giovedì 17 luglio 2008

Testimonianza

La pace!
Periodicamente mi "affaccio" al vostro sito, ed in altri, per trovare delle notizie sulle gerarchie neocatecumenali che altrimenti non avrei.

Poco fa ho letto la "NEW" del giorno relativamente alle anomalie dello Statuto ma soprattutto, del caldo invito a tutti i neocatecumeni a tenere presente ai propri catechisti la fedeltà alle gerarchie ecclesiali, piuttosto che a quelle neocatecumenali. In questo vi ho preceduto e, forse mi sono spinto oltre: giorno 14 Maggio 2008 ho invitato il mio parroco, dinnanzi a tutta la equipe maggiore della mia Parrocchia e alla presenza della mia comunità, a rispettare integralmente i punti della lettera della Congregazione per il Culto Divino e i Sacramenti del Card. Arinze.
La sua risposta è stata lapidaria: "quando ci sarà un documento firmato dal Papa, che mi obbligherà a distribuire la comunione diversamente, non avrò difficoltà ad adeguarmi!". Sto ancora aspettando...

Nel frattempo si è spezzata in me quella fiducia e quell'obbedienza che ho riposto nelle gerarchie neocatecumenali per 19 anni della mia vita.

Ai miei occhi essi non hanno più alcuna credibilità. Con "fatti concreti" sono stati disobbedienti alla volontà del Papa e, paradossalmente, il Parroco si è espresso, con le parole appena citate, subito dopo una catechesi del capo catechista, incentrata sulla fedeltà a Pietro al rientro dalla tappa di Loreto.

Io prendo le distanze dal Cammino Neocatecumenale e dalle sue gerarchie anche a Statuto approvato.

Ecco, questa è la mia piccola testimonianza per l'invito che voi avete rivolto.

La Pace, Paolo

Derive non solo liturgiche e restaurazione

Dopo l'intervista su Bugnini, riprendiamo il discorso sulla protestantizzazione che coincide anche con la modernizzazione del cattolicesimo, ormai sotto gli occhi di tutti i fedeli cristiani più consapevoli.

Nella Chiesa, insieme allo sconvolgimento portato nel mondo, sono penetrate le idee dei filosofi del XVIII secolo e quindi della Rivoluzione Francese. Coloro che hanno iniettato nella Chiesa questo veleno lo riconoscono per primi. Il cardinale Suenens poteva esclamare: "Il Vaticano II è l'89 della Chiesa... Non si comprende nulla della Rivoluzione francese o russa se si ignora l'antico regime a cui hanno messo fine.... Allo stesso modo in materia ecclesiastica, una reazione non si può giudicare se non in rapporto allo stato di cose vigente in precedenza.". Quello che precedeva ed egli considerava andasse abolito, è il mirabile edificio gerarchico che ha alla sommità il Papa, Vicario di Cristo in terra: " Il Concilio Vaticano II ha segnato la fine di un'epoca; e per poco che si vada ancora indietro, ha segnato la fine di una serie di epoche, ha segnato la fine di un'era".
Nel 1976 il p. Gélinau, uno cei capofila della pastorale liturgica in Francia, non lasciava alcuna illusione a coloro che volevano vedere nel Novus Ordo qualcosa di effettivamente un po' diverso dal rito universalmente celebrato fino ad allora, ma nulla di fondamentalmente traumatico: "La riforma decisa dal secondo concilio del Vaticano ha dato il segnale del disgelo. Intere muraglie crollano... Non ci si inganni: in proposito tradurre non significa dire le stesse cose con altre parole, vuol dire cambiare la forma... Se le Norme cambiano il rito cambia. Se un elemento viene cambiato l'insieme rusulta modificato... Occorre dirlo senza ambagi: il rito romano come noi l'abbiamo conosciuto non esiste più, è distrutto".

Che dire, allora, delle modifiche ancor più arbitrarie e anche sincretiste apportate da un laico al Rito NC? E' certamente una visione apocalittica ma realistica della situazione; e, oggi, noi stiamo seguendo e confidando sull'azione restauratrice di Benedetto XVI.

A condannare la “protestantizzazione” della Chiesa, curiosamente, fu lo stesso Oscar Cullmann, uno dei più famosi teologi protestanti, spesso citato in ambito cattolico. Ecco le sue testuali parole: “Se mi è permesso, come protestante, di fare questa constatazione, direi che da allora (il Concilio Vaticano II) certi ambienti cattolici, ben lungi dal lasciarsi ispirare dalla necessità di osservare i limiti dell’adattamento che non vanno superati, non si accontentano di cambiare le forme esteriori, ma prendono le stesse norme del pensiero e dell’azione cristiana, non dal Vangelo, ma dal mondo moderno. Più o meno inconsciamente, seguono così i protestanti, non in ciò che hanno di migliore, la fede dei Riformatori, ma nel cattivo esempio che loro offre un certo protestantesimo, detto moderno. Il grande colpevole non è il mondo secolarizzato, ma il falso comportamento dei cristiani riguardo a questo mondo, l’eliminazione dello ‘scandalo’ della fede. Si ha ‘vergogna del Vangelo’ (Rom. 1,16)”. Parole simili e ancora più drammatiche sono state pronunciate, nella sua ultima intervista, da don Luigi Giussani: “La Chiesa si è vergognata di Cristo”. E qua il problema riguarda tutti gli uomini di Chiesa. Martiniani e antimartiniani. I quali, per esempio, non intervengono contro le vere e proprie eresie che vengono insegnate nei seminari o nelle facoltà teologiche, ma invece intervengono (e tanto) su tutti i problemi della vita pubblica: i martiniani magari tuonano sui rom, gli altri sulla bioetica. Tutti hanno i loro “valori non negoziabili” (di tipo sociale gli uni, di tipo morale gli altri), ma forse si dimentica che per la Chiesa – fin dalle origini apostoliche - l’unico “valore” assolutamente non negoziabile è Gesù Cristo e la vera fede cattolica. Che pochissimi oggi difendono.

Eppure per un cristiano solo quella vale, tutto il resto è “spazzatura”. San Paolo, proprio parlando della Legge (i “valori non negoziabili”), scriveva: “tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura al fine di guadagnare Cristo” (Fil. 3,8). Forse è vero, il problema non è “il mondo secolarizzato”, ma un cristianesimo che annacqua o corrompe la vera fede. Perché così la vita quotidiana di tutti è disperata. E non si incontra nessuna speranza. (O si incontrano dei miraggi... -ndr)
(Questa seconda parte è presa da un articolo di Antonio Socci: "Da Martin Lutero a Martini Lutero", apparso su Libero il 23 5.2008)

mercoledì 16 luglio 2008

Cammino NC e sacramenti

L'iniziatore dei neocatecumenali non crede (e lo dice chiaramente!) che il battesimo, ex opere operato infonda la grazia santificante e con essa le virtù teologali. Per Kiko il battesimo è una conferma della fede comunitaria, che produce frutti, a seconda del contesto. In una famiglia neocatecumenale, ha frutto. Altrimenti, probabilmente no. O almeno, non necessariamente, dato che per Kiko, la constatazione che vi siano molti cattolici che abbiano abbandonato la pratica, deriva appunto dal fatto che il loro battesimo non ha avuto alcun effetto. Quanta distanza in ciò dalla fede cattolica, e quanto malcelato hegelismo. Per cui, l'Arguello vuol sostituirsi alla Chiesa, e "aggiusta" a modo suo, i riti che secondo lui non hanno effetto: battesimo, catecumenato, messa, penitenza...
Giova ricordare, che anche Lutero la pensava così, soprattutto sulla liturgia (transignificazione) e sul sacramento della penitenza...), e che anche lui ha né più né meno, riformato i riti che lui credeva poco efficaci. Che vi sia un punto di contatto tra i due è innegabile, e la conferma, sono le parole di elogio che Kiko fa verso Lutero (e in contemporanea di disprezzo verso san Carlo Borromeo e il concilio di Trento).
Gli Orientamenti, almeno nella stesura originale che, a quanto risulta, trova ancora la sua attualità nella catechesi orale trasmessa dai catechisti, sono pieni di riferimenti del genere e di critice FEROCI alla Chiesa che, se pur partono da dati reali - come del resto accadde con Lutero - poi vengono assolutizzati per giustificare l'affermazione che la Chiesa è finita e bisgona rifondarla... e naturalmente c'è chi sta già facendolo da 40 anni con l'avallo di ignoranze e/o connivenze varie.

martedì 15 luglio 2008

"Il Seminario NC di TAKAMATSU verso la chiusura come istituto diocesano"

Traduzione dal testo Originale presente Sul Sito Ufficiale della CBCJ

"Il Seminario "Redemptoris Mater" (RM), gestito dal Cammino Neocatecumenale come istituto diocesano a Takamatsu, verrà chiuso.

La decisione di chiudere il Seminario RM alla fine di giugno, presa dai Vescovi cattolici della 'Conferenza del Giappone (CBCJ), era stata esaminata dal Vaticano (v. Catholic Weekly, 6 luglio) in attesa di una decisione romana sul futuro del Seminario.

Una lettera del 26 giugno del Cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato, ha annunciato la decisione. Il testo è stato scritto in italiano, ma è stato accompagnato da una traduzione in inglese.

"Il Seminario" Redemptoris Mater "di Takamatsu verrà chiuso come seminario diocesano," ha scritto il cardinale nella lettera. I contenuti sono stati immediatamente trasmessi al clero, ai religiosi e laici della diocesi.

La lettera del Cardinale Bertone è stata inviata come risposta ad un’altra lettera inviata al Papa Benedetto XVI dalla CBCJ il 6 giugno al termine della riunione plenaria annuale. La lettera e stata scritta per chiedere la Guida papale nella risoluzione delle difficoltà per quanto riguarda il seminario.

La decisione romana consta di quattro punti.

Il seminario verrà chiuso, come istituto diocesano, e i suoi programmi insieme al personale verranno spostati nel seminario RM di Roma "come espressione della cura paterna del Santo Padre, e con la speranza che in futuro esso continuerà a contribuire alla evangelizzazione del Giappone in modi ritenuti più opportuni a tale obiettivo. "

In secondo luogo, visto che ricorre il 25.mo anno dall’inizio del lavoro in Giappone dei sacerdoti del Cammino Neocatecumenale i quali ora "possono incontrare varie difficoltà a seguito di questa decisione," la Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli di Roma ha deciso di nominare un vicario "investito della specifica responsabilità di gestire, in cooperazione con i vescovi della Conferenza Episcopale, le varie questioni relative alla presenza e il ministero di questi sacerdoti, compreso il loro servizio. "

La lettera afferma anche che, quando il seminario si sposterà a Roma da Takamatsu, conserverà il suo collegamento con il Giappone. Verrà chiamato "Seminario" Redemptoris Mater "per il Giappone" e il Vescovo Takaaki Hirayama, vescovo emerito di Oita, sarà il suo rettore.

Infine, l'attuale costituzione del seminario deve essere conservata e "una soluzione dovrà essere adottata sia per la sua gestione che per il suo utilizzo temporaneo." Non è chiaro se "uso temporaneo" implichi un eventuale ritorno del RM a Takamatsu.

Secondo la lettera, fino a quando le quattro decisioni elencate non saranno attuate, il Papa ha chiesto che il Vescovo di Takamatsu Mizobe continui con l'attuale “status” del RM.

Commentando la lettera, l'Arcivescovo di Tokyo Okada Takeo , il presidente della CBCJ, ha detto, "Siamo grati a Sua Santità per la sua preoccupazione e la sua guida. Diverse questioni rimangono. E 'importante che coloro che sono coinvolti nella soluzione delle stesse preghino, si ascoltino l'un l'altro e facciano uno sforzo per capire le altre posizioni. La conferenza Episcopale darà la sua piena cooperazione per la diocesi di Takamatsu e ci auguriamo la comprensione e la cooperazione del Vescovo Hirayama. "

Quando è stato chiesto un commento alla decisione, il rettore del RM Padre Angel Luis Romero Carbonell ha detto: "non ho ancora visto la lettera e non ho alcun commento da fare."

La "Parola" equiparata? La radice di tutto è Bugnini

Intervista pubblicata dal Courrier de Rome giugno 2004
Fonte: Unavox

Stefano Wailliez (SW): Come consultore del Consilium, voi avete fatto parte dei Coetus (gruppi di lavoro) n° 3, 4, 6, 11,18 bis e 21 bis. Quando si leggono le memorie di mons. Bugnini si ha l’impressione che si trattasse di una macchina molto complessa. Vi erano quasi trenta gruppi di lavoro.

Canonico Andrea Rose (CAR)[filo-modernista, quindi insospettabile]: Si, era una macchina molto complessa.

SW: Ma allora, qual era la forza motrice che stava dietro a tutto questo?
CAR: Era Bugnini.

SW: Di Bugnini si è parlato molto, ma dovevano pur esserci altre correnti, altre tendenze, nel Consilium. O questi vi regnava davvero come maestro indiscusso?
CAR: Ciò che so, è che mons. Martimort non era molto d’accordo con lui. Egli lo criticava tutte volte che era assente. Mi diceva: "Questo Bugnini fa ciò che vuole!". Un giorno mi ha detto: "Sapete, Bugnini ha fatto una buona scuola media". Era questo il giudizio di Martimort su Bugnini. All’inizio credevo che esagerasse, ma poi mi sono reso conto che aveva ragione. Bugnini non aveva alcuna profondità di pensiero. Fu una cosa grave designare per un posto simile una persona che era come una banderuola. Ma si rende conto? La cura della liturgia lasciata a un pover’uomo come quello, un superficiale…

SW: Le ho chiesto di Bugnini perché, per altro verso, si conosce anche il ruolo svolto da Paolo VI, che seguiva personalmente l’andamento delle cose.
CAR: È vero. Ma Bugnini era sempre dal Papa, per informarlo. Un giorno, era all’inizio, quando i problemi non erano ancora così gravi, ero in piazza San Pietro col Padre Dumas. Abbiamo incontrato Bugnini, che ci ha indicato le finestre dell’appartamento di Paolo VI, dicendo: "… pregate, pregate perché ci sia conservato questo Papa!". E questo perché egli manovrava Paolo VI. Andava da lui per fargli rapporto, ma gli raccontava le cose come piaceva a lui. Poi ritornava, dicendo: " Il Santo Padre desidera così, il Santo Padre desidera cosà ". Ma era lui che, sottobanco…

SW: Si è detto che mons. Bugnini fosse massone. Pensa che sia vero?
CAR: Ovviamente, bisognerebbe avere delle prove.

SW: Pensa che potesse averne la statura?
CAR: No, no. L’ho detto prima: non aveva alcuna profondità di pensiero.

SW: Nessuna profondità…
CAR: In seguito ha scritto interi libri per giustificare la sua riforma… Quando arrivai a Roma e andai a salutare Martimort, egli mi raccontò tutte le manovre che Bugnini aveva messo in atto per far passare tutto quello che voleva. Il Padre Martimort era un’altra cosa. Aveva ben altra cultura. E criticava il modo di fare di Bugnini.

SW: Quando si esamina la nuova Liturgia delle Ore, a cui lei ha lavorato, si resta colpiti dalle molteplici possibilità di scelta. Si possono scegliere Salmi diversi da quelli indicati, altri Inni, si possono tralasciare le Antifone, aggiungere momenti di silenzio, altre letture, ecc. Il tutto: "per delle giuste ragioni pastorali", il che significa che si può fare come si vuole. Come ha reagito quando è stato proposto questo rituale a scelta?
CAR: Nei libri, noi abbiamo messo solo ciò che era ufficiale. Ma poi si è aggiunto "vel alios cantus, vel alios psalmos" ecc., chi fosse stato contrario sarebbe stato trattato da integralista.

SW: Ma questa estrema flessibilità non pone dei problemi ecclesiologici?
CAR: Certamente. Se ognuno può farsi un suo rituale, si tratterà ancora della preghiera ufficiale della Chiesa? È sicuramente l’ecclesialità ad essere messa in pericolo con questo nuovo rituale.

SW: Nei diversi Coetus dei quali ha fatto parte, vi erano delle lotte a proposito di queste molteplici possibilità di scelta?
CAR: Si. E Martimort era abbastanza contrario. Ma Bugnini, che sovrintendeva tutto, era a favore.

SW: Per quanto riguarda le letture della Messa, lei ha fatto parte del Coetus n° 4. Si trattava di arricchire i cicli di letture. Che ne pensa della riforma che è stata realizzata su questo punto?
CAR: È evidente che non si poteva ricalcare ciò che si faceva prima. Voglio dire, per esempio: durante le Ottave si ripeteva per otto giorni la stessa Messa, e le stesse letture. Non andava bene. Ma quello che si è fatto, a questo proposito, avrebbe potuto essere fatto in maniera più intelligente. Per esempio: io mi dolgo del fatto che sono state soppresse le Quattro Tempora. Ed era proprio in quel momento che vi erano da 3 a 5 letture prima del Vangelo. Ma si è pensato bene di abolire proprio le Quattro Tempora! Per di più, quei giorni sono qualcosa di molto antico, ed avevano conservato l’originario carattere settimanale della liturgia: mercoledì, venerdì e la grande vigilia della Domenica. Si è gettato tutto alle ortiche.

SW: E in tutto questo che ne è stato del ritorno alla tradizione principale? CAR: Evidentemente vi è dell’incoerenza. Certuni, nel Consilium, volevano il ritorno alla tradizione principale quando faceva loro comodo. Francamente, che si potessero effettuare delle piccole riforme, d’accordo, ma ciò che si è fatto è stato decisamente radicale.

SW: A proposito di questi cicli di letture nella Messa, mons. Gamber ha detto: "questa nuova organizzazione delle letture è stata chiaramente elaborata da degli esegeti non da liturgisti". Visto che lei ha fatto parte di questi gruppi di lavoro, che ne pensa?
CAR: Gli esegeti comandavano. E anche gli ebraicizzanti. Ma i primi cristiani hanno usato le versioni greche dei testi. Essi non si preoccuparono delle "verità ebraiche". E abbiamo dovuto riscoprirle noi, nel XX secolo? … Lei parla di tradizione principale! E qual è il senso della pastorale quando gli esegeti la vincono sui liturgisti? In effetti, Bugnini, insieme a costoro, voleva trasformare la prima parte della Messa in un corso di esegesi.

SW: Per quanto riguarda l’Ordinario della Messa, lei non ha fatto parte del gruppo di lavoro relativo, ma pensa che anche qui si possa parlare di cambiamenti radicali?
CAR: Certo. Coloro che si sono occupati della Messa sono stati ancora più radicali di quanto lo fummo noi nell’Ufficio Divino. Basta vedere come è stato quasi eliminato l’Offertorio. Dom Capelle non voleva alcun Offertorio. "Si parla come se il sacrificio fosse già compiuto. Si rischia di credere che tutto è stato già fatto", diceva. Non si rendeva conto che tutte le liturgie contengono una anticipazione come quella, Ci si pone già nella prospettiva del compimento.

SW: Non si tratta della mancanza di una prospettiva finalista?
CAR: Si, e allora si è finito col sopprimere tutto, tutto quello che era preghiera nell’Offertorio, perché, si diceva, non si tratta ancora del sacrificio. Ma, insomma, qui siamo di fronte a delle posizioni molto razionaliste! Una mentalità da scolaresca!

SW: Nella sua esperienza pastorale ha notato che i fedeli avessero creduto che le oblate fossero già state consacrate? Vale a dire: ha constatato la concretizzazione dei pericoli sottolineati da dom Capelle?
CAR: Ma no, ma no. Mai! E poi, basta guardare come si svolgono i riti orientali. Là è la stessa cosa. E sarebbe interessante comparare tutte queste cose.

SW: Un altro punto importante del nuovo Ordinario della Messa è la sparizione del Canone Romano. Esso è ancora presente, più o meno, nella prima Preghiera Eucaristica, ma si tratta della sola preghiera, quindi formalmente non è più il Canone.
CAR: Si, vi è stata la soppressione dell’Offertorio ma anche la moltiplicazione delle preghiere eucaristiche, come dice lei. Guardiamo la seconda Preghiera Eucaristica, essa è stata completamente manipolata. E poi, se ne volevamo molte di più. È per questo che io dissi di no, e fui messo alla porta. È tutta una storia.

SW: Vi è anche la questione delle traduzioni per i paesi di lingua francese, sulla quale lei si è espresso molte volte.
CAR: Si, è un problema enorme. Il Padre Gy non vuole che se ne parli. Si è trattata dell’occasione per ficcarci dentro tutto ciò che volevano.

SW: Nelle sue memorie, mons. Bugnini spiega che quando non riusciva ad ottenere questa o quella formulazione nel testo ufficiale in latino, diceva: "l’aggiusteremo nelle traduzioni". Ha avuto modo di sentirlo anche lei?
CAR: Ma certo! Lo dicevano a Roma. Dom Dumas ha lavorato in questo senso. Egli era molto progressista. E anche lui diceva: "lo aggiusteremo nelle traduzioni". Si è molto spinto per la libertà delle traduzioni e si è andati molto a fondo in questa direzione.

SW: Nella traduzione francese ufficiale del Credo si trova l’espressione " della stessa natura del Padre "al posto del "consubstantialem". Non siamo al limite dell’arianesimo?
CAR: Certo, evidentemente.

SW: In Francia, si sono avute delle epiche controversie nelle chiese, al momento delle Messe, per la questione della "stessa natura".
CAR: Si, lo so, ma i vescovi approvano questa versione. Essi approvano questa cosa e non vogliono cambiarla. In effetti, non sono loro che l’hanno prodotta, ma la commissione, e loro non vogliono sconfessare la commissione.

SW: Si è parlato molto degli osservatori protestanti, e molto si è scritto su questo argomento. Ciò che mi interessa sono i fatti. Lei ha visto questi osservatori nel corso delle sessioni?
CAR: Sicuramente. Essi vi si trovavano, messi da un lato, su un piccolo tavolo. Non parlavano. Che poi parlassero con le persone di sfuggita è evidente. Non potevano non parlare. E dal momento che non prendevano mai la parola in pubblico, hanno avuto una influenza reale su certe cose? Occorrerebbero elementi concreti per rispondere.

SW: Io ponevo semplicemente la questione della loro presenza, in un primo tempo. Detto questo, in un articolo di Notitiae, n° 23, e in una testimonianza di Jasper, un osservatore anglicano, si parla del fatto che gli osservatori non partecipassero al momento delle riunioni, ma che tenessero in maniera sistematica delle discussioni con i relatori, i presidenti dei gruppi.
CAR: Non lo si sapeva. Essi uscivano insieme, ma questo non veniva annunciato ufficialmente. La cosa era un po’ inevitabile! Ma noi non fummo mai informati. Ciò che è quanto meno curioso è il fatto che non vi fosse alcun ortodosso… Costoro non avevano fiducia fin dall’inizio, conoscendo il carattere rivoluzionario di molti cattolici. E la cosa non piaceva loro. In fondo, sapevano bene come stavano le cose.

SW: Lei ha detto che mons. Bugnini era un manipolatore. Può essere più preciso?
CAR: Ero malvisto da lui perché non facevo tutto quello che voleva e non accettavo tutta la sua creatività.

SW: Lei è stato allontanato perché si è rifiutato di approvare il permesso per le Conferenze Episcopali di comporre le proprie preghiere eucaristiche. Ne ha appena accennato. La rottura si è determinata quindi sulla questione della creatività?
CAR: Si. Io feci un rapporto contrario e questo ebbe come conseguenza il rigetto di tale permesso. Allora Bugnini pensò: "quest’uomo è pericoloso".

SW: A proposito della creatività, si tratta di una pratica che c’è sempre stata, soprattutto nel dominio dell’arte. Gli stili dell’arte sacra si sono sempre evoluti nel corso del tempo.
CAR: Io non sono contro la creatività per principio. Ma essa deve fondarsi su una tradizione. Quanto questo non accade, diventa non si sa bene che cosa.

SW: Lei ha fatto parte del gruppo 18 bis, che si è occupato delle Orazioni del Messale. Dom Hala, di Solesmes, spiega in Habeamus Gratiam, che nelle Collette " si è usati altri vocaboli per delle ragioni pastorali ", e come esempio cita il fatto che " le parole diabolus e diabolicus sono totalmente sparite dal nuovo Messale ".
CAR: Non si credeva più nel Diavolo. Almeno alcuni. Ma le teste pensanti si sono dati da fare perché non si facessero notare molto questi cambiamenti. Queste soppressioni non sono state indicate come criteri di revisione. Ma chiaramente certuni nel Consilium non credevano più nel Diavolo.

SW: Quando si parla del Consilium, si pensa sempre ai consultori, agli esperti: il Padre Gy, Mons. Martimort, dom Botte, don Vagaggini, Jungmann… e si dimenticano quasi i membri veri e proprii, i vescovi, che erano i soli ad avere diritto di voto. Come spiega questo fatto?
CAR: I vescovi che sedevano nel Consilium non avevano niente di clamoroso. Due mi hanno lasciato un certo ricordo: Mons. Isnard, di Nuova Friburgo (Brasile) e Mons. Jenny, di Cambrai. Gli esperti erano molto competenti, essi sì. Ed erano quelli che facevano il lavoro.

SW: Tra i vescovi membri del Consilium vi era il celebre Mons. Boudon, Presidente della Commissione Liturgica della Conferenza Episcopale francese. Era un incompetente?
CAR: Mi ricordo che egli era là, ma non ha lasciato un ricordo indelebile. Il Padre Gy lo menava come voleva. L’intelletto agente di Mons. Boudon era Padre Gy.

SW: A partire dal 1971-72, apparve chiaro che Paolo VI cominciava a rendersi conto che certe cose non andavano bene.
CAR: Bisognava essere ciechi… Fu per questo che lo stesso Bugnini finì per essere allontanato, e molto brutalmente. Ma tutto quello che egli aveva fatto di male non venne toccato. Non si osò ritornare su ciò che era stato promulgato [perchè?].

SW: Sembra proprio che si delinei un movimento in questo senso. Si parla sempre più di " liberalizzazione del messale tridentino ", e adesso è la volta del Card. Sodano, Segretario di Stato, che si riallaccia all’idea di una riforma della riforma.
CAR: Molto bene. Occorre uscire da questa situazione prima possibile. Bisogna rivedere tutto questo. Ma si troveranno le persone competenti? Occorre evitare che si designino delle persone come quelle che hanno prodotto la catastrofe che conosciamo.

SW: Occorre invitare tutte le parti attorno ad un tavolo?
CAR: Tutte le persone serie, desiderose di lavorare per la Chiesa.

SW: Quando si parla della liturgia tradizionale, si pensa evidentemente a Mons. Lefebvre e alla Fraternità San Pio X, da lui fondata. Occorre invitare anche la Fraternità?
CAR: Ma certo. Occorre parlare con queste persone. Esse talvolta hanno delle vedute fisse, e non comprendono sempre che fossero necessarii degli adattamenti, soprattutto per quanto riguarda le letture della Messa o del Breviario. Ma bisogna parlare con loro. Non si può ascoltare chiunque, soprattutto i protestanti, e non invitare alla discussione la gente di Mons. Lefebvre. Per contro, anche loro devono prendere l’iniziativa di andare a trovare quelli che hanno il senso della tradizione, anche se non sempre sono d’accordo con loro. Devono fare lo sforzo di uscire dal loro guscio, bisogna mettere i problemi sul tavolo, onestamente.

lunedì 14 luglio 2008

"..non è per il Cammino"..! Ma davvero?

Da troppo ormai ci troviamo davanti allo stravolgimento della nostra Fede, trasmessaci dalla Santa Chiesa di Roma. Siamo in un grande disagio e a volte in grande crisi "d'identità", poichè vediamo convivere troppe "fedi" nella stessa Chiesa. Senza che una direzione ferma e definitiva sia presa. Incoerenza e contraddizioni non possono essere assimilate in modo "indolore", senza generare domande e senza che qualcuno risponda. Stavolta coerentemente.
Come già detto, individuiamo il problema più grande, fondamentale, nella assenza totale di disciplina. Che non segue mai le Istruzioni e il Magistero che pure esiste. A fianco a questo, coesistono altri "magisteri" che sebbene opposti si auto-nominano "cattolici" senza che ci sia altro che qualche polemica che muore dove nasce. Fiumi di inchiostro, di parole e di "scontri" fanno seguito a questo stato di caos. Il quale è il primo responsabile delle divisioni e delle incomprensioni anche fra quelli di "buona volontà".

Oggi, dopo l'ennesimo fatto assurdo (l'approvazione di uno Statuto per il CNC da parte di un solo Dicastero, dei Laici, mancante di un documento fondamentale -gli Orientamenti- senza l'accordo di almeno 2 congregazioni), dopo che le "sicure regole" ecclesiali sono ancora nei fatti una semplice "opzione", dopo che si è "lasciato tutto come prima", pur dando "norme" di "integrazione" (sebbene controverse ed ambigue, in modo che possano essere lette secondo chi le legge!), mi chiedo per quanto ancora si andrà avanti così! Senza nulla togliere alla situazione problematica e ai dolori del Santo Padre, mi chiedo quanto ancora si dovrà andare avanti.

E' chiaro come il sole che la Chiesa vive una siuazione tragica, di caos e di sovvertimento. Le "fessure" da dove si sono fatte largo queste sovversioni, purtroppo sono state aperte dalle troppe ambiguità del NOM. Il Vaticano II è stato agitato come una lancia! Esso chiede spesso l'esatto opposto di quello che vediamo! Il Post-Concilio sovvertitore ha spesso sovvertito il Concilio! Ma è potuto accadere per lo stesso motivo: ambiguità.

Il fatto che regni l'ambiguità non depone certo a nostro favore! Il fatto che dopo il COncilio V II ci sia stato un vuolume di "precisazioni" e di "istruzioni", che troppo spesso dovrebbero costituire l' OVVIETA' per i Cattolici (Cos'è la Messa? Cos'è il Tabernacolo? Cos'è la Chiesa?), non depone certo a nostro favore..

Ora leggete questo passo della Redemptionis Sacramentum:

114. «Nelle Messe domenicali della parrocchia, in quanto ‘comunità eucaristica’, è normale poi che si ritrovino i vari gruppi, movimenti, associazioni, le stesse piccole comunità religiose in essa presenti».[202] Benché sia possibile, a norma del diritto, celebrare la Messa per gruppi particolari, ciononostante tali gruppi non sono dispensati dalla fedele osservanza delle norme liturgiche.[203]

Ebbene, queste poche righe si riferiscono DIRETTAMENTE al CNC. Perchè? Perchè le note rimandano ad un documento fondamentale, a cui rimandava continuamente sia il vecchio statuto monco che il nuovo statuto monco! Eccole:

[202] Giovanni Paolo II, Lett. Ap., Dies Domini, n. 36: AAS 90 (1998) pp. 713-766, qui p. 735; cf. anche S. Congr. dei Riti, Istr., Eucharisticum mysterium, n. 27: AAS 59 (1967) p. 556.
[203] Giovanni Paolo II, Lett. Ap., Dies Domini, soprattutto n. 36: AAS 90 (1998) pp. 735-736; S. Congr. per il Culto Divino, Istr., Actio pastoralis, 15 maggio 1969: AAS 61 (1969) pp. 806-811.

Il Culto divino nel 1988 richiedeva questo! Il vecchio statuto monco, anche. Arinze ed il Papa nel 2005 in modo più diretto e chiaro! Ebbene di tutto questo cosa è accaduto? Lo vediamo in queste foto:

Celebrazione NC dopo gli statuti 1

Celebrazione NC dopo gli Statuti 2

Mentre, invece, quale differenza con il Vero Culto della Chiesa Cattolica? Questa:

Santa Messa

...E dobbiamo continuare ad ascoltare chi ci assicura che siamo visionari, estremisti, assolutisti, quando non maledetti da Dio!

Ma la mano tesa dovrà venire dall'Alto. Anche dalla Chiesa, che parlando in modo netto dirimerà così le divisioni. Che permangono a causa della confusione senza disciplina...

sabato 12 luglio 2008

Movimenti e Cammini spirituali

Partiamo dal fatto che oggi c'è bisogno di aggregazione spirituale e a questo i movimenti rispondono.

Come le epoche passate han prodotto i grandi ordini monastici, cosi oggi si producono i movimenti più disparati anche in ambito religioso (da 40 anni a questa parte in particolare). Evidentemente ci sono bisogni spirituali che l'uomo ha bisogno di appagare; in questi ultimi anni la Chiesa ha sempre permesso che molti movimenti nascessero e crescessero al soffio dello Spirito. Parlare dei movimenti significa affrontare temi sociologici/psicologici e non solo religiosi...

Il bisogno di aggregazione è di tutte le epoche e la Chiesa è di per sé tale proprio in quanto RADUNATA nel Nome del Signore, suo Popolo e la fede va sanamente vissuta sia a livello individuale che comunitario; ma nel Nome del Signore, non dei vari santoni di turno, dai quali per grande rispetto escludiamo molti fondatori... Poi nei loro movimenti, strada facendo, è intervenuto l'elemento umano e qualcosa da correggere c'é; ma il Cammino NC è nato già con l'intento di sostituire la Chiesa, presente fin dalle prime catechesi, quando si parla della Parrocchia e delle nuove cellule formate dalle comunità....

E' però inesatto che si ripeta che come ieri gli ordini monastici rispondevano a tale bisogno (dunque implicitamente si riconosce che c'era anche allora) così oggi i movimenti rispondono all'esigenza del sacro del tempo odierno. E lo è almeno per ben due ordini di motivi:

1) gli ordini religiosi costituiti non sono affatto tramontati o comunque non appartengono solo al passato: basta pensare a quanti nuovi ordini si sia adornata la Chiesa nel secolo appena chiuso;

2) gli ordini religiosi, da quando il primo di essi è nato e dal momento stesso della loro embrionale costituzione, si sono sempre immersi e si immergono nella Chiesa (pensiamo a S.Ignazio di Loyola, il campione della fede, il soldato della Chiesa, della quale si mise subito al pieno e totale e assoluto e incondizionato servizio fin dal momento della sua conversione). Nulla a che vedere con i movimenti scaturiti da Concilio, i quali in linea di massima possono essere buoni a condizione che, senza sotterfugi e riserve di sorta, si "immergano " nella Chiesa e ne diventino umili e fedeli e obbedienti servitori!!

Un documento recentemente presentato a Rocca di Papa così afferma: La Chiesa è in movimento, lento, graduale ma costante. Vive l’onda d’urto del Concilio. Questo inizio di millennio è un appuntamento della storia, si sperimenta la crisi delle ideologie e anche dell’uomo e della sua vocazione. Oggi i punti centrali sono il rapporto tra fede e ragione, la famiglia e la società. E la via da percorrere è la valorizzazione dell’altro.

Osserviamo che la Chiesa è in cammino da sempre e sta vivendo la devastazione subìta dalle arbitrarie applicazioni del concilio. Ogni vita e ogni epoca è un appuntamento con la storia... la crisi non è nelle verità della fede ma in chi non le conosce e non permette che le conoscano anche gli altri e in chi le conosce ma non le custodisce. Non valorizzi l'altro se non valorizzi chi è da dove viene e dove va, cioè se non gli fai conoscere CHI l'ha chiamato alla vita e poi l'ha Redento, ma Quello Vivo e Vero, non i surrogati e parlando di surrogati stiamo parlando del Cammino NC e questo l'abbiamo doviziosamente documentato. Una sedicente "iniziazione" cristiana che tutto annuncia tranne chi è il Signore e cosa è venuto a fare per noi può diventare un inganno da cui bisogna cominciare a guardarsi seriamente.

"Non spegnere i Carismi" e "La Chiesa è UNA".(Parole del Papa)

Definire una realtà carìsma, significa accettare di fatto il suo essere dono del Paraclito! Il che esclude in immediato che essa possa essere ALTRO se non dono! Se è dono, allora ogni cosa è relativa! Se è "riconosciuto pubblicamente" come dono, allora il "resto" non mette in discussione nulla! Il "resto" diventa "nulla", anche se non lo è! E viene diminuito nella sua portata, perchè comunque si parla di carìsma!

Non possiamo non rilevare che il Cammino si distanzia da tutti i movimenti perchè predica una dottrina diversa da quella della Chiesa, ha un suo rito, sue strutture, suoi metodi e prassi, sua architettura, sua teologia infarcita di luteranesimo gnosticismo e giudaismi vari

Riportiamo le parole recentemente prinunciate dal Papa ai partecipanti dell'incontro di Rocca di Papa, in cui è stata fatta l'apoteosi dei movimenti:
"Come non rendersi conto, al contempo, che una tale novità attende ancora di essere adeguatamente compresa alla luce del disegno di Dio e della missione della Chiesa negli scenari del nostro tempo? Proprio perciò si sono succeduti numerosi interventi di richiamo e di orientamento da parte dei Pontefici, che hanno avviato un dialogo e una collaborazione sempre più approfonditi a livello di tante Chiese particolari. Sono stati superati non pochi pregiudizi, resistenze e tensioni. Rimane da assolvere l'importante compito di promuovere una più matura comunione di tutte le componenti ecclesiali, perché tutti i carismi, nel rispetto della loro specificità, possano pienamente e liberamente contribuire all'edificazione dell'unico Corpo di Cristo.
....
I movimenti e le nuove comunità si mostrano fieri della loro libertà associativa, della fedeltà al loro carisma, ma hanno anche dimostrato di sapere bene che fedeltà e libertà sono assicurate, e non certo limitate, dalla comunione ecclesiale, di cui i Vescovi, uniti al Successore di Pietro, sono ministri, custodi e guide."


Anche il Cammino, seppure non si definisce un movimento, risponde a tanti bisogni delle persone. Secondo la nostra esperienza e la nostra documentazione è proprio partendo da questi bisogni che si viene introdotti in una spirale distruttiva della personalità... all'inizio sembra mantenere le promesse, legate al senso della vita e all'approfondimento della spiritualità. Si definisce "iniziazione cristiana", ma poi strada facendo sostituisce al Magistero i midrashim, il Talmud, le simbologie e le suggestioni vetero testamentarie. Ha reinventato l'architettura, ha una sua liturgia, sue gerarchie, suoi simboli, suoi metodi (l'abbiamo detto e siamo ancora qui a ripeterlo).

Questa riflessione si chiude con un interrogativo: riuscirà il Santo Padre a inserirlo davvero nella Chiesa e come?

Per concludere, non possiamo non ricordare che lo Statuto all'interno del cammino è considerato come un quadretto da mettere in soffitta o come lasciapassare per continuare a fare tutto quanto stigmatizzato in tanti anni; pertanto, almeno fino ad oggi, non è servito a molto. Proprio perché la struttura è così rigida e l'identità così forte che cambiare qualcosa (tipo gli scrutinii o il rito) farebbe cadere l'intera impalcatura... D'altronde, il Cammino è qualcosa di "altro" dalla Chiesa, e se si cattolicizzasse perderebbe la sua identità... Inoltre è un ordine laico rigidamente strutturato che dipende esclusivamente dai suoi vertici e non riconosce altra autorità... E allora, come si può ragionevolmente parlare ancora di statuto e di regolamentazione? Lo statuto è rispettato? E poi cos'ha cambiato della struttura? La regolamentazione in fondo era ed è data dal Magistero, che - a detta dei catechisti - non riguarda i NC... Perciò, come la mettiamo?

Il vero "movimento", il dinamismo dello Spirito che è una forza che muovendoti ti trasforma, non è determinato dalle emozioni, molto presenti e indotte nel Cammino, né da quello che ti ingiungono di "fare" come accade nel suo ambito, ma dalle motivazioni che "muovono" la volontà e "accendono" il cuore. Queste sono le vere emozioni, non quelle fittizie indotte da tecniche soltanto umane, che sembrano muoverti, ma in realtà non ti portano da nessuna parte e non ti danno la libertà dei figli di Dio, e ti ingabbiano in stereotipi prefabbricati da altri!

venerdì 11 luglio 2008

Salvezza e predestinazione

Ieri - e non è la prima volta - nel tentativo di dialogo con i nostri interlocutori neocatecumenali è venuto fuori il tema della "predestinazione". Mi sembra il caso di approfondire un po', riproponendo questo vecchio articolo, integrato con alcune osservazioni.

Parto citando S. Agostino perché sono sicuro che se fossimo andati avanti ci avrebbero citato prima lui e poi Pascal...

"....Rispondendo all'eresia di Pelagio, che predicava la possibilità dell'uomo di salvarsi senza l'aiuto di Dio, essendo il peccato originale una colpa gravante sul solo Adamo, Agostino traccia la dottrina della predestinazione: solo Dio decide in piena autonomia chi salvare o no dalla dannazione, l'uomo non può che avere fede nella salvezza divina, ben sapendo che l'ultima parola sulla sua salvezza non può spettare ad altri che a Dio (tale dottrina verrà poi ripresa da Lutero e dal Giansenismo e oggi dai neocatecumenali).
In ultima analisi, Agostino sostiene che l'uomo non può che trovare la Grazia in Dio. Gli uomini non possono far altro che avvicinarsi alla luce divina tenendo il buio delle loro anime il più lontano possibile: il bene è Dio, il male l'allontanamento dalla sua bontà, già presente in potenza nelle nostre anime, esse stesse creazioni divine..." [Fonte: Paparatzinger blog 27 aprile 2007]

Ogni uomo può trovare la Grazia in Dio: la 'predestinazione' significa solo il dono dei benefici divini che consentono all'uomo - a tutti gli uomini che accolgono la Grazia esercitando la loro libertà, non solo ai predestinati, nel qual caso la libertà sarebbe da escludere - di raggiungere il bene della vita eterna.

Volendo allargare lo sguardo per una comprensione più ampia, si può riconoscere un “progetto di Dio” che sembra distribuire la Grazia in maniera del tutto indecifrabile per le nostre categorie; ma “i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le mie vie non sono le vostre vie”, dice il Signore... come facciamo a dire che nell’economia della salvezza sia più importante la santità eclatante che è di esempio a tutti o la buona volontà nascosta e umile che fa del suo meglio nonostante i limiti, le difficoltà, le miserie interne ed esterne che la vita gli pone? E, soprattutto come si fa a poter pensare di essere salvati solo per un’appartenenza e non per la propria personale risposta?

Questo non è pelagianesimo; perché non vuol dire che ci si salva da soli con le proprie forze, vuole solo dire che ci si salva in virtù di un rapporto, di una relazione personale (e anche comunitaria nella Chiesa, ovviamente) con il Signore attraverso la Sua Grazia, che incontra il nostro SI’ e ci viene dispensata in molti modi, alcuni anche sconosciuti e impensabili, ma soprattutto nei Sacramenti nella Sua Chiesa. E proprio attraverso gli insegnamenti della Chiesa, il Signore ci rivela sempre di più il Suo Volto e radica sempre di più nella Sua Vita le nostre vite e le nostre storie personali e comunitarie.

Ma non è neppure Luteranesimo, cui sembrano aderire anche in questo aspetto i neocatecumenali, secondo cui il peccato è “coperto” dal Sangue di Cristo (salvezza esteriore o estrinseca). I “coperti” (salvati) dai vergognosi peccati sarebbero solo coloro che hanno fede in Cristo e nelle Sacre Scritture e sono nel cammino NC. Il peccato rimane quindi quello che è e non si parla come cita spesso il nostro Papa della “trasformazione” operata dal Signore e dalla Sua Presenza Viva e Operante nella Sua Chiesa.

Nel CNC si insegna che Dio salva solo "a grappoli", che salva interi gruppi. Per affermare questo si fa il parallelismo con Israele che è schiavo in Egitto. Si dice che, come Dio ha fatto uscire dall'Egitto l'intero Israele, popolo eletto (neocatecumenali) così fa nella storia dell'uomo, Dio salva, secondo il CNC, solo interi gruppi di persone (la Comunità segno: lievito, luce e sale per gli altri, compreso gli altri Cattolici non facenti parte del Cammino neocatecumenale).

Come al solito nel cammino si affermano verità, ma poi queste vengono stravolte... mi spiego meglio: è vero che il Signore non salva solo il singolo, che comunque è un essere-in-relazione e quindi la sua salvezza si intreccia e aiuta quella degli altri e viceversa (naturalmente nel dinamismo di Grazia che la Chiesa ci insegna).
Ma questo essere-in-relazione non significa agire per forza in una comunità precisa e appartenerle anima e corpo: si potrebbe vivere nel deserto ed essere-in-relazione comunque...
Ad ognuno sono date le sue relazioni significative e tutte lo sono in ogni caso, sia per crescere insieme e costruire qualcosa insieme nel Signore, sia per trarre dall'incontro, che può apparire una relazione negativa, le ispirazioni, le decisioni, il rafforzamento delle convinzioni, la vittoria su tentazioni... e una marea di altre possibilità date dall'entrare in rapporto più o meno stretto con gli altri...
Sotto quest'ultimo aspetto: vittoria (qualche volta) su tentazioni e comunque vedere e correggere qualcosa di noi stessi, i nostri interlocutori neocat sono stati e spero continuino ad essere "addestratori" insostituibili ;)

Vorrei aggiungere un'ultima cosa sulla potenza simbolica ma anche l'apoditticità (quella di un'affermazione che non ammette repliche o dubbi: è così e basta) di quel "salva a grappoli" dove è facile intuire in ogni "grappolo" la propria comunità di appartenenza... in cui ogni acino (persona) non ha alcun valore intrinseco se non in quanto appartenente a quel grappolo che, guarda caso evoca la visione della "vigna", con tutti i forti richiami biblici che evoca e con l'arbitrarietà, davvero (!), di identificarla con la comunità neocatecumenale...

mercoledì 9 luglio 2008

Stile educativo e prassi non integrabili?

«Lo stile educativo», «la prassi dell’insegnamento Catecumenale ha un corso poco dialogico, autoritario. Domande e richieste di ulteriori informazioni non sono consentite…». Logico dunque che «conflitti spesso sorgono nelle comunità parrocchiali ospitanti il movimento...». Da più parti, quindi, si chiede «fino a che punto possa esservi una particolare disponibilità nei riguardi della comunione ecclesiale quando (...) "una discussione e un confronto teologico-pastorale non possono aver luogo, e quando, dall’altro lato, con l’istituzione di seminari sacerdotali neocatecumenali in tutto il mondo, vengono posti strutturalmente dati di fatto che spesso creano un parallelismo rispetto alla responsabilità del clero locale e del popolo di Dio..."» (R. BLEISTEIN, Stimmen der Zeit, tradotto da Rassegna di teologia, n. 4, luglio-agosto, 1993, pp. 378-395).

Riporto questo brano che condensa in poche parole le ragioni dell'incomunicabilità che viviamo anche noi.

Abbiamo già puntualizzato negli ultimi post il fatto che gli insegnamenti della Chiesa non FANNO PRESA avuto riguardo alla fonte da cui provengono, che è il Papa e non Kiko o un suo autorevolissimo (molto più del Papa) megafono, cioè il catechista.

Come non hanno ascoltato del Papa se non gli incoraggiamenti perché enfatizzati in ogni comunità da tutti i catechisti dell'orbe e ne hanno IGNORATO le norme, così continuano a fare, perché il Cammino ha una sua fortissima e strutturata identità, che se cambia una sola virgola crolla l'impalcatura, e quindi deve rimanere così com'è, Papa o non Papa, perché Kiko dixit...

Inoltre abbiamo notato come manchi la DISCIPLINA che scaturisce dal "Principio di Autorità" disgregatosi anche nella Chiesa... ed in effetti però loro sono cementati e forgiati in base non ad una sana e necessaria Autorità, ma da un "autoritarismo" indistruttibile che schiaccia, coarta e deforma le coscienze e incanala le persone in un percorso obbligato, uguale per tutti, in base a un coacervo di insegnamenti e di prassi che dire sincretistici è il meno...

L'unica speranza che abbiamo è che il parlarne, portare alla luce gli interrogativi, le domande, le perplessità, alla fine faccia breccia su chi ha responsabilità o, almeno, possa aprire gli occhi a chi qualche dubbio riesce a coltivarlo nella sua coscienza per effetto della sua sovrana libertà, dono di Dio...

lunedì 7 luglio 2008

Oggi è il primo Anniversario del Summorum Pontificum


Un anno esatto fa è finita, speriamo per sempre, quella sorta di “cattività babilonese” che a livello liturgico tutti i cattolici hanno subito. Se è vero che esiste la chiesa militante e quella trionfante, ci pare sia altrettanto vero che esista tuttora anche una chiesa “delirante” che in tutto questo periodo ha spadroneggiato con i suoi lupi in veste di agnello a danno di tutto il popolo cristiano, con immenso scandalo. Ma l'ha detto il Signore: "Non prevalebunt"! Se i nostri legittimi pastori, di ogni grado, avessero avuto abbastanza fede, non avessero seguito l’onda per cercare un vano consenso, e non avessero peccato di codardia davanti alla riforma liturgica mal congegnata e soprattutto imposta perché da nessuno richiesta, il problema “Messa di san Pio V” non si sarebbe nemmeno posto. Invece, sono dovuti trascorrere quarant’anni perché un Sommo Pontefice animato di coraggio e buona volontà riconcedesse quanto, per sua natura, nessuno avrebbe mai potuto né dovuto abolire. Né lo richiedeva il Concilio nei termini in cui è avvenuto.

Non è questione di essere "Tradizionalisti" o "Progressisti", che sono due etichette che denotano l'ideologizzazione che purtroppo può entrare anche nelle questioni di Fede; occorre invece realismo ed apertura ad una Tradizione non sclerotizzata né forzatamente innovatrice, ma Vivente e Vivificante perché è data dalla Presenza del Signore nella Sua Chiesa... È anzi auspicabile che nessuno faccia del Motu proprio del Papa una bandiera da issare o da abbattere per la propria militanza nell'uno o nell'altro campo, come se nella Chiesa ci fossero due schieramenti contrapposti; è invece necessario che ognuno lo accolga e viva per quello che vuole essere ed è, la legittimazione di due diverse forme di un rito che sia vera espressione del 'sensum fidei' cattolico nella piena consapevolezza della lex orandi lex credendi, che diviene lex vivendi...
Il discorso del latino visto come un ostacolo appare pretestuoso, intanto perché alcuni giovani ancora lo studiano e, poi, si acquista dimestichezza coi testi strada facendo e i messali danno la duplice versione latino-italiano a fianco. D'altronde, se l'inglese è così diffuso e la maggior parte delle canzoni vengono seguite e cantate in inglese, non si vede perché chi è interessato alla Messa dovrebbe avere difficoltà; le accampano i liturgisti che aborrono il latino per partito preso, ma in realtà nelle celebrazioni V.O. si vedono sempre più giovani e non soltanto anziani. Cade, secondo noi, anche l'obiezione della lingua come maggior comprensione della scrittura, perché la messa è una celebrazione, un rito del quale - come dicevamo - si acquista dimestichezza strada facendo cercando di capire e di vivere cosa si celebra, mentre la maggiore comprensione della Parola data dalla lingua la si può avere da una maggiore frequentazione della Scrittura, che nutre la vita di fede anche al di fuori del rito, volendo...

In ogni caso la celebrazione Vetus Ordo ci fa capire cos'è davvero la Santa e Divina Liturgia che celebra i Sacri Misteri... ci fa rimanere immersi nel Mistero che coinvolge e trasforma, perché la Liturgia è Opus Dei e non dell'uomo e il celebrante è Cristo stesso come Capo dell'Assemblea... E tutto sommato ci aiuta a vivere con maggiore consapevolezza e coinvolgimento e interiorizzazione anche le celebrazioni con il Novus Ordo, perché non si dà un aut aut, ma un et et...

Nella sostanza non è che torneremo a celebrare tutte le messe in latino. Tuttavia, sarebbe opportuno prevedere, anche a cadenze regolari, celebrazioni con il messale anteriore al Concilio, trovando in questo un aiuto prezioso per tutti, un invito a riscoprire un modo di pregare che era stato confinato nel passato, un patrimonio che ha a che fare con la nostra storia, le nostre origini e soprattutto con la nostra fede. E ricordiamo che nemmeno Papa Damaso, quando nel IV secolo, per le Letture inserì i nuovi testi presi dalla Vulgata di S. Girolamo, volle toccare nulla del rito, che ci è pervenuto nella 'Vetus' latina nata nell'Africa settentrionale romana del II secolo, quando la lingua ufficiale della Chiesa era ancora il greco...

É questa una grande occasione, una ricchezza di cui non era giusto privarsi perché contribuisce ad approfondire il Mistero che è all'origine della nostra fede. Quindi se ci capiterà di entrare in chiesa e, con nostro stupore, trovare ancora il sacerdote di spalle rivolto, come e insieme agli altri fedeli, verso Oriente mentre prega in lingua latina, non diciamo - come alcuni giornali e diversepersone "ignoranti" hanno affermato, del tutto impropriamente e in base a pregiudizi purtroppo diffusi - che non è "democratico"... Proviamo, invece, a pensare che in quel momento si vuole rendere semplicemente più evidente che il sacerdote è uno che in mezzo al popolo alza le mani con i suoi fratelli verso Dio, anche lui rivolto verso la Croce, verso il Risorto, anche Lui in cammino per la salvezza attraverso un rito antico ma sempre nuovo.

Ringraziamo il nostro Papa Benedetto e il Signore, che si è servito alla grande di lui!!!

sabato 5 luglio 2008

Cosa succede tra Roma e il Giappone?

[Fonte:http://www.cbcj.catholic.jp/eng/jcn/jul2008.htm#3]

Nonostante la decisione del vescovo Osamu Mizobe e del consiglio pastorale della diocesi di Takamatsu di chiudere per il 30 giugno 2008 il seminario Redemptoris Mater a Higashi Kagawa (nella prefettura di Kagawa), decisione ratificata dal Vaticano a seguito di due visite a Roma del vescovo e dell'incontro personale che questi e altri tre arcivescovi giapponesi hanno avuto con papa Benedetto XVI il 25 aprile scorso, è giunto da Roma l'ordine di bloccare tutte le azioni contro tale seminario.
L'ordine di bloccare la chiusura è giunto in un messaggio all'arcivescovo Alberto Bottari De Castello, nunzio apostolico in Giappone, da parte del cardinale Tarcisio Bertone, segretario di stato Vaticano, ed è stato passato al vescovo Mizobe il 31 maggio.


Quando è giunta la direttiva da Roma, la decisione della chiusura era già stata notificata al consiglio pastorale, al consiglio presbiterale e alla commissione diocesana per l'evangelizzazione della diocesi (che conta 5.070 fedeli). All'inizio di luglio ancora non si registrano sviluppi.

Il seminario Redemptoris Mater (RM), aperto nel 1990, è gestito dal Cammino Neocatecumenale (CN) come un seminario internazionale legato alla diocesi di Takamatsu. I seminari gestiti dal CN formano i preti secondo le linee guida liturgiche e spirituali del movimento, per il servizio come clero diocesano. Il seminario RM di Takamatsu ha licenziato circa 30 preti che attualmente operano nelle diocesi di Takamatsu, Niigata, Oita e Kagoshima.

Il CN è stato fondato in Spagna nel 1964 come formazione alla fede per gli adulti nella forma di piccoli gruppi all'interno delle parrocchie, che conducono delle loro proprie liturgie e dei loro propri programmi di formazione. Nonostante negli Statuti del movimento venga stabilito che "è al servizio del vescovo come una delle modalità di attuazione diocesana dell'iniziazione cristiana e dell'educazione permanente alla fede", le relazioni tra il CN e i vescovi diocesani hanno avuto frequenti attriti.

«Non riesco a capire come sia potuto avvenire», ha detto don Sueo Hamaguchi, sacerdote diocesano di Nagasaki che opera come parroco della chiesa di Sakuramachi a Takamatsu, commentando l'ordine dal Vaticano.

Don Hamaguchi è uno dei tanti sacerdoti diocesani e religiosi "prestati" alla diocesi di Takamatsu da quando monsignor Mizobe vi è stato assegnato nel 2004 per ristabilirvi l'ordine dopo che l'agitazione causata dal CN aveva portato a forti divisioni nella diocesi, culminati in una querela per diffamazione da parte di due laici contro il vescovo precedente, monsignor Satoshi Fukahori, che aveva pubblicato una lettera pastorale condannando i due per la loro opposizione al suo invito al CN di aprire un seminario in diocesi.

Don Desiderio Cambra, membro dell'Instituto Español de Misioneras Extranjeras (IEME, istituto spagnolo di missionari esteri), è stato di recente nominato cancelliere della diocesi. Anche lui si è detto scioccato per l'interferenza di Roma. [Si interviene per bloccare la chiusura di un seminario concordata dalla Conferenza Episcopale col Papa e non si fa nulla nei confronti di vescovi che boicottano il Motu proprio del Santo Padre!]

«Hanno ignorato una decisione dell'intera Conferenza episcopale giapponese e dello stesso nunzio apostolico», ha esclamato.

Parlando a nome di don Angel Luis Romero Carbonell, rettore del seminario RM, don Antonio Anfuso, vice rettore, ha rifiutato di rilasciare un'intervista per quest'articolo, dicendo: «non possiamo rispondere adesso a delle domande, dal momento che molte cose non sono state ancora decise». Anche gli altri membri NC che sono stati avvicinati hanno rifiutato di dare commenti.

Il salesiano don Kosuke Murakami, in servizio alla diocesi come parroco della chiesa di Zentsuji a Kagawa, ha spiegato i motivi per cui pensa che il seminario debba essere chiuso.

«Quel seminario è la forza propulsiva delle attività del CN, produce problemi liturgici e danneggia l'unità delle parrocchie», ha affermato.

«Nella parrocchia dov'ero prima, ad Imabari (prefettura di Ehime)», ha continuato, «indipendentemente dalla data di nascita di un bambino, il CN si rifiutava di battezzarlo fino alla Pasqua successiva, rifiutando inoltre di far amministrare il sacramento da un sacerdote che non sia neocatecumenale. Sono stati un gruppo completamente indipendente in parrocchia, che il parroco non poteva controllare. Hanno spostato i membri della parrocchia più attivi alla messa del CN del sabato sera. Anche il benefattore principale della parrocchia è stato dirottato verso quel gruppo, il tutto a danno dell'intera parrocchia».

Secondo il salesiano don Hideaki Hamaguchi, procuratore diocesano e sacerdote "in prestito", la tendenza dei neocatecumenali ad ignorare i pastori si estende ben oltre il vescovo.

«In questi ultimi due o tre anni ho sempre fortemente avvertito che i preti NC incardinati nel clero diocesano, nonostante si dicano obbedienti al vescovo, non lo sono», dice. «Vanno proclamando che "il modo di pensare del vescovo è diverso dal nostro". È una vergogna che loro non si sforzino per nulla di pensare a come cooperare col vescovo o a come servire meglio la Chiesa in Giappone. Se il loro zelo fosse diretto a lavorare insieme al vescovo, potrebbero avvenire grandi cose».

Sulla questione dell'obbedienza ai vescovi, il superiore della provincia domenicana di Rosario, don Juan Manuel Gonzalo, ha affermato: «noi Domenicani non lavoriamo per noi stessi».

«L'autorità della Chiesa in Giappone», ha continuato, «sta nel vescovo di Takamatsu e negli altri vescovi nominati dal Papa. Dunque la loro decisione (di chiudere quel seminario) è la migliore per il Giappone e io penso che debba essere attuata al più presto possibile».

Secondo don Cambra, «il Cammino poteva andar bene per educare persone spagnole che non frequentavano la chiesa, ma qui in Giappone la situazione è del tutto diversa».

Don Murakami ha detto che tra i problemi principali del CN c'è la celebrazione della liturgia in una maniera estranea alla cultura e alle sensibilità dei giapponesi, imponendo uno "stile europeo" a chi prega.

«Riorganizzano le cose in chiesa, mettono su le loro icone e utilizzano le loro musiche e gestualità. In una chiesa come quella di Imabata dove ci sono tanti parrocchiani anziani, il CN è tutto un baciarsi, abbracciarsi, tenersi per mano, cantando e ballando durante la messa. Utilizzano le chitarre perfino nei funerali. Finché non correggono queste pratiche, è impossibile lavorare insieme a loro», ha affermato.

Don Sueo Hamaguchi ha detto che la coesistenza col CN è strutturalmente impossibile.

«Il CN ha le sue proprie strutture di controllo, prendendo ordini solo dai suoi tre leader», ha detto. «Il loro modo particolare di celebrare la liturgia è inteso ad affermare la loro unicità».

Il diacono Yasuhiro Nishikawa, direttore dell'ufficio diocesano, ha detto che i membri del CN conducono attività di beneficenza a loro vantaggio utilizzando i nomi delle parrocchie senza consultarsi con i parroci.

«Ignorano la diocesi e le parrocchie», dice.

Don Murakami ha detto: «se al seminario è permesso di continuare così com'è, il CN si diffonderà in tutto il Giappone e perciò qui avremo due chiese, la Chiesa del Papa e la chiesa di Kiko», riferendosi a Kiko Argüello, fondatore del CN.

«Ai cattolici giapponesi spetta comprendere l'entità del problema», ha detto il salesiano don Hideaki Hamaguchi.

I sacerdoti che lavorano in diocesi hanno detto che fin dal suo arrivo il vescovo Mizobe ha lavorato molto per riportare l'unità.

Don Hideaki Hamaguchi ha commentato: «dopo i primi tre anni è diventato chiaro che il problema era troppo grande e che il metodo migliore non poteva che essere il tagliare i legami tra la diocesi e il seminario».

Monsignor Mizobe ha mandato i preti neocatecumenali a studiare a Tokyo e a Roma perché si preparassero meglio a lavorare in Giappone.

«Il vescovo sta dicendo "lavoriamo insieme", ma loro hanno un complesso di persecuzione per cui si fissano solo sulla questione della chiusura del seminario e non vedono le preoccupazioni del vescovo per la cura pastorale», dice il diacono Nishikawa.

Don Sueo Hamaguchi: «Non c'è alcun motivo per far continuare il seminario. In nessun modo può essere sostenuto da una piccola diocesi come Takamatsu, e la diocesi non ha bisogno del CN che vi si nasconde dietro. I neocatecumenali sono solo un ostacolo».
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Note del traduttore:

1. a noi europei, gli usi e costumi della cultura giapponese apparirebbero di grande compostezza e formalità; col termine "European style" nel testo si è voluto intendere spregiativamente l'attitudine da chiassosi cafoni (che non qualifica certo tutti gli europei);
2. tale don Carbonell, rettore del seminario RM di Takamatsu, risulta essere incardinato a Roma (cfr. clero romano);
nelle sue lettere pastorali del 2000-2001 il vescovo Fukahori aveva criticato (facendo nome e cognome) due dei fedeli che si erano opposti, ed è stato perciò denunciato per diffamazione e condannato a pagare un totale di 800.000 yen di risarcimento danni (poco meno di 5.000 euro). Dopo la sentenza, i due parrocchiani che hanno vinto la causa hanno affermato di non essere contenti della vittoria, ma di essere allarmati a causa del seminario Redemptoris Mater (tale notizia, reperita da UCA News, non risulta più disponibile nei suoi archivi);
3. nel 2000 c'era stata un'altra denuncia per bloccare il seminario, con la motivazione che utilizzava fondi della diocesi per formare preti destinati altrove (una diocesi così piccola non naviga certo nell'oro); il caso era stato ironicamente riportato nel 2002 dal Chugai Nippo, uno dei più diffusi quotidiani buddisti del Giappone.

giovedì 3 luglio 2008

Tradizione e Metodi

Riprendiamo questo post di Caterina
LA TRADIZIONE CATTOLICA CI CONDUCE AL LARGO....quello autentico ^___^

Seguendo il Vangelo, con coraggio e generosità, i laici cattolici partecipino attivamente alla vita politica e sociale del proprio Paese: è questa l’esortazione di Benedetto XVI contenuta nel messaggio per il 97.mo Katholikentag tedesco.

Prendendo spunto dal motto dell’evento ecclesiale “Tu ci conduci fuori al largo”, il Papa invita i fedeli laici a non lasciare che gli altri plasmino il futuro, ma si inseriscano con fantasia e capacità di persuasione nei dibattiti del presente.

La parola del Santo Padre:
"Qual è il "largo" nel quale ci conduce l’incontro con Dio, la fede? Non poche sono le persone che oggi, al contrario di quello che dice il salmo, hanno paura che la fede possa limitare la loro vita, che esse possano essere costrette nell’involucro dei comandamenti e degli insegnamenti della Chiesa e che non potranno più essere libere di muoversi nel "largo" della vita e del pensiero di oggi. Si sentono come il figlio minore nella parabola dei due fratelli (Lc 11-32), costrette a partire, lasciando da parte Dio per assaporare tutto il "largo" dell’universo.
Alla fine, però, questo "largo" diventa stretto e vuoto. Solo quando la nostra vita sarà riuscita a salire al cuore di Dio, avrà trovato quel "largo" per il quale noi siamo stati creati. Una vita senza Dio non diventa più libera e più larga. L’uomo è destinato all’infinito. Nulla di diverso può essere sufficiente per lui. Chi però tralascia Dio, limita la vita e il mondo al "finito", a quello che noi stessi possiamo fare e pensare, e questo è sempre troppo poco. Soprattutto, egli allarga il nostro cuore affinché non pensiamo più soltanto a noi stessi e non ci preoccupiamo soltanto per noi stessi. Il cuore che si è aperto a Dio è diventato – per l’ampiezza di Dio – a sua volta generoso e ampio."
(Messaggio in occasione della 97ma edizione del "Deutscher Katholikentag" (11 maggio 2008)qui in italiano
http://www.zenit.org/article-14446?l=italian
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La Tradizione Cattolica si inserisce bene in queste parole del Papa perchè tutta la nostra FEDE, la fede che EREDITIAMO è frutto di coloro che PRIMA DI NOI hanno creduto ed hanno dato la propria vita perchè noi, oggi, potessimo credere....

NON ABBIAMO BISOGNO DI NUOVI METODI!!!!!!
Nella Tradizione Cattolica LA TRASMISSIONE della Fede ci inserisce in quella COMUNIONE DEI SANTI che da Lassù ci guardano e ci aiutano con la loro intercessione


NON ABBIAMO BISOGNO DI METODI....ABBIAMO BISOGNO DI APPLICARE IL MAGISTERO DELLA CHIESA E DI FARLO CONOSCERE NEL MODO MIGLIORE....non servono metodi per questo, serve una vita coerentemente vissuta e il donare se stessi....donare se stessi NON per l'approvazione di un gruppo o di un METODO, bensì e più semplicemente donare la propria vita...

"Se sarete ciò che dovrete essere, metterete fuoco in Italia e nel mondo intero"
(S.Caterina da Siena)

mercoledì 2 luglio 2008

Cui prodest?

Apriamo la nuova pagina con questo post di Francesco:

Come mai tanto stracciamento di vesti per la (presunta) rigidezza delle posizioni dei lefevbriani alle richieste del Papa, ora smentita ampiamente sia dall'agenzia I Media sia dallo stesso Tornielli (che aveva montato il caso)?

Come mai tanto silenzio invece dinanzi all'annosa e ostentata disubbidienza di Kiko Arguello davanti alle richieste del Papa (per non parlare del resto) del I dicembre 2005, tutte rimaste inascoltate e addirittura fonti delle sue stizzite reazioni verso lo stesso Pontefice (cfr. lettera di Kiko al Sommo Pontefice del 16.1.2006).

Due comportamenti e due stili emblematici: dignitosamente austero, ma non arrogante quello della Fraternità di San Pio X (E' Tornielli a darne ragione); altezzosamente chiuso ed arroccato nelle sue "estetiche" prerogative quello di Arguello.

Possiamo non restare perplessi davanti agli accanimenti dell'opinione pubblica contro il primo e al trionfalismo imperante verso il secondo?

Possiamo non restare perplessi di fronta al silenzio a diremmo anche all'inerzia, di fronte ai contenuti delle recenti interviste all'iniziatore dei NC, non eslusa l'ultima di Zenit dei giorni scorsi?

A questo proposito riproduciamo la riflessione di una nostra lettrice:

In primo luogo speriamo che il titolo : “Il rinnovamento del battesimo, risposta alla secolarizzazione”, non sia di Arguello, il quale dice: “il cammino ha delle chiavi ermeneutiche di interpretazione della Scrittura che permettono la riscoperta dell’Antico Testamento in connessione con il Nuovo, oltre al fatto di poter aiutare il rinnovamento liturgico, quello pastorale ecc.”

Aiutare il rinnovamento liturgico? Senza dubbio è con questa chiave di ermeneutica che sono stati introdotti tutti i simboli giudaizzanti nel rito di Arguello e sconvolto il locus liturgicus, lo spazio sacro liturgico. La chiesa ha veramente bisogno di questo tipo di “rinnovamento liturgico”?

Non sembra in ogni caso che sia la direzione presa da Benedetto XVI nelle sue Celebrazioni Eucaristiche.

S.Pietro 29 giugno 2008

martedì 1 luglio 2008

Una montatura (e la rigidità assoluta!). Perchè?

Qualche considerazione sulle pressioni esercitate dalla Curia romana e da alcuni giornalisti nei confronti della Fraternità San Pio X

Fonte: Unavox

Stranamente, in vista della data delle annuali ordinazioni sacerdotali che compie la Fraternità San Pio X a Ecône, in questi ultimi giorni si è visto un polverone alzarsi, soprattutto in Italia, per l'agitazione di qualche prelato e di qualche giornalista.
Il sospetto che ci possa essere una sorta di tentativo di accerchiamento della Fraternità San Pio X è più che legittimo. Resta ancora oscuro il vero, serio motivo di tutto questo. Ovviamente a voler trascurare il fatto che, in maniera cadenzata, sono sempre sorti i tentativi di creare confusione e divisione tra i fedeli della Fraternità: come se qualcuno si dilettasse a rimestare nel torbido non appena le acque sembrano calmarsi.

Questo nostro è un mondo che predilige la confusione e il chiasso, e le brutte abitudini sono le prime a contagiare tutti, anche nelle fila dei cattolici attenti.

È stato detto che il Papa si sia sentito offeso per le dichiarazioni di alcuni esponenti della Fraternità a riguardo della sua persona. Chi conosce Papa Ratzinger sa bene che non soffre di queste pruderie narcisiste. Tanto più che sarebbe strano che il Papa si adombrasse adesso, dopo che le stesse dichiarazioni sono state fatte più volte in questi ultimi 3 anni. Piuttosto è più probabile che per motivi fin troppo umani cerchino di farsi avanti chierici e laici che vogliono apparire come i primi della classe nella difesa del Papa.

È stato detto poi che era giunto il momento per la Fraternità di tirare le somme e di decidersi a rientrare nella Chiesa, tanto ormai il Papa ha fatto tutto quello che c'era da fare. Davvero singolari questi suggeritori, soprattutto se si pensa che, sia chierici sia laici, dovrebbero conoscere molto bene la vicenda in questione. Dovrebbero conoscere a menadito il pensiero della Fraternità, dovrebbero conoscere nei particolari le questioni che da otto anni sono sul tappeto.
Come mai tanta superficialità e tanta apparente ingenuità?
Solo gli ingenui e i distratti possono parlare della Fraternità come di chi sta fuori dalla Chiesa. Ed è strano che proprio adesso che sembra essersi abbastanza ridimensionata la strumentalizzazione della vessata questio della scomunica, si trovi chi è disposto a rimetterla in auge.
È davvero sospetta una tale manovra, proprio adesso che la Santa Sede potrebbe decidersi a ritirare il decreto di scomunica, dopo aver liberalizzato la S. Messa tradizionale. Ed è ancor più sospetta ove si pensi che è possibile che la Santa Sede si decida a dare un giro di vite contro l'aperta e sfacciata opposizione dei vescovi proprio nei confronti della S. Messa tradizionale.

Fatte queste considerazioni, pensiamo sia il caso di soffermarsi su una contraddizione che è emersa in questa vicenda giuocata tutta sul piano dei giornali

Si tratta del rincorrersi delle notizie sulla ultimativa richiesta della Santa Sede perché la Fraternità dichiarasse di accettare il Concilio Vaticano II: condizione irrinunciabile per la sua regolarizzazione canonica.
La verità è che la Fraternità non ha chiesto alcuna regolarizzazione canonica, ed è da anni che ripete che la cosa non ha senso se prima non si definiscono le questioni dottrinali.
Per ciò che attiene al Concilio, sembra che certuni dimentichino che Mons. Lefebvre ha firmato tutti i documenti del Concilio, ma questo non gli ha impedito di rifiutare il Novus Ordo, la libertà religiosa, l'ecumenismo, la collegialità, la nuova ecclesiologia, la revisione della storia della Chiesa, i congressi delle religioni, la pastorale socio-sanitaria, e via dicendo. E questo non per mancanza di coerenza, ma per il semplice fatto che i documenti del Concilio, per quanto equivoci, volendo avrebbero potuto essere interpretati e soprattutto applicati alla luce della Tradizione, così da produrre effetti diametralmente opposti a quelli che si sono prodotti in questi ultimi quarant'anni.
È stata questa la logica giustificativa che ha mosso i fondatori della Fraternità San Pietro [giustamente, dico io!] e ultimamente i sacerdoti di Campos. Senza contare la recentissima costituzione dell'Istituto del Buon Pastore, in Francia, i cui rappresentanti asseriscono di poter vantare anche una prerogativa esclusiva, rispetto agli altri Istituti dell'Ecclesia Dei, la libertà di poter esercitare la critica positiva del Concilio.
Ecco, diranno subito certuni, ed allora perché la Fraternità non vuole fare lo stesso? [ESATTO!]Per il semplice motivo che tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare [e che vuol dire?].
Eppure dovrebbe essere chiaro a tutti che nella Chiesa di oggi, dopo 40 anni di postconcilio, non basta mettere nero su bianco per riportare le cose alla normalità. Non basta un documento papale che liberalizza la S. Messa perché questa divenga realmente libera [intanto è un inizio! Troppo distruttivi!].
D'altronde, in questo come in tutti gli altri campi, le cose stanno così perché in seno alla Chiesa conciliare ormai vige una forma mentis che non è più cattolica.
Della lettura del Concilio alla luce della Tradizione, che ne è stato nella Fraternità San Pietro? [ha prodotto molti frutti! Basta andare alla Trinità dei pellegrini, eretta Parrocchia personale, con stabile forma del rito di sempre...Si poteva pensare 20 anni fa?] E cosa ha partorito la lettura critica positiva di Campos dei documenti conciliari, semmai è stata fatta? E quella ultima dell'Istituto del Buon Pastore?
Un vecchio e noto combattente francese per la Tradizione, Jean Madiran, proprio l'altro giorno ricordava che, per definizione, ogni critica che non sia negativa, di per sé, è inevitabile che diventi un'apologia o un'agiografia. E l'esperienza di questi anni ci conferma in pieno la bontà di questa riflessione.

In ogni caso, resta il fatto che, nonostante le voci, quando siamo riusciti a leggere la famosa lettera del Card. Castrillon a Mons, Fellay, dei primi del mese, ci siamo accorti che si trattava di luoghi comuni e di provocazioni: in quella lettera non si parla affatto di riconoscimento del Concilio.

Eccola: basta leggerla

Condizioni risultanti dall'incontro del 4 giugno 2008 tra il Cardinale Darìo
Castrillon Hoyos e il Vescovo Bernard Fellay

1. L'impegno di una risposta proporzionata alla generosità del Papa.
2. L'impegno a evitare ogni intervento pubblico che non rispetti la persona del Santo Padre e che sarebbe negativo per la carità ecclesiale.
3. L'impegno a evitare la pretesa di un magistero superiore al Santo Padre e a non presentare la Fraternità in contrapposizione alla Chiesa.
4. L'impegno a dimostrare la volontà di agire onestamente in piena carità ecclesiale e nel rispetto dell'autorità del Vicario di Cristo.
5. L'impegno a rispettare la data - fissata alla fine del mese di giugno - per rispondere positivamente. Questa sarà una condizione richiesta e necessaria come preparazione immediata all’adesione per ottenere la piena comunione.

Si capisce subito che si tratta di una sorta di appunto di lavoro, per di più vertente su questioni di mera diplomazia mediatica. Qui non si parla di impegni importanti. Solo il punto cinque contiene una sorta di ultimatum: rispondere positivamente entro la fine del mese. Ma sembra più una data legata alle prossime vacanze estive che a problematiche importanti.
Eppure su questo è stata tessuta un'atmosfera da fine del mondo. O adesso, o mai più!

Da leggere l'Omelia di Mons. Alfonso De Galarreta , sul Sacerdozio (si ricollega al post precedente), e le sue considerazioni su Roma.

domenica 29 giugno 2008

La funzione dei sacerdoti nella Chiesa

Mi sembra sia arrivato il momento di riprendere il nostro confronto - dialogo...
Rimando chi volesse continuare a dare i suoi contributi sulla eucaristia e sulla Catechesi ti tornare sulle relative pagine, delle quali è in preparazione una sintesi.

Quanto alle questioni sul tappeto non risolte dal nuovo statuto, mi sembra che esso non abbia eliminato la preoccupazione maggiore che è per i Sacerdoti formati secondo l'iter del Cammino in Seminari che dovrebbero essere ricondotti sotto la diretta supervisione del Santo Padre, dai quali vengano tenute lontane ogni deriva modernista e ogni suggestione sincretista... Soprattutto sottraendo i sacerdoti stessi all'influenza davvero pesante di catechisti-ripetitori acritici degli insegnamenti dei fondatori e non veri 'formatori' e sottraendoli anche al martellamento psicologico delle convivenze periodiche, dalle quali ogni adepto torna regolarmente 'fuso' sulla base della visione antropologica, pseudo-teologica, con psicologismi e tecniche varie, sempre più affinate nel tempo, da parte sia degli iniziatori che dei responsabili...

Penso non sia inutile sottolineare che, se un carìsma è autentico, l'efficacia dei risultati non sta nelle 'tecniche' più o meno valide (anche quando sono lecite e accettabili secondo i criteri dati dalla dignità della persona), ma nell'Azione dello Spirito Santo...

Ricordiamo che il card Rylko, a voce, nella consegna degli statuti ricordava tre punti, uno dei quali era il rispetto del ruolo dei sacerdoti, ma il nuovo statuto sembra lasciare immutata la vecchia prassi...

Estratto da: CEI - Lettera ai Laici 27.3.2005

Il Signore Gesù è presente nella sua Chiesa, che ne è come il sacramento, segno visibile e rivelatore. In quanto tale – ci ricorda il Concilio Vaticano II – «la Chiesa prega e insieme lavora perché la pienezza del mondo intero sia trasformata in popolo di Dio, in corpo del Signore e in tempio dello Spirito Santo». Ci ricorda pertanto la prima lettera di Pietro: «Stringendovi a lui [il Signore], pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, anche voi venite impegnati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo» (1Pt 2,4-5)
Per realizzare tale grandioso progetto, Cristo ha fatto del nuovo popolo di Dio “un regno di sacerdoti”: ha rivestito di “sacerdozio ministeriale” i pastori, ai quali ha affidato il compito di formare e dirigere tale popolo, e ha partecipato il “sacerdozio regale”, o comune, a tutti i battezzati, affinché esercitino il culto spirituale e operino per la salvezza degli uomini. «Sono elementi propri dell’originaria struttura inalienabile della Chiesa l’apostolo e la comunità dei fedeli, che si corrispondono tra loro in mutua connessione sotto il Cristo capo e l’influsso del suo Spirito».
Si può dire pertanto che il sacerdozio ordinato dei pastori è finalizzato a far emergere e rendere operante il sacerdozio regale di tutti i fedeli; e il sacerdozio regale dei fedeli sussiste ed è autentico in quanto è congiunto al sacerdozio gerarchico, la cui pienezza risiede nel Vescovo «dispensatore della grazia del supremo sacerdozio». «Mancando la presenza e l’azione di quel ministero che si riceve mediante l’imposizione delle mani e con la preghiera, la Chiesa non può avere la piena certezza della propria fedeltà e della propria continuità visibile».
La distinzione di grado e di funzione, quindi, non significa che nella Chiesa vi sia una zona riservata all’opera dei pastori e una riservata all’opera dei laici. L’azione pastorale è affidata alla Chiesa particolare; «ad essa, nella comunione dei suoi membri sotto la guida del Vescovo, è dato il mandato di annunciare il Vangelo», con compiti e responsabilità distinte e complementari per pastori e laici. Così pure l’azione pastorale nell’ambito secolare è altrettanto condivisa fra tutti i membri della Chiesa, anche se questa è ambito peculiare dei laici.

E, ancora, la visione delle Chiesa in questo estratto da: Giovanni Paolo II (Plenaria della Congregazione per il Clero, 15 ottobre 1998)

Il presbitero è anzitutto guida del popolo a lui affidato. La struttura della Chiesa trascende sia il modello democratico che quello autocratico, perché si fonda sull'invio del Figlio da parte del Padre e sul conferimento della missione attraverso il dono dello Spirito Santo ai Dodici e ai loro successori (cfr. Gv 20, 21). , questo l'insegnamento già presente in Presbyterorum Ordinis, là dove il Decreto conciliare tratta "dell'autorità con cui Cristo fa crescere, santifica e governa il suo popolo" (cfr. 2). E questa un'Autorità che non ha origine dal basso e che non può, quindi, essere autonomamente definita nella sua estensione ed esercizio da nessun consesso di base.
Il presbitero è, poi, in unione con il suo Vescovo maestro della Parola. Ne è maestro, essendone prima servo (cfr. PO 4). Tutti i fedeli, in forza dei sacramenti dell'iniziazione cristiana, sono chiamati ad evangelizzare, secondo il proprio stato di vita, ma il ministro ordinato compie tale missione con un’autorevolezza e una grazia che gli pervengono non dalla pur necessaria scienza e competenza, ma dall'ordinazione (cfr. PDV 35).
Il presbitero è, infine, ministro dei sacramenti. Infatti non si può dare autentica evangelizzazione che non tenda a sfociare nella celebrazione dei sacramenti. Non può, dunque, esserci evangelizzazione che non sia orientata verso tale celebrazione (cfr. PO 5).

Dal Discorso di Giovanni Paolo II ai Sacerdoti delle comunità neocatecumenali il 9.12.1985

Gli obiettivi che si propongono le vostre Comunità neocatecumenali corrispondono certamente ad uno degli interrogativi più angosciosi dei pastori di anime di oggi, specialmente nei grandi agglomerati urbani. Voi intendete raggiungere la massa di battezzati adulti, ma poco istruiti nella fede, per condurli, attraverso un cammino spirituale, a riscoprire le radici battesimali della loro esistenza cristiana e per renderli sempre più consapevoli dei loro doveri. In questo cammino l'opera dei sacerdoti rimane fondamentale. Di qui la necessità che sia ben chiara la posizione che a voi spetta come guide delle Comunità, affinché la vostra azione sia in sintonia con le reali esigenze della pastorale.
La prima esigenza che vi s'impone è di sapere mantener fede, all'interno delle Comunità, alla vostra identità sacerdotale. In virtù della sacra Ordinazione, voi siete stati segnati con uno speciale carattere che vi configura a Cristo Sacerdote, in modo da poter agire in suo nome (cfr. Presbyterorum Ordinis, 2). Il ministro sacro quindi dovrà essere accolto non solo come fratello che condivide il cammino della Comunità stessa, ma soprattutto come colui che, agendo "in persona Christi", porta in sé la responsabilità insostituibile di Maestro, Santificatore e Guida delle anime, responsabilità a cui non può in nessun modo rinunciare. I laici devono potere cogliere queste realtà dal comportamento responsabile che voi mantenete. Sarebbe un'illusione credere di servire il Vangelo, diluendo il vostro carisma in un falso senso di umiltà o in una malintesa manifestazione di fraternità. Ripeterò quanto già ebbi occasione di dire agli Assistenti Ecclesiastici delle Associazioni Internazionali Cattoliche: "Non lasciatevi ingannare! La Chiesa vi vuole sacerdoti, e i laici che incontrate vi vogliono sacerdoti e niente altro che sacerdoti. La confusione dei carismi impoverisce la Chiesa, non la arricchisce" (Discorso del 13 settembre 1979, n. 4: Insegnamenti 1112 (1979], p. 1391).

sabato 28 giugno 2008

Risposta di Mons. Fellay

Trascrizione della registrazione dell'Intervista da Mons Fellay al Giornale Radio della RTSI di oggi 28 giugno, delle 12:30
http://real.xobix.ch/ramgen/rsi/rg/2008/rg_12_06282008.rm

Venti anni fa, per la precisione il 30 giugno 1988 si consumava lo scisma di Econe, con l’ordinazione di quattro vescovi senza mandato pontificio da parte di Monignor Lefebvre. Gino Driussi si è recato nel centro tradizionalista vallesano per fare il punto della situazione con il Superiore Generale della Fraternità San Pio X, il vescovo svizzero Bernard Fellay. Sentiamo:

Domanda: Mons. Fellay: in seguito all’incontro da Lei avuto lo scorso 4 giugno con il cardinale Dario Castrillon Hoyos, Presidente della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, Roma ha posto cinque condizioni per consentire il rientro della Fraternità sacerdotale San Pio X nella piena comunione con il Papa. Il termine scade in questi giorni, a vent’anni esatti dalla consacrazione dei quattro vescovi, tra cui Lei stesso, da parte di Monsignor Marcel Lefebvre qui a Econe senza il mandato del Papa - un atto considerato scismatico da Roma e che ha comportato delle scomuniche. Lei, venerdì, in occasione delle Ordinazioni diaconali e sacerdotali qui a Econe, ha annunciato che voi non accettate l’ultimatum e le condizioni poste da Roma: ci può dire per quali motivi?
Fellay: Forse è falso dire così direttamente che rigetto, che faccio un rifiuto totale…; non è vero. Piuttosto, vedo in questo ultimatum una cosa molto vaga, confusa, ma..di fatto ho già fatto una risposta, e vedremo come Roma va a reagire.

Domanda: Comunque, credo di capire che la risposta sia piuttosto negativa. Ma: non pensa che questa era forse l’ultima favorevole occasione per riconciliarvi con la Chiesa di Roma, accettando la mano tesa del Papa e delle istanze vaticane… In fondo, nei suoi tre anni di pontificato, Benedetto XVI ha spesso preso delle posizioni che sono piaciute ai cattolici tradizionalisti.. Inoltre, quasi tre anni fa, ha accettato di riceverla.. e, un anno fa, c’è stata la liberalizzazione della Messa tridentina -che è sempre stato un vostro ‘cavallo di battaglia’- , senza contare i numerosi incontri avuti da Lei avuti dal 2000 con il Cardinale Castrillon Hoyos. Allora, si potrebbe quasi dire, “Che cosa volete di più?”
Fellay: Per me, questo ultimatum non ha senso: perchè abbiamo relazioni con Roma, che si sviluppano a un certo ritmo -che, è vero, è lento- …E’ vero d’altra parte che, tanto il Cardinale come il Santo Padre, vorrebbero un ritmo piuttosto accelerato.. Per me, l’unico senso di questo ultimatum , è l’espressione di questo desiderio di Roma di dare un pò di più di fretta… Quindi, per me, non è una rimessa in questione di tutte le nostre relazioni…

Domanda: Quindi voi sperate di proseguire il dialogo, allora?
Fellay: Sì sì. E’ possibile che adesso ci sia un tempo più …di freddo, ma.. francamente, per me, non è terminato.. no.

Domanda: Mons. Fellay, lei ha detto anche che c’è però il rischio che Roma “perda la pazienza”, e quindi a questo punto non ci sarebbe più niente da fare.. Non pensa che, in questo caso, il futuro della vostra Fraternità è a rischio -il rischio cioè che resti una piccola chiesa, sempre più emarginata, poco frequentata anche dai fedeli tradizionalisti -che magari non comprendono perchè la Fraternità non si accordi con Roma e ne resti separata, soprattutto adesso che è stata liberalizzata la Messa di San Pio V .
Fellay: Ciò che vediamo fino ad adesso, è il contrario: significa che più e più gente si avvicina a noi… Perciò -ripetiamo- , non vogliamo fare rottura con la Chiesa; al contrario: ciò che desideriamo di più noi, è di essere pienamente accettati nella Chiesa. E’ vero che è ciò che desideriamo anche per il bene della Chiesa: perchè si vede che nella Chiesa c’è un problema, un problema gravissimo… e noi pensiamo che la soluzione l’abbiamo… e che non è un fatto che noi siamo ‘inventori’, no: siamo soltanto seguaci di ciò che la Chiesa ha sempre fatto, e che ha funzionato nel passato.. E’ tutto qua.

mercoledì 25 giugno 2008

Il vaticano ai lefevbriani

Fonte Petrus:

Ai seguaci di Monsignor Marcel Lefebvre che si apprestano a rientrare nella Chiesa Cattolica, con l'accettazione del Concilio e della validita' della nuova Messa, condizioni generali previe, la Santa Sede domanda anche di non attaccare la persona del Papa. E' quanto emerge da una lettera in lingua francese indirizzata dal card. Dario Castrillon Hoyos, presidente della Pontificia Commissione Ecclesia Dei al vescovo Bernard Fellay, a seguito del colloqio dello scorso 4 giugno. Ne da' notizia sul suo blog il vaticanista Andrea Tornielli. Le ''condizioni'' sono articolate in cinque punti: ''L'impegno a una risposta proporzionata alla generosita' del Papa; l'impegno ad evitare ogni intervento pubblico che non rispetti la persona del Santo Padre e che possa essere negativo per la carita' ecclesiale; l'impegno a evitare la pretesa di un magistero superiore al Santo Padre e di non proporre la Fraternita' in contrapposizione alla Chiesa; l''impegno a dimostrare la volonta' di agire onestamente nella piena carita' ecclesiale e nel rispetto dell'autorita' del Vicario di Cristo; l'impegno a rispettare la data - fissata alla fine del mese di giugno - per rispondere positivamente''. ''Questa - precisa la lettera pubblicata da Tornielli - sara' una condizione richiesta e necessaria come preparazione immediata all'adesione per avere la piena comunione''.

Piange il cuore vedere una condizione ultimativa di questo genere proprio in questo momento.

TACEREMO su tutto, fino al 28 p.v., giorno in cui scade l'ultimatum, ma lo faremo PREGANDO con tutte le nostre forze perché "portae inferi non praevalebunt"