domenica 16 settembre 2012

Confessione: cosa comanda il Papa

Contro le corbellerie di Kiko sul sacramento della riconciliazione (specialmente negli Orientamenti per la fase di conversione, febbraio 1972) e contro le pessime abitudini dei neocatecumenali, chiediamo a Giovanni Paolo II qualche precisazione sulle confessioni:

GIOVANNI PAOLO II
LETTERA APOSTOLICA
IN FORMA DI 
«MOTU PROPRIO»
SU ALCUNI ASPETTI DELLA CELEBRAZIONE
DEL SACRAMENTO DELLA PENITENZA
7 aprile 2002

Confessioni da padre Pio
(affollamento ma anche riservatezza)
Per la misericordia di Dio, Padre che riconcilia, il Verbo prese carne nel grembo purissimo della Beata Vergine Maria per salvare «il suo popolo dai suoi peccati» (Mt 1, 21) e aprirgli «la via della eterna salvezza».(1) San Giovanni Battista conferma questa missione indicando in Gesù l'«Agnello di Dio», «colui che toglie il peccato del mondo» (Gv 1, 29). Tutta l'opera e la predicazione del Precursore è una chiamata energica e calorosa alla penitenza e alla conversione, il cui segno è il battesimo amministrato nelle acque del Giordano. Lo stesso Gesù si è sottomesso a quel rito penitenziale (cfr Mt 3, 13- 17), non perché abbia peccato, ma perché «Egli si lascia annoverare tra i peccatori; è già “l'Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo” (Gv 1, 29); già anticipa il “battesimo” della sua morte cruenta».(2) La salvezza è, dunque e innanzitutto, redenzione dal peccato quale impedimento all'amicizia con Dio, e liberazione dallo stato di schiavitù nel quale si trova l'uomo, che ha ceduto alla tentazione del Maligno e ha perso la libertà dei figli di Dio (cfr Rm 8, 21).
La missione affidata da Cristo agli Apostoli è l'annuncio del Regno di Dio e la predicazione del Vangelo in vista della conversione (cfr Mc 16, 15; Mt 28, 18-20). La sera dello stesso giorno della sua Risurrezione, quando è imminente l'inizio della missione apostolica, Gesù dona agli Apostoli, in virtù della forza dello Spirito Santo, il potere di riconciliare con Dio e con la Chiesa i peccatori pentiti: «Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi» (Gv 20, 22-23).(3)
Notare la confusione e la dispersione che si creano
nella confessione neocatecumenale
Lungo la storia e nell'ininterrotta prassi della Chiesa «il ministero della riconciliazione» (2 Cor5, 18), donata mediante i sacramenti del Battesimo e della Penitenza, si è dimostrato un impegno pastorale sempre vivamente sentito, compiuto in ossequio al mandato di Gesù come parte essenziale del ministero sacerdotale. La celebrazione del sacramento della Penitenza ha avuto nel corso dei secoli uno sviluppo che ha conosciuto diverse forme espressive, sempre, però, conservando la medesima struttura fondamentale che comprende necessariamente, oltre all'intervento del ministro — soltanto un Vescovo o un presbitero, che giudica e assolve, cura e guarisce nel nome di Cristo — gli atti del penitente: la contrizione, la confessione e la soddisfazione.
Nella Lettera apostolica Novo millennio ineunte ho scritto: «Un rinnovato coraggio pastorale vengo poi a chiedere perché la quotidiana pedagogia delle comunità cristiane sappia proporre in modo suadente ed efficace la pratica del sacramento della Riconciliazione. Come ricorderete, nel 1984 intervenni su questo tema con l'Esortazione postsinodale Reconciliatio et paenitentia, che raccoglieva i frutti di riflessione di un'Assemblea generale del Sinodo dei Vescovi dedicata a questa problematica. Invitavo allora a fare ogni sforzo per fronteggiare la crisi del “senso del peccato” (...) Quando il menzionato Sinodo affrontò il problema, stava sotto gli occhi di tutti la crisi del Sacramento, specialmente in alcune regioni del mondo. I motivi che ne erano all'origine non sono svaniti in questo breve arco di tempo. Ma l'Anno giubilare, che è stato particolarmente caratterizzato dal ricorso alla Penitenza sacramentale, ci ha offerto un messaggio incoraggiante, da non lasciar cadere: se molti, e tra essi anche tanti giovani, si sono accostati con frutto a questo Sacramento, probabilmente è necessario che i Pastori si armino di maggior fiducia, creatività e perseveranza nel presentarlo e farlo valorizzare».(4)
Con queste parole ho inteso e intendo far coraggio e, nello stesso tempo, rivolgere un forte invito ai miei confratelli Vescovi — e, attraverso di essi, a tutti i presbiteri — per un sollecito rilancio del sacramento della Riconciliazione, anche come esigenza di autentica carità e di vera giustizia pastorale,(5) ricordando loro che ogni fedele, con le dovute disposizioni interiori, ha diritto a ricevere personalmente il dono sacramentale.
Affinché il discernimento sulle disposizioni dei penitenti in ordine alla remissione o meno, e all'imposizione dell'opportuna penitenza da parte del ministro del Sacramento possa essere attuato, occorre che il fedele, oltre alla coscienza dei peccati commessi, al dolore per essi e alla volontà di non più ricaderci,(6) confessi i suoi peccati. In questo senso, il Concilio di Trento dichiarò che è necessario «per diritto divino confessare tutti e singoli i peccati mortali».(7) La Chiesa ha visto sempre un nesso essenziale tra il giudizio affidato ai sacerdoti in questo Sacramento e la necessità che i penitenti dichiarino i propri peccati,(8) tranne in caso di impossibilità. Pertanto, essendo la confessione completa dei peccati gravi per istituzione divina parte costitutiva del Sacramento, essa non resta in alcun modo affidata alla libera disponibilità dei Pastori (dispensa, interpretazione, consuetudini locali, ecc.). La competente Autorità ecclesiastica specifica unicamente — nelle relative norme disciplinari — i criteri per distinguere l'impossibilità reale di confessare i peccati da altre situazioni in cui l'impossibilità è solo apparente o comunque superabile.
Nelle attuali circostanze pastorali, venendo incontro alle preoccupate richieste di numerosi Fratelli nell'Episcopato, considero conveniente richiamare alcune delle leggi canoniche vigenti circa la celebrazione di questo Sacramento, precisandone qualche aspetto per favorire in spirito di comunione con la responsabilità che è propria dell'intero Episcopato(9) una sua migliore amministrazione. Si tratta di rendere effettiva e di tutelare una celebrazione sempre più fedele, e pertanto sempre più fruttifera, del dono affidato alla Chiesa dal Signore Gesù dopo la risurrezione (cfr Gv 20, 19-23). Ciò appare specialmente necessario dal momento che si osserva in alcune regioni la tendenza all'abbandono della confessione personale insieme ad un ricorso abusivo all'«assoluzione generale» o «collettiva», sicché essa non appare come mezzo straordinario in situazioni del tutto eccezionali. Sulla base di un allargamento arbitrario del requisito della grave necessità,(10) si perde di vista in pratica la fedeltà alla configurazione divina del Sacramento, e concretamente la necessità della confessione individuale, con gravi danni per la vita spirituale dei fedeli e per la santità della Chiesa.
Pertanto, dopo aver sentito in merito la Congregazione per la Dottrina della Fede, la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti e il Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, nonché i pareri di venerati Fratelli Cardinali preposti ai Dicasteri della Curia Romana, ribadendo la dottrina cattolica riguardo al sacramento della Penitenza e della Riconciliazione, esposta sinteticamente nel Catechismo della Chiesa Cattolica,(11) cosciente della mia responsabilità pastorale e con piena consapevolezza della necessità ed efficacia sempre attuali di questo Sacramento, dispongo quanto segue:
1. Gli Ordinari ricordino a tutti i ministri del sacramento della Penitenza che la legge universale della Chiesa ha ribadito, in applicazione della dottrina cattolica in materia, che:
a) «La confessione individuale e integra e l'assoluzione costituiscono l'unico modo ordinario con cui il fedele, consapevole di peccato grave, è riconciliato con Dio e con la Chiesa; solamente una impossibilità fisica o morale scusa da una tale confessione, nel qual caso la riconciliazione si può ottenere anche in altri modi».(12)
b) Perciò, «tutti coloro cui è demandata in forza dell'ufficio la cura delle anime, sono tenuti all'obbligo di provvedere che siano ascoltate le confessioni dei fedeli a loro affidati, che ragionevolmente lo chiedano, e che sia ad essi data l'opportunità di accostarsi alla confessione individuale, stabiliti, per loro comodità, giorni e ore».(13)
Inoltre, tutti i sacerdoti che hanno la facoltà di amministrare il sacramento della Penitenza, si mostrino sempre e pienamente disposti ad amministrarlo ogniqualvolta i fedeli ne facciano ragionevolmente richiesta.(14) La mancanza di disponibilità ad accogliere le pecore ferite, anzi, ad andare loro incontro per ricondurle all'ovile, sarebbe un doloroso segno di carenza di senso pastorale in chi, per l'Ordinazione sacerdotale, deve portare in sé l'immagine del Buon Pastore.
2. Gli Ordinari del luogo, nonché i parroci e i rettori di chiese e santuari, devono verificare periodicamente che di fatto esistano le massime facilitazioni possibili per le confessioni dei fedeli. In particolare, si raccomanda la presenza visibile dei confessori nei luoghi di culto durante gli orari previsti, l'adeguamento di questi orari alla situazione reale dei penitenti, e la speciale disponibilità per confessare prima delle Messe e anche per venire incontro alla necessità dei fedeli durante la celebrazione delle SS. Messe, se sono disponibili altri sacerdoti.(15)
3. Poiché «il fedele è tenuto all'obbligo di confessare secondo la specie e il numero tutti i peccati gravi commessi dopo il Battesimo e non ancora direttamente rimessi mediante il potere delle chiavi della Chiesa, né accusati nella confessione individuale, dei quali abbia coscienza dopo un diligente esame»,(16) va riprovato qualsiasi uso che limiti la confessione ad un'accusa generica o soltanto di uno o più peccati ritenuti più significativi. D'altra parte, e tenendo conto della chiamata di tutti i fedeli alla santità, si raccomanda loro di confessare anche i peccati veniali.(17)
4. Alla luce e nel contesto delle norme precedenti, deve essere compresa e rettamente applicata l'assoluzione a più penitenti insieme senza la previa confessione individuale, prevista al can. 961 del Codice di Diritto Canonico. Essa, infatti, «riveste un carattere di eccezionalità»(18) e «non può essere impartita in modo generale se non:
1º vi sia imminente pericolo di morte ed al sacerdote o ai sacerdoti non basti il tempo per ascoltare le confessioni dei singoli penitenti;
2º vi sia grave necessità, ossia quando, dato il numero dei penitenti, non si hanno a disposizione confessori sufficienti per ascoltare, come si conviene, le confessioni dei singoli entro un tempo conveniente, sicché i penitenti, senza loro colpa, sarebbero costretti a rimanere a lungo privi della grazia sacramentale o della sacra comunione; però la necessità non si considera sufficiente quando non possono essere a disposizione dei confessori, per la sola ragione di una grande affluenza di penitenti, quale può aversi in occasione di una grande festa o di un pellegrinaggio».(19)
Circa il caso di grave necessità, si precisa quanto segue:
a) Si tratta di situazioni che, oggettivamente, sono eccezionali, come quelle che si possono verificare in territori di missione o in comunità di fedeli isolati, dove il sacerdote può passare soltanto una o poche volte l'anno o quando le condizioni belliche, meteorologiche o altre simili circostanze lo consentano.
b) Le due condizioni stabilite nel canone per configurare la grave necessità sono inseparabili, per cui non è mai sufficiente la sola impossibilità di confessare «come si conviene» i singoli entro «un tempo conveniente» a causa della scarsità di sacerdoti; tale impossibilità deve essere unita al fatto che altrimenti i penitenti sarebbero costretti a rimanere «a lungo», senza loro colpa, privi della grazia sacramentale. Si debbono perciò tener presenti le circostanze complessive dei penitenti e della diocesi, per quanto attiene l'organizzazione pastorale di questa e la possibilità di accesso dei fedeli al sacramento della Penitenza.
c) La prima condizione, l'impossibilità di poter ascoltare le confessioni «come si conviene» «entro un tempo conveniente», fa riferimento solo al tempo ragionevolmente richiesto per l'essenziale amministrazione valida e degna del Sacramento, non essendo rilevante a tale riguardo un colloquio pastorale più lungo, che può essere rimandato a circostanze più favorevoli. Questo tempo ragionevolmente conveniente, entro cui ascoltare le confessioni, dipenderà dalle possibilità reali del confessore o confessori e degli stessi penitenti.
d) Circa la seconda condizione, sarà un giudizio prudenziale a valutare quanto lungo debba essere il tempo di privazione della grazia sacramentale affinché si abbia vera impossibilità a norma del can. 960, allorché non vi sia imminente pericolo di morte. Tale giudizio non è prudenziale se stravolge il senso dell'impossibilità fisica o morale, come accadrebbe se, ad esempio, si considerasse che un tempo inferiore a un mese implicherebbe rimanere «a lungo» in simile privazione.
e) Non è ammissibile il creare o il permettere che si creino situazioni di apparente grave necessità, derivanti dalla mancata amministrazione ordinaria del Sacramento per inosservanza delle norme sopra ricordate(20) e tanto meno, dall'opzione dei penitenti in favore dell'assoluzione in modo generale, come se si trattasse di una possibilità normale ed equivalente alle due forme ordinarie descritte nel Rituale.
f) La sola grande affluenza di penitenti non costituisce sufficiente necessità, non soltanto in occasione di una festa solenne o di un pellegrinaggio, ma neppure per turismo o altre simili ragioni dovute alla crescente mobilità delle persone.
5. Giudicare se ricorrano le condizioni richieste a norma del can. 961, § 1, 2º, non spetta al confessore, ma «al Vescovo diocesano, il quale, tenuto conto dei criteri concordati con gli altri membri della Conferenza Episcopale, può determinare i casi di tale necessità».(21) Tali criteri pastorali dovranno essere espressione della ricerca della totale fedeltà, nelle circostanze dei rispettivi territori, ai criteri di fondo espressi dalla disciplina universale della Chiesa, i quali peraltro poggiano sulle esigenze derivanti dallo stesso sacramento della Penitenza nella sua divina istituzione.
6. Essendo di fondamentale importanza, in una materia tanto essenziale per la vita della Chiesa, la piena armonia tra i vari Episcopati del mondo, le Conferenze Episcopali, a norma del can. 455 § 2 del C.I.C., faranno pervenire quanto prima alla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti il testo delle norme che esse intendono emanare oppure aggiornare, alla luce del presente Motu proprio sull'applicazione del can. 961 del C.I.C. Ciò non mancherà di favorire una sempre più grande comunione tra i Vescovi di tutta la Chiesa, spingendo ovunque i fedeli ad attingere abbondantemente alle fonti della misericordia divina, sempre zampillanti nel sacramento della Riconciliazione.
In questa prospettiva di comunione sarà pure opportuno che i Vescovi diocesani riferiscano alle rispettive Conferenze Episcopali circa il verificarsi o meno, nell'ambito della loro giurisdizione, di casi di grave necessità. Sarà poi compito delle Conferenze Episcopali informare la predetta Congregazione circa la situazione di fatto esistente nel loro territorio e sugli eventuali mutamenti che dovessero in seguito registrarsi.
7. Quanto alle disposizioni personali dei penitenti viene ribadito che:
a) «Affinché un fedele usufruisca validamente dell'assoluzione sacramentale impartita simultaneamente a più persone, si richiede che non solo sia ben disposto, ma insieme faccia il proposito di confessare a tempo debito i singoli peccati gravi, che al momento non può confessare».(22)
b) Per quanto è possibile, anche nel caso di imminente pericolo di morte, venga premessa ai fedeli «l'esortazione che ciascuno provveda a porre l'atto di contrizione».(23)
c) È chiaro che non possono ricevere validamente l'assoluzione i penitenti che vivono in stato abituale di peccato grave e non intendono cambiare la loro situazione.
Quaresima 2007: Benedetto XVI
ascolta confessioni di giovani
nella basilica di San Pietro
8. Fermo restando l'obbligo «di confessare i propri peccati gravi almeno una volta all'anno»,(24)«colui al quale sono rimessi i peccati gravi mediante l'assoluzione generale, si accosti quanto prima, offrendosene l'occasione, alla confessione individuale, prima che abbia a ricevere un'altra assoluzione generale, a meno che non sopraggiunga una giusta causa».(25)
9. Circa il luogo e la sede per la celebrazione del Sacramento, si tenga presente che:
a) «il luogo proprio per ricevere le confessioni sacramentali è la chiesa o l'oratorio»,(26) pur restando chiaro che ragioni di ordine pastorale possono giustificare la celebrazione del Sacramento in luoghi diversi;(27)
b) la sede per le confessioni è disciplinata dalle norme emanate dalle rispettive Conferenze Episcopali, le quali garantiranno che essa sia collocata «in luogo visibile» e sia anche «provvista di grata fissa», così da consentire ai fedeli ed agli stessi confessori che lo desiderano di potersene liberamente servire.(28)
Tutto ciò che con la presente Lettera apostolica in forma di Motu proprio ho stabilito, ordino che abbia pieno e durevole valore e sia osservato a partire da questo giorno, nonostante qualsiasi altra disposizione in contrario. Quanto ho stabilito con questa Lettera ha valore, per sua natura, anche per le venerande Chiese Orientali Cattoliche, in conformità ai rispettivi canoni del Codice loro proprio.
Dato a Roma, presso San Pietro, il 7 del mese di aprile, Domenica nell'Ottava di Pasqua o della Divina Misericordia, nell'anno del Signore 2002, ventiquattresimo di Pontificato.
GIOVANNI PAOLO II

giovedì 13 settembre 2012

La spiritualità "mcdonaldizzata" del Cammino si infiltra nella Chiesa

Una "setta" che si "infiltra" nella Chiesa per "colonizzarla" e "trasformarla assimilandola a sé". Quei cosiddetti "catechisti" che recitano un "copione" uguale in tutto il mondo, portando una spiritualità "mcdonaldizzata", fabbricando "comunità" reclutando fedeli dalle parrocchie. Vietato fare domande, vietata la spontaneità, assente qualsiasi afflato spirituale. Ecco dunque il Cammino Neocatecumenale, allergico alla Tradizione e al Magistero della Chiesa, e che vuole trasformarla "assimilandola a sé", cioè a Kiko e Carmen.

Nel libro «Quel che resta dei cattolici» Marco Marzano presenta un'indagine onesta e impietosa sullo stato della Chiesa in Italia, giungendo (forse senza saperlo) alle stesse conclusioni di chi non condivide gli ottimismi e gli irenismi "postconciliari". Così come giunge alle nostre stesse conclusioni quando, nella terza parte del libro, incontrando il Cammino Neocatecumenale, ne rileva le peculiarità. Ed è anche da dire che ha trovato i neocatecumenali «più diffidenti e meno ingenui degli altri gruppi» ecclesiali, vedendosi rifiutare la possibilità di assistere a una "convivenza" o a uno "scrutinio" (pag. 181)...



Roma, chiesa al Ponte Milvio,
marzo 2012: lo striscione dice
"catechesi per adulti" ma
non dice che è il Cammino...
...Da lì a pochi giorni, come avrei potuto facilmente constatare osservando il grande striscione che compariva sulla facciata, sarebbe iniziata l'annuale "Catechesi per adulti" ovvero, ma questo l'avrei scoperto solo più tardi, quella sorta di "corso propedeutico" attraverso il quale il Cammino si presenta agli aspiranti neofiti, il principale canale di reclutamento per la formazione delle nuove cellule comunitarie. [...]

Nella sala principale, una platea di sedie era disposta a semicerchio attorno a un crocefisso; di lato, una grande pala dai colori sgargianti (copia fedele di un'opera del fondatore, lo spagnolo Kiko Argüello, pittore in gioventù e indiscusso leader carismatico del gruppo) occasionalmente trasformata in altare, raffigurava Gesù e gli apostoli; di fronte, alle spalle del crocefisso, i cinque posti dei "catechisti", due coppie e una donna separata, tutti intorno alla sessantina. A questi ultimi spettava il compito di dirigere gli incontri, che mi sono apparsi subito perfettamente organizzati: i catechisti parlavano a braccio, ma dando la netta impressione di recitare un testo appreso da tempo, ampiamente mandato a memoria (comprese le citazioni di Camus o di Heidegger e le teorie sull'"uomo nichilista" e quello "socialista", che gli davano una patina di dignità culturale) e occasionalmente arricchito da qualche accenno alle loro personali vicende esistenziali. La regia impeccabile dei loro interventi e la sincronia con la quale si avvicendavano nel prendere la parola alzandosi in piedi a turno, l'uso dei disegni (anche questi tutti opera di Kiko, come avrei appreso in seguito) già impressi sui fogli di una lavagna, mi hanno dato un'ulteriore conferma dell'esistenza di un copione standardizzato e impersonale che i catechisti si limitavano appunto a recitare con zelo diligente.

Gli astanti erano autorizzati a prendere la parola solo se interrogati. Ed esclusivamente in momenti specifici delle catechesi. Nessuna tolleranza veniva mostrata per domande o interventi non previsti; senza brutalità ma con fermezza, i loro autori venivano immediatamente messi a tacere. In qualche occasione, siamo stati divisi in piccoli gruppi e invitati a far venire a galla le nostre opinioni e conoscenze teologiche e sacramentali. Poi regolarmente corrette una a una dai catechisti, con paziente e pedagogica cura, una volta tornati in plenaria.

«...peculiari rituali del gruppo...»
Le "lezioni" erano divise in "teoriche" e "pratiche" di addestramento teologico e di formazione ai peculiari rituali del gruppo. Nelle prime venivano trasmessi i dettami della spiritualità catecumenale, la visione del mondo e della chiesa promossa da Kiko. Nelle seconde veniva invece mostrato, ricorrendo a vere e proprie simulazioni, come organizzare i tre momenti fondamentali della vita di una comunità neocatecumenale: la "liturgia della parola" infrasettimanale, l'eucarestia del sabato sera e la "penitenziale", ovvero la confessione collettiva mensile.

Il ciclo di catechesi si era concluso con una "convivenza" di un paio di giorni, atto di nascita della nuova comunità e di simultanea elezione del suo nucleo dirigente, del "responsabile" e dei "corresponsabili".

Insomma, un vero e proprio "corso", con istruttori addestrati e un pubblico di neofiti di dimensioni variabili e di età molto differenziata (si andava dai tredicenni agli ultrasessantenni) ma quasi sempre disciplinato e subalterno, pronto ad apprendere passivamente dai catechisti tutti i dettagli per la formazione della nuova comunità. In tutto questo, nessuna traccia di spontaneità. E nemmeno, ma questa è un'impressione del tutto personale (che tuttavia voglio riferire), nessun segno di un autentico afflato spirituale, di una predicazione che provenisse dal cuore ed aprisse al mistero, che conducesse verso quell'inquietudine dalla quale nascono, almeno così mi pare, i fondamentali interrogativi di senso, le grandi domande della fede.

Quel che avevo frequentato tra quelle mura era un "corso di formazione" identico, davvero una copia spiccicata, a quello al quale migliaia di altri partecipanti avevano assistito nelel stesse settimane, chessò, a Viterbo o a Ragusa, a Toronto o a Salamanca, ovunque il movimento fosse riuscito a far giungere i suoi lunghi tentacoli. In ogni caso, tutti quegli incontri, ovunque si fossero svolti, erano stati la "replica" delle catechesi originarie di Kiko nei quartieri degradati della Madrid degli anni sessanta, trascritte in fascicoli tenuti nascosti ai neofiti (il "direttorio catechetico") e puntualmente "recitate" da catechisti fedeli e fidati. Questa omologazione discorsiva così rigida, al limite della "stupida" riproduzione meccanica, non manca di ingenerare talvolta effetti ridicoli, come capitò quella volta nella quale una catechista lesse così pedissequamente il testo di una catechesi di Carmen da non accorgersi che essa conteneva anche alcuni dettagli personali, quelli relativi a un lungo viaggio in aereo della teologa, che la malcapitata catechista riferì pari pari anche a se stessa (residente a cento metri dal luogo della riunione).

Una sorta di "spiritualità mcdonaldizzata", quella del Cammino, meccanica e semplice da "cucinare", facilmente esportabile e identica a ogni latitudine, appunto come un hamburger McDonald's o una Ford modello T. Una forma di "neotaylorismo del sacro" o di "religiosità in franchising", non molto raffinata sul versante teologico, eppure in grado di intercettare un bisogno diffuso di sicurezza sociale, di occupare gli spazi lasciati liberi dal dissolversi delle "comunità naturali", la famiglia in primo luogo, o di quelle costruite nella lunga stagione della modernità solida: sindacati, partiti, movimenti sociali di varia natura.

In ogni caso un cattolicesimo settario, chiuso, non solo orgogliosamente distinto dal resto della comunità ecclesiale ma attivamente impegnato a colonizzarla, a infiltrarvisi in modo sottile per "convertirla", per trasformarla assimilandola a sé, colonizzandola senza remore. Con l'avallo, come vedremo, di molte insigni benedizioni apostoliche.


(citazioni da: Marco Marzano, «Quel che resta dei cattolici. Inchiesta sulla crisi della Chiesa in Italia», Feltrinelli, 2012, pagg. 165-168)

lunedì 10 settembre 2012

Massoni e Neocatecumenali: strane analogie e concordanze

Inquietanti analogie tra un tempio massonico
ed un tempio neocatecumenale
Perché la Chiesa Cattolica condanna la Massoneria? Meglio di tante spiegazioni penso che siano le parole di Papa Leone XIII nella sua Enciclica del 19 marzo 1902 dove scrive: «Una setta tenebrosa, che la società porta da molto tempo nei suoi fianchi come un germe mortale, ne contamia il benessere, la fecondità, la vita... Lo scopo è di esercitare una sovranità occulta sulla società riconosciuta: la sua ragione di essere consiste interamente nel fare la guerra a Dio e alla Chiesa. Non c'è bisogno di nominarla, perché tutti hanno riconosciuto a tali segni che è la Framassoneria, della quale parlammo esplicitamente nell'Enciclica "Humanum genus" del 23 aprile 1884. [...] Questa setta segreta è arrivata a infiltrarsi in tutte le classi della società. Mentre professa a parole il rispetto dell'autorità e della stessa religiose, il suo scopo supremo, come i suoi propri statuti ne fanno fede, è lo sterminio della sovranità e del sacerdozio».

STRANE ANALOGIE

Esistono documenti che mostrano alcuni progetti per sottomettere ed annientare la Chiesa Romana. Detti documenti mostrano i punti da colpire e i modi per farlo, eliminando il rispetto per il Sacro, per il Sacerdozio, per i Dogmi e il culto dei Santi e di Maria Santissima. Stranamente nelle Comunità Neocatecumenali, si insegna tutto ciò che riconduce ai fini della Massoneria, cercando di eliminare appunto il culto Mariano, dei Santi, il rispetto per tutto ciò che è Sacro, per il Sacerdozio e per i dogmi di Fede. Si tratta di un sincretismo catto-protestante-ebraico cioè: involucro cattolico (per modo di dire) e dottrina protestante tendente all'ebraismo.

LA GNOSI

Le eresie gnostiche sono state, dall'epoca patristica, tra i più ricorrenti nemici della Chiesa, ma, malgrado i ripetuti attacchi, non hanno mai potuto scalfire l'edificio costruito da Cristo. Esse si basano sulla "conoscenza" (gnosi, appunto) che è riservata ad un ristretto numero di persone (gli "iniziati" o "illuminati" a seconda delle varie sétte), mentre gli altri (gli "affiliati") devono essere all'oscuro di tutto, e non avere la minima idea di dove porterà il loro Cammino. Molte persone si affiliano alla Massoneria senza avere la benché minima idea di dove questa affiliazione possa portarli, magari per l'impronta vagamente filantropica di alcune logge, o magari anche per accrescere il loro potere personale nella società e aumentare così i propri capitali, non immaginando certo di diventare veri e propri schiavi di satana, cosa che solo alcuni arriveranno a capire, salendo la lunga scala dell'iniziazione. Quando uno entra nel movimento Neocatecumenale deve dimenticare le domande. Per lungo tempo non è permesso di porne, ed anche quando arriva il momento di chiedere qualcosa, le risposte sono evasive, a meno che non riguardino il futuro del "cammino" perché allora è tutto top secret. Il sapere è tutto nelle mani dei "catechisti" che non sono persone che hanno fatto studi particolari di teologia, liturgia, patristica od altro, ma sono solo persone che hanno fatto già almeno cinque-sei anni di cammino e che sono stati indottrinati da altri prima di loro. Loro stessi non hanno idea di quello che verrà loro insegnato nei prossimi anni. Il migliore allievo per i Neocatecumenali è colui che è a digiuno di nozioni di catechismo (quello vero!), di teologia e di sacre scritture in modo da potergli insegnare tutto quello che pare a loro. Il fatto stesso che nel Movimento Neocatecumenale ci sia questa scala gerarchica "gnostica", alla luce della storia della Chiesa, fa dubitare molto sulla bontà del risultato finale.

ATTACCO ALLA CHIESA

Da varie fonti massoniche sono filtrati documenti che attestano come da molti anni siano in corso piani per l'annientamento della Chiesa, operando dal suo interno. Esaminiamo i vari punti che interessano la nostra ricerca: 1) La svalutazione e il deprezzamento della SS. Eucarestia e conseguentemente la desacralizzazione e profanazione del culto cattolico e dei luoghi di culto. 2) L'eliminazione della Mariologia dalla teologia cattolica ed il disprezzo della profezia postbiblica, specialmente quella Mariana. 3) Eliminazione del sacerdozio ministeriale e di tutto ciò che ha a che fare col sacro. 4) Uso del denaro per accrescere il consenso.

Ora esaminiamo ad uno ad uno questi punti confrontandoli con la catechesi neocatecumenale tratta dagli "Orientamenti alle équipes dei catechisti" di Kiko Argüello, come riportato da P. Enrico Zoffoli nel suo volumetto Il neocatecumenato della Chiesa Cattolica:

1. La svalutazione e il deprezzamento del culto della SS. Eucarestia e conseguentemente la desacralizzazione e profanazione del culto cattolico e dei luoghi di culto.
«...soltanto un banchetto comunitario...»
Per i Neocatecumenali la Messa non è un vero "sacrificio", il perpetuarsi del sacrificio della Croce, ma soltanto un banchetto comunitario che celebra la potenza salvifica di Cristo risorto che è bene celebrare non in chiese consacrate, ma in stanze qualsiasi proprio per far risaltare che è una cena, e se si celebra in chiesa per ragioni di spazio (con più comunità riunite) l'altare (cioè la tavola) va tolto dal presbiterio e portato al centro della chiesa. Il pane consacrato non si muta nella sostanza del Corpo e del Sangue di Cristo, non avendo altra funzione che quella di simboleggiare la presenza spirituale di Lui che, risorto, tutti trascina sul suo carro di fuoco. Negato il Sacrificio Eucaristico e la transustanziazione, il "pane consacrato" (con tutti i suoi resti e frammenti) esclude la reale presenza di Cristo, perciò abbiamo che nelle Messe celebrate da sacerdoti Neocatecumenali non viene fatta la purificazione dei vasi in modo corretto (di cui io sono stato più volte testimone oculare), non si fa caso se dei frammenti cadono a terra (una volta si chiamava sacrilegio...) e viene negato ogni culto al SS. Sacramento. (Nella mia parrocchia i giovani non sanno nemmeno cosa siano le "Quarant'ore" od una adorazione eucaristica seria, essendo il culto eucaristico limitato ad una esposizione del Santissimo per una ventina di minuti il primo venerdì del mese, mantenuta per accontentare le "vecchiette" che ormai sono abituate a questi riti!). Una volta uno che era entrato in una comunità da poco, vedendo dei frammenti abbandonati in un calice lo fece notare e gli fu risposto: "Se credi ancora a queste cose, questa spiritualità non fa per te!"

Il soggetto sulla destra
ha le fattezze di Kiko
2. L'eliminazione della Mariologia dalla teologia cattolica ed il disprezzo della profezia postbiblica, in particolar modo quella Mariana. Parlare della Madonna ai neocatecumenali è come parlare della fatina dai capelli turchini, una favola o poco più. Non esiste la figura della Corredentrice e della Madre della Chiesa; dire il Rosario è da mentecatti o giù di lì. L'unica effigie mariana ammessa è una icona di vago sapore bizantino, chiamata "Madonna di Kiko". Unico ravvicinamento ci fu durante l'Anno Mariano, ma più per farsi vedere dal Papa che per un convincimento reale, infatti successivamente i neocatecumenali si sono interessati pochissimo della figura di Maria Santissima e di tutta la Mariologia. Ovviamente non si può parlare ai neocatecumenali di Medjugorje o di cose simili, ma anche a Lourdes, Fatima, ecc. viene negata ogni importanza.

3. Eliminazione del sacerdozio ministeriale e di tutto ciò che ha a che fare col sacro.
L'eliminazione del sacrificio comporta la soppressione del sacerdozio ministeriale, non dovendosi riconoscere altro sacerdozio se non quello di Cristo: l'Eucarestia è celebrata dalla comunità dei credenti, tutti indistintamente partecipi di quell'unico sacerdozio... L'esclusione del sacerdozio ministeriale porta al crollo della Gerarchia Ecclesiastica, ossia al rifiuto dell'Ordine Sacro che la fonda, soppresso il quale, la Chiesa, come Società visibile e gerarchica, non ha più alcuna ragione di essere.
Infatti nel Neocatecumenato tutta l'autorità e tutto il sapere è nelle mani dei catechisti ai quali anche i sacerdoti devono obbedienza. Quante volte ho visto sacerdoti trattati in malo modo senza il minimo rispetto per il loro stato! I neocatecumenali poi non si inginocchiano mai, né davanti al Santissimo, né alla Consacrazione, assumono atteggiamenti irriverenti durante le celebrazioni (la posizione classica in chiesa è con le gambe accavallate ed i due gomiti appoggiati sullo schienale, possibilmente in posizione obliqua rispetto alla panca). Una volta ho visto un ministro straordinario della Comunione (neocatecumenale) che andava a portare il Santissimo ad un ammalato fumando: avendoglielo fatto notare mi rispose: "Che ne sai tu che anche Gesù non fumasse?". Preferisco non fare commenti.

4. Uso del denaro per accrescere il consenso.
I Neocatecumenali dispongono di grosse somme di denaro che vengono elargite dai loro adepti. Con quale "liberalità" ci sarebbe molto da discutere: ho saputo di una suora alla quale, pur non possedendo già niente, le fu tolto anche l'orologio in modo che si liberasse da ogni bene, a causa del voto di povertà. Arrivati ad un certo punto del cammino devono dare le "decime" non sapendo ovviamente dove vanno a finire: nessuno presenta consuntivi. In gran parte vengono date in elemosina alle parrocchie ed alle diocesi che li ospitano al fine di accrescere il consenso della Gerarchia nei loro confronti. Un altro aspetto del cammino neocatecumenale che trova riscontro nello statuto massone è il comportamento verso il prossimo. Come nel giuramento massonico è fatto obbligo di aiutare i "fratelli" della stessa loggia, anche per i neocatecumenali c'è l'obbligo del mutuo soccorso all'interno della propria comunità ed eventualmente delle altre comunità mentre non bisogna aiutare chi non appartiene al movimento. La giustificazione di un tale comportamento si riscontra nell'insegnamento secondo il quale la salvezza si ottiene non per le opere ma esclusivamente accettando la Resurrezione del Signore, tesi tipicamente protestante e chiaramente eretica.

CONCLUSIONI

A prescindere dall'orrido dell'insieme, che dire
dell'"occhio massonico" sul cuore?
Come abbiamo potuto osservare i punti di contatto tra la massoneria e il movimento noecatecumenale sono davvero moltissimi, tutto lascerebbe pensare che i neocatecumenali siano stati partoriti dalla massoneria come una bomba a tempo da far scoppiare all'interno della Chiesa cattolica. Certo queste sono supposizioni, mancando qualsiasi prova per supportare questa allarmante ipotesi, però sembra davvero strano che essendo nati da "madri" diverse vi siano tante analogie tra i princìpi e gli scopi della massoneria e le catechesi e i comportamenti dei neocatecumenali. Non sta a me dare giudizi su tutto questo, ma voglio lanciare solo un grido di allarme affinché chi ha il carisma di vegliare sull'ortodossia della Fede analizzi e svisceri a fondo questo problema.

[Lettera firmata - 2 febbraio 1994, Festa della presentazione di Gesù al Tempio, citata in Enrico Zoffoli, "Verità sul Cammino Neocatecumenale. Testimonianze e documenti" - Edizioni Segno, 1995, n.107, pp.170-175).

Commento: Marco Marzano, sociologo all'università di Bergamo, è autore di un libro edito da Feltrinelli intitolato Quel che resta dei cattolici. Inchiesta sulla crisi della Chiesa in Italia. In modo particolare nella terza parte del suo libro analizza il Cammino Neocatecumenale e scrive: «Il Cammino neocatecumenale presenta molte caratteristiche di quelle che, in termini sociologici, si può definire una "setta religiosa"». Nel suo libro riporta diverse testimonianze di fuoriusciti dal Cammino Neocatecumenale. Per un'estesa documentazione sugli errori di questo gruppo si legga Fede e Cultura, Settembre 2010, pp.16-34. (in formato PDF: [link qui])


L'articolo sopra citato è tratto dalle pagine 49-50 del numero 58 (luglio 2012) di Fede e Cultura. Il Vero, il Bello, il Bene, periodico mensile dell'associazione "Fede, cultura e società": nel rileggerlo, di fronte all'immagine del Tempio di Kiko confrontato col Tempio Massonico, ci rendiamo conto di quanto gli interrogativi presentati siano ancora attuali.

Prima di farci sommergere dalla solita ondata di slogan neocatecumenali che negheranno furiosamente quanto riportato nella lettera sopra citata, proviamo a metterci nei panni di un "camminante" che oggi faccia in buona fede una o più delle seguenti cose, e chiediamoci onestamente come e perché reagirebbero i suoi cosiddetti "catechisti":

1) va in pellegrinaggio a Lourdes (o Fatima, o presso la tomba di qualche Santo) senza aspettare che ne organizzi uno la sua Comunità Neocatecumenale

2) chiede a qualche membro di comunità neocatecumenali più "avanzate" cosa troverà nei prossimi "passaggi", in modo da prepararsi al meglio, secondo quanto suggerisce 1Pt 3,15

3) si inginocchia al momento della Consacrazione nella celebrazione del sabato sera

4) in casa non ostenta nessuna opera di Kiko; ha invece una statua della Madonna di Fatima e una riproduzione dell'Annunciazione del Beato Angelico

5) dopo la Comunione, anziché fare il balletto del girotondo attorno al tavolone, resta in ginocchio per il ringraziamento silenzioso (nonostante il baccano infernale attorno a lui)

6) al posto della "decima", deposita nel sacco nero le ricevute dei vaglia postali delle offerte che ha fatto alle monache di clausura (la cui somma magari supera il 10% del suo stipendio)

7) consuma la Comunione non appena la riceve e quando tornano i "camerieri liturgici" evita di abbeverarsi all'«insalatiera» per un naturale istinto di igiene (tanto la Comunione sotto una sola specie non solo è già completa, ma non è nemmeno vietata)

8) va a vegliare in ospedale per lo zio operato d'urgenza, proprio di sabato sera, riservandosi di partecipare alla Messa la domenica mattina

9) si aggrega ai promotori dell'adorazione eucaristica in parrocchia ma senza pretendere di includere né dipinti né canti di Kiko

10) nel preparare la chiesa per la celebrazione del sabato sera, trascura di trasportare il tavolone al centro della navata, lascia le panche disposte verso l'altare e il Tabernacolo, e per di più mette il segnalibro del Messale sul Canone Romano...

A questo punto possiamo rileggere la lettera, ancora incredibilmente attuale, e chiederci come reagirebbero i cosiddetti "catechisti" e se il loro comportamento contribuisca a rendere attuale e bruciante la domanda: come mai tanti strani punti di contatto tra il Neocatecumenato e la Massoneria?

domenica 9 settembre 2012

Propaganda kikiana: il "Premio Nazionale Molto Importante"

Kiko non perde occasione di vantarsi di aver ricevuto, giovane ventenne, un «Premio Nazionale di Pittura, Molto Importante in Spagna»:
...Non avevo interesse per niente, neanche per dipingere. Ed ebbi la fortuna, o se volete la disgrazia, di vincere un premio nazionale di pittura molto importante in Spagna. Allora uscii in televisione, sui giornali, mi ero fatto strada profissionalmente, e questa fu l'ultima goccia, perché vedevo che tutto questo non dava nessun senso alla mia vita...
ABC, 19 febbraio 1959
Per usare le parole della Carmen Hernàndez, cofondatrice del Cammino Neocatecumenale, si tratta di pura e semplice «propaganda kikiana» (che popola ormai tutte le biografie ufficiali di Kiko Argüello).

Infatti, come spiegato sul blog Crux Sancta, se si va a cercare la notizia nei giornali dell'epoca, si scopre che Kiko aveva gareggiato non con i migliori pittori spagnoli, ma con adolescenti e bambini... si scopre che il concorso giovanile non riguardava solo la pittura e che era finalizzato solo a rinfocolare le "inquietudini" degli aspiranti artisti... si scopre che il premio "importante" corrispondeva a circa 330 dollari dell'epoca... insomma, molto, molto meno del rimbombante marketing di Kiko.

«Farsi strada professionalmente»? vincendo a vent'anni un concorso giovanile contro adolescenti e bambini? «Professionalmente»? Ma come si fa a non ridere?

Leggiamo le citazioni dal quotidiano spagnolo ABC: (Emeroteca del quotidiano ABC: 19 febbraio 1959)
Primo Certamen Giovanile di Arte. Questa esposizione è composta da oltre 140 opere di pittura, disegno, incisione e scultura, selezionate da concorsi provinciali e divise in tre categorie: A) da 14 a 21 anni, B) da 10 a 14, e da bambini di meno di dieci anni.
[...]
L'obiettivo di questo certamen è "risvegliare le inquietudini spirituali della gioventù canalizzando le vocazioni artistiche".
[...]

Nella sezione della pittura - prima categoria - va notato, tra i premiati, Francisco José Gòmez Argüello, di Madrid, premio straordinario...

[...]
I premi: pittura, categoria A, da 14 a 21 anni: premio straordinario e 20.000 pesetas, Francisco Gòmez Argüello, di Madrid, per "La Espera".

Kiko e Carmen hanno sempre raccontato in modo leggendario le loro origini. Per esempio quando parlavano del loro "grande" apostolato tra "omosessuali, drogati e prostitute" nelle Palomeras... si scopre (da parte di chi ha personalmente conosciuto Kiko nelle Palomeras nei primissimi anni Sessanta) che non ce n'erano affatto di "omosessuali, drogati e prostitute", e che Kiko c'è stato poco e niente da quelle parti.

venerdì 7 settembre 2012

La cleromanzia e la regola del due nei seminari di Kiko

Cos'è la pratica divinatoria della cleromanzia? Tenendo presente che in realtà è Kiko ad avere l'ultima parola si "suoi" presbìteri, citiamo qui sotto ampi spezzoni di un intervento intitolato "I seminari Redemptoris Mater e la cleromanzia" originariamente pubblicato sul forum CattoliciRomani a firma di FrancescoVeritas, figlio di "catechisti" del Cammino, aggiungendo qualche nota e qualche immagine.

Da wikipedia: La  cleromanzia o sortilegio è una qualunque forma di divinazione il cui risultato sia determinato da mezzi che normalmente sarebbero considerati casuali, come per esempio l'estrazione a sorte di oggetti, simboli o frasi oppure il lancio di dadi, ossi o altri oggetti, ma che si presuppone possano rivelare la volontà divina. Ricordiamo che la Chiesa ha sempre proibito divinazioni, sortilegi, pratiche magiche, giochi d'azzardo...


In questa discussione vengono illustrati i seminari Redemptoris Mater e la liturgia della merkaba (Merkavah dall'ebraico מרכבה, "carro, biga") che allo stato pratico sembra essere un'arte divinatoria, la cleromanzia. [...]
Segue citazione propagandistica da Cathopedia:

[...] Il primo seminario Redemptoris Mater fu eretto a Roma nel 1988 su invito di papa Giovanni Paolo II [ndr: in realtà il decreto di erezione "ad experimentum per tre anni" è del 14 febbraio 1988, a firma di Ugo Poletti (1914-1997), cardinal vicario per la diocesi di Roma. Prima del termine dell'experimentum, il 1° ottobre 1990 Poletti confermava l'erezione del seminario: la fretta si spiega col fatto che il 17 gennaio 1991 Poletti avrebbe dato le dimissioni per raggiunti limiti di età]

Tale evento fu registrato dall'Osservatore Romano come "la rinascita di un istituto, quello dei seminari diocesani per la formazione di presbiteri missionari, che fino agli anni '50 era abbastanza comune a molte diocesi" [ndr: tale articolo dell'Osservatore Romano, pubblicato il 28 aprile 1998 a pag. 6, fu scritto dal neocatecumenale Giuseppe Gennarini, famoso in tutto il mondo per le sue mistificazioni]
Ho conosciuto personalmente questi seminari e mi hanno dato un ottima impressione così come mi hanno dato un ottima impressione i seminaristi, che ho trovato molto seri, preparati e di grande generosità.

Tuttavia, per questi seminari viene utilizzata una liturgia assai discutibile, la cosiddetta merkavah, che mi ha lasciato molto perplesso perchè allo stato pratico sembrerebbe essere una vera e propria pratica divinatoria cioè la cleromanzia. Infatti, come già è stato riportato, i candidati, che iniziano il percorso per diventare sacerdoti, accettano la destinazione, salvo casi particolari, ad estrazione.

Al centro della Domus di Kiko, troneggia
non il Vangelo, ma la Toràh
In sostanza, questi giovani/uomini, candidati al sacerdozio, non entrano nel seminario più vicino alla propria diocesi, e nemmeno entrano in un seminario di una certa nazione, scelto con il discernimento dei propri superiori, bensì, tutti i candidati che devono iniziare il percorso di seminaristi si riuniscono in una convivenza (merkavah), e in una apposita liturgia avviene un sorteggio nella convinzione che quella città sorteggiata (una qualsiasi del mondo dove c'è un seminario Redemptoris Mater) sarebbe proprio quella città scelta appositamente dal Signore.

Una pratica del genere è di fatto un'arte divinatoria, cioè la cleromanzia. Posso dire con certezza che in questi candidati, e in questi sacerdoti, c'è la convinzione che il Signore guida il sorteggio ottenendo la città che rappresenterebbe la sua volontà.

Questa cleromanzia viene utilizzata anche per le famiglie neocatecumenali che vogliono partire in missione, infatti anche queste famiglie partecipano ad una convivenza, e nella liturgia avviene la cleromanzia, nella convinzione che le città sorteggiate per le famiglie missionarie rappresenterebbero quelle città scelte appositamente dal Signore. [...]

Come abbiamo visto, nonostante viene utilizzata una terminologia ebraica come merkavah, la credenza di un sorteggio guidato dal Signore è un arte divinatoria denominata "cleromanzia".

In ebraico, merkavah sta per “il trono di Dio” e “il carro”, un mezzo appunto per condurre altrove il corpo. Si trova riferimento nella Bibbia, in Ezechiele dove troviamo il famoso Carro di fuoco (Ez 1,4-26) ed essa si configura come una specie di pellegrinaggio nel quale il pellegrino assume il ruolo di viaggiatore verso la sua casa in Dio.

Ovviamente in Ezechiele (Ez 1,4-26), nell' ebraismo, e nel cristianesimo delle origini, non troviamo nessun sorteggio e nessuna divinazione perchè l' immagine della merkavah è solo simbolica.

La cleromanzia, cioè la credenza che Dio guidi un sorteggio, essendo un arte divinatoria vecchia quanto il mondo, diverse volte è apparsa nella Chiesa Cattolica lungo il corso della storia, e fu sempre duramente condannata dalla Chiesa. In modo particolare vorrei riportare la condanna della cleromanzia da parte di san Tommaso d' Aquino nel Volume 4 de La Somma Teologica, il quale cita anche le condanne da parte di altri santi come per esempio San Beda, Sant' Agostino, sant' Ambrogio.

Leggiamo:
tratto da:
La Somma Teologica, Volume 4 di San Tommaso d'Aquino.

Se ci si affida alla fortuna, e ciò può accadere solo nella sorte divisoria, l'azione sembra che non presenti altro vizio che quello di una certa leggerezza: come se alcuni, non riuscendo ad accordarsi nel dividere una certa cosa, decidessero di affidare la divisione al sorteggio, quasi affidando al caso la parte che ciascuno deve prendere.

Se invece si attende il giudizio del sorteggio da una causa spirituale, in certi casi c'è chi lo attende dai demoni: come si legge in Ezechiele (21,21): "Il re di Babilonia è fermo al bivio all' inizio delle due strade, per interrogare le sorti: agita le frecce, interroga gli dèi domestici, osserva il fegato". Ora questi sortilegi sono illeciti e proibiti dai Canoni.

Altre volte invece il giudizio è atteso da Dio, secondo le parole dei Proverbi (16,33): "Nel grembo si getta la sorte, ma la decisione dipende tutta dal Signore".
E tali sorteggi, come afferma S. Agostino (Enarr. in Ps. 30,16), non sono riprovevoli.

Tuttavia anche in questi casi in quattro modi può insinuarsi la colpa.

Primo, se si ricorre alle sorti senza necessità: poichè ciò si riduce a tentare Dio. Da cui le parole di S. Ambrogio (In Lc 1, su 1,8): "Chi viene eletto a sorte sfugge al giudizio umano".

Secondo, se uno, anche in caso di necessità, ricorre al sortilegio senza la debita riverenza. Da cui le parole di S. Beda (In Act. 1,26): "Se qualcuno stretto dalla necessità pensa di ricorrere a Dio mediante le sorti, sull' esempio degli Apostoli, osservi che gli apostoli si accinsero a ciò solo dopo aver radunato l' assemblea dei fratelli, e dopo aver pregato Dio".

Terzo, se i responsi divini vengono adoperati per gli interessi terreni. Infatti S. Agostino scrive (Epist. 55,20): "Quanto a coloro che traggono le sorti dalle pagine del Vangelo, sebbene sia preferibile far questo che consultare i demoni, tuttavia a me dispiace questa consuetudine di volgere i divini oracoli agli interessi terreni, e alla vanità della vita presente".

Quarto, se si ricorre al sorteggio nelle elezioni ecclesiastiche, che devono svolgersi sotto l' ispirazione dello Spirito Santo. Per cui S. Beda (I. cit.) nota che "Mattia, ordinato prima della pentecoste, fu scelto a sorte perchè nella Chiesa non era ancora infusa la pienezza dello Spirito Santo; in seguito invece i sette diaconi furono chiamati all' ordinazione non a sorte, ma mediante la scelta dei discepoli".
Diverso però è il caso delle cariche civili, che sono ordinate a disporre dei beni terreni, e nell' assegnazione delle quali spesso gli uomini ricorrono alle sorti, come anche nella spartizione dei beni temporali.

Tuttavia nei casi di urgente necessità è lecito chiedere mediante le sorti, con la debita riverenza, il giudizio di Dio. Da cui le parole di S. Agostino (Epist. 228): "Se in tempo di persecuzione i ministri di Dio discutono su chi di essi debba rimanere e chi invece fuggire per evitare che la Chiesa rimanga abbandonata in seguito alla fuga o alla morte di tutti, se non si può finire diversamente la discussione, mi pare che si debba ricorrere al sorteggio, per stabilire chi deve fuggire e che invece rimanere". E altrove (De doctr. christ. 1,28) egli dice: "Se tu hai del superfluo da dare a chi non ha, e ti trovi nell'impossibilità di dare a due persone, nel caso che ti si presentassero due individui di cui nè l'uno nè l'altro può giusitificare la tua preferenza, sia per l'indigenza, sia per qualche legame con te, non potresti fare nulla di più giusto che tirare a sorte la persona da beneficare con l'offerta che non puoi dare a entrambi".
Dunque, leggendo san Tommaso d' Aquino, e tutta la Tradizione (padri della Chiesa), possiamo affermare che:

1- Affidarsi alla sorte per le cose di questo mondo non è peccato, infatti quest' azione circa il ricorrere all' estrazione per gli affari mondani può solo essere vista come una mancanza di virtù, perchè viene manifestata l' incapacità di accordarsi pacificamente. Tuttavia, per gli affari mondani, è pienamente lecito e si tratta di un sorteggio affidato al caso.

2- Affidarsi al sorteggio per le cose spirituali è lecito solo ed esclusivamente per casi eccezionali di urgente necessità, e sant' Agostino cita un esempio: S. Agostino (Epist. 228): "Se in tempo di persecuzione i ministri di Dio discutono su chi di essi debba rimanere e chi invece fuggire per evitare che la Chiesa rimanga abbandonata in seguito alla fuga o alla morte di tutti, se non si può finire diversamente la discussione, mi pare che si debba ricorrere al sorteggio, per stabilire chi deve fuggire e che invece rimanere". E altrove (De doctr. christ. 1,28)

3- Il gesto di ricorrere alle sorti, per cose spirituali, senza una grave urgenza, è da condannare poichè ciò si riduce a tentare Dio. Da cui le parole di S. Ambrogio (In Lc 1, su 1,8): "Chi viene eletto a sorte sfugge al giudizio umano".

4- L' unico caso di una elezione per sorteggio nel Nuovo Testamento lo abbiamo nella scelta dell' apostolo Mattia, ma san Beda precisa chiaramente che : "Mattia, ordinato prima della pentecoste, fu scelto a sorte perchè nella Chiesa non era ancora infusa la pienezza dello Spirito Santo; in seguito invece i sette diaconi furono chiamati all' ordinazione non a sorte, ma mediante la scelta dei discepoli".

Seminario neocatecumenale di
Medellìn: il Sacramento e il Libro
nel "tabernacolo a due piazze"
Bisogna dire che in tutti i seminari Redemptoris Mater, i seminaristi vengono scelti attraverso la cleromanzia, ed ho ascoltato io stesso un sacerdote di questi seminari che diceva: "In questo modo (estrazione) facciamo scegliere direttamente al Signore".

Adesso proviamo a ragionare.

Se la cleromanzia fosse vera, cioè se il Signore interviene realmente in una estrazione, inserita dentro una liturgia, ma allora per quale motivo bisogna sprecare il tempo per un Conclave? Anche in questo caso si potrebbe fare una veloce cleromanzia dentro una apposita liturgia e il Papa verrebbe scelto dal Signore senza sprecare troppo tempo.

Se la cleromanzia fosse vera, i vescovi diocesani potrebbero assegnare le parrocchie ai propri presbiteri tramite una veloce cleromanzia dentro una apposita liturgia, nella certezza che quelle assegnazioni rappresentano la volontà del Signore.

Se la cleromanzia fosse vera, qualsiasi cattolico potrebbe scegliere la propria moglie, la propria università o il proprio mestiere, attraverso l' arte divinatoria della cleromanzia inserita in una liturgia, e in questo modo si lascerebbe scegliere direttamente al Signore evitando errori.

Mi sembra abbastanza ovvia l' irrazionalità della cleromanzia.

In realtà, lo Spirito Santo è Colui che mette davanti agli uomini le carte giuste da giocare, ed è il cristiano, in un clima di profonda preghiera e con l' aiuto dei direttori spirituali, a comprendere la volontà del Signore. Si può sbagliare nella scelta ma il Signore scrive comunque in modo dritto sulle nostre linee storte.

La cleromanzia dei seminari RM, siccome è un arte divinatoria, viene smentita dalla vita reale. Conosco infatti un seminarista che si sottopose alla cleromanzia convintissimo che quella destinazione, una città straniera di un certo continente, fosse la volontà del Signore, e sembrava davvero che in quella città ci fossero dei segni che confermassero questa volontà di Dio ma....in seguito, a causa di difficoltà molto grosse, costui fu richiamato in patria e dopo adeguato discernimento dei superiori fu mandato in un altro seminario. Indubbiamente in questi casi troviamo tanto tempo perso ma soprattutto l' evidente contraddizione dei superiori che devono intervenire per correggere le presunte scelte del Signore ottenute con la cleromanzia.

Dunque le ipotesi possono essere solo due: 1- Dio interviene nel sorteggio. 2- Dio non interviene nel sorteggio.

Analizziamole:

1- Dio interviene nel sorteggio. Questo caso è da escludere e lo spiega chiaramente san Tommaso nella Somma Teologica. Infatti, in tal caso, avremmo conseguenze irrazionali, perchè se la cleromanzia funzionasse realmente per questi seminaristi, allora deve funzionare per tutti e per tutto (conclave, nomine, scelte vocazionali ecc. ecc.) ma, come abbiamo visto, sarebbe anticristiano e irrazionale utilizzare una pratica del genere.

2- Dio non interviene nel sorteggio. In questo caso la domanda nasce spontanea: E' conveniente affidare la propria vita alla sorte, cioè ad un sorteggio dove il risultato non è volontà del Signore? San Tommaso e la Tradizione della Chiesa, nel testo sopra citato, condannano anche questa opzione.
Infatti sarebbe come se ci si affidasse al caso nella scelta della propria moglie o del proprio marito, oppure sarebbe come se un giovane, con una vocazione religiosa, si affidasse al caso per la scelta di un ordine religioso.

Occorre precisare che l' esistenza dei seminari missionari internazionali realizzano gli auspici del decreto conciliare Presbyterorum Ordinis. Però, non sarebbe più opportuno, razionale e cristiano, affidare la destinazione di questi seminaristi ad un discernimento e ad una collaborazione tra seminarista e superiori, evitando la cleromanzia?

Infatti, se per esempio un giovane italiano possiede particolari caratteristiche con una particolare attrazione per il Sudamerica, per quale motivo bisogna mandarlo in Asia tramite un sorteggio avvenuto a "casaccio"? Non sarebbe più opportuno che siano i superiori a scegliere le destinazioni tramite discernimento?

E' molto importante sottolineare che la cleromanzia avviene con certezza, nel senso che questo non è un articolo basato sul "sentito dire", perchè ho parlato personalmente con sacerdoti di questi seminari, pertanto l' estrazione dei nomi, all' interno di una liturgia, avviene con certezza. Allo stesso modo è certo che questi sacerdoti, seminaristi e famiglie missionarie, sono fermamente convinti che il Signore agisce tramite i sorteggi. (cleromanzia).

Inoltre, sembrerebbe che il Magistero della Chiesa non ha mai approvato questa pratica di estrazione dei nomi all' interno di una liturgia (con la credenza che il Signore gestisce i sorteggi), infatti nello Statuto del Cammino Neocatecumenale, approvato dal Magistero, non troviamo traccia dell' estrazione per seminaristi, sacerdoti e famiglie, e non troviamo nessuna traccia di estrazione (con la credenza che il Signore gestirebbe i sorteggi) nemmeno nello Statuto dei Seminari (Regola di Vita del "Seminario diocesano Redemptoris Mater" di formazione al presbiterato per la nuova evangelizzazione).

Io non ho trovato questa pratica nei documenti approvati dalla Chiesa, pertanto sarebbe utile se qualcuno potesse fornire opportune delucidazioni, ed eventualmente fornire documenti approvati dal Magistero dove si parla in modo esplicito di questa presunta estrazione guidata dal Signore.

Sicuramente troviamo dure condanne al riguardo del sorteggio (con o senza cleromanzia) nella Somma Teologica di san Tommaso d' Aquino e nella Tradizione della Chiesa.

Trovo opportuno distinguere la cleromanzia con la biblomanzia, anche se sono pratiche divinatorie molto simili.

La bimah ebraica in un seminario
neocatecumenale "Redemptoris Mater"
Nella bibliomanzia, la Bibbia viene aperta a caso nella certezza che il Signore darà una precisa indicazione circa le azioni da compiere.
Esempio.
Una ragazza si chiede se deve sposarsi o entrare in monastero, dunque apre a caso la Bibbia e trova il vangelo delle nozze di Cana, pensando che il Signore vuole da lei il matrimonio. Questo è illecito perchè arte divinatoria inoltre è irrazionale perchè sarebbe del tutto impossibile trovare la precisa volontà del Signore con questa metodica. Infatti le nozze di Cana potrebbe anche significare il matrimonio tra il Signore e una sua sposa oppure qualcos' altro. Insomma una pratica illecita perchè divinatoria ma anche irrazionale.

Mentre invece, è del tutto lecito aprire a caso un vangelo in un contesto di preghiera e leggere un brano qualsiasi per trovare una illuminazione per la propria vita (come fecero anche san Francesco e sant' Agostino), magari con l' aiuto di un direttore spirituale, ma senza nessuna pretesa divinatoria.
Per quanto riguarda la biblomanzia se ne discute in un altro thread.
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Un altro aspetto dei seminari RM che mi ha lasciato un pò perplesso è la famosa regola del due, e il divieto dell' uso di internet per i seminaristi.

In questo caso non abbiamo nessuna pratica controversa, come quella della cleromanzia, perchè queste sono delle semplici regole perfettamente lecite, in quanto, ogni seminario ha il diritto di scegliere delle regole specifiche per i propri seminaristi. Però, queste regole mi lasciano perplesso per questi motivi:

1- La regola del due prevede che i seminaristi non possono vivere o muoversi da soli, bensì devono essere in coppia e questo avviene quasi sempre. Ad esempio, anche le camere da letto sono predisposte in coppia. Questa regola dovrebbe creare un maggior controllo, perchè ognuno viene controllato e, a sua volta, controlla l' altro.
Però bisogna dire che il prete diocesano può essere destinato a vivere da solo, o quasi. Domanda: E' davvero utile far abituare un giovane a vivere e dormire con un altra persona per tanti anni ed in seguito, quando diventerà sacerdote, mandarlo a vivere e dormire in solitudine?

2- Internet. Ai seminaristi del Redemptoris Mater non è permesso l' utilizzo di internet, e sembrerebbe che è vietato anche il cellulare. Si tratta di una regola utilizzata probabilmente anche in altri istituti e seminari.

A mio avviso, questa regola avrebbe un senso se si trattasse di aspiranti al monachesimo contemplativo, cioè religiosi che hanno la vocazione a vivere lontani dal mondo, ma i seminaristi diocesani devono diventare preti secolari cioè preti nel mondo, ed è un mondo dove esiste abbondantemente il computer ed internet, pertanto è assurdo voler vivere nel mondo escludendo una componente essenziale del mondo di oggi come internet.

Domanda: Anzichè vietare internet, non sarebbe più opportuno educare i seminaristi al giusto utilizzo di questi strumenti affinchè quando arriverà il giorno di utilizzarli in parrocchia c'è la capacità di utilizzarli con prudenza e discernimento?

Infatti, proviamo ad immaginare un seminarista a digiuno di internet che, dopo circa 8-10 anni, viene immesso in una parrocchia davanti ad internet, una realtà che in qualche modo deve essere capace di utilizzare con discernimento e prudenza.

E' come se qualcuno dicesse: "Nelle autoscuole bisogna abolire le guide, così evitiamo anche il pericolo di incidenti nel periodo della scuola".
A mio avviso un ragionamento del genere è assurdo, perchè se devi guidare un auto, allora c'è bisogno che qualcuno ti insegni a guidarla durante la scuola.
Allo stesso modo, se devi essere un prete secolare, cioè vivere nel mondo, è necessario che qualcuno ti insegni a vivere con le cose utili del mondo, dunque che non abolisca internet, bensì che ti aiuti ad utilizzarlo con prudenza e discernimento.

E' vero che un tempo i seminaristi diocesani della Chiesa venivano formati con una rigida separazione dal mondo, ma un tempo i preti non erano chiamati a padroneggiare con saggezza internet, perchè questa realtà non esisteva, mentre oggi esiste, ed è impossibile per un secolare non utilizzare questa componente del mondo contemporaneo.

In un seminario è sicuramente utile un certo periodo di silenzio e distacco dai mass-media di circa 6 mesi- 1 anno, per aiutare il discernimento e la preghiera, ma poi bisogna imparare ad utilizzare, con moderazione e discernimento, quei mezzi che un prete secolare, di fatto, deve per forza utilizzare. Infatti, nel mondo di oggi è impensabile una parrocchia dove non c'è l' email o dove non c'è la possibilità di fare una banale ricerca su google.

Voglio precisare che sono stato in molti conventi e monasteri, e nemmeno in questi luoghi c' era il divieto assoluto di computer/internet, bensì ogni religioso/a può accedere a computer/internet tramite apposite e giuste regole.

Bisogna riconoscere il fatto che nei numerosi seminari Redemptoris Mater non risulta che ci siano mai stati paricolari problemi o scandali, ma questo, a mio avviso, non è merito di queste due regole, bensì il merito è nel percorso spirituale che questi giovani hanno fatto. Voglio dire che questi giovani/uomini che entrano nei seminari RM hanno già alle spalle tanti anni di cammino di fede e discernimento, con dei catechisti che sanno tutto di loro, vita, morte e miracoli, pertanto i superiori dei seminari, contattando i catechisti di questi aspiranti sacerdoti, possono fare un' adeguata selezione.
Mentre invece nei seminari diocesani la selezione e il discernimento a volte lascia un pò a desiderare.

Dunque, io penso che non sono queste due regole ad ottenere risultati bensì l' esistenza di una precedente e lunga preparazione.
In effetti sarebbe un grave errore considerare internet come la sede di peccati, perchè i sette vizi capitali non si trovano in un luogo, nel computer o in televisione, bensì si trovano nell' uomo.
Personalmente non mi trovo d' accordo con queste tipo di regole.
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In risposta ad alcune accuse:

Questo messaggio mi lascia un pò perplesso, perchè sembrerebbe essere un pò confusionario e contraddittorio.

Infatti, se la destinazione è scelta a caso, non si capisce come ci si può affidare totalmente alla volontà del Signore.

Tuttavia nella merkabà avviene un sorteggio con la profonda convinzione che che le città sorteggiate rappresentano la volontà di Dio.

Chiunque può telefonare al seminario di Macerata, Firenze, Pinerolo, Lugano ecc. ecc. e chiedere un colloquio con il rettore.
Io ho parlato personalmente con uno dei rettori di questi seminari il quale mi ha detto, onestamente:
Noi facciamo il sorteggio così andiamo sul sicuro, perchè facciamo scegliere direttamente al Signore.
Ho ascoltato un catechista, dal vivo, che in riguardo alle famiglie sorteggiate diceva: "Andranno dove il Signore deciderà che devono andare".

Ho parlato personalmente con un seminarista che mi ha spiegato tutto della Merkabà e mi ha detto che il sorteggio manifesta la volontà di Dio. Non solo. Questo seminarista mi ha anche confidato che durante la merkabà, dopo aver sorteggiato la città, viene chiesto al seminarista se accetta o rifiuta questa destinazione. In caso di rifiuto, il seminarista viene fatto sedere e il suo futuro vocazionale diviene incerto.
[...]

Tu parli di "decennale esperienza di questo metodo", senza sapere che la Chiesa negli ultimi anni è intervenuta per modificare, e in qualche caso ha letteralmente raso al suolo, trentennali seminari di Istituti o famiglie religiose. Se vuoi ti faccio i nomi.Questo accade perchè attorno alle Costituzioni approvate dal Magistero, i superiori o fondatori inseriscono, o fanno, molte cose che non hanno nulla a che fare con gli statuti e le costituzioni.

[...]

Quello che forse non riesci a comprendere è che il sorteggio per le cose spirituali, con o senza valenza divina, è oggettivamente illecito.
Infatti:

1- Se al sorteggio ci si associa una valenza divina abbiamo una vera e propria arte divinatoria. Un azione grave e illecita.

2- Se al sorteggio non si associa una valenza divina, abbiamo un azione più grave della cleromanzia, perchè nessun superiore serio e prudente getterebbe al caso il destino spirituale di un ragazzo a lui sottoposto.

Se poi diciamo che il Signore interviene in qualche modo nel sorteggio allora ritorniamo al primo punto: Cleromanzia.

Se invece diciamo che il Signore riparerà ad una eventuale destinazione non conforme alle caratteristiche del giovane, allora significherebbe dire "facciamo danni che poi ci pensa il Signore a riparare". Forse una pratica del genere è molto peggio della cleromanzia.

Non è vero che questa pratica funziona. Un mio amico seminarista è stato sballottato per il mondo senza concludere nulla, e solo dopo alcuni anni si resero conto che bisognava richiamarlo in Italia perchè manifestava enormi problemi. Vogliamo negare l' evidenza? In effetti anche in questo caso esiste una spiegazione: Il Signore ha permesso che venisse sballottato per il mondo per alcuni anni senza concludere nulla, senza studiare nulla, perchè voleva metterlo alla prova.

Utilizzando lo stesso criterio, sarebbe come se un vescovo sorteggiasse a casaccio le assegnazioni delle parrocchie in una diocesi, eppoi davanti ad un prete inadeguato per una certa parrocchia, il vescovo dicesse alla parrocchia: "Lo ha permesso il Signore per mettervi alla prova".

Con questa tecnica l' uomo può combinare casini, eppoi trasferire con tranquillità tutti i problemi al Signore: "E' stato il Signore, lo ha permesso Lui"

[...]

Ti sei accorto che metà di VOI [neocatecumenali, ndr] dice che la cleromanzia non esiste e non è praticata mentre l'altra metà dice che è praticata non si chiama così ed è pure giusta?




Per concludere, citiamo dal numero 12/1999 dei Quaderni di diritto ecclesiale un articolo assai favorevole ai seminari kikiani Redemptoris Mater, che però in conclusione, per onestà, è costretto a evidenziarne l'assoluta anomalia giuridica:
Si possono esprimere alcune forti riserve sul modo con cui si è arrivati alla Costituzione di questi seminari e al modo di condurli. Infatti a nessuno sfugge che, pur facendo riferimento ai numerosi interventi del magistero sull'universalità del ministero sacerdotale e di una migliore distribuzione del clero, il reale motivo che ha portato all'erezione di questi seminari è stata la necessità di fornire di presbiteri le varie Comunità Neocatecumenali. Nell'impossibilità al presente che il Cammino potesse incardinare dei sacerdoti si è ricorsi a quei vescovi che benevolmente si sono resi disponibili ad accettarli in un seminario diocesano loro affidato. Questo, come abbiamo visto, in contraddizione con quanto affermato dal can. 242 § 2 e dalla FPC 85, e soprattutto con la Ratio, n. 1: "Il diritto e il dovere di redigere il Piano di formazione sacerdotale e di approvare particolari esperienze nella propria nazione o regione, nel caso si ravvisi l'opportunità, spetta non ai singoli vescovi, ma alle conferenze episcopali". Nulla di tutto questo è avvenuto per esempio in Italia.
Inoltre, non poche perplessità suscita la figura del Consiglio Pastorale all'interno dello stesso seminario, visto il ruolo, riconosciuto a livello di diritto universale, del vescovo e del rettore.

mercoledì 5 settembre 2012

Paura di rappresaglie neocatecumenali

Nel parlare dei problemi del Cammino Neocatecumenale ci siamo sentiti rispondere tante volte: "ma dai, non può essere, ma dai, è impossibile, ma dai, credi che i parroci non reagirebbero? Se le cose stessero come dici tu, credi forse che i vescovi non reagirebbero?" Don Salvatore, parroco nel profondo sud d'Italia, in una breve intervista risponde a queste domande attraverso la propria diretta esperienza.

La sua paura forse non sembrerà giustificabile, ma è almeno umanamente comprensibile da parte di chiunque abbia collaborato abbastanza con un parroco da conoscere da vicino i problemi della vita sacerdotale (e anche da parte di chi ha subìto vendette neocatecumenali). Ma anziché discutere delle scelte di don Salvatore, proviamo piuttosto a ricordare quante volte, da interi decenni, abbiamo ricevuto testimonianze identiche alla sua...



...Il parroco, don Salvatore, [è] un giovane sacerdote dalle quotazioni in ascesa nel borsino della diocesi. Il prete ci riceve in una saletta appartata dell'oratorio. Fa molto caldo e nella stanza ristagna un odore sgradevole di chiuso eppure, appena io e Aldo entriamo, don Salvatore si precipita alla finestra, per assicurarsi che sia chiusa ermeticamente. "Sapete, con tutte le talpe che ci sono in giro", ci sussurra, invocando una nostra complice comprensione, "anche i muri hanno orecchie qui... bisogna fare molta attenzione perché io di guai non ne voglio!"

I guai ai quali si riferisce don Salvatore sono quelli che gli potrebbero provenire dai neocatecumenali se venissero a conoscenza di quanto sta per pronunciare su di loro. Parole che potrebbero compromettere le sue ambizioni di carriera. Una volta seduti, mi chiede subito se abbia con me il registratore. Ha una figura alta e sottile don Salvatore, ma continua a detergersi la fronte impregnata di sudore. Ha chiaramente paura di parlare liberamente, anche se si trova a casa sua, nei locali della sua parrocchia. Purtroppo non è l'unico prete in questa situazione. Ne incontrerò altri, ai quali non riuscirò a strappare più di una mezza parola, di un giudizio appena accennato. Una volta mi è anche capitato di dover usare un intermediario per raggiungere un parroco romano ostile ai neocatecumenali, che mi chiamò al telefono da un numero segreto, promettendomi un incontro che non giunse mai.

Don Salvatore inizia col raccontarmi che, nella sua parrocchia, il Cammino è forte, sgradita eredità di un parroco precedente, che ne ha consentito l'innesto e l'espansione. "Nel Cammino c'è un sostanziale rifiuto della chiesa", mi dice don Salvatore. "È un'esperienza che dovrebbe portarti a Cristo e alla chiesa, ma non lo fa. Perché invece ti conduce a Kiko, e solo a lui". Il parroco mi conferma quello che Aldo mi ha già riferito, e cioè che nella diocesi ci sono tanti preti dentro il Cammino e che, se un sacerdote coltiva delle ambizioni, non può schierarsi esplicitamente contro i seguaci di Kiko, perché rischia di essere etichettato come un "rompicoglioni" e di "vedersi segata la carriera". "Ma il fatto è, Marco," prosegue don Salvatore, senza mascherare la sua sofferenza, "che loro si ritengono 'la vera chiesa'. Il parroco, quando ci sono 'loro', non conta più niente, diventa un amministratore di sacramenti. Niente di più. Perché 'loro' prendono in mano tutto". E obbediscono solo ai catechisti.

Se don Salvatore organizza qualche iniziativa aperta a tutti i parrocchiani, i neocatecumenali la disertano. Fanno tutto per conto proprio, separati dal resto della comunità cristiana. Compresa la veglia pasquale. Non vogliono mescolarsi con gli altri fedeli né in quella né in altre occasioni. Né sono interessati ai problemi sociali, per esempio ad aiutare i tanti poveri che vivono nel quartiere. E potrebbero farlo, dal momento che hanno molte risorse: tanto denaro e parecchi militanti. Ma il fatto è che di chi non è nel Cammino, di chi non diventa seguace di Kiko, a loro non interessa nulla, ribadisce il prete.

"E poi quello che fanno nelle loro riunioni Marco, non ti dico!" sbotta don Salvatore. "Il modo in cui vanno a scandagliare la vita delle persone... Cose che io nemmeno mi sognerei di fare con i miei parrocchiani! E i bambini! Vogliamo parlare dei bambini? Il Cammino è una cosa da grandi. Eppure loro coinvolgono i bambini. C'è una tristezza nei volti di quei ragazzi, che non possono divertirsi, giocare, fare cose adeguate alla loro età, che sono costretti a seguire il tristissimo catechismo neocatecumenale. Tanto che poi, talvolta, capita che qualcuno faccia qualche mattana, come è capitato a quel giovane - lo conosci no, Aldo? - che due settimane dopo il matrimonio ha mollato tutto per scapparsene al Nord con l'amante. Insomma, i bambini diventano adulti troppo in fretta e gli adulti ritornano bambini, dipendenti in tutto e per tutto dai loro superiori".

Gli chiedo perché subisca tutto questo malgrado l'afflizione che visibilmente gli procura. Mi confessa che, se lui cominciasse a combatterli attivamente, "loro" andrebbero dal vescovo e lui sarebbe un "uomo finito", nel senso che verrebbe immediatamente emarginato all'interno della diocesi. "E io, Marco," prosegue il nostro novello don Abbondio, "ho un corpo e un'anima e voglio stare tranquillo. Cerco la pace, il quieto vivere. Di guai non ne voglio".

L'unico che potrebbe fare davvero qualcosa, che può arrestare l'ascesa del movimento, sembra essere il vescovo. "E perché non lo fa?" gli chiedo io. "Eh, perché non lo fa, Marco?" rilancia don Salvatore con una smorfia eloquente dipinta sul volto, "perché è 'oliato'". Non faccio in tempo a chiedere al parroco di spiegarmi i dettagli di questa "oliatura", che un ragazzo irrompe nella stanza reclamando la sua presenza in oratorio. Il tempo del nostro incontro è finito e don Salvatore ci congeda frettolosamente...


(citazioni da: Marco Marzano, «Quel che resta dei cattolici. Inchiesta sulla crisi della Chiesa in Italia», Feltrinelli, 2012, pagg. 182-184)

lunedì 3 settembre 2012

Kiko: battagliare contro i parroci per evitare di "ricostruire la parrocchia"

«Non crediate che sia
una battaglia facile;
coi parroci...non sarà facile»
Dobbiamo ricostruire l'assemblea cristiana: non crediate che sia una battaglia facile; coi parroci, con tantissima attenzione, ci rendiamo conto che non sarà facile. Poiché per molti di loro le comunità neocatecumenali devono aiutare anzitutto a ricostruire la parrocchia, capite? Nella parrocchia ci sono tanti gruppi: le Figlie di Maria, i Boy-scout e tanti altri, tante cose, e le comunità neocatecumenali. Ma loro non vogliono avere nulla di più.

Sarebbe bello se Dio avesse deciso così, ma è Dio che comanda. Noi diremo che non siamo un gruppo ma che siamo un carisma per guidare il rinnovamento della parrocchia secondo il Concilio Vaticano II, per far apparire nella Chiesa un nuovo tipo di parrocchia, la parrocchia come sacramento di salvezza. E, per questo, è molto importante ricostruire l'assemblea cristiana. Al termine del Cammino, ciò che nasce è un nuovo tipo di parrocchia, appare un'assemblea che canta al Signore, che prega al Signore.

La "nueva estetica" applicata
al "nuevo tipo di parrocchia":
un tempio kikista-carmenista
Le parole sopra riportate sono di Kiko Argüello, nostra traduzione dal testo originale spagnolo pubblicato sul blog Crux Sancta.

Si osservi con attenzione la "scaletta" presentata da Kiko:
  1. lo scopo del Cammino è indicato con un termine vago: "ricostruire l'assemblea cristiana"
  2. i neocatecumenali devono fare una lunga e difficile battaglia con i parroci; molti parroci considerano il Cammino solo uno dei tanti gruppi parrocchiali
  3. ma Dio avrebbe "comandato" diversamente: il Cammino si deve imporre
  4. il Cammino non deve presentarsi come "gruppo" al pari degli altri ma come "carisma" per "guidare"
  5. il punto d'arrivo (al termine del Cammino) è un "nuovo tipo di parrocchia": solo imponendo il "carisma" del Cammino l'assemblea finalmente "canterà" e "pregherà"
  6. la pezza d'appoggio è il solito "Concilio Vaticano II".
Vediamo le conseguenze di ciò che afferma Kiko.

La messa-messinscena
con tanto di trono-Bimah
(1) "Ricostruire l'assemblea cristiana": Kiko comincia facendo confusione tra il piano teologico e quello dell'organizzazione ecclesiale, contrapponendo "assemblea" e "parrocchia" solo per dire che i neocatecumenali devono battagliare contro i parroci. È un programma che portano avanti da sempre.

(2) "Battaglia contro i parroci": secondo Kiko, il Cammino Neocatecumenale deve porsi esplicitamente contro la Chiesa istituzionale altrimenti fallisce la propria missione. La battaglia contro i parroci sarà lunga e faticosa, bisognerà sconfiggerli uno ad uno, guadagnando terreno palmo a palmo, occorrerà "tantissima cura", tantissima mistificazione, tantissimo "buon viso a cattivo gioco", tantissima mimetizzazione, fino ai più piccoli dettagli, perché anche il parroco più benevolo ha il deplorevole difetto di pensare che il Cammino, nella Chiesa, sia un movimento come tutti gli altri, abbia gli stessi diritti e doveri degli altri. Non è infondato il sospetto che le parole los párrocos sottintendano anche i vescovi e la gerarchia ecclesiale.

(3) "Dio comanda": chiediamoci onestamente come, dove, quando Dio avrebbe "comandato" che il Cammino debba creare un "nuovo tipo di parrocchia" per "ricostruire l'assemblea cristiana"? Carmen Hernández, cofondatrice del Cammino, testimonia che verso il 1964 Kiko le disse al bar di aver visto la Madonna. Per caso Kiko ha avuto altre apparizioni similmente "divine" e dotate di "comandamenti"?

(4) "Carisma, per guidare": Kiko insegna anche il trucchetto retorico da utilizzare: definirsi "carisma". Un movimento o associazione ecclesiale sarebbe chiamato a rendere conto delle proprie storture. Presentarsi come "carisma", invece, può essere utile per considerarsi al di sopra di ogni critica, al di sopra di ogni movimento o associazione presenti in parrocchia, al di sopra di ogni organizzazione ecclesiale. Appena entrati e già vogliono "guidare"...

(5) "Nuovo tipo di parrocchia": per "nuovo tipo" si intende una parrocchia neocatecumenalizzata, poiché -sottintende Kiko- nella parrocchia normale (anche quella dove si dà spazio ai movimenti) non si "canta al Signore" e non si "prega il Signore". Sottinteso: i neocatecumenali devono considerare gli altri movimenti ecclesiali come fumo negli occhi.

(6) "Concilio Vaticano II": Kiko dice che il Cammino va presentato come necessità del Concilio ma evidentemente parla di una sua idea; il Concilio infatti stabiliva l'uso del latino nella liturgia, il canto gregoriano e polifonico, l'attenzione e la prudenza nel portare i cambiamenti... tutte cose che Kiko e il Cammino rifuggono come un indemoniato rifugge l'acqua santa.

A questo punto facciamo un passo indietro per chiarire meglio le conseguenze.

In ginocchio davanti a Kiko
Nostro Signore Gesù Cristo ha istituito la Chiesa affinché proseguisse la Sua opera. La legge suprema della Chiesa è la salvezza delle anime. L'organizzazione della Chiesa lungo venti secoli di storia è sempre stata in risposta al disegno divino di salvezza.

Lo scopo della parrocchia è di garantire che ogni comunità cristiana abbia a disposizione un luogo e un sacerdote per i sacramenti, per l'insegnamento delle cose della fede, per essere guidata (si tratta del triplice "munus" sacerdotale).

Quando oggi diciamo che "le parrocchie sono in crisi", che le parrocchie si sono ridotte a distributrici di certificati di "riti di passaggio", stiamo in realtà parlando di una diffusa crisi di fede. Crisi che può essere affrontata soltanto tornando sulla via sicura garantita dalla Chiesa (cioè ciò che va sotto i nomi di "Tradizione" e "Magistero").

Insomma, rinnovare la parrocchia richiede soltanto il ravvivare la fede cattolica (solo così la parrocchia potrà essere liberata da ciò che non le compete ed essere confermata nel suo scopo originario). Dire "ravvivare la fede" e dire "nuova evangelizzazione" è la stessa cosa, anche se quest'ultimo termine purtroppo viene assai spesso utilizzato per propagandare certe strane elucubrazioni.

Con determinazione e costanza Kiko Argüello va insegnando che bisogna ricostruire non la parrocchia, ma l'assemblea: con un sottile sottinteso sta proprio indicando che il "carisma" (cioè il Cammino) vale più della Chiesa istituzionale e della sua organizzazione.

Il giudizio temerario di Kiko è che nella parrocchia non si canta e non si prega e che si canterà e pregherà il Signore solo nelle parrocchie che il Cammino Neocatecumenale riuscirà a fagocitare spazzando via tutti i gruppi che non hanno il "carisma" di Kiko (e, sottinteso, i canti di Kiko).

Kiko confonde deliberatamente "parrocchia" e "assemblea" per giustificare, alle orecchie dei suoi seguaci, lo stile da parassiti che questi devono assumere: presentarsi non come un "gruppo" della parrocchia, ma come un "carisma" necessario per rinnovarla: ossia credersi al di sopra di ogni critica e credersi investiti della missione divina di far piazza pulita - altrimenti non si canta e non si prega...

La lunga e difficile battaglia con la gerarchia ecclesiale necessiterà di molta "attenzione" poiché generalmente il Cammino è considerato uno dei tanti gruppi ospitabili in parrocchia, non il "carisma" del "Vaticano secondo Kiko" dotato di missione divina di "ricostruire l'assemblea"...

Il Cammino, secondo il piano di Kiko, deve dunque approfittare della crisi delle parrocchie per invaderle e per promuovere le idee degli "iniziatori" spacciandole per risultato del Concilio Vaticano II.