Il pensiero di Carmen Hernández riguardo al peccato lo si può dedurre dagli Orientamenti del 1972 per le equipes dei “catechisti” del Cammino (come da pagina web www.internetica.it/neocatecumenali/sensopeccato-riconciliazione.htm, da cui sono tratte le citazioni che seguono).
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| La confessione nelle "casette" tanto disprezzate da Carmen |
Dice Carmen: “La
Chiesa primitiva considerava peccato mortale quasi unicamente l’apostasia, ossia, la negazione del cammino o l’uscita da esso, perché l’uomo durante il Cammino
è debole e cade, ma senza uscire dal Cammino… Per questo la Chiesa primitiva
non pone l’esame di coscienza al termine del giorno, come fu più tardi
introdotto dai Gesuiti, ma invece al mattino al momento di alzarsi, perché
convertirsi è porsi davanti a Dio quando si comincia a camminare” (p.128).
E anche: “Dobbiamo spiegare un poco come con Costantino si entrerà nella Chiesa delle masse, perdendosi quindi la sensibilità della comunità. Non si vede più una comunità che cammina in costante conversione sotto gli impulsi dello Spirito Santo. Vediamo persone che peccano individualmente che sono assolte individualmente e, in seguito, vanno a comunicarsi… Ma tutta una comunità in conversione, che si riconosce peccatrice non la vediamo” (p.145).
E ancora: “Con il Concilio di Trento, e dal XVI al XX secolo tutto rimane bloccato. Appaiono i confessionali, queste casette sono molto recenti. La necessità del confessionale nasce quando si comincia a generalizzare la forma della confessione privata, medicinale e di devozione portata dai monaci… Chi mette i confessionali dappertutto è San Borromeo. Con dettagli che riguardano anche la grata… Adesso comprendete che molte delle cose che diceva Lutero avevano fondamento” (pag. 174).
E: “Ma a Trento si punta tutto sulle
essenze, sulla efficacia, e si perde di vista il valore sacramentale del segno.
Per questo è lo stesso fare la comunione col pane o con l’ostia che non sembra
più pane ma carta, che il vino lo beva uno solo o che lo bevano tutti perché
essenzialmente il sacramento si realizza lo stesso”.
“Si vedrà dunque molto l’efficacia del sacramento della penitenza per
perdonare i peccati e l’assoluzione diventa un assoluto. Così la confessione
acquista un senso magico in cui l’assoluzione di per se sola è sufficiente a
perdonare i peccati. L’assoluzione ti perdona i peccati e tu resti tranquillo.
Così abbiamo vissuto la confessione: per l’efficacia assoluta del sacramento si perde di vista il valore sacramentale che è quello che ti fa capace di ricevere questo perdono. Questo passa in secondo piano rimanendo in primo piano e come essenziale il semplice confessare i peccati e ricevere l’assoluzione” (pag. 175). E si potrebbe continuare.
Sembra quasi che per Carmen il peccato individuale non abbia molta importanza o, addirittura, non esista come vero peccato, ma se il peccato non è individuale, allora non esiste l’inferno, perché Dio non può permettere che si danni individualmente chi non ha peccato individualmente.
Di fatto, fin da quando ho iniziato a conoscere il Cammino Neocatecumenale attraverso i suoi aderenti, mi ha colpito come, in contrasto con lo zelo che essi dimostravano per il Cammino, riguardo al peccato sembravano quasi lassisti.
E quando seppi che, a chi iniziava a “camminare”, spesso nessuno parlava di peccato con chiarezza, tanto che poteva capitare che alcuni potessero vivere in stato di peccato grave senza che nessuno gli dicesse niente (mi chiedo se costoro si accostavano alla Comunione), la mia perplessità è aumentata.
Perché questo silenzio sul peccato? Forse per paura di sconvolgere qualcuno? Eppure su altre questioni i camminanti erano tutt’altro che morbidi, erano, anzi, molto provocatori.
Un modo di fare, questo, che sembra funzionale alla formazione di adepti che, prima che alla Chiesa, devono essere condotti al Cammino, per influenzare la loro percezione della Chiesa.
Non che i primi anni di catechesi rendano necessariamente i fedeli del Cammino degli eretici, anche perché alcuni di loro hanno in precedenza avuto una solida formazione cattolica, ma tendono a influenzarne le percezioni anche quando sembrano essere in contrasto con il sentire della Chiesa, come quando i camminanti percepiscono la parola “santità” come sinonimo di “superbia”.
Di fatto ho notato che a volte i camminanti sembrano percepire il peccato in modo diverso dalla Chiesa, quasi come fosse normale, e non solo perché la nostra natura è incline al peccato tanto che anche il giusto pecca “sette volte”, ma anche nel rapporto di relazione tra Dio e l’uomo, come fosse in se stesso necessario.
È come se i camminanti percepissero le parole di Gesù: “Quello a cui si perdona poco ama poco” (Lc 7,47) non come una lettura realistica di ciò che, di fatto, accade generalmente, ma come una legge spirituale che afferma che, a chi pecca poco, gli è perdonato poco e perciò ama necessariamente poco.
Ma se un
“giusto” ama poco, non è perché gli è stato perdonato poco, ma, viceversa, gli
è perdonato poco perché ha amato poco, secondo le parole di Gesù: “Le sono
perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato” (Lc 7,47).
Eppure basterebbe formarsi secondo la dottrina della Chiesa per capire che, a colui che Dio perdona poco, non è tanto perché a lui Dio offre una minore grazia del perdono, ma perché si è “pentito poco” e poco ha avuto dolore per i suoi peccati, mentre colui a cui Dio perdona molto, è perché si è “pentito molto”, provando molto dolore per i suoi peccati.
Dio, infatti, o poco o molto, perdona sempre con TUTTO l’amore a tutti coloro che si pentono di cuore sotto l’influsso della grazia, solo che l’efficacia del suo perdono è proporzionata all’amore dell’uomo e perciò al suo pentimento.
Infatti nei giusti, come dimostrano Maria Vergine e tutti i santi che una volta pentiti non hanno commesso più peccati se non piccolissimi, la mancanza di peccato favorisce l’apertura alla grazia e l’accettazione della grazia.
Non è infatti il peccato a originare la grazia e perciò il perdono, ma è la grazia del perdono divino a cancellare il peccato.
Altrimenti la percezione del peccato è simile a quella di tanti non credenti, per i quali, per sapere cosa è il bene occorre prima sperimentare il male.
Ma nessuno può avere coscienza del male più di Dio, che è il Sommo bene, solo che la coscienza che Dio ha del male è intellettiva e non dovuta all’esperienza.
Anzi, l’esperienza diretta del peccato, ostacolando la conoscenza del bene sia a livello intellettivo che a livello di esperienza, tende a confondere il giudizio della coscienza.
Perciò, se un peccatore pentito ama Dio di più di un “giusto”, è perché il “giusto” si è intiepidito, cioè si è quasi fermato, cosa che si verifica spesso (ma non per una legge spirituale assoluta), come dimostra il fatto che, di solito, il fervore verso Dio cala al calare delle prove e aumenta al loro aumentare.
Come nei farisei che, pur essendo, come i camminanti, molto zelati riguardo alle regole (che spesso erano anche sbagliate) della loro “aggregazione”, si erano intiepiditi riguardo al peccato tanto da percepirlo in modo sbagliato, cosa che si rendeva evidente nel loro zelo verso il loro “cammino” come fosse l’autentica interpretazione della Legge.
















