Quando si parla di ira è necessario distinguere tra sentimento (passione) e vizio capitale (peccato).
Il sentimento dell’ira, e cioè quella reazione che
istintivamente si prova dinanzi ad una determinata realtà quando la si
percepisce come un male da eliminare, non è né buono né cattivo. Come
tutti gli altri sentimenti, di per sé è neutro.
Di fatto diventa buono o cattivo dipendentemente dall’uso che se ne fa,
come il sentimento o passione dell’amore diventa buono quando si ama
Dio o il prossimo e diventa cattivo quando si ama il male e il peccato,
così l’ira può essere buona se ci si accende di sdegno per le cose sante
che vediamo profanate, oppure cattiva quando ci si adira a sproposito.
Quindi gli attacchi d'ira violenti e preventivi, se c'è il deliberato consenso e la piena avvertenza, si configurano come peccato mortale.
Dice infatti San Tommaso che l’ira, quando è antecedente, svia la ragione dalla sua rettitudine e quindi è peccaminosa.
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| Hieronymus Bosch "I sette peccati capitali": l'ira (dettaglio) (guarda caso, anche qui sedie che volano!) |
Kiko Argüello,
volutamente, semina la confusione anche in questo campo e, per poter
affermare che si può essere santi solo se peccatori, secondo la
concezione luterana, non ci pensa due volte ad attribuire ai santi la quotidiana frequentazione con il peccato mortale, in particolare quello dell'ira, ma anche quello della superbia e tutti gli altri peccati capitali.
Uno dei suoi soggetti preferiti è San Paolo, dal momento che si identifica personalmente con il grande Apostolo delle genti, ed in particolare uno dei suoi brani più bersagliati è quello celebre della seconda lettera ai Corinzi 12, in cui San Paolo parla della spina nella carne.
"Bene, chi sta in questo cammino pensando che il Signore ti toglie la croce, sei uno sciocco! Ma come te la toglie se è proprio quella che ti sta salvando, che ti sta ridimensionando, che ti fa essere umile. Ricorda S.Paolo. Dicono che avesse l'angelo di satana. Ma forse aveva delle crisi colleriche. Pensate un cristiano con le crisi colleriche! E queste crisi gli facevano perdere la faccia. Tutti pensavano che fosse un santo e invece si trovavano davanti uno che perdeva le staffe. Questo demonio lo umiliava, lo faceva soffrire e siccome soffriva tanto si decise a chiedere al Signore che gliele togliesse. E quasi idolatricamente suppongo che sia stato in ginocchio nella sua stanza. E prega al Signore: "Signore, toglimi questa croce, non ne posso più". Ma il Signore non risponde quella notte, continua così la seconda notte, digiuno ecc. La terza volta che lui lo fa con difficoltà il Signore gli risponde e gli dice: "Ma non sai che io sono forte nella tua debolezza? E tu vuoi che io te lo tolga?" Tutti vedono che tu sei uno schifo e allora la gente pensa che le comunità non sono opera di S. Paolo perché noi ci siamo avvicinati a lui e puzza. Ma allora è Dio? Infatti, Egli appare nella tua debolezza. E questo ti sta molto bene perché sei un superbo tremendo e vorresti che tutti i frutti dell'evangelizzazione venissero a te".
Ebbene, sono state fatte molte ipotesi sulla spina nella carne che tormentava San Paolo, ma la corretta esegesi ipotizza un problema fisico, una malattia e una debolezza corporale che nulla ha a che fare con il peccato o la volontà peccaminosa dell'apostolo.
Infatti scriveva San Paolo ai Corinzi (2 Corinzi 12:6-10)
"Certo, se volessi vantarmi, non sarei insensato, perché direi solo la verità; ma evito di farlo, perché nessuno mi giudichi di più di quello che vede o sente da me.L'Apostolo si riferisce ad una debolezza fisica, non certo a violenti e immotivati attacchi d'ira come ipotizza Kiko Argüello!
Perché non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un inviato di satana incaricato di schiaffeggiarmi, perché io non vada in superbia. A causa di questo per ben tre volte ho pregato il Signore che l'allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: «Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte."
Gesù infatti diceva san Paolo, che pregava d'essere sollevato da questo tormento, "ti basta la mia grazia" e lo stesso Apostolo, scrivendo ai Romani (6,1-2), li ammoniva: "Che diremo dunque? Continuiamo a restare nel peccato perché abbondi la grazia? È assurdo! Noi che già siamo morti al peccato, come potremo ancora vivere nel peccato?"
Insiste Kiko, che da sempre ha la "fissa" per San Paolo:
"Allora non potete immaginare quello che significa il potere che il Signore concede a noi, che siamo gente peccatrice, di questa Parola che noi riassumiamo nel Kerygma, la possibilità di annunziare il suo Vangelo, di donare la vita, donare la vita! A tanta gente Dio non lo permette. San Paolo dirà “A me, l’ultimo degli uomini, un aborto io sono, Dio mi ha dato questo ministero, mi ha dato accesso a questa liturgia, alla predicazione, a evangelizzare, evangelizzare”.Eppure l'apostolo Paolo diceva ai Filippesi: “Fratelli, fatevi insieme miei imitatori". E perchè poteva dirlo? Perché la grazia di Gesù gli permetta d'essere, con tutte le sue difficoltà d'uomo, un modello da raccomandare.
E non solo proponeva se stesso come modello, ma anche i propri discepoli.
Infatti l'Apostolo poi così proseguiva: "e guardate quelli che si comportano secondo l’esempio che avete in noi".
Vuol
dire che non solo San Paolo era un modello da raccomandare, ma anche
chi si ispirava a lui lo era, allo stesso modo. E quindi pure Carmen,
pure Kiko, che non sono santi ma si dichiarano apostoli (se non
addirittura angeli) non sono esentati da questo imperativo: e neppure i
loro seguaci, che tanto si vantano invece d'essere peccatori!
Sappiamo
comunque che Kiko è un recidivo: non potendo e non volendo elevarsi al
livello dei santi, li trascina giù al proprio. Fu così che accusò San
Francesco d'essere un superbo:
"Sta là San Francesco d’Assisi prendendosi un caffettino e gli diciamo (questo lo sappiamo perché sta nella vita di tutti i santi): "Tu sei un superbo!" Sapete la risposta di San Francesco? Come risponderà San Francesco? "Hai visto benissimo. Guarda e non hai visto del tutto bene, di più, di più ecc…". Allora possiamo domandarci: San Francesco sta mentendo? Allora San Francesco non è un santo o sta dicendo la verità? Allora è un superbo. Sì. È un superbo. Ma, allora, come fa San Francesco ad essere santo? Ha scoperto una cosa immensa: Dio è capace d’amare un superbo come lui e questo gli basta per ritornare a Lui."
"Riguardo
la libertà di peccare, ancora una volta nei mamotreti non si accenna al
peccato mortale che fa letteralmente perire l'anima. Nessun richiamo al
sacramento della penitenza e nessun accenno al fatto che, per esempio,
c'è l'inferno.
Un catechizzatore di folle che si vanta di portare
Gesù e il Vangelo ai lontani, e di essere in sintonia con la Chiesa
Cattolica, sorvola su uno dei pilastri del cattolicesimo. Complimenti
Kiko, bel lavoro.
Sant'Agostino invece capisce l'importanza del
tenersi lontani dal peccato e quando si interroga sui motivi che hanno
ritardato il suo battesimo scrive (ne ''Le confessioni'')
Fu un bene
per me che mi siano state allentate per così dire, le briglie al
peccato, o sarebbe stato bene il contrario? Per questa
ragione dunque ancor oggi si sente dire da ogni parte dell’uno e dell’altro: "Lascialo fare: non è ancora battezzato".
Eppure riguardo alla salute fisica non diciamo: "Lascia che si produca altre ferite: non è ancora guarito".
Dall'esempio dei Santi impariamo come comportarci e da quello di Kiko cosa dobbiamo evitare.
Io
spero che sempre più persone abbandonino il cammino e ritrovino la
serenità e la guarigione spirituale nella Chiesa Cattolica".
Grazie Irene! Condividiamo la tua speranza e il tuo auspicio.
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| Hieronymus Bosch "I sette peccati capitali" |
E a proposito dell'ira, un'ultima osservazione, tratta da un articolo di padre Angelo Bellon: l'ira costituisce peccato capitale ed essere demeritoria o biasimevole, come nel caso degli accessi d'ira attribuiti a San Paolo ed invece tipici dello stesso Kiko, ma può essere buona e positiva: l'ira, e cioè lo sdegno che ha provato il Signore nel vedere il Tempio trasformato in una spelonca di ladri, è stata un’emozione conseguente ed esercitata secondo ragione.
Cosicchè talvolta potrebbe esserci peccato per mancanza d’ira.
San Giovanni Crisostomo dice che "chi non si adira quando c’è motivo di farlo, pecca.
Infatti la pazienza irragionevole semina i vizi, nutre la negligenza, e invita al male non solo i cattivi, ma anche i buoni" (Op. imp. in Mt. hom. 11).
Quando non si elimina il male, anche col castigo, là dove ve ne è
bisogno, “indubbiamente si commette un peccato” (San Tommaso, Somma teologica, II-II, 158,8).
Ed
anche questo lasciamo alla riflessione di chi è stato convinto di non
dover mai reagire al male e chiedere giustizia per sé e soprattutto per
gli altri: sempre da Kiko Argüello, naturalmente, che sembra essersi
fatto un punto d'onore nel rovesciare esegesi e dottrina cattolica nel
suo esatto contrario.























