giovedì 4 aprile 2019

"L'impresario delle vocazioni"

 E' impressionante notare come, dopo 24 anni dalla GMG di Częstochowa in Polonia, le cose non siano affatto cambiate e, ancora più impressionante, è il fatto che il Papa, i Cardinali e tutta la gerarchia ecclesiastica, appoggino ancora Kiko e tutti i seguaci nonostante tutte le varie testimonianze che confermino che il cammino sia solo una setta che arrechi, anche, danni notevoli! Quello seguente, è il capitolo "Il Pellegrinaggio"  del libro che scrissi, ma che tanto disappunto portò giacché era la voce di uno fuori dal coro....24 anni sono passati  da quel pellegrinaggio...sembra lo scritto di un panamense!!!! [...] 

Uno degli inutili diplomi di Kiko l'impresario

 Era quello l’anno della Giornata Mondiale Della Gioventù che si sarebbe svolta in Polonia e più precisamente a Częstochowa. 
   Le Comunità della parrocchia, quali realtà ecclesiali, vi parteciparono e anch’io, benchè molto indeciso se prendervi parte con quelle d’origine, o con quelle della mia città acquisita, optai per l’ultima scelta.
   Il Pellegrinaggio vedeva un programma molto ricco. 
   Era anche previsto un incontro con l’Icona, (Kiko), cioè un’opportunità da non lasciarsi scappare, secondo i Frangisti convinti,  (i Los Kikos), ma a me, onestamente, non importava più di tanto ed eccitava molto di più l’idea della visita al simbolo della Shoa! […]  Polonia è anche sinonimo di olocausto ed essere lì significava tappa obbligata ad Auschwitz, simbolo tristemente noto di quel sacrificio.  
   Vedere quei luoghi sui libri di storia, fa senz’altro effetto, ma trovarsi di persona in quel cimitero in cui morirono milioni di persone, faceva accapponare la pelle! 
   Al termine della visione del campo, i CATECHISTI con la C maiuscola, nati dalla 1^Frangia creata direttamente dall’icona da scimmiottare, fecero una catechesi trasformando quella plaga che fu pregna di sofferenza, in una grazie alla quale le milioni di vittime avevano trovato la salvezza... sarà anche vero, però... lo vadano a raccontare ai sopravvissuti!... 
   ... miracoli della predicazione! 
[…]    Il giorno del mio ventiseiesimo compleanno eravamo a Częstochowa in attesa del Santo Padre. 
   Tutte le strade erano sovraffollate da un esercito pacifico di giovani provenienti da ogni parte d’Europa e del resto del mondo. […]   Il programma della giornata prevedeva l’incontro col Santo Padre, e fortunati furono coloro i quali si avvicinarono tanto da riuscire anche solo a scorgere il palco allestito per l’occasione. 
   Comunque, anche noi salutammo il Suo arrivo e considerato l’incredibile numero dei presenti, averlo visto, pur se per pochi secondi a bordo della Papa-Mobile, era già da considerarsi un privilegio. […]  Penso che molti dei Catecumeni presenti a quel pellegrinaggio fossero lì non tanto per il Papa quanto per l’incontro con l’ICONA!

   Il giorno dopo, infatti, era previsto il tanto atteso appuntamento in uno stadio che ben presto si riempì fino all’inverosimile di ragazzi di ogni dove. 
   Un silenzio rispettoso accolse l’immagine della Vergine Nera che, portata in processione, raggiunse un palco enorme, che mi domandavo perchè fosse di quelle dimensioni.
  Gli accoliti pertinaci fanno loro le parole di San Paolo, il quale afferma che alla conversione si giunge grazie alla stoltezza della predicazione... e anche stavolta, l’iniziatore del Cammino annunciò il Kerigma. 
    I commenti furono, manco a dirlo, entusiasti e spaziavano dal semplice davvero bello, al più infervorato stupendo perchè secondo il pensiero comune, la predicazione è sempre nuova, pur essendo sempre la stessa, poichè sempre diversa è la propria storia, ma onestamente la cosa non mi aveva colpito un granché. 
   Al termine il momento forse più atteso... la chiamata vocazionale. 
   Col suo accento spagnoleggiante, Kiko iniziò:
   “Se c’è qualcuno che se sente chiamato dal Signore per e-seguirlo, in seminario, in clausura, o dove Lui vorrà, se alzi”. 
   Prima decine, poi centinaia ed infine un fiume di ragazzi e ragazze, si recarono sul palco che a stento li conteneva tutti... ora capivo il perchè di quell’enormità... 
   ... tempo dopo alla sala Nervi di Roma, lo stesso Pontefice Giovanni Paolo II, avrebbe ribattezzato scherzosamente Kiko, “L’impresario delle vocazioni!”.


mercoledì 3 aprile 2019

Palermo: disposizioni dell'arcivescovo sul Triduo Pasquale

Arcidiocesi
di PALERMO



CORRADO LOREFICE

per grazia di Dio e per mandato della Sede Apostolica
Arcivescovo Metropolita di Palermo



DISPOSIZIONI SUL TRIDUO PASQUALE

Ai Presbiteri, ai Diaconi, agli Istituti di Vita Consacrata,
ai Gruppi, Associazioni, Movimenti, Cammini, Confraternite
e a tutti i Fedeli Laici

La Costituzione Sacrosantum Concilium del Concilio Vaticano II ricorda che le celebrazioni liturgiche presiedute dal Vescovo, e in suo nome, dal Parroco, devono avere la più grande importanza (Cfr. nn. 41-42), sapendo che in esse si manifesta la Chiesa come popolo della Nuova Alleanza. Infatti, la Parrocchia è una comunità di fedeli costituiti nella Chiesa particolare sotto l’autorità del Vescovo, che la affida a un Presbitero, quale suo proprio pastore (Cfr. CIC, can. 515 §1).

Vertice dell’anno liturgico è il Triduo della passione e della risurrezione del Signore. «L’opera della redenzione umana e della perfetta glorificazione di Dio è stata compiuta da Cristo specialmente per mezzo del Mistero Pasquale, col quale morendo ha distrutto la nostra morte e risorgendo ci ha ridonato la vita» (Norme generali dell’anno liturgico e del calendario, n. 18).

Occorre, pertanto, dare risalto all’unitarietà del Triduo Pasquale, celebrato nella comunità parrocchiale, come centro dell’esperienza della fede e della visibilità della comunione ecclesiale, nel rispetto delle norme indicate dalla Congregazione per il Culto Divino nella Lettera circolare sulla preparazione e celebrazione delle feste pasquali, Paschalis solemnitatis del 16 gennaio 1988 e in comunione con le Chiese che hanno emanato analoghe disposizioni.

Al fine di evitare nello stesso territorio parrocchiale la moltiplicazione delle celebrazioni del Triduo Sacro per singoli Gruppi, Movimenti, Associazioni, Cammini, Confraternite, Istituti Religiosi, ho ritenuto opportuno stabilire quanto segue:

1. La celebrazione del Triduo Pasquale avvenga di norma nelle chiese parrocchiali. In quelle non parrocchiali – ad eccezione delle chiese conventuali o monastiche, degli ospedali e delle carceri – essa sia limitata ai soli casi di vera necessità pastorale, da sottoporre comunque al giudizio del Vescovo o del Vicario generale per la relativa autorizzazione.

2. Il Sacro Triduo va celebrato con decoro e nella sua interezza – dall’Eucaristia vespertina della Cena del Signore alla Domenica di Risurrezione – per garantire la visione unitaria del mistero della passione, morte e risurrezione di nostro Signore Gesù Cristo. Pertanto, qualora ciò non fosse possibile, si eviti di celebrare solo una sua parte.
Non è altresì ammissibile la doppia celebrazione del Triduo Pasquale, o di parte di esso, all’interno della stessa comunità parrocchiale.
3. Le celebrazioni del Triduo Pasquale avvengano dovunque secondo il vigente Rito Romano e secondo i libri liturgici approvati.
Esse, specialmente la Santa Veglia, non siano riservate a gruppi particolari e, pertanto, nessuna assemblea sia “chiusa”. 
L‘Eucarestia, infatti, per l’azione dello Spirito ci conforma e ci assimila a Cristo unendoci in un solo corpo e in un solo spirito (Cfr. Preghiera Eucaristica III).
L’uso del rito della lavanda dei piedi, nelle comunità del Cammino Neocatecumenale, non è da riprovare se avviene in contesto diverso da quello del Giovedì Santo, purché mantenga il suo significato penitenziale da viversi nel tempo quaresimale.
La Vergine Maria conduca con materno amore la nostra amata Chiesa palermitana in questo cammino quaresimale perché possa essere trasfigurata dalla celebrazione della Pasqua del Signore per una rinnovata testimonianza del Vangelo alle donne e agli uomini del nostro tempo.

Palermo, dalla Sede Arcivescovile, 25 marzo 2019

Solennità dell’Annunciazione del Signore.

Prot. N. 030/19



lunedì 1 aprile 2019

Vendette neocat contro due vere vocazioni al sacerdozio

Ci permettiamo di riproporre qui una testimonianza di due sacerdoti perché offre parecchi ottimi spunti di riflessione sulla realtà del Cammino Neocatecumenale e dei seminari Redemptoris Mater.



Siamo due sacerdoti diocesani, se omettiamo il nome non è per fare i “leoni anonimi”, ma perché entrare in polemica non servirebbe a niente, se non a rinvangare vecchi e lancinanti dolori che coinvolgono molte altre persone e istituzioni.

Entrammo entrambi nel seminario Redemptoris Mater dopo un percorso nel Cammino cominciato a 11 e 13 anni. Veniamo al sodo: quella del sesso e della sessualità, cui tu fai riferimento in questa risposta a Alberto, è una vera e propria ossessione.
Confermiamo ciò che tu hai risposto a questo classico neocat, ma da lui, come da altri, non aspettarti mai, risposte nel merito, solo attacchi basati su pugni tirati al cielo.

Quando decidemmo di uscire dal seminario, avemmo molti problemi:
  1. con il Cammino anzitutto;
  2. con le nostre famiglie entrambe neocatecumenali;
  3. a trovare un vescovo diocesano che ci accogliesse perché ci fecero una lettera di dimissioni in cui mancava solo scrivessero che eravamo due indemoniati.
Un santo vescovo diocesano ci accolse e, dopo averci tenuti con lui in episcopio per due mesi, una sera ci chiamò e ci chiese se ce la sentivamo, avendo già fatto tre anni di seminario (stavamo iniziando il IV°), di ricominciare da capo tutto il percorso formativo, perché non eravamo stati formati (esattamente come tu scrivi e spieghi!) ma deformati. Noi accettammo.

Per tutto quel periodo estivo (giugno-settembre) il vescovo ci dette in affido ad un anziano sacerdote che per quattro mesi ci insegnò per prima cosa il Catechismo della Chiesa Cattolica. Poi i primi d’ottobre il vescovo ci mandò a Roma all’Angelicum. Fummo mantenuti agli studi dal vescovo, che pagò di tasca sua con il suo stipendio e con le offerte che riceveva quando faceva le visite pastorali in diocesi. Abbiamo fatto cinque anni di formazione partendo dal biennio filosofico.

Frattanto cercarono di darci tutti i problemi possibili, specie i sei gruppi neocatecumenali presenti in diocesi, che mandarono lettere a Roma per avvisare che quel vescovo aveva preso due seminaristi “sbattuti fuoriper gravissimi problemi dal seminario Redemptoris Mater.

Non era vero, noi uscimmo di nostra iniziativa, nessuno ci sbattè fuori, ma loro, dopo che ce ne eravamo andati, scrissero e misero agli atti una lettera postuma di espulsione (!?).

I nostri rispettivi genitori, istigati dai catechisti, inviarono una lettera al vescovo scrivendogli che non doveva farci preti e chiesero che fosse protocollata agli atti.

Quando fummo ordinati i nostri rispettivi genitori non furono presenti, e il vescovo, con una grandezza eccezionale, al termine dell’omelia ci disse… “ricordate che io, vostro vescovo, sono vostro padre e vostra madre, e la diocesi è la vostra famiglia”.

Confermiamo la domanda da te rivolta a questo signor Alberto in tua risposta al suo commento, perché noi, quel genere di domande invasive, ce le siamo sentite rivolgere più volte e abbiamo altrettante volte udito domandare a coppie sulla loro fedeltà coniugale, sempre davanti a tutti.

In privato ti abbiamo mandato più ampia lettera firmata da entrambi e con tutti i nostri recapiti, che puoi usare, con discrezione sacerdotale, presso qualsiasi autorità ecclesiastica che dovesse a qualsiasi titolo convocarti, ma ciò sappiamo che non avverrà mai.

Oggi siamo entrambi parroci da sei anni, rispettivamente: uno di una grande parrocchia, uno di due medie parrocchie e cappellano di una cappellania, un paio di anni fa, il vicario generale diocesano, richiamò due catechisti del Cammino che diffondevano tra i neocatecumenali del luogo la voce che … i sacramenti celebrati e impartiti da noi non erano validi perché non c’era azione dello Spirito Santo che noi avevano negato e rifiutato anni e anni prima (!?).

Cogliamo l’occasione per invitare i lettori a sostenere L’Isola di Patmos, come nel nostro piccolo facciamo anche noi da alcuni anni.

Lettera firmata

Post scriptum

L’anziano sacerdote, oggi tornato alla Casa del Padre, che ci insegnò il catechismo cattolico prima che andassimo a Roma a cominciare da zero tutti gli studi per la formazione al sacerdozio, quando fummo ordinati ci regalò, con i suoi risparmi, due calici e quattro belle casule ciascuna dei vari colori liturgici. Sempre lui, in precedenza, quando facemmo la candidatura agli ordini sacri, ci regalò due talari, e ci disse: “non dimenticatele mai nell’armadio!”.
Amen!


Esprimiamo commossi la nostra gratitudine al sacerdote e al vescovo citati nel testo che hanno riconosciuto due vocazioni, spendendosi tanto per loro e assicurando operai per la vigna del Signore. È evidente l'abisso che c'è fra la vera Chiesa e la setta neocatecumenale.

Il testo originale era stato pubblicato venerdì scorso nello spazio commenti de l'Isola di Patmos,

venerdì 29 marzo 2019

Don Ariel: "...poi giunsero Kiko e Carmen e l'eresia si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi"

C’ERANO UNA VOLTA L’EUCARISTIA E IL SACERDOZIO CATTOLICO, POI GIUNSERO KIKO ARGÜELLO E CARMEN HERNÁNDEZ FONDATORI DEL CAMMINO NEOCATECUMENALE … E L’ERESIA SI FECE CARNE E VENNE AD ABITARE IN MEZZO A NOI

È un lungo saggio che vale la pena di essere letto tutto e con attenzione, quello scritto da don Ariel Levi di Gualdo. Lo trovate [qui] sul sito web L'isola di Patmos.

Il saggio è scaricabile anche in formato PDF su quella stessa pagina.

Invitiamo coloro che volessero commentare i contenuti di tale saggio a inserire i commenti direttamente in fondo alla sua pagina anziché in questa.

Invitiamo caldamente i lettori del nostro blog a far leggere tale saggio al proprio parroco e al proprio vescovo.
Aggiornamento: don Ariel aveva pubblicato in precedenza anche un articolo sulla "danza" assiro-babilonese-neocatecumenale (cioè l'imbecillissimo "girotondo col passetto" che conclude le celebrazioni neocat del sabato sera, vedi foto in alto).

L'articolo è disponibile a questo [link].

giovedì 28 marzo 2019

Fratello del Cammino, dov'è la tua corona?

"Che importa se non faccio più
in tempo adesso a dire il rosario...
Caffè caldo dentro la tazzina,
un whiskino la mattina,
resta tutto il tempo per le mie
cattive abitudini..."
Il Cammino notoriamente disprezza la preghiera del rosario. Infatti lo "consegna" (in forma ovviamente kikizzata) soltanto all'apposita "tappa" di Loreto che i fratelli delle comunità hanno dopo una dozzina di anni. Durante tutti questi anni il rosario o è scoraggiato ("roba da religioso naturale! ...serve prima una fede adulta!") oppure è del tutto ignorato.

Può capitare che ogni tanto per esigenze del Cammino si chieda di pregare il rosario (come ad esempio quando Kiko chiese di pregarlo contro le decisioni del Vaticano riguardo le liturgie del Cammino). Ma quando avviene, non è mai un invito a pregarlo frequentemente o in libertà. Mentendo, i fratelli vi diranno che il rosario nel Cammino sarebbe incoraggiato, poiché una volta Kiko amava farsi vedere in giro col rosario appeso alla cintola - poi si sarà stufato di portare quell'oggetto che non usa mai, né incoraggia mai ad usare.

Eppure il rosario è un tesoro spirituale benefico per chiunque, adatto perfino ai bambini, come apprendiamo ad esempio dai santi pastorelli di Fatima. E per capire come mai padre Pio diceva "questa è la mia arma" mostrando la corona del rosario, proponiamo le riflessioni qui sotto.

DOV'È LA TUA CORONA?

Nella tredicesima apparizione di Lourdes, 1 marzo 1858, andando alla grotta, Paolina Sens (una giovane sarta di Lourdes, di gran virtù) pregò Bernardetta di recitare il Rosario davanti alla Madonna con la sua corona. Bernardetta accondiscese, «ma, come ella stessa racconta, verso la fine dell'apparizione la Signora mi domandò dove avevo a mia corona. Risposi che l'avevo in tasca, la cavai e la mostrai, sollevandola. La Signora soggiunse: Servitevi di quella!». Così fece in appresso e non cedette a nessuno la sua corona, nemmeno quando un Vescovo gliela volle cambiare con una d'oro. La corona del Rosario è il dolce vincolo, che ci lega a Maria è il fido pegno della sua protezione, è arma della vittoria. 

Dovremmo arrossire, se interrogati dalla Madonna come Bernardetta: «Dov'è la tua corona?», non la potessimo subito mostrare, estraendola dalla tasca.

Mantenendo fuori dal ragionamento le rare personalità che determinano l'eccezione, ma un neocatecumenale portato ad "abbellirsi" di amuleti kikiani - poiché altrimenti non prende gusto a vivere - e altresì a circondarsi di essi nei luoghi da lui frequentati - casa, ufficio...- cosa potrebbe rispondere alla Mamma del Cielo? Forse: "eh Signora, ne sono sprovvisto poiché non ho ancora effettuato la Tappa preposta. Abbia pazienza!
Però ho al collo la croce-sogliola di kiko e nel taschino delle immaginette della «madonna del cammino», vale lo stesso?"


Questo aneddoto della vita di Santa Bernadetta mi fa pensare un'altro insegnamento che la Madonna vuole lasciare inciso nella sua figlia prescelta.
Prima cosa chiediamoci perché la sarta, pur di grandi virtù, chiede alla piccola veggente di pregare il Rosario con la sua corona... Di certo riconosceva in Bernadetta qualcosa di unico, potremmo dire un "carisma". Giusto? Come se la sua Corona del Rosario venisse santificata dal fatto che proprio con quella un giorno avesse pregato nientemeno che Santa Bernadetta.
Quello che la Madonna, alla fine del Rosario, dice a Bernadette come un dolce rimprovero dimostra cosa pensa Maria del "culto della persona ", come Lei ascolta tutti i suoi figli con identico Amore, non ha bisogno di raccomandazioni né di intermediari più o meno "ispirati" o autonominati "santi".
Maria dà l'esempio con la sua umiltà, discrezione, amore per il Nascondimento.
"Nascosti con Cristo in Dio" dice San Paolo.

Quanto sia lontano Kiko da questo e quanto poco abbia avuto Maria per maestra è evidente.

martedì 26 marzo 2019

Marta Obregón e l'appropriazione indebita del Cammino

Kiko: «Cominciamo con una buona notizia che ci dà la nostra sorella.
Ascensión: la buona notizia è che si è aperta all’inizio di febbraio la causa di beatificazione del primo membro del Cammino Neocatecumenale...»
Kiko (mostrando la foto dal giornale): «Guardate che bella ragazza! È stata assassinata con 14 coltellate».
Ascensión: «La notizia è uscita sui giornali spagnoli all’inizio di febbraio: “Marta Obregon, la ragazza di Burgos assassinata, verso gli altari”» (segue leggendo l’articolo)
Ecco come viene data la notizia nell'annuncio di Quaresima di Kiko Argüello: «causa di beatificazione per il primo membro del cammino Neocatecumenale.... bella ragazza... 14 coltellate».

La cosa stupisce non poco il popolo neocatecumenale, abituato ormai da due anni alla martellante "pubblicità" sulla prossima canonizzazione della santa di categoria superiore, la fondatrice Carmen Hernandez, e che mai, assolutamente, aveva sentito dai propri catechisti, neppure dalla stessa Hernandez che ci dicono (solo ora) essere stata sensibilissima alla causa delle donne, alcunché sulla giovane Marta, sulla sua morte e neppure sul fatto che fosse stata dichiarata Serva di Dio e poi Venerabile, fino ad arrivare alla soglia della causa di beatificazione.

Ascensión, da brava segretaria, legge la notizia addirittura da un giornale! Mentre avrebbe dovuto dare notizie ben più dirette, visto che  risale al 14 febbraio 2010 (capite? dal 2010!!) la lettera con la quale un certo "D. Francisco Gómez Argüello" proponeva il Cammino Neocatecumenale quale attore della causa di beatificazione per Marta Obregón, uccisa nel gennaio del 1992 a ventidue anni dal "maniaco dell'ascensore" dopo essersi difesa dal tentativo di stupro con estrema determinazione.

Per più di un decennio Kiko Argüello e Mario Pezzi, hanno taciuto la storia di questa ragazza, non ne hanno mai parlato, mai hanno portato la sua difesa della purezza ad esempio ai giovani nelle GMG.
Anche oggi, e solo per il fatto che ne parlano tutti i giornali, hanno permesso alla segretaria di darne la notizia, della quale a Kiko interessano solo tre cose:

  1. cammino Neocatecumenale
  2. bella ragazza
  3. quattordici coltellate.
La santità artefatta
proposta ai giovani del Cammino
Per la gazzarra che hanno fatto invece per la Santa Subito di Categoria Superiore Carmen Hernández, vi rimandiamo ai molteplici articoli già  presentati qui.

Perché tanta freddezza?

Innanzitutto, perché Marta Obregon non è una dei due iniziatori del Cammino Neocatecumenale (uno dei quali ha già provveduto a canonizzarsi in vita), e questo lo abbiamo capito.

In secondo luogo, la sua forma di santità non è apprezzata.
Intanto, dobbiamo dire che per cinquant'anni Kiko ha ripetuto che la santità non è un raggiungimento individuale, perché è la comunità intera a santificarsi; le uniche eccezioni ammesse, come già chiarito, sono quelle degli iniziatori ma esclusivamente per "essere d'esempio" ai fratelli.
Poi, appunto, nella mentalità neocatecumenale, la difesa del proprio corpo (che è tempio di Dio) non è un atto considerato di valore in un contesto in cui la donna è vista come "fabbrica della vita" che mai e per nessun motivo deve sottrarsi alle voglie del marito e la castità, anche quella dello spirito, è sconosciuta ed avversata.

Infine perché chiunque legga la biografia della giovane Marta si rende conto che l'appartenenza al Cammino Neocatecumenale era solo una delle diverse esperienze religiose che la ragazza stava facendo, mentre una sola era l'esperienza formativa di fede che aveva fatto fin dall'infanzia e alla quale ancora partecipava quotidianamente (messa quotidiana, adorazione del Santissimo in ginocchio, direzione spirituale di un sacerdote): cioè quella nell'Opus Dei.

La madre di Marta Obregón appartiene infatti all'Opus Dei e la famiglia tutta è molto religiosa. Dopo essere cresciuta nei Club giovanili dell'Opus Dei, Marta aveva fatto un esperienza entusiasmante a Taizé, in occasione della quale nacque il suo fervore spirituale. 

Il Cammino invece lo aveva conosciuto quasi al termine della sua breve esistenza tramite alcune amiche che lo frequentavano e soprattutto tramite un sacerdote itinerante Neocatecumenale che, a Madrid, le aveva dato l'assoluzione dopo che un altro sacerdote gliela aveva negata (non si sa perché il primo sacerdote avesse negato a Marta l'assoluzione, certo non ci stupisce invece che gliela avesse assicurata un presbitero neocatekiko, categoria dal perdono facile per i delitti che non siano contro il Cammino).

La cronologia della sua biografia ci informa in conclusione che Marta Obregon entrò in una Comunità Neocatecumenale a Quaresima del 1991 e morì a gennaio 1992. Quindi fece pochi mesi di cammino (come conferma anche la madre in un'intervista), durante i quali la generosa ragazza si propose persino come itinerante.

Stare pochi mesi in Cammino significa non aver capito assolutamente ancora dove ci si trovi, lo sappiamo molto bene: è la fase della "luna di miele", durante la quale i cosiddetti "catechisti" neocatecumenali si guardano bene dall'intervenire, sono ancora lontanissimi il primo scrutinio e gli altri momenti "forti" in cui è possibile, a chi ha una certa sensibilità, esperienza e cultura religiosa, rendersi conto dell'eterodossia del cammino e del suo settarismo. Pensate alla solita storiella del "latte ai bambini" usata dai cosiddetti "catechisti" per nascondere ciò che avviene "dopo" nel Cammino...

Inoltre se si legge con attenzione la biografia della giovane, si scopre che la quotidianità dell'esperienza religiosa di Marta nulla aveva a che fare con il Cammino: il fidanzato apparteneva ad un altro movimento religioso, la madre era Opus Dei, la migliore amica e confidente degli ultimi mesi era numeraria dell'Opus Dei, frequentava quotidianamente un club femminile dell'Opus Dei, la sua guida spirituale era un giovane sacerdote dell'Opus Dei.
Gli ultimi atti della sua vita sono stati l'inginocchiarsi davanti al Santissimo ripromettendosi, la mattina seguente, di partecipare alla Messa quotidiana.

Questi particolari non appartengono certo all'esperienza quotidiana proposta a un giovane dal Cammino Neocatecumenale anzi! Fosse stata al primo o al secondo passaggio, sarebbe stata aspramente rimproverata per il fatto di frequentare di propria iniziativa la Messa o altre esperienze religiose.
Visse la propria fede
in diverse realtà ecclesiali

Così lo stesso arcivescovo di Burgos, la diocesi che propone la causa di beatificazione, scrive di Marta Obregon, scrive nel documento dedicato all'apertura del procedimento da parte del Vaticano:
«In tutto contò sull'appoggio della sua famiglia, profondamente cristiana.
Dal punto di vista religioso, sempre si manifestò inquieta e alla ricerca, cosa che la portò a vivere con questa attitudine la propria fede nella parrocchia e in differenti movimenti e realtà ecclesiali.
Un momento forte di per lei l'inverno del 1990 quando fece un'esperienza a Taizé. Lì Marta scoprì nuovi aspetti della vita e della fede e fu toccata profondamente dal Signore.
La vita di Marta si arricchisce, inoltre, di una profonda esperienza ecclesiale, che vive in maniere e forme differenti. Ella è cosciente di questa pluralità, perché percepisce che la ricchezza della Chiesa non si radica in se stessa, ma nel tesoro che ella offre: l'esperienza ineguagliabile dell'incontro con Cristo.
Però specialmente, la grandezza della castità, come si rende visibile quando resiste e lotta fino a morire assassinata per difenderla.
Vi invito a pregare perché un giorno possiamo venerarla come modello e intercessora di tutti i nostri giovani.»
Ce n'è abbastanza per capire che questa "candidata" non piace e mai potrà piacere a chi insegna da anni ai giovani che sono nati grazie al Cammino Neocatecumenale e che fuori dal Cammino Neocatecumenale c'è solo droga, disperazione e suicidio, non una Chiesa ricca di esperienze in cui incontrare l'amore gratuito di Gesù.

Le informazioni sulla vita di Marta Obregón sono tratte dalla biografia pubblicata dall'arcidiocesi di Burgos [qui].

domenica 24 marzo 2019

Per il Cammino, con il Cammino e nel Cammino


Più e più volte abbiamo denunciato la strumentalizzazione della vita spirituale degli adepti che il Cammino Neocatecumenale perpetra attraverso i propri catechisti, addirittura giungendo a privatizzare la Grazia di Dio.
Solo il Cammino converte, solo in Comunità si ascolta come si deve la Parola di Dio, tutto ciò che lo precede è sbagliato o perlomeno insulso, tutto ciò che è estraneo al Cammino potenzialmente pericoloso, ogni persona, attività o interesse che può allontanarti da esso, per quanto apparentemente buona e giusta, addirittura demoniaca.




Kiko Argüello, il leader di questa organizzazione impropriamente definita itinerario per la riscoperta del Battesimo, ha elaborato una nuova  dossologia che sostituisce, nei fatti, quella eucaristica.

"Per Cristo, con Cristo e in Cristo" diventa:

"per il Cammino"  - tutto ciò che fai, per quanto buono e giusto, deve essere finalizzato al Cammino e venirti donato attraverso il cammino: donazioni in danaro, buone opere, preghiera anche personale: nulla deve essere estraneo ad esso, neppure i peccati, che Dio permette che tu faccia per convertirti ad esso;

"con il Cammino" - devi adottare anche il sistema di vita e persino di linguaggio che sia compatibile ad esso, devi trovare sempre spazio nel tuo quotidiano  per le sue innumerevoli e crescenti richieste;

"nel Cammino" -non puoi permetterti di allontanarti dalla Comunità, neppure per i motivi più gravi: dal momento che Dio ci salva "a grappoli", tu sei destinato a salvarti solo con essa, e frequentarla non assiduamente o addirittura abbandonarla significa perdere la  fede e può portarti ipso facto alla dannazione.

In sostanza, ciò che ritieni in coscienza di dover fare o essere, deve risultare essere merito del Cammino e tornare a sua maggior gloria, non certo di Cristo.





Per quanto esposto in premessa, non ci stupisce più di tanto la seguente domanda fatta su Facebook da un neocatecumenale piccolo piccolo a un presbiterone kikiano in "missione" in Giappone, al servizio di un paio di famiglie in Missio ad Gentes (e perciò titolatissimo a rispondere "in persona kiki").

La domanda è la seguente:

«E se uno sbaglia nei confronti degli altri, si deve scusare???
Perché ieri mi è capitato di dire al mio catechista di aver trovato il mio nemico che non riesco a perdonare da una vita, ma siccome abbiamo il secondo scrutinio mi ha detto di aspettare  ma io volevo andare subito perché sono arrivato a una conclusione che sto male per quella persona e per me che lo trattato sempre come una m***.»

Capite? 

Il neocatecumenale piccolo piccolo, pieno di fervore quaresimale, ha incontrato un suo "nemico" storico e non vede l'ora di umiliarsi e chiedergli perdono così come in Cammino gli è stato insegnato.

MA
il neocatecumenale piccolo piccolo, invece di obbedire al proprio impulso, prontamente consulta in proposito il proprio catechista, perché ha imparato a proprie spese che non sottoporre e delegare le proprie scelte di vita ai propri catechisti, guide cieche solitamente ignoranti su tutto ciò che non sia contemplato nel catechismo di Kiko, può costargli rimproveri e piccole-grandi vessazioni.
Per questo Il neocatecumenale corre felice dal proprio catechista per annunciargli questa bella novità.

SICURAMENTE 
il neocatecumenale piccolo piccolo si aspettava dalla propria guida spirituale un caldo sorriso, un abbraccio, un incoraggiamento... in fondo, non ha fatto egli catechesi su catechesi, ammonizioni e quant'altro su questo amore al nemico che contraddistingue il fedele kikiano dal parrocchioso della Messa delle 12, ancora fermo al superato "amore per il prossimo" e ai fioretti quaresimali?

EPPURE...
Eppure non succede nulla di ciò che si aspettava. Il catechista non sorride, non si rallegra con il fratello per i segni della fede e per i frutti della propria stessa predicazione;
il catechista invece, accarezzandosi enigmaticamente la barba alla Kiko, gli ha non consigliato, ma certamente ordinato (perché ai catechisti, si sa, si deve obbedienza canonica, quindi i loro sono sempre ordini e non mai suggerimenti) di aspettare il secondo scrutinio per fare il fatidico passo.

A QUESTO PUNTO
comprensibilissimo è lo sconcerto del neocatecumenale piccolo piccolo.
Ma come, si chiede e chiede al super-presbi-nipponico sicuramente più vicino al cuore di Kiko: devo perdonare il nemico OPPURE NO? Sento ora questo desiderio, questa urgenza, e adesso ne ho l'occasione, non vedo l'ora di farlo...
Perché devo aspettare?

Non sapendo se il social-presbitero giapponese si adopererà a dare risposta al dilemma del neocatecumenale piccolo piccolo, ci sentiamo di spiegargli noi l'arcano, sperando che sia tra i nostri 25 lettori.

CARO FRATELLO,
DEVI ASPETTARE CHE SIA IL CATECHISTA A DIRTI DI PERDONARE IL NEMICO. DEVE ESSERE IL SECONDO SCRUTINIO A MIETERE QUESTO MIRACOLO DELLA FEDE.
ALTRIMENTI, IL CAMMINO, CON LE SUE TAPPE PROGRESSIVE CHE CI STAREBBE A FARE? PERCHÉ DOVREBBE DURARE TRENT'ANNI SE UN PICCOLO FRATELLINO COME TE SI SANTIFICA DOPO TRE ANNI?
ABBI PAZIENZA, È COSÌ CHIARO!
PER IL CAMMINO, CON IL CAMMINO E NEL CAMMINO... 
E SE NON CAPISCI È PERCHÉ SEI COME UN BAMBINO CHE BEVE ANCORA IL LATTE, POI CAPIRAI...
VAI IN PACE, FRATELLO.


venerdì 22 marzo 2019

Parrocchia neocatecumenalizzata? No grazie! L'esperienza di Sant'Apollinare in Baggio

Continuiamo con il nostro paziente lavoro di indagine e di raccolta di testimonianze su cosa sia successo nelle parrocchie, d'Italia e del mondo, in cui si sono insediate le comunità del Cammino Neocatecumenale.
Sappiamo che le parrocchie neocatecumenalizzate, invece di rinascere a nuova vita come nelle speranze dei loro parroci che hanno permesso che si facessero le prime catechesi, diventano ben presto delle parrocchie a zero stelle, ove impera la divisione e dalle quali i parrocchiani non neocat, purtroppo e a malincuore, devono, o prima o dopo, allontanarsi.
Altre volte è il cammino che se ne va, non senza lasciare strascichi livorosi di minacce ed anatemi.
Sempre, anche la parrocchia più serena, comincia a divenire litigiosa e poco fraterna: quando il parroco è neocatecumenale convinto, viene totalmente stravolta, anche dal punto di vista estetico, per consentire al grasso cuculo neocatecumenale, di estromettere dal nido tutti gli altri uccellini. Ma un parroco non è per sempre, e spesso, per fortuna, con l'avvento di un sacerdote non neocatecumenale, le cose vengono rimesse in ordine e la parrocchia rifiorisce. 

Ci è capitata fra le mani la pubblicazione fatta in occasione del settantesimo anniversario della dedicazione della chiesa di Sant'Apollinare in Baggio, quartiere di Milano posto nella periferia occidentale di Milano, dove, con molta chiarezza, si capisce quanto il cammino neocatecumenale abbia deluso le aspettative e con che difficoltà si sia potuto ripristinare l'equilibrio della comunità parrocchiale nonostante e forse anche in aperto contrasto con i kikos.

A partire da pagina 87 infatti leggiamo:
Il fenomeno del movimento neocatecumenale a Sant’Apollinare ha inizio proprio in questo contesto. Sono gli anni terminali della contestazione e molte famiglie devono fare i conti con i brandelli di rapporti lacerati, soprattutto fra genitori e figli. I neocatecumenali si propongono l’obiettivo di recuperare a se stessi e alla Chiesa quelle persone che si sentono in qualche modo alla deriva; lo fanno attraverso la catechesi e la formazione di gruppi secondo un meccanismo che ricorda un po’ lo sciamare delle api. La loro è una modalità particolare di avvicinare le persone, che col tempo porterà anche a dei numeri considerevoli, lasciando in molti un’intima convinzione. Dopo un iniziale momento di perplessità, don Lodovico Cerri intravede in questo movimento una possibile risposta a un certo irrigidimento della comunità cristiana e della Chiesa stessa. Apre così ai neocatecumenali la facoltà di organizzare le attività parrocchiali, ivi comprese quelle liturgiche, in parallelo o anche in alternativa alla realtà esistente. Col tempo, si creano così a Sant’Apollinare due entità che si riferiscono agli stessi presupposti cristiani ma che si differenziano sensibilmente per le modalità di concepire la liturgia, la spiritualità, la pastorale, le stesse relazionalità interpersonali. Con l’espandersi del movimento neocatecumenale, Sant’Apollinare attraversa una delicatissima fase di incrinatura interna, nella quale all’arrivo di persone da altre zone di Milano (e anche della Lombardia) fa riscontro uno sgocciolare di baggesi che, insoddisfatti della situazione che si è venuta a creare, trasferiscono la loro partecipazione cristiana e la loro attività pastorale ad altre parrocchie del decanato: un fenomeno i cui effetti si fanno sentire ancor oggi, poiché i loro figli frequentano le comunità di ‘rifugio’ scelte dai loro genitori.
Questa situazione di controversa convivenza (che trova il suo culmine nella celebrazione di due veglie pasquali distinte) non impedisce a don Lodovico di confermare la sua fiducia nel movimento neocatecumenale, fiducia che rimarrà inalterata sino a oggi: “…è la Chiesa del futuro…”. Si creano però inevitabili ripercussioni a livello della Curia. In una relazione sulle attività parrocchiali don Lodovico osserva che “…molto efficace è l’esperienza delle comunità neocatecumenali, anche se a proposito vi sono alcuni problemi da risolvere sul piano diocesano…”. E i problemi sono confermati da una valutazione di monsignor Mascheroni, vicario episcopale:
“…la Parrocchia di Sant’Apollinare, un po’ particolare e difficile…”.
Il fascicolo prosegue con questa notazione:
1983: le suore Missionarie della Carità (suore di Madre Teresa di Calcutta) si insediano nell’ex casermetta dei Carabinieri e avviano il servizio dell’ospitalità per le ragazze madri.
Se ci chiediamo come accolsero i fratelli neocatecumenali l'insediamento delle buone suore, non abbiamo che da leggere un commento lasciato sul nostro blog proprio da un parrocchiano di Sant'Apollinare:

Da: Anonimo, 21 agosto 2013 13:03:
  • Ho fatto il cammino per 8 anni a milano nella parrocchia di s.Apollinare in Baggio. A un certo punto si sono installate in parrocchia le suore di Madre Teresa di Calcutta. Ricordo che i cosiddetti "catechisti" del Cammino ogni tanto non mancavano di fare commenti di disprezzo verso le suore, sostenendo che noi in comunità ci occupavamo di crescere nella fede e non [...]. Questo anche se due fratelli di comunità andavano a fare i volontari presso queste suore. Ricordo che una domenica venne in parrocchia Madre Teresa di Calcutta in persona, ma noi non potemmo partecipare perchè prorprio quella domenica dovevamo fare il 1° passaggio. No, la decima non serve per aiutare i poveri (chi li aiuta viene disprezzato), ma solo per portare avanti il Cammino e le sue strutture.
Tornando alla lettura del fascicolo sui settant'anni di Sant'Apollinare in Baggio, veniamo a sapere che, a partire dal 2000, la situazione cambia notevolmente con l'arrivo di un nuovo parroco:
Don Vittorio viene da due esperienze sacerdotali in altrettanti quartieri ‘problematici’ del sud-ovest di Milano: San Giovanni Bono alla Barona e San Barnaba al Gratosoglio. Non è un caso che venga destinato a Baggio, dove i suoi primi sforzi si concentrano sul restituire alla parrocchia di Sant’Apollinare ciò che a una parrocchia non può mancare: il senso di (com)unità. Lo stato di dispersione dei fedeli è evidente, con la presenza di numerosi gruppi (particolarmente rilevanti i neocatecumenali) che conducono una vita e una pratica liturgica in modo pressoché autonomo rispetto al resto della parrocchia.
(...)
Pochi mesi dopo l’arrivo di don Vittorio, nel 2001 viene istituita la Festa della Comunità, da celebrarsi nella seconda metà del mese di maggio.
Dalle motivazioni del nuovo parroco: “….ritrovare la gioia di essere Chiesa di Dio, Chiesa di fratelli e sorelle. Dobbiamo reimparare a parlare nell’unica lingua dello Spirito, oltre le nostre dispersioni e i nostri particolarismi. Eucaristia, Parola, Carità devono essere sempre più i capisaldi della nostra comunità. Per questo vogliamo marcare fortemente la prima Festa della Comunità e ritrovare uno stile di accoglienza che riveli la presenza tra noi del Signore Gesù”. Questa chiarissima dichiarazione d’intenti non può non risultare 'segno di contraddizione’ in una realtà frammentata come quella che vive all’epoca la parrocchia e incontra inevitabilmente resistenze. Occorrerà un po’ di tempo per venire a capo del problema.
Ancora nel 2003, in occasione della Festa della Famiglia di fine gennaio, don Vittorio enfatizza la necessità di viverla ‘come Parrocchia e non come realtà di gruppo. Questa gestione lottizzata della Parrocchia deve scomparire… la nostra Parrocchia deve ritornare al gusto di stare insieme…”.
Credete forse che i neocatecumenali abbiano mai voluto porgere orecchio?

mercoledì 20 marzo 2019

Shemà Israel: ascolta, neocatecumeno

Quante volte un neocatecumenale medio ha ripetuto cantando o scrutato sulla Bibbia durante preparazioni e convivenze o ascoltato catechesi sul tema dei versetti di Deuteronomio 6,4-9 che esordiscono con "Shemà Israel", cioè "Ascolta Israele"?
Non è certo arrivato al punto di ripeterle due volte al giorno, come viene prescritto, al mattino ed alla sera, ma certo lo ha ripetuto e ascoltato infinite volte, oltre ad aver fatto una specifica convivenza, intitolata proprio allo Shemà, fra il primo ed il secondo scrutinio.

Canti e balli ebraicizzanti a S.Pietro
Anche in questo annuncio di Quaresima 2019, un Kiko visibilmente alterato, ripetitivo e in preda ad una sorta di cortocircuito mentale, non ha mancato di esordire con il proprio canto preferito, introdotto con queste parole:
«Andiamo a cominciare cantando "Shemá Israel": questa parola che in ebraico significa: "Ascolta, ascolta Israele, Adonai elohenu: il Signore è unico. E amerai Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze e il prossimo come te stesso". Questo è il nucleo centrale dell'ebraismo. Se cantiamo Shemá Israel davanti agli ebrei, vedrete che si emozionano, molti piangono. È il contenuto più profondo di ciò che è l'ebraismo: Ascolta Israele.(...)Questa missione passa a noi.Per questo per il Cammino è molto importante questo canto: Shemá Israel, ascolta Israele. Siamo il popolo dell'ascolto, congiuntamente con il popolo ebreo.»

Chiariamo prima di ogni altra cosa che il canto è di Giorgio Filippucci, catechista neocatecumenale prematuramente scomparso, ma è stato assorbito nel corpus dei canti kikiano al punto che nessuno ricorda più che esso non è stato composto da Kiko Argüello.

Ed ora ci chiediamo: come mai i neocatecumenali hanno bisogno di ripetere in continuazione i versi di Deuteronomio 6 in particolare nella loro  dizione ebraica? Lo sanno cosa intendono dire gli ebrei recitandola?

Per la tradizione rabbinica la preghiera dello Shemà Israel, cioè la professione di fede che gli ebrei praticanti ripetono due volte al giorno, segna in modo incontrovertibile la diversità della propria fede nell'Unico Dio rispetto a quella della cristianità e in particolare la contrapposizione e la categorica negazione dei  dogmi della Trinità e della Divinità di Cristo.

Infatti, mentre l'esegesi cristiana ha ravvisato nella triplice menzione di Dio  "Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è Uno solo" la dimostrazione della Trinità, al contrario, per gli ebrei, essa contiene una precisa negazione del dogma trinitario, né hanno mutato, in tempi più recenti contrassegnati dal dialogo interreligioso, la propria convinzione in proposito.
Altarino neocat con Tallit e Hannukiah

Anzi, i rabbini blanditi e "comprati" per partecipare alle convivenze a loro dedicate nella Domus Galileae, pur apprezzando gli sforzi dell'ospitale padrone di casa, i crocefissi ricoperti, i balletti per la festa del Lag Ba'Omer, lusingati per questa evidente ansia di compiacerli da parte di questi strani cattolici, non hanno certo fatto marcia indietro sulla propria concezione di monoteismo, anzi, hanno apprezzato la "riconversione" dei cattolici della Domus all'idea ebraica di Dio.

Dal diario on line del rabbino Jonathan Kliger, che nel 2015 partecipò alla prima convivenza dei rabbini principalmente perché gli permetteva un viaggio gratuito in Israele (« ...ho ricevuto una telefonata da un caro collega, che mi chiedeva se mi sarebbe piaciuto un viaggio tutto pagato in Israele... erano a corto di 40 rabbini ... ho pensato che avrei potuto giocare con la mia crescente covata di nipotini»), leggiamo le seguenti frasi:

«L’acme della sinfonia fu raggiunto quando il coro, a cui si unì l’uditorio, cantò un ritornello in crescendo dello Shemà Israel.Ho potuto constatare quanto i cattolici là presenti ci tenessero ad affermare che il Dio dei Giudei è anche il loro Dio, e che Dio è Uno. Come spiegherò, si tratta di un importante e positivo cambiamento nella Chiesa Cattolica da non prendersi alla leggera.»

È evidente che il buon rabbino, che ha fatto un resoconto molto acuto di ciò a cui ha assistito nei giorni di vacanza insperata e gratuita presso la Domus Galileae, ribattezzata da Kiko "il nuovo Vaticano", ha ben compreso che la dottrina della Chiesa Cattolica, così come incarnata nei kikos, stava cambiando, e che la Trinità di Dio stava diventando più evanescente.

Tanto più che Kiko li aveva supplicati di non convertirsi al cattolicesimo, in quanto:
«noi consideriamo che la vostra missione come popolo ebreo è molto importante: voi siete il vero olivo che sostenete noi. L'elezione su di voi, per noi, è irrevocabile, siete voi il popolo eletto e noi insegniamo ai fratelli in tutte le comunità del mondo, migliaia e migliaia, l'amore a voi»
Le untuose parole di Kiko avranno suscitato il compiacimento di rabbini come David Rosen, che, anche in un recente incontro nell'ambito del dialogo interreligioso, ha dichiarato che i cattolici non dovrebbero definirsi "il" nuovo Israele, ma al massimo "un" nuovo Israele.

Pasqua giudea neocat del martedì santo

I rabbini si saranno rallegrati  doppiamente, visto che essi stessi conoscono molto bene ciò che l'apostolo Paolo spiega con tanta chiarezza, e che Kiko Argüello volutamente dimentica, e cioè che sono i cristiani ad essere coeredi di Gesù, ed eredi di Dio (Rm 8,16-17), sono i cristiani l'olivo selvatico innestato sulla radice nobile al posto dei rami originali (il vecchio Israele) e quei rami potranno essere di nuovo fertili solo se si convertiranno a Lui, per essere nuovamente innestati sul vero olivo (Rm 11, 24).

Trenino alla Domus Galileae con rabbini e prelati neocat

Tornando allo Shemà Israel: 
riporto anche ciò che ha dichiarato il rabbino Daniel Allen dopo la convivenza dei rabbini secretata del 2017:
"Essi (i Neocatecumenali) amano i Giudei, onorano e studiano la Torah, sostengono lo Stato di Israele ed hanno inserito come punto fondamentale del loro essere cattolici la recita dello Shemà e la fede in esso".
Ed infatti non è raro trovare, digitando l'hashtag #neocatkids, video di bambini del Cammino che recitano fedelmente il testo del canto "Shemà Israel".

Naturalmente dobbiamo dire che, come sempre, o almeno come succede per il 99% dei canti neocatecumenali del Risuscitò, ritenuti fedelmente biblici, in realtà il testo non riporta con accuratezza  i versetti citati in parentesi sotto il titolo: quando si espungono interi scomodi versetti, quando si modificano, quando si integrano, quando si interpretano assai liberamente e secondo la dottrina eterodossa di Kiko e Carmen.


In particolare, nella seconda parte della strofa dello "Shemà Israel" del Cammino, il solista canta:
"Questo è il primo comando della vita il secondo è simile a questo. Ama il tuo prossimo come te stesso, fa questo e avrai la vita eterna".
In Deuteronomio non si ritrova certo questo concetto del comandamento "nuovo", cioè oltre all'amore a Dio anche l'amore al prossimo come a sé stessi.(Gv 13,35).
Gli episodi evangelici a  cui questa seconda parte della strofa dello Shemà Neocatecumenale si ispira sono principalmente due:
la risposta di Gesù al giovane ricco che gli chiedeva come fare "per avere la vita eterna" e ciò che Gesù dice allo scriba che gli chiede quale sia il primo dei comandamenti:
(«Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi». Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici» Marco 12,28-34). Infatti la frase "Ama il tuo prossimo come te stesso" la ritroviamo in Levitico 19,18, insieme ad altre prescrizioni che non hanno nel testo biblico, valore di comandamento.
Gesù che prega nella Sinagoga
secondo la visione di Kiko

Ma la citazione biblica, posta in dimensione evangelica inserita nel canto dello Shemá, sotto ambedue i profili, è incompleta, perché allo scriba, vedendo che aveva risposto saggiamente, Gesù disse: «Non sei lontano dal regno di Dio», mentre al giovane ricco al quale rispose che deve rispettare i comandamenti e poi, saputo che già li onorava, spiegò più chiaramente: «Una cosa sola ti manca: va', vendi quello che hai e dàllo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi» (Marco 10,21)

La vita eterna infatti secondo la dottrina cristiana e più specificatamente cattolica, non viene dall'ascolto della Scrittura e neppure dal rispetto dei comandamenti di per sè, ma da quel "vieni e seguimi", cioè dal Battesimo, in cui ci rivestiamo di Cristo divenendo nuove creature.
Infatti, mentre celebra questo Sacramento, il sacerdote rammenta per ben quattro volte che la vita eterna viene donata, al battezzando come già è stata donata a tutta la comunità: nella benedizione dell'acqua, nel rinnovo delle promesse battesimali, nella unzione con il Sacro Crisma e nella consegna della veste bianca.
Sono invece i protestanti, a credere che la vita eterna venga dall'ascolto della predicazione e dall'accoglimento nella propria vita di Gesù come personale Signore e Salvatore: si tratta di una salvezza che non ha bisogno dell'azione di Dio attraverso il battesimo.

Così succede che il neocatecumenato kikiano, percorso per la riscoperta del Battesimo, ancora una volta invece, si rivela essere il peggior negatore del significato del lavacro battesimale e della sua forza sacramentale

Secondo quanto credono i protestanti, e, per merito di Kiko e del suo filo-ebraismo e cripto-protestantesimo esasperato, i Neocatecumenali. E i frutti di questo "libero esame" della Scrittura, si vedono e si leggono ogni giorno.

lunedì 18 marzo 2019

Provate a riflettere: se ad un certo punto avessimo la certezza che lo Spirito Santo non parla per bocca dei catechisti di Kiko, cosa rimarrebbe di quello che dicono? Messaggio ai neocatecumenali.

Egli tiene in  pugno la vostra vita:
solo voi potete sottrargliela
Facciamo nostro l'appello che Nicola rivolge ai neocatecumeni - abbiano o non abbiano finito il cammino - che ancora continuano alla sequela di Kiko, degli itineranti e dei loro diretti catechisti:


Lo scopo di questo blog è quello di indurre i lettori a riflettere.

E aggiungo che, se non bastasse quello che scriviamo qui sul blog, su internet se ne trovano tanti altri, in altre lingue, scritti da persone che vivono in altri paesi. E indovina un po'? Anche loro scrivono, in sostanza, quello che scriviamo noi.

Cos'è più probabile: che ci sia un complotto globale, in vari paesi, contro il CNC, oppure che tanta altra gente si sia accorta di ciò che non va nel CNC?

Se qualche neocat ci sta leggendo in questo momento, vorrei mandar loro questo messaggio:

Non accontentatevi di quello che vi raccontano i catechisti. Se avete dei dubbi, sono SEMPRE legittimi, e mai "parole sussurrate dal demonio", "parole dettate dall'egoismo", o assurdità del genere.
Ogni dubbio merita di essere approfondito, non soppresso, e non accontentatevi delle risposte auto-referenziali del catechisti.
Diffidate da tutti quelli che dicono che "lo Spirito Santo parla per bocca loro": è solo un modo vigliacco e sacrilego di zittire le domande scomode. Il CNC non è nemmeno il primo gruppo religioso che usa questa tecnica: la storia è piena di sette, più o meno grandi, in cui le domande scomode venivano zittite proprio in questo modo.
La Verità non teme confronti.

Chiedetevi da dove ha preso le liturgie,
da dove ha preso le interpretazioni dei Vangeli.
Chiedetevi come mai vogliono tutti i vostri soldi. Chiedetevi come mai sono così esosi, e voi ricevete così poco in cambio. Siete sicuri che la vostra vita sia veramente migliorata, da quando siete in cammino? Tutti gli impegni settimanali, le serate, le convivenze, le trasferte, ecc., hanno portato un miglioramento alla vostra vita, oppure vi hanno apportato un peso via via sempre più insopportabile?

Se pensate che qua ci stiamo inventando le cose, cercate altrove su internet: cercate altri siti in cui ex-neocatecumenali hanno riportato le loro testimonianze. Ce ne sono parecchi, sia in italiano che in altre lingue. Cos'è più probabile: che ci sia un complotto a livello globale, in più paesi, contro il Cammino, oppure che il Cammino EFFETTIVAMENTE provochi il dolore descritto da quegli ex-membri ovunque, essendo un prodotto esportato in un "format" uguale in tutto il mondo?

Fatevi delle domande, perché sono queste che i "calibri alti" del Cammino temono di più: chiedetevi dove finiscono tutti i soldi che gli date, chiedetevi da dove hanno preso le loro liturgie, chiedetevi da dove Kiko ha preso quell'interpretazione così peculiare dei Vangeli (che contraddice qualsiasi altra interpretazione, e nota bene: Kiko non ha nessuna preparazione a livello teologico, è solo uno che ha preso in mano il Vangelo e ha detto "secondo me è così").
Chiedetevi se avete effettivamente fatto qualcosa di male per sentirvi in colpa di continuo; chiedetevi se è vero che siete degli "schifosi peccatori", anche se siete brave persone dedite al lavoro e alla famiglia.
Chiedetevi come mai alcune persone sono costrette a inventarsi dei peccati commessi da riferire durante quelle tremende assemblee-interrogatorio, altrimenti vengono etichettati come persone disoneste che non vogliono "aprirsi ai fratelli". Provate a vedere, nei Vangeli, se Cristo ha mai sottoposto qualcuno a una simile umiliazione.

Chiedetevi perché dovete chiedere sempre scusa, anche se non avete mai fatto nulla di male, fino ad arrivare al caso paradossale in cui dovete chiedere scusa a chi vi ha fatto un torto perché "avete nutrito rancore nei suoi confronti".

Provate a pensare: se ad un certo punto avessimo la certezza che lo Spirito Santo non parla per bocca dei catechisti, cosa rimarrebbe di quello che dicono? Insegnamenti validi, o deliri da parte di persone che non sanno di cosa stanno parlando?

Sedotti e abbandonati...
in quale stato vi ha ridotti!
E ricordate una cosa: in questo blog, non critichiamo i neocatecumenali. Critichiamo il Cammino Neocatecumentale, un mostro istituzionale che mastica i suoi membri e li sputa dopo averli privati dei loro beni e della loro autostima e fiducia in se stessi. Se qualche persona merita la critica, sono i fondatori che l'hanno creato, e i catechisti che contribuiscono a diffondere i suoi comportamenti oppressivi, come i kapò dei campi di concentramento.

E se vi rispondono "il Cammino Neocatecumenale non esiste da solo, il Cammino Neocatecumenale SIETE VOI", non gli credete: se foste veramente voi, allora avreste il diritto di fare delle domande, di esprimere la vostra opinione, e di rimuovere dal Cammino ciò che è inaccettabile. Ma questo diritto, voi non ce l'avete: e non ce l'hanno nemmeno i catechisti. Quindi, è evidente che il CNC non siete voi, ma è qualcun altro. Qualcun altro che si sta approfittando della vostra buona fede, perché NESSUNO, in questo blog, pensa che siate meno intelligenti: al contrario, vi consideriamo persone che ad un certo punto erano in cerca di risposte e di una via da seguire, e qualcuno senza scrupoli si è approfittato della vostra fiducia.


(da: Nicola)

sabato 16 marzo 2019

Come agisce la discontinuità? Con un discorso fluido e mai definitorio. Parole nuove che velano l’antica Sapienza

Il compito di svelare le sorgenti
 non è solo del Poeta
ma anche del Testimone.
E soprattutto del Maestro.

Dice il filologo: “La parola è come l'acqua di fonte, un'acqua che ha in sé i sapori della roccia dalla quale sgorga e dei terreni per i quali è passata”. Le parole hanno il loro peso e incidono nella comunicazione e quindi nella conoscenza nella misura in cui sono portatrici e veicolano tutto lo spessore della realtà che significano. Nella nostra epoca oscura e caratterizzata da confusione e disorientamento anche le parole hanno perso la loro pregnanza, non sono più feconde luminose e incandescenti del fuoco originario della Verità, ma diffondono il pallido chiarore lunare di un significato originario attenuato, diluito o spesso addirittura sovvertito. Molte di esse addirittura sono sparite dall'orizzonte della fede annunciata e trasmessa alle nuove generazioni. Basti pensare a termini come espiazione, vittima, sacrificio, redenzione.

La studiata ma colpevole strategia modernista ha usato la dichiarata non-dogmaticità del Concilio Vaticano II come varco per introdurre nella Chiesa novità dottrinali attraverso la ‘pastorale’; con l'accortezza, quindi, di non intaccare de voce il Depositum fidei, ma operando de facto la sua mutazione attraverso un linguaggio affascinante e coinvolgente, sentimentale e soggettivista, centrato sull'uomo e sulla sua “nuova consapevolezza” della Chiesa, fondata sul personalismo e non più sulla Rivelazione. Un linguaggio non definitorio per scelta perché solo rimanendo in bilico sul dire e non dire si possono veicolare alcune interpretazioni piuttosto che altre.

[...]

Le strategie e gli arcani del cammino neocatecumenale

Chissà come intendono “aprire la gabbia del linguaggio” dalle parti del Pontificio Consiglio per i Laici o della Congregazione per la dottrina della Fede a proposito del Direttorio Neocatecumenale appena approvato, coacervo di diversi volumi, del quale è legittimo affermare:  ...che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa, perché contiene l’Arcano e per questo non viene pubblicato! Può esistere una sorta di ‘catechismo’ cattolico non a disposizione di tutti i credenti che volessero conoscerlo o di chi aderisce al movimento che lo usa? Eppure molte diocesi hanno attuato la cosiddetta “conversione pastorale” a questo metodo chiavi in mano, nelle mani esclusive di iniziatori e catechisti, loro pedissequi ripetitori ed esecutori per quanto concerne le rigide ‘prassi’, persino quelle che violano il “foro interno” delle persone,  costrette a rivelare in pubblico i loro segreti più intimi.[1]

Si usa il nuovo lessico per definire nuove prassi: la conversione  è ri-orientamento del cuore e della vita al Signore, mentre la CEI per conversione pastorale intende “cambiamento di rotta” in senso pastorale, cioè di prassi con la quale si vuole formare e condurre il popolo dei fedeli: significa che la Chiesa intende cambiare rotta e prassi? Ma, in questo caso, la “conversione” avviene nei confronti di un “metodo” – che fa di sé un assoluto e che purtroppo si identifica col Signore – non nei confronti del Signore.

Riguardo alle sue catechesi e alle sue prassi, ad esempio, il Cammino neocatecumenale, continua a magnificare l'arcano, e conosciamo tutti la differenza tra “ascoltare” e “leggere”, che si continua a sottolineare, come se la “sorpresa” di ciò che accade ne giustificasse l'efficacia... ma non è lo Spirito che opera nell'annuncio? Che bisogno c'è di strategie, di metodi psicologici manipolatori o di arcani? Quello che conta è se nelle parole annunciate e nel cuore di chi le pronuncia c'è Verità che è una Presenza: quella del Signore... e allora le parole possono cambiare. Anzi, se sono parole autentiche non schemi rigidi, come accade in questa realtà ecclesiale, di fatto cambiano per ogni situazione a seconda del bisogno di chi ascolta, non del progetto di chi addottrina... E può esistere nella Chiesa cattolica una catechesi ed una prassi che continua a rimanere ‘segreta’, ma è di fatto utilizzata per la “nuova evangelizzazione”? 

L'insegnamento cristiano non è una dottrina né un fare gnostico e anche molto ebraico; è un incontro, un fatto, ma è soprattutto la narrazione e quindi la condivisione di un evento che le parole di Salvezza provocano per effetto dello Spirito e della buona volontà di accogliere e operano nella semplicità... non c'è bisogno di creare l'atmosfera, il clima, i canti, l'emozionalità esasperata, quei questionari, quella catechesi, quel percorso a tappe uguale per tutti, quei martellamenti... Se il cuore non assapora il Sacro Silenzio da cui le parole scaturiscono e nel quale prendono vita, gli ammaliati staranno tanto bene (momentaneamente, resta da vedere alla distanza), ma al cuore non succede nulla, rimane nella ‘morte’ anche se l'allegria lo frastorna, lo scuote e lo inganna.

E neppure c'è bisogno di “Aprire la gabbia del linguaggio” per favorire una comunicazione più efficace e feconda e un impegno concreto perché l'evangelizzazione sia realmente nuova, come dicono i nuovi ‘guru’ dell'evangelizzazione che vanno per la maggiore.

Si possono cambiare tutti i linguaggi del mondo, ma se nel comunicare dei parlanti manca la Parola Viva, che è il Signore (e che è quella che rende veri parlanti), allora c'è bisogno di trovare strategie comunicative e linguaggi nuovi... invece il linguaggio dell'Amore è uno solo ed è sempre quello. Servono solo veri parlanti portatori della Presenza del Verbo, che sappiano tirar fuori dal tesoro del loro cuore, per ogni situazione cose vecchie (la Rivelazione ricevuta) e cose nuove (l'attualizzazione necessaria per il momento che si sta vivendo), che il Signore ogni volta fa germogliare come “ruscelli d'acqua viva”, che portano la Sua Vita qualunque situazione e qualunque cuore ‘tocchino’.


1. “Conversione pastorale” viene indicata dal Documento CEI per il primo decennio del nuovo millennio “Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia”.  Un saggio significativo sul tema qui.