intera umanità in una balorda semplificazione rapportata al Cammino. 

Tutto il mondo kikocentrico


Sii peccatore e pecca fortemente, ma più fortemente credi e godi in Cristo che è vincitore del peccato della morte e del mondo (Lutero).

       “La morte ma non peccati”

            San Domenico Savio


La frase di Lutero non si può interpretare in maniera rabbinica - non interpretare mai nulla nella Scrittura contro la gloria di Dio - perché contiene una contraddizione:  

Che si possa continuare ad essere peccatori e buoni cristiani contemporaneamente, perché i cristiani sono salvati per la grazia e non per le opere (Rm 11, 6; 2 Tm 1, 9). 

Parole di Paolo che interpretano a supporto della “teologia della giustificazione”, mentre non vogliono assolutamente mettere in opera la volontà a migliorarsi. 

Cosa che i protestanti e tutti coloro che aderiscono a questa teologia, non considerano fondamentale nè fattibile, anzi, credono che dietro questa volontà si nasconda quel moralismo e quella ipocrisia che molti cattolici mostrano con il loro comportamento e usando la Parola di Dio come arma per distruggere il prossimo. 




Oggi come allora, Cristo dice ai Farisei che sono ipocriti (12 volte nel vangelo di Matteo, una volta in Marco e due volte in Luca). 

Oggi e in tutti i tempi passati, questo pensiero protestante ha cercato di insinuarsi nella Chiesa Cattolica e molte volte riuscendovi; portando le persone a credere che ogni cosa che si potesse fare per il proprio innalzamento spirituale è un inutile volontarismo che non gioca a favore della salvezza, essa è già predestinata. Un certo estremismo protestante afferma che di sicuro, fin dal momento della nascita dell’individuo, è già predisposta la salvezza o la perdizione eterna. A conferma di questa teoria abbastanza dubbia, inverosimile e priva di senso, portano come riprova il salmo che dice: “Invano vi alzate di buon mattino, tardi andate a riposare e mangiate pane di sudore: il Signore ne darà ai suoi amici nel sonno” (Sal 127, 2).

Salmo che se si legge nella forma interlineare e dal suo inizio, si capisce immediatamente ciò che vuole dire: tutto è inutile se al centro della nostra vita non c’è l’avvento del regno dei cieli sulla terra, tutto il resto è vano perché sparirà con la nostra dipartita, come pula dispersa al vento per usare un’altra espressione di Davide (Sal 1, 4). D’altronde il salmo citato è rivolto ai Suoi amici, che hanno discernimento per intendere, e solo Abramo, in tutto il Tanak, è chiamato Amico di Dio e, per diventare tale, egli ha combattuto fortemente contro la mentalità del secolo per un continuo miglioramento, tant' è vero che il suo figlio è diventato immagine del figlio spirituale. 

Tutti i Santi e Padri della Chiesa Cattolica hanno confermato questo con espressioni che non lasciano spazio al dubbio (come abbiamo evidenziato in premessa): 

“Chi ha in se qualcosa di ingiusto non può essere considerato giusto, anche se crede in colui che ha risuscitato il Signore Gesù dai morti, poiché l’ingiustizia non può avere niente in comune con la giustizia, né la luce con le tenebre o la vita con la morte. Così, anche a coloro che credono in Cristo, la fede non può essere ascritta a giustizia se non depongono il vecchio uomo con le sue azioni ingiuste. Ugualmente, come la giustizia non può essere attribuita all’ingiusto, così neppure il pudore può essere attribuito all’impudico, l’equità all’iniquo, la generosità all’avaro, la pietà all’empio fino a che costoro non getteranno via i vecchi abiti dei vizi e non si avvicineranno all’uomo nuovo, creato secondo Dio, “che si rinnova, per una piena coscienza, a immagine del suo creatore” (Col 3, 10). Gesù “è stato messo a morte per i nostri peccati ed è stato resuscitato per la nostra giustificazione” (Rm 4, 25), per mostrarci che anche noi dobbiamo aborrire e respingere tutto quello che è stato motivo della Sua morte. Se infatti crediamo che egli è morto per i nostri peccati, come non considerare estraneo e avverso ogni peccato, a causa del quale sappiamo che il nostro Redentore è stato messo a morte? Se ancora manteniamo qualche legame o amicizia col peccato, dimostriamo di non tenere in nessun conto la morte di Gesù Cristo, abbracciando e seguendo proprio quello che egli ha combattuto e vinto. È stato messo a morte per i nostri peccati, ed è risorto per la nostra giustificazione. Se siamo risorti con Cristo, che è la giustizia, e camminiamo in novità di vita, cioè viviamo secondo giustizia, Cristo è risorto in noi, per la nostra giustificazione. Se invece non abbiamo ancora deposto l’uomo vecchio con le sue azioni, ma viviamo nell’ingiustizia, oso dire che Cristo non è ancora risorto per la nostra giustificazione, né è morto per i peccati nostri. Se credo questo, come posso amare quello per cui subì la morte? Se credo che egli è risorto per la mia giustificazione, come può piacermi l’ingiustizia? Cristo dunque giustifica soltanto coloro che, sull’esempio della Sua resurrezione, si sono rivestiti di una vita nuova, gettando via come causa di morte i vecchi indumenti dell’ingiustizia e dell’iniquità. -Dopo una breve disquisizione su cosa sia la Pace, conclude- Se uno dunque è in pace con Dio ed è riconciliato con il sangue di Cristo, non abbia più niente in comune con ciò che è nemico di Dio” (Dalle catechesi di Origene sacerdote). 


Su un’ultima cosa resta da interrogarsi: come mai il Divino Maestro riservi le sue espressioni più dure proprio alla classe dirigente (leggi, nel nostro caso, quelli che reggono e comandano nel Cammino: Kiko, gli iniziatori e gli itineranti e tutti i presbiteri a codazzo). 

Si compie che sulla Cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei ipocriti… e questi falsi profeti e maestri, mentre pretendono di salvare gli altri, perdono rovinosamente per primi se stessi.

Gesù Cristo, per far notare che questo processo non è avvenuto nella classe dirigente dell’epoca, li denuncia dicendo: “Allora il Signore gli disse: Voi farisei purificate l’esterno della coppa e del piatto, ma il vostro interno è pieno di rapina e d’iniquità; Stolti! Chi ha fatto l'esterno non ha forse fatto anche l’interno? Piuttosto date in elemosina quel che c’è dentro, ed ecco, tutto per voi sarà mondo” (Lc 11, 39-41).
I vangeli, come la Torah, sono sempre riferiti ad un tu, alcune volte ad un noi, ma mai ad un voi, quindi dobbiamo cercare innanzitutto di conoscerci e agire di conseguenza nel dare in elemosina l’usufrutto delle rapine e delle iniquità che il vangelo denuncia.

Sono prima gli annunciatori che devono mettere in pratica per se stessi!

Quali sono gli usufrutti della rapina e dell’iniquità che dobbiamo dare in elemosina? Ci viene incontro il Vangelo di Zaccheo che è stato iniquo e ha rapinato tutta la vita il suo prossimo: “Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto” (Lc 19, 8). Zaccheo sta distribuendo i suoi beni estorti con inganno, ma l’elemosina non è questa, piuttosto quella che fa verso se stesso: spogliarsi di ciò che lo rendeva iniquo e ladro affinché si rendano vere anche le parole di Paolo: “Ci preoccupiamo infatti di comportarci bene non soltanto davanti al Signore, ma anche davanti agli uomini” (2Cor 8, 21; cfr. Mt 5, 16; At 24, 16; Rm 14, 18). E se qualcuno con l’iniquità e la rapina non si è arricchito come Zaccheo, ma ne ha usufruito solo per acquistare potere e fama è la stessa cosa. Bisogna devolvere il loro usufrutto per gli altri, cioè facendo acquistare potere e fama a chi ci sta intorno e specialmente a Cristo ricordandoci le parole di Giovanni il Battista: “Egli deve crescere e io invece diminuire” (Gv 3, 30).


Ma costoro si sono messi al centro, e Kiko si è seduto sul trono.

Madre di ogni Grazia, ora pro nobis!


                                                                                                                   (da Veterano)

venerdì 30 settembre 2022

Queste cose vi scriviamo perché la nostra gioia sia piena

"Questo è il messaggio che abbiamo udito da lui e che noi vi annunciamo: Dio è luce e in lui non c’è tenebra alcuna. Se diciamo di essere in comunione con lui e camminiamo nelle tenebre, siamo bugiardi e non mettiamo in pratica la verità. Ma se camminiamo nella luce, come egli è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri, e il sangue di Gesù, il Figlio suo, ci purifica da ogni peccato. [...] Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto tanto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità. Se diciamo di non avere peccato, facciamo di lui un bugiardo e la sua parola non è in noi" (I Giovanni 1,5-10)

La presentazione della prima lettera di Giovanni in questa riflessione ha come obiettivo centrale l’osservazione ragionevole e ragionata della dissonanza tra quanto Dio riferisce ispirando il suo apostolo prediletto, e quanto interpretano e attuano i seguaci del movimento settario di Kiko Argüello e Carmen Hernández incistatosi nella Chiesa Cattolica. 

E per far ciò basterebbe anche la sola lettura di quanto Giovanni santamente sostiene.

Per una miglior comprensione, ricordiamo innanzitutto che Giovanni doveva avversare l'eresia gnostica, egli infatti assolveva il suo ministero in un contesto in cui stavano sorgendo delle false versioni del cristianesimo, diverse sia a livello dottrinale sia a livello di vita di fede.

Giovanni dichiara in sintesi che una vita trascorsa nel vizio, disonorando Dio, dicendo di essere in comunione con Lui mentre invece si cammina nelle tenebre, non è certamente la vita di chi ha ricevuto la luce e l’amore di Dio in sé.

La concezione del cammino sul peccato, la quale diverge con quanto incitato dal Vangelo di Giovanni, è esplicita e oramai nota, la sua dottrina afferma che l’uomo non può sottrarsi al peccato poiché ne è schiavo fino al punto  d'essere figlio del demonio. 

Per Kiko, l'uomo non può (e non deve!) uscire dal proprio status di peccatore operando il bene, con l'aiuto della grazia di Dio, ma è tenuto principalmente, e solamente, a riconoscere la propria miseria morale; da questa consapevolezza dovrebbero prodursi, a lungo andare, le opere di bene che il Cammino ritiene opportuno vengano prodotte: non altre, e non nei tempi che Dio vuole e che la Sua grazia suscita, ma secondo le cadenze imposte dalle tappe neocatecumenali.

Questa artificiosa forzatura pone nell'animo chi vi viene sottoposto il seme dell'infelicità che si espande progressivamente ad ogni tappa, causando la tipica espressione frustrata e sfiduciata (io la chiamo "carmeniana") contraddistinguente i neocatecumeni.

Circa la confessione della fede, che il Cammino pretende sia fatta davanti alla comunità nel corso degli scrutini e pubblicamente in occasione per esempio della Redditio, diviene in realtà una pubblica confessione di colpe di una certa gravità che potrebbero implicare malcontenti familiari o addirittura la distruzione della dignità personale o altrui. Una pratica discutibile e lesiva della privacy del fedele che determina difficoltà sociali e familiari non di poco conto. 

In tutto ciò il sacerdote è una figura assente, oppure si ritrova seduto proprio tra gli esaminati; da formatore, come vorrebbe il suo ministero, diviene formato, da controllore controllato; gli si vuole "rubare" il ruolo, annullandolo, e per questo lo si mette a sedere tra i discenti, dimenticando che un sacerdote, per piacere a Dio e compiere il proprio ministero deve poter stare separato rispetto al popolo.

Nessuno può porsi al di sopra del sacerdote o far credere che l'assemblea dei fedeli possa celebrare al suo posto o al suo pari. Ogni uomo può e deve essere utile al prossimo, ma lo sarà sempre in misura minore del sacerdote, quanta è la distanza che corre fra il corpo e l’anima.

Per riprendere il discorso del valore della penitenza e della riconciliazione: per Kiko e Carmen, è essenzialmente un fatto  comunitario, perché  non si riconosce al singolo la facoltà di emendarsi e la volontà di non ripetere il peccato.

Nulla ispira a non pentirsi dei propri errori, così vanificando anche quall'accenno mortificato di penitenziale che i neocatecumenali praticano periodicamente e comunitariamente nelle loro celebrazioni; secondo la loro concezione pessimistica e cinica,  non si può che ricadere ostinatamente nel proprio peccato ed anche il chiedere perdono o il perdonare sono atti solo rituali e dovuti, che non possono produrre un effettivo riscatto.

Eppure, mentre Kiko afferma che non si può evitare il peccato, san Giovanni evangelizza dicendo "chiunque è  stato generato da Dio non commette peccato."

San Giovanni risponde allo sviluppo preoccupante dell'eresia dicendo che la verità è evidente nella sostanza delle cose, innanzitutto nei fatti storici riguardanti la vita e l’opera di Cristo che debbono essere fedeli e rispettati e poi nel cambiamento di coloro che dicono di credere in Lui.

Una religione che non dà vita non serve. Allo stesso modo una professione di fede non supportata da una vita che ne dimostra l’autenticità, non è credibile.

San Giovanni invita ad un avveduto e oculato giudizio dei sentimenti risiedenti in noi. Ma ciò non può avvenire tramite degli scrutini condotti da catechisti formati da teorie oscure e criptiche che proclamano: "Sono il tuo catechista! Sono stato eletto e prescelto da Dio affinché discerna sulla tua vita!".

San Giovanni esorta piuttosto a non amare il mondo né ciò che vi è nel mondo. Attenzione bene a non cadere nella confusione a causa dei termini usati e dalle elaborazioni fantasiose e luciferine del cammino. Non si tratta di tenere le distanze dagli altri perché non facenti parte del cammino o di qualunque cerchia ristretta e settaria, ma bensì di avere la forza di non lasciarsi sedurre da tutto ciò che appartiene alla mentalità contraria a Dio. 

Il Signore ama infinitamente ogni uomo e desidera che a tutti sia donato il Vangelo sull’esempio di vita di Gesù, il Logos.

Che differenza da Carmen che sosteneva: “Cristo non è modello di santità per nessuno”!

Significa saper scegliere e discernere sul principio dell’amore e della giustizia, prendendo le distanze dai pensieri che inducono a peccare. E in comunità non vi è modo di spezzare le catene dell'errore, essendo che su di esso, sul peccato, è fondato l'intero percorso neocatecumenale.

"Chi non pratica la giustizia non è  da Dio":
sarebbe sufficiente questa frase del Vangelo per definire il cammino una realtà senza Dio.


Riporto un esempio tra i più rilevanti, ma potrei consegnarne innumerevoli: Kiko e Carmen hanno forgiato una dottrina immorale e perversa che reprime l'idea della denuncia. 

Tutti noi conosciamo, oramai perfettamente, quanta pressione psicologica compiano i catechisti a danno dei fedeli che dipendono dalla loro parola (senza nulla togliere alla responsabilità personale). Un processo che nasce dall'alto, dai vertici del cammino neocatecumenale.

Come non alzare la voce contro questo abuso? Come si fa ad asservirsi al silenzio connivente dietro un obbligo o non obbligo giuridico? In quanti hanno compromesso la propria anima pur di non vivere una situazione conflittuale con i catechisti? 

Evitare i rigori della giustizia non favorisce la consapevolezza del peccato e consente che il male proliferi e si diffonda. Ma, in effetti, se "il peccato è necessario" come comunica la ‘scienza kikiana’, perché mai imboccare la via della legalità e della redenzione spirituale?


Caro popolo di Kiko che ti sei piegato al compromesso riducendo la tua coscienza ad una larva, ho una notizia terribile per te: Dio è garante e difensore del grido soffocato degli innocenti!

Nell'ambiente la protezione di tutti i bambini, giovani e adulti vulnerabili, viene affidata ai catechisti, ai responsabili, alle comunità. E ciò risulta pericoloso e severamente grave.

Per questo motivo, se la Chiesa intende applicare contro l'abuso sessuale sui minori il "principio di tolleranza zero", non può evitare di indagare, scandagliare e studiare l'infido contesto neocatecumenale, giungendo a identificare finalmente la vera personalità dei due fondatori del contesto. E spero che la causa di canonizzazione intrapresa per Carmen sia il pretesto necessario. Il cammino non è al riparo dalla Santa Giustizia!

Tempo addietro ebbi un colloquio con un sacerdote dalla lunga carriera neocatecumenale ancora in vigore, si discuteva di abusi e ingiustizie. D’un tratto, per giustificare l'azione immonda di un catechista, affermò con voce tonante un concetto insidiosamente kikiano: "nessuno può fuggire il male, siamo tutti figli del demonio!".

In quel momento mi apparve chiara la motivazione per cui il simbolo del cammino fosse una scala discendente conducente ad una palude mortifera. Se assimili come precetto spirituale un'identità che non coincide alla figliolanza celeste, assumerai di conseguenza una condotta depravata e viziosa che ti farà tollerare addirittura la violenza inflitta ai piccoli. Ho visto intere comunità, formate da uomini e donne d'ogni età, dar contro alla vittima di una violenza soltanto perché era assetata di giustizia (inconcepibile per la concezione del ‘luogo’), e sostenere l’adempimente del male perchè ricoprente il ruolo di catechista, quindi percepito come prescelto dal Signore. A questo punto è lecito che mi chieda di quale "signore" parlino. La risposta che mi son data è raccapricciante.

Qual è la volontà di Dio, l'unica dotata di eternità? E’ la realizzazione in pienezza secondo il percorso di luce di cui Gesù è perfetto testimone: uomo compiuto e vero Dio. 

San Giovanni ci invita a ragionare sul fatto che sono presenti fra noi molti falsi profeti, cioè coloro che rifiutano il messaggio che ci è stato trasmesso nella fedele verità di Dio. Inutili sono le catechesi acclamate con forza, le parole seducenti, vestite di false luci anche se attraenti. L’unica Parola da seguire è quella di Gesù e in questa è necessario rimanere per non essere ingannati.

“La vita si è manifestata, noi l’abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza e vi annunciamo la vita eterna, che era presso il Padre e che si manifestò a noi; ciò che abbiamo visto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. E la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo. ” (I Giov 1, 2-3)

Comunione che per sua natura,
provenendo dall’amore del Padre e manifestata a noi attraverso Gesù, non può che essere condivisa allo scopo di giungere tutti alla pienezza della gioia.

Gioia compiuta perché condivisa (e non settaria). Gioia secondo il pensiero di Dio e non secondo la mentalità del mondo (o di un vanesio - Kiko - che nutre un amore disordinato per il proprio bene al di sopra di altri beni superiori). 

Gioia che non dipende dalle circostanze, dagli umori, dagli eventi ma dalla comunione con il Padre e con Gesù, che non trattiene nulla per se stesso, ma tutto si dona (e nulla ruba). 

Gioia che è perenne perché non dipende dai fatti della storia (e dai giudizi o dalle condanne dei catechisti) ma solo dalla verità dell’Eterno e che ci introduce alla vita eterna, così come l’ha rivelata Gesù Cristo

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Approfondimento con l'aiuto di Sant'Agostino: https://www.augustinus.it/italiano/commento_lsg/index2.htm


giovedì 4 agosto 2022

Piccolo promemoria riguardo al perdono

Gadget neocatecumenali
con illustrazione by Kiko,
per pensare al Cammino
anche quando vai al supermercato
Per evitare che i fedeli cattolici si facciano gabbare dalla pomposa e ipocrita parlantina neocatecumenalizia, ricordiamo qui alcuni punti riguardo al perdono cristiano.

1) il Cammino ti comanda di perdonare chi ti ha fatto del male... ma ti comanda anche di non perdonare mai chi ha fatto del "male" al prestigio del Cammino, ai soldi del Cammino, alla bella vita dei capicosca del Cammino. La grandissima ipocrisia neocatecumenale è quella di blaterare di "perdono perdono perdono", ma quando a dare scandalo sono dei pezzettoni grossi del Cammino, non chiedono mai veramente perdono. Infatti, nella superstizione neocatecumenalizia, i cosiddetti "catechisti" sono infallibili perché agiscono su "mandato" di Kiko e sarebbero assistiti nientemenoche dallo "Spirito", per cui anche quando sbagliano sarebbe un errore fatto "per il tuo bene".
È esattamente la definizione di ipocrisia: due pesi e due misure, voi bassa plebe kikiana siete costretti a "non resistere al male", ma il Cammino e i suoi capicosca "resistono sempre, anche a un male immaginario".

2) Nostro Signore ha riversato una gran quantità di insulti ai farisei («razza di vipere! ipocriti!...»): invece di "perdonarli" li insultava e quegli insulti sono Parola di Dio per la loro salvezza.

3) mai confondere il perdono con un generico perdonismo.
Nostro Signore ha minacciato la punizione eterna a coloro che non si fossero seriamente pentiti e convertiti, in un caso addirittura dicendo: «Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, è meglio per lui che gli si metta una macina da asino al collo e venga gettato nel mare» (cfr. Mc 9,42).
Oh, ma guarda un po' che combinazione: Nostro Signore considera certi peccati talmente gravi da meritare punizioni severissime. Di fronte all'aver creato danni irreparabili ad anime innocenti ("uno di questi piccoli"), che tipo di pentimento ci vorrà per scansare la severissima condanna espressa da Nostro Signore?

4) sì, lo sappiamo tutti che Nostro Signore ha detto che le anime sinceramente pentite potranno lucrare il perdono (ma non sarete mica così tonti da pensare che i peccatori non sinceramente pentiti si salverebbero, vero?): «Qualunque peccato e bestemmia sarà perdonata agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito non sarà perdonata» (cfr. Mt 12,31; la "bestemmia contro lo Spirito" è il rifiutarsi di credere che lo Spirito Santo può sanare, cioè equivale ad un rifiutare l'azione salvifica del Signore). Ma insistiamo a ripetere: può forse "salvarsi" colui che non si è adeguatamente pentito di ciò che ha fatto?

5) il perdono può forse confondersi con un fingere che il male non esiste? In altre parole: "perdonare" può mai significare "approvare il peccato"? (o addirittura "approvare che venga compiuto di nuovo"?)

6) nel Cammino si viene addestrati a pensare che il peccato consisterebbe solo nel "non far bene il Cammino". Invece, nella Chiesa Cattolica, si viene educati a riconoscere le tentazioni, a fuggirle, a riflettere sulla propria condizione di peccatori, a fare l'esame di coscienza, a chiedere perdono in confessione, a compiere opere di carità, a tentare per quanto possibile di rimediare ai danni fatti. Nel Cammino, invece, non solo si viene addestrati ad "autoassolversi" ("eh, sapete, quando il Signore mi toglie la mano dalla testa, ne combino di ogni!") ma addirittura si promuove (nel migliore dei casi) uno sterile attivismo interno che scimmiotta un po' il cristianesimo. Il Cammino si guarda bene dal fare ciò che fa la Chiesa Cattolica (la quale fa di tutto per dare ad ogni singola anima occasioni di salvezza e santità).

7) Nostro Signore non ha mai effettuato un "perdono automatico". Anzi, ha reagito. Per esempio, alla guardia che lo schiaffeggiò non diede il perdono, ma gli spiegò l'irragionevolezza del peccato evidenziandone la responsabilità personale: «Se ho parlato male, dimostrami dov'è il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?» (cfr. Gv 18,23). Ai farisei che desideravano ucciderlo non diede il perdono, ma li insultò: «voi che avete per padre il diavolo, e volete compiere i desideri del padre vostro...» (cfr. Gv 8,44).
Ai fratelli del Cammino, che più leggono il Vangelo e meno lo capiscono, questi passi sfuggono completamente. Per loro il perdonismo deve essere automatico, "anche se difficile", ma automatico. Naturalmente dev'essere super mega automatico qualora l'aggressore sia uno dei pezzettoni grossi del Cammino, che in quanto "mandati" da Kiko e "ispirati" da non si sa quale "spirito", credono letteralmente di avere l'autorizzazione a peccare. E chissà quanti di loro stanno già bruciando tra le fiamme dell'inferno, dopo essersi ribellati in punto di morte: "ma Signore, ma come ti permetti? io avevo il Carisma! io avevo lo Statuto! io avevo l'applauso di 153 grossi vescovi e pure del Papa! io laico esorcizzavo le città prima di evangelizzarle!"

Ah, quanti kikos sognano di farlo!