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mercoledì 15 agosto 2018

Le intoccabili consegne di Kiko e Carmen... e il Cardinal Sarah sulla "distribuzione della comunione sulla mano".

Con in mente le consegne estive kikiane finalizzate a tenere 365 giorni l'anno sotto controllo i suoi, tante volte sprovveduti seguaci, preservandoli il più possibile da sani influssi, mi sono imbattuta nel pensiero di Sua Eminenza il Cardinal Sarah a proposito di distribuzione della Santa Eucarestia. Una cosa recente (pubblicata a febbraio 2018) e che ha avuto la sua risonanza, riportando all'attenzione un dibattito mai spento.

Il Papa Francesco è intervenuto perché, certo, il Cardinale Sarah ha espresso, senza tentennamenti, un'opinione molto radicale e netta. Ma, come si può constatare, il Papa si è limitato a confermare la legittimità della comunione sulle mani ribadendone le condizioni irrinunciabili, per cui la distanza dal modo di riceverla nel cammino resta incolmabile.

Ho trovato questo dibattito estremamente interessante per noi perché ci offre l'occasione di rimarcare, a contrario, la illegittimità assoluta della pratica in uso nel cammino, che nessuno è riuscito a scalfire.
Come ulteriore approfondimento interessante il Card. Burke "Perchè la comunione sulla mano parla della crisi della liturgia e della Chiesa" e la esposizione di padre Angelo Bellon delle varie norme della Chiesa circa il modo di fare la Santa Comunione.


Davanti a questo sorge spontanea una domanda: come mai Sua Eminenza il Cardinal Sarah non fa alcun riferimento al modo di distribuire l'eucarestia nelle comunità del cammino neocatecumenale, così stridentemente in contrasto con le sue indicazioni?

Molto più del modo comune di ricevere l'Ostia nelle mani in processione all'altare e consumandola immediatamente?

Dalle origini del cammino ad oggi (ormai 50 anni!) nessuna modifica è stata apportata alla distribuzione della comunione come consegnata con la catechesi di Kiko e Carmen tratta dal mamotreto iniziale. Solo ci si alza al momento di ricevere - sul palmo delle mani - il pezzo di "pane azzimo" consacrato, spezzato da chi presiede come si fa col pane comune (neppure tagliato con cura), per poi sedersi di nuovo e aspettare il momento in cui tutti insieme si è autorizzati a consumare.


Si può ben immaginare i numerosi frammenti che restano ovunque dopo la distribuzione.

La patèna viene "purificata" subito dopo la celebrazione, sul tavolino preparato per l'offertorio, e mentre i fratelli fanno il "liturgico" balletto finale intorno alla mensa.

Nulla avanza del Pane consacrato, per cui per le celebrazioni neocatecumenali l'Altare è inutile, come inutile è il Tabernacolo. Questa è la Chiesa all'avanguardia, dell'esperienza pilota del cammino di Kiko Argüello che la Chiesa tollera o fa finta di ignorare!

Anche nella prefazione del card.Sarah manca ogni riferimento specifico al cammino e questo viene sfruttato da Kiko e dai catechisti per "spiegare" ai fratelli che, come volevasi dimostrare, i richiami sono per i Cattolici della domenica, non per i neocatecumeni, che sono sufficientemente catechizzati per potersi comunicare come cavolo gli pare (il famoso "laboratorio liturgico" a questo punto riconosciuto tale dalla Chiesa!). Essi sono un'élite di iniziati e le loro celebrazioni Eucaristiche di nicchia, per gente preparata, come la Chiesa stessa attesta. Beati loro!

Pubblichiamo qui sotto ampi stralci (qui la versione integrale) della prefazione scritta dal Prefetto della Congregazione per il Culto divino e la disciplina dei sacramenti, Cardinale Robert Sarah al libro di don Federico Bortoli: "La distribuzione della comunione sulla mano. Profili storici, giuridici e pastorali" che svela forzature e sotterfugi con i quali è stata concessa la comunione sulla mano. E avverte: "Perché ci ostiniamo a comunicarci in piedi e sulla mano? Questa è una questione importante su cui la Chiesa di oggi deve riflettere per favorire un ripensamento generale sul modo di distribuire la Santa Comunione".

La Provvidenza, che dispone sapientemente e soavemente tutte le cose, ci offre la lettura del libro La distribuzione della Comunione sulla mano, di don Federico Bortoli, proprio dopo aver celebrato il centenario delle apparizioni di Fatima. Prima dell’apparizione della Vergine Maria, nella primavera del 1916, l’Angelo della Pace apparve a Lucia, Giacinta e Francesco, e disse loro: «Non abbiate paura, io sono l’Angelo della Pace. Pregate con me». (…) Nella primavera del 1916, alla terza apparizione dell’Angelo, i bambini si resero conto che l’Angelo, sempre lo stesso, teneva nella sua mano sinistra un calice, sul quale era sospesa un’ostia. (…) Diede la santa Ostia a Lucia, e il Sangue del calice a Giacinto e Francesco, che rimasero in ginocchio, mentre diceva: «Prendete e bevete il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo, orribilmente oltraggiato dagli uomini ingrati. Riparate i loro crimini e consolate il vostro Dio». L’Angelo si prostrò nuovamente a terra ripetendo con Lucia, Giacinta e Francesco ancora tre volte la stessa preghiera.

L’Angelo della Pace, quindi ci indica come noi dobbiamo comunicare al Corpo e al Sangue di Gesù Cristo. La preghiera di riparazione dettata dall’Angelo, purtroppo, è tutt’altro che obsoleta. Ma quali sono gli oltraggi che Gesù riceve nell’Ostia santa, per i quali bisogna riparare? In primo luogo sono gli oltraggi contro il Sacramento stesso: le orribili profanazioni, di cui alcuni ex-satanisti convertiti hanno dato notizia e raccapricciante descrizione; oltraggi sono anche le Comunioni sacrileghe, ricevute non in grazia di Dio, o non professando la fede cattolica (mi riferisco a certe forme della cosiddetta ‘intercomunione’). In secondo luogo costituisce oltraggio a Nostro Signore tutto ciò che potrebbe impedire la fruttuosità del Sacramento, soprattutto gli errori seminati nelle menti dei fedeli perché non credano più nell’Eucaristia. Le terribili profanazioni che si svolgono nelle cosiddette ‘messe nere’ non feriscono direttamente Colui che nell’Ostia è oltraggiato, terminando solo sugli accidenti del pane e del vino.

Certo, Gesù soffre per le anime dei profanatori, per i quali ha versato quel Sangue che essi così miseramente e crudelmente disprezzano. Ma Gesù soffre di più quando lo straordinario dono della sua divino-umana Presenza eucaristica non può portare i potenziali effetti nelle anime dei credenti. E allora si capisce come il più insidioso attacco diabolico consista nel cercare di spegnere la fede nell’Eucaristia, seminando errori e favorendo un modo non confacente di riceverla; davvero la guerra tra Michele e i suoi Angeli da una parte, e lucifero dall’altra, continua nel cuore dei fedeli: il bersaglio di satana è il Sacrificio della Messa e la Presenza reale di Gesù nell’Ostia consacrata. Questo tentativo di rapina segue a sua volta due binari: il primo è la riduzione del concetto di ‘presenza reale’. Molti teologi non cessano di dileggiare o di snobbare – nonostante i continui richiami del Magistero – il termine ‘transustanziazione’. (…)

Vediamo ora come la fede nella presenza reale può influenzare il modo di ricevere la Comunione, e viceversa. Ricevere la Comunione sulla mano comporta indubbiamente una grande dispersione di frammenti; al contrario, l’attenzione alle più piccole bricioline, la cura nel purificare i vasi sacri, non toccare l’Ostia con le mani sudate, diventano professioni di fede nella presenza reale di Gesù, anche nelle parti più piccole delle specie consacrate: se Gesù è la sostanza del Pane Eucaristico, e se le dimensioni dei frammenti sono accidenti soltanto del pane, ha poca importanza quanto un pezzo di Ostia sia grande o piccolo! La sostanza è la medesima! È Lui! Al contrario, la disattenzione ai frammenti fa perdere di vista il dogma: pian piano potrebbe prevalere il pensiero: “Se anche il parroco non fa attenzione ai frammenti, se amministra la Comunione in modo che i frammenti possano essere dispersi, allora vuol dire che in essi non c’è Gesù, oppure c’è ‘fino a un certo punto’”.

Il secondo binario su cui si snoda l’attacco contro l’Eucaristia è il tentativo di togliere dal cuore dei fedeli il senso del sacro. (…) Mentre il termine ‘transustanziazione’ ci indica la realtà della presenza, il senso del sacro ce ne fa intravedere l’assoluta peculiarità e santità. Che disgrazia sarebbe perdere il senso del sacro proprio in ciò che è più sacro! E come è possibile? Ricevendo il cibo speciale allo stesso modo di un cibo ordinario . (…) Il Concilio Vaticano II, nella Sacrosanctum Concilium, ricorda quanto siano importanti i gesti, gli atteggiamenti del corpo, i segni esterni e il loro grande valore pedagogico (cfr. SC, 30, 33). Quindi, alla presenza reale di un amore speciale (dilectio specialis), si addice un culto speciale, una lode speciale, thema laudis specialis (sequenza Lauda Sion) e un modo di riceverlo speciale: non come un pane comune.

San Pio X, per ammettere i bambini alla prima Comunione, richiedeva non che sapessero spiegare ‘sostanza’ e ‘accidenti’, ma che ritenessero il pane eucaristico diverso dal pane comune (cfr. Decreto Quam singulari, 7 agosto 1910); questa è la prima nozione, la condizione sine qua non, il primo seme che poi si potrà sviluppare in una comprensione maggiore (il balbettio della teologia in attesa di contemplare Gesù non più velato); se un bambino riceve il Pane Eucaristico nello stesso modo in cui riceve una caramella dalla mamma, quale senso del sacro potrà avere?

La liturgia è fatta da molti piccoli riti e gesti – ognuno di essi è capace di esprimere questi atteggiamenti carichi di amore, di rispetto filiale e di adorazione verso Dio. Proprio per questo è opportuno promuovere la bellezza, l’appropriatezza e il valore pastorale di una pratica sviluppata durante la lunga vita e tradizione della Chiesa, cioè l’atto di ricevere la Santa Comunione sulla lingua e in ginocchio. La grandezza e la nobiltà dell’uomo, così come la più alta espressione del suo amore verso il suo Creatore, consiste nel mettersi in ginocchio davanti a Dio. Gesù stesso ha pregato in ginocchio alla presenza del Padre. (…)

A tal proposito vorrei proporre l’esempio di due grandi santi dei nostri tempi: san Giovanni Paolo II e santa Teresa di Calcutta. L’intera vita di Karol Wojtyła è stata segnata da un profondo rispetto per la Santa Eucaristia. (…) Malgrado fosse estenuato e senza forze (…) si è sempre imposto di inginocchiarsi davanti al Santissimo. Era incapace di inginocchiarsi e alzarsi da solo. Aveva bisogno di altri per piegare le ginocchia e poi alzarsi. Fino ai suoi ultimi giorni, ha voluto darci una grande testimonianza di riverenza al Santissimo Sacramento. Perché siamo così orgogliosi ed insensibili ai segni che Dio stesso ci offre per la nostra crescita spirituale e la nostra intima relazione con Lui? Perché non ci inginocchiamo per ricevere la santa Comunione sull’esempio dei santi? È veramente troppo umiliante prostrarsi e stare in ginocchio davanti al Signore Gesù Cristo? Eppure, «Egli, pur essendo nella condizione di Dio, […] umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e ad una morte di Croce» (Fil 2, 6-8).

Santa Madre Teresa di Calcutta, religiosa eccezionale che nessuno oserebbe trattare da tradizionalista, fondamentalista o estremista, la cui fede, santità e dono totale di sé a Dio e ai poveri sono da tutti noti, aveva un rispetto ed un culto assoluto verso il Corpo divino di Gesù Cristo. Certamente, ella toccava quotidianamente la “carne” di Cristo nei corpi deteriorati e sofferenti dei più poveri dei poveri. Eppure, riempita di stupore e di rispettosa venerazione, Madre Teresa si asteneva di toccare il Corpo transustanziato del Cristo; piuttosto ella lo adorava e lo contemplava silenziosamente, rimaneva per lungo tempo in ginocchio e prostrata davanti a Gesù Eucaristia . Inoltre, ella riceveva la Santa Comunione nella sua bocca, come un piccolo bambino che si lasciava umilmente nutrire dal suo Dio.

La Santa si rattristava ed era in pena allorché vedeva i cristiani ricevere la Santa Comunione nelle loro mani. In più ella affermò che, secondo quanto era di sua conoscenza, tutte le sue sorelle ricevevano la Comunione soltanto sulla lingua. Non è questa l’esortazione che Dio stesso rivolge a noi: «Sono io il Signore tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto; apri la tua bocca, la voglio riempire»? (Ps 81,11).

Perché ci ostiniamo a comunicare in piedi e sulla mano? Perché questo atteggiamento di mancanza di sottomissione ai segni di Dio? Che nessun sacerdote osi pretendere di imporre la propria autorità su questa questione rifiutando o maltrattando coloro che desiderano ricevere la Comunione in ginocchio e sulla lingua: veniamo come i bambini e riceviamo umilmente in ginocchio e sulla lingua il Corpo di Cristo. I santi ci danno l’esempio. Loro sono i modelli da imitare che Dio ci offre!

Ma come è potuta diventare così comune la prassi di ricevere l’Eucaristia sulla mano? La risposta ci viene data, supportata da una documentazione finora inedita, straordinaria per qualità e mole, da don Bortoli. Si è trattato di un processo tutt’altro che limpido, una transizione da quanto concedeva l’istruzione Memoriale Domini al modo oggi così diffuso. (…) Purtroppo, come per la lingua latina, come per una riforma liturgica che avrebbe dovuto essere omogenea con i riti precedenti, una concessione particolare è divenuta il grimaldello per forzare e svuotare la cassaforte dei tesori liturgici della Chiesa . Il Signore conduce il giusto per ‘vie dritte’ (cfr. Sap 10,10), non per sotterfugi; quindi, oltre alle motivazioni teologiche mostrate sopra, anche il modo con cui si è diffusa la prassi della Comunione sulla mano appare essersi imposto non secondo le vie di Dio.


Tre livelli, infine vogliamo qui evidenziare; tre punti irrisolti:

Il primo:
Il Cardinal Sarah è a conoscenza del modo di ricevere la comunione nelle celebrazioni eucaristiche del sabato sera per comunità, nelle salette delle parrocchie? Si rende conto che non menzionando il cammino neocatecumenale ne avalla la segregazione? Che, di fatto, la tratta come una realtà a parte, dal momento che, come sembra, la tiene fuori dalle sue raccomandazioni che sono palesemente contrarie al modo di ricevere la comunione nelle comunità? Questo confermerebbe, al di là delle sue migliori intenzioni, la catechesi di Kiko e Carmen di essere un "laboratorio liturgico", un'esperienza pilota nella Chiesa che mostra un punto d'arrivo nella piena maturità. Ai neocatecumeni è concesso tutto perché sufficientemente catechizzati (a differenza degli ignoranti cristiani della domenica), un'élite nella Chiesa, una esperienza di nicchia per "eletti" privilegiati. Questo il messaggio che resta.

Il secondo:
Leggere questa prefazione cosa detta alla coscienza dei Parroci che ospitano il cammino nelle loro parrocchie e, tante volte, presiedono personalmente le celebrazioni, avallando gli abusi? E cosa detta alla coscienza dei sacerdoti che prestano il loro servizio e dei presbiteri - ordinati o no nei R.M. - che fanno il cammino anche loro e celebrano regolarmente l'eucarestia in comunità o, peggio, nelle convivenze dove, a volte, l'assemblea è composta da centinaia di fratelli che si comunicano tutti insieme, seduti al loro posto, con il pane consacrato affidato alle loro mani per tempi anche lunghi?

Il terzo:
E infine i fratelli, i camminanti, cosa fanno venendo a conoscenza di queste cose? Continuano a seguire tutti indistintamente il solo modo di comunicarsi contemplato e praticato nelle eucarestie delle comunità, senza porsi domande?
Un appello accorato:
Perché non provate a chiedere di ricevere la comunione in bocca, magari in ginocchio? Provate! Avete letto che neanche il Parroco si può opporre a chi, liberamente, desiderasse ricevere così il Corpo di Cristo? Provate per conoscere la reazione, in primis, di Kiko e degli itineranti e poi dei vostri catechisti e magari degli stessi fratelli della vostra comunità!

Tre livelli! Un'ultima risolutiva domanda:
La responsabilità più grande, alla fine, di chi è?

martedì 8 dicembre 2015

Contro la "comunione sulla mano"

COME SI RICEVE IL CORPO DI CRISTO

Fra tutti i ricchi aspetti della Fede e della pratica eucaristiche, è certamente fondamentale il modo in cui i fedeli ricevono il Corpo di Cristo nella santa Comunione. Al momento della santa Comunione, il fedele, ben consapevole della sua indegnità e pentendosi di tutti i suoi peccati, si presenta davanti al Signore che, nel suo amore senza fine e senza misura, offre il suo Corpo come alimento celeste affinché noi lo riceviamo.

Mi ricordo bene, nella mia infanzia, la diligenza di cui davano prova i miei genitori, così come i sacerdoti e le suore della scuola cattolica, per preparare i bambini a ricevere per la prima volta la santa Comunione. Mi sovvengono anche i frequenti richiami alla riverenza e all'amore che dovevamo dimostrare ricevendo la santa Comunione e facendo il ringraziamento subito dopo la ricezione del sacramento.

All'epoca della mia prima comunione, il 13 maggio 1956, la santa Ostia si riceveva alla balaustra, sulla lingua e in ginocchio, con le mani ricoperte da una tovaglia. Questo modo di ricevere la santa Comunione mi ha sempre colpito come la più alta espressione dell'infanzia spirituale insegnata da Nostro Signore (Mt 18,1-4), e di cui santa Teresa di Lisieux è una delle figure più notevoli. Proprio in quel periodo della mia vita, mio padre era gravemente malato ed era costretto a letto in casa. Morì nel mese di luglio 1956. Ricordo la grande preparazione e l'attenzione che egli manifestava ogni volta che il sacerdote veniva a portargli la santa Comunione. Si preparava una piccola tavola di fianco al suo letto, con un crocifisso, dei ceri e una tovaglia speciale. Si accoglieva il sacerdote in silenzio alla porta con un cero acceso e, anche se mio padre non poteva alzarsi, tutti restavano in ginocchio durante la cerimonia.

Anni più tardi, nel maggio 1969, è stata autorizzata la pratica di ricevere la Comunione in mano, a discrezione delle Conferenze episcopali, in parallelo con la pratica plurisecolare di ricevere la Comunione direttamente sulla lingua. Uno degli argomenti avanzati per introdurre la seconda opzione era l'esistenza di un uso antico di ricevere la santa Comunione in mano. Nello stesso tempo, l'istruzione della Congregazione per il Culto Divino, che permetteva la pratica della ricezione della santa Comunione in mano, sottolineava il fatto che la tradizione plurisecolare di ricevere la Comunione sulla lingua doveva essere preservata a motivo del rispetto dei fedeli verso la santa Eucaristia che questa pratica esprime. In questo senso, è interessante notare che il Papa Paolo VI (durante il cui pontificato è stato dato il permesso di ricevere la santa Comunione in mano), nella sua lettera enciclica Mysterium Fidei sulla dottrina e il culto del Santissimo Sacramento, promulgata quattro anni prima della concessione del permesso, si riferisce a un costume antico dei monaci che vivevano in solitudine, nonché dei cristiani perseguitati, secondo il quale essi prendevano la santa Comunione con le loro proprie mani. Tuttavia, il Papa aggiunge subito che questo riferimento ad un uso di altri tempi non rimette in questione la disciplina che si è diffusa in seguito circa il modo di ricevere la santa Comunione.

La pratica tradizionale si comprende meglio alla luce dell'ermeneutica della riforma nella continuità, contrapposta all'ermeneutica della discontinuità e della rottura, di cui ha parlato il Papa Benedetto XVI nel suo discorso di Natale 2005 alla Curia romana. Nell'ermeneutica della continuità, l'unica Chiesa «cresce nel tempo e (…) si sviluppa, rimanendo però sempre la stessa». Così, la pratica tradizionale di ricevere la santa Comunione manifesta una crescita ed uno sviluppo tanto della Fede eucaristica, quanto delle espressioni di riverenza verso il Santissimo Sacramento. Si potrebbe dire a proposito del modo tradizionale di comunicarsi ciò che il Papa Benedetto XVI diceva a proposito dell'Adorazione eucaristica nell'Esortazione Apostolica postsinodale Sacramentum Caritatis: «l'Adorazione eucaristica non è che l'ovvio sviluppo della Celebrazione eucaristica, la quale è in se stessa il più grande atto d'adorazione della Chiesa».

ABUSI LITURGICI CONTRO IL SANTISSIMO SACRAMENTO

Sfortunatamente, l'iniziativa di ristabilire l'uso antico sopraggiunse proprio in un momento in cui numerosi abusi liturgici avevano gravemente sminuito la riverenza e la devozione dovute al Santissimo Sacramento. Inoltre, il periodo conosceva una secolarizzazione e un relativismo crescenti, i cui effetti furono devastanti nella Chiesa. Per di più, la "restaurazione" di questa pratica fu incompleta, perché si limitò alla ricezione della Comunione in mano, senza però includere gli altri ricchissimi dettagli dell'uso antico. In esito a tutto ciò, la ricezione della santa Comunione è diventata l'occasione di negligenze - anzi, addirittura di vere e proprie irriverenze - e, in qualche caso particolarmente deplorevole, il Santissimo Sacramento ricevuto in mano non viene consumato, ma, al contrario, assoggettato a varie forme d'abuso, fino al caso estremo in cui qualcuno porta via il Corpo di Cristo per profanarlo più tardi nel corso di una "messa nera". Nella mia personale esperienza pastorale, i casi in cui la santa Ostia era stata lasciata in un libro di canti o in qualche altro posto, o anche portata a casa per la devozione privata - mi spiace doverlo segnalare - non sono stati rari. È ugualmente triste aver visto abbastanza spesso alcuni comunicanti strapparmi letteralmente l'Ostia dalle mani piuttosto che ricevere il Corpo di Cristo in modo conveniente.

Mons. Athanasius Schneider, esemplare pastore d'anime, ha affrontato con amore coraggioso l'attuale situazione della ricezione della santa Comunione nel rito romano. Prendendo spunto dalla sua personale e ricca conoscenza della fede e della pratica eucaristiche nel periodo della persecuzione nel suo paese natale, è stato spinto a studiare in profondità l'antico uso di ricevere la santa Comunione in mano, così come il suo attuale ripristino. In modo chiaro ed accurato, Mons. Schneider spiega con che cura la pratica antica intendeva evitare tutto ciò che potesse suggerire l'auto-comunione, sottolineando l'aspetto infantile della Comunione; ed impedire che anche un solo frammento andasse perduto, e, così, fosse suscettibile di profanazione. Egli descrive anche brevemente le tappe dell'introduzione dell'uso attuale, che differisce in misura rilevante dalla vecchia pratica dell'antichità.
Mons. Schneider presenta poi, accuratamente, le conseguenze più gravi dell'attuale pratica di ricezione della Comunione in mano:

  • la riduzione o la scomparsa di ogni gesto di riverenza e di adorazione;
  • l'utilizzo, per ricevere la santa Comunione, di un gesto abitualmente adibito alla consumazione degli alimenti ordinari, dal che deriva una perdita di Fede nella Presenza Reale, soprattutto tra i bambini e i giovani;
  • l'abbondante perdita di frammenti della santa Ostia e la loro conseguente profanazione, soprattutto quando nella distribuzione della santa Comunione manchi il piattello;
  • un altro fenomeno che si diffonde sempre più: il furto delle Sacre Specie.

Prendendo in considerazione tutte queste conseguenze, Mons. Schneider dice a buon diritto che la giustizia – cioè il rispetto del diritto di Cristo di essere ricevuto nella santa Comunione con la riverenza e l'amore che Gli convengono, e di quello dei fedeli di ricevere la santa Comunione in un modo che esprima al meglio l'adorazione reverenziale – esige che la pratica attuale della ricezione della Comunione nel rito romano sia seriamente studiata in vista di una riforma il cui bisogno si fa pesantemente sentire.

IL DIRITTO DI CRISTO

Un aspetto del tutto preminente della trattazione di Mons. Schneider riguarda il diritto di Cristo, lo ius Christi. Ricordandoci l'umiltà totale dell'amore di Cristo che si dona a noi nella piccola Ostia, fragile per natura, Mons. Schneider richiama la nostra attenzione sul grave obbligo di proteggere ed adorare Nostro Signore. Infatti, nella santa Comunione, Egli, a motivo del Suo amore incessante e incommensurabile per l'uomo, si fa il più piccolo, il più debole, il più delicato fra noi. Gli occhi della Fede riconoscono la Presenza Reale nei frammenti, anche nei più piccoli, della santa Ostia, e ci conducono, così, all'Adorazione amorosa.

Non mi resta che ringraziare Mons. Athanasius Schneider per il suo minuzioso studio della questione della ricezione della santa Comunione, espressione preminente della fede eucaristica. Il suo studio è pieno del più profondo amore di Gesù Eucaristia, amore nel quale egli è stato formato in un'epoca in cui la Chiesa era sotto i colpi della persecuzione nel suo paese. Spero che il contenuto di questo volume ispiri nel lettore una Fede eucaristica sempre più profonda e più ardente. Spero anche che questo libro fornisca l'occasione di rinnovare il modo di ricezione della santa Comunione, disciplina che dispone il comunicante a riconoscere pienamente il Corpo, il Sangue, l'Anima e la Divinità di Cristo e, così, a ricevere Gesù Eucaristia con una riverenza ed un'adorazione amorose. È in questa ricezione reverenziale e amorosa di Nostro Signore nella santa Comunione che dobbiamo attingere la forza di trasformare e rinnovare le nostre vite personali e la società, con la forza del vangelo, come facevano i primi cristiani.

Possa la lettura approfondita del libro di Mons. Schneider portare i fedeli, al momento della santa Comunione, a riconoscere la Presenza Reale del Signore risuscitato e a far loro le parole di San Giovanni Evangelista a San Pietro, quando il Signore risuscitato apparve ai discepoli sulle rive del lago di Tiberiade nel corso della pesca miracolosa: «È il Signore!» (Gv 21,7).
(card. Raymond Leo Burke [Fonte])

giovedì 20 agosto 2015

Teodoro di Mopsuestia?

Tutte le volte che certi bulli vanno blaterando "Mopsuestia-Mopsuestia", si può esser certi che si tratta dei soliti integralisti del modernismo, cioè quelli che agiscono come se la verità e l'errore avessero gli stessi diritti, e come se la Tradizione della Chiesa fosse qualcosa di dannoso e vergognoso di cui sbarazzarsi al più presto.

Nel caso specifico di "Mopsuestia-Mopsuestia" intendono mettere a tacere chiunque faccia notare mancanze di rispetto, abusi e profanazioni riguardanti il "diritto" (in realtà l'indulto, visto che non è parte della liturgia romana, ma solo una deliberazione delle singole conferenze episcopali) della "comunione sulla mano". Vanno citando praticamente come unica fonte antica Teodoro di Mopsuestia (senza averlo mai letto), facendo il solito archeologismo liturgico (cioè disprezzando la Tradizione della Chiesa e innumerevoli generazioni di santi).

Contro i sofismi di costoro suggeriamo perciò la (ri)lettura dell'agevole (e tuttora attualissimo) libretto Comunione sulla mano? No, grazie! pubblicato da un gruppo di laici a Roma nel 1989, nell'imminenza dell'esecrabile "votazione" che - con una maggioranza di un solo voto e proprio mentre i vescovi più ostili erano assenti o malati - fu calata dall'alto, sui fedeli, la novità della "comunione sulla mano".


E nel frattempo ricordiamo che l'abuso della "comunione sulla mano" (fino alla fine del 1989 in Italia fu sempre un abuso liturgico) veniva perpetrato in tutti gli ambienti famosi per la loro disubbidienza alla Chiesa, incluso il Cammino Neocatecumenale, che si è da sempre distinto per il sostanziale disprezzo per l'Eucarestia (ancor oggi fanno la "comunione seduti" e "tutti insieme contemporaneamente", con le "pagnotte sbriciolose" e infischiandosene dei rimproveri di più Pontefici).
Nel Cammino non c'è alcun senso del sacro,
nessuna devozione per la Santissima Eucarestia

martedì 27 marzo 2012

Comunione sulla mano? No!

Il 19 luglio 1989 la Conferenza Episcopale Italiana votò (con un solo voto in più del minimo indispensabile) l'introduzione della deprecabile prassi della "comunione sulla mano", in deroga a quanto stabilisce il Messale Romano (che ancor oggi non la prevede) e ad imitazione di altre conferenze episcopali.

L'Istruzione della CEI non dice nulla su come evitare la caduta dei frammenti, né spiega precisamente quali sarebbero le ragioni di convenienza, e non lo spiegano nemmeno i vari passi dei Padri della Chiesa (citati nella sua nota 24; senza contare il fatto che il più recente è del V secolo). A questo punto ci chiediamo cosa vorrebbe intendere l'Istruzione quando conferma che la prassi tradizionale della comunione "alla bocca" sarebbe «del tutto conveniente»...

Nell'ottobre successivo un gruppo di laici preoccupati stampò e diffuse a proprie spese il libretto «Comunione sulla mano? Perché intendiamo valerci della facoltà di continuare a ricevere l'Eucaristia sulla lingua». Il clero, benché voglioso di trovare "laici impegnati", si guardò bene dal collaborare o almeno discutere il testo. Testo che dopo decenni di abusi, profanazioni, banalizzazioni del Sacramento, lo scopriamo purtroppo ancora attualissimo.

Il testo completo è leggibile a questo link.

Il testo è disponibile su anche in formato ebook EPUB e MOBI per la visualizzazione sui tablet PC e sui pocket-reader.

Ne raccomandiamo la lettura a tutti. Nel frattempo, giusto per rinfrescarsi la memoria, proviamo a chiedere a papa Benedetto XVI cosa ne pensa del modo di fare la Comunione:

 

giovedì 29 maggio 2014

Comunione seduti: e ti danno pure le istruzioni

Questo breve video mostra quello che è avvenuto durante un "matrimonio neocatecumenale" a Laguna (Guam) a marzo 2011:



Si tratta di un matrimonio dove a quanto pare erano presenti anche persone che non erano del Cammino. Perciò vediamo che vengono date istruzioni su come fare la Comunione. L'assemblea viene "istruita" a ricevere sulla mano e quindi subito sedersi e aspettare. Quindi si vede la distribuzione della comunione "alla maniera neocatecumenale".

Nel video si vedono gli sposi chiacchierare e ridere mentre hanno l'ostia consacrata sulle mani.

Il prete stesso riceve poi la sua particola (anziché consumarla prima degli altri) e lo vediamo mentre da seduto apostrofa i presenti, prima di fare "tutti insieme" la Comunione.

Ricordiamo che tale pratica della "comunione seduti" è stata vietata al Cammino dalla lettera del 1° dicembre 2005 con le «decisioni del Santo Padre», lettera pienamente recepita dallo Statuto del Cammino (articolo 13, nota 49).

Purtroppo l'Arcivescovo di Guam e i suoi sacerdoti promuovono tale pratica, e addirittura ordinarono nel 2008 ai sacerdoti filippini di adeguarsi oppure di andarsene dalla diocesi di Guam.

Questa assurda pratica che continua ancor oggi, che i leader del Cammino credono essere il "giusto" modo di fare la Comunione... ci fa onestamente domandare: ma i neocatecumenali ci credono davvero che in quell'Ostia Consacrata è realmente presente il Corpo, il Sangue, l'Anima e la Divinità di Nostro Signore Gesù Cristo?



Riceviamo un commento di conferma:

Vedendo il video confermo questa prassi neocat quando alle celebrazioni ci sono più cristiani della domenica che kikos: questo accade nei matrimoni e battesimi dove vengono invitati parenti ed amici non neocatecumenali.

Io l'ho fatto da responsabile e mi sentivo investito di una autorità speciale che oggi scopro falsa e blasfema, mi sentivo importante nello spiegare come ci si deve comportare, era anche importante consigliare un abbondante sorso di vino liquoroso.

Nelle veglie Pasquali dove i vecchietti stavano a digiuno da due giorni, dopo il passaggio del vino si inciuccavano dopo il fatidico abbondante sorso di "Porto", una vera bomba.

Tutto questo mi fa ricordare anche un episodio sgradevole dove i catechisti alla fine di un'importante eucarestia sgridarono davanti a tutti e a malo modo il nostro parroco solo perchè aveva trascritto su di uno spartito le note del Vangelo e della Preghiera Eucaristica, quegli ignoranti in materia e anche in altre cose, volevano sequestrare lo spartito perchè era proibito avere o divulgare questa musica.

Oggi abbiamo di tutto: dagli spartiti ai CD alle sinfonie di Kiko... l'importante è che tu paghi.



Un commento di Michela:


Ho visto anch'io qui in Italia, se ci sono ospiti spiegano come fare.

Ed è questo che contestavo qualche giorno fa a un neocat che si è arrabbiato con me: loro rivendicano la possibilità di ricevere la Comunione sulla mano (e seduti), visto che la Chiesa (secondo loro!) concederebbe tutte e due la modalità.

Io invece non capisco perchè nel Cammino bisogna comunicarsi in un'unica modalità, cioè solo come dicono loro.

Ma perchè quando partecipo a una celebrazione neocat mi devo sentire 'ospite', e c'è qualche imbecille che mi presenta, anche se non sa quasi niente di me?



Un commento di Sebastian:

Quel video mostra come si svolge l'Eucaristia NC in tutto il mondo, con la ipocrita "alzatina" per prendere il Corpo di Cristo per poi risedersi. Notate anche il prete come tiene il Pane consacrato con una mano, mentre con l'altra regge il microfono come uno show-man qualsiasi.

Che questa è la pratica ufficiale del kikianesimo lo riconosciamo tutti dalle nostre comunità, ma se non bastasse lo conferma anche un NC invasato nei commenti al blog Jungle Watch linkato sopra, che dice che è una pratica universale in tutto il mondo. Peraltro quasi a voler intendere che è diffuso anche tra i cattolici normali (non-NC).

Lo stesso NC invasato dice anche una frase che mi ha fatto impressione:
But you can't prevent us from doing this either. So why bother? Just leave us alone, okay?
Leave us alone, che in italiano significa "Lasciateci in pace", mi ricorda tanto i demoni che si rivolgono a Cristo. "Non abbiamo niente a che fare con te. Lasciaci in pace!".

E' questo il senso di ecclesialità secondo i Kikos?

sabato 4 febbraio 2012

Gli "utili idioti" del Nemico dell'Eucarestia

Padre Enrico Zoffoli pubblicò questo articolo ("Il Signore guarda al cuore") sul numero di ottobre 1995 della rivista "Il segno del soprannaturale" (num. 90, anno VIII, pagg. 11-14).
Dopo tutti questi anni, rileggendolo, lo riscopriamo terribilmente attuale, in particolare come risposta ai tanti neocatecumenali intervenuti (spesso con una certa furia) su questo blog, specialmente sui temi riguardanti l'Eucarestia, sui quali padre Zoffoli ci ripropone esattamente e chiaramente l'insegnamento della Chiesa.



IL SIGNORE GUARDA AL CUORE

È facile sentire ripetere una verità per se stessa ovvia e indiscutibile come questa, se non si prestasse all'equivoco di chi se ne vale per fare il comodo proprio.

Nessuno ha potuto mai dubitare che, per Dio, vale soprattutto la retta intenzione: Egli si compiace della sincerità e segretezza della nostra intesa con Lui; premia il fervore e la spontaneità d'ogni slancio di amore, ecc., ossia quanto condiziona la vita dello spirito, costituendo la più vera ricchezza della persona umana.

È per questo che Gesù non cessava di biasimare il costume di scribi e farisei, rimproverando loro un formalismo che li rendeva intollerabilmente ipocriti.

Ma tutto ciò, pur essendo pacifico, non rende tutta la verità dei nostri rapporti con Dio. In realtà, l'uomo è un composto sostanziale di anima e corpo, intelletto e sensi, volontà libera e passioni, interiorità incomunicabile e rapporti sociali mediati dalla parola, dal gesto, dal lavoro e da quanto altro riflette la vitalità umana secondo le molte e sempre mutevoli forme create dalla cultura. Senza il primo elemento, l'uomo si ridurrebbe alla condizione della bestia, e senza l'altro sarebbe paragonabile all'angelo, mentre è una persona specificamente umana, sintesi di tutti i valori, temporali ed eterni.

Se l'uomo è tale, nei suoi rapporti con "l'altro", si comporta necessariamente con tutto se stesso: non gli è possibile una soddisfazione dei sensi a cui non partecipi con tutta l'anima; né elevazione dello spirito che non abbia la sua intensa risonanza nei sensi.

Ora, è la stessa esperienza dell'uomo comune che tutto conferma. Dire ad una persona che la si ama e non essere disposti a sacrificarsi per lei, non solo è vano, ma irrisorio ed anzi offensivo, come se uno si trovasse davanti alla vittima di un incidente stradale e si limitasse ad esprimere la propria compassione senza però muovere un dito per soccorrerla...

Il "cuore", dunque, non basta, il sentimento non risolve nulla, la buona volontà è sterile quando lascia insoluti dei problemi per i quali urge uscire da sé e calarsi nella situazione esistenziale del prossimo. L'interno - per quanto nobile ed elevato possa sembrare - è bugiardo quando l'esterno non lo rivela dimostrandolo coi fatti. "Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere la fede, ma non ha le opere? Forse che quella fede può salvarlo? Se un fratello o una sorella è sprovvisto del cibo quotidiano, e uno di voi dice loro: Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi, ma non date loro il necessario per il corpo, che le giova? Così anche la fede: se non ha le opere, è morta in se stessa..." (Gc 2,17).

***

Il Signore certamente guarda il cuore; il quale però a Lui non basta: ed anzi, quando non induce ad agire, non c'è affatto, perché contraddittorio. Invece del "cuore" - che amando si apre e si effonde, mai contento di donarsi -, c'è solo il vuoto dell'illusione o l'indifferenza camuffata dai mille pretesti inventati dall'egoismo.

Uno dei quali sarebbe quello secondo il quale Dio non ha bisogno delle nostre opere. Certo. Ma è anche vero che non ha bisogno neppure del nostro cuore: il nostro amore non accresce la sua felicità, come i nostri atti di culto non aumentano la sua gloria... Se ci comanda di amarlo, è solo perché vuole tutto il nostro vero bene; a sua volta consistente nella partecipazione del Suo che, essendo infinito ed inesauribile, tende a comunicare attraendo a Sé ogni cosa.

Per questo, tutte le opere della sua onnipotenza sono espressione del suo amore: amore che crea, perché tutto pone, nulla suppone; tutto dà, nulla esige per Sé. La sua è una bontà che, per la sua pienezza, trabocca e si riversa nel mondo, finalizzando il dinamismo universale.

***

Ma Dio - s'insiste - appunto perché non ha bisogno di noi ed è quindi immensamente liberale e misericordioso, non può esigere le nostre opere, imporci una sua legge, limitare la nostra libertà. Egli, insomma, si contenta della grande idea che abbiamo di Lui e per la quale Lo amiamo sopra ogni altro bene.

Ma il ragionamento non corre perché suppone un "dio" che, ridotto alle proporzioni di un "gran signore" o di un "buon papà", non è mai esistito. Oltre tutto, altera radicalmente i rapporti dell'uomo col vero ed unico Dio che l'ha creato e da cui dipende totalmente.

In effetti, dalla sua liberalità ineffabilmente misericordiosa siamo stati tratti dal nulla, per cui tutto a Lui dobbiamo: la nostra stessa identità, modellata dal suo pensiero, realizzata dal suo amore.

Se ciò è assolutamente certo, Dio non può esigere altro che ciascuno realizzi interamente se stesso, sviluppi tutte le sue energie, raggiunga la sua perfezione. La legge che Egli impone non mira ad altro, indicando all'uomo il "suo" dover-essere; per cui la "moralità" consiste in quella coerenza di ciascuno con se stesso che fonda il suo vero bene, l'esercizio della sua libertà, la piena conquista della sua dignità di "persona".

Alla luce di tali principi non ha senso sostenere che Dio guarda soltanto al cuore e non voglia altro dall'uomo: non ha senso per Dio, che all'uomo ha dato tutto; né ha senso per l'uomo, che a Lui deve renderlo, non perché Egli abbia bisogno delle sue opere; ma perché appunto per esse l'uomo può attuare il proprio tipo ideale: quello stesso programmato da Dio per il bene della creatura.

***

Il principio esaminato - che può avere il sapore della barzelletta, per l'interpretazione unilaterale di chi ne abusa per fare quel che vuole - spesso è invocato persino da suore e sacerdoti a proposito di certe pratiche del culto. Dio guarda il cuore, mi sono sentito ripetere con una punta di arroganza da costoro, incuranti delle tradizionali norme prescritte dalla Chiesa e sempre osservate dalla migliore porzione dei fedeli.

Ora, dovevo aspettarmi che, come al solito, i sostenitori del nuovo corso ricordassero con un certa enfasi la storiella della creatività dello spirito, della libertà di coscienza, del clima creato dal Vaticano II. Appunto in nome del Concilio alcuni hanno osato blaterare che ormai, ad esempio, il peccato solitario non è più peccato..., che le leggi della Chiesa sono soltanto orientative, non vincolanti, per cui ciascuno può interpretarle secondo le situazioni in cui vive, ed altre amenità del genere, indice di un'insipienza che raggiunge l'estrema gravità del tradimento delle coscienze.

A proposito di leggi, tra i numerosi altri casi personalmente osservati, interessa sottolinearne due, forse tra i più noti.

Il primo mi ricorda la stizzosa reazione di un religioso che davanti al Santissimo si limitò a fare un semplice inchino invece della genuflessione. "Il Signore guarda il cuore!", rispose. "Quanto al resto, ciascuno deve regolarsi secondo la propria coscienza". Aggiunsi altre osservazioni, ma non ci fu verso.

Ora, per chi - leggendo - pensasse che io abbia esagerato, imponendo un mio personale punto di vista, riferisco il testo della Institutio generalis del Messale Romano: "Se nel presbiterio vi fosse il tabernacolo col SS. Sacramento, si genuflette anche prima e dopo la Messa, e tutte le volte che si passa davanti al Santissimo" (iv. n. 233). La medesima prescrizione si legge iv., n. 84.

Questa la precisa e categorica volontà della Chiesa; questa la consuetudine che da secoli è rispettata da tutti i credenti... Del resto, l'atto, più o meno profondo, del genuflettersi ricorre persino nel cerimoniale mondano dell'alta società; e sarebbe davvero strano se fosse abolito da una riforma liturgica, per sé volta a regolare nel modo migliore le forme di culto. "Strano" però non sarebbe per coloro secondo i quali il Signore, guardando il cuore, non si confonde con quisquilie del genere...

***

Il secondo caso a cui si riferisce l'equivoco principio esaminato richiama la nuova prassi della Comunione sulla mano. Importante, al riguardo, risalire alla sua vera origine rivelata dallo stesso Paolo VI al quale, alla fine, fu quasi estorta: "Sembra che questa nuova pratica, instaurata qua e là, sia opera di un piccolo numero di sacerdoti e laici, che cercano di imporre il loro punto di vista agli altri e di forzare la mano all'Autorità. Approvarlo sarebbe incoraggiare queste persone, non mai soddisfatte dalle leggi della Chiesa" (cit. da A. Bugnini, La Riforma liturgica 1948-1975, Ed. Liturg., Roma, 1983, p. 627s).

Significative e sempre gravi e più attuali che mai le ragioni per le quali il Papa si rifiutava di approvare la proposta della nuova prassi. Mi limito a riferirne due. Essa, - contro quel che subdolamente si è tentato di far credere al popolo - "rischia di disorientare molti fedeli, che non ne sentono la necessità e che mai si sono posti questo problema..." (iv.).

La seconda ragione - tra le altre - opposta da Paolo VI alla nuova prassi liturgica, consisteva nella fondata previsione della caduta e profanazione dei "frammenti" delle ostie consacrate: "ut denique diligenter cura servetur, quam de ipsis panis consecrati fragmentis Ecclesia semper commendavit..." (Istruzione Memoriale Domini, in Acta Apostolicae Sedis, 61, 1969, pp. 541ss).

Il timore del Papa non era immaginario, perché undici anni dopo Giovanni Paolo II dovette lamentare: "...Giungono voci su casi di deplorevoli mancanze di rispetto nei confronti delle specie eucaristiche..." (Dominicae Cenae, n. 11). Proprio a questo riguardo, i casi che si erano verificati, e assai più quelli che si son venuti moltiplicando da allora ad oggi, potrebbero essere pubblicati in un grosso volume.

Più che altro, a me ora interessa richiamare:
  • primo, che la presenza eucaristica nei frammenti delle ostie consacrate è dogma di fede, derivata dal prodigio della transustanziazione e non già dalle loro dimensioni (cfr. Conc. ecumen. di Firenze, Denzinger-Sch., 1321; Conc. ecumen. di Trento, iv., 1641, 1653).
  • secondo, dogma di fede che traspare in modo inequivocabile dalle norme liturgiche che - echeggiando le catechesi dei Padri della Chiesa - obbligano celebranti e ministri alla massima precauzione perché non si verifichi la caduta di frammenti.
In realtà, dopo la riforma del Vaticano II, la Chiesa non ha mai cessato di preoccuparsene. Si pensi all'uso del "piattello", non certo prescritto per pura cerimonia (cfr. Instit. gener., nn. 80c, 151, 246b, 247b). Il celebrante - si legge - deve astergere le dita e anche lavarle "ogni volta che qualche frammento di ostia rimane attaccato alle dita, specialmente dopo la frazione o dopo la comunione dei fedeli". A lui si raccomanda di raccogliere "eventuali frammenti fuori dalla patena" (iv., nn. 237, 239, 244d, 245c, 247b, 251). Identico il responso della S. Congregazione della disciplina dei Sacramenti ed il culto: "...verum etiam quoad alia hostiarum fragmenta observentur praescripta de purificandis patena et calice, prout habetur..." (in Institutione generali Missalis romani, nn. 120, 138, 237-239, in Ordine Missae cum populo, n. 138, et sine populo, n. 31; cfr. anche Notitiae, 8, 1972, p. 227). "Ciascuno faccia attenzione di non lasciare cadere nessun frammento", si legge nelle "Indicazioni particolari per la comunione sulla mano" della istruzione della C.E.I., 19.7.1989, n. 4). Purtroppo, in moltissime chiese - per non dire quasi in tutte - queste prescrizioni sono rimaste lettera morta, perché vescovi e sacerdoti diocesani e religiosi sembra non le abbiano mai lette, o che se ne siano dimenticati o, peggio, non abbiano dato loro alcun peso. C'è allora da chiedersi subito come questi membri della Gerarchia Cattolica possano pretendere che i fedeli obbediscano alle loro disposizioni, se essi, per primi, violano con tanta disinvoltura norme generali, valide per tuta la Chiesa, che ne risulta perciò intimamente disgregata a proposito di quel culto eucaristico definito "culmine e fonte di tutto il culto e della vita cristiana" (Cod. di Diritto Can., 897).
Di fatto:
  • quasi ovunque la prassi della Comunione sulla mano è imposta anche ai bambini che, incapaci di una scelta personale, subiscono una vera (grave) violenza da parte di sacerdoti e suore catechiste che li indottrinano con la loro "ideologia", fingendo di ignorare che "il modo consueto di ricevere la Comunione deponendo la particola sulla lingua rimane del tutto conveniente", per cui "i fedeli potranno scegliere tra l'uno e l'altro modo" (Indicazioni particolari dell'Istruzione della C.E.I., n. 2).
  • Quasi ovunque è scomparso il "piattello" di cui sopra, destinato ad impedire la caduta delle ostie consacrate e i loro frammenti... Misteriosa questa scomparsa! Quale ne è la vera causa?
  • Ho potuto raccogliere due risposte. La prima, ereticale, sostiene che nei frammenti cessa la reale presenza...; la seconda è quella fondata sul principio che il Signore guarda il cuore..
***

La prima suppone il rifiuto del dogma eucaristico che, centrato sul mistero della transustanziazione, impone di credere che Cristo, dopo la consacrazione, è tutto sotto qualsiasi parte dell'ostia e del vino consacrato: "Sub qualibet quoque parte hostiae consecratae et vini consecrati, separazione facta, totus est Christus" (Conc. di Firenze, D-S 1321). A Trento, la dottrina è ribadita nei medesimi termini: "Totus enim et integer Christus sub panis specie et sub quavis ipsius speciei parte..." (iv., 1641). E ancora: "...Et sub singulis cuiusque speciei partibus..." (iv., 1653).

In base a testi così autorevoli, possiamo distinguere le "parti" dai "frammenti", sostenendo che la presenza eucaristica, secondo le definizioni conciliari, è limitata alle une, mentre è esclusa dagli altri? Certamente no, perché:
  • le "parti" di cui si parla sono precedute dagli aggettivi "qualibet" e "quavis" che significano: "qualsiasi", "qualsivoglia", comprendendo perciò parti anche minime, ossia i "frammenti";
  • la presenza reale, condizionata alla transustanziazione, deve essere affermata astraendo nettamente dalle dimensioni del pane e del vino. Essa cessa unicamente quando vengono meno le naturali proprietà dell'uno e dell'altro, indicative della sostanza dei due elementi: soltanto allora si è certi della corruzione della medesima.
    Ora, dobbiamo parlare di vere dimensioni del pane (e del vino) anche in frammenti appena visibili, a loro volta "soggetto" delle tipiche qualità del pane. Così, p. es., in un puntino bianco di zucchero semolato c'è ancora tutta la sostanza dello zucchero con le sue proprietà organolettiche. Perciò, il dogma eucaristico rispetta le leggi della chimica, come, a proposito della transustanziazione, rispetta e applica i principi della metafisica dell'essere, piaccia o dispiaccia ai negatori di quel prodigio;
  • chi sostiene il contrario, affermando che nei frammenti delle ostie consacrate non si ha più una reale presenza di Cristo è gravemente obbligato a indicare l'esatta misura della grandezza indispensabile per salvare tale presenza... Impresa assurda e certamente sempre arbitraria, non disponendo di nessun criterio che lo autorizzi ad un'indicazione del genere, del resto indispensabile - se fosse possibile - trattandosi della presenza del Cristo, Uomo-Dio, a cui spetta un culto di latria e da cui dipende la vita della Chiesa.
***


La seconda ragione per la quale moltissimi, pur credendo nel mistero eucaristico, non solo sono favorevoli alla comunione sulla mano, ma presumono imporla a tutti, compresi i bambini (per i quali vorrebbero avviare una consuetudine ed anzi una tradizione), è la misericordia di Dio, che guarda il cuore, si contenta della buona volontà, tien conto delle intenzioni...

E siamo all'equivoco di cui sopra. Ora, tutto si sostiene pur dopo aver constatato (e prevedendo di constatare ancora) innumerevoli irriverenze e profanazioni. Resta soltanto da chiedersi: cos'è questo cuore, che non ama, perché, pur potendo, non rispetta né fa rispettare la Persona amata?... A che si riduce la buona volontà, quando non si cura di prevenire e impedire le profanazioni del culto più sublime dovuto a Dio?... Che senso possono avere le intenzioni quando non sono rette, sincere, non mirando a salvare, nell'Eucarestia, "il Cuore della Chiesa", l'Anima delle anime, "il centro della Comunità dei cristiani" (Conc. Vatic. II, Presb. ord., 5), "la somma e il centro della sacra liturgia" (Pio XII, Mediator Dei, 53)?...

Per lasciar cadere le ostie consacrate e disperderne i frammenti, pur prevedendone la reale possibilità e dovendo impedirlo mediante "il piattino" liturgico prescritto dalle rubriche e usato da secoli, bisogna essere soltanto degli irresponsabili, "utili idioti", ossia passivi strumenti di un piano diabolico che si va attuando da teologi e liturgisti traviati dalla propaganda protestante, a sua volta asservita ad oscure potenze ebraico-massoniche, intente ad estirpare il Cristianesimo e demolire la Chiesa coi suoi dogmi e i suoi riti.

Se Dio guarda il cuore e non esige altro, segue che nei nostri rapporti con Lui tutto inizia e si risolve nell'intimità della coscienza. Perciò, è vero, valido, meritorio, tutto e solo quanto è vissuto dal soggetto, è relativo al soggetto, è bene o male per il soggetto... Ed eccoci a quel soggettivismo che è relativismo, scetticismo, pragmatismo, storicismo e altri ismi del genere generati dall'aberrante creatività del pensiero moderno, da Cartesio a Kant.

Molti sacerdoti ignorano questa "genealogia", non sapendo che esegesi e teologia, liturgia e pastorale - se non restano fedeli al Magistero - subiscono fatalmente la nefasta influenza di quel pensiero che, ribelle al realismo dell'essere-in-sé, prima di opporsi alla fede, offende la ragione, stringendola nella morsa di un immanentismo che si perde nel vuoto del nulla e della disperazione.

Se Dio non guarda altro che il cuore, col culto esterno - oggettivo e universale - si elimina anche la Chiesa come società visibile. Ma, con essa, restano soppressi i sacramenti e specialmente l'Eucarestia e quindi il sacerdozio ministeriale...

Se Dio guarda solo il cuore, insieme al culto esterno e alla Chiesa quale società visibile, si arriva a condividere - sia pure inconsciamente, per difetto di logica o d'informazione storica - i due fondamentali errori delle antiche dottrine gnostico-manichee, che negavano sia la realtà dell'Incarnazione del Verbo, sia la produzione della materia da parte di Dio.

Non occorre aggiungere che, con quest'ultima aberrazione, si precipita in quel dualismo classico che, ignorando la creazione, nega l'esistenza del vero Assoluto, ossia dell'Atto Puro della rivelazione del Sinai e della filosofia cristiana. La catastrofe allora è completa. Non mi è lecito, con dotte citazioni, rendere più prolisso e pesante il commento al principio incriminato. Lo farò, se ne sarò richiesto. Ho dedicato queste pagine principalmente a sacerdoti zelanti, ma sprovveduti ed incauti; ad anime pie, ma superficiali ed ignare del tranello teso da gente senza fede e senza scrupoli. La quale, insistendo su di un principio evidentemente ambiguo - la cui origine risale molto indietro nella storia delle eresie - ha tentato di scalzare fin dalle basi l'edificio della più autentica pietà cristiana, insegnata dalla Chiesa e coltivata dai Santi.

Ancora qualche rilievo.

Se Dio guarda il cuore, segue pure che "l'abito non fa il monaco": appunto il monaco a cui basta "il cuore" per piacere a Dio... Ed ecco l'abolizione dell'abito ecclesiastico da parte di innumerevoli sacerdoti ormai secolarizzati, irriconoscibili, non capaci né disposti a rendere a Dio la dovuta testimonianza, vergognosi di distinguersi in una società, preda di un laicismo imperversante e demolitore. La loro crisi d'identità li rende spregevoli, degni dell'indifferenza dei fedeli e degli scherni di un anticlericalismo che li ritiene dei comuni funzionari del culto, stipendiati dallo Stato... Ad essi basta credere: Dio si contenta della loro buona volontà; nessuno può giudicare le loro intenzioni; l'interno è tutto...

Sarebbe lo stesso "spirito" del Vaticano II, infine, a rendere credibile che Dio si contenta del cuore. Spirito ecumenico, che si apre a tutte le religioni...; spirito di libertà, che accetta e favorisce tutti i carismi...; spirito della gioia pasquale, che condanna tutti i tabù e i divieti...; spirito dei nuovi tempi, che supera il passato con tutte le sue tradizioni...

I documenti conciliari sono stati interpretati in tal senso da alcune correnti di sinistra di derivazione protestante, in antitesi con gli Atti autentici approvati dai Padri e autorevolmente spiegati dai Pontefici, specialmente da Giovanni Paolo II.

Ma vero "Spirito del Concilio" è soltanto quello che anima il Corpo Mistico, di cui promuove gli sviluppi, restando saldamente ancorato all'intramontabile verità della Tradizione Apostolica. Il travisamento dello "Spirito del Concilio", tradotto nelle ideologie destabilizzanti dei suoi peggiori esperti, è stato il più vile colpo basso vibrato dai nemici dell'ortodossia cattolica.

L'unico vero e grande cuore a cui Dio guarda e dal quale si compiace, è quello di Cristo e di quanti, trasfigurati in Lui, partecipano nel silenzio della sua Passione espiatrice che ha redento il mondo.
p. Enrico Zoffoli

domenica 21 ottobre 2012

"Desustanziazione": altra eresia anti-eucaristica

Dal blog ABC Apologetica riprendiamo e commentiamo alcune considerazioni su una delle tante eresie de facto professate anche da tanti neocatecumenali. Ricordiamoci che per essere eretici non c'è bisogno di dichiarare "sono eretico perché nego questa lista di dogmi". Uno può anche affermare di credere nelle verità eterne insegnate dalla Chiesa salvo poi, nella vita reale, comportarsi come se non ci credesse. L'eresia infatti si nasconde nelle ambiguità.

Allora, dopo aver fatto la Comunione cosa fai?
Ti pulisci le mani dai frammenti rimasti?


La dottrina eretica neomodernista della "desustanziazione"

Alcuni eventi recenti hanno riportato alla luce una delle perle della teologia modernista, che vale la pena esaminare in quanto è diventata oggi molto più comune di quanto la Chiesa possa immaginare. Si tratta della strana idea di una «desustanziazione» dell'Eucarestia dopo la Messa e la Comunione.

Abbiamo incontrato quell'aberrante termine per la prima volta in un articolo blasfemo pubblicato su internet a proposito della profanazione del Santissimo Sacramento, rubato da un ateo che simulava la "comunione sulla mano" (pratica che continuamente si dimostra facilitatrice di ogni tipo di offesa al Sacramento), per dissacrarlo e tentare di identificarvi coi suoi metodi la Presenza Reale di Cristo.

San Domenico
distrugge l'eresia,
rappresentata da un libro
da cui fuoriescono serpi
Un membro del forum online, indignato e preoccupato dalla notizia, ha contattato un seminarista (Dio ci aiuti!) per chiedere delle possibili conseguenze di quella perfida profanazione. Il seminarista ha detto che l'ostia non aveva più la Presenza Reale di Cristo poiché nel momento della profanazione la sostanza divina avrebbe abbandonato l'ostia lasciandola ridiventare semplice pane, e che questo evento avrebbe il nome di "desustanziazione": idea apparentemente e disgraziatamente insegnata dai suoi formatori del seminario, il che implica che avremo in futuro molti sacerdoti inclini a insegnare tale stupida dottrina.

Senza voler citare la moltitudine di testimonianze dei miracoli eucaristici (che smentiscono quel seminarista), notiamo che in giro si sta cominciando a perdere la consapevolezza della vera natura dell'Eucarestia e, con essa, anche quella degli altri sacramenti, contro ogni pronunciamento della Chiesa in materia.

Quella dottrina eretica della "desustanziazione" va discussa e contestata in tutto il mondo, pur sapendo che l'ignoranza è sempre ricolma di impertinenza. Per cui vi proponiamo due argomenti per assicurare un già difficile discorso apologetico intraecclesiale e per aumentare la fiducia nel sacramento.

Anzitutto il Concilio di Trento (sessione XIII) condanna come "eresia" tale idea tutt'altro che nuova:
«Se qualcuno dice che il Corpo e il Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo non sono nel mirabile sacramento dell’Eucaristia dopo la consacrazione, ma che vi sono solo quando ne usa, mentre sono ricevuti, ma non prima, né dopo, ovvero che nelle ostie o particole consacrate che si conservano o restano dopo la comunione non permane il vero Corpo del Signore, sia scomunicato».

«Se qualcuno dice che nel santo sacramento dell’Eucaristia non si deve adorare il Cristo, Figlio unigenito di Dio, con un culto anche esterno di latrìa, e che, di conseguenza, non lo si deve venerare con una particolarità solennità, né portarlo in processione secondo il lodevole ed universale costume della santa Chiesa, oppure non deve essere esposto pubblicamente all’adorazione del popolo e che coloro che lo adorano sono degli idolatri, sia scomunicato».

I cosiddetti "iniziatori" del Cammino
danno l'esempio: comunione "seduti"...
«Se qualcuno dice che nella Messa non si offre a Dio un Sacrificio vero e proprio o che questa offerta consiste solo nel fatto che Cristo ci è dato in cibo, sia scomunicato». «Se qualcuno dice che con le parole: “Fate questo in memoria di me” (Lc 22,19; 1 Cor 11,24) Cristo non ha costituito gli Apostoli sacerdoti, ovvero che non ha ordinato che essi ed altri sacerdoti offrano il suo Corpo e il suo Sangue, sia scomunicato».

«Se qualcuno dice che il Sacrificio della Messa è solo un sacrificio di lode e di ringraziamento o la semplice commemorazione del Sacrificio della Croce, ma non un sacrificio propiziatorio, oppure che giovi solo a chi lo riceve e non deve essere offerto per i vivi e per i defunti, per i peccati, le pene, le soddisfazioni o le altre necessità, sia scomunicato».

(citazioni dal Concilio di Trento, canoni sul Santissimo Sacramento dell’Eucaristia e sul Santissimo Sacrificio della Messa -- Denz.Sch. 886-887, 948-950).
Questi canoni del Concilio di Trento dichiarano solennemente e senza lasciare spazio ad alcun dubbio, l'insegnamento plurimillenario della Chiesa sull'Eucarestia. Non c'è bisogno di alcuna sfumatura o aggiustamento o ulteriore spiegazione.

I sacramenti sono "indissolubili"; un rispetto superficiale degli altri sei (duraturi e irreversibili una volta amministrati da un ministro della Chiesa) porta inevitabilmente ad una considerazione superficiale del più importante: l'Eucarestia. Che nella mentalità moderna, come denunciato sopra, parrebbe invece diventato "reversibile", "dissolubile", "desustanziabile": una vera e propria negazione del sacrificio di Cristo.

I Padri della Chiesa ci hanno insegnato che l'Eucarestia è intimamente legata alla creazione e all'incarnazione: per l'efficacia delle parole del sacerdote e per la grazia divina, accade la transustanziazione, vera ed efficacie, delle specie consacrate, in cui Gesù Cristo è "vittima, altare e sacerdote" per la redenzione dei peccati. Non è una "trasformazione reversibile", non si può tornare indietro: è un vero sacrificio, che può essere per la salvezza o può essere di condanna (cfr. 1Cor 11,28-31), non per una sorta di vendetta divina, ma per l'ostinazione nel peccato: «ciascuno esamini se stesso... chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna...» parole che evidentemente si applicano ancor più a chi profana il sacramento.

Contro le possibili critiche bisogna affermare che nella Chiesa oggi la testardaggine e l'ignoranza di alcuni gruppi persistono a causa della catechesi scarsa o "autodidatta". Ma mentre l'ignoranza incolpevole può trovare misericordia presso Dio, gli autoeletti promotori di simili errori sull'Eucarestia «mangiano e bevono la propria condanna», promuovendo (anche loro malgrado) le profanazioni del corpo di Cristo.

Banalizzazione della Comunione:
quel neocatecumeno è fermo lì ad aspettare,
seduto, il segnale convenuto per manducare
In modo particolare dobbiamo accusare la "comunione sulle mani", gesto che discende da quella stessa mentalità superficiale che finisce per banalizzare l'Eucarestia, non riconoscendovi veramente e totalmente la Presenza Reale di Nostro Signore. Mentre ci accusano di "tridentinismo arcaico" (proprio loro che pensano di essere "riscopritori" di certi usi dei "primi cristiani"), rifiutano qualsiasi occasione per recuperare la dignità e il rispetto per il Santissimo Sacramento. Anche se parlano di "profondo rispetto" dell'Eucarestia, nei fatti la trattano come se fosse una cosa "alquanto importante": la loro eresia non si vede tanto da ciò che affermano, ma da come trattano il Sacramento! E giustificano il loro comportamento facendosi scudo del Concilio Vaticano II (che, ricordiamolo, mai ha comandato la "comunione sulla mano", mai ha comandato di ridurre la Presenza Reale di Nostro Signore a qualcosa di "alquanto importante", mai ha anche solo vagamente accennato a qualcosa che potesse essere inteso dai fedeli come "desustanziazione" o "transfinalizzazione", mai ha comandato di abolire il genuflettersi e l'inginocchiarsi...).

Non stanchiamoci mai di identificare e condannare dottrine eretiche (riconoscibili più dai fatti concreti che dalle parole) facendoci scudo del sano e immutabile insegnamento della Chiesa.

lunedì 31 ottobre 2016

La "Messa di Lutero", cioè l'obiettivo di Kiko e Carmen

"Comunione seduti" nel Cammino Neocatecumenale
La prima “Messa” protestante venne celebrata nella notte tra il 24 e il 25 dicembre 1521, quando Lutero e Carlostadio erano già stati scomunicato perché eretici. In questa Messa Lutero comincia con una predica sull’Eucaristia, in cui presenta la Comunione sotto le due specie come obbligatoria, e la Confessione come inutile, essendo convinto che per la salvezza fosse sufficiente la sola fede. Poi Carlostadio si presenta all’altare in abiti civili, recita il Confiteor e inizia la stessa Messa di prima, ma in lingua parlata (non in latino) e solamente fino al Vangelo, sopprimendo l’Offertorio e l’elevazione dell’Ostia e del Calice: sopprime cioè tutto ciò che significava l’idea del Sacrificio.

Alla consacrazione segue la Comunione. Molti ‘assistenti’ avevano mangiato e bevuto (anche alcolici) prima di comunicarsi. Distribuiscono la Comunione sotto entrambe le specie, e per di più "sulle mani".

Una delle Ostie sfugge e cade sul vestito di un fedele. Un prete la raccoglie; un’altra cade in terra: Carlostadio dice ai laici di raccoglierla e siccome si rifiutano, per rispetto o per timore, dice: «Resti pure dove si trova, poco importa, purché non ci cammini sopra». Poco dopo la raccoglie lui stesso.

Numerose persone erano contente della novità e molti erano quelli che venivano ad assistere a questa "nuova Messa" perché una parte era detta in lingua parlata invece che in latino, e dicevano di comprenderla meglio.

Una grande anarchia cominciò a regnare tra i sacerdoti: ognuno diceva la Messa come voleva. Il Consiglio, non sapendo più cosa fare, prese la risoluzione di definire una nuova liturgia, di non lasciare più la piena libertà e di mettere un po’ di ordine. Stabilì che la maniera di dire la Messa doveva essere la seguente: l’Introito, il Gloria, l’Epistola, il Vangelo, il Sanctus; poi avrebbe dovuto seguire una predica. L’Offertorio e il Canone erano soppressi e il prete recitava l’«istituzione della Cena». La diceva ad alta voce, in lingua nazionale e dava la Comunione sotto le due specie. Poi veniva l’Agnus Dei e, per terminare, il Benedicamus Domino. Nel maggio 1523 Carlostadio predicava pubblicamente negando la Presenza Reale nell'Eucarestia.

"Senso del sacro" in una "liturgia" neocatecumenale
Nel gennaio 1526 Lutero fece stampare un nuovo rituale per le cerimonie della Messa. Nella sua mente, in realtà, desiderava la totale libertà: «Se fosse possibile», diceva, «vorrei dare ai preti la libertà totale di fare il rito che vogliono; ma in tal caso nascerebbe il pericolo degli abusi. Occorre stabilire dei regolamenti». La sua idea di fondo restava però la totale libertà per i preti e anche l’uguaglianza tra preti e fedeli. E così anche i fedeli potevano avere delle idee per ‘creare’ le forme del culto.

Voleva inoltre che l’uso del latino fosse facoltativo. Non era contro il latino, auspicava anzi che i bambini lo apprendessero. Ma riteneva anche il desiderio dei “laici ordinari” di avere una Messa interamente in tedesco era perfettamente legittimo. Molti però si recavano alle sue Messe solo per vedere delle cose nuove: erano solo dei curiosi. Lutero mantenne il nome di «Messa» con un po’ di ripugnanza. I paramenti sacri e i ceri furono mantenuti per qualche tempo, provvisoriamente. La celebrazione doveva iniziare, secondo il nuovo Rituale, con l’Introito (in lingua nazionale), poi il Kyrie, poi una Colletta cantata dal celebrante, rivolto ancora verso l’altare, non verso il popolo. Ma per l’Epistola e il Vangelo doveva voltarsi verso il popolo e cantare assieme a tutti il Credo, sempre in lingua parlata, non in latino. «Il celebrante pronuncerà una parafrasi del Pater noster, un’esortazione alla Comunione, poi seguirà la consacrazione. Sarà cantata, in lingua nazionale».

Dopo l’elevazione dell’Ostia e del Calice, che Lutero ha mantenuto fino al 1542, veniva la Comunione, che si riceveva “sulla mano”. Infine un’ultima orazione – la Colletta – terminava la Messa, come il Postcommunio nella Messa cattolica.

E’ una cosa assai curiosa il fatto che Lutero ebbe sempre un po’ paura delle riforme che aveva fatto. I suoi discepoli andavano avanti più velocemente di lui, mentre egli sempre un po’ timoroso. Per esempio nel 1524 Lutero criticava Carlostadio e Müntzer come “pericolosi settari”. Ai più intimi confidava che non condivideva la nuova pratica di far passare l’Eucaristia tra i fedeli da mano a mano, come pure un uso sconsiderato e incontrollato della Comunione sotto le due specie. Questo i primi tempi; poi accettò tutto.

E, dopo aver detto che la Confessione non era più necessaria, anche per chi aveva sulla coscienza peccati gravi, ebbe qualche esitazione e disse che la confessione in sé non è una cosa negativa, è negativo imporla, e perciò cominciò ad avere degli scrupoli sul fatto che anche proibirla non fosse una cosa buona.

"Liturgia eucaristica" del Cammino Neocatecumenale
Lutero era contrario alla formula usata nell’Offertorio della Messa perché rendeva esplicito il “sacrificio”. Per questo fece anche dei cambiamenti nel Canone della Messa, in modo da rendere equivoco se si tratti di un racconto o di un’azione. Ma noi cattolici sappiamo invece che la consacrazione è proprio un’azione: un’azione sacrificale. In una cena si fa un racconto, in una Messa si compie un’azione sacrificale.

Come avrete già notato, le liturgie del Cammino Neocatecumenale presentano allarmanti assonanze con le idee eretiche di Lutero e l’eresia protestante. Nelle liturgie del Cammino c’è il serio rischio che i “presbiteri”, a causa della formazione dei seminari neocatecumenali Redemptoris Mater e della mentalità luterana degli autonominati “iniziatori” Kiko Argüello e Carmen Hernández, non hanno più l’idea del Sacrificio, della Presenza reale, della transustanziazione. Per loro spesso tutto questo non significa più niente, e rischiano di non avere l’intenzione di fare ciò che fa la Chiesa e, quindi, non dire più Messe valide: nelle comunità del Cammino si perde la Presenza reale di Gesù.