Un grosso errore del Cammino Neocatecumenale è quello di indurre i suoi adepti, in molte occasioni, a fare una "confessione pubblica" dei propri peccati (poco importa che a seconda dei casi la chiamino pomposamente "scrutini", "giri di esperienze", "testimonianze"... il "format" è sempre lo stesso: una confessione pubblica dei propri peccati). Inutile aggiungere che nella Chiesa cattolica ciò non avviene.
La radice di questo clamoroso errore neocatecumenale sta nel fatto che nella loro superbia sono bramosi di misurare la misericordia di Dio, in modo da sentirsi i primi in classifica (una classifica immaginaria di chi è più cristiano degli altri) perché durante lo show delle confessioni pubbliche qualcuno ha parlato di certi suoi grossi peccati e quindi la piccola comunità neocatecumenale acquisirebbe "punti-misericordia". Noi cattolici, invece, sappiamo che ogni singolo peccato - e dunque anche quello del dare scandalo attraverso "confessioni pubbliche" - è contro il regno di Dio.
![]() |
| Effettivamente non somiglia solo a un UFO... |
A sostenere quell'errore delle "confessioni pubbliche" c'è l'erronea convinzione - tipica di ogni setta, inclusa quella neocatecumenale - secondo cui un gesto del genere è sincero proporzionalmente a quanto è imbarazzante.
Dunque, vediamo alcuni di quei motivi per cui è spiritualmente dannosa e altamente sconsigliabile la "confessione pubblica".
Il primo è il più ovvio: è il dare scandalo alle anime più deboli. Nessuno di noi può scrutare le anime altrui, per cui non possiamo mai stimare quanto sia spiritualmente pericoloso e immediatamente dannoso che uno parli dei propri peccati. Il peccato non merita "pubblicità". Uno dei possibili danni alle anime semplici è il suggerire (anche involontariamente) l'idea che una certa cosa "è davvero possibile farla". Per dire, se portate una moto presso una tribù che non aveva mai visto un veicolo a motore, nessuno sognerà di impennare, anche se tutti si appassionassero alla velocità e alle prestazioni. Ma non appena uno desse il pessimo esempio anche soltanto dicendo di averlo fatto... E adesso pensate per un attimo ai tanti fratelli del Cammino, che avevano aderito perché lo spot pubblicitario parlava di "fede adulta", parlava di "Dio che si vuole incontrare con te"... e ricevono invece - oltre a pressanti e incessanti e perpetue richieste di denaro - anche un cumulo di scabrose e pruriginose notizie di peccati, talvolta veri, talvolta un po' inventati, ma che fanno a gara a chi sembra più scandaloso. Tutto perché vogliono "misurare" la misericordia di Dio, associandola alla quantità di super-peccatoni extra-giganti.
Un altro buon motivo è che il pubblico ha buona memoria. Io stesso, a distanza di tanti anni, ricordo un certo seminarista (oggi prete di successo) raccontare con inutile dovizia di dettagli certe cose che avrebbe dovuto dire solo in confessionale. E invece non solo le disse in pubblico ma evitò di rimanere sul vago (sarebbe bastato chiudere subito la questione con espressioni vaghe tipo: "ho peccato contro Dio", "mi credevo capace di resistere"...). Ancor oggi, quando lo vedo, la mia memoria istintivamente associa lui a quel determinato peccato e a quelle precise modalità che lui con imprudente vanità descrisse in dettaglio. Non posso sapere se negli anni successivi sia caduto di nuovo in quel genere di peccati ma il fatto è che quando lo vedo, mi torna in mente prima quel suo peccato vantato all'epoca che la sua persona oggi. E figuratevi cosa può significare una "buona memoria" in qualche persona maliziosa, o solo chiacchierona, o semplicemente sofferente, o comunque debole. E figuratevi in un ambiente mormoratore e giudicatore come la diabolica setta neocatecumenale, che giustifica e invoglia le "confessioni pubbliche", quante anime semplici vengono continuamente diluviate di scandali. E no, il blaterare ritmicamente che il Signore "ha perdonato" non ti cancella il ricordo di quelle cose indegne, disoneste, ignobili.
Quindi c'è il fatto che il peccatore stesso ha buona memoria. Prima o poi il ricordo di aver "confessato in pubblico" una determinata cosa gli tornerà in mente corredata di brutte sensazioni (fastidio, rimorso, dolore, paura che qualcuno dei presenti se ne ricordi bene...) perché ricorderà quei volti e percepirà di nuovo le loro sensazioni (non tutte angeliche, non tutte di genuino perdono e lode al Signore). Il disprezzare sé stessi e addolorarsi continuamente per un passato "ancora troppo facilmente ricordabile", è una grave debolezza, è segno che nonostante il perdono non si è voltato pagina. La vera umiliazione, il vero pentimento, nascono per amore di Dio (e al massimo per il timore dell'inferno, cioè del perdere la felicità perpetua in Dio); nel pentimento, l'eventuale aspetto del disprezzo di sé stessi non è il fine, ma solo un mezzo (il maggior rimpianto di Agostino d'Ippona, "tardi ti amai", non riguarda gli specifici peccati ma l'amore per il Signore).
Diremmo, solo per capirci, che occorre imparare a "perdonare sé stessi", cioè a non commettere il madornale errore di Giuda Iscariota. Giuda, convintosi di non poter "perdonare sé stesso", giunse subito all'erronea conclusione che Dio "non poteva" perdonarlo ("se non ci riesco io è impossibile che ci riesca Lui"), che Dio sarebbe stato "incapace" di perdonare, e pertanto andò volontariamente a sfracellarsi, per punire sé stesso in virtù del fatto che non volle "perdonare sé stesso", cioè rifiutò il Dio della misericordia. Allo stesso modo di Giuda, un'anima potrebbe rimanere schiava del peccato "pubblicamente confessato", schiava dell'idea di averlo "detto davanti a tutti", col sottinteso che quei "tutti" (più coloro ai quali sarà stato riferito con più o meno malizia da loro), continueranno ad accusarla (anche solo virtualmente), pertanto "deve" autoaccusarsi anche lei smettendo di pensare che una volta perdonati sacramentalmente occorreva voltar pagina.
Claudia, ex attrice e famosa per questioni porno, dopo la conversione, quando un intervistatore le ricordò ciò che di lei ancora circolava in giro, liquidò la questione dicendo: ma quelli sono peccati perdonati. Cioè - giustamente - non voleva andare a rimestare nel passato (esattamente come non rimestavano l'apostolo Paolo o Francesco d'Assisi, che non si sono certo permessi di descrivere i dettagli pruriginosi delle proprie passate "esperienze"). Erano peccati perdonati attraverso il sacramento della riconciliazione, non avvertiva alcun bisogno di fare "testimonianze" modello neocatecumenalizio autoflagellante e bramoso di punti-scandalo per scalare l'immaginaria classifica di campionato.
C'è poi pure il fatto che il peccatore che rievoca pubblicamente il peccato che ha commesso, rimesta nel torbido, magari ricordando (o inventando) altri dettagli. Infatti le orecchie dell'uditorio non sono le orecchie del confessore. Ciò che normalmente sarebbe stato coperto dal vincolo del segreto della confessione, e dunque da quel momento sarebbe divenuto un voltar pagina nella propria vita, un qualcosa di finalmente "dimenticabile", diventa invece un pubblico rivangare nel proprio torbido passato, "rivivendo" mentalmente quella cosa turpe e vile, col serio rischio che dietro quell'espressione facciale umiliata (umiliazione vera o recitata, non importa) sorga il pensiero del "ma guarda di cosa son stato capace, chissà che non possa accadere di nuovo". (I padri del deserto, quando con esagerata iperbole dicevano che il tuo peccato non esiste più, lo facevano per rimarcare che una volta chiesto e ottenuto perdono non bisognava rimestare più nel passato torbido, ma guardare avanti, voltando pagina; altrimenti si diventa mentalmente "schiavi del peccato", ossessionati da quella cosa, e a furia di girarci intorno, e di descrivere, di riepilogare, di rievocare, si finisce davvero per fare come Giuda, cioè sotto sotto e a poco a poco convincersi di non essere perdonabili, magari perfino dopo l'assoluzione, cioè ci si pianta un "virus" spirituale in testa, da soli, solo perché ci si crogiola troppo a pensare ai peccati passati).
![]() |
| L'euforia di mettere tutto in piazza |
Anche se in certi trattatelli spirituali si suggeriva di meditare sui peccati commessi lungo tutta la propria vita e di riportare in confessione (chiarendo di averlo già confessato in precedenza) qualche peccato particolarmente grave del passato, ciò serviva per aggiungersi l'umiliazione del "anche se stavolta confesso solo X e Y che sembrano poca roba, a suo tempo fui capace di commettere anche Z, di cui ho chiesto già perdono, ma che mi ricorda quanto mi allontanai da Dio"), e ciò avviene comunque nel segreto della confessione.
Il segreto della confessione consente di stare "a tu per tu" col Signore, per tramite di un Suo incaricato (incaricato da Nostro Signore, nella persona degli Apostoli, dei loro successori, e di coloro ai quali è stato tramandato attraverso il sacerdozio il potere di rimettere i peccati, al punto che «a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi», cfr. Gv 20,23), e di potersi esprimere senza avere un uditorio di "spettatori" che "chissà cosa staranno pensando di me adesso, chissà cosa penseranno di me in futuro, chissà a quant'altra gente ricorderanno ciò che ho fatto". Al sacerdote in questione non interessano i dettagli - se non quelli importanti per valutare la salute spirituale dell'anima e l'effettiva gravità dell'atto commesso -, ma solo la disposizione personale del penitente a chiedere perdono, senza la quale la confessione sarebbe inutile. Il sacerdote che ascolta una confessione non è "il pubblico presente allo show", ma solo l'incaricato di darti l'assoluzione qualora ritenga che ci sia almeno un po' di pentimento.
C'è un altro punto importante: il fatto che spesso non sappiamo esprimere bene in che modo abbiamo peccato (e anche questa motivazione sarebbe già da sola sufficiente perché la confessione sia esclusivamente "in segreto" col solo sacerdote). Il sacerdote, che di confessioni ne ha ascoltate tante, può chiarire i termini se necessario, o può "capire al volo" senza dover rovistare tra espressioni poco delicate. Nel neocatecumenalismo c'è la sbagliatissima convinzione che uno sia sempre capace di descrivere correttamente i propri peccati, e che se non ci riesce allora "Dio provvede" illuminando gli ascoltatori, come se Dio fosse una specie di "bacchetta magica" (lo stesso tipo di bacchetta magica per cui i cosiddetti "catechisti" del Cammino, anche quando dicono qualche emerita vaccata, sarebbe "per il tuo bene" perché Dio aggiusterebbe automagicamente tutto quel che dicono).
In ogni caso, il peccato da portare in confessione riguarda il "cosa", e non sempre è necessario spiegare troppo il "come" (tranne forse quando ci sono altri peccati connessi a quello), tanto meno scendere in dettagli del tutto inutili ai fini dello spiegare al confessore "di cosa desidero chiedere perdono". Invece nelle pubbliche confessioni neocatecumenali - organizzate come se fossero uno show - c'è tutta un'avidità di dettagli scabrosi, stravaganti e vergognosi, con la convinzione (sbagliatissima) che più ci si imbarazza e più sarebbe fruttuoso il gesto, insieme alla convinzione (altrettanto sbagliatissima) che più è grave il peccato di cui si parla, e più si acquisirebbe punteggio nella classifica immaginaria di "misericordia divina vantabile come conquista della piccola comunità" (come se uno, per ottenere maggior misericordia, dovesse "peccare di più": è il concetto luterano di peccar fortemente purché si creda in Dio ancor più fortemente - mentre noi cattolici sappiamo che è proprio il peccato a renderti più difficile il "credere più fortemente").
La confessione "auricolare" (nel senso di "all'orecchio del sacerdote", cioè in segreto) è di tradizione apostolica. I tentativi di fare "confessioni pubbliche" (con pubbliche penitenze) avvenuti in certe comunità cristiane qua e là nei primi secoli (e non in tutto l'orbe cattolico) solitamente accompagnavano una preesistente visione fatalista della vita e dei sacramenti (come ad esempio l'idea che ci si potesse confessare solo una volta nella vita, e quindi avere in tutta la vita solo due momenti di remissione dei peccati - il battesimo e la confessione - e poi non ci fosse altro che l'inferno). Non ci volle molto, per le autorità della Chiesa, per capire quanto danno facevano quelle gravissime esagerazioni (il guaio è che in tempi recenti, sull'influsso moralista-puritano protestante, certi sedicenti teologi e storici hanno deciso di credere che "praticamente tutti" i primi cristiani non si confessassero nel segreto ma in pubblico, che è una grossa panzana inventabile solo perché non ci sono abbastanza documenti d'epoca a smentirla). La necessità di pubbliche penitenze (addirittura con casi in cui l'assoluzione giungeva solo dopo lunga e durissima penitenza) riguardava solo scandali particolarmente gravi - e sussisteva per il fatto che certi barbari convertitisi troppo in fretta, tornavano poi facilmente in certe gravissime abitudini che avevano prima di convertirsi.
Il fatto che i primissimi cristiani avessero una grande fede e una notevole dirittura morale non implica che i cristiani successivi debbano essere "almeno all'altezza". Questo truce rigorismo da giansenisti ricompare qua e là tante volte durante storia della Chiesa, ad opera di tutti quei protestanti (come i neocatecumenali) che si illudono che la misericordia di Dio vada misurata in quantità di peccatoni "perdonati" vantabili in pubblico. (Se così fosse, i bambini non potrebbero giungere a livelli di santità come gli anziani, e Nostro Signore si sarebbe sbagliato nel dire «lasciate che i bambini vengano a me», cfr. ad es. Lc 18,16).
![]() |
| La Redditio: un'altra occasione per le confessioni pubbliche |
Concludiamo facendo notare che Kiko e Carmen hanno sempre avuto un'insana sete di ascoltare robacce sessuali scandalose. E questo perché non solo hanno sempre avuto i loro numerosi "scheletri nell'armadio" - che si sono guardati bene dal "confessare" pubblicamente, ma lo hanno imposto ai loro seguaci - ma anche perché era per loro troppo comodo porre i seguaci neocatecumenali nella tutt'altro che invidiabile condizione psicologica del "se abbandono il Cammino, poi chissà a quanta gente racconteranno ciò che ho detto". Non a caso il Cammino vezzeggia molto chi ha grossi scheletri nell'armadio, come il vescovo pedofilo neocatecumenale Apuron, o lo spretato ex-cardinale McCarrick. Per Kiko e Carmen e i loro pretoriani, non c'è niente di meglio di un soggetto ricattabile, indotto a umiliarsi e a temere che ciò che dice venga raccontato in giro. E poi, scusate, certi altri super-mega-peccati (omicidi, spaccio...), è un po' difficile raccontarli come "perdonati" se non si è già scontata la pena dei tribunali terreni, senza interessare le forze di polizia, senza ricadere nell'apologia di reato. E dopo averli sentiti una o due volte, vengono a noia; mica come i peccati sessuali che facevano leccare i baffi a Kiko e Carmen (e agli altri soggetti lascivi come loro).
Gli asini neocatecumenali raglieranno che in caso di "confessioni pubbliche" i presenti sarebbero tenuti al segreto. Oh cielo, sono così idolatri che non sanno proprio distinguere tra un pio ingenuo augurio e una situazione reale? L'unico motivo per cui i presenti temporaneamente taceranno è il... non dispiacere al cosiddetto "catechista". Per cui, in caso di frenesia di fare un dispettino, meglio ancora se all'insaputa del "catechista"... Invece noi cattolici sappiamo che solo il sacerdote è tenuto al segreto del confessionale (quantomeno per la minaccia di scomunica immediata), e che in questo è sostenuto non dalla sua volontà ma anzitutto dalla grazia di stato. Motivo per cui ci fidiamo del confessionale ma non ci fidiamo della presunta buona volontà della comunità a cui viene severamente detto "le cose che sentirete non devono uscire da questa stanza" (e invece, puntualmente, usciranno).
























