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| "Liturgia" neocatecumenale:l'autonominata "iniziatrice" beve, come tutti gli altri, allo stesso calice |
Per questo, già da prima del Concilio Vaticano II si sentiva parlare solo di misericordia, come se si fosse aperta una nuova era cattolica che si distaccava dal precetto cristiano di “giustizia”.
Giovanni XXIII, nel 1962 al discorso di apertura del Concilio, annunciò la scelta della Chiesa di “di usare la medicina della misericordia invece di abbracciare le armi del rigore”, espressione che ha trovato in seguito la sua chiarificazione.
Le successive parole dei Papi si sono tutte incentrate sul concetto di “misericordia”, molto più che su quello di giustizia.
Si può leggere quindi:
“...cosa indica infatti la giustizia di Dio nella fede cristiana? L’azione attraverso la quale Dio che è compassionevole, misericordioso, non solo «dichiara giusto» — COME AFFERMA LUTERO — ma «rende giusto» l’uomo peccatore. La giustizia di Dio, quando si mette in azione è misericordia, una misericordia non meritata, gratuita, una misericordia che non è accompagnata dalla pena ma è rigenerazione, ricreazione, trasfigurazione della creatura peccatrice.”
Questo pare chiaro da diverse affermazioni che si possono leggere un po’ ovunque:
“Si tratta di un discorso ispirato, profetico, che segna un prima e un dopo nella vita della chiesa; un discorso che indicava al concilio una via nuova da percorrere, una via che non esprimeva condanna, come era avvenuto nei ventuno concili universali celebrati nella storia, ma annunciava la fede con mitezza e misericordia.”
“...papa Giovanni apriva un nuovo tempo e poneva fine a una lunga epoca caratterizzata da una forte intransigenza assunta nella difesa della dottrina cattolica, nella proposizione della morale e nel confronto polemico tra chiesa e società, tra cattolici e quanti non si dicevano cristiani. Intransigenza, rigorismo e ministero di condanna dovevano lasciare posto, secondo la volontà del papa, a una nuova situazione caratterizzata dall’impegno e dalla fatica del fare misericordia e dell’annunciarla. Il concilio percorse quella via indicata dal papa, non solo non emettendo condanne, ma cercando la riconciliazione con quanti avevano vissuto ROTTURE, SEPARAZIONI e CONFLITTI con la Chiesa.”
Questa la nuova intenzione che “il nuovo tempo che poneva fine a una lunga epoca caratterizzata da una forte intransigenza assunta nella difesa della dottrina cattolica” si proponeva.
Una Chiesa non “intransigente”, “rigorista” e basata sul “ministero di condanna”, però verso l’esterno, verso i non credenti, verso la società, verso i separati dalla Chiesa, che è normale vivano secondo principi ad essa non inerenti.
E questo è un discorso.
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| "Liturgia" neocatecumenale |
Perché la risposta a questo quesito è fondamentale per determinare cosa e come il popolo di Dio possa portare questa misericordia all’esterno.
Sembrerebbe proprio che il popolo di Dio, per poter portare misericordia, debba per primo essere misericordioso, cioè non solo abbia beneficiato della misericordia, ma anche che “abbia cambiato natura”, perché sarebbe una contraddizione in termini che si ipotizzasse misericordia nell’uomo ingiusto, nell’uomo dedito al peccato, nell’uomo vizioso o comunque farisaicamente falso, essendo la misericordia una virtù morale che non significa solo “perdonare”, ma prima ancora “amare”.
Cristianamente parlando, non si può disconoscere l’antinomia che separa la misericordia, tratto tipicamente divino, dalle più inveterate bassezze umane e dalla dedizione abituale al peccato o dal fare del male al prossimo.
Qui non si tratta di “morale” e ce lo dimostrano benissimo tante figure “moralmente” ineccepibili, come nella Scrittura risultavano essere i farisei e, in tempi relativamente recenti, anche qualche dittatore omicida.
Qui si tratta di fede e di “nuova natura”, che rende l’uomo simile a Cristo non solo quanto a misericordia, ma quanto all’intera santa condotta di vita. Cristo era misericordioso, ma anche giusto ed amorevole, non faceva del male ad alcuno, anzi era l’esempio di ogni virtù. Non sarebbe quindi ammissibile, né tantomeno possibile, parlare di misericordia da parte di carnefici o persecutori, per esempio, perché privi della natura di Cristo, privi della componente “divina” che attraverso lo Spirto e la Grazia santifica e rende nuova la natura dell’uomo, tanto da non poter fare del male ad alcuno, perché “ama”.
Si apre allora uno scenario piuttosto confuso, dacché esistono nella Chiesa componenti che si attagliano e seguono benissimo la “nuova epoca” della Misericordia, bypassando del tutto la necessaria statura della santificazione dell’uomo. Come se fosse possibile essere misericordiosi solo appellandosi alla “morale” e non attraverso la santificazione della vita nel perseguimento delle virtù cristiane e nella costante battaglia contro il male a cui Cristo concede per definizione la sua assistenza e la sua Grazia.
Se prima, o contemporaneamente, non ricerchi ed ottieni per grazia la santità di vita, non puoi nemmeno aver ottenuto la misericordia, anch’essa amoroso dono divino per i giusti.Il tiranno non può essere per definizione misericordioso, né può esserlo chi fa del male, chi è dedito al peccato sistematico, chi uccide, chi ruba, chi mente… anche se “moralmente retto”, vive in antìtesi alla misericordia, che instilla nel cuore dell’uomo quell’amore e quella predisposizione al perdono che impediscono di ferire l’altro, di fargli del male, diventando al contrario un amante dell’uomo, veramente allora con sguardo di tenerezza e misericordia, come dice Papa Francesco.
Per questo la Chiesa può essere portatrice di Misericordia verso l’esterno, perché Dio l’ha santificata, ha reso gli uomini giusti e santi, quindi anche misericordiosi, pur nell’imperfezione della condizione umana.
Se ciò non avviene, penso sia molto arduo poter parlare di Misericordia, che rimane una parola, ma non si può incarnare nella vita.
Nell’esperienza che abbiamo fatto nel Movimento Neocatecumenale, è proprio questo che abbiamo visto e abbiamo vissuto: la pretesa della Misericordia attaccata ad una morale e non alla santificazione personale.Il Movimento Neocatecumenale, infatti, mal interpretando le istanze del rinnovamento, ha inteso usare “misericordia” al peccatore all’interno della Chiesa. Ma non al peccatore pentito, con tutto il peso del suo peccato ben presente e sofferto, bensì dequalificando il peccato a mera deresponsabilizzazione e inevitabilità costante per essere i cristiani (il neocatecumenalesimo parla alle parrocchie) “figli del demonio” e non di Dio.
E’ bene chiarire che il percorso per la santità è una lotta quotidiana contro il male, la tentazione ed il peccato, non una lotta CONTRO Dio che ti manda le disgrazie per convertirti e tu gli resisti, come ben evidente nella catechesi di Giacobbe del Movimento Neocatecumenale.
Il cristiano è chiamato a tendere alla virtù e a resistere al male, mettendosi in gioco per primo invocando in questa battaglia il sostegno di Dio, l’unico che può riportare vittoria. In questo percorso si inserisce il dono della Misericordia, ben diverso dall’umano “lasciar fare” o “mettere una pietra sopra” o “far finta di non vedere”.
Non si può essere “tiranni” e “despoti” in casa e misericordiosi all’esterno.
La misericordia è “parte integrante” della nuova natura in Cristo: o c’è o non c’è. Altrimenti è posa, esteriorità, spesso ipocrisia e inganno.
Nel Movimento Necoatecumenale non si istruiscono le persone nella via delle virtù, perché lì il peccato viene considerato “inevitabile” anche per gli uomini di Chiesa, in quanto anch’essi “figli del demonio” come potrebbero (impropriamente) essere definiti i “figli del mondo”.
Nel Movimento Neocatecumenale si istruiscono le persone solo alla “misericordia passiva”, a “farsi carico dell’ingiustizia”, a “non rispondere al male”, predicando allo stesso tempo che l’uomo, soggetto al demonio, potrà ottenere una nuova natura solo seguendo i loro precetti e le loro assemblee, avendo già perso in partenza la lotta contro il male, per intervento automatico e incessante dello Spirito Santo sulle comunità "che fanno bene il Cammino", intervento che non si sa come possa arrivare, data la totale inerzia dei kikos nel combattimento contro il male ed il peccato.
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| "La nuestra eucarestia"... |
Gli stessi che predicano “il farsi carico dell’ingiustizia” e la “non resistenza al male”, sono quelli che impunemente dispensano il male, accusando la “vittima” di non essere sufficientemente “cristiana adulta” se non è in grado di assumersi l’ingiustizia che loro stessi le infliggono.
Nel Movimento Neocatecumenale non è MAI il carnefice che deve pentirsi e fare ammenda, ma è la vittima che viene invitata ad andare a chiedere perdono al carnefice.
Esperienza vissuta da molti, anche da me.
Esasperando il concetto fino al grottesco, i poveri adepti vengono istruiti al silenzio, alla non reazione, ad assumersi qualsivoglia ingiustizia, insinuando che il peccato nell’uomo è talmente latente e pervadente, che il povero peccatore è solo vittima dell’inganno del demonio, mai esecutore diretto, mai volontario autore del male.
Per bocca di Kiko, alcuni allucinanti esempi tratti dalle catechesi del "Secondo Passaggio", emblematiche di una predicazione incessante e mai smentita, rinvenibile puntualmente in ogni singola occasione:
“San Pietro dice: "Voi avete chiesto grazia per un assassino e rifiutato il giusto". Questo lo facciamo noi quando la moglie ci fa una cosa cattiva: perché NON ACCETTI DI SUBIRE L'INGIUSTIZIA. Nel lavoro, PERCHÉ NON ACCETTIAMO L'INGIUSTIZIA? Diciamo che quella attitudine del servo, dell'agnello, così passiva, è un assurdo. Diciamo che quella Croce del Cristo non serve a nulla, che quel che serve è fare la giustizia, insegnare a fare la giustizia, contestare la giustizia, che è quello che voleva fare Barabba, che contestava, che voleva cacciare i Romani.”
Capiremo meglio andando avanti.
Infatti si dice:
“FARE GIUSTIZIA CON LE NOSTRE MANI, DIVENTARE ASSASSINI. QUANDO NOI, NELLA NOSTRA VITA, FACCIAMO QUESTO, CIOÈ ALL'INGIUSTIZIA CHE CI VIENE INFLITTA NOI CI OPPONIAMO, PONIAMO RESISTENZA.”
Non parrebbe. I cristiani non “si fanno giustizia da soli”. Se lo fanno, non sono cristiani.
Allora a chi dice “fare giustizia con le nostre mani, diventare assassini?”
È automatico che chi chiede giustizia diventi “assassino”, o non è più sicuro che casomai “assassino” è stato di certo colui che ha danneggiato, ferito e ucciso l’altro?
Continuiamo:
“Perché chi crede che questo è l'Unico, che questo è amore, NON GIUDICA L'ALTRO, CHE RISPETTA CHE L'ALTRO SBAGLI, CHE PRENDE SU DI SÉ L'INGIUSTIZIA, CHE SI LASCIA UCCIDERE.”
E che c'entra il “non giudica l'altro”? Forse che è vietato chiamare "male" il male?
Ma Kiko va oltre:
“Anche se vi offendono nell'onore profondamente e voi avete il diritto cioé la legge vi aiuta, anche se vuoi fare giustizia, fare causa a qualcuno, voi non lo farete anche se avete tutti i diritti, voi porgerete l'altra guancia. SE QUALCUNO TI RUBA, TU NON GLIELO RECLAMARE. Se qualcuno ti toglie del tuo, tu non lo disturbare. Ecco, così va dicendo il Signore; sono segni concreti della vita pratica perché nessuno si inganni di questa ATTITUDINE DEL SERVO DI JAHVÉ, CHE È IL CARISMA CHE IL SIGNORE CI INVITA A VIVERE NELLE COMUNITÀ PROFONDAMENTE. Apparirà in voi un’attitudine diversa, apparirà una missione universale: DOBBIAMO AMARE ANCHE I PADRONI.”
Se uno ti ruba, lascialo rubare. E chi è che RUBA nel Movimento Neocatecumenale? Il Movimento Neocatecumenale stesso, attraverso la martellante ed ingannevole predicazione che debba essere versata la “decima” come “precetto della Chiesa”, per tutta la vita, per liberarsi dall’idolo del denaro, le incessanti raccolte per costruire edifici lussuosissimi destinati al beneficio di pochi e fatti passare come “necessari” all’evangelizzazione, per campare famiglie intere che non lavorano, per offrire soldi ai vescovi. Tutto tranne che ai poveri. Solo per sé.
Ma ancora di più: dobbiamo amare anche i padroni.
E chi sono i padroni “spirituali” nel Movimento Neocatecumenale? Chi sono quei padroni che con la scusa dell’insegnamento spirituale incontrastato hanno il “diritto acquisito” di vessarti, umiliarti, maledirti, solo perché hai la tua ragione e non gli deferisci “obbedienza cieca”?
Così agendo sono loro per primi cristiani? O non manca loro quella tanta parte di vita cristiana che riguarda il “trattare il prossimo come te stesso” e “amarlo”, senza fargli del male”? A maggior ragione se lo consideri peccatore, in virtù della misericordia che Dio ti avrebbe donato?
Ma la predicazione kikiana continua:
“L'AMORE NON È COSTRINGERE L'ALTRO A FARE GIUSTIZIA, a che l'adempia con la legge. No, l'amore è prendersi i peccati degli altri.”
Lo sa Kiko che l’“AMORE” è anche non fare del male al prossimo, proprio perché lo si AMA?
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| "Liturgia" neocatecumenale: in attesa che scatti il segnale manducatorio |
Se si parla del “carnefice cristiano”, “maestro e fratello” della vittima, come si può non tenere in conto che il SUO PECCATO e la SUA INGIUSTIZIA non debbano essere corrette e sanate nell’indirizzarlo alla via della virtù e dell’abbandono dell'ingiustizia e del peccato, correggendolo?
Qui non si parla di “cristiani” contro il “mondo”. Qui si parla di cristiani nella Chiesa, in cui uno è carnefice e l’altro è vittima.
Dov’è l’invito a dismettere l’habitus di carnefice-peccatore per perseguire le virtù cristiane santificandosi, in parallelo all’invito alla vittima di non resistere al male che le procura?
Si rincara anche la dose:
“In nome della nostra legge trascorriamo la nostra vita giudicando costantemente gli altri perché CREDIAMO CHE QUELLO DI CUI C'È BISOGNO É DI FARE GIUSTIZIA. "BISOGNA FARE GIUSTIZIA!" Dobbiamo vivere nella realtà... chiaro! Tu hai un'idea della verità. Ognuno ha la sua e ogni volta che questa verità viene meno, la verità che tu proietti, soffri moltissimo.
NOI INVECE PASSIAMO LA VITA GIUDICANDO IN NOME DELLA NOSTRA LEGGE; IN DEFINITIVA VOGLIAMO AFFERMARE LA NOSTRA GIUSTIZIA PERCHÉ NON CI SENTIAMO AMATI.
Perché non mi ama se io tento di compiere la legge da quando mi alzo a quando vado a dormire? Perché non ama me che compio la legge e invece ama quelli che non la compiono?”
Questo nella Chiesa? O non sa Kiko che nella Chiesa ESISTE UNA SOLA VERITÀ ed è quella proclamata e difesa dal Magistero, e da tutto il depositum fidei cristiano? Come può dire alle vittime “voi avete una vostra versione della verità?” E come può MAI negare che i “carnefici” stessi, compiendo il peccato, mostrano per primi di avere “una propria verità” che li rende insensibili alle sofferenze dell’altro?
Le vittime quindi soffrirebbero “perché vien meno la loro verità”, non perché i carnefici stanno facendo loro del male. Ma che razza di cristianesimo sarebbe?
Se tutto ciò si rivolgesse all’”uomo del mondo”, che disconosce i precetti cristiani, potrebbe avere anche un senso (sia pure espresso con termini sbagliati), ma non può avere senso all’interno della Chiesa, dove secondo Kiko le vittime dovrebbero essere trattate diversamente dal carnefice, che invece va sempre compreso, tutelato, amato e scusato per il male che infligge al prossimo.
È mostruosa poi l’insinuazione finale: «perché “non mi ama” se tento di compiere la legge e ama quelli che non la compiono?» La vittima retta, che sa di dover rifuggire il peccato “da quando si alza a quando va a dormire”, dovrebbe invece chiedersi perché l’altro, pure lui nella Chiesa, le fa del male e non la ama?
All’interno della Chiesa non sarebbe più opportuna la domanda del “perché il carnefice fa del male e non ama il prossimo, pur essendo chiamato alla Misericordia?”.
La Chiesa, secondo Kiko, è praticamente il luogo in cui si può commettere impunemente il peccato reiterato e poi potersi fregiare di Misericordia verso l’esterno, reclamando il perdono e la misericordia della vittima.
(fine prima parte)




































