sabato 21 gennaio 2012

PASSIO CHRISTI, ECCLESIAE PASSIO


In questo momento "oscuro" della storia della Chiesa, ci possono soccorrere solo le parole che attingono alla Sorgente di una Tradizione viva e fedelmente custodita. E' per questo che oggi vi propongo, come diagnosi della situazione e nutrimento spirituale le parole di un Maestro Fedele, che stralcio da un intervento recente di Mons. Gherardini, che parte da un esame dei testi di Romano Amerio, un'altra vigile sentinella:
Passio Christi, Ecclesiae passio:
[...]
2 - Le “Stazioni” - Amerio, a quanto pare, non parla di “passione”. L'idea che prende in esame è quella della “crisi”, da lui analizzata nella sua natura, nei suoi contesti e nelle sue conseguenze. Io pure -che non chiudo gli occhi davanti alla persecuzione cruenta - son dell'avviso che la passio Ecclesiae sia oggi la perdurante continuità d'una crisi iniziata in modo speciale dall'Illuminismo e ingigantita dalla “desistenza” secolare di chi avrebbe dovuto combatterla. Una crisi polimorfa, che Amerio descrive specialmente nei due primi capitoli, tenendola però presente in tutto il complesso degli altri. Una crisi che non ha nulla in comune con il meschino tentativo di chi, per nasconderne pericolosità e virulenza, la qualificò come “crisi di crescenza”, quasi a sottrarre da sicura e doverosa condanna sia l'accennata “desistenza”, sia il conseguente «disorbitare della Chiesa dal suo fine primario». La crisi fu scatenata e poi fin al presente mantenuta ora sotto la cenere, ora a livelli d'incandescenza, quando forze latenti, ma aggressive, polemiche, centrifughe e soprattutto potenti, apriron le porte del santuario allo spirito del secolo, sostituendo l'uomo a Dio, “l'ubi consistam” spazio-temporale all'escatologia cristiana, il pirronismo [lo scetticismo, i dubbio sistematico, non quello sano che spinge a chiarire e approfondire -ndR] alla certezza, il pluralismo all'Una Sancta, il disfacimento del costume alla virtù.

Fin dagli anni del Vaticano II ma soprattutto durante il cinquantennio del postconcilio si soppresse l'antagonismo Chiesa-mondo; si inneggiò ad un cristiano maturo non più in stretta collisione con i pericoli del secolo, ma a braccetto con essi; si chiuse l'era paradossalmente angusta della cristianità cattolica, per aprir quella indiscriminata e vaga del “popolo di Dio”; si ribaltò di sana pianta la base giustificativa del Sillabo e della Pascendi, aprendo ingenuamente a quel liberalismo ed indifferentismo e relativismo e modernismo che quei documenti fronteggiavano; si stravolse l'in-sé della Chiesa e della vita cristiana, affossando il soprannaturale nel magma del naturalistico, del razionalistico, dello storicistico, dell'immediato ed immediatamente disponibile [e sciaguratamente sperimentabile], tutto risolvendo in una Weltanschauung che, alle classiche virtù teologali, cardinali e morali, sostituiva i valori della spontaneità della libertà, del sentimento, dell'aperturismo a buon mercato. Nasceva, e in breve furoreggiò, un Cristianesimo umanitario, quello del buonismo acritico e superficiale, del dialogo, della condivisione, dell'aperturismo in ogni direzione, senza preoccupazioni dogmatiche etiche disciplinari, all'insegna anzi di quel “circiterismo” [pressappochismo] che Amerio riprende da Giordano Bruno per indicare ogni disinvolto embrasson-nous, perfino nel caso non raro di un amplesso letale. A ciò s'aggiunga l'allentamento della disciplina penitenziale, la crisi dell'obbedienza, la deformazione dialogica dell'apostolato kerigmatico, la degradazione del sacro nel secolare e della communio in una sequela senza fine di sfide. Sì, la crisi non poteva esser meno eversiva né meno pervasiva di com'è stata.

A mio giudizio resta difficile capire perché, pur avendo della crisi una conoscenza diretta ed obiettiva, non si sia corsi ai ripari. Paolo VI, il 7 settembre 1968, rilevò «l'ora inquieta d'autocritica, si direbbe d'autodemolizione» e «di rivolgimento assoluto» che la Chiesa stava vivendo. Celebre è rimasto il suo accenno del 30 giugno 1972 al «fumo di Satana» insinuatosi «nel tempio di Dio». Ed il 18 luglio 1975, inutilmente gridò il suo «basta con il dissenso alla Chiesa. Basta con una disgregatrice interpretazione del pluralismo... Basta con la disobbedienza qualificata come libertà». Tanto inutilmente, che il suo successore, il 7 febbraio del 1981, si disse costretto ad ammettere «realisticamente e con profonda e sofferta sensibilità» lo sbandamento dei fedeli conseguente a «vere e proprie eresie in campo dogmatico e morale», alla manomissione della Liturgia, al relativismo, al permissivismo, al sociologismo e ad un illuminismo che spiana la via all'invadenza dell'ateismo.
Non meno incisiva né meno drammatica è la denuncia della crisi ecclesiale, con cui Papa Benedetto XVI tenta di scuoter le addormentate coscienze. Era ancora cardinale quando firmò la Via Crucis del 2005, che pose all'attenzione del mondo la «sporcizia... la superbia, l'autosufficienza e la mancanza di fede» fra gli uomini di Chiesa, nonché la Chiesa stessa nella condizione d'una «barca che fa acqua da tutte le parti». Pochi mesi dopo, da Papa, riprese con forza maggiore un suo vecchio discorso su «la dittatura del relativismo», causa prima della secolarizzazione montante, e sul relativismo insiste ancor oggi. Ma “le stelle stanno a guardare”.

3 - Per una conclusione - Lungi da me il segnar a dito le “stelle” che “stanno a guardare”: non ho la vocazione a far il cane da guardia. Ma nemmeno ho gli occhi così bendati da non vedere e non capire.

Vedo e capisco sia il dramma d'una Chiesa nella morsa d'una contraddizione storica, contro la quale occorre, e subito, impegnarsi a fondo; sia la ragione, quasi metafisica, che almeno in parte sottrae quel dramma al nostro intervento.

Quanto di quel dramma -e non è una misura da poco- è dovuto
  • ad incuria,
  • o ad un abbassamento della guardia;
  • o ad una compiacente strizzatina d'occhi all'“inimicus homo” (Mt 13, 25.39),
  • o ad una desistenza dal dovere della fedeltà e della testimonianza;
  • o ad un colpevole rimescolamento delle carte fra il e il no, per fare scomparire del tutto la discriminante tra il bene e il male;
  • o al “circiterismo” [pressappochismo, superficialità] pasticcione e confuso di gran parte della teologia contemporanea, la cui sola unità di misura sembra l'abbandono della Tradizione e quindi della linfa che alimenta la vita ecclesiale;
  • o ad una burbanzosa autosufficienza che inalbera la coscienza del singolo o di gruppi particolari a giudice supremo della legge di Dio, sia naturale che rivelata e della Chiesa interpretata e proposta;
quanto -insomma- è dovuto a tutto questo e ad altro ancora, non ha diritto di cittadinanza nella “città di Dio”, essendo antitetico alla costituzione e alla vita di essa. Di tutte queste storture e devianze e ribellioni s'intesse, sì, la passio Ecclesiae, ma è una passione che non s'identifica mistericamente con quella di Cristo, non arricchisce e non dilata la Chiesa come il sangue dei martiri. La mortifica, anzi la strozza, le rifila l'aria che dovrebbe respirare, la riduce al rantolo. Contro questa passio, pertanto, occorre prender posizione, essa va neutralizzata, e l'unica maniera per farlo è quella d'una fedeltà a tutta prova: la fedeltà dei santi.

Ho peraltro accennato, poco sopra, ad una causa quasi metafisica della passio Ecclesiae ed irriducibile per questo ad uno qualunque dei comportamenti umani. Essa nasce dalla sacramentale identità del Cristo fisico e del Cristo mistico e prolunga l'epopea del Golgota nel tempo del già e non ancora: la Chiesa è per questo il Christus patiens. Gli aggettivi “sacramentale” e “misterico”, cui faccio ricorso per qualificare l'identificarsi della Chiesa in Cristo e di Cristo nella Chiesa, portan il discorso sul piano dell'analogia, ancorché ontologicamente fondata. Non si tratta, infatti, di una identità assoluta, ma d'una continuità che il linguaggio dei Padri e della liturgia definisce in mysterio, e quindi di una repraesentatio della Chiesa come continua Christi incarnatio. In particolare d'un rapporto che riproduce nella Chiesa una cristoconformità tale da conferirle quella medesima “immagine del Dio invisibile” che Col 1,15 predica del Verbo incarnato ed in base alla quale la Chiesa ha, del Verbo incarnato, la forma storica d'un amore che si dona fino al sacrificio supremo di sé. La detta repraesentatio non è, dunque, una rappresentazione, se mai è una “ri-presentazione”, o meglio un'assimilazione di due soggetti fin al loro sacramentale ed unificante incontro. Sta qui la ragione per la quale la Chiesa è il Christus patiens, non il Christus passus: rivive nell'attimo che fugge la realtà stessa del Redentore, del Mediatore unico tra Dio e gli uomini, del Rivelatore fedele e qui si radica l'espressione “fuori della Chiesa non c'è salvezza”, oggi superficialmente contestata.

Commossi, pertanto, fin alle lacrime, ci mettiamo nelle braccia di questa chiesa, per aver accesso, attraverso la sua stessa passio, alla passio salvifica di Cristo.

venerdì 20 gennaio 2012

Non è vero che la messa di Kiko è stata approvata

ATTENZIONE: NON È VERO CHE LA MESSA DI KIKO È STATA APPROVATA...

ATTENZIONE A CHI HA MESSO I TITOLI DI GIORNALE FALSI

Papa Benedetto XVI non ha approvato la messa di Kiko. Ecco le sue parole ALL'UDIENZA DI STAMANI:
Poco fa vi è stato letto il Decreto con cui vengono approvate le celebrazioni presenti nel "Direttorio Catechetico del Cammino Neocatecumenale", che non sono strettamente liturgiche, ma fanno parte dell’itinerario di crescita nella fede. E’ un altro elemento che vi mostra come la Chiesa vi accompagni con attenzione in un paziente discernimento, che comprende la vostra ricchezza, ma guarda anche alla comunione e all’armonia dell’intero Corpus Ecclesiae.
Anche dal resto delle parole del Papa leggibili nel discorso riportato nel thread precedente, il Papa lascia all'interno del Cammino le loro prerogative ma nella Parrocchia la Messa è quella che celebra il Papa, il Vescovo.

Il Papa cita di nuovo la fatidica "lettera di Arinze" sulla liturgia neocatecumenale: «La celebrazione nelle piccole comunità, regolata dai Libri liturgici, che vanno seguiti fedelmente, e con le particolarità approvate negli Statuti del Cammino...»

Le "particolarità" sono l'obbligo di alzarsi in piedi alla Comunione e lo spostamento del segno della pace al momento dell'offertorio. Insistiamo a ricordare che "particolarità" non significa "abusi liturgici". Il Papa ha ripetuto chiaro e tondo le sue «decisioni» del 2005: la celebrazione eucaristica deve seguire fedelmente i Libri Liturgici.

E' vero che la montagna ha partorito il criceto, ma una invasione incontrollata di criceti - sostenuti dalla notizia di una inesistente "approvazione" - può fare molti danni.

La montagna ha partorito il criceto...E cosa avverrà ora della Parola del Papa?

Cari fratelli e sorelle,

anche quest’anno ho la gioia di potervi incontrare e condividere con voi questo momento di invio per la missione. Un saluto particolare a Kiko Argüello, a Carmen Hernández e a Don Mario Pezzi, e un affettuoso saluto a tutti voi: sacerdoti, seminaristi, famiglie, formatori e membri del Cammino Neocatecumenale. La vostra presenza oggi è una testimonianza visibile del vostro gioioso impegno di vivere la fede, in comunione con tutta la Chiesa e con il Successore di Pietro, e di essere coraggiosi annunciatori del Vangelo.
Nel brano di san Matteo che abbiamo ascoltato, gli Apostoli ricevono un preciso mandato di Gesù: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli” (Mt 28, 19). Inizialmente avevano dubitato, nel loro cuore c’era ancora l’incertezza, lo stupore di fronte all’evento della risurrezione. Ed è Gesù stesso, il Risorto – sottolinea l’Evangelista – che si avvicina a loro, fa sentire la sua presenza, li invia ad insegnare tutto ciò che ha comunicato loro, donando una certezza che accompagna ogni annunciatore di Cristo: “Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20). Sono parole che risuonano forti nel vostro cuore. Avete cantato Resurrexit, che esprime la fede nel Vivente, in Colui che, in un supremo atto di amore, ha vinto il peccato e la morte e dona all’uomo, a noi, il calore dell’amore di Dio, la speranza di essere salvati, un futuro di eternità.
In questi decenni di vita del Cammino un vostro fermo impegno è stato di proclamare il Cristo Risorto, rispondere alle sue parole con generosità, abbandonando spesso sicurezze personali e materiali, lasciando anche i propri Paesi, affrontando situazioni nuove e non sempre facili. Portare Cristo agli uomini e portare gli uomini a Cristo: questo è ciò che anima ogni opera evangelizzatrice. Voi lo realizzate in un cammino che aiuta a far riscoprire a chi ha già ricevuto il Battesimo la bellezza della vita di fede, la gioia di essere cristiani. Il “seguire Cristo” esige l’avventura personale della ricerca di Lui, dell’andare con Lui, ma comporta sempre anche uscire dalla chiusura dell’io, spezzare l’individualismo che spesso caratterizza la società del nostro tempo, per sostituire l’egoismo con la comunità dell’uomo nuovo in Gesù Cristo.
E questo avviene in un profondo rapporto personale con Lui, nell’ascolto della sua parola, nel percorrere il cammino che ci ha indicato, ma avviene anche inseparabilmente nel credere con la sua Chiesa, con i santi, nei quali si fa sempre e nuovamente conoscere il vero volto della Sposa di Cristo.
E’ un impegno - lo sappiamo - non sempre facile. A volte siete presenti in luoghi in cui vi è bisogno di un primo annuncio del Vangelo, la missio ad gentes; spesso, invece, in aree, che, pur avendo conosciuto Cristo, sono diventate indifferenti alla fede: il secolarismo vi ha eclissato il senso di Dio e oscurato i valori cristiani. Qui il vostro impegno e la vostra testimonianza siano come il lievito che, con pazienza, rispettando i tempi, con sensus Ecclesiae, fa crescere tutta la massa. La Chiesa ha riconosciuto nel Cammino un particolare dono che lo Spirito Santo ha dato ai nostri tempi e l’approvazione degli Statuti e del “Direttorio Catechetico” ne sono un segno. Vi incoraggio ad offrire il vostro originale contributo alla causa del Vangelo.
Nella vostra preziosa opera ricercate sempre una profonda comunione con la Sede Apostolica e con i Pastori delle Chiese particolari, nelle quali siete inseriti: l’unità e l’armonia del Corpo ecclesiale sono una importante testimonianza a Cristo e al suo Vangelo nel mondo in cui viviamo.
Care famiglie, la Chiesa vi ringrazia; ha bisogno di voi per la nuova evangelizzazione. La famiglia è una cellula importante per la comunità ecclesiale, dove ci si forma alla vita umana e cristiana. Con grande gioia vedo i vostri figli, tanti bambini che guardano a voi, cari genitori, al vostro esempio. Un centinaio di famiglie sono in partenza per 12 Missioni ad gentes. Vi invito a non avere timore: chi porta il Vangelo non è mai solo.
Saluto con affetto i sacerdoti e i seminaristi: amate Cristo e la Chiesa, comunicate la gioia di averLo incontrato e la bellezza di avere donato a Lui tutto. Saluto anche gli itineranti, i responsabili e tutte le comunità del Cammino. Continuate ad essere generosi con il Signore: non vi farà mancare la sua consolazione!
Poco fa vi è stato letto il Decreto con cui vengono approvate le celebrazioni presenti nel “Direttorio Catechetico del Cammino Neocatecumenale”, che non sono strettamente liturgiche, ma fanno parte dell’itinerario di crescita nella fede.
E’ un altro elemento che vi mostra come la Chiesa vi accompagni con attenzione in un paziente discernimento, che comprende la vostra ricchezza, ma guarda anche alla comunione e all’armonia dell’intero Corpus Ecclesiae.Questo fatto mi offre l’occasione per un breve pensiero sul valore della Liturgia. Il Concilio Vaticano II la definisce come l’opera di Cristo sacerdote e del suo corpo che è la Chiesa (cfr Sacrosanctum Concilium, 7).

A prima vista ciò potrebbe apparire strano, perché sembra che l’opera di Cristo designi le azioni redentrici storiche di Gesù, la sua Passione, Morte e Risurrezione. In che senso allora la Liturgia è opera di Cristo? La Passione, Morte e Risurrezione di Gesù non sono solo avvenimenti storici; raggiungono e penetrano la storia, ma la trascendono e rimangono sempre presenti nel cuore di Cristo. Nell’azione liturgica della Chiesa c’è la presenza attiva di Cristo Risorto che rende presente ed efficace per noi oggi lo stesso Mistero pasquale, per la nostra salvezza; ci attira in questo atto di dono di Sé che nel suo cuore è sempre presente e ci fa partecipare a questa presenza del Mistero pasquale. Questa opera del Signore Gesù, che è il vero contenuto della Liturgia, l’entrare nella presenza del Mistero pasquale, è anche opera della Chiesa, che, essendo suo corpo, è un unico soggetto con Cristo – Christus totus caput et corpus – dice sant’Agostino. Nella celebrazione dei Sacramenti Cristo ci immerge nel Mistero pasquale per farci passare dalla morte alla vita, dal peccato all’esistenza nuova in Cristo.
Ciò vale in modo specialissimo per la celebrazione dell’Eucaristia, che,essendo il culmine della vita cristiana, è anche il cardine della sua riscoperta, alla quale il neocatecumenato tende. Come recitano i vostri Statuti,“L’Eucaristia è essenziale al Neocatecumenato, in quanto catecumenato post-battesimale, vissuto in piccola comunità” (art. 13 §1).
Proprio al fine di favorire il riavvicinamento alla ricchezza della vita sacramentale da parte di persone che si sono allontanate dalla Chiesa, o non hanno ricevuto una formazione adeguata, i neocatecumenali possono celebrare l’Eucaristia domenicale nella piccola comunità, dopo i primi Vespri della domenica, secondo le disposizioni del Vescovo diocesano (cfr Statuti, art. 13 §2).

Ma ogni celebrazione eucaristica è un’azione dell’unico Cristo insieme con la sua unica Chiesa e perciò essenzialmente aperta a tutti coloro che appartengono a questa sua Chiesa. Questo carattere pubblico della Santa Eucaristia si esprime nel fatto che ogni celebrazione della Santa Messa è ultimamente diretta dal Vescovo come membro del Collegio Episcopale, responsabile per una determinata Chiesa locale (cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. Lumen gentium, 26).

La celebrazione nelle piccole comunità, regolata dai Libri liturgici,che vanno seguiti fedelmente, , e con le particolarità approvate negli Statuti del Cammino, ha il compito di aiutare quanti percorrono l’itinerario neocatecumenale a percepire la grazia dell’essere inseriti nel mistero salvifico di Cristo, che rende possibile una testimonianza cristiana capace di assumere anche i tratti della radicalità. Al tempo stesso, la progressiva maturazione nella fede del singolo e della piccola comunità deve favorire il loro inserimento nella vita della grande comunità ecclesiale, che trova nella celebrazione liturgica della parrocchia, nella quale e per la quale si attua il Neocatecumenato (cfr Statuti, art. 6), la sua forma ordinaria.
Ma anche durante il cammino è importante non separarsi dalla comunità parrocchiale, proprio nella celebrazione dell’Eucaristia che è il vero luogo dell’unità di tutti, dove il Signore ci abbraccia nei diversi stati della nostra maturità spirituale e ci unisce nell’unico pane che ci rende un unico corpo (cfr 1 Cor 10, 16s).
Coraggio! Il Signore non manca di accompagnarvi e anch’io vi assicuro la mia preghiera e vi ringrazio per i tanti segni di vicinanza. Vi chiedo di ricordarvi anche di me nelle vostre preghiere. La Santa Vergine Maria vi assista con il suo sguardo materno e vi sostenga la mia Benedizione Apostolica, che estendo a tutti i membri del Cammino. Grazie!

In attesa... poi vedremo.


Non immaginando cosa potrà accadere oggi ed in attesa di conoscerlo e valutarlo, inserisco questa riflessione vergata da "Nicodemo", perché mi pare condensi perfettamente il nostro stato d'animo attuale, di attesa e anche di ti timore, conoscendo i nostri interlocutori (beh, almeno per definizione se non in realtà) e chi li "appoggia".

Nel frattempo, nell'ipotesi di approvazione non tanto della sincretistica liturgia serotina del sabato (sembrerebbe impossibile che il Papa possa sconfessare se stesso), quanto dei "riti di passaggio", che si dicono oggetto dell'approvazione, continuo a chiedermi se di essi facciano parte anche gli scrutini segreti, per lo svuotamento del falso concetto di sé e di Dio (!?), la "lavanda dei piedi": stesse parole ma significato e contenuto completamente diversi), la "Cena dell'Alleanza", e potrei continuare. Ma non abbiamo che da aspettare. E non posso non chiedermi ancora cos'hanno di cattolico le prassi e i simboli che caratterizzano questi comportamenti che, purtroppo, sembrano invadere sempre più la Chiesa di Cristo, facendone qualcosa d'"altro"...
La Chiesa è sicuramente guidata dallo Spirito Santo quando impegna tutta la Sua autorità magisteriale: sia nell'insegnamento ordinario (quello "di sempre") sia in quello straordinario (quando definisce dogmaticamente). Non altrettanto, sicuramente, quando approva "a rate" (è almeno dal 2002 che sento annunciare trionfalmente qualche "approvazione" che viene propagandata come "definitiva"). E non si tratta di approvazioni con "bolle papali" (come per es. l'approvazione della Regola di San Francesco), ma mediante pontifici consigli o congregazioni, e a movimenti che non raccontano tutta la verità, anzi che mentono spudoratamente (almeno così mi è sembrato di capire leggendo i numerosi interventi dei kikini su questo e altri blog). Insomma queste "approvazioni" hanno una nota teologica "molto Bassa"... pari alle "soppressioni" dell'ordine dei templari o dei gesuiti, cause di sofferenze inenarrabili. Eppure erano atti "autentici" di governo ecclesiastico supremo. Chi avrebbe, oggi, il coraggio di dire che erano ispirati dallo Spirito Santo? Al massimo "permessi" per un misterioso fine, che non ci è dato di conoscere, ma che potrebbe essere anche un "castigo" per tutti i cristiani.

lunedì 16 gennaio 2012

Liturgia: padre Zoffoli risponde

Riportiamo qui sotto l'articolo La liturgia nel Cammino Neocatecumenale comparso sul numero di settembre 1993 della rivista Il segno del soprannaturale (pp. 10-15), evidenziando alcuni passi. Nel testo la parola "autore" è abbreviata con "A.".


Segno - Dossier: in difesa dell'Eucaristia

La liturgia nel Cammino Neocatecumenale

Osservazioni critiche all'articolo "La liturgia nel Cammino Neocatecumenale" di Ernesto Teodoro, pubblicato su Rivista di Pastorale Liturgica.

Alludo all'articolo di Ernesto Teodoro, apparso in due puntate su Rivista di Pastorale Liturgica (ed. Queriniana, Brescia, marzo-aprile 1993, pp. 62-71 e maggio-giugno 1993, pp. 64-73). Nella prima si rivelano gli "aspetti positivi", nella seconda quelli "problematici" del Cammino.

Bisogna essere grati all'A. di aver osato indicare le ombre di certa prassi liturgica di cui i neocatecumenali sono orgogliosi, e di condividere alcune riserve fatte dal Papa, dal card. Martini, dall'Episcopato Piemontese, Lombardo, Umbro, Veneto (iv. II, pp. 64-5).

Seguono personali "lagnanze" dell'A., che nel paragrafo dedicato alle "questioni di fondo" risultano particolarmente serie, giustificate. È la prima volta che mi capitava di leggerle: pur non essendo un liturgista, le ho fatte mie, soprattutto quando le novità liturgiche del Cammino arrivano ad offendere il dogma.

Però, tutto sommato, il giudizio di E.T. è più che benevolo sia perché, nella prima parte dell'articolo, crede di poter apprezzare alcuni "aspetti positivi", sia perché, nonostante "le difficoltà enumerate e le revisioni auspicate", il suo "giudizio liturgico globale sul Cammino sembra positivo..." (iv., p. 73).

Non sono del tutto d'accordo. E il mio dissenso è motivato dal fatto che l'A. non mostra di preoccuparsi quanto avrebbe dovuto delle deviazioni dottrinali sottese nella liturgia del Cammino... Non basta distinguere la liturgia dalla teologia quando l'una minaccia seriamente di sovvertire l'altra, contro il principio che fa derivare la "lex orandi" dalla "lex credendi". "La legge della fede - ricorda Pio XII - deve stabilire la legge della preghiera" (Med. Dei, 40).

Ed è fin troppo sintomatico che nessuna delle Conferenze Episcopali Italiane, nelle riserve finora fatte, non abbia lasciato neppure trapelare il sospetto che il Cammino avanzi sul vuoto di premesse dogmatiche gravemente errate.

E.T. informa che "esistono volumi dattiloscritti che riportano catechesi di Kiko e Carmen e che vengono usati dai catechisti. Il più noto, ma non pubblicato, sono le catechesi iniziali databili agli anni '70 e '80" (iv., I, p. 63, nota 3).

L'informazione è importantissima anche perché risponde (e previene) l'obiezione ormai noiosa di chi dubita dell'autenticità di quei dattiloscritti, del resto confermata - a me personalmente - da autorevoli dirigenti del Cammino Neocatecumenale. Mi resta soltanto da chiedere all'A. se abbia letto le "catechesi" di Kiko-Carmen; e se, avendole lette, non vi abbia ravvisato "le eresie" da me rilevate in alcune mie pubblicazioni (cf. Eresie del Movimento Neocatecumenale, V ed. 1992; Magistero del Papa e Catechesi di Kiko, 1992).

Dispiace che, dall'insieme delle sue osservazioni critiche, ciò non risulta, anche se E.T. riconosce che "in più d'un punto il confronto tra il linguaggio della tradizione e quello del Cammino non è esatto e solleva problemi che vanno affrontati" (iv., II, p. 65, nota 3). Il giudizio tuttavia è piuttosto riduttivo ed espresso in termini che falsano la posizione da me sostenuta in base ad un'accurata e coscienziosa analisi dei testi di Kiko-Carmen. Egli mi permetta di notare che è molto comodo pronunziarsi in modo così sbrigativo su di una controversia che sta impegnando numerosi gruppi di fedeli in Italia e fuori, come dimostra una vera valanga di testimonianze.

*** I ***
Riflettendo sulla nota dell'A. citata poc'anzi, non è difficile capire come egli la pensi. Mi riferisco ad una serie di note tutt'altro che elogiative, che mi lascerebbero indifferente, se non facessero capo al Mistero Eucaristico.

a) Citando, oltre il volume Magistero del Papa... e soprattutto l'altro La Messa è tutto (ed. Segno, Udine, 1993), E.T. afferma con una certa sufficienza che i miei "libri (...) esagerano nel dogmatismo" (iv. II, p. 65, nota 3). Spero di non essere pedante, ma non posso astenermi dall'osservare che non è possibile esagerare, nel dogmatismo, se, questo è già per se stesso un'esagerazione in quanto, essendo l'antitesi del "criticismo", è proprio di chi vanta una certezza priva di ragioni serie che la fondino...; certezza quindi ingenua, acritica, illusoria. Ora, non ritengo sia tale anche la certezza del credente in una Rivelazione proposta con definizioni infallibili e irreformabili dal Magistero, soprattutto se riferite al Mistero Eucaristico, che riassume tutti i dogmi. "Dogmatica" anche la Chiesa?... Scettici, agnostici, storicisti, non cessano di ripeterlo, ma non certo un "cattolico" come E.T.

Può egli indicare qualche mia affermazione acriticamente formulata, come potrebbe essere quella di un qualunque sprovveduto anche se zelante e ben intenzionato? Forse conviene con certi teologastri che, secondo L. Giussani, "non sopportano che qualcuno abbia delle certezze, per cui bisognerebbe essere sempre «in ricerca»..."? Mi auguro di no, altrimenti sarebbe inutile continuare a discutere.

b) L'A. osserva che i miei scritti "ignorano la teologia liturgica" (iv.)

Rispondo che non ho mai avuto intenzione di fare della "liturgia", specie se avulsa dal dogma, ma d'interessarmi principalmente di una "teologia" che, derivata dalla Parola di Dio, interpretata dalla Chiesa, contiene le uniche premesse capaci di fondarne il culto... Ne ho sentito sempre il bisogno per me e per la gente, che oggi partecipa pochissimo e male alla nostra liturgia perché ha perduto la fede, o almeno ha idee confuse ed errate intorno al Ministero cristiano... Una "teologia liturgica" che subordinasse il dogma al culto, la verità alla preghiera, l'essere-in-sé-del-Dio-Vivente all'atteggiamento della creatura, sarebbe qualcosa di insopportabilmente ridicolo e assurdo.

c) I miei scritti, secondo l'A., "soffocano l'Eucaristia in dimensioni troppo personali, devozionali, teologico-speculative" (iv.).

È il "punctum dolens", sul quale tornerò nella terza parte dell'articolo. Per ora mi limito ad alcuni rilievi, cominciando dal chiedermi come l'Eucaristia possa essere soffocata "in dimensioni troppo personali". È un modo di esprimersi molto discutibile. Che l'Eucaristia riguardi la vita del Corpo Mistico (come il Vaticano II sottolinea più volte: PO 5,6; AG 39; LG 3) in quanto celebrazione del Sacrificio di Cristo e consumazione del suo Corpo immolato e del suo Sangue sparso che a tutti offre una "mensa" quale preludio di vita eterna, è certissimo perché verità di fede divina e cattolica...

Ma ciò non vieta di pensare che tutto, in ultima analisi, stando alle finalità dell'istituzione del Sacramento, si risolve in un incontro d'amore tra l'anima e il Cristo assolutamente personale... Incontro così intimo da far dichiarare solennemente al Signore: "Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in Me e Io in lui...". E: "Colui che mangia di Me, vivrà per Me", in quanto fa propria la sua vita: quella medesima che il Verbo ha in comune col Padre (Gv 6,56s).

Non si riflette mai abbastanza che nell'ambito della grazia - che è appunto quello della partecipazione della creatura alla vita di Dio - la "persona" non si oppone né limita il respiro della "comunità"... Ed anzi, più la vita è personale, più è comunitaria, se è certo che soltanto la persona, assimilando il divino, si divinizza e, divinizzandosi, trascende tutti i confini della creatura, e si apre al punto di riversarsi, comunicarsi e favorire in grado eminente la circolazione della vita in tutti i membri del Corpo Mistico. Se l'interiorità è ricchezza, non si potrà mai esagerare nell'insistere sull'assimilazione o personalizzazione del Mistero, non essendoci altra via per aprirsi a tutti, raggiungere i lontani.

Dunque, quanto nelle nostre "liturgie" bersaglia i sensi, impressiona la fantasia, accende il sentimento sì da impedire ai fedeli di raccogliersi in Dio e comunicare intimamente col Cristo, distrae anche dal prossimo, dando soltanto l'illusione di una celebrazione comunitaria. Per stare insieme con gli altri, per capirli e amarli, è indispensabile che prima "si stia con Dio", perché soltanto Dio (l'Uno) unisce veramente; solo restando unite col Cristo-Capo, le "membra" possono restare unite fra loro nella vitale unità dell'intero Corpo.

d) mi si rimprovera di soffocare l'Eucaristia in dimensioni "troppo devozionali" (iv.). Ciò mi sorprende. E.T. può indicare qualche cenno o forma "devozionale" che, nei miei scritti, non sia raccomandata dalla Chiesa, almeno se per "devozione" s'intenda la partecipazione dei fedeli alla ineffabile ricchezza del Mistero? Non credo necessario trarne delle conferme dal cumulo immenso dei testi che il Magistero, da millenni, ha sempre offerto per alimentare la pietà eucaristida dei fedeli. E.T., da buon liturgista, dovrebbe conoscerli; ma penso di far cosa gradita ai lettori riferendo parte del discorso tenuto dal Papa ai fedeli irlandesi il 29 settembre 1979:
"... Vi incoraggio (...) ad altri esercizi di devozione (...), specialmente quelli che riguardano il Santo Sacramento. Questi atti di pietà onorano Dio e sono utili alla vostra vita cristiana: essi procurano gioia ai nostri cuori e ci aiutano a stimare di più il culto liturgico della Chiesa".

"La visita al Santissimo Sacramento è un grande tesoro della chiesa Cattolica: esso nutre l'amore sociale e ci offre la possibilità di adorare e di ringraziare, di riparare e di supplicare".

"La benedizione del Santissimo Sacramento, le Ore sante e le processioni eucaristiche sono altrettanti preziosi elementi della vostra eredità, in pieno accordo con gl'insegnamenti del Concilio Vaticano II...".

"Così, cari fratelli e sorelle, ogni atto di riverenza, ogni genuflessione che fate davanti al Santissimo Sacramento, è importante, perché è un atto di fede in Cristo, un atto di amore per Cristo. E ogni segno di Croce, ogni gesto di rispetto fatto ogni volta che passate davanti ad una chiesa è pure un atto di fede".

"Dio vi conservi questa fede, questa santa cattolica fede, questa fede nel santissimo sacramento...".
Ernesto Teodoro oserebbe rivolgere al Papa la stessa critica fatta a me, che del resto - come mostrerò subito- mi preoccupo soprattutto della fedeltà al dogma?

e) Sembra che egli non tolleri lo sforzo di intravedere qualcosa di credibile nel Mistero eucaristico, lamentando le "dimensioni troppo (...) teologico/speculative" della mia esposizione dottrinale.

Sinceramente comincio a sospettare che l'A. nutra segrete simpatie per la mentalità protestante ereditata da Kiko, che non sopporta la speculazione teologica, dimostrando di non essere affatto d'accordo con la Chiesa, la tradizione dei Padri ed un vero esercito di teologi. I limiti dell'articolo non mi consentono di citare tutti i documenti del Concilio a proposito della "scienza sacra", e assai meno quelli emanati dalla S. Sede in questi ultimi decenni.

Ora, una volta accettata la teologia come scienza, chi ignora che essa - la suprema di tutte, perché inseparabilmente associata alla metafisica - non può concludere nulla di certo se non "speculando"? Nel rimproverarmi di aver ecceduto nella "speculazione", E.T. mostra di non aver letto né -forse- capito i miei scritti, dove mi limito a riferire e a spiegare i termini essenziali del dogma, seguendo S. Tommaso, ossia obbedendo al Vaticano II: "Per illustrare quanto più possibile i misteri della salvezza, gli alunni imparino ad approfondirli e vederne il nesso per mezzo della speculazione, avendo S. Tommaso per maestro..." (OT 16).

Dove o in che modo mi sarei allontanato da queste direttive?

f) Ultimo elogio: io avrei peccato "d'ingenuità, accusando il Cammino di non avere finora «prodotto un solo santo canonizzabile dalla Chiesa cattolica»" (iv.).

Non occorre essere ingenui per attendersi dal Cammino qualche frutto di santità. Dopo la rinunzia ai propri beni, al termine di lunghi anni di istruzione impartita da Catechisti "ispirati", severi, intransigenti, penso che il Cammino neocatecumenale (benedetto e incoraggiato da Papi e Vescovi, seguito persino da religiosi, sacerdoti, parroci, data appunto la sua eccezionale carica di "ricristianizzazione" della vita) avrebbe dovuto formare - come già del resto l'Azione Cattolica - dei fedeli irreprensibili, da proporsi come esempi di virtù e morti "in odore di santità"... Veramente ingenua la mia attesa, ingiustificata la mia delusione?

Ma, forse, E.T. condivide anche in questo le convinzioni di Kiko, che non crede nella potenza rigeneratrice della grazia, ignora ed anzi riprova ogni impegno positivo decisamente volto a resistere alle proprie passioni, superare se stessi, realizzare la santità?...

È convinto anche lui che l'uomo, oltre a non potere fare alcun bene, può fare soltanto il male, per cui basterebbe riconoscerlo e credere nella virtù del Cristo Risorto per salvarsi?

Rinnega a tal punto la grande teologia dei rapporti tra natura e grazia, da rifiutarsi di accettare il senso più autentico della Redenzione operata da Cristo, secondo il solenne Magistero della Chiesa? È liberissimo. Ma, nel caso, se io sono un "ingenuo", egli - non si offenda - è un "miscredente", a cui non riconosco alcun diritto di parlare di liturgia cattolica, che suppone necessariamente ben diverse premesse di fede.

*** II ***
"Il senso antieucaristico" da me rimproverato al Cammino sembra che lasci indifferente l'A. ed anzi sia da lui condiviso. Tra parentesi, mi chiedo - se la mia supposizione non è infondata - quale valore possa avere una "liturgia cattolica" che si disinteressasse del "Sacramento" derivato dal supremo atto di culto, qual è appunto il Sacrificio eucaristico.

a) I miei dubbi non sono campati in aria, essendo motivati da alcuni suoi compiaciuti riferimenti al pensiero di Kiko-Carmen.

Così, tanto per incominciare, "il Cammino prende le distanze da una certa spiritualità eucaristica" (iv., I, p. 71). Da quale "spiritualità eucaristica" prende le distanze il Cammino? Stando ai ciclostilati di Kiko, la catechesi neocatecumenale non tollera la tradizione dei Padri della Chiesa, le definizioni dei Concili ecumenici (specialmente di quelle di Trento, che "il maestro" non digerisce); non accetta la dottrina vissuta da tutti i Santi della Controriforma, tenuta viva e propagata da numerosi Istituti religiosi, celebrata nei Congressi eucaristici, caldeggiata e difesa in tutti i toni da encicliche pontificie d'indiscutibile valore...

In breve: la spiritualità eucaristica che Kiko e Carmen rifiutano è precisamente quelle celebrata con insistente vigore dal Vaticano II. Chiunque, scorrendo l'indice generale dei documenti conciliari, può notare ben più di sessanta passi, dove la Chiesa la richiama, la raccomanda, la esalta... Perché E.T., informandone i lettori, non ha trovato nulla da biasimare nell'atteggiamento di quei "riformatori"?

b) Si ha l'impressione che egli sia d'accordo con Kiko, che con la solita sufficienza ride di chi ieri, oggi - e speriamo anche domani! - dice di andare a Messa "per comunicare e portarmi via Gesù Cristo nel cuore..." (iv. I, p. 68, nota 26). Quale intenzione più sublime potrebbe avere chi crede nella reale presenza di Cristo? "Presenza" che, nel Sacrificio eucaristico, scaturisce dal prodigio della "transustanziazione"?...

E.T. aggiunge che "questo significa minimizzare l'Eucaristia". MA non è appunto la Comunione che, realizzando il sublime incontro dell'anima con Dio, anticipa la beatitudine eterna, ossia il Fine ultimo di tutte le opere della grazia, di tutte le istituzioni e le liturgie di questo mondo? La redenzione compiuta per la mediazione espiatrice di cristo non si risolve forse nel conseguimento di quel Fine?... "La presenza di Gesù Cristo" può mai consistere in qualcosa di diverso?

Kiko non è d'accordo, e con lui, sembra, anche il nostro A.

Riferendosi a quella "presenza", egli dichiara: "È il carro di fuoco che viene a trasportarci verso la gloria, a passarci dalla morte alla risurrezione..." (iv.). Si stenta a credere: sembra voglia scherzare. In realtà il linguaggio è del tutto estraneo a quello fissato da sempre in tutti i documenti del Magistero e in base al quale la Chiesa Cattolica ha catechizzato il mondo. Qui Kiko, da buon pittore e cantautore, si lascia travolgere dall'impeto di una fantasia talmente sbrigliata da offendere la coscienza di tutti i credenti.

Cos'è questo "carro di fuoco"? Non basta accettare, gradire e lasciarsi trascinare dal Cristo in persona, venuto a "portare il fuoco sulla terra" (Lc 12, 49); precisamente, il "fuoco" del suo amore, capace di incendiare l'universo e assimilare tutti a Sé?... Perché ricorrere ad un'allegoria, quando "la vera, reale e sostanziale" presenza di Cristo è già per se stessa eloquentissima per tutti i fedeli?... (cf. Denz.-Sch., 1651).

c) Ma Kiko crede in quella "presenza"? Secondo lui essa è "reale", ma non sostanziale, ossia derivata dalla transustanziazione del pane nel Corpo di Cristo. La realtà della "presenza" in cui egli crede è soltanto quella della potenza irresistibile del Cristo Risorto, di cui il "pane consacrato" è simbolo. Pane, quindi, che in sé resta immutato quanto alla sua verità oggettiva, ontologica, contro solenni e ripetute definizioni di Papi e Concili...

Quanto al rifiuto del dogma eucaristico da parte di Kiko, rimando al mio volume (Magistero... pp. 52 ss.). Ma è opportuno notare che E.T. si compiace di sottolineare l'insofferenza del "maestro", citando una delle sue espressioni più blasfeme a proposito della "presenza sacramentale": "Se Gesù Cristo avesse voluto l'eucaristia per stare lì (nel tabernacolo), si sarebbe fatto presente in una pietra, che non va a male" (iv.).

Dunque, se Cristo, invece della "pietra" ha scelto "il pane", è segno che non aveva l'intenzione di stare nel tabernacolo; per cui sarebbe errato pensare ad una sua presenza in questo, almeno intesa nel senso sempre ccreduto e proposto dalla Chiesa Cattolica. Tanto vero che di fatto adorazione, visite, genuflessioni ed altro che riguardi il culto eucaristico non ha alcuna giustificazione secondo la liturgia neocatecumenale. La presenza di Cristo concepita da Kiko - come abbiamo osservato - è quella realizzata dal "carro di fuoco".

Ed ecco perché la tipica chiesa (?) del Cammino non riserva alcun luogo al "tabernacolo". In essa infatti figurano soltanto: la sede (immagine del "capo"), l'ambone (immagine della "bocca"), la mensa (immagine dello "stomaco"), il battistero (immagine dell'"utero"). Completa perciò la liquidazione dell'architettura sacra, quanto palese è la sua interpretazione ereticale del cCristianesimo.

d) Non esagero.

Nelle venti pagine del suo articolo E.T. parla di tutto, ma non si degna mai di nominare la transustanziazione, e assai meno il Sacrificio eucaristico, che la Chiesa presenta come "culmine e fonte di tutto il culto..." (Cod. di Dir. Can., 897). Questo silenzio è sintomatico, perché fa almeno sospettare che egli convenga con Kiko, che respinge sdegnosamente ogni idea del "sacrificio". Del resto, cita pure con malcelata compiacenza alcuni particolari di notevole importanza.

1- È arbitrario contrapporre "la religione" alla "fede", come si ostina a ripetere Kiko, mostrando d'ignorare la storia del sentimento religioso universale. Egli non sa che quel sentimento scaturisce dalla coscienza che l'uomo di tutte le epoche e le culture ha sempre avuto della propria radicale insufficienza, facendolo ricorrere alla potenza misericordiosa di Dio. Come non apprezzare un atteggiamento di così commovente fiducia nella Provvidenza? Forse per il fatto che appunto esso - secondo l'impietosa ed errata interpretazione di Kiko - "ha creato la religione, ha fatto un tempio, ha creato un altare, ha posto un sacerdote"? (iv. I, p. 66).

Evidentemente ignora che "la religione naturale" è sempre stata un'esigenza dell'uomo, la più profonda, costante, insopprimibile...; che per essa Dio, da Sommo Pedagogo, lo ha condotto alla luce della Rivelazione, l'ha disposto ad accogliere il messaggio evangelico. S. Giustino, Clemente Alessandrino, Origene, al riguardo hanno scritto pagine ammirabili... Non era "naturale" la religione di Melchisedek e d'innumerevoli altri personaggi che nel mondo antico adoravano, invocavano e temevano l'unico vero Dio?... "La filosofia - sostiene Clemente Al. - è stata data come un bene diretto ai Greci, prima che il Signore li chiamasse; essa è stata il pedagogo per condurli a Cristo, come la Legge lo fu per gli Ebrei. La filosofia è una preparazione: Essa apre la via a colui che il Cristo renderà poi perfetto..." (Stromati, I, c. V, 28, 1-3).

2- Kiko è coerente: respingendo la "religione naturale", esclude tutto ciò che ovunque e sempre l'ha caratterizzata. Secondo lui infatti essa "ha fatto un tempio, ha creato un altare, ha posto un sacerdote..." (iv. I, p. 66). Ma ciò è ancora poco rispetto a quanto aggiunge superando tutti i limiti dell'impudenza. Infatti, blatera che "nel Cristianesimo non c'è tempio, né altare, né sacerdoti nel senso della religione natural" (iv.). Ma in qual senso "la religione naturale si oppone al Cristianesimo" a proposito del tempio, dell'altare, del sacerdozio?

Certamente, tempio, altare e sacerdozio, nel Cristianesimo, si riferiscono all'attuale economia della Provvidenza, ossia alla condizione storica dell'uomo ch'è appunto quella della grazia, ovviamente superiore a quella della natura... Ma la perfetta analogia tra i due ordini spiega benissimo come anche per i credenti il tempio è stato sempre "la casa di Dio"...; l'altare è stato sempre quello del Sacrificio eucaristico che ri-presenta l'immolazione della Croce...; il sacerdote è stato sempre il ministro visibile del Cristo, Vittima dei peccati del mondo.

3- Appunto ciò che Kiko rifiuta: "Noi cristiani (non dice «noi cattolici») non abbiamo altare, perché l'unica pietra santa è Cristo, pietra angolare. Perciò noi possiamo celebrare l'eucaristia sopra un tavolo; e la possiamo celebrare in una piazza, in campagna e dove ci piaccia! Non abbiamo un luogo in cui esclusivamente si debba celebrare il culto..." (cf. il mio Magistero... p. 52). Se così è, signor Kiko Argüello, come la mettiamo con quanto il Vaticano II - da te tanto esaltato - prescrive nel cap. VII della costituzione sulla liturgia? (SC 122-130)

Ma c'è di peggio.

4- Per lui non c'è che il "tavolo", non più l'altare. Tavolo intorno al quale tutti siedono, mangiano, bevono, parlano, cantano e alla fine ballano, presi dall'euforia del Cristo che, risorto, porta tutti alla salvezza usl suo "carro di fuoco".

Se non si ha più "altare", cessa anche il sacrificio offerto in espiazione del peccato, pur essendo esso - secondo i Cattolici - il solo atto di culto che redima, ossia ridoni la vita nella partecipazione alla gloria della Risurrezione.

Questo il "credo" neocatecumenale, contro tutte le fonti della Rivelazione, a dispetto di tutte le solenni definizioni della Chiesa gerarchica. "Non c'è sacrificio nell'Eucarestia..." bestemmia Kiko (iv.); il quale biasima quanti credono che nella Messa "qualcuno si sacrifica, cioè il Cristo". Nell'Eucarestia vedono soltanto il sacrificio della croce di Gesù Cristo. E se oggi chiedeste alla gente qualcosa a questo proposito, vi direbbe che nella messa vede il calvario... (iv.).

Insomma, insiste il nostro "maestro", "nell'Eucaristia non c'è nessuna offerta" (iv.) Ha mai letto espressioni del genere E.T.? Egli fa supporre di essersi bene informato dalle catechesi di Kiko; e, allora, perché non protesta contro strafalcioni che offendono la nostra comune fede di cattolici, almeno come rileva altri lati negativi della liturgia del Cammino?

5- Non è tutto. Il nostro A. sembra non si sia accorto che Kiko, nel rifiutare l'altare - sostituito dalla "tavola" -, oltre ad ignorare la transustanziazione e il Sacrificio, logicamente nega pure il sacerdozio ministeriale, sostenendo l'unico sacerdozio di Cristo, partecipato indifferentemente da tutti i "battezzati", come appunto pensava Lutero (cf. Denz.-Sch., 1766, 1773). Vorrei che egli avesse la pazienza di meditare almeno quanto al riguardo il Magistero ha confermato per l'ennesima volta nel recentissimo quanto autorevole Catechismo della Chiesa Cattolica (1546-54).

*** III ***
Pur sovvertendo il "depositum fidei", il Cammino tuttavia segue una sua logica, perché parte da premesse che rappresentano le profonde radici di una teologia costantemente condannata dal Magistero. Credo di poterla riassumere nella negazione del peccato; negazione che rimanda a due tesi fondamentali, una delle quali riguarda Dio, l'altra si riferisce all'uomo:

a) secondo Kiko, Dio non può essere offeso dall'uomo, perché trascendente, impassibile, beatissimo (cf. Eresie..., pp. 20s; e Magistero..., pp. 25s);

b) d'altra parte, l'uomo non può offendere Dio, perché, essendo "schiavo del Maligno", "non può fare il bene", né quindi evitare il male: egli non è libero (cf. Eresie..., pp. 20s; e Magistero..., pp. 28s).

Ora, che Dio non possa essere raggiunto dalla tracotanza umana è certissimo; ma è egualmente vero che l'uomo può essere ingiusto con Lui precisamente quando intende negarlo, trasgredendo la sua legge, illudendosi di sottrarsi al suo dominio: appunto il folle tentativo che, concepito da una volontà malvagia, costituisce il peccato come offesa a Dio. Al riguardo, le fonti della Rivelazione offrono testimonianze che mi dispenso dalla fatica di citare.

E così, contro il pessimismo luterano interamente assorbito da Kiko, non sarebbe meno facile persuadere chiunque, che il peccato originale, avendo lasciata inalterata la natura profonda dell'uomo, ha risparmiato anche la sua libertà, per cui egli può fare ancora bene e male, essere giusto e ingiusto, corrispondere e rifiutare la grazia, meritare la vita eterna e contrarre il dovere della riparazione.

Ed eccoci tornati al tema del sacrificio, volto ad espiare il peccato e riconciliare l'uomo con Dio. Appunto l'opera possibile a livello della natura e della grazia: l'analogia tra i due ordini - ripeto - è innegabile; ma a noi interessa la riparazione compiuta da Cristo Mediatore a livello della grazia, l'unico storicamente reale. Ebbene: Gesù ha espiato le nostre colpe e ci ha riconciliati col Dio vivente mediante il sacrificio della croce. Vale a dire, contro la teologia "kikiana", l'unica causa meritoria della nostra salvezza è stata la Passione, non la Risurrezione; Cristo ci ha redenti morendo, non risuscitando. La Risurrezione, quale passaggio dalla morte alla vita, è stato il premio (=effetto) dovuto al precedente passaggio dalla vita alla morte quale suprema espressione del suo amore al Padre e all'umanità peccatrice... Qui le citazioni bibliche si potrebbero moltiplicare all'infinito, seguite da quelle tratte dalle catechesi dei Padri, dalla letteratura liturgica, dal magistero di Papi e Concili...

Ora, il dovere del "sacrificio" sottende necessariamente la possibilità del peccato, a sua volta condizionato alla libertà umana; negata la quale, il sacrificio di espiazione non avrebbe senso; per cui la Passione di Cristo, nei nostri riguardi, sarebbe del tutto superflua, come sarebbe infondato il nostro dovere di farla "nostra" unendoci all'Immolazione del Calvario... Chi non ha peccato, perché non poteva peccare, non può neanche espiare una colpa non commessa...

c) A questo riguardo, la logica di Kiko è impeccabile: ma, nel seguirla, egli è tenuto ad abiurare la fede cattolica, secondo la quale Dio può essere offeso dall'uomo, l'uomo ha realmente offeso Dio, e deve perciò ristabilire l'ordine della giustizia. Ora, non essendo ciò possibile all'uomo con le risorse della natura, Dio - prendendo l'iniziativa - ha mandato il suo divin Figlio quale nostro Mediatore, Vittima di espiazione e di salvezza; di una salvezza, ovviamente, possibile soltanto a coloro che valendosi della grazia da Lui meritata, partecipano al suo Sacrificio.

Questa la sostanza della teologia cattolica anche secondo il Vaticano II, a cui Kiko tributa i più alti elogi, come se i precedenti venti Concili ecumenici celebrati dalla Chiesa non avessero avuto da esso la più chiara e incondizionata conferma. Egli ne ha mai letto i documenti? Forse s'illude che i suoi seguaci siano talmente sprovveduti da credere ciecamente alle sue fandonie? Tra le tante che ingemmano la sua catechesi, basterebbe citarne alcune, quanto basta per riepilogare il contenuto di questo articolo.

Così, all'attuale "processo di desacralizzazione e di crisi di fede, lo Spirito Santo (...) ha risposto con il Concilio". In che modo? Udiamolo: "Il Concilio ha risposto rinnovando la teologia. E non si è parlato più della redenzione..." (cf. Eresie..., p. 13).

La menzogna è palese, calunniosa, perché il Vaticano II parla di quel dogma - assolutamente centrale nel contesto delle verità rivelate! - non meno di tredici volte (cf. LG 3, 8, 9, 44, 52, 57; SC 2; UR 12; PC 5; AA 2, 5; DH 11; PO 13; GS 67, ecc.).

Secondo il nostro "riformatore", ottimo discepolo di Lutero, "Gesù Cristo non è affatto un ideale di vita. Gesù Cristo non è venuto a darci l'esempio e ad insegnarci a compiere la legge" (iv., p. 22). È veramente il colmo, per cui rinunzio a controbattere citando migliaia di passi del Nuovo Testamento, della letteratura patristica, teologica, agiografica, ascetico-mistica di due millenni di Cristianesimo...

Non ha mai riflettuto Kiko che per noi Cristo è l'unico Ideale, supremo criterio di vita, Tipo universale e inesauribile di santità, esclusivamente in virtù della sua grazia, senza la quale non potremmo far nulla, come "i tralci" separati dalla "Vite"?

Certamente la corrispondenza alla Grazia suppone la libertà umana...; che però Kiko nega, ed ecco il suo ricorso alla "fede-fiduciale" di luterana memoria... Fede tuttavia che senza le opere è morta; e, del resto, la stessa fede la si deve necessariamente alla Grazia... Ed ecco allora la concezione di una "salvezza" del tutto gratuita, ossia non degna dell'uomo come persona. "Chi ti ha creato senza di te - cito a mente un notissimo passo di S. Agostino -, non potrà salvarti senza di te!...". Penso che, a questo punto l'imbarazzo di Kiko sale al colmo...

*** Conclusione ***
Mi auguro che E.T., riflettendo sulla dottrina di Kiko tratta dai ciclostilati delle sue catechesi, si renda conto che la liturgia neocatecumenale compromette irreparabilmente il dogma cattolico, per cui sarebbe meglio non parlarne...

Vorrei però che altri, seguendo l'encomiabile esempio di coraggio da lui dato criticando la liturgia del Cammino, osino spingersi più a fondo per scoprire e far noto a tutti l'errata base dottrinale del Cammino.

Inoltre spero che fedeli, sacerdoti, parroci e Vescovi aprano finalmente gli occhi e prendano sul serio la lenta e incessante avanzata di un'eresia più minacciosa di tutte le "sètte". Sotto alcuni aspetti, essa è la peggiore, perché, oltre a tradire la verità della Rivelazione cristiana, disponde di una potente struttura organizzativa, di straordinarie risorse finanziarie e specialmente dell'immeritata protezione della Gerarchia cattolica, per la quale dirigenti e catechisti possono continuare ad imporsi a moltitudini di fedeli sprovveduti e in buona fede.

Pertanto auspico che appunto i membri della Gerarchia capiscano che il Cammino - secondo le premesse dogmatiche di Kiko - costituisce la più insidiosa e temibile minaccia per l'autorità da essi esercitata in virtù dell'Ordine sacro. Kiko la nega semplicemente perché rifiuta il Sacerdozio ministeriale che, distinguendo essenzialmente "il sacerdote" dal "laico", fonda la Gerarchia ecclesiastica, ossia i poteri esclusivamente propri del "diacono", del "presbitero", del "vescovo"... (cf. Eresie..., pp. 25ss.).

Molti Vescovi non si sono accorti che quei "poteri", accettati dai fedeli, servono al Cammino perché potente strumento di prestigio, di proselitismo, di dominio; mentre ai Catechisti sono riservati i più alti compiti di direzione spirituale: "Non c'è catecumenato senza obbedienza all'autorità dei catechisti...", dichiara Kiko (cf. Eresie..., p. 26). Soltanto essi hanno "il carisma di discernere gli spiriti..." (iv.); per cui, "se non c'è obbedienza al catechista, non c'è cammino" (iv.).

Vorrei, infine, che queste note, superando la barriera di quanti hanno tutto l'interesse di occultare la verità del Movimento neocatecumenale, arrivassero al Papa, e che il Papa compisse l'eroico sforzo di almeno dubitare di quanto finora ha saputo del Cammino per quanto riguarda i suoi presupposti dottrinali... È immaginario il pericolo che, sradicando la zizzania, si sradicherebbe anche il buon grano: il vero "buon grano" non può essere infetto dal virus dell'eresia, quella che ama nascondersi, propagarsi nel segreto, non tollera "confronti", rifugge da ogni "dialogo" e preferisce tacere per procurarsi l'aureola del martirio: il "fondamentalismo" neocatecumenale è capace anche di questo...

Che fare dunque?

Molto semplice, essendo io disposto a qualsiasi incontro organizzato per verificare la fondatezza della mia critica. Basterebbe:
  1. accertarsi - per chi ne dubitasse ancora - dell'autenticità delle catechesi attribuite a Kiko-Carmen;
  2. esaminare i testi incriminati e confrontarne il contenuto con la dottrina della Chiesa Cattolica.
Io ho già fatto tutti i confronti e ne ho pubblicato le conclusioni da alcuni anni: sono pronto ad ogni smentita, che sia però seriamente dimostrata. Ma non mi si torni ad annoiare ripetendo:
  • che il Cammino sta dando buoni frutti. Ciò è discutibilissimo per molte ragioni, e d'altra parte non sarebbe un argomento capace di confutare le mie accuse formulate ad un livello esclusivamente dogmatico...;
  • in questa e quella comunità non si dice né si fa nulla che sia contrario alla fede cattolica. È possibile, qua e là, per ragioni del tutto contingenti... Io mi rivolgo principalmente a Kiko e ai suoi più intimi collaboratori, responsabili degli errori da me ripresi. Nessun altro, quindi, ha l'autorità d'interloquire...;
  • il Papa approva, benedice e protegge il Cammino. Verissimo... Ma, finora, nessuno ha potuto dimostrare che Egli, oltre ad essere minutamente informato dei successi del medesimo, conosce anche la teologia di Kiko. Sono convinto che Giovanni Paolo II non potrebbe continuare a tenere discorsi degni del Scucessore di Pietro, e insieme favorire un movimento che sostiene tutto il contrario di quanto egli insegna. Che motivo potrebbe giustificare un comportamento così stranamente ambiguo?
Ad ogni modo, l'atteggiamento del Papa, pur non sapendo spiegarmelo, neppure scalfisce la mia posizione; e chi tornasse a propormelo, non farebbe che confermarla, stimolandomi anzi a continuare la mia opera di ricerca e difesa della verità: quella che, soprattutto nel caso nostro, è talmente forte in se stessa, da resistere a qualsiasi tentativo di tradimento. "Veritas in seipsa fortis est, et nulla impugnatione convellitur" (S. Tommaso, Summa c. Gent., IV, c. 10).

Ringrazio cordialmente E.T. dell'occasione offerta di interessarmi ancora una volta di un problema particolarmente grave e attuale. Apprezzo la sua critica alla liturgia del Cammino, e a lui - fraternamente - chiedo di approfondire l'esame delle "catechesi" di Kiko-Carmen; di essere più esplicito e lineare nel giudizio d'insieme del Cammino; di preoccuparsi non tanto dell'aspetto liturgico, quanto di quello teologico, data l'indiscutibile prevalenza del dogma sul culto.

P. Enrico Zoffoli.

sabato 14 gennaio 2012

Vescovi giapponesi tornano ad evocare a Roma i loro "problemi" col cammino neocatecumenale


La Croix pubblica, con dovizia di dettagli, il seguente articolo, nel quale vengono riassunti tutti i passaggi delle controversa questione da noi a suo tempo seguita passo passo. Anche il quotidiano francese nota la concomitanza con le ventilate "approvazioni"...


Benedetto XVI ha ricevuto in udienza, giovedì 12 gennaio, tre vescovi giapponesi nominati durante il 2011 venuti appositamente per esprimere a Roma le difficoltà che incontrano col cammino neocatecumenale, secondo l'agenzia IMedia

In occasione della visita, i vescovi di Takamatsu, di Oita e di Hiroshima hanno incontrato anche numerosi responsabili della Curia romana. [ci risultano critiche ufficialmente espresse, nel corso del 2011, anche dal vescovo di Tokio e dal predecessore di quello di Takamatsu; per non parlare del provvedimento recentissimo di quello delle Filippine. Qui avevamo addirittura riportato le inquietanti opposizioni del cammino, in luogo dell'obbedienza ai vescovi che vengono riservate solo a quelli favorevoli, che affermava ed afferma di agire "a nome della Chiesa" - vedi anche da un eccezionale documento interno fattoci pervenire!

« Uno degli argomenti principali della visita è la questione dei neocatecumenali », così ha confidato a I.Media mons. Eijiro Suwa, vescovo di Takamatsu, prima di richiamare più sommariamente « numerosi tipi di problemi ». « Questi problemi sono gli stessi di prima », ha soltanto aggiunto il vescovo cui è affidata la diocesi di Takamatsu dal marzo 2011. 

Questa visita interviene in concomitanza col fatto che Roma avrebbe convalidato le pratiche liturgiche del cammino neocatecumenale, al termine di un lungo processo decennale. Giovedì il papa ha anche incontrato mons. Eijiro Suwa, la cui diocesi ha a lungo ospitato un seminario del cammino neocatecumenale chiuso nel 2008 su richiesta del suo predecessore. [vedi anche - e anche]

Il vescovo di Takamatsu era accompagnato da mons. Sueo Hamaguchi, vescovo di Oita da marzo 2011, ed anche da mons. Manyo Maeda, vescovo di Hiroshima da giugno 2011 dopo essere stato Segretario Generale della Conferenza Episcopale Giapponese.

 « LA CAUSA DI SOFFERENZE PROFONDE E DOLOROSE IN SENO ALLA CHIESA »
Innanzi al papa, nel 2007, il presidente dell'epoca della Conferenza episcopale giapponese non aveva esitato a parlare di « grave problema » richiamando le attività dei membri del cammino nel paese del Sol levante.

« Nel seno della piccola comunità che rappresenta la Chiesa cattolica in Giappone, così affermava davanti a Benedetto XVI, le attività dei membri del Cammino, potenti e assimilabili a quelli di una setta, sono un fattore di divisione e di conflitto. Sono la causa di sofferenze profonde in seno alla Chiesa. » Più che la vitalità del cammino neocatecumenale, sono le sue prassi che sembrano creare problemi ai vescovi nipponici, che guidano una piccola Chiesa. Quattro anni più tardi, mons. Eijiro Suwa evoca ancora « problemi similari » ma si dice fiducioso nell'approccio per un contro con i responsabili locali del Cammino « In un futuro prossimo i vescovi giapponesi incontreranno i responsabili del Cammino Neocatecumenale in Giappone », così afferma il vescovo di Takamatsu prima di aggiungere: « Dobbiamo perdonarci gli uni gli altri, ma nello stesso tempo dobbiamo risolvere i problemi ».

 SVILUPPARE IL DIALOGO 
Nel 2007 e nel 2010, il Papa aveva già accordato udienze a vescovi giapponesi venuti a confidargli le loro difficoltà col Cammino Neocatecumenale. L'ultima udienza, nel dicembre 2010, in presenza dei Capi Dicastero della Curia romana, [fu in quella occasione che notammo una sorta di esautorazione, peraltro inusuale nella Chiesa collegiale di oggi, di una intera conferenza Episcopale - vedi anche] era nientemeno stata occasione di non dar seguito alla richiesta dell'episcopato nipponico di sospendere la presenza del cammino neocatecumenale in Giappone per una durata di cinque anni e sviluppare il dialogo tra questa comunità e l'episcopato, e nominare un delegato incaricato di questo dialogo. Il Cammino Neocatecumenale è un « itinerario di formazione cristiana » in una periferia povera di Madrid (Spagna) negli anni 1960 per iniziativa di Kiko Argüello, rapidamente raggiunto da un'altra laica, Carmen Hernàndez, e da un prete italiano, Mario Pezzi, che formano oggi l’équipe responsabile internazionale. Il Cammino è oggi presente in tutti i continenti, in più di 900 diocesi, per un totale di circa 40.000 comunità. Esso conta inoltre più di 70 seminari Redemptoris Mater nel mondo intero. I.Media

venerdì 13 gennaio 2012

"Placet" o "non placet"? La scommessa di Carmen e Kiko

Un messaggio di poche parole inserito in un thread ormai oltrepassato. Viene da un sacerdote, che si firma don "romano" ed esprime una preoccupazione basata sulla realtà vissuta. Parto da questa preoccupazione, che riguarda la 'comunione' e, quindi, l'essenza della Chiesa, per fare alcune considerazioni mosse dall'ultimo articolo di Magister che, guarda caso, esprime perplessità che sono anche le nostre. Accenniamo anche alla recente catechesi del Papa sull'Eucaristia. Magister è ripreso oggi anche dal Blog Rorate Caeli, che pubblica la foto a lato con la didascalia: "sarà lo sbow ad andare avanti, con l'avallo del Vaticano"?
Sono un presbitero della diocesi del papa, viceparroco in una parrocchia romana da alcuni anni, una parrocchia dove sono presenti più comunità del cammino. Io non sono mai stato nel cammino, ho cercato però di condividere in spirito di comunione con questa realtà presente.
La cosa che mi sconcerta è che un'approvazione plateale e ufficiale di liturgia e catechesi neocatecumenali provocherebbe tensioni e rotture nell'equilibrio parrocchiale dove opero io, ma non solo. Sono preoccupato.
Ma sono anche oramai convinto che il Papa sia circondato da cooperatori incapaci e insufficienti. Qui non funziona il Vicariato di Roma, non funziona la Segreteria di Stato, non ne parliamo delle comunicazioni mediatiche... La "rigidità" dottrinale da una parte con la "prassi" dispersiva dall'altra provocano danni incredibili alla comunione e alla vita della Chiesa.
Scrive Larus: Già, e ad essere titubanti non siamo soltanto noi … Magister, proprio oggi 13 gennaio, ha cantato molto chiaramente le sue per perplessità in questo articolo del quale riporto qui soltanto alcune righe:

"Placet" o "Non placet"? La scommessa di Carmen e Kiko
I fondatori del Cammino neocatecumenale puntano a ottenere l'approvazione vaticana definitiva del loro modo "conviviale" di celebrare le messe. Il documento è pronto. Ma potrebbe essere modificato o bloccato in extremis. Il 20 gennaio il verdetto .
ROMA, 13 gennaio 2012 – (…) Il prossimo 20 gennaio, invece, i leader e i membri del Cammino si aspettano dalle supreme autorità della Chiesa un "placet" ancor più ardentemente agognato. L'approvazione ufficiale e definitiva di quello che è il loro tratto distintivo più visibile, ma anche più controverso: il modo con cui celebrano le messe.

I QUATTRO ELEMENTI
 Le messe delle comunità neocatecumenali si distinguono da sempre per almeno quattro elementi.
  1.  Vengono celebrate in gruppi ristretti, corrispondenti ai diversi stadi di avanzamento nel percorso catechetico. Se in una parrocchia, ad esempio, le comunità neocatecumenali sono dodici, ciascuna a un diverso stadio, altrettante saranno le messe, celebrate in locali separati più o meno alla stessa ora, preferibilmente la sera del sabato. 
  2. L'ambiente e l'arredo ricalcano l'immagine del banchetto: una tavola con attorno i commensali seduti. Anche quando i neocatecumenali celebrano la messa non in una sala parrocchiale ma in una chiesa, l'altare lo ignorano. Collocano una tavola al centro e vi si siedono attorno in cerchio. 
  3. Le letture bibliche della messa sono precedute ciascuna da un'ampia "monizione" da parte dell'uno o dell'altro dei catechisti che guidano la comunità e sono seguite, specie dopo il Vangelo, dalle "risonanze", ossia dalle riflessioni personali di un ampio numero dei presenti. L'omelia del sacerdote si aggiunge alle "risonanze" senza distinguersi da esse.. 
  4. La comunione avviene anch'essa riproducendo il modulo del banchetto. Il pane consacrato – un grosso pane azzimo di farina di frumento, per due terzi bianca e per un terzo integrale, preparato e cotto per un quarto d'ora con le regole minuziose stabilite da Kiko – viene spezzato e distribuito ai presenti, che restano ai loro posti. A distribuzione ultimata, viene mangiato contemporaneamente da tutti, compreso il sacerdote. Successivamente, questi passa dall'uno all'altro con il calice del vino consacrato, al quale ciascuno beve.
Di particolarità ve ne sono anche altre, ma bastano queste quattro per capire quanta diversità di forma e di sostanza vi sia tra le messe dei neocatecumenali e quelle celebrate secondo le regole liturgiche generali. Una diversità sicuramente più forte di quella che intercorre tra le messe in rito romano antico e in rito moderno.

Sta di fatto che è cambiato pochissimo tra il modo con cui oggi i neocatecumenali celebrano la messa e il modo con cui la celebravano fino ad alcuni anni fa, quando in più si passavano di mano in mano, festanti, le coppe di vino consacrato.

Solo in teoria le loro messe di gruppo sono state aperte anche ad altri fedeli. Seduti o in piedi, il loro modo conviviale di fare la comunione è sempre lo stesso. Le "risonanze" personali dei presenti continuano a invadere e soverchiare la prima parte della messa. Non solo. Dall'udienza con Benedetto XVI del 20 gennaio prossimo Kiko, Carmen e i loro seguaci contano di uscire con una esplicita approvazione di tutto ciò.

C'è un libro di un sacerdote ligure del Cammino, Piergiovanni Devoto, che avvalendosi di testi inediti di Kiko e Carmen, ha messo in pubblico questa loro bizzarra concezione. Ecco qui di seguito alcuni passaggi del libro, tratti dalle pagine 71-77:
“La Chiesa ha tollerato per secoli forme non genuine. Il ‘Gloria’, che faceva parte della liturgia delle ore recitate dai monaci, è entrato nella messa quando delle due azioni liturgiche si è fatta un unica celebrazione. Il ‘Credo’ è comparso all’apparire di eresie e di apostasie. Anche l’’Orate Fratres’ è esempio culminante delle preghiere con cui si infarciva la messa”... “Col passare dei secoli le orazioni private si inseriscono in notevole quantità nella messa. L’assemblea non c’è più, la messa ha preso un tono penitenziale, in netto contrasto con l’esultanza pasquale da cui è sorta”... “Lutero, che non ha mai dubitato della presenza reale di Cristo nell’eucaristia, ha rifiutato la ‘transustanziazione’, perché legata al concetto di sostanza aristotelico-tomistico, estraneo alla Chiesa degli apostoli e dei Padri”... “Usciti fuori da una mentalità legalista e fissista, abbiamo assistito col Vaticano II a un profondo rinnovamento della liturgia. Sono stati tolti dall’eucaristia tutti quei paludamenti che la ricoprivano. È interessante vedere che in origine l’anafora non era scritta ma improvvisata dal presidente”...
UNA DOMANDA E questo sarebbe "lo spirito della liturgia" – titolo di un libro capitale di Joseph Ratzinger – che le autorità vaticane si appresterebbero a convalidare, con la prassi che ne discende?
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Magister non è l’unico a guardare con attenzione circostanziata il movimento neocatecumenale (perdonino i fratelli NC ma è lo stesso Papa che non riesce a collocare il “cammino” in altro modo se non nel termine ancora più generico “movimenti e nuove comunità) ma è certamente uno dei pochi che, da personaggio pubblico e con tanto da perdere, ha detto pane al pane e vino al vino di questa realtà scomoda e scalpitante.

Papa Benedetto XVI, nell’udienza generale di mercoledì 11 c.m., ha ribadito fortemente la natura della Santa Eucaristia, quale rinnovamento – anzi trasformazione - del segno dell’accoglienza e della festa della Pasqua ebraica, che pur persistendo nella fase primordiale del rito corrente, viene completamente stravolto nel sacrificio di Se stesso, per noi e per tutti. Ha ribadito inoltre, anzi ha pregato, affinchè ogni Eucaristia sia perfetta aderenza nostra a Lui perché possiamo anche noi essere “sacrificio” gradito a Dio, per tutti.

Credo comunque che, le circonvoluzioni di parole, volte a spiegare benevolmente i segni ebraici della pasqua presenti anche nell’ultima Cena, siano state proposte per l’imminente “sdoganamento”, nel modo meno doloroso possibile, della celebrazione eucaristica NC che però, vista la limpidezza del messaggio riguardo all’ortodossia del rito, che è stato e rimane fondamentalmente sacrificale, dovrà rientrare nei “canoni” quando i neocatecumenali saranno ormai “cristiani adulti”, cioè a cammino completato, e celebrare finalmente con la comunità ecclesiale universale il Cristo comanda! [Ma è assolutamente ASSURDO che debba rimanere un rito sincretistico anche per oltre trent'anni, che poi non è detto che confluisca nella normale messa NO. E' la teologia e la spiritualità che esso sottende, oltre alla 'forma' non canonica inventata da un laico, ad essere spiritualmente inquinante. E' QUESTO che i cosiddetti pastori non dovrebbero e non potrebbero ignorare!]

Del resto, se ricordate, anche Kiko aveva qualche dubbio sul fatto che, alla fine del cammino, l’eucaristia si sarebbe potuta continuare a celebrare nel modo NC; vi trascrivo quanto scrissi tempo fa a riguardo: Inizio corso 2005-06 – a pag.6 Kiko ha detto…
 «A partire dal giorno 28 settembre ci raduneremo con la commissione che ha fatto gli Statuti per preparare uno scritto per la Congregazione del Culto su tre punti: l’eco della parola prima dell’omelia, la distribuzione dell’Eucaristia, e anche l’Eucaristia del sabato sera per le comunità che hanno finito il Cammino. Questo è di vita o di morte per il Cammino, pregate per noi perché dovremo presentare ragioni sufficienti perché la Congregazione studi questo… La Congregazione ci ha convocato per l’11 novembre per l’incontro con tutti gli esperti, il cardinale e il segretario. Ci diranno definitivamente come resta la nostra eucaristia, non sappiamo che succederà. Potremo chiedere un’udienza al Papa. Non sappiamo che succederà in questo tempo. Studieranno questo scritto per un mese e ci diranno se nel Cammino si può fare l’eco della parola prima dell’omelia, se si può fare la comunione come la facciamo noi oppure dobbiamo andare tutti in processione o in ginocchio o come dicano loro, e se ci permetteranno celebrare l’Eucarestia finito il Cammino o ci diranno: andate tutti in parrocchia, è finito il discorso.»
Ribadisco quanto ho scritto in rosso più su e vi propongo tutto questo per la discussione di oggi.

mercoledì 11 gennaio 2012

Spot pubblicitario neocatecumenale

Lo scorso 7 gennaio 2012 è andato in onda su TG2 Dossier uno spot pubblicitario del Cammino Neocatecumenale di circa undici minuti. Comincia riprendendo la Domus Galilaeae mentre in sottofondo si sente grattare sulla chitarra una canzonetta di Kiko nel suo tipico stile ndrung-ndrung-ndrung.

Per ovvi motivi propagandistici (e come tentativo di risposta alle documentate critiche) vi fanno comparire alcune brevissime sequenze comprendenti una corona del rosario, un'immaginetta dei Sacri Cuori, un momentino di adorazione eucaristica e una paginetta di appunti di Scrutatio scritta a caratteri con svolazzo di come si usavano una volta, e naturalmente la brevissima alzata in piedi del singolo che riceve la comunione.

Chi conosce il Cammino Neocatecumenale sa che la preghiera del santo rosario e l'adorazione eucaristica, a dispetto di quanto richiede lo stesso Statuto del Cammino, sono tutt'altro che invogliate, così come gli elementi della spiritualità tradizionale (l'inginocchiarsi, la devozione ai Sacri Cuori, ecc.) sono, quando non addirittura disprezzate, almeno marginalizzate e relegate ad un generico intimismo. Chiunque ha ascoltato catechesi neocat lo sa perfettamente. Chiunque può verificarlo, provando a chiedere ai propri cosiddetti "catechisti" neocatecumenali di precedere la "celebrazione della Parola" con rosario e adorazione, oppure provando ad inginocchiarsi alla consacrazione e alla comunione durante ogni celebrazione eucaristica e vedere se così arriverà mai a completare tutte le tappe del Cammino...

Lo spot pubblicitario, sebbene ben congegnato anche da altri punti di vista (inclusa l'immagine finale del tramonto), lascia però intravedere alcuni importanti dettagli, che descrivo qui sotto in ordine cronologico affidandoli alla vostra riflessione.

Anzitutto osserviamo la pletora di coloro che hanno completato l'interminabile Cammino Neocatecumenale (i più fortunati hanno impiegato solo una ventina d'anni; altri impiegano parecchi anni in più). Li riconosciamo dall'età avanzata e dalla costosissima vestina bianca griffata da Kiko: per avere infatti una fede adulta (il termine è di Kiko) occorre superare un'infinità di interminabili "tappe" obbligatorie, che Kiko e Carmen pianificarono a Majadahonda nel 1971 (quando Kiko era appena trentaduenne).

Nello spot pubblicitario neocatecumenale non si nota nessun elemento "tradizionale", ad eccezione di quelli inseriti di proposito (la corona del rosario e l'immaginetta dei Sacri Cuori). Non si nota nessun dipinto che non sia di Kiko, non si nota nessun elemento dell'ambiente che non sia stato disegnato da Kiko, non si nota nulla che non risalga a Kiko. Anche chi fosse tentato di dire: "ma dai, vedi, almeno dicono il rosario" dovrebbe riflettere un attimo cosa sia più caratteristico di tutto ciò che si vede nel video: l'orrendo affresco nell'aula liturgica oppure la corona del rosario, tra l'altro anch'esso recitato alla "maniera" neocatecumenale, dando più rilievo alle testimonianze che ai "misteri" contemplati, dato che di solito viene pregato comunitariamente? In una sala dove tutti stanno attorno ad un «altare che torna ad essere un grande tavolo» e nessuno si inginocchia durante la celebrazione, possiamo forse aspettarci segni di devozione sinceri al di fuori della Messa? In un posto dove valgono più i canti (di Kiko) che l'adorazione, in un'aula dove al punto più importante non c'è la sede del celebrante ma l'ambone del chitarrista, quanto può essere costitutivo un eventuale momento di adorazione eucaristica?

La liturgia, come potete vedere con i vostri occhi, è costruita così come la comanda Kiko, i fedeli disposti nel modo stabilito da Kiko anziché come in tutte le chiese del mondo, tutto in un'architettura grigia e triste (per cui l'intervista al "presbìtero" è stata astutamente girata all'esterno e al sole). Guardate poi quel bislacco aggeggio con nove fuochi da cera liquida e domandatevi cosa c'entri con la celebrazione. Il Messale Romano approvato da papa Paolo VI, infatti, prescrive due, quattro o sei ceri accesi, oppure sette candelieri nel caso della celebrazione del Vescovo. L'abuso liturgico kikiano-carmeniano, come si vede dalla foto, consiste nell'uso di cera liquida (non previsto dal Messale), nel numero di nove (non previsto dal Messale), nell'uso di un candelabro a più bracci (non previsto dal Messale). Come si spiega? Quando un cosiddetto "catechista" itinerante osò chiedere spiegazioni, Kiko, preso alla sprovvista e piuttosto seccato, rispose sbrigativamente che nove era il numero dell'evangelizzazione...

Tutto questo senza contare la bislacca storpiatura del Canone Romano (abuso liturgico anche più serio). Che nel Messale Romano italiano dice «e alzando gli occhi al cielo a te Dio Padre suo onnipotente, rese grazie...» mentre il celebrante ha cantato (sempre in tono kikiano calante e accompagnato dagli ndrung-ndrung delle chitarre): «ed elevati gli occhi a te, Padre! Padre! ti rese grazie...»

Vediamo in una delle immagini il momento in cui le pagnotte utilizzate per la consacrazione vengono spezzettate a mano, lasciando frammenti dappertutto (nell'immagine vengono evidenziati solo i più grandi, uno dei quali vicinissimo al bordo; la scarsa qualità del video non permette di vedere quelli più piccoli e quelli dispersi fuori dalla patèna). Sappiamo bene che il Corpo e Sangue di Cristo sono presenti in ogni più piccolo frammento di pane e vino consacrati, da cui la grandissima attenzione dei sacerdoti cattolici (non soltanto i santi) a non disperdere neppure una goccia, neppure una minuscola briciola, ed è il motivo per cui ordinariamente in chiesa si fa la Comunione solo sotto le specie del pane e solo con le sottili ostie, affinché il Corpo e Sangue di Nostro Signore non vengano calpestati o maltrattati. Il Cammino Neocatecumenale ha purtroppo una lunghissima tradizione di sacrilegi del genere (se ne trovano dappertutto tracce nell'internet: cfr. ad esempio: link2, link3, link4... ma lo ha ammesso perfino Kiko stesso: "versasse per terra"...) Se la Chiesa, salvo rari e attentissimi casi, ha scelto le piccole e sottili ostie, il motivo valido c'è. Forse che Kiko e Carmen hanno più saggezza di innumerevoli secoli di tradizione e di santità della Chiesa?

Nell'immagine successiva vediamo il momento della comunione, col tipico cameriere liturgico neocatecumenale (che speriamo non sia un laico). Criticati per il fatto di fare la comunione comodamente seduti come in osteria, vediamo nel video i neocatecumenali alzarsi solo al momento di ricevere la propria porzione, per poi sedersi di nuovo. Lo ammette (in una clausoletta aggiunta in extremis) il loro Statuto approvato dal cardinal Rylko nel 2008, contraddicendo le chiare e ribadite «decisioni del Santo Padre» che il Santo Padre fino ad oggi non ha mai personalmente rinnegato.

L'omino col pizzetto seduto più in fondo (il primo della fila a ricevere la porzione) è seduto con lo sguardo perso nel vuoto, trattenendo sulle mani - senza consumarlo - il pezzo ricevuto: per Kiko e Carmen, infatti, vale il vecchio detto del "fatta la legge, trovato l'inganno": ci si alza lo stretto necessario per ricevere la propria porzione e poi ci si siede aspettando di poter consumare tutti da seduti. Così, mentre il Papa ci tiene a ripristinare la devozione al Santissimo Sacramento, vediamo in Kiko e Carmen e nei loro seguaci un ossessivo accanimento nel consumare da seduti, limitandosi ad una brevissima alzata che sa più di ipocrisia che di obbedienza a un qualche regolamento (fermo restando che la Comunione, il momento più alto e più sacro, storicamente solo gli eretici - e nemmeno tutti - l'hanno voluta banalizzare).

A questo punto ci aspettavamo balletti, trenini e girotondi, così come comanda la liturgia neocatecumenale dopo la comunione. Curiosamente, nel video quella parte non c'è. In effetti, in certe grandi occasioni (per esempio a San Giovanni in Laterano alle ordinazioni diaconali e sacerdotali dei kikos) è stato imbarazzante vedere persino qualche cardinale fare il balletto con girotondo come all'asilo infantile. Come lamentava l'allora cardinal Ratzinger: «dall’adorazione di Dio si passa a un cerchio che gira attorno a se stesso: mangiare, bere, divertirsi».

Più tardi il video pubblicitario si attarda a descrivere altre tipiche operazioni neocatecumenali, come quella nel «santuario della Parola» dove si vedono alcuni giovani con gli occhi chiusi che sembrano in meditazione indù, come la preghiera davanti all'autoritratto di Kiko (quello dove c'è scritto "Maria"/"Kiko")... Eh, sapete, si tratta delle numerosissime vocazioni del Cammino (ben trenta alla Domus)... Entusiasmante il segno di croce super-miniaturizzato del giovanotto con la maglietta azzurrina: magari fa parte del «processo di iniziazione cristiana del neocatecumenato».

Però, che tristezza quei canti e quelle liturgie. A suo tempo, dopo aver ricevuto le chiare «decisioni del Santo Padre» il 1° dicembre 2005, dopo aver tentato di nasconderle e mistificarle, dopo che il Santo Padre stesso confermò quelle sue decisioni il 12 gennaio, Kiko, Carmen e Pezzi scrissero cinque giorni dopo al Santo Padre che avrebbero obbedito a modo loro poiché la liturgia neocatecumenale porterebbe nientemeno che i «fratelli più piccoli e più lontani... dalla tristezza all'allegria».

Invece, a vedere quel video pubblicitario, vien da pensare che il Cammino abbia miseramente fallito la sua missione. Quei musi lunghi, facce tristi, espressioni da cane bastonato, dimostrano che la funerea spiritualità di Kiko, bene espressa dai suoi orridi dipinti e dalle sue lugubri canzoni in tono calante, deprime il cuore e intristisce l'anima. Persino il canto "Risuscitò", anziché inneggiare gioioso e sublime alla gloria della Resurrezione, ha quel tono fracassone, calante e cupo che sembra seppellire al passato remoto la Resurrezione stessa.

In conclusione dello spot pubblicitario troviamo un po' di superbia neocatecumenale: «sentiamo di essere, come dice il Sermone della Montagna, operatori di pace». Ma... sermone? Non era il discorso della montagna? È diventato un sermone, come tra i protestanti? In effetti tutto questo «scrutare le Scritture», tutto questo «ponte tra cristianesimo ed ebraismo», tutta questa Toràh che «campeggia al centro della biblioteca»... sa un po' troppo di protestantesimo subalterno e irenista. Ecco perché gli ebrei visitatori si "stupiscono": si aspettavano che i cristiani, al centro della biblioteca, mettessero il Vangelo. E invece ci trovano i primi cinque libri dell'Antico Testamento: uno dei visitatori avrebbe addirittura detto «per la prima volta comprendiamo il legame tra cristianesimo ed ebraismo». Non so se rendo l'idea... Facciamo un parallelo: immaginate, sarebbe come se dei musulmani costruissero a Roma una moschea che somiglia tanto ad una chiesa cattolica tradizionale e mettessero al centro un prezioso Vangelo del 1600 e io entrando mi stupissi e dicessi: "per la prima volta comprendo il legame tra islam e cristianesimo"... Dovrei sforzarmi molto per non ridere rumorosamente.