Quante volte un neocatecumenale medio ha ripetuto cantando o scrutato sulla Bibbia durante preparazioni e convivenze o ascoltato catechesi sul tema dei versetti di Deuteronomio 6,4-9 che esordiscono con "Shemà Israel", cioè "Ascolta Israele"?
Non è certo arrivato al punto di ripeterle due volte al giorno, come viene prescritto, al mattino ed alla sera, ma certo lo ha ripetuto e ascoltato infinite volte, oltre ad aver fatto una specifica convivenza, intitolata proprio allo Shemà, fra il primo ed il secondo scrutinio.
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| Canti e balli ebraicizzanti a S.Pietro |
Anche in questo
annuncio di Quaresima 2019, un Kiko visibilmente alterato, ripetitivo e in preda ad una sorta di cortocircuito mentale, non ha mancato di esordire con il proprio canto preferito, introdotto con queste parole:
«Andiamo a cominciare cantando "Shemá Israel": questa parola che in ebraico significa: "Ascolta, ascolta Israele, Adonai elohenu: il Signore è unico. E amerai Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze e il prossimo come te stesso". Questo è il nucleo centrale dell'ebraismo. Se cantiamo Shemá Israel davanti agli ebrei, vedrete che si emozionano, molti piangono. È il contenuto più profondo di ciò che è l'ebraismo: Ascolta Israele.(...)Questa missione passa a noi.Per questo per il Cammino è molto importante questo canto: Shemá Israel, ascolta Israele. Siamo il popolo dell'ascolto, congiuntamente con il popolo ebreo.»
Chiariamo prima di ogni altra cosa che il canto è di Giorgio Filippucci, catechista neocatecumenale prematuramente scomparso, ma è stato assorbito nel corpus dei canti kikiano al punto che nessuno ricorda più che esso non è stato composto da Kiko Argüello.
Ed ora ci chiediamo: come mai i neocatecumenali hanno bisogno di ripetere in continuazione i versi di Deuteronomio 6 in particolare nella loro dizione ebraica? Lo sanno cosa intendono dire gli ebrei recitandola?
Per la tradizione rabbinica la preghiera dello Shemà Israel, cioè la professione di fede che gli ebrei praticanti ripetono due volte al giorno, segna in modo incontrovertibile la diversità della propria fede nell'Unico Dio rispetto a quella della cristianità e in particolare la contrapposizione e la categorica negazione dei dogmi della Trinità e della Divinità di Cristo.
Infatti, mentre l'esegesi cristiana ha ravvisato nella triplice menzione di Dio "Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è Uno solo" la dimostrazione della Trinità, al contrario,
per gli ebrei, essa contiene una precisa negazione del dogma trinitario, né hanno mutato, in tempi più recenti contrassegnati dal dialogo interreligioso, la propria convinzione in proposito.
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| Altarino neocat con Tallit e Hannukiah |
Anzi, i rabbini blanditi e "comprati" per partecipare alle convivenze a loro dedicate nella Domus Galileae, pur apprezzando gli sforzi dell'ospitale padrone di casa, i crocefissi ricoperti, i balletti per la festa del Lag Ba'Omer, lusingati per questa evidente ansia di compiacerli da parte di questi strani cattolici, non hanno certo fatto marcia indietro sulla propria concezione di monoteismo, anzi, hanno apprezzato la "riconversione" dei cattolici della Domus all'idea ebraica di Dio.
Dal diario on line del rabbino Jonathan Kliger, che nel 2015 partecipò alla prima convivenza dei rabbini principalmente perché gli permetteva un viaggio gratuito in Israele (« ...ho ricevuto una telefonata da un caro collega, che mi chiedeva se mi sarebbe piaciuto un viaggio tutto pagato in Israele... erano a corto di 40 rabbini ... ho pensato che avrei potuto giocare con la mia crescente covata di nipotini»), leggiamo le seguenti frasi:
«L’acme della sinfonia fu raggiunto quando il coro, a cui si unì l’uditorio, cantò un ritornello in crescendo dello Shemà Israel.Ho potuto constatare quanto i cattolici là presenti ci tenessero ad affermare che il Dio dei Giudei è anche il loro Dio, e che Dio è Uno. Come spiegherò, si tratta di un importante e positivo cambiamento nella Chiesa Cattolica da non prendersi alla leggera.»
È evidente che il buon rabbino, che ha fatto un resoconto molto acuto di ciò a cui ha assistito nei giorni di vacanza insperata e gratuita presso la Domus Galileae, ribattezzata da Kiko "il nuovo Vaticano", ha ben compreso che la dottrina della Chiesa Cattolica, così come incarnata nei kikos, stava cambiando, e che la Trinità di Dio stava diventando più evanescente.
Tanto più che Kiko li aveva supplicati di non convertirsi al cattolicesimo, in quanto:
«noi consideriamo che la vostra missione come popolo ebreo è molto importante: voi siete il vero olivo che sostenete noi. L'elezione su di voi, per noi, è irrevocabile, siete voi il popolo eletto e noi insegniamo ai fratelli in tutte le comunità del mondo, migliaia e migliaia, l'amore a voi»
Le untuose parole di Kiko avranno suscitato il compiacimento di rabbini come David Rosen, che, anche in un
recente incontro nell'ambito del dialogo interreligioso, ha dichiarato che i cattolici non dovrebbero definirsi "il" nuovo Israele, ma al massimo "un" nuovo Israele.
I rabbini si saranno rallegrati doppiamente, visto che essi stessi conoscono molto bene ciò che l'apostolo Paolo spiega con tanta chiarezza, e che Kiko Argüello volutamente dimentica, e cioè che sono i cristiani ad essere coeredi di Gesù, ed eredi di Dio (Rm 8,16-17), sono i cristiani l'olivo selvatico innestato sulla radice nobile al posto dei rami originali (il vecchio Israele) e quei rami potranno essere di nuovo fertili solo se si convertiranno a Lui, per essere nuovamente innestati sul vero olivo (Rm 11, 24).
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| Trenino alla Domus Galileae con rabbini e prelati neocat |
Tornando allo Shemà Israel:
"Essi (i Neocatecumenali) amano i Giudei, onorano e studiano la Torah, sostengono lo Stato di Israele ed hanno inserito come punto fondamentale del loro essere cattolici la recita dello Shemà e la fede in esso".
Ed infatti non è raro trovare, digitando l'hashtag #neocatkids, video di bambini del Cammino che recitano fedelmente il testo del canto "Shemà Israel".
Naturalmente dobbiamo dire che, come sempre, o almeno come succede per il 99% dei canti neocatecumenali del Risuscitò, ritenuti fedelmente biblici, in realtà il testo non riporta con accuratezza i versetti citati in parentesi sotto il titolo: quando
si espungono interi scomodi versetti, quando si modificano, quando
si integrano, quando si
interpretano assai liberamente e secondo la dottrina eterodossa di Kiko e Carmen.
In particolare, nella seconda parte della strofa dello "Shemà Israel" del Cammino, il solista canta:
"Questo è il primo comando della vita il secondo è simile a questo. Ama il tuo prossimo come te stesso, fa questo e avrai la vita eterna".
In Deuteronomio non si ritrova certo questo concetto del comandamento "nuovo", cioè oltre all'amore a Dio anche l'amore al prossimo come a sé stessi.(Gv 13,35).
Gli episodi evangelici a cui questa seconda parte della strofa dello Shemà Neocatecumenale si ispira sono principalmente due:
la risposta di Gesù al giovane ricco che gli chiedeva come fare "per avere la vita eterna" e ciò che Gesù dice allo scriba che gli chiede quale sia il primo dei comandamenti:
(«Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi». Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici» Marco 12,28-34). Infatti la frase "Ama il tuo prossimo come te stesso" la ritroviamo in Levitico 19,18, insieme ad altre prescrizioni che non hanno nel testo biblico, valore di comandamento.
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Gesù che prega nella Sinagoga
secondo la visione di Kiko |
Ma la citazione biblica, posta in dimensione evangelica inserita nel canto dello Shemá, sotto ambedue i profili, è incompleta, perché allo scriba, vedendo che aveva risposto saggiamente, Gesù disse: «Non sei lontano dal regno di Dio», mentre al giovane ricco al quale rispose che deve rispettare i comandamenti e poi, saputo che già li onorava, spiegò più chiaramente: «Una cosa sola ti manca: va', vendi quello che hai e dàllo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi» (Marco 10,21)
La vita eterna infatti secondo la dottrina cristiana e più specificatamente cattolica, non viene dall'ascolto della Scrittura e neppure dal rispetto dei comandamenti di per sè, ma da quel "vieni e seguimi", cioè dal Battesimo, in cui ci rivestiamo di Cristo divenendo nuove creature.
Infatti, mentre celebra questo Sacramento, il sacerdote rammenta per ben quattro volte che la vita eterna viene donata, al battezzando come già è stata donata a tutta la comunità: nella benedizione dell'acqua, nel rinnovo delle promesse battesimali, nella unzione con il Sacro Crisma e nella consegna della veste bianca.
Sono invece i protestanti, a credere che la vita eterna venga dall'ascolto della predicazione e dall'accoglimento nella propria vita di Gesù come personale Signore e Salvatore: si tratta di una salvezza che non ha bisogno dell'azione di Dio attraverso il battesimo.
Secondo quanto credono i protestanti, e, per merito di Kiko e del suo filo-ebraismo e cripto-protestantesimo esasperato, i Neocatecumenali. E i frutti di questo "libero esame" della Scrittura, si vedono e
si leggono ogni giorno.