venerdì 11 maggio 2012

«Disgregano le parrocchie... esasperano i parroci»

Il seguente articolo venne pubblicato da Luciano Bartoli sul numero di maggio 1990 (pagine 375-376) della rivista "Palestra del clero". Che ve ne pare? Dopo più di vent'anni, non vi sembra terribilmente attuale?


Riflessioni di un laico sui neocatecumeni

Sopportazione
Nei miei viaggi, per suggerire o lavorare nelle chiese, ove son chiamato, logicamente debbo interessarmi sulla popolazione che attorno vive. In modo, per quanto è possibile, di cooperare alla pastorale e alla liturgia della parrocchia e della comunità. Così, dal nord al sud d'Italia, si raccolgono esperienze esaltanti e dolorose.

In questo modo, da anni, ho fatto delle conoscenze, partecipando anche a ritiri e a liturgie di comunità diverse: focolarini, carismatici, neocatecumeni. In particolare anche nell'America latina.

Riaffiorando - probabilmente - in me l'antica professione di giornalista, mi son dato a fare quasi un'inchiesta, qui in Italia, sui neocatecumeni. Non mi sono basato solo sui discorsi diretti dei parroci, interrogati a proposito. Oltre a leggere libri guida per questi «cammini», ho sperimentato, come detto, in luoghi diversi, questi ricercatori biblici che fanno il loro cammino nella fede.

Premetto che son più che convinto come oggi, con la ignoranza in materia di fede dei cristiani, sia quanto mai utile per la Chiesa questo coltivare nello studio e nella pietà dei gruppi particolari. Lo si è sempre fatto: dalle congregazioni mariane, ai vari settori dell'azione cattolica e ai gruppi di preghiera.

Tra i catecumeni nuovi ne ho conosciuti dei cittadini esemplari. Ma ci sono anche tanti ma. Dal nord al sud d'Italia, dei sacerdoti mi hanno riferito che ove sorgono questi neocatecumeni le parrocchie si disgregano. E per i parroci son dolori continui. Alcuni esasperati, hanno persino dato le dimissioni dalla parrocchia, con i nervi a pezzi.

Ma i vescovi?

Una diocesi in particolare mi suggerisce la risposta. I confessori di un santuario dove i parroci accorrono per le confessioni, mi riferivano che non pochi di questi parroci venivano, piangendo, a riferire sulle loro tribolazioni, a causa dei neocatecumeni parrocchiali ai quali si associano altri di altre parrocchie anche lontane.

Ora il vescovo di questa diocesi ha radunato vari reggitori di parrocchie, per sentire che pensavano sull'argomento e quali esperienze potevano riferire.

Da "Il padrone del mondo",
romanzo di Robert H. Benson
Tolto uno che in precedenza, oltre a parole, aveva al Vescovo lasciato in mano un documento scritto, nessuno ha aperto bocca. Perché? C'era forse un interesse materiale a tacere? Un parroco mi riferiva, a questo proposito, come le sue comunità di neocatecumenali - la più parte dei componenti lavora in banche e istituti di credito - gli avevano dato dei milioni per la chiesa.

Ma penso anche che i don Abbondio - coloro che non avendo il coraggio, non se lo possono dare - esistono ancora: tutto per il quieto vivere.

Ho dovuto rilevare che, segregandosi dalla parrocchia per il loro cammino, la più parte dei neocatecumeni, attingono alla Bibbia ma ignorano il Catechismo. Parlano di ritornare alle fonti - il battesimo per abluzione non vale, è necessaria l'infusione - e portano via a battezzare altrove, quelli che dovrebbero esser battezzati in parrocchia.

Se si fa attenzione alle loro premesse alle Letture della celebrazione eucaristica, si noteranno non pochi sproloqui: c'è in troppi la presunzione che lo Spirito Santo parli per loro bocca. E - al pari dei Testimoni di Geova - questi neocatecumeni si sentono degli eletti: sicuri di essere sulla via del Paradiso.

Con la scusa delle loro Cene di molte ore, grandi con i piccoli, celebrano a parte il Giorno del Signore al sabato, creando una tradizione. E la gente comune, che non sopporta lungaggini e sproloqui, abbandona la parrocchia per andare altrove. E potrei riferire non pochi particolari dolorosi.

Queste stesse righe le ho tracciate, dopo un lungo tempo d'incerta titubanza. Ma la sofferenza di qualche parroco che è arrivato alla disperazione, mi ha spinto a scrivere queste righe, allegando quanto il vescovo mons. Lorenzo Bellomi di Trieste ha ordinato per la sua diocesi in proposito.

Le parole di un laico che ama la sua Chiesa possono valere sino ad un certo punto. Ma si ascolti quelle di un Pastore. Vedo che anche in queste parole c'è un giudizio che mi son fatto da tempo: più che ai membri laici dei neocatecumeni gli errori vanno imputati ai preti e frati che, uscendo dalle loro parrocchie e dai loro conventi si associano e «guidano» queste comunità.

A un sacerdote non della sua diocesi che magnificava il bene fatto dai neocatecumeni, il vescovo di Trieste, in un'accolta di sacerdoti, così ha sentenziato: «I neocatecumeni faranno del bene, ma portano la divisione nelle parrocchie».

C'è da augurarsi che i singoli vescovi facciano delle inchieste e collettivamente prendano dei provvedimenti.

N.B. - Il Vescovo di Trieste mi ha dato l'autorizzazione alla divulgazione del testo dell'Ordinanza da lui rivolta ai suoi diocesani.

martedì 8 maggio 2012

Perché è difficile uscire dal Cammino?

Non è un complicato saggio teologico ma la descrizione di un'esperienza vissuta da parte di persone che fino all'ultimo si sono prodigate per l'opera di Kiko e Carmen, e che fino all'ultimo hanno considerato con affetto e devozione il Cammino. 

È il libro Neocatecumenali sul viale del tramonto, reperibile nelle librerie (anche on-line), di cui raccomandiamo caldamente la lettura ai neocatecumenali. Citiamo qui sotto una pagina dal capitolo "Perché è difficile uscirne".


Perché è difficile uscirne

All'interno delle Comunità nulla si sa di quello che avviene nella Chiesa.

Talvolta trapelano certe critiche rivolte al Cammino da parte di sacerdoti e di vescovi, ma tali critiche diventano sempre motivo di grande orgoglio, come per una persecuzione scaturita dal fatto che il Cammino è la vera chiesa, dove è possibile "essere cristiani fino in fondo".

Quando non possono nascondere qualche critica, i catechisti dicono sempre: «Il cammino è osteggiato perché è radicale; chi non lo accetta è perché rifiuta il Concilio!».

Pertanto la critica di assomigliare ad una setta non preoccupa le persone che fanno il Cammino, in quanto una volta che se ne fa parte:

- sono continuamente ribadite l'appartenenza alla Chiesa Cattolica e la simpatia personale che il Papa e il Vaticano nutrono per il Cammino;

- quando si è dentro la Comunità, sembra che di settario non ci sia niente; cose che prima sembravano strane diventano familiari, il linguaggio e gli atteggiamenti individuali cambiano gradualmente, e senza che uno se ne renda conto finisce per assomigliare sempre più agli altri.

- Solo dopo un lungo distacco si può notare l'omologazione che era avvenuta con un lento processo di assimilazione frequentando la comunità. L'omologazione è così forte che sono sufficienti poche battute per riconoscere immediatamente uno del Cammino. Ad esempio, nel Cammino il soggetto dei verbi che indicano scelte, responsabilità, e persino azioni di vita quotidiana, non è mai la persona umana, ma il Signore. Un catecumeno non dice mai: "io sono andato ad ascoltare le catechesi", ma "Il Signore mi ha portato ad ascoltare le catechesi!"; - "Mio figlio non vuole studiare", ma "Il Signore sta permettendo che mio figlio non studi!"; - "Io ho adulterato, ... io ho litigato con mio cognato ...", ma "Il Signore non mi ha dato di non adulterare ... il Signore mi ha tolto la mano dal capo e mi ha fatto sperimentare l'ira contro mio cognato ...!".

Il fideismo ed il senso di impotenza della persona, che si acquisiscono gradualmente nel Cammino, rendono tutti estremamente fragili ed incapaci di lasciare questa realtà e di fare esperienze libere alternative.

Nel corso del Cammino, inoltre, è posta una grande enfasi su ciò che era la propria vita "prima" e su ciò che ne è stato "dopo" l'ingresso in Comunità.

Tutto era vissuto nel modo sbagliato, niente aveva senso.

L'incontro con il Cammino diventa "l'evento" per eccellenza della propria vita, al punto che le persone si convincono a disprezzare la loro vita precedente, convinte che solo adesso hanno trovato la vera vita.

C'è ironia e diffidenza nei confronti di sacerdoti, religiosi e credenti che non fanno parte del Cammino, come se fossero sacerdoti o religiosi di "serie B" o "cristiani della Domenica", che non vedono i loro peccati e vivono nell'inganno e nell'ipocrisia.

Questa convinzione è un grande deterrente per i membri delle comunità in crisi; essi, infatti, difficilmente si rivolgono a sacerdoti diocesani o ad altri religiosi, dato che anno dopo anno è stata loro comunicata una sorta di sfiducia nei loro confronti, oltre alla convinzione che l'unica Chiesa sia quella neocatecumenale.

Pertanto chi pensa di lasciare la Comunità ha l'impressione di abbandonare Dio e la Verità.

Chi arriva a ripudiare il Cammino dopo averlo seguito per anni, anche se con motivazioni ben precise e oggettivamente condivisibili, è considerato un apòstata e un Giuda.

Con tali persone è scoraggiato qualunque contatto, sicuramente per evitare di essere "contagiati" dalle sue motivazioni.

Di questo ne abbiamo fatto amara esperienza io e mia moglie. Dopo 22 anni di vita in Comunità, quando con grandissima sofferenza ne siamo usciti, siamo stati immediatamente ignorati da quasi tutti i membri della Comunità.

lunedì 7 maggio 2012

Diamo la parola ad un 'camminante' di lungo corso

Ho fatto catechesi per sedici anni, e ad ogni catechesi, c'è sempre qualcuno, (lo riconosci da subito) che cominciava a interrompere, contestare, puntualizzare, e questo sistematicamente dopo pochi mesi andava via.

fino a qui niente, ma quando qualcuno di questi sapientoni, (che sanno sempre qualcosa in più degli altri) restava, erano guai, perchè quando entrava la confidenza con i fratelli, a turno li stressava, cercando di convincere la vittima di turno.
Il fratello neocatecumenale che si firma "Ola" e che qualche giorno fa ci ha testimoniato quanto sopra, ci ha dimostrato che il Cammino Neocatecumenale ha bisogno di persone ignoranti che non tentino di confrontare il Magistero della Chiesa con le cosiddette "catechesi" che vengono loro propinate.

Ma vediamo in dettaglio cosa ci rivelano le incaute ammissioni di "Ola".

1) «Ad ogni ''catechesi'' c'è sempre qualcuno...» Ogni volta che il Cammino Neocatecumenale comincia una sua "catechesi", càpita che qualcuno dei partecipanti si accorga che qualcosa non va. E cosa fa? «Comincia a interrompere, contestare, puntualizzare».

Tenuto presente che il Cammino, a dispetto degli slogan, non si rivolge ai cosiddetti "atei, pagani, lontani" ma pesca i suoi adepti nelle parrocchie (le cosiddette "catechesi" iniziano infatti in parrocchia, sempre in parrocchia, solo in parrocchia), è statisticamente normale trovare qualcuno che conosca il Catechismo della Chiesa abbastanza da poter ribattere ad affermazioni bislacche.

Ricordiamo poi che i cosiddetti "catechisti" vanno a riversare un discorso preconfezionato, ripetuto a memoria, sempre uguale lungo gli anni (strafalcioni e recitazione inclusa: a suo tempo Kiko in persona verificava la preparazione dei "catechisti" più importanti), e guai a chi «interrompe»... Vi prego di assaporare bene questo termine, dal sapore stalinista: guai ad «interrompere» i cosiddetti "catechisti" mentre recitano la loro commedia: loro non stanno lì a spiegare le cose della fede, non sono venuti lì a rendere ragione di una speranza, ma sono venuti solo a recitare una scenetta: guai a chi li «interrompe».

Piccola parentesi: Nostro Signore invece parlava con autorità e addirittura rispondeva e spiegava, perfino di fronte alle domande maligne di coloro che gli tendevano tranelli.

2) «Qualcuno, (lo riconosci da subito)». Questa è un'altra involontariamente comica precisazione che i cosiddetti "catechisti" sono dei professionisti della ripetizione dello spettacolino: riconoscono da subito le persone che non sono disposte ad accettare acriticamente tutta la cosiddetta "catechesi".

I cosiddetti "catechisti" di lungo corso diventano abili a «riconoscere da subito» il soggetto che dovranno cacciare via. A meno che questi non decida di andarsene, dopo pochi mesi di inutili tentativi di ragionare con coloro che si spacciano per «inviati dal Papa, inviati dal vescovo, ispirati dallo Spirito».

Aggiungiamo che, per quanto possibile, i cosiddetti "catechisti" nascondono il fatto che sono venuti ad installare il Cammino Neocatecumenale in parrocchia. Dopo il primo incontro, infatti, qualcuno potrebbe cercare informazioni su internet, oppure informarsi da persone che hanno già visto da vicino il Cammino, e potrebbe insospettirsi...

Come potete osservare nella foto qui a lato, scattata a Roma due mesi fa (a Ponte Milvio, marzo 2012), guardate lo striscione che campeggia sulla parrocchia: l'icona di Kiko, si parla di "incontri per giovani e adulti" (cioè? incontri di che?), e non si dice assolutamente che lo scopo di quelle catechesi è di formare una nuova comunità neocatecumenale. Te lo diranno alla fine, con fretta, con discorsi altisonanti ("il Signore sta passando, il diavolo è dietro quella porta, che fai, entri o perdi questa grande unica occasione?" - lo stesso stile delle televendite). I cosiddetti "catechisti" hanno bisogno di persone ignoranti, plasmabili, ingannabili, che non sappiano a cosa vadano incontro...

3) «Questi sapientoni, (che sanno sempre qualcosa in più degli altri)»: il caro fratello neocatecumenale disprezza come "sapientone" chi di fronte alla recita dei cosiddetti "catechisti" oppone la sapienza della Chiesa, o anche soltanto il buon senso. Per il caro fratello kikiano, l'unica Sapienza è quella di Kiko, Carmen e dei loro cosiddetti "catechisti".

Il caro fratello non ammette la possibilità che qualcuno possa conoscere il cristianesimo meglio di qualche cosiddetto "catechista". Evidentemente crede che il fatto stesso di essere un "catechista" kikiano garantisce scienza infusa e sapienza elevatissima al di sopra di qualsiasi parrocchiano si possa mai incontrare. Per cui, se qualcuno (come Lino) prova solo ad aprir bocca, è già sufficiente per togliergli il saluto.

4) «Quando qualcuno di questi sapientoni restava, erano guai, perchè quando entrava la confidenza con i fratelli, a turno li stressava, cercando di convincere la vittima di turno...»

Chiaro? La recita dei cosiddetti "catechisti" sarebbe sollievo per il cuore, mentre l'insegnamento della Chiesa (che contraddice le fandonie kikiane-carmeniane) sarebbe «stress» che rende «vittime» i destinatari.

«Stress» che evidentemente è impossibile in pubblico (dunque è sottinteso che i cosiddetti "catechisti" hanno reso impossibile un dibattito, per cui occorre contattare personalmente, «a turno», gli altri partecipanti in via di "zombificazione").

Aggiungiamo pure che se si «cerca di convincere» qualcuno, è perché quest'ultimo non ha il coraggio né le capacità per accorgersi dell'inganno.

Ecco perché sono «guai» quando qualcuno, scoprendo le magagne del Cammino, cerca di farne partecipi gli altri. Bisogna mandarlo via, poiché farlo rimanere in Cammino significa un "pericolo" per gli altri fratelli di comunità, perché il suo amore per il vero Magistero della Chiesa è contagioso.

Stando dunque a quanto ci testimonia il fratello neocatecumenale firmatosi "Ola", vediamo che Kiko e Carmen temono come la peste che qualcuno metta a confronto le loro cosiddette "catechesi" con l'insegnamento universale della Chiesa, vediamo che hanno bisogno di seguaci ignoranti, che non osino aprir bocca, che non debbano «saperne» più dei cosiddetti "catechisti" incaricati di indottrinarli e turlupinarli.

venerdì 4 maggio 2012

Sedie pieghevoli, moquette e stravolgimento degli spazi sacri: ecco la spiritualità dei kikos!

Riprendiamo dal blog Sacris Solemnis e dal blog Barbaria questa segnalazione. Lo scarno commento lascia posto all'eloquenza delle immagini. Di seguito le nostre riflessioni.

L'assetto di una comunità schierata, non di
un'Assemblea orante che celebra il Santo Sacrificio
La chiesa di San Tomà, che si affaccia sul campo omonimo poco distante dalla chiesa dei Frari, è sicuramente tra le meno conosciute di Venezia. Sono molti i veneziani che non sono mai riusciti a varcare la soglia di quella chiesa che sia affaccia solenne su uno dei punti più tranquilli della città, seppur battuti da turisti e lavoratori diretti a Campo San Polo e a Rialto.

Il curatore del blog Barbaria è riuscito ad entrare eccezionalmente e a scattare qualche fotografia, che noi prontamente diffondiamo [e che qui abbiamo ripreso con inquietudine].

L'onnipresente "Madonna di Kiko"
al posto di un antico dipinto...
Diciamo che il colpo d'occhio è a dir poco sorprendente. La bellezza della chiesa si misura con le "installazioni" della comunità Neocatecumenale che ne occupa lo spazio come sede ormai da anni.

Ciò che colpisce maggiormente è l'assenza di un altare e di un tabernacolo. Il vecchio altar maggiore è stato completamente occultato con una serie di scanni in stile, con tanto di sede "presidenziale" molto sofisticata, se paragonata alle sedie di plastica disposte sulla moquette blu esattamente sotto al Martirio di San Tomà di Jacopo Guarana. Un atmosfera, diciamo... particolare.

Le comunità neocatecumenali in Venezia sono numerose: dopo la sede a San Tomà, contano San Geremia, Santi Apostoli e Santa Maria Formosa, tutte liturgicamente adeguate al carisma del cammino.
Arrivano i neocatecumenali:
altare e tabernacolo vengono nascosti
L'opera più notevole all'interno della Chiesa di San Tomà è un grande affresco posto sul soffitto. Tale affresco, Martirio di San Tommaso, venne eseguito nel 1780 da Jacopo Guarana. Le altre tele degli altari minori sono state per lo più rimosse e ricollocate in altre chiese della città. Anche l'altare maggiore non c'è più e al suo posto si vede un leggìo e dei seggi in legno. [Queste informazioni le riprendiamo dal Blog Barbaria]

[Nei commenti sul blog Sacris Solemnis c'è chi si chiede dove abbiano rubato il coro ligneo posto davanti al Tabernacolo, ancor meglio visibile da quest'altra angolazione (vedi foto sopra). Stessa perplessità sulla sorte delle reliquie e dei tesori un tempo custoditi in Sacrestia...]


La chiesa di san Tomà, costruita a Venezia tra il IX-X secolo, ha accolto più di un millennio di vita cattolica. Quante anime, non solo veneziane, avranno vissuto lì i più importanti momenti della loro vita? Quante generazioni di fedeli vi si saranno inginocchiate per la Confessione e la Comunione? Di fronte alla bellezza artistica, timido e commosso bagliore della sublimità della fede, quanti pellegrini, entrandovi per la prima volta, avranno elevato il loro cuore a Dio umili e grati?

Quel tempo è finito. Ora la chiesa di san Tomà è stata agguantata dai kikos (e si vede), è diventata Centro neocatecumenale diocesano del Patriarcato di Venezia (eh, sì, sapete, a differenza degli altri movimenti ecclesiali, i neocatecumenali hanno bisogno di uno "spazio vitale" liturgico tutto per loro).

In parole povere, è chiusa al pubblico ed è stata "kikizzata". Per riuscire a scattare qualche foto, Fausto ha dovuto aspettare a lungo per costruirsi l'occasione giusta: le luci accese che filtravano dalla vetrata, la corsa al Campello dove poter chiedere di visitarla, la fortuna di trovare una persona gentile e di non trovarvi riuniti i neocatecumenali.

Non è più tempo di inginocchiatoi e altari...
Il primo orrore che notiamo è la moquette blu, che copre l'antico pavimento e corrisponde all'usanza-mania dei tappeti, che rendono sontuoso l'ambiente.

Quindi notiamo le centinaia di sedie, disposte come Kiko e Carmen comandano: due gruppi ai lati disposti frontalmente, ed un terzo gruppo al centro che guarda verso la sede dell'oratore pontificante e schitarrante.

Che genere di "liturgia" necessita di moquette,
sedie, ambone, ma senza altare né tabernacolo?
Ciò che ci colpisce di più è l'assenza di un altare e di un tabernacolo. Non sia mai che occhi neocatecumenali abbiano da vedere l'orrore di un altaresapete, quella cosa dove i cattolici perpetuano il sacrificio, dove avviene la transustanziazione...

Il vecchio altar maggiore è stato completamente occultato con una serie di scanni in stile, con tanto di sede "presidenziale" molto sofisticata, se paragonata alle sedie di plastica disposte sulla moquette.


Altare, inginocchiatori, tabernacolo, immagini di santi e via Crucis? Macché! Questo è un "centro neocatecumenale", ragazzi! Qui vige la nueva teologia di Kiko e Carmen!

Ringraziamo Sacris Solemniis per la segnalazione e Fausto per le foto).

Per maggiori informazioni rinviamo al sito web del Patriarcato di Venezia a questo link.

Kiko e Carmen al posto di san Giuseppe Calasanzio

Un gruppo di Scolopi abbandona il suo ordine per creare una nuova famiglia religiosa

SONO VICINI AL CAMMINO NEOCATECUMENALE

L'arcivescovo di Valencia (in Spagna), nell'ambito della pastorale dell'educazione, accoglierà una ventina di religiosi della Provincia degli Scolopi di Valencia che, dopo una fase di discernimento nella quale è intervenuta anche la Santa Sede, creeranno una nuova realtà ecclesiale. Tutto questo sta avvenendo dopo le divisioni createsi da alcuni anni in tale Provincia a causa di un gruppo di religiosi che intendeva vivere diversamente il carisma degli Scolopi.

(Vida Nueva) Il problema si è posto più di dieci anni fa, quando tra gli Scolopi di Valencia si è costituito un gruppo di religiosi con una sensibilità molto vincolata al Cammino Neocatecumenale.

In parole povere, oltre ai problemi creati da questa doppia obbedienza, quei religiosi avevano introdotto nei loro collegi una serie di pratiche pedagogiche e pastorali lontane dallo stile del resto degli Scolopi, allontanandosi dal carisma di "pietà e studio" del loro fondatore, san Giuseppe Calasanzio. Tali divisioni nella Provincia sono cresciute al punto che al 46° Capitolo Generale dell'ordine (tenuto nel 2009 a Peralta de Sal, presso Huesca), a seguito di varie visite e colloqui nella Provincia, il superiore generale padre Pedro Aguado aveva proposto come prima soluzione di spostare alcuni di tali religiosi in altre Province per meglio "discernere" il punto centrale "a partire dal quale questi fratelli desiderano vivere la loro vocazione".

Tale proposta risultava però in conflitto con le richieste dei religiosi vincolati al Cammino, che intendevano mantenere il controllo di due scuole della Provincia della zona di Valencia (quelle delle zone di La Malvarrosa e in località Algemesi) nelle quali sviluppare ciò che loro consideravano come "l'autentico carisma degli Scolopi".

Così, di fronte al rifiuto della soluzione proposta, il Superiore Generale ha invocato l'obbedienza chiarendo che la fedeltà al carisma degli Scolopi è centrata sulla congregazione stessa, senza che sia indispensabile "nessuna concreta esperienza educativa ed ecclesiale, per quanto ricca possa essere".

Il responso da Roma
I membri di questo gruppo, incoraggiati da alcuni vescovi spagnoli, hanno richiesto la mediazione della Santa Sede e presentato il problema a Kiko Argüello. A luglio 2010, dopo aver dettagliatamente analizzato il caso, il cardinal Rodé aveva ordinato una visitazione apostolica alla Provincia degli Scolopi per tramite di Esteban Escudero, all'epoca vescovo ausiliare di Valencia.
Alla fine di ottobre 2010 veniva riconosciuta l'esistenza di un gruppo di religiosi "con una sensibilità ecclesiale molto marcata e che desiderano vivere in modo diverso lo stile di vita ed il carisma degli Scolopi". Per questa stessa ragione invitava il gruppo ad uscire dall'Ordine e a creare un nuovo cammino "in una modalità differente dall'ordine degli Scolopi" e con una identità "chiara e distinta".

Stando alle fonti consultate da Vida Nueva, 23 ex scolopi (diciotto sacerdoti e cinque novizi) hanno scelto di lasciare l'Ordine per integrarsi nel nuovo carisma.


Traduzione di un articolo da Vida Nueva dell'11 marzo 2011 (l'articolo completo è disponibile solo per i suoi abbonati).

Nostre note alla traduzione:

1) L'ordine dei padri Scolopi (ordine religioso dei Chierici Regolari Poveri della Madre di Dio delle Scuole Pie) fu fondato dal sacerdote spagnolo san Giuseppe Calasanzio a Roma nel 1617 ed ha per carisma l'istruzione e l'educazione dei giovani. Attualmente conta un migliaio di sacerdoti (metà di quanti erano quarant'anni fa: anche loro vittima della bufera postconciliare) con voti di povertà, castità ed obbedienza.

2) L'articolo (tratto da un sito web alquanto benevolo verso i neocatecumenali) tenta delicatamente di dire che:

  • i neocatecumenali avevano deliberatamente "popolato" la provincia degli Scolopi
  • hanno tentato per molti anni di "neocatecumenalizzarla" creando solo dolorose divisioni
  • hanno preteso di essere interpreti autentici del carisma degli Scolopi
  • hanno fatto di tutto per disobbedire al Superiore generale degli Scolopi
  • hanno chiesto l'intervento di Kiko e dei loro vescovi amici contro il Superiore che li richiamava all'obbedienza
  • si sono vendicati facendo ricevere una "visitazione apostolica" dalla Santa Sede
  • hanno fatto sufficienti pressioni (agli inizi, infatti, Roma era esitante) per poter creare una nuova fondazione religiosa dove ubbidire a Kiko prima che a san Giuseppe Calasanzio.

giovedì 3 maggio 2012

La dittatura della trasparenza

Di solito non facciamo da cassa di risonanza per notizie che non riguardano il Cammino, ma mi è appena capitato di leggere il testo di "Andreas Hofer", che desidero condividere con voi e con tutti i nostri lettori neocatecumenali che forse non si sono mai posti il problema del pudore, che non ha soltanto a che vedere con la sfera corporea, ma riguarda tutto l'uomo, nella sua interezza di corpo, psiche e spirito. Una bellissima e profonda riflessione che propongo a chiunque desideri crescere in umanità, che è come dire crescere in cristianità, perché l'uomo e Dio sono ormai indissolubilmente uniti nella Persona umano-divina del Signore Gesù. E la cosa non funziona in automatico, né richiede patenti e bollini; ma, anche se parte dal dono del Battesimo, esige poi fedeltà e coerenza, quella dei «veri adoratori in spirito e verità».


Ad essere in primo piano nel pudore è sempre lo sguardo. La pudicizia si palesa come inesprimibile disagio di fronte alla nudità, che sorge laddove ciò che vediamo non è da vedersi o quando ciò che mostriamo non è da mostrarsi. Indefinibile timore della profanazione, misteriosa titubanza dello spirito in presenza di una grandezza soave ed inerme, il pudore si manifesta sulla soglia di un varco segreto o di una riserva inviolabile, ha qualcosa del rispetto dovuto alle cose sacre.

Condizione del pudore è il mistero inattingibile celato in ogni essere, il sancta sanctorum cui nessun altro, salvo Dio, può avere accesso. E il pudore altro non è che il discreto, vigile custode dell’interiorità individuale, il presidio dell’intimo nucleo dell’uomo. Osserva Mounier nel suo Trattato del carattere che « il vero pudore veglia alle porte di un qualcosa di sacro; è per il credente una vedetta davanti al tempio dello Spirito Santo, oppure, da un punto di vista profano, la vestale di una specie di poesia del segreto e del disponibile ».

La società dello spettacolo sembra invece aver fatto suo un undicesimo comandamento: Tutto dev’essere mostrato, nulla nascosto. La stessa assordante verbosità tanto di moda oggi è segno di disgregazione interiore. I miti dello spontaneismo e della sincerità, la crescente marginalizzazione del silenzio stanno ad indicare la caduta verticale del muro di separazione tra interiorità ed esteriorità. Come se l’”incontinenza verbale” fosse connessa nella persona, ormai priva di quegli argini capaci di trattenere ciò che risiede al suo interno, a una inarrestabile dispersione del sé.

« La nostra società – afferma senza mezzi termini la Selz – è fondamentalmente senza pudore. E il massimo di impudicizia è forse quello di essere convinti che tutto sia ottenibile e condivisibile da tutti, perfino quello che riguarda la sfera più intima. Il pudore va quindi considerato come un parafuoco, nel senso più forte, contro questo desiderio megalomanico, a cui manifesta e impone un limite ». Gli esiti spersonalizzanti del declino della pudicizia vanno ben oltre la sfera dei rapporti sessuali, vanno a colpire le relazioni tra gli individui in senso generale. Non c’è nulla di più pericoloso per la stessa sopravvivenza della comunità umana di vivere sotto il tallone di una dittatura della trasparenza che in nome del piacere ad ogni costo condanna il pudore all’anormalità ed elegge a imperativo categorico l’illimitata esibizione di corpi e sentimenti.

È assolutamente vitale dunque richiamare in servizio il pudore, questa sentinella dell’ineffabile. Per assicurare un vero incontro tra gli esseri umani, affinché ci sia scambio autentico, è necessario che prima tra di loro sia stato scavato un vuoto che ne definisca i limiti e tracci gli spazi propri a ciascuno.

In chi si accosta con intenzioni nobili al mistero di un altro essere l’intimità accresce rispetto e venerazione. Lo sguardo pudico è sempre contemplativo, è visione di una realtà che suscita stupore, presenza viva di un mistero che oltrepassa i limiti della comprensione razionale, puramente logico-deduttiva. Nel pudico lo sguardo si accompagna all’ammirazione e riposa nell’oggetto contemplato. Non muove assalti né cinge d’assedio, giacché il suo movente non risiede nell’ebbrezza conquistatrice del’avventuriero. Come fosse stata marchiata a fuoco dall’eternità, la creatura che è stata oggetto di una visione sprigionatasi da simili abissi di profondità ne resta per sempre segnata da un ricordo indelebile. Cos’altro grida la voce spezzata di Loredana Berté nel rievocare con struggente nostalgia lo sguardo di quell’uomo che «accecato d’amore» la «stava a guardare»?

Per l’individuo meschino, al contrario, mai vi sarà sufficiente nudità, velo che non debba essere sollevato, squarciato e fatto a brandelli. Nell’animo colmo di volgarità, cui il riserbo è ignoto quanto la tenerezza, l’intimità uccide il riguardo sostituendovi la brama di possesso. Per questo motivo stupefazione e meraviglia sono negate all’impudicizia. Colui al quale tutto è stato detto, ogni segreto svelato, è incapace di stupirsi.

Occorre diffidare degli spregiatori dell’homo pudens, sospettare della febbrile agitazione di chi vuole abbattere ogni bastione, infrangere qualunque recinto. È il sogno a lungo vagheggiato dai devoti del potere, dagli adoratori della forza d’ogni risma: realizzare una collettività sociale talmente assorbente e totalitaria da riuscire ad estirpare nell’uomo la facoltà di meravigliarsi dinanzi al mistero della vita. Perché, caduta la pudica muraglia eretta tra gli esseri umani, saremo tutti consegnati alle fauci del Leviatano.

martedì 1 maggio 2012

Kiko riscrive la storia a modo suo

Un documento allucinante presentato dal blog spagnolo Crux Sancta ([link pag.1] [link pag.2]): la "storia dell'Eucarestia secondo Kiko e Carmen".

Si vede bene, in tal miscuglio di verità e falsità, di approssimazioni e di farneticazioni, il tentativo dei cosiddetti "iniziatori" di piegare la storia ai propri comodi.


La storia dell'Eucarestia secondo Kiko

Le seguenti immagini corrispondono a delle gigantografie che si utilizzano per spiegare la storia dell'Eucarestia dal punto di vista personale di Kiko Argüello.

Tali gigantografie sono state utilizzate nella convivenza di iniziazione al Cammino Neocatecumenale nel 2011 e sono basate (e riassumono) ciò che è contenuto più dettagliatamente nei "mamotreti" segreti del Cammino.

Dal I al III secolo, fino a san Giustino:



Prime eucaristie cristiane:



Riassunto di storia dell'Eucarestia secondo il Cammino Neocatecumenale, dal secolo IV al secolo VIII

Secondo Kiko Argüello l'idea di "sacrificio propiziatorio" sarebbe apparsa tra il quarto e l'ottavo secolo, assieme a innovazioni sul sacerdozio e sul sacrificio:


Tra le menzogne e le farneticazioni osserviamone alcune particolarmente velenose:
«Con Costantino... entrano [nella Chiesa] grandi masse senza essere catechizzate» [sic]

«Compaiono le basiliche: regali dell'Impero» [sic]

«Appare l'idea del timore, del dover placare Dio» [sic]

«Appare l'idea del sacrificio, già superata [sic] da Israele. Sorgono nuove idee sacerdotali e sacrificali dal paganesimo...» [sic]
Diciamo solo che per contraddire i neocatecumenali basta leggere il Vangelo (Mt 18,13): "O Dio, abbi pietà di me peccatore": “Deus, propitius esto mihi peccatori”; ovviamente la baggianata dei cosiddetti "iniziatori" viene dal Farnes, il "Terminator" dei dogmi.


Riassunto di storia dell'Eucarestia secondo il Cammino Neocatecumenale, dal secolo VIII al secolo XV


Altre farneticazioni kikiane-carmeniane in un crescendo di assurdità:
«La gente non vive né capisce la Pasqua» [sic!]

«Non capiscono il latino»

«Sparisce l'assemblea»

«La messa ora appare con un significato completamente penitenziale»

«La messa ora viene considerata come cosa importante, viene detta messa per qualsiasi ragione, e si comincia a chiedere l'offerta per la messa»

«Sorgono teologie "razionali": già non si intende più il valore del segno del sacramento, ci si lega ad una superstizione assoluta»

«Sono i secoli più decadenti per la liturgia»

Riassunto di storia dell'Eucarestia secondo il Cammino Neocatecumenale: dal secolo XVI al secolo XX


Alcune tra le stupidaggini kikane-carmeniane:
«Il sacramento [dell'Eucarestia] consta di Segno ed Efficacia... in contrapposizione a Lutero, [il concilio di] Trento esalta l'Efficacia dando poca importanza al Segno»

«Ci si comunica con pane che sembra carta trasparente»

«Per contrapporsi ai protestanti si enfatizza la Presenza Reale di Cristo, eccessivamente accentuata: grandi esposizioni e processioni del Santissimo, Corpus Christi [sic!], devozioni eucaristiche, adorazioni, genuflessioni, l'elevazione affinché tutti adorino, i campanelli [durante la consacrazione]...»

Riassunto di storia dell'Eucarestia secondo il Cammino Neocatecumenale: il rinnovamento voluto dal Vaticano II

«Rimuovere paramenti, ricuperare l'assemblea, esaltare la Parola (e in vernacolo), comunicarsi con pane piuttosto che con una carta trasparente, bere tutti dal..., il bacio della pace...»

«È necessaria una catechizzazione...»

«Il Gloria è bello ma non nell'Eucarestia [sic!], poiché duplica l'anàfora...»

«La domenica comincia già il sabato sera»

venerdì 27 aprile 2012

Cosa rispondere?

Carissimi, mi aiutate a rispondere a questa mail che purtroppo leggo soltanto ora, a giorni di distanza?
E' evidente che si tratta di domande retoriche; ma c'è il grande dilemma dell'"approvazione", con la quale vorrebbero metterci a tacere. Ma qui ci sono anche quegli aspetti positivi dell'esperienza che, su un adepto che non ha la visione globale del cammino, prevalgono su qualunque altra sia pur fondata obiezione con l'oggetto della quale egli non sia ancora venuto in contatto. Obiezione che, soprattutto, non fa presa su chi non abbia una solida formazione cattolica e non sia quindi in grado di riconoscere gli 'sviamenti' da noi messi in luce. A questo si aggiunga il pesante condizionamento psicologico, il forte imprinting identitario che esso genera ed il clima di esaltazione che, attraverso l'emozione, appaga il sentimento, ma non educa la volontà. Il resto lo fa la comunicazione pilotata ed autoesaltatoria che circola all'interno e che ormai sono in diversi a riconoscere.

Salve,
Ho visto il Vs sito. Non ho conoscenze teologiche, dottrinali di Catechismo della Chiesa Cattolica. Faccio parte del Cammino Neocatecumenale. Sinceramente non mi sono mai posto tante domande e ho seguito sempre il Cammino perché consigliatomi dal mio parroco. In effetti grazie alla guida dei catechisti e soprattutto della Parola di Dio ho fatto tante esperienze dell'amore di Dio di fronte a tante esperienze di peccato dovute alla mia indole umana.
Ma leggendo i Vs articoli vado un po' in crisi, si smonta una certezza di sostegno alla mia già misera se non nulla fede. Per avere maggiori chiarimenti vi pongo umilmente alcune domande alle quali vi pregherei di rispondere con vero zelo cristiano.
- perché il Vaticano non disincentiva o dichiara eretico questo movimento, invece di approvare statuti, ricevere i fondatori, ecc.? Quale miglior voce del Papa che in materia di fede dovrebbe essere infallibile?
- cosa dovrei fare io per camminare verso Cristo in una vita da vero cristiano? Lasciare il Cammino Neocatecumenale per quale altra alternativa?
Grazie per la considerazione, Vi saluto e auguro una Santa Pasqua di Risurrezione.
Nome Cognome

giovedì 26 aprile 2012

Il pragmatismo uccide la fede

"Honesta turpitudo pro causa bona est".

Lo disse Pubblilio Siro duemila anni fa, ma è terribilmente attuale. Non è il demonio ad uccidere la fede, e nemmeno l'ateismo. È il pragmatismo, che spinge la Chiesa ad accogliere tutto ed il contrario di tutto sotto il sacro manto. Ed è il relativismo religioso, non meno pernicioso di quello filosofico, per cui non vi sarebbero beni assoluti e mali assoluti e tutto va contestualizzato, storicizzato.

Questa concezione dominante ha spinto ad un cambio di prospettiva: dal male assoluto si è passati al male relativo. Così il cammino neocatecumenale è stato evidentemente considerato, nella peggiore delle ipotesi, un male minore rispetto alla lontananza dalla fede, alla violenza della società, all'espansionismo islamico, ecc. ecc.

Kiko, di certo, non è un dèmone. Più che altro, è un individuo che ha imparato progressivamente a gestire la propria eccentricità, il proprio carisma sugli altri, fino a trasformarlo in uno strumento di esaltazione collettiva. Sapendo circondarsi degli appoggi giusti nelle gerarchie e fuori di esse. Alla fine l'ha vinta, a dimostrazione di quanto possa il connubio auto-esaltazione e lucidità.

Quanto al Papa, fa il suo mestiere, che è quello di vedere il bicchiere sempre mezzo pieno, sapendo accogliere anziché respingere. Tuttavia, grava su di lui il peso di scelte sicuramente problematiche e piuttosto dirompenti tra i fedeli.

Bisogna pregare anzitutto per lui, perchè se un Papa si sbaglia, sono disastri per la Chiesa (e per l'umanità).

Al momento in cui siamo, ci chiediamo se il Papa abbia ancora qualcosa da dire sulla questione CNC: non lo sappiamo e crediamo non lo sappiano neppure i suoi più stretti collaboratori. Ci appare difficile, comunque, che possa imprimere una sterzata fortemente correttiva sui direttori, che nonostante la sorprendente approvazione continuano a rimanere "segreti", dopo aver approvato lo statuto del CNC al di là di ogni ragionevole dubbio. Anche se ora, in extremis, qualcosa sulla Liturgia si è mosso.
A dire il vero, il nostro Papa è un inguaribile ottimista, poiché è riuscito a vedere quel poco di buono nel Cammino in un mare magnum di contraddizioni e storture che lo accompagnano, come denunciato qui e altrove.

Ed è un Papa che sorprende, perchè dopo aver chiaramente impresso una svolta nella riscoperta dei valori della tradizione cattolica ed ecclesiale, ha approvato il frutto più controverso e plateale della ermeneutica post-conciliare, con aggiunte sincretiste e giudaizzanti.

Parlavo di pragmatismo come vero malanno della Chiesa. In effetti ciò che danneggia e disorienta il credente cattolico è la mancanza di posizioni inequivoche, tradizionali o progressiste che siano.

Nessuno è abbastanza progressista nella Chiesa odierna da suscitare un sano moto oppositivo nelle coscienze dei credenti tradizionalisti. E nessuno è abbastanza tradizionalista da sgomberare il campo da qualsivoglia equivoco sulla certezza dei dogmi fondanti della fede, con assunzione di comportamenti consequenziali.

O meglio. Vi è una certa contraddizione tra l'affermazione dei dogmi ed il perseguimento di politiche diplomatiche e tolleranti. Sarà colpa della globalizzazione, della secolarizzazione, non so. Impera, però, una strategia fifty-fifty, da via di mezzo, cerchiobottista e pragmatica, all'insegna dell'embrassons-nous.

Un clima che non è nato oggi, visto che il Cammino ha preso piede negli anni sessanta, senza particolari reazioni e non certo in virtù dell'aura di segretezza di cui si è circondato, considerato che le notizie su di esso circolavano già allora. Diciamo che è nato nel momento giusto, con una Chiesa divisa e spaccata su tutto, come il mondo esterno, inserendosi alla grande tra le opposte fazioni per seguire una propria originale strada, fatta di parole antiche e comportamenti ultramodernisti.

Solo qualche ventennio prima, e il CNC sarebbe stato liquidato senza troppi preamboli, esattamente in difesa di quei valori oggi tranquillamente messi in discussione, senza particolari doglianze, a parte qualche lamento.

Temo proprio che Publilio Siro abbia colto nel segno, a proposito delle turpitudini quando diventano utili alla causa. Il dilemma è se la causa, rinforzata dalle turpitudini, rimanga incorrotta o non si trasformi in qualcosa d'altro.
Materia per fini disquisizioni teologiche.
Liberio

mercoledì 25 aprile 2012

Che cosa si intende - nella Chiesa - per "dare l'autorizzazione per pubblicare" un testo destinato alla catechesi?

Si tratta dell'ennesimo testo di grande rilevanza sul Cammino neocatecumenale che negli ultimi tempi non proviene da noi, ma da altre autorevoli fonti, come, ad esempio, questo di Cantuale Antonianum, che smonta l'interpretazione pro-cammino sulla vexata questio della pubblicazione del Direttorio NC.

Un anonimo lettore, manda un apparentemente dotto commento che dobbiamo smontare - per solo amore di verità -, in quanto rivela la sottile mentalità farisaica di chi vuole giocare con il diritto, sollevando questioni formali, senza tener conto delle particolarità del diritto canonico, il quale si interessa del bene delle anime, non - in primo luogo - di cavilli da giureconsulti (non sempre ben informati...). Io, certo, non pretendo di essere un esperto di diritto, ma chi ha mandato il suo commento non ha neppure lui un'invidiabile conoscenza di ciò di cui parla, per usare un eufemismo. E comunque, da vari macroscopici indizi, il commentatore mostra di prendere granchi grandi come case. Per essere gentili. Iniziamo il vaglio.

1) Il commento si riferisce a questo post, che dovreste utilmente rileggere:

2) Il testo del commento inviato dice:
Forse, caro Fr A.R., dovrebbe considerare meglio cosa si intende nel diritto (in generale, ma anche nel diritto canonico) col termine "pubblicazione". Il diritto, come tutte le scienze ha un linguaggio tecnico se si ignora il quale si rischia di incorrere in errori e confusione. Pubblicare in linguaggio giuridico non si riferisce ad un atto materiale di stampa, ma ad una consegna nelle mani di un organo pubblico, il quale garantisca che il testo non sia modificato senza autorizzazione e che il testo non sia occultato. E’ solo l’organo pubblico che garantisce ciò, e non l’edizione, che è un fatto privato e può contenere refusi, alterazioni, o semplicemente essere oggetto di riedizione. In questo caso per pubblicazione si intende il deposito del testo già approvato presso gli archivi della Santa Sede. Vada in Vaticano e chieda di prenderne visione. La decisione di concederglielo o meno non è in mano ai NC ma alla Santa Sede, e da parte loro con la consegna alla Biblioteca Vaticana la disponibilità al pubblico è pienamente effettuata. La “pubblicazione” come accordo commerciale con un editore per realizzare un testo a stampa acquistabile in libreria non è un obbligo per nessuno, ed è un fatto privato non “pubblico".
La messa a disposizione tramite l’organo pubblico non vuol dire che si debba metterle il testo su un piatto d’argento, affinchè lei lo esamini e giudichi se è cattolico. Questo lo hanno già fatto coloro che ne hanno l’autorità. Pertanto lei può chiederne una copia o prenderne visione andando in Vaticano, e sarà poi l’organo pubblico a determinare se e come farglielo consultare. Quel testo non appartiene più nè ai NC, nè a lei o a me. Quel testo è un atto della Chiesa, perchè è lo Statuto di un associazione PUBBLICA di fedeli su cui la Santa Sede ha messo il suo sigillo. Grazie per l'ospitalità. :)
3) L'anonimo commentatore in buona fede, probabilmente più esperto di diritto commerciale che di diritto della Santa Chiesa, commette vari e gravi errori, che ora esporremo (ed essendo alquanto comuni cerchiamo di correggerli):
  1. Il Cammino Neocatecumenale non è e non ha mai voluto essere una ASSOCIAZIONE PUBBLICA DI FEDELI, come asserito dall'anonimo. E qui si vede che lo scrivente non ne fa parte, o è un "novizio". Quante volte deve ripeterlo il povero Kiko che non vuole sentir parlare per il Cammino di "Associazione"? E infatti il Cammino Neocatecumenale, dicono gli Statuti, è una Fondazione di religione e di Culto (basta leggere la nota 3 dell'art 1 §3).
  2. Il caro commentatore non si accorge però di che cosa si sta esattamente parlando nell'articolo che commenta e di quale documento si discuta nel post. Non si tratta, come egli afferma nel concludere la sua filippica, dello STATUTO del movimento (il quale è stato pubblicato, divulgato, ciclostilato e può essere trovato anche qua), ma del Direttorio per la Catechesi del Cammino Neocatecumenale (se il giurista-commentatore non ha colto la differenza tra l'uno e l'altro documento, lascio ai lettori l'ardua sentenza....). Comunque sia continuiamo nel merito.
  3. Nel linguaggio ecclesiale un testo viene "approvato PER la pubblicazione", e questo non coincide con il linguaggio del diritto civile (o diritto "in generale" come dice l'amico) che prevede il deposito di statuti o altri regolamenti di aziende per darne la necessaria pubblicità, cioè perché non venga occultato. Quest'ultima è una precauzione necessaria in altri ambiti. Nessuno, infatti, può o vuole occultare la dottrina della Chiesa o il vangelo; anzi devono essere annunciati ad ogni creatura per comando di Cristo! La Chiesa, però, volendo tutelare i fedeli da opinioni eventualmente non conformi alla dottrina cattolica, prevede che i testi che trattano di fede e morale, prima di essere divulgati, usati pubblicamente, in forma scritta (stampata o meno, non importa il supporto) vengano vagliati e approvati. Tanto più un documento che si propone di essere un DIRETTORIO PER LA CATECHESI, cioè di un testo di riferimento per l'insegnamento della fede. Dice il Diritto canonico in maniera generale:
    Can. 823 - § 1. Perché sia conservata l'integrità della verità della fede e dei costumi, i pastori della Chiesa hanno il dovere e il diritto di vigilare che non si arrechi danno alla fede e ai costumi dei fedeli con gli scritti o con l'uso degli strumenti di comunicazione sociale; parimenti di esigere che vengano sottoposti al proprio giudizio prima della pubblicazione gli scritti dei fedeli che toccano la fede o i costumi; e altresì di riprovare gli scritti che portino danno alla retta fede o ai buoni costumi.
    § 2. Il dovere e il diritto, di cui al § 1, competono ai Vescovi, sia singolarmente sia riuniti nei concili particolari o nelle Conferenze Episcopali nei riguardi dei fedeli alla loro cura affidati, d'altro lato competono alla suprema autorità della Chiesa nei riguardi di tutto il popolo di Dio.
    Per quanto poi riguarda il nostro caso, il decreto di approvazione del Direttorio Catechetico si riferisce ad esso come a "sussidio valido e vincolante per le catechesi del Cammino Neocatecumenale" (vedi qui). Perciò ad esso si applica il seguente canone che si riferisce a "scritti pertinenti all'istruzione catechetica":
    Can. 827 - § 1. I catechismi come pure gli altri scritti pertinenti all'istruzione catechetica o le loro versioni, per essere pubblicati, devono avere l'approvazione dell'Ordinario del luogo, fermo restando il disposto del can. 775, § 2.
    § 2. Qualora non siano stati pubblicati con l'approvazione della competente autorità ecclesiastica o da essa successivamente approvati, nelle scuole, sia elementari sia medie sia superiori, non possono essere adottati come testi-base dell'insegnamento i libri che toccano questioni concernenti la sacra Scrittura, la teologia, il diritto canonico, la storia ecclesiastica e le discipline religiose o morali.
    § 3. Si raccomanda che i libri che trattano le materie di cui al § 2, sebbene non siano adoperati come testi d'insegnamento, e parimenti gli scritti in cui ci sono elementi che riguardano in modo peculiare la religione o l'onestà dei costumi, vengano sottoposti al giudizio dell'Ordinario del luogo.
    § 4. Nelle chiese o negli oratori non si possono esporre, vendere o dare libri o altri scritti che trattano di questioni di religione o di costumi, se non sono stati pubblicati con licenza della competente autorità ecclesiastica o da questa successivamente approvati.
    Ovviamente trattandosi di un testo di catechesi destinato virtualmente a tutto il popolo di Dio non è approvato da un Ordinario di qualche luogo, ma dalla Santa Sede. Se un parroco scrive un catechismo per la sua parrocchia (e può farlo) ha bisogno dell'approvazione, se Kiko scrive un direttorio catechistico per i neocatecumenali ha bisogno dell'approvazione. E si ritiene che sia il parroco che Kiko non intendano tenere in un cassetto o nel chiuso di polverosi scaffali un'unica copia del loro testo che con tanta fatica hanno composto. O sbaglio?
4) Come si può ampiamente costatare, nel vocabolario del Diritto della Chiesa pubblicare vuol proprio dire "rendere pubblico", divulgare con lo scritto - in questo caso -, perché non si tratta di semplici documenti che riguardano il funzionamento interno di una associazione, ma di testi destinati - per loro stessa natura - a diventare predicazione pubblica, fatta a nome della Chiesa, e devono perciò essere diffusi e dati in mano a quanti dovranno usarli in maniera "vincolante".

5) Inoltre, proprio per evitare gli errori materiali che l'anonimo commentatore paventa, la Chiesa prevede che prima di tutto vengano approvati gli scritti per la pubblicazione, poi, se di essi vengono fatte nuove edizioni o traduzioni, anche queste, di volta in volta, siano controllate e approvate singolarmente. La prudenza non è mai troppa:
Can. 829 - L'approvazione o la licenza di pubblicare un'opera ha valore per il testo originale, non però per le sue nuove edizioni o traduzioni.
6) Il commentatore sornione e ironico afferma poi: "La messa a disposizione tramite l’organo pubblico non vuol dire che si debba metterle il testo su un piatto d’argento, affinchè lei lo esamini e giudichi se è cattolico". E io rispondo: non pretendo di avere il testo su un piatto d'argento, e tantomeno ritengo di dover giudicare "se è cattolico". Il problema è che questo testo è destinato alla catechesi (cioè per sua natura è un testo che pretende di essere reso pubblico in qualche forma) e io, come presbitero o parroco o vescovo, ho il dovere di controllare che ciò che viene detto corrisponda al testo approvato. Se per caso sorgono dubbi o ambiguità a chi pensa si rivolgeranno i fedeli per avere un chiarimento? Ma se non ho accesso al sussidio, come posso svolgere il compito che mi è stato affidato dall'Autorità ecclesiastica, al quale mi sono assogettato dal giorno della sacra ordinazione e del quale dovrò render conto a Dio?

7) Personalmente ritengo che il ritardo nella pubblicazione si sia verificato solo a causa dell'iter che è stato seguito per far approvare in maniera specifica, dalla Congregazione per il Culto Divino, le "celebrazioni" particolari del Movimento, mentre il resto del testo è approvato dal Pontificio Consiglio per i Laici su mandato della Congregazione della Dottrina della Fede. Adesso, dopo l'ultima approvazione di qualche mese fa, non dovrebbero esserci più ostacoli al "rendere pubblico" un testo per la catechesi che la Chiesa ha con tanto impegno fornito del proprio sigillo di approvazione.

8) Mi pare di aver ampiamente risposto all'anonimo che deve informasi meglio sul peculiare gergo del diritto ecclesiale, soprattutto per quello che riguarda la "Funzione di insegnare nella Chiesa", il cosiddetto "munus docendi", che - per quanto ne so - non mi sembra abbia paralleli nel diritto pubblico o privato che sia. Perciò sostenere che: "Pubblicare in linguaggio giuridico non si riferisce ad un atto materiale di stampa, ma ad una consegna nelle mani di un organo pubblico" potrà anche valere in altro ambito (perfino nel diritto canonico, per esempio quando si parla di fare le "pubblicazioni per il matrimonio", dove non si intende ovviamente "stampare il libretto della liturgia di nozze"!), ma non ha lo stesso significato quando si tratta di predicazione e di catechesi e di pubblicazioni che hanno per oggetto la fede e la morale.

9) Aspettiamo, quindi, fiduciosi, di poter prima o poi vedere diffuso in ogni forma - come merita - il testo del Direttorio Catechetico che non è - lo ricordo ancora - destinato solo ad un movimento o una associazione come un regolamento interno, ma a tutti i fedeli (e anche a quelli che vogliono diventare fedeli), compresi i pastori.

martedì 24 aprile 2012

Cammino neocatecumenale: un passo falso per il « Piccolo Ratzinger »?

Questo articolo è stato tradotto dal Blog Francese Riposte Catholique, che lo ha pubblicato ieri 23 aprile. A dimostrazione che non siamo i soli a farci domande e che certe incongruenze stanno facendo il giro del mondo. E forse era anche ora; anche se non possiamo esser certi del tipo di conclusione di questa brutta storia, a causa dell'enorme potere economico, curiale ed altro che questa entità ora ecclesiale ha saputo intessere negli anni con molte connivenze, ma anche con subdola penetrazione, facilitata dal sia pur ridimensionato - se non dalle nostre denuce e testimonianze, ma purtroppo non abbastanza - 'segreto' sulle sue prassi e sulla sua dottrina, inversamente proporzionale allo sbandieramento delle ripetute 'approvazioni'. Quanto al cardinal Cañizares, ricordiamo anche come egli abbia clamorosamente smentito il Santo Padre il giorno successivo ai suoi richiami al Cammino, indicandone enfaticamente la liturgia come esemplare sulla stampa spagnola...

Al momento della sua nomina alla testa della Congregazione per il Culto Divino, nel dicembre 2008, il cardinal Antonio Cañizares Llovera godeva di una solida reputazione di prelato ortodosso al punto da venir qualificato dalla stampa come « Piccolo Ratzinger ».

Inoltre arrivando in un Dicastero il cui predecessore, il cardinal Arinze, aveva preparato il terreno alla « riforma della riforma » voluta da Benedetto XVI, specialmente con l'Istruzione Redemptionis Sacramentum del merzo 2004 « su alcune cose che si devono osservare ed evitare circa la Santissima Eucaristia» (1), a molti psservatori e fedeli il prelato spagnolo sembrava l'uomo giusto per rimettere Dio nel cuore della Liturgia.

Per questo, il cardinal Cañizares poteva appoggiarsi sul segretario della congregazione, Mons Malcolm Ranjith, pienamente devoto al Santo Padre e alla sua opera di restaurazione della Messa, culine della vita cristiana. I primi mesi dell'attività del « Piccolo Ratzinger » confermarono d'altronde le speranze riposte in lui, soprattutto per la ripetuta celebrazione della forma extraordinaria (2) e di dichiarazioni forti come la sua prefazione al libro di don Nicola Bux La Riforma di Benedetto XVI o la sua intervista al Tagespost del luglio 2010 nella quale il cardinale perorava « una virata a 180° » in materia di pastorale dei giovani, al fine di aiutarli a rinnovare il senso del mistero divino.

Tuttavia, nel giugno 2009, Mons. Ranjith viene inviato dal Papa nello Sri Lanka – ciò che gli aprirà le porte del cardinalato – e sostituito dal domenicano americano Joseph Augustine Di Noia. Eccellente teologo, Mons. Di Noia purtroppo conosce male il nuovo movimento liturgico e s'impegna a frenarlo quanto gli è possibile. E ciò, senza che il cardinal Cañizares sembri preoccuparsene. Questa strana passività del prefetto della congregazione contribuisce di fatto poco a poco a raffreddare l'ardore dei suoi sostenitori che si scoraggiano soprattutto per l'assenza di promozione della comunione nel modo tradizionale, a dispetto dell'esempio dato da Benedetto XVI dal Giovedì Santo 2008.

Occorre dire che il cardinal Cañizares sembra molto impegnato per la Chiesa di Spagna e, soprattutto, per una delle comunità più dinamiche, il Cammino neocatecumenale che, in 40 anni, s'è installato in più di 1 000 diocesi in tutto il mondo. Spesso citato ad esempio per la sua spinta missionaria e la sua fedeltà al magistero morale della Chiesa, « il Cammino » è tuttavia da molto tempo criticato per le sue pratiche liturgiche, ciò che il cardinal Cañizares, proprio per la sua funzione, non può ignorare.

Il tempo che egli dedica a Kiko e Carmen, i fondatori del Cammino, dovrebbe dunque giustificarsi non soltanto attraverso un incoraggiamento alle eccellenti disposizioni dei suoi membri, ma anche attraverso la volontà di ricondurli ad una concezione della Liturgia più ortodossa (come d'altronde richiesto dal cardinal Arinze nel 2005).

Ora ecco che il Papa, secondo il vaticanista Sandro Magister, ha appena ordinato alla Congregazione per la Dottrina della Fede di esaminare se le messe neocatecumenali sono conformi o meno alla dottrina e alla pratica liturgica della Chiesa cattolica.

Una decisione che suona come una umiliazione per il Prefetto della Congregazione per il Culto divino, che si era adoperato perché il suo dicastero desse parere favorevole ad un decreto preparato dal Pontificio Consiglio per i laici e che Radio Vaticana presentava, il 19 gennaio scorso, [ovviamente la notizia è sparita, ma c'è questa del 22 successivo] come se segnasse «l’approvazione della liturgia» del Cammino neocatecumenale. In effetti a torto, poiché, dal 20 gennaio, e con grande sorpresa di Kiko e dei membri del cammino riuniti a Roma per festeggiare questo decreto, il Papa stesso precisava erano implicate soltanto le loro celebrazioni che non fossero “strettamente liturgiche”. Una riserva formulata all'ultimo minuto con grande sollievo del buon numero di ufficiali di curia che avevano visto con meraviglia il Culto divino non apportare alcuna modifica al testo uscito dal pontificio Consiglio dei laici.

le ragioni che spiegano come il « Piccolo Ratzinger » abbia lasciato passare un simile testo, suscettibile, secondo i commenti di Magister, d’introdurre « nella liturgia latina un nuovo “rito” creato artificialmente dai fondatori del Cammino, estraneo alla tradizione liturgica, pieno di ambiguità dottrinali e fautore di divisione nella comunità dei fedeli » (e dunque talmente agli antipodi della visione liturgica promossa da Benedetto XVI che egli etssso ha dovuto modificarlo all'ultimo momento) rimangono per il momento misteriose. Ciò che è certo, è che, su questa questione, il cardinal Cañizares diminuito di molto il numeor dei suoi ferventi sostenitori.

__________________
(1) Preparata in collaborazione con la congregazione per la Dottrina della Fede, allora presieduta dal cardinal Ratzinger…
(2) Ordinazioni per le Comunità Ecclesia Dei e due messe pontificali nella basilica di San Giovanni in Laterano, la prima per i Francescani dell'Immacolata nell'aprile 2009 e la seconda per i preti della Confraternity of Catholic Clergy nel gennaio 2010.

lunedì 23 aprile 2012

A rincarare la dose non è stato Magister, ma papa Benedetto XVI

Riprendiamo alcune riflessioni dal blog Cantuale Antonianum del 16 gennaio 2012 che suscitano domande che ancor oggi (potevate scommetterci) i fratelli delle comunità neocatecumenali schivano in ogni modo.

Domande ancor più scottanti alla luce del fatto che è stato papa Benedetto XVI a "rincarare la dose", poiché aveva scoperto la «trama ordita alle sue spalle» dai cosiddetti "iniziatori" e dai loro potenti amici vaticani.




Neocatecumenali e liturgie: Magister rincara la dose

Un paio di giorni fa il grande vaticanista dell'Espresso era uscito con un pezzo che ha scatenato l' "ira di Dio" tra le comunità neocatecumenali di mezzo mondo. Oggi Magister rincara la dose, e torna all'attacco. Potete leggere qui la sua requisitoria, dove si difende dai tanti attacchi che avrà certo subito in questi giorni.
Kiko: al centro di tutto
D'altra parte, anche nel nostro piccolo, non si vede spesso un post che attiri tanti commenti come quello dedicato al problema dell'adattamento autonomo e autarchico della liturgia neocatecumenale. Alcuni non li ho potuti pubblicare: solidarizzo con Magister e affermo che l'anonimato dei commenti fa dire cose - diciamo - sconvenienti, sia a chi difende sia a chi controbatte.
Intanto leggete Settimo cielo, poi riflettiamo su alcune domande.

1) Come è possibile che una FONDAZIONE, in questo caso un "insieme di beni spirituali" (Statuto, art 1 §3, nota 3), non di persone, possa essere soggetto di una liturgia propria o perfino di un indulto?

Questo ce lo devono spiegare i canonisti. Molti, anche fra i neocatecumenali, non si rendono conto che quello che è approvato è "il cammino", non le persone che lo frequentano. Mi spiego. Il neocatecumenato, per volere dei fondatori, non è un'associazione di persone nella Chiesa, non è una confraternita, non è un gruppo religioso. Nossignore. E' l'insieme di beni spirituali (CIC canone 115), cioè il cammino catechetico stesso, gestito dagli amministratori di tale Fondazione che sono le Equipes dei vari livelli. I beneficiari dei servizi catechetici di questa fondazione si incontrano in comunità. Ma non sono esse soggetto di diritti nella chiesa, quanto piuttosto le singole persone che utilizzano il servizio della Fondazione di beni spirituali che è il Neocatecumenato, sotto l'assoluta giurisdizione dei vescovi del luogo e dei loro delegati che sono i parroci. Le comunità neocatecumenali in quanto tali hanno la stessa rilevanza, nella Chiesa, di una classe di catechismo. Sia chiaro. Non sono un ente o una persona per il Diritto canonico, per esplicito volere dei fondatori.

2) Passiamo ad un'altra questione. Per volere del Concilio Vaticano II, in SC 22 troviamo che la prima norma che presiede al modo di procedere nella riforma della liturgia dice:

L'ordinamento liturgico compete alla gerarchia
Regolare la sacra liturgia compete unicamente all'autorità della Chiesa, la quale risiede nella Sede apostolica e, a norma del diritto, nel vescovo. [quindi una duplice autorità: universale, la Santa Sede, locale, con compiti di controllo, il vescovo del luogo
In base ai poteri concessi dal diritto, regolare la liturgia spetta, entro limiti determinati [traduzioni, adattamenti nazionali...], anche alle competenti assemblee episcopali territoriali di vario genere legittimamente costituite [terza autorità, distinta dalle altre due perchè. come si sa, le conferenze episcopali non sono "di diritto divino", come invece il ministero petrino e quello episcopale]. 
Di conseguenza assolutamente nessun altro, anche se sacerdote, osi, di sua iniziativa, aggiungere, togliere o mutare alcunché in materia liturgica. [non ci sono altre autorità competenti in materia, nè i presbiteri (come amano dire i neocatecumali), nè tantomeno laici ispirati o particolarmente dotti ed eruditi, nemmeno le Università pontificie o gli Istituti di Liturgia.]
Ma allora ci chiediamo: chi ha introdotto certe modifiche e adattamenti alle liturgie neocatecumenali? Chi ha deciso che non si deve dire il Gloria o il Credo fino a un certo "passaggio"? Chi ha inventato la distinzione bizantina fra "comunione e manducazione" per inficiare la chiara volontà del Messale e dell'Istruzione Redemptionis Sacramentum 92? Chi ha deciso che inginocchiarsi alla consacrazione è contro il rispetto per il giorno del Signore, il giorno della Risurrezione? (e anche se si volesse interpretare in questo modo fantasioso il concilio di Nicea, perchè non inginocchiarsi almeno nelle messe feriali da lunedì a sabato mattina??).
Tante domande rimangono aperte. Ed è meglio non addentrarsi troppo.

Rimane poi l'ultima, il grande quesito: come è possibile che un Direttorio per la catechesi approvato "per la pubblicazione" dalla Santa Sede, a quasi un anno dall'approvazione tanto sbandierata (vedi qui), non sia neppure pubblicato (=fatto conoscere, reso pubblico) in internet e venga tenuto segreto? Tutti e 13 i volumi sono secretati, ne conosciamo solo i titoli, come si desumono dal decreto di approvazione.

Io l'ho chiesto, l'ho cercato e proprio non ho avuto fortuna. Se qualcuno fosse così gentile da rispondere al mio appello gli sarei grato. Altrimenti c'è da pensare e vien pure da sospettare.

Come è possibile, d'altra parte, che un vescovo tolleri di far entrare nel suo territorio un gruppo che proclama un Vangelo di cui non deve rendere conto al pastore proprio della Diocesi? Eppure l'art. 5 degli Statuti recita: "Il Neocatecumenato è uno strumento al servizio dei Vescovi per la riscoperta dell’iniziazione cristiana da parte degli adulti battezzati". Uno strumento di cui i vescovi devono fidarsi a scatola chiusa? Come è possibile che io, se fossi parroco, non debba ricevere una copia di tale Direttorio, per informarmi e magari armonizzare la catechesi anche della parrocchia intera su di esso, visto che è così fatto bene. Perchè privare la comunità cristiana di un bene spirituale? Non c'è niente di nascosto che non debba essere rivelato. Noi siamo la Chiesa Cattolica: la storiella della disciplina dell'arcano, nel 2012, la possono raccontare a qualcun altro... Se il Cammino fa parte della Chiesa, a richiesta del rappresentante ordinato della Chiesa locale deve consegnare e rendere pubblico il Direttorio. Altrimenti fanno bene i vescovi a non "avvalersi" di un tale strumento, visto che possono usarlo o meno a loro massima discrezione, come dicono gli Statuti approvati!

giovedì 19 aprile 2012

L'errore merita "correzione" o soltanto "dialogo"?

Deliberatamente la mano sbagliata
In queste ultime settimane avevamo riproposto riflessioni di un ex neocatecumenale sulle mistificazioni di Kiko (che tentò di gabbare persino padre Zoffoli), sulla "nueva teologia", sulla inquietante "Cena" dipinta da Kiko...

Quando avevamo poi proposto di riflettere su un fatto di cronaca, c'è stato un vero e proprio putiferio, perché il fatto in questione ricordava altri danni fatti dal Cammino.

Quindi avevamo riportato il caso - allucinante ed esilarante allo stesso tempo - del "santino di san Kiko" e della "preghiera" ivi stampata. Senza contare una vecchia riflessione sulla "giudaizzazione" operata dal Cammino (confermata comicamente dal catalogo degli articoli acquistabili ancor oggi nei kiko-shop).

La più importante notizia recente è che all'insaputa del Papa era stata preparata un'approvazione delle liturgie kikiane-carmeniane da parte del Pontificio Consiglio al quale Carmen aveva promesso «un futuro immenso».

E tutto questo ha fatto temporaneamente porre in secondo piano altre questioni non proprio secondarie, come ad esempio la pubblicazione del Direttorio Catechetico (cosa che permetterebbe ai neocatecumenali di verificare personalmente se i cosiddetti "catechisti" insegnano ciò che la Chiesa ha approvato anziché le eresie kikiane-carmeniane).

Da qualunque angolazione lo si osservi, il Cammino presenta dunque aspetti inquietanti che i neocatecumenali - per convinzione, o più spesso per paura - si rifiutano persino di discutere.

Ed infatti è di questo tono il solito neocatecumenale dialogante che però, di fronte alle questioni serie, ci accusa:
questa è la santa inquisizione, qualsiasi cosa potremmo dire, il pollice è sempre "a morte"
per questo i fratelli ci girano un poco dentro, sentono questo fetore e non ci tornano più, per questo ogni tanto i santi osservatori si chiedono "dove sono finiti i nc"
rispondo, da nessuna parte, solo che il fetore è nauseabondo, e siccome ormai lo sento in modo fastidioso anch'io, vi saluto per sempre, mi auguro lo facciano anche gli altri neocatecumenali.
fratelli ci vediamo a Napoli e Milano, la pace
Ecco dunque il Cammino che cammina per conto suo: "ci vediamo a Napoli e Milano per il solito kiko-show", ecco dunque il dialogo dei neocatecumenali che chiamano "fetore" le «decisioni del Santo Padre» a cui si rifiutano di ubbidire, ecco dunque che chiamano "inquisizione" il semplice riportare le testuali parole dei cosiddetti "iniziatori"... Ed ecco dunque la fuga di fronte alla realtà: "vi saluto per sempre", poiché qui non hanno trovato nessuno che di fronte ai loro slogan si convinca che Kiko e Carmen sarebbero superiori al Papa e alla Chiesa.

mercoledì 18 aprile 2012

Presbiteri neocat si mimetizzano

Questa "lettera aperta al Santo Padre in occasione dell'inizio dell'anno dedicato all'Eucaristia" fu inviata il 2 novembre 2004 a Giovanni Paolo II (chissà se l'ha mai potuta leggere) e pubblicata integralmente nel n. 198 (dicembre 2004) della rivista "Il segno del soprannaturale". Ne pubblichiamo la prima parte, che riguarda il Cammino Neocatecumenale.

Le riflessioni dell'autore, a firma G.C., partono dal caso di un sacerdote che mentre ai "cristiani della domenica" dice cose normali, coi fratelli delle comunità kikiane-carmeniane professa qualcosa di ben diverso...



Sommo Pontefice,

chi Le scrive è un italiano qualsiasi, un comune uomo di mezza età, un fedele qualunque che spera tanto in Lei, in quest'anno santo dedicato all'Eucaristia.

Un sacerdote, a termine della S. Messa di alcune domeniche fa, ne ha dato l'avviso, soffermandosi, con l'occasione, sull'importanza di celebrare, ricevere e adorare degnamente l'Eucaristia! E a proposito di come ricevere l'Eucaristia, ha sottolineato che purtroppo molti La ricevono come se fosse un pezzo di pane. Poi sull'adorazione ha ricordato l'importanza di andare in Chiesa ad adorare il Santissimo, Cristo Eucaristico, il giorno della settimana in cui viene esposto.

Tutte cose sicuramente buone e che meritano di essere dette. Ma chi Le scrive è rimasto alquanto perplesso. Perché quello stesso sacerdote porta avanti, nella propria parrocchia, un "movimento" che con i suoi errori di culto mina, al cuore, la fede stessa nell'Eucaristia. un movimento che è un a vera e propria chiesa nella Chiesa (pur senza essere un ordine religioso) e che ha posto al centro della formazione cristiana il ritorno alle origini. Un "ritorno" che purtroppo ha interessato anche il modo di ricevere l'Eucaristia, cioè come pane azzimo, sotto forma di "focaccia", e sulle mani oltre che seduti. Modalità, queste, che dovrebbero essere semplicemente bandite se vi fosse una "presa di coscienza" coerente con il Dogma della Transustanziazione. Il fatto è che, probabilmente, una vera "presa di coscienza" è ancora tutta da realizzare proprio tra le varie Autorità responsabili!

Eppure quella della "presa di coscienza" della Presenza di Gesù, Nostro Signore, nell'Eucarestia dovrebbe essere la "battaglia" personale di ogni cristiano.

In ogni caso, Santità, non pensa che ricevere sulle mani l'Eucaristia confonde enormemente il fedele che così accostandosi, è indotto a pensare che sta assumendo solo un pezzo di pane e non di essere al cospetto della Sostanza di Dio?

E la Sostanza non indica forse la Presenza stessa di Dio?!

Eppure chi viene a Lei, consapevole di essere al cospetto del Pontefice di Cristo sulla Terra, si inginocchia e nessuno ha da ridire al riguardo. Anzi, è possibile che sia lo stesso protocollo a richiederlo. Allora, come mai nessuno si preoccupa di educare il cristiano al rispetto della Verità insita in un Dogma? E la mancanza di fede in un dogma non è forse un peccato contro lo Spirito Santo?

Devo amaramente constatare che in Italia (a differenza della Sua Polonia e di altri Paesi) NON esistono parrocchie dove viene praticato il culto dell'Eucaristia in ginocchio. L'Italia, che dovrebbe essere il cuore pulsante della cristianità, è purtroppo ultima in tale modo di venerare Gesù Eucaristico. Anzi, vi è dove addirittura è vietato ricevere la S. Comunione in ginocchio.

Come italiano, ne ho profonda vergogna.

lunedì 16 aprile 2012

Vogliono "giudaizzare" tutto!

I "giudaizzanti", coloro che regrediscono il cristianesimo al giudaismo, furono biasimati e condannati già al tempo degli Apostoli. Dopo venti secoli di Tradizione cristiana e di santità della Chiesa, c'è oggi ancora qualcuno in vena di bizzarrie esotiche e di improbabile dialogo (improbabile perché costruito su un'imitazione che sfiora la parodia), qualcuno che cerca di "giudaizzare" il cristianesimo farcendolo inutilmente di elementi ebraici: si tratta dei leader del Cammino Neocatecumenale (vedi per esempio: [link1], [link2], [link3]). Per coincidenza non voluta, ma utile a chi ama approfondire, questo thread si ricollega a questo di oggi su Chiesa e Post concilio.

Il testo qui sotto è la risposta data quasi dieci anni fa (nel 2003), in un forum di Hispavista, ad un neocatecumenale che respingeva l'accusa di "giudaizzante" e che proponeva a sua difesa dei paralleli tra Antico e Nuovo Testamento pescati da un libro. Tale risposta è stata ripubblicata qualche giorno fa dal blog satirico blog Info-Caòtica [in español], che l'ha corredata con recentissime immagini di prodotti in vendita nel kiko-shop italiano CAAL.


Sono proprio giudaizzanti...

Riportiamo qui sotto una lettera aperta ad un membro del Cammino Neocatecumenale; si tenga presente che di solito si suole stigmatizzare ogni critica al Cammino come se provenisse da tradizionalisti lamentosi, devoti del Rito Gregoriano, etc. I lettori, invece, noteranno che l'autore confronta le invenzioni kikiane con le norme liturgiche post-conciliari, senza fondarsi su posizioni tradizionaliste. Il Cammino crea varie fratture in diversi settori della Chiesa.

Caro membro del CNC:


in primo luogo qui non si discute se sia il caso di leggere l'Antico o il Nuovo Testamento, problema affrontato già una volta e per tutte dal Concilio di Trento nel secolo XVI. In secondo luogo io non sono "fratello minore" di nessuno, il mio unico fratello non scrive certo su questi siti web, e tutti gli esseri umani mi sono "fratelli" (al plurale) nel senso generico del termine, "fratelli nella fede" o come dir si voglia. Dato che non mi hai chiesto il permesso di trattarmi con tutta questa confidenza, apprezzerei molto che nel parlare con me tu ti rivolga con rispetto ed educazione, esattamente come sto facendo io con te.

Devo supporre che è a me che tu ti stia riferendo, poiché ero stato io quello che aveva affermato che siete giudaizzanti. E lo riaffermo di nuovo, a meno che tu non riesca a rispondere ai miei interrogativi in maniera ragionevole.



Voi utilizzate nell'Eucarestia e nelle catechesi oggetti ornamentali ebraici, per esempio un candeliere a sette o nove braccia, alcuni con un proprio stile, altri di stile ebraico. La mia domanda è: visto che non è prescritto dalle norme liturgiche, perché lo fate? Servono solo due candele per celebrare l'Eucarestia, quattro per l'adorazione minore del Santissimo (nella pìsside) e sei per l'adorazione maggiore (nell'ostensorio). Come potete vedere, le regole liturgiche sono molto dettagliate per quel che riguarda l'uso delle candele sull'altare. Perché invece mettete 7 o 9 candele con un candelabro di chiaro stile ebraico?

In alcuni posti voi utilizzate il "talid" ebraico, panno che gli ebrei si pongono sulla testa per la preghiera, che voi usate anche per coprire l'ambone e il leggìo, per la lettura della Parola. In primo luogo vi chiedo: non avete proprio altro modo per decorare l'ambone? Magari si può trovare qualche cosa migliore in un negozio di tessuti, o magari avete gente capace di preparare meglio quei tre panni monotematici: ma allora perché vi affannate ad utilizzare il "talid"? La cosa suona alquanto offensiva verso gli ebrei: che ne penserebbero i cristiani se qualcuno utilizzasse calici e patene per fini diversi dalla liturgia, oppure usasse paramenti liturgici come mantelli o chissà cosa?

Quei panni del "talid" con tasche quadrate decorate con motivi ebraici come le Tavole della Legge, la Corona della Toràh e cose del genere, utilizzate come copribibbia... Non so, penso che siamo nello stesso caso.

Ma non finisce qui! Voi addirittura usate canti ebraici e traducete in ebraico pezzi della liturgia, come ad esempio la mania del cantare l'Ave Maria in aramaico: non vi accorgete che qualcosa non quadra?


E c'è di più: nel libro scritto da uno degli architetti del Cammino, "Spazi liturgici per la celebrazione" (edizioni EGA), quando ti viene presentata la forma con cui si progetta un Tabernacolo, ti pongono come esempio l'armadio della sinagoga, quello dove gli ebrei ripongono la Torah! Ma guarda che coincidenza: anche le progettazioni kikiane sono molto simili; l'unica differenza è che sotto l'area riservata alla Bibbia c'è un piccolo spazio (con una porticina per permettere di guardarlo), riservato al Santissimo Sacramento. L'altra porta, invece, chiude sia la Bibbia che il Santissimo, in modo tale che se si fa la genuflessione davanti al Signore ci si sta genuflettendo anche davanti alla Bibbia (vero è che nel Cammino Neocatecumenale ci si genuflette pochissimo).

Tutto questo non mi pare né cattolico né cristiano.

La Bibbia è Parola di Dio quando si legge nella liturgia, quando si prega, quando volete, e il libro certamente merita grande rispetto, però da qui a porlo come oggetto di adorazione è davvero troppo, ed è ancor peggio il fatto di equipararlo al Santissimo Sacramento dell'Eucarestia, che è lo stesso Cristo che si fa cibo, Presenza del Signore; la Bibbia si legge solo in presenza del Signore. Quante volte abbiamo detto che non siamo la religione del Libro? Non c'è motivo di tenere la Bibbia nel Tabernacolo, per quanto affetto e rispetto possiamo avere verso le Scritture. Sono Parola di Dio e Parola del Signore solo quando si leggono, e certamente Cristo è la Parola, ma Cristo non è la Scrittura, questo è detto assai chiaramente dal Concilio Vaticano II nella costituzione dogmatica Dei Verbum. La Parola è Dio stesso, e trascriverla è solo per trasmetterla, con la voce di chi la legge.


Voi poi vi impegnate a cantare gli Shemà e a scrivere gli Shemà in ogni dove, mettendo quei bei quadretti dietro la porta, nei posti più visti, eccetera... Ma questa è proprio una norma del giudaismo, noi non abbiamo mica da recitare lo Shemà parecchie volte al giorno, o in prossimità della porta, tanto meno in ebraico, una lingua che non conosciamo. Se non l'avete capito, Cristo ha cambiato tutto in meglio: è il Padre Nostro che dobbiamo recitare, che include tutto ciò che ci può essere nello Shemà e anche di più, e l'abbiamo ricevuto da Dio stesso, per cui non c'è bisogno di tenerlo scritto sulle porte, sulle chiavi, sui filattèri e quant'altro, perché il Padre Nostro ce lo dobbiamo avere scritto nel cuore, e il Signore, che vede nel segreto dei cuori, ci ricompenserà.

Non ditemi che non siete giudaizzanti e che vorreste solo dare qualche significato allegorico al pane azzimo dell'Eucarestia, col pane inteso come schiavitù del peccato e col vino inteso come liberazione del peccato, e l'esodo e la manna e tutto il resto... poiché è noto che quel pane e quel vino, dopo la consacrazione non sono più "pane" e "vino", ma sono il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo, Dio stesso presente, e questa faccenda dell'allegoria impoverisce il sacramento, lo nasconde, mette in ombra quella Presenza!

Per cui non c'è da meravigliarsi che tantissimi tra voi entrano nella chiesa per celebrare l'Eucarestia ma non si genuflettono quando passano davanti al Santissimo Sacramento! Mi piacerebbe vedervi quando qualcuno entrasse in casa vostra senza nemmeno guardarvi in faccia. E comunque perfino nelle pagine "non ufficiali" sul Cammino si vedono cose ebraiche, come ad esempio in questa [link qui] con "Judaismo" e tutto il resto...


E non venitemi a dire che non siete "giudaizzanti", voi che quando costruite una grande cappella la chiamate Yeshivà o Casa della Parola, rigorosamente senza inginocchiatoi perché quella sarebbe la postura dei penitenti anziché dell'assemblea dei risorti e bla-bla-bla... anche se inginocchiarsi è prescritto da santa Madre Chiesa e dal Papa nei libri liturgici: invece voi ponete due gruppi di sedie, uno di fronte all'altro, di fronte al Tabernacolo con la Bibbia, come ho descritto sopra. Beh, queste vostre Yeshivà sono identiche alle Yeshivà delle sinagoghe ebraiche, sia nelle cappelle dei vostri seminari "Redemptoris Mater", sia nei vostri numerosi centri neocatecumenali.

Tutto questo senza contare quante volte ho dovuto sentire la signora Carmen Hernàndez dire stupidaggini sulla concezione giudaica della sessualità, come ad esempio quelle elucubrazioni sulle abluzioni rituali delle donne quando hanno il ciclo... Ricordo ancora quando ci fecero leggere il libro "Le acque dell'Eden" nel 1991 (ediz. DDB), un altro testo assai giudaizzante, sulla concezione giudaica della vita, su come pregano i giudei, su questo e quello dei giudei... Nota che io non sto dicendo che gli ebrei siano migliori o peggiori, visto che Nostro Signore e la Beata Vergine e gli Apostoli erano ebrei; sto solo dicendo che io non sono di religione ebraica, per quanto molti dei primissimi cristiani lo siano stati.

E no, non mi piace per niente essere chiamato figlio di Israele, perché non mi considero tale anche se la nostra fede giunge con le sue radici fino ad Abramo, nostro padre nella fede e tutto quel che volete, ma san Paolo ha chiarito bene tutto questo discorso.

Piuttosto, io sono figlio di Maria, che credette senza dubitare, con più fede che non lo stesso Abramo, che non dette troppo credito alla promessa ed ebbe Ismaele. La Vergine invece credette, e diede alla luce Dio fatto uomo. È Lei la nostra madre nella fede, è Lei la vera figlia di Sion, madre di tutti coloro che credono in Cristo, immagine della Chiesa, Chiesa che è anche madre nostra e che crede con una fede come quella della Vergine Maria.

Se per grazia di Dio io son figlio della Chiesa, figlio della Beata Vergine, figlio di Dio in Cristo, allora posso, come Cristo ci ha insegnato, invocare il Padre con la preghiera "Padre nostro...", cosa che è impossibile per un giudeo, che lo troverebbe scandaloso e blasfemo.

Insisto a ripeterlo: io sono per il nuovo, le cose antiche sono passate, ora tutto è nuovo, il padrone di casa estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche, ma quelle antiche non sono per sostituire le nuove!

Per cui, se volete dirmi che non siete giudaizzanti, fatelo in un modo convincente e con argomenti concreti, senza dire stupidaggini.