«E nemmeno possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio». In questo versetto di Luca (Lc 20,36), come in tanti altri riferimenti biblici, veniamo indistintamente chiamati figli, circostanza che predispone l'animo ad elevarsi per sicurezza e gratitudine, essendo un termine che secerne premura e cura. Il modo in cui il Signore ci chiama figli, rende chiaro quanto immenso sia il Suo amore verso di noi e, soprattutto, rende comprensibile la Sua generosa volontà di generarci, darci la vita e precluderci la morte.
L'appunto appena esposto aiuta a ritemprare la mente, dato il titolo gravoso che contraddistingue questo articolo; intestazione però necessaria essendo parole provenienti da Kiko Argüello e che presentano al meglio il pericoloso messaggio che scaturisce dai neocatecumeni in genere.
Ma adesso, dopo una doverosa preghiera che mi esonera da un amaro trasporto emotivo, proponiamo quella che definiamo: LA CATECHESI DEL SUBCONSCIO ASSASSINO (termine coniato da Lino)
Consideriamo dunque cosa dice Kiko Argüello:
"Ma noi vediamo tanti genitori che sono angosciati - e sono angosciati anche i figli - perchè non gli vogliono bene, cioè nevrotici, perché probabilmente non li hanno voluti perché gli scoccia, perché costano, perché gli sconvolgono tutta la vita; dato però che abbiamo un io morale che non ci permette di essere assassini, perché questo ci fa entrare in conflitti profondi, ecco che facciamo di tutto per calmare per fare giustizia in noi, di queste zone profonde che non volevano questo bambino, così lo coccoliamo, cioè facciamo il contrario: diventiamo ansiosi verso di lui; perché? - dico una cosa - diveniamo ansiosi verso i nostri bambini perché costantemente stiamo pensando alla morte. Allora farei una domanda: perché si pensa alla morte del bambino? Io direi: PERCHE' TU LA DESIDERI NEL SUBCONSCIO".
(fonte: Orientamenti alle equipes di catechisti per lo Shemà, pp. 74-75)
Ah...
Iniziamo ad esaminare questa inquietante "catechesi" dell'Argüello, che figli non ha, e meno male!
È chiaro che in un mondo imperfetto, degenerato dalla delinquenza scaturita da persone come Kiko, dalla mente costantemente proiettata alla disperazione e a satana, i genitori si preoccupino dei figli, e cerchino in ogni modo di salvaguardarli. Ma è ancor più vivida l'astuzia di Kiko, che fa leva su reali preoccupazioni per costruirvi sopra un lugubre castello, che trasporta la psiche dei fedeli kikiani ad intendere i loro reali timori nella maniera in cui l'«ispirato» guru li presenta. Kiko evolve la realtà plasmandola a suo piacere, così da inculcare filosofie che possono determinare delle gravissime conseguenze oggettive. Argilla nelle sue mani la psiche degli inconsapevoli adepti.
«Perché si pensa alla morte del bambino? Io direi: PERCHE' TU LA DESIDERI NEL SUBCONSCIO», paure naturali degenerate a desiderio personale del suddetto timore. E' molto semplice, Kiko convince l'assemblea che in loro vige il desiderio che il proprio figlio muoia; ed esaminando il discorso per intero, Argüello persuade i genitori preoccupati, o in ansia per i figli, che i loro pensieri - che sorgono spesso quando devono lasciare i figli piccoli, magari ammalati o con problemi in mani estranee per correre a celebrazioni, incontri, convivenze, 100piazzate, servizi ai seminari RM eccetera- non sono legittimi, né sono dovuti al senso di responsabilità per i propri doveri di stato o espressione di amorosa sollecitudine, ma anzi, tutto al contrario! Le loro ansie, per il guru spagnolo, sono dovute al rifiuto dei figli, addirittura al desiderio di sopprimerli; quindi il soggetto ascoltatore tende a dare per certo ciò che viene detto, senza contare il fatto che vige di per sé un'idolatria che rende vera anche la teoria secondo cui "l'asino vola", basta sia il dio Kiko ad annunciarlo.
Nel cammino, si sa, le famiglie sono chiamate a procreare, e di donne in stato di gravidanza, soggette alle normali fragilità che i 9 mesi procurano, tra quelle sedie di plexiglass ve ne sono molteplici. Così come anche novelle mammine, che bisognerebbero di concetti edificanti e non di ascoltare che il loro cuore, piuttosto che accogliere quel fagottino, lo rigetta.
Non so se ho reso l'idea; se è chiaro che certe esortazioni potrebbero condurre ad azioni sconsiderate. Kiko, questo "beato nessuno", osa esprimersi su circostanze di cui non è istruito, nè sotto il profilo professionale, né sotto quello personale; non ha figli, ma è stato figlio, certo, depresso, contraddistinto da manie di persecuzione e tendente al suicidio (a tal riguardo invito i lettori a leggere la sua biografia, pubblicata un po' ovunque). Prodigarsi ad ergersi insegnante di argomenti così personali e complicati potrebbe generare delle convinzioni avverse negli adepti.
A tal proposito ci tuffiamo nelle considerazioni di una giovane coppia neocatecumenale norvegese, genitori di 5 figli, che come di consuetudine nell'ambiente da loro frequentato, pongono "testimonianza della loro vita" (virgolettiamo in virtù della consapevolezza che la maggior parte delle testimonianze si rifanno ad un protocollo ben preciso, che comunque, purtroppo, non esclude un reale plagio mentale):
«Se fosse stato per noi, probabilmente non avremmo figli. Molti si sorprendono sentendo questo. Molti pensano che l'idea sia che se avete figli è perché vi piacciono. Noi non siamo questo tipo di persone che amano avere un bambino, da un punto di vista umano. Se abbiamo dei figli è solo per grazia di Dio».
Tendo a ricordarvi che l'esperienza appena esposta proviene da una famiglia neocatecumenale, che reagisce agli insegnamenti di Kiko mettendoli appunto in pratica, quindi esprimendo disprezzo e incapacità anche nei riguardi dei propri figli. Il diavolo, entità spesso nominata da Kiko con annessi sudditi, viene evocato anche in queste parole, a che modo? Approfondiamo la drammatica vicenda.
"Se fosse stato per noi probabilmente non avremmo avuto figli": per quanto il generare un figlio possa corrispondere ad una decisione personale, per noi cattolici riguarda una più profonda realtà:
Humanae Vitae: "Il matrimonio e l'amore coniugale sono ordinati per loro natura alla procreazione ed educazione della prole. I figli infatti sono il preziosissimo dono del matrimonio e contribuiscono moltissimo al bene degli stessi genitori". I figli pongono un senso universalmente riconosciuto al matrimonio stesso, considerare che la volontà degli sposi è contro la procreazione deteriora l'atto stesso del congiungersi nel santo sacramento in oggetto.
![]() |
| Dice Gesù: chi accoglie anche uno solo di questi piccoli, accoglie me. Kiko dunque uccide Gesù stesso uccidendo i bambini nel cuore dei genitori |
Ma continuiamo nell'osservazione approfondita del testo sopra esposto. Quei coniugi svedesi dicono: "Molti si sorprendono sentendo questo. Molti pensano che l'idea sia che se avete figli è perché vi piacciono. Noi non siamo questo tipo di persone che amano avere un bambino, da un punto di vista umano". A questo punto è d'obbligo chiamare nuovamente in causa l'Enciclica del Sommo Pontefice Paolo VI:
«L'amore coniugale rivela massimamente la sua vera natura e nobiltà quando è considerato nella sua sorgente suprema, Dio, che è "AMORE", che è il Padre da cui ogni paternità in cielo e in terra trae il Suo nome».
E ancora aggiunge: «Per mezzo della reciproca donazione personale, loro propria ed esclusiva, gli sposi tendono alla comunione delle loro persone, con la quale si perfezionano a vicenda, per collaborare con Dio alla generazione e alla educazione di nuove vite"».
In questi meravigliosi estratti, possiamo rilevare come l'AMORE sia alla base del divenire genitori, che così, come Dio Padre è sorgente suprema d'AMORE anche l'uomo e la donna sono chiamati a rendersi operosi e accoglienti riguardo il santo dono dei figli. Come si può mai esonerare l'AMORE quando si fa riferimento ai bambini, e ancor di più se il discorso riguarda i propri figli?
Leggiamo ancora una volta le parole di quei due genitori neocatecumenali svedesi: "noi non siamo questo tipo di persone che amano avere un bambino"; bene, anzi male, molto male, sono riusciti ad inserire la mancanza d'amore nei riguardi dei figli, che predispone l'animo di chi ascolta e legge, all'indignazione e amarezza. È contro natura, non è umano né tantomeno cristiano; il non amore richiama appunto satana.
Ma proseguiamo con la testimonianza di un nostro lettore, Ruben, che a suo tempo qui sul blog ci riferiva:
«Significativa la prima testimonianza al "100 Piazze" di domenica scorsa (1 giugno 2014), in Piazza Gimma a Roma, anche in relazione agli ultimi temi trattati. La testimonianza è di marito e moglie:A un certo punto della sua testimonianza, il marito dice: "...ho quattro figli ma per me potevo averne anche uno..."Al suo turno la moglie ribadisce: "...con quattro figli, mio marito è sempre fuori per lavoro, è difficile amarli, anche perché io non li volevo..."Se tanto mi dà tanto, "qualcuno" dev'essere intervenuto sulla paternità e maternità di questa coppia».
Riscontriamo nuovamente la mancanza d'amore, che va a cozzare con la meraviglia della famiglia in sé e con le esortazioni dell'Humanae Vitae che abbiamo preso in considerazione. La mancanza d'amore predispone all'odio, altra parola azzardata di consuetudine dai camminanti, che, con questi annunci riguardanti la propria vita, pare vogliano lasciare ad intendere che la Chiesa si stia conformando al mondo, che quindi comprende quanto il peccato, caratterizzato appunto dalla mancanza d'amore, possa venire incluso nel percorso cristiano senza quindi sentirne avversione oppure vergogna. Meschino e insensato, eppure accade.
Quei due genitori che Ruben ha avuto occasione di ascoltare in piazza, esponevano perfettamente la loro afflizione, riversandola sui figli, quasi colpevolizzandoli della loro esistenza che, sempre secondo loro, preclude un amore spontaneo tra i due coniugi, costretti alla lontananza per il loro sostentamento. La costatazione più dolorosa riguarda il fatto che il più delle volte i bambini si ritrovano in piazza assieme ai genitori, portati lì come addobbi, ritrovandosi lì ad ascoltare e intendere ogni cosa. Altra meschinità che induce ingiustamente il morale dei piccoli a rattristarsi e ad impensierirsi.
Un' altra testimonianza ci viene consegnata da Sebastian, che con coraggio espone un'esperienza personale che ci aiuta a comprendere quali pericoli corrono questi figli soggetti a famiglie kikiane, ma soprattutto rende chiaro, se già non lo fosse, il punto di vista del figlio. Sebastian ci scriveva:
«L'educazione kikiana consiste nel comportarsi con i propri figli come un catechista neocatecumenale.Viso duro e ordini perentori, obblighi di andare in comunità e ai pellegrinaggi (io questo me lo sono risparmiato, perché i miei avevano già rinunciato ad educarci quando avevo 13 anni), mancanza di affetto e di compassione, tipici problemi adolescenziali vissuti come "croci", accettare passivamente le ingiustizie subite (tipo il non denunciare chi ti aggredisce fisicamente fuori scuola), le lodi domenicali come unico momento di condivisione della famiglia (in cui ti testimoniano il paradiso in terra, e 10 minuti dopo ti fanno vivere l'inferno)... per il resto l'educazione è completamente delegata alla comunità, al cosiddetto "catechista"...»
Ci approcciamo alla testimonianza del nostro amico Sebastian con profondo rispetto. Anche in questo caso, a rappresentanza di molti altri ragazzi neocatecumenali, Sebastian viene abbandonato, trattato con indifferenza e sminuito dai genitori, che come pensiero principale hanno il cammino, con i suoi numerosi e non casuali impegni, sia pratici che emotivi.
Che forse la mancanza d'amore verso i figli possiede proprio la finalità di condurre i ragazzi tra le braccia del cammino? Magari possiede l'intento di rendere i genitori soggetti al cammino senza che essi si pongano sensi di colpa nei riguardi della prole, destinata non solo a cavarsela da sola ma a subentrare anch'essa in comunità a far numero.
I catechisti, "sinonimi" di Kiko, si rifanno sempre e comunque al guru, nei pensieri, nel modo di approcciarsi con il prossimo e nelle azioni; i genitori,"sinonimi" dei catechisti, vivono riconducendo il loro agire ad essi, quindi apprendendone le modalità e riproponendole nell'ambito familiare (desideriamo ricordare che il carattere predominante di Kiko, quindi anche dei catechisti, è perlopiù prepotente e iroso). Ogni sinonimo che si rispetti possiede un significato uguale ad una parola d'origine, che in questo caso si identifica in... Kiko! Molti imitatori di Kiko trasmettono messaggi errati per il mondo, contaminando i più piccoli e ledendo la loro dignità.
Ricordiamo infatti le parole iniziali di Arguello: «perché si pensa alla morte del bambino? Io direi: PERCHÉ TU LA DESIDERI».
Attenendoci alla testimonianza di Sebastian e alle varie esperienze esistenti, spesso trasmesse e rese pubbliche, poniamo in rilievo un'esortazione di santa madre Teresa di Calcutta; qualcuno ha azzardato un paragone tra Madre Teresa e Carmen, che può solo far indigna e che rigettiamo automaticamente, anche in virtù di fattori oggettivi, cioè vita, pensieri e azioni colme d'amore della piccola grande Madre Teresa, che si contrappongono a quelli della "santa di categoria superiore" delle baracche.
"Cosa puoi fare per promuovere la pace nel mondo? Vai a casa e ama la tua famiglia"(Madre Teresa di Calcutta)
Ci auguriamo che i genitori neocatecumenali si astengano dal proferire ulteriori e strazianti parole dirette a discapito dei propri bambini e si approprino delle espressioni dei veri Santi ispirati da Dio. In questo caso, prendendo come spunto Madre Teresa, direi, smantellate le salette e dedicatevi alla famiglia, la quale rappresenta la vera, decisiva e potente preghiera che promuove la pace e dà gloria a Dio!

































