domenica 9 ottobre 2022

L'ordine della carità sull'amore ai familiari e al prossimo

"Sono moglie e mamma, mio marito frequenta assiduamente il Cammino, per il Cammino farebbe qualsiasi cosa, destina cifre consistenti al movimento: io non so che cosa significa andare a mangiare una pizza, a vedere un film o una vacanza, perchè non c'è tempo, ma per seguire tutti gli incontri durante la settimana, il sabato e le convivenze fuori casa della durata di due giorni e mezzo, che si avvicendano abbastanza di frequente e che mi comunica all'ultimo momento, ci mette tutto il tempo.

Siamo quasi a Natale, ebbene c'è convivenza dal venerdì sera alla domenica pomeriggio, io sono a casa non ho ancora adornato la casa, né mi sento di farlo, è questo che il Signore vuole da me...?

Mi sento offesa, trascurata, umiliata, come è possibile che il papa non capisca che esistano anche queste situazioni, perchè non impedisce questi oltraggi, le persone che entrano in questo cammino, oltre che ad essere alleggeriti, usano comportamenti con la propria famiglia se non frequentano allucinanti, quante volte ho pensato di dividermi, di farla finita, ma non ce la faccio a fare nulla di tutto ciò, per ora almeno."

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"Nelle famiglie neocatecumenali, il Cammino è anteposto ai figli. Non importa quante sere i genitori si fossero assentati, se i catechisti chiedevano loro un altro incontro, un altro impegno, erano capaci di assentarsi anche nell’unica sera rimasta a disposizione della famiglia. Ho visto bambini piangere disperati perché il loro papà dopo una giornata di lavoro tornava a casa solo per mangiare un boccone e poi scappare (tutto contento) a fare l’ennesima catechesi come se quel pianto non lo riguardasse. Ho visto madri prendere a schiaffi i figli che all’ennesima catechesi le accusavano di preferire i loro catecumeni ai loro figli. Un’aberrazione."

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"Da quando mio figlio è entrato a far parte di quella che per noi è una "setta" la nostra quiete familiare è finita. Non esiste più la mamma, il papà, il fratello, la sorella, i nonni. Un muro è stato alzato tra noi e lui, un muro che da anni, lentamente, sta divorando i nostri cuori. 

È come se ci fosse tanto odio da parte sua...addirittura una volta mi ha urlato di non essere sua madre. E allora, chi è che lo ha messo al mondo? 

Da qualche anno siamo diventati nonni...anche qui, uno dei momenti più belli della nostra vita si è trasformato in un dramma. Ci viene vietato, da entrambi, di vedere il bambino. 

Per riuscire ad avere un dialogo con mio figlio il "loro prete" voleva organizzare una riunione con 6 catechisti, che avrebbero dovuto stabilire quando noi potevamo vedere nostro nipote. 

Il "loro prete" ci ha assolutamente vietato la sua presenza, dicendoci che non eravamo in un tribunale e che alla chiesa non fregava niente delle beghe familiari. 

Ma a quale chiesa? Forse alla loro! Quindi, noi dovevamo avere davanti 6 estranei che niente sanno di noi e noi non potevamo portare nostra figlia. Ma di cosa stiamo parlando? 

Ma chi sono questi "catechisti" che devono decidere sulla nostra vita? È follia, pura follia e non ci rendiamo conto di come nostro figlio, così intelligente, colto, un tempo sensibile, sia potuto cadere in questa trappola infernale, annientandosi e seguendo questi estremisti, passatemi il termine, "malati"!

Da qualche settimana, mia suocera, nonna paterna, lotta tra la vita e la morte in un letto di ospedale e lui non si è degnato di fare neanche mezza telefonata, almeno a suo padre, si è completamente disinteressato...e dire che è cresciuto con i nonni! 

La sua famiglia d'origine non esiste più e noi non riusciamo a riconoscere nostro figlio. Abbiamo tentato il tutto per tutto, ma ci siamo scontrati con gente che di religioso non ha nulla, fanatici senza scrupoli. 

Ci chiediamo come mai la chiesa permetta tutto ciò, permetta di rendere queste persone senza più personalità. Viene fatto loro un lavaggio del cervello tale da non scindere il bene dal male."

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"Sono un ragazzo di 23 anni, papà di un bimbo di 3 anni che amo tantissimo. Ho una relazione con la madre di mio figlio da quasi 5 anni, il problema è che lei e la sua famiglia sono neocatecumenali ed io con la chiesa non avevo mai avuto niente a che fare (non che sia un male, ma semplicemente sono stato educato con la possibilità di scegliere). 

Lei è una ragazza speciale a cui tengo tantissimo, il problema è che al suo fianco mi ha fatto capire che vuole solo un uomo che entri per forza nella comunità neocatecumenale nonostante mi ami e me lo ha sempre dimostrato sarebbe pronta a rinunciare a me, mettendo "dio" davanti a tutto e tutti (figlio compreso)... "

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Nel corso degli anni abbiamo pubblicato molte di queste tristi vicende familiari, tutte caratterizzate da un tratto comune, e cioè l'appartenenza di uno o più  membri della famiglia al Cammino neocatecumenale. 

Purtroppo si tratta di un insegnamento costante e comprovato dai testi delle catechesi degli iniziatori Kiko Argüello e Carmen Hernández,  quello che avvia il distacco dal coniuge, dalla famiglia, dai genitori, un distacco affettivo e a volte anche fisico, e con risvolti spesso economici di grande rilievo.

Tale allontanamento non è fine a se stesso, ma è  specificamente voluto e provocato per privilegiare il rapporto con la "nuova famiglia spirituale" della comunità in cui si è inseriti, con la quale il rapporto simbiotico deve diventare sempre più stretto, fino ad essere addirittura sponsale, con tanto di contratto matrimoniale firmato alla Domus Galilaeae, il "nuevo Vaticano" costruito da Kiko Argüello sul lago di Genezareth, in Israele.

A favore di chi ci leggesse e si fosse lasciato convincere dalle catechesi del Cammino neocatecumenale a credere che sia necessario e corrispondente alla volontà divina il ripudio del rapporto affettivo e di reciproco sostegno anche economico con genitori, coniuge, figli, fidanzato, fratelli carnali per privilegiare quello con la nuova "famiglia spirituale" del Cammino, desideriamo rimettere in ordine certe "priorità" che la Chiesa stessa ordina e prescrive: chi finora vi ha detto il contrario, si è  messo automaticamente al di fuori dell'insegnamento cattolico di sempre.

Ci avvaliamo, a tale scopo, di un articolo del teologo padre Angelo Bellon, sul sito di "Amici domenicani", che chiarisce quale sia l'ordine della carità, cioè quali precedenze vi siano nell'amare noi stessi, i familiari e il prossimo.

 

Lorenzo Lotto, Sacra Famiglia
con i Santi Girolamo, Anna e Gioacchino
1534, Firenze Galleria degli Uffizi

Se nell’amare noi stessi, i familiari e il prossimo vi sia qualche precedenza (l’ordine della carità) 

C'è un ordine nell’amore, nell’esercizio della carità.

1. Circa l’ordine della carità fra noi e il prossimo la Sacra Scrittura comanda di amare il prossimo come se stessi (Lv 19,18 e Mt 22,39), e pertanto l’amore per se stessi precede quello del prossimo, essendone il sommo analogato o esemplare.
Sant’Agostino scrive: “Per prima cosa impara ad amare te stesso… Infatti se non sai amare te stesso, come potrai amare veramente il prossimo?” (Sermo 368).
E San Tommaso: “L’amore con cui uno ama se stesso è la forma e la radice dell’amicizia: l’amicizia infatti che abbiamo verso gli altri consiste nel fatto che ci comportiamo verso di loro come verso noi stessi” (Somma teologica, II-II, 25, 4).

2. Certamente l’amore per la famiglia precede la dedizione agli altri.
Dice la Sacra Scrittura: “Se poi qualcuno non si prende cura dei suoi cari, soprattutto di quelli della sua famiglia, costui ha rinnegato la fede ed è peggiore di un infedele” (1 Tm 5,8).
“Dunque si deve avere una carità maggiore verso i congiunti”, conclude San Tommaso (Somma teologica, II-II, 26, 7, sed contra).

3. Il motivo per cui vanno amati per primi i genitori è questo: dopo Dio sono i primi a darci l’esistenza.
Tuttavia chi è sposato, poiché è diventato una sola carne con il partner e con i figli, deve dare ad essi la precedenza. Vengono poi i genitori, i fratelli e gli altri parenti secondo la necessità e il grado di affinità.

4. Tuttavia c’è una proporzione tra i beni che vanno compiuti.
Tra il tenere il nipotino perché il figlio va a divertirsi per la quarta sera di seguito mentre non si dà una mano ad un vicino che ha un morente in casa ce ne corre.
Basta il buon senso per comprendere a chi si deve dare la precedenza.
Per cui la necessità grave del nostro prossimo ha la precedenza su beni tutto sommato futili dei propri cari.

5. I teologi poi presentano anche altre distinzioni e dicono che non è mai lecito commettere peccato con il pretesto di soccorrere spiritualmente il prossimo, neppure per liberarlo dal peccato mortale.
San Tommaso dice che “non ci si deve mai rassegnare al male del peccato, che è incompatibile con la partecipazione alla beatitudine, per liberare il prossimo dal peccato” (Somma teologica, II-II, 26, 4).
Questo non significa che non si debba soccorrere il prossimo. Solo si applica a questo caso il principio sancito da San Paolo, che non si deve fare il male a fin di bene (Rm 3,8).

6. I teologi ricordano anche che occorre amare di più il bene spirituale del prossimo che il nostro bene corporale.
Infatti l’anima del prossimo partecipa direttamente alla gloria di Dio, mentre il corpo solo indirettamente (e cioè per la ridondanza che deriva dall’anima).
Perciò quando lo richiede la salvezza eterna del prossimo si è tenuti a soccorrerlo anche col pericolo della propria vita.
Questo è successo molto spesso in passato per i sacerdoti che andavano a soccorrere gli appestati al lazzaretto o nelle loro case.
Padre Cristoforo dei Promessi sposi né è una bella testimonianza.

7. San Tommaso aggiunge: “Ciascuno è strettamente tenuto a curare il proprio corpo; mentre non è tenuto a curare così la salvezza del prossimo, se non in casi particolari.
Perciò la carità non esige a tutto rigore che uno esponga il proprio corpo per la salvezza del prossimo, se non nei casi in cui si è tenuti a provvedervi.
Appartiene però alla perfezione della carità che uno si offra spontaneamente per questo”
(Somma teologica, II-II, 26, 5, ad 3).

Padre Angelo Bellon


giovedì 6 ottobre 2022

Lettera aperta a un parroco neocatecumenale da un suo confratello: "il Cammino Neocatecumenale, che occupa la tua parrocchia e i suoi locali, è una realtà del tutto estranea al tessuto vivo del tuo popolo"

Riportiamo, traendola dal libro "Verità sul Cammino Neocatecumenale - testimonianze e documenti" di padre Enrico Zoffoli, una lettera aperta del 1991, inviata da un sacerdote missionario a tutti i Vescovi della Toscana,  ai cardinali e vescovi amici sia in Italia che in Brasile. Si tratta di una solenne denuncia nei confronti del parroco della chiesa di San Bartolomeo in Tuto a Scandicci, periferia di Firenze, per aver "sposato" la realtà del cammino neocatecumenale, aver messo in mano tutte le attività a persone esclusivamente organiche a questa realtà, fra l'altro provenienti da altre parrocchie, isolando e demotivando i parrocchiani attivi e collaborativi, aver diffuso delle liturgie monche e stravaganti, utilizzando parte di "somme veramente ingenti sottratte alle economie delle famiglie" per acquistare il favore dei vescovi. 

Nel libro, che riporta questa lettera aperta, per comprensibili motivi sono stati omessi tutti i nomi propri, le località, i riferimenti alle parrocchie.

Questo documento, oltre che importante per la rilevanza pubblica che gli fu data e la sua ampia diffusione,  per i suoi contenuti è, pur a distanza di trent'anni, ancora attualissimo.
Nonostante infatti il tentativo di regolamentare tramite Statuto il cammino neocatecumenale, la realtà delle parrocchie "neocatecumenalizzate" rimane desolantemente quella descritta in questa lettera aperta e il Cammino si è  confermato essere una realtà che "ovunque crea le sue appartenenze, la sua esclusività ed esclusione, la bugia d'essere d'accordo in tutto col Papa, la dipendenza, spesso di carattere psicologico o plagiante nei suoi adepti".

Non dicono che sono neocatecumenali,
ma "condizionano, con la loro presenza,
ciò che spetta a tutti e che a tutti appartiene"


Caro Marco,
è pervenuto anche a me il tuo depliant con il "Calendario Liturgico e delle Attività per il corrente anno pastorale. Mi rallegro sia per la tempestività della comunicazione, sia per l'ampiezza dell'iniziativa. Fin da quando ti conoscevo (eri curato a ...), ho sempre visto e pensato che hai squisite doti pastorali.
Permettimi dunque, nell'ambito di questa stima e di questo affetto, di farti pubblicamente alcune considerazioni in ordine alla presenza del Cammino Neocatecumenale nella tua Parrocchia, presenza diventata ormai la "piena occupazione" della Parrocchia stessa.

Già il giornale diocesano della scorsa settimana recava l'eco accorato di tantissime voci, preoccupate per il condizionamento che il cammino neocatecumenale pone alla Propositura di .... Ora mi pare e mi risulta che lo stesso cammino possegga ormai del tutto la tua parrocchia ad un livello più escludente di quella di  ...
È del tutto caduto ormai l'equilibrio che sapeva mantenere don ... tra i fedeli normali (la stragrande maggioranza) e ed i pochissimi del cammino neocatecumenale.
Dico volutamente "pochissimi", perché le Comunità Neocatecumenali, che han fatto propria, secondo le tue direttive, la parrocchia di ..., sono, almeno per quattro quinti, formate da adepti provenienti da altre parrocchie della zona.

Per cui il cammino neocatecumenale che occupa la tua parrocchia e i suoi locali, è una realtà super parrocchiale o extra parrocchiale del tutto estranea al tessuto vivo del tuo popolo.

Ricorda sempre che la chiesa e di locali furono costruiti sul terreno donato da ...  con i soldi del popolo tutto e il concorso della  Curia Arcivescovile. Non certo con i contributi del cammino neocatecumenale, che pure dispone di somme ingentissime, come altri movimenti ecclesiastici moderni, che nulla hanno a che vedere con Madonna Povertà o con un'economia provvidenziale, alla maniera, ad esempio, di don ..., il Servo di Dio ... più diverso e più lontano - per il suo spirito e le sue opere - dal cammino neocatecumenale.

L'occupazione è, secondo me, abusiva.
Se i Sacri Canoni hanno un valore, se la tradizione ecclesiale merita collocazione nella nostra diocesi, così priva ancora (speriamo nel Sinodo, ma è una speranza "contra spem"), di disciplina e di coordinazione, lo "status" della tua parrocchia è del tutto anomalo e crea di suo gravi problemi di coscienza fra la tua gente.

Se la parrocchia "rappresenta in certo modo la Chiesa visibile, stabilita su tutta la terra" (Concilio Vaticano II, La Liturgia, 42), come può una parrocchia, superata e direi annullata da un'invasione comunque estranea al suo tessuto popolare, quel tessuto vivo e connettivo di cui nessun parroco degno di questo nome può fare a meno, diventare un segno fecondo di questa incarnazione locale della Chiesa universale?

Non discuto affatto la legittimità (del resto ancora tutta da sancire da parte della Santa Sede, sia a livello ideologico che catechistico, strutturale, economico, transnazionale eccetera) del cammino neocatecumenale.
Dico appena che questo cammino non ha diritto, a meno che non esista una specie per pubblico decreto del Vescovo in proposito, di occupare con elementi provenienti per quasi il 90%, da altre parrocchie, la tua parrocchia, che è di tutti i tuoi parrocchiani. È codesto un precedente pericolosissimo che lacera il tessuto delicato della distribuzione della Salvezza sul territorio che fa capo al nostro vescovo. Un precedente ed una realtà che giustamente mettano in allarme e in disgusto i parroci, che vedono persone vive e capaci di assumere la legittima collaborazione parrocchiale, defilarsi, anche con orari strani (che diventano uggiosi e pesanti per la famiglia "normale") in altra parrocchia.

L'occupazione da parte del cammino neocatecumenale della tua parrocchia, che ti fu di recente affidata dall'arcivescovo, si rivela anche dalla costante "disobbedienza", che tranquillamente si pratica con le liturgie neocatecumenali della Messa, al sabato notte. Sono in verità quelle stanza abilitate all'uso liturgico di Messe dette in contemporanea da preti e frati che non sanno stare nelle loro parrocchie o nei loro conventi? Perché il cammino neocatecumenale ha, in concreto, abolito la vera concelebrazione? E non esiste in diocesi l'esplicito divieto del  vescovo (ma perché non ne fece un pubblico decreto?) che vieta queste messe (anche sei o sette) in contemporanea, che si rincorrono per le stanze adiacenti? A volte penso che il nostro Vescovo si lascia tranquillamente prendere in giro dal cammino neocatecumenale, che comunque costituisce in diocesi una realtà che non parte dai suoi piani pastorali e di cui lui stesso conosce poco, salvo il 25% delle grosse somme che il cammino leva ai suoi adepti, e che vanno, in detta percentuale, al vescovo locale.

Perché il cammino neocatecumenale crea altri punti di riferimento per l'obbedienza e per la comunione presbiterale. Quante volte si sono visti i preti del cammino lasciar tutto e partire per seguire le direttive di Kiko, con spostamenti sia italiani che internazionali?

Tu presenti, nel suddetto dépliant, la "catechesi degli adulti" che inizia il 21 ottobre. Ma perché non sei sincero e non dici che quel "momento forte di evangelizzazione" è nei fatti un modo per propagandare il cammino neocatecumenale e che la tua parrocchia non ha e non esercita una catechesi completa e normale per gli adulti così come non ha e non esercita una prefettura dei testi liturgici domenicali per gli adulti eccetera eccetera eccetera? È legittimo presentare il cammino come "la" evangelizzazione? 

Per me che ho partecipato, sia in Italia che in Brasile, a quelle catechesi, condotte su ciclostilati uguali ovunque e strettamente segregati (io comunque ce li ho perché ci vuol poco a fendere le esclusioni create su spasmodicamente dai neocatecumenali), sono molto deboli e tanto incomplete dal punto di vista della dottrina e soprattutto della storia della Chiesa; sono ovunque uniformi, non tenendo conto alcuno delle direttive del Santo Padre, oltre che del Concilio, che sempre si raccomanda al rispetto delle culture locali; sono tanto affette da soggezioni psicologiche che ben poco hanno a che fare - se pur per certe tipologie di coscienza sono opportune - con la semplicità e la linearità del Vangelo.

Ma l'occupazione da parte del cammino neocatecumenale della tua parrocchia, con conseguente fuga massiccia di fedeli e di persone atte alla collaborazione, si rileva anche dall'elenco delle "persone che coordinano i vari servizi della parrocchia". Sono 32 persone, un bel numero. Orbene, 14 di queste appartengono alla parrocchia di ..., altre quattro appartengono alla parrocchia di ..., 10 alle varie parrocchie della città; il diacono ha due incarichi in lista (e perciò si arriva al numero di 10). Della tua parrocchia solo 4 sono presenti nella lista dei coordinatori, e per incarichi meno essenziali: ... per l'animazione dei canti ma insieme a due neocatecomunali extra parrocchiali; ...  per i chierichetti. Tutti questi, così come tutti gli extra parrocchiali, sono neocatecumenali di ferro. Va aggiunta per l'Apostolato della Preghiera, ..., che ovviamente non è neocatecumenale e che nella lunga lista è come la lucina nel bosco. 

Dunque una parrocchia di oltre 7.000 parrocchiani è diretta da 31 coordinatori neocatecumenali, di cui solo 3 della parrocchia, e da una coordinatrice non neocatecumenale. Ti pare, caro don Marco, un fatto intelligente, dal punto di vista pastorale e del rispetto della capacità della tua gente più attenta in parrocchia (capacità tanto collaudata dal tuo predecessore), la quale si sente ovviamente trattata come "minorata" nella dedizione, nella appartenenza e nella partecipazione alla vita parrocchiale?

La cosa poi diventa particolarmente grave, se si considera che, nell'attività catechistica, cioè tipicamente di evangelizzazione, sono stati allontanati tutti i catechisti non neocatecumenali, alcuni dei quali avevano sulle spalle anni e anni di impegno e di servizio con la tua parrocchia. Anche don ... si è trovato in difficoltà per l'annullamento - così mi dicono - del suo impegno, del resto ben condotto, coi genitori e con i giovani del dopo cresima.

Vedi dati - statistiche alla mano - che l'occupazione esiste e che gli aventi diritto ad avere in proprio la parrocchia sono esclusi e messi in difficoltà.

Ora: se tutti i movimenti ecclesiastici di oggi (oltretutto sono simili fra loro e maggioranza perché forti nei soldi e nelle intransigenze o negli integralismi) si mettessero a fare quello che tu  realizzi a ..., dove andrebbe a finire l'organizzazione base della diocesi? Il Cammino compia pure la sua strada, creandosi le sue sedi (si dice che il terreno disponibile vedrà lo sviluppo di costruzione neocatecumenali con centinaia di milioni di spesa), ma lasciando in tutta pace la vita autentica e normale delle parrocchie. 

In ogni parte del mondo cattolico il cammino neocatecumenale è motivo di divisione: non certo perché colloca autenticità o completezza del Vangelo su stantie tradizioni, o su ambienti solo in superficie cristiani. Ma perché ovunque crea le sue appartenenze, la sua esclusività ed esclusione, la bugia d'essere d'accordo in tutto col Papa scavalcando Conferenze Episcopali e vescovi (che si lasciano, alcuni, scavalcare), la dipendenza, spesso di carattere psicologico o plagiante, dei suoi adepti. Kiko Argüello vuol fare (insieme all'agitata Carmen) quel tipo di evangelizzazione? Bene, c'è posto anche per lui e speriamo che lui stesso si abitui alle cose "normali", ad esempio alla "Messa normale". Alludo con questo al fatto che, quando dipingeva sulle pareti di fondo della tua chiesa quegli "enormi santini" (il valore artistico è nullo), al momento della Messa vespertina in orario se ne saliva in casa per la sigaretta e il bicchierino ed il chiacchiericcio con i vari esponenti neocatecumenali, salvo poi a schitarrare il sabato notte in quelle liturgie eucaristiche in cui c'è più abuso, o carenza di cultura storico-liturgica, che autenticità sacrificale e sacramentale.

Ma smetta di imbrogliare le chiese locali, occupando e facendo occupare spazi, momenti, situazioni che "di suo" sono di tutti e per tutti. Un parroco può volere nella sua parrocchia "anche" il cammino neocatecumenale, così come qualsiasi altro movimento ed associazione; ma senza che questo o quelli condizionino, con la loro presenza ed attività, ciò che spetta a tutti e che a tutti appartiene.

Rifletti a questo: perché questa mia lettera aperta, e quindi destinata di suo a chiunque? Perché tu sappia - e puoi farlo - riflettere fino a diventare davvero un parroco fra i parroci e non un prete neocatecumenale, che si distanzia, per questa sua appartenenza che lo guida e lo condiziona in tutto, dalla faticosa azione e dalle umili speranze degli altri parroci.

E ti faccio un augurio fiducioso: codesta parrocchia è nata da un dono (il terreno) e per l'iniziativa dell'Opera ..., in viva comunione col vescovo. Ancora in ... sono presenti (e si svilupperanno se a Dio piacerà), tipica attività di servizio incarnato della nostra opera.

Orbene: ti auguro di cuore di essere un parroco alla don ... e quindi radicalmente diverso del Cammino Neocatecumenale. Questo lo puoi benissimo tenere nella tua coscienza e poi dargli "uno" spazio in parrocchia, in parità con altri movimenti ed associazioni e con la partecipazione unica dei tuoi parrocchiali. Ma non puoi affatto dare "tutta" la parrocchia al cammino neocatecumenale,  soprattutto di carattere superparrocchiale.

Ti auguro di essere come don ..., un parroco di tutto il suo popolo, un parroco incarnato nella carità crocifiggente; un parroco che onora la povertà; un parroco che si ritrova nella normalità di tutti gli altri parroci.
Prega tanto per me e per i miei poverissimi, sia in Italia che in Brasile. Tuo ...
 

(lettera firmata)

lunedì 3 ottobre 2022

Fin dalle origini del cristianesimo segretezza e pratiche nascoste puzzavano di eresia

Una caratteristica innata del Cammino neocatecumenale è  quella di promuovere le riunioni e le celebrazioni delle proprie comunità in ambiente riservato e chiuso, non pubblico. Per questo motivo, pur facendo le proprie catechesi iniziali in parrocchia nel salone parrocchiale aperto a tutti per poter attirare i parrocchiani nelle comunità con il beneplacito del parroco, in seguito le attività delle comunità si svolgono nel chiuso delle salette parrocchiali, o dei "catecumenium" costruiti a bella posta per crearsi ulteriori spazi, e in parte nelle case private; oppure ancora negli alberghi, che prediligono per i propri incontri periodici, oppure in sale private o palestre per la celebrazione per esempio della Veglia di Pasqua.

Giustificano queste loro abitudini, e soprattutto la preferenza dei luoghi privati per i loro ritrovi, rispetto ai luoghi pubblici per eccellenza, le chiese, con la necessità che ogni comunità proceda con il proprio percorso, la riservatezza di quanto viene detto nelle risonanze (cioè del racconto di quanto al singolo abbia rivelato la parola di Dio), la segretezza (o arcano) che si deve mantenere sulle attività di ciascuna comunità  perché ad altri non venga "rovinata la sorpresa" riguardo a ciò che attende loro nel prosieguo della propria frequenza del Cammino oppure anche perché non si "spaventino" per quanto gli verrà richiesto, e non fuggano a gambe levate.

Un'altra motivazione per lo svolgimento delle proprie attività anche cultuali separatamente  e in ambienti privati, è quella dell'imitazione di quanto facevano i primi cristiani, che si riunivano nelle case; nelle loro ricostruzioni storico-religiose gli iniziatori del Cammino neocatecumenale individuano nella costruzione delle chiese  come luoghi di culto e nel dissolvimento delle piccole comunità la causa di una "istituzionalizzazione" della fede e del suo decadimento.

Non solo: sia Kiko sia Carmen, quando incontravano delle difficoltà  nelle parrocchie o comunque più  in generale a livello ecclesiale, identificavano la Chiesa con la Sinagoga e i neocatecumenali  come i primi cristiani cacciati dal Tempio (cioè  dalla Chiesa) che si riunivano nelle case.
Anche i romani, secondo Kiko, perseguitavano i cristiani perché  non si riunivano pubblicamente nel tempio ma privatamente nelle case (e dimentica di dire che nel tempio i cristiani avrebbero dovuto sacrificare all'imperatore come a un dio).

Vescovo affamato e feroce insidia Kiko e il suo Cammino

Riportiamo infatti quanto detto nel 2017 da Kiko in proposito:

"Fratelli, voi siete stati eletti da Dio per una missione, per un carisma, che la Chiesa ritorni ai primi secoli.
Nei primi secoli i cristiani vivevano la fede in comunità, in una piccola comunità.
Queste piccole comunità vinsero la bestia.
Sapete la bestia aveva il sei sei sei (traccia nell'aria le tre cifre).
Come è possibile che le piccole comunità che si riunivano nelle case vincessero la bestia, l'impero romano?
È successo grazie alla propaganda.
Dice Plinio che quando i cristiani entravano nel Colosseo per essere divorati dalle fiere, il popolo intero gridava: a morte gli atei!
Vedete, questa è storia.
La lettera a Diogneto, primo secolo: tutti ci odiano, se chiedi il perché non lo sanno dire, ma chi ci conosce si converte.
Perché li odiano? Perché i cristiani non avevano un culto pubblico, non avevano una chiesa, non avevano templi, per cui pensavano fossero atei, perché in quell'epoca il mondo era molto religioso, tutto era pieno di sette, comunità, di religioni, tutto pieno.
Queste piccole comunità a Roma in mezzo al culto a Mitra, al culto a Iside, religioni e religioni, templi e templi, queste comunità che si riunivano nelle case… perché furono cacciati dalle sinagoghe perché si creava una tensione nella sinagoga, come succede nelle parrocchie.
Nasce la comunità, e tutti della parrocchia ti odiano, ti detestano, e ti denunciano al vescovo. Si crea una tensione.
Pensano nella parrocchia: questa è una setta…anche lo stile…è verità!
E non vi dico i processi che abbiamo avuto in Germania… in tante parti.
Grazie a Dio, siamo molto contenti di essere perseguitati perché la cosa più importante per un cristiano è essere come Gesù Cristo che fu odiato, e noi non possiamo essere più grandi di Nostro Signore, il discepolo deve essere come il suo maestro
".

Quindi Kiko vuole convincere i propri aderenti che tornare alla autenticità delle prime comunità dei credenti implica necessariamente il ritorno ad una fede vissuta clandestinamente, o comunque non in luoghi pubblici, coperta da segretezza e da arcano perché le parrocchie possono essere luoghi in cui i veri credenti sono perseguitati, così  come i primi cristiani.
Questa visione se vogliamo "romantica", nel Cammino neocatecumenale viene diffusa e mantenuta esclusivamente per evitare il controllo esterno sulle proprie pratiche interne, per nulla corrispondenti a quanto previsto dagli Statuti con i quali sono stati approvati; funzionale a questa strategia è, a tutt'oggi, la mancata pubblicazione del Direttorio delle catechesi e la "disciplina dell'arcano" con cui mantengono totale riservatezza sulle loro attività interne.

Per quanto riguarda la vita delle prime comunità cristiane, invece l'importanza della dimensione pubblica rispetto a quella privata, viene evidenziata  dallo studio di Harry O. Maier,  professore di Nuovo Testamento e di Studi sul Cristianesimo antico presso la Vancouver School of Theology, "Luoghi segreti e pratiche nascoste - La costruzione dell'eretico nel cristianesimo delle origini" pubblicato nel 2015 per i tipi delle Edizioni Dehoniane di Bologna.
In questo libretto, che invitiamo a leggere perché molto lineare ed interessante, si dimostra infatti che, fin dagli albori della Chiesa apostolica, il culto a Dio e le attività della comunità dovevano essere il più possibile pubbliche, sebbene avvenissero principalmente nelle case, mentre i culti privati e riservati venivano vissuti con sospetto ed associati alle attività di falsi pastori, alle eresie che già  allora venivano prepotentemente alla luce.
L'autore infatti si propone di prendere in esame la distinzione tra pubblico e privato nell'antichità greco-romana facendo emergere la stretta corrrelazione tra lo spazio pubblico e privato e la rappresentazione  del vero e del falso insegnamento nella cristianità emergente.

Di seguito ne riportiamo alcuni paragrafi, che dimostrano l'importanza che ebbero fin dall'inizio le caratteristiche di apertura al mondo esterno e al suo controllo delle prime comunità e come da subito l'eccessiva privatizzazione suscitasse, nello stesso apostolo Paolo (o comunque  dell'autore delle lettere pastorali) e in padri della Chiesa come Ireneo da Lione e Ignazio d'Antiochia, il sospetto di attività settarie e di culti eretici.


Dal libro "Luoghi segreti e pratiche nascoste - La costruzione dell'eretico nel cristianesimo delle origini" di Harry O. Meier

Prendendo in esame le Epistole pastorali di Paolo di Tarso (Prima e Seconda Lettera a Timoteo e Lettera a Tito), il modo in cui Ireneo di Lione rappresenta il suo avversario Marco e le lettere di Ignazio di Antiochia, dimostra come questi autori sposano lo spazio sociale aperto alla visione pubblica con il giusto insegnamento, e lo spazio nascosto all'osservazione con l'insegnamento falso e fondamentalmente eretico.

Vittore Carpaccio, 1520
San Paolo stigmatizzato
Anche se non tutti i primi seguaci di Cristo si incontravano in chiese domestiche, ma si riunivano in un'ampia varietà di luoghi come tabernacolo, popinae, cauponae, thermopilii, stalle, cimiteri e così via, la dimensione pubblica viene sempre considerata importante e discriminante tra le vere e false dottrine.
Nelle Epistole pastorali i requisiti per la leadership ecclesiale includono una casa e una famiglia ben governate: è necessario che un vescovo «sappia guidare bene la propria famiglia e abbia figli sottomessi e rispettosi, perché, se uno non sa guidare la propria famiglia, come potrà aver cura della Chiesa di Dio?».
Colui che aspira all’incarico di vescovo deve godere «di buona reputazione presso quelli di fuori»

Questi passi riflettono la preoccupazione che il corpus epistolare unanimemente attribuito a Paolo esprime nei confronti dell’esame pubblico. Paolo, per esempio, esorta i seguaci corinzi di Cristo a non esercitare il dono della glossolalia in modo indiscriminato per timore che l’osservazione degli estranei conduca a una cattiva reputazione pubblica: «Quando si raduna tutta la comunità nello stesso luogo, se tutti parlano con il dono delle lingue e sopraggiunge qualche non iniziato o non credente, non dirà forse che siete pazzi?».  In una lettera permeata dal discorso civile, Paolo invita i propri seguaci a immaginare la condotta delle loro assemblee come sottoposta al minuzioso esame dell’occhio pubblico.

Alla rispettabilità che proviene dalla corretta regolazione e dalla supposta buona testimonianza pubblica vengono contrapposti i vizi che emergono dalla mancanza di regolazione nella sfera privata, il luogo in cui l’esame pubblico è più debole, se non addirittura rinnegato, e dove la religione rivela le sue qualità socialmente corrosive.
Nella Seconda lettera a Timoteo Paolo avverte di nuovo che «negli ultimi tempi» arriveranno i socialmente degenerati e tra di loro quelli che, in modo significativo, sono «ribelli ai genitori». «Fra questi vi sono alcuni che entrano nelle case e circuiscono certe donnette cariche di peccati, in balia di passioni di ogni genere, sempre pronte a imparare, ma che non riescono mai a giungere alla conoscenza della verità».

Le case e le famiglie invase da falsi maestri mostrano un ordine che non è in grado di sostenere il pubblico esame perché gli uomini che le turbano sono ancor più incapaci di regolare le relazioni domestiche che se stessi. Sono uomini che deviano e «si sono perduti in discorsi senza senso». Come il discorso prolisso delle donne che influenzano, essi tradiscono tutta la cattiva amministrazione del sé che è associata a uomini chiacchieroni come donne.

Altri elementi importanti da tenere in considerazione, ci vengono dall'opera "Contro le eresie" (ndr.: opera scritta da Ireneo, vescovo di Lione, teologo del secondo secolo, discepolo di san Policarpo e, attraverso di lui, dell'apostolo san Giovanni, figura di primaria importanza nella storia della Chiesa, proclamato dottore della Chiesa da Papa Francesco).

Come nelle Epistole pastorali, Ireneo associa la vera dottrina con l’insegnamento pubblico e l’eresia con una forma di insegnamento segreto che egli descrive come circolante privatamente, lontano dalla vista. Sottolinea inoltre la proclamazione pubblica degli apostoli, i quali trasmisero in maniera fedele gli insegnamenti ricevuti da Gesù, prima oralmente e in seguito in forma scritta. 

In tal modo si oppone a quegli eretici che in chiesa professano pubblicamente una cosa, ma in segreto ne pensano un’altra, o che in privato insegnano false opinioni che contraddicono la verità. Per il territorialismo di Ireneo è importante la distinzione tra pubblico e privato.

In Contro le eresie III,4,3, Ireneo descrive il modo in cui Valentino (eretico gnostico) quando giunse a Roma, professò una cosa in pubblico e un’altra in privato. Poco oltre, mette in guardia contro coloro che «nei discorsi che tengono in pubblico (extrinsecus) appaiono simili a noi, per il fatto che dicono le nostre stesse cose; ma dentro (intrinsecus) sono dei lupi». Si tratta di una strategia grazie alla quale «catturano i sempliciotti e li attirano a loro, scimmiottando il nostro modo di predicare». Ma essi immaginano, si chiede Ireneo, per quale ragione, «pur pensandola loro come noi, saremmo noi che ci rifiutiamo senza motivo di essere in comunione con loro; pur dicendo le stesse cose che diciamo noi e avendo la stessa dottrina, noi li apostroferemmo come eretici»?

È importante sottolineare il modo in cui Ireneo collega gli insegnamenti segreti di Marco, eretico seguace di Valentino, con le sue attività all’interno delle case e lontano dalla pubblica vista. Ciò gli consente di produrre lo stesso tipo di collegamento tra il falso insegnamento e le azioni private interne alla casa, esenti dal minuzioso esame pubblico, che abbiamo osservato nelle Epistole pastorali.
Marco agisce all'interno delle case, in particolare blandendo le donne, e convincendole d'essere dotate del dono della profezia.

La vivida luce che Contro gli eretici getta sulle attività private di Marco e le pratiche religiose delle donne che ha sedotto, funziona sia per creare e delimitare lo spazio, che per servirsi della distinzione tra pubblico e privato come strumento per affermare una chiara linea di distinzione tra il vero insegnamento apostolico e l’eresia. In tal senso, Ireneo prende le idee e le associazioni di pubblico e privato presenti nelle Epistole pastorali e le estende per una loro più universale applicazione.

Ignazio di Antiochia, detto L'Illuminatore (35 - +107 circa), vescovo e teologo siro, venerato come santo dalla Chiesa ortodossa e dalla Chiesa cattolica, annoverato fra i Padri della Chiesa e Padre Apostolico e che scrisse sette lettere alle Chiese dell’Asia Minore sulla via per il martirio che avrebbe trovato a Roma, offre una formulazione della territorialità e dell’associazione di insegnamento vero e falso con la configurazione pubblica e privata della fede e delle pratiche, dello stesso tenore di quella che abbiamo incontrato nelle Epistole pastorali e in Ireneo

È invece interessante il modo in cui Ignazio traccia la rispettiva topografia di coloro che accusa come falsi maestri o che considera campioni della vera fede. Egli ritrae i primi come adusi a condurre le proprie assemblee in privato, lontani dallo sguardo del vescovo locale. I secondi si incontrano invece pubblicamente e alla conoscenza del vescovo.

Ignazio delinea un ritratto del vero insegnamento come pubblico e conosciuto e dell’eresia come privata e nascosta. Così facendo egli intende prolungare le linee di osservazione ecclesiale fino a farle penetrare all’interno di tutte le case, non solo di quella del vescovo, per assicurare che solo i rituali a cui egli può assistere (ovvero sanzionare) sono legittimi e tutti quelli che gli sono sconosciuti sono corrotti dalla segretezza e dal vizio.

Insegna così lo smascheramento della condotta disordinata che avvelena con vizi antisociali le riunioni private e presumibilmente segrete. Ciò che è visibile e pubblico è giusto e ciò che è invisibile e dunque privato è sbagliato.

In conclusione: Le Epistole pastorali, il ritratto di Marco proposto da Ireneo di Lione e le lettere di Ignazio di Antiochia, pur secondo modalità proprie, mostrano strategie territoriali che invocano e creano spazi pubblici  per la circolazione della vera fede e individuano negli spazi privati la delimitazione del falso insegnamento.

venerdì 30 settembre 2022

Queste cose vi scriviamo perché la nostra gioia sia piena

"Questo è il messaggio che abbiamo udito da lui e che noi vi annunciamo: Dio è luce e in lui non c’è tenebra alcuna. Se diciamo di essere in comunione con lui e camminiamo nelle tenebre, siamo bugiardi e non mettiamo in pratica la verità. Ma se camminiamo nella luce, come egli è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri, e il sangue di Gesù, il Figlio suo, ci purifica da ogni peccato. [...] Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto tanto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità. Se diciamo di non avere peccato, facciamo di lui un bugiardo e la sua parola non è in noi" (I Giovanni 1,5-10)

La presentazione della prima lettera di Giovanni in questa riflessione ha come obiettivo centrale l’osservazione ragionevole e ragionata della dissonanza tra quanto Dio riferisce ispirando il suo apostolo prediletto, e quanto interpretano e attuano i seguaci del movimento settario di Kiko Argüello e Carmen Hernández incistatosi nella Chiesa Cattolica. 

E per far ciò basterebbe anche la sola lettura di quanto Giovanni santamente sostiene.

Per una miglior comprensione, ricordiamo innanzitutto che Giovanni doveva avversare l'eresia gnostica, egli infatti assolveva il suo ministero in un contesto in cui stavano sorgendo delle false versioni del cristianesimo, diverse sia a livello dottrinale sia a livello di vita di fede.

Giovanni dichiara in sintesi che una vita trascorsa nel vizio, disonorando Dio, dicendo di essere in comunione con Lui mentre invece si cammina nelle tenebre, non è certamente la vita di chi ha ricevuto la luce e l’amore di Dio in sé.

La concezione del cammino sul peccato, la quale diverge con quanto incitato dal Vangelo di Giovanni, è esplicita e oramai nota, la sua dottrina afferma che l’uomo non può sottrarsi al peccato poiché ne è schiavo fino al punto  d'essere figlio del demonio. 

Per Kiko, l'uomo non può (e non deve!) uscire dal proprio status di peccatore operando il bene, con l'aiuto della grazia di Dio, ma è tenuto principalmente, e solamente, a riconoscere la propria miseria morale; da questa consapevolezza dovrebbero prodursi, a lungo andare, le opere di bene che il Cammino ritiene opportuno vengano prodotte: non altre, e non nei tempi che Dio vuole e che la Sua grazia suscita, ma secondo le cadenze imposte dalle tappe neocatecumenali.

Questa artificiosa forzatura pone nell'animo chi vi viene sottoposto il seme dell'infelicità che si espande progressivamente ad ogni tappa, causando la tipica espressione frustrata e sfiduciata (io la chiamo "carmeniana") contraddistinguente i neocatecumeni.

Circa la confessione della fede, che il Cammino pretende sia fatta davanti alla comunità nel corso degli scrutini e pubblicamente in occasione per esempio della Redditio, diviene in realtà una pubblica confessione di colpe di una certa gravità che potrebbero implicare malcontenti familiari o addirittura la distruzione della dignità personale o altrui. Una pratica discutibile e lesiva della privacy del fedele che determina difficoltà sociali e familiari non di poco conto. 

In tutto ciò il sacerdote è una figura assente, oppure si ritrova seduto proprio tra gli esaminati; da formatore, come vorrebbe il suo ministero, diviene formato, da controllore controllato; gli si vuole "rubare" il ruolo, annullandolo, e per questo lo si mette a sedere tra i discenti, dimenticando che un sacerdote, per piacere a Dio e compiere il proprio ministero deve poter stare separato rispetto al popolo.

Nessuno può porsi al di sopra del sacerdote o far credere che l'assemblea dei fedeli possa celebrare al suo posto o al suo pari. Ogni uomo può e deve essere utile al prossimo, ma lo sarà sempre in misura minore del sacerdote, quanta è la distanza che corre fra il corpo e l’anima.

Per riprendere il discorso del valore della penitenza e della riconciliazione: per Kiko e Carmen, è essenzialmente un fatto  comunitario, perché  non si riconosce al singolo la facoltà di emendarsi e la volontà di non ripetere il peccato.

Nulla ispira a non pentirsi dei propri errori, così vanificando anche quall'accenno mortificato di penitenziale che i neocatecumenali praticano periodicamente e comunitariamente nelle loro celebrazioni; secondo la loro concezione pessimistica e cinica,  non si può che ricadere ostinatamente nel proprio peccato ed anche il chiedere perdono o il perdonare sono atti solo rituali e dovuti, che non possono produrre un effettivo riscatto.

Eppure, mentre Kiko afferma che non si può evitare il peccato, san Giovanni evangelizza dicendo "chiunque è  stato generato da Dio non commette peccato."

San Giovanni risponde allo sviluppo preoccupante dell'eresia dicendo che la verità è evidente nella sostanza delle cose, innanzitutto nei fatti storici riguardanti la vita e l’opera di Cristo che debbono essere fedeli e rispettati e poi nel cambiamento di coloro che dicono di credere in Lui.

Una religione che non dà vita non serve. Allo stesso modo una professione di fede non supportata da una vita che ne dimostra l’autenticità, non è credibile.

San Giovanni invita ad un avveduto e oculato giudizio dei sentimenti risiedenti in noi. Ma ciò non può avvenire tramite degli scrutini condotti da catechisti formati da teorie oscure e criptiche che proclamano: "Sono il tuo catechista! Sono stato eletto e prescelto da Dio affinché discerna sulla tua vita!".

San Giovanni esorta piuttosto a non amare il mondo né ciò che vi è nel mondo. Attenzione bene a non cadere nella confusione a causa dei termini usati e dalle elaborazioni fantasiose e luciferine del cammino. Non si tratta di tenere le distanze dagli altri perché non facenti parte del cammino o di qualunque cerchia ristretta e settaria, ma bensì di avere la forza di non lasciarsi sedurre da tutto ciò che appartiene alla mentalità contraria a Dio. 

Il Signore ama infinitamente ogni uomo e desidera che a tutti sia donato il Vangelo sull’esempio di vita di Gesù, il Logos.

Che differenza da Carmen che sosteneva: “Cristo non è modello di santità per nessuno”!

Significa saper scegliere e discernere sul principio dell’amore e della giustizia, prendendo le distanze dai pensieri che inducono a peccare. E in comunità non vi è modo di spezzare le catene dell'errore, essendo che su di esso, sul peccato, è fondato l'intero percorso neocatecumenale.

"Chi non pratica la giustizia non è  da Dio":
sarebbe sufficiente questa frase del Vangelo per definire il cammino una realtà senza Dio.


Riporto un esempio tra i più rilevanti, ma potrei consegnarne innumerevoli: Kiko e Carmen hanno forgiato una dottrina immorale e perversa che reprime l'idea della denuncia. 

Tutti noi conosciamo, oramai perfettamente, quanta pressione psicologica compiano i catechisti a danno dei fedeli che dipendono dalla loro parola (senza nulla togliere alla responsabilità personale). Un processo che nasce dall'alto, dai vertici del cammino neocatecumenale.

Come non alzare la voce contro questo abuso? Come si fa ad asservirsi al silenzio connivente dietro un obbligo o non obbligo giuridico? In quanti hanno compromesso la propria anima pur di non vivere una situazione conflittuale con i catechisti? 

Evitare i rigori della giustizia non favorisce la consapevolezza del peccato e consente che il male proliferi e si diffonda. Ma, in effetti, se "il peccato è necessario" come comunica la ‘scienza kikiana’, perché mai imboccare la via della legalità e della redenzione spirituale?


Caro popolo di Kiko che ti sei piegato al compromesso riducendo la tua coscienza ad una larva, ho una notizia terribile per te: Dio è garante e difensore del grido soffocato degli innocenti!

Nell'ambiente la protezione di tutti i bambini, giovani e adulti vulnerabili, viene affidata ai catechisti, ai responsabili, alle comunità. E ciò risulta pericoloso e severamente grave.

Per questo motivo, se la Chiesa intende applicare contro l'abuso sessuale sui minori il "principio di tolleranza zero", non può evitare di indagare, scandagliare e studiare l'infido contesto neocatecumenale, giungendo a identificare finalmente la vera personalità dei due fondatori del contesto. E spero che la causa di canonizzazione intrapresa per Carmen sia il pretesto necessario. Il cammino non è al riparo dalla Santa Giustizia!

Tempo addietro ebbi un colloquio con un sacerdote dalla lunga carriera neocatecumenale ancora in vigore, si discuteva di abusi e ingiustizie. D’un tratto, per giustificare l'azione immonda di un catechista, affermò con voce tonante un concetto insidiosamente kikiano: "nessuno può fuggire il male, siamo tutti figli del demonio!".

In quel momento mi apparve chiara la motivazione per cui il simbolo del cammino fosse una scala discendente conducente ad una palude mortifera. Se assimili come precetto spirituale un'identità che non coincide alla figliolanza celeste, assumerai di conseguenza una condotta depravata e viziosa che ti farà tollerare addirittura la violenza inflitta ai piccoli. Ho visto intere comunità, formate da uomini e donne d'ogni età, dar contro alla vittima di una violenza soltanto perché era assetata di giustizia (inconcepibile per la concezione del ‘luogo’), e sostenere l’adempimente del male perchè ricoprente il ruolo di catechista, quindi percepito come prescelto dal Signore. A questo punto è lecito che mi chieda di quale "signore" parlino. La risposta che mi son data è raccapricciante.

Qual è la volontà di Dio, l'unica dotata di eternità? E’ la realizzazione in pienezza secondo il percorso di luce di cui Gesù è perfetto testimone: uomo compiuto e vero Dio. 

San Giovanni ci invita a ragionare sul fatto che sono presenti fra noi molti falsi profeti, cioè coloro che rifiutano il messaggio che ci è stato trasmesso nella fedele verità di Dio. Inutili sono le catechesi acclamate con forza, le parole seducenti, vestite di false luci anche se attraenti. L’unica Parola da seguire è quella di Gesù e in questa è necessario rimanere per non essere ingannati.

“La vita si è manifestata, noi l’abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza e vi annunciamo la vita eterna, che era presso il Padre e che si manifestò a noi; ciò che abbiamo visto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. E la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo. ” (I Giov 1, 2-3)

Comunione che per sua natura,
provenendo dall’amore del Padre e manifestata a noi attraverso Gesù, non può che essere condivisa allo scopo di giungere tutti alla pienezza della gioia.

Gioia compiuta perché condivisa (e non settaria). Gioia secondo il pensiero di Dio e non secondo la mentalità del mondo (o di un vanesio - Kiko - che nutre un amore disordinato per il proprio bene al di sopra di altri beni superiori). 

Gioia che non dipende dalle circostanze, dagli umori, dagli eventi ma dalla comunione con il Padre e con Gesù, che non trattiene nulla per se stesso, ma tutto si dona (e nulla ruba). 

Gioia che è perenne perché non dipende dai fatti della storia (e dai giudizi o dalle condanne dei catechisti) ma solo dalla verità dell’Eterno e che ci introduce alla vita eterna, così come l’ha rivelata Gesù Cristo

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Approfondimento con l'aiuto di Sant'Agostino: https://www.augustinus.it/italiano/commento_lsg/index2.htm


martedì 27 settembre 2022

Domanda ai camminanti dubbiosi: "Ma se chiude il Cammino, voi cosa fate?"

Il Cammino Neocatecumenale ha principalmente un solo grande nemico: la coscienza che ogni cattolico ben formato ha della priorità della fede e dei suoi articoli e la sua convinzione che sia sempre e comunque  necessario rispettare  la libertà e la dignità di ciascun individuo, in quanto figlio di Dio,  quindi anche la propria, senza permettere a nessuno di conculcarla.

Per questo motivo, chi si rende conto che per il Cammino ha più importanza la propria dottrina, la propria liturgia, la propria formazione, la propria ritualità, rispetto a quanto la Chiesa dispone e insegna, e parimenti ha più importanza la propria affermazione rispetto alla vita e alla dignità dei singoli, è già sulla  buona via per uscirne e non farvi mai più ritorno. 

Proponiamo due riflessioni su questo tema tratte dallo spazio commenti del nostro blog.

 

Viene il momento in cui si decide di non far più parte del teatrino...


Lancio una domanda ai camminanti dubbiosi:

"MA SE CHIUDESSE IL CAMMINO VOI COSA FARESTE?"

Questa è la domanda che, tanti anni fa io e mio marito ci facevamo:

"Se non avessimo più il cammino..."

La risposta era, per noi due, ovvia:

"Comunque, ANCHE SENZA CAMMINO, siamo nella Chiesa.
Partecipiamo alla vita della parrocchia e cerchiamo di testimoniare con la vita di tutti i giorni la nostra fede."

Per quello che è stata la mia esperienza il Cammino è stato un percorso che mi ha riavvicinato alla Chiesa. 

E' stato un "di più", ma di supporto.

Non ho consegnato la mia vita al Cammino, cosa che invece i catechisti ti chiedono di fare, pretendendo ubbidienza. 

Leggendo il Blog, qualcuno (qualche neocatecumenale) ha detto che guarda la sostanza e chiude un occhio rispetto la forma. 

Anche io per molti anni ho fatto così. 

Il poter ascoltare, leggere, meditare con calma la parola di Dio due volte a settimana, aiuta certo. Negli anni ottanta era una novità e questo, nel percorso da pellegrina su questa terra, penso sia stato bene per me. 

Tuttavia il Cammino è riuscito a diventare totalizzante e ripetitivo di sé stesso senza sapersi rinnovare e soprattutto disubbidendo alle correzioni; questo si esplica nella forma distorta che continua e sulla quale non puoi più far finta di niente.

(da: Alice de') 

 

Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro.(Luca 6,39-40)


Se un'anima potesse rendersi conto dell'immanenza di Dio, che è più intimo a noi di noi stessi (Sant'Agostino), direbbe che fa tutto lui, ma se si rendesse conto della libertà che Dio le lascia, anche se è condizionata e suggestionata, le sembrerebbe che tutto dipende da lei.

Per cui i cattolici, se da una parte sono certissimi dei termini della fede Cattolica, dall'altra, proprio perché l'azione umana dipende da una volontà spesso condizionabile e suggestionabile, non sempre sono certi sulle scelte da fare e spesso si rendono conto delle valutazioni sbagliate che in un primo momento avevano fatto.

Per i modernisti, e penso anche per i camminanti, invece, il rischio è che accada l'esatto contrario: gli articoli della fede sono labili e incerti, mentre essi si mostrano sicurissimi sull'infallibilità della loro azione. 

Senza dubbi o ripensamenti: quando li cominciano ad avere, hanno già un piede fuori dal Cammino. 

(da: Pietro NON del Cammino)

sabato 24 settembre 2022

Il Cammino e le profezie che si autoavverano (ma non sempre)

Nel 1965, lo psicologo di Harvard Robert Rosenthal descrisse il così detto “Effetto Pigmalione”, oggi meglio conosciuto come profezia che si autoavvera. La profezia che si autoavvera è un fenomeno psicosociale per cui ciò che crediamo di noi stessi influenza i nostri comportamenti e quelli degli altri nei nostri confronti.

Lo "specchio delle brame" del catecumeno

I mamotreti di Kiko, e in particolare gli esempi di scrutini, cioè di interrogatori pubblici degli adepti, sfruttano sistematicamente questo meccanismo psicologico. Il catechista "vaticina" un certo avvenimento che sicuramente avverrà nella vita del neocatecumeno scrutinato: per esempio che se abbandonerà il Cammino la sua vita sarà un seguito di disgrazie (vedi la tristemente famosa pagina 108 del mamotreto del Secondo Scrutinio); oppure che in casi di giogo disuguale, cioè di fidanzato fuori dal Cammino, sicuramente la coppia andrà incontro alla separazione; oppure ancora hanno una visione profetica sulla vocazione del neocatecumeno, prossimo presbitero in un seminario Redemptoris Mater o suora di clausura se si tratta di una giovane; inoltre hanno visioni anticipatorie anche sulle prospettive di aver figli per coppie con problemi di fecondità, oppure anche sul successo di un cambiamento lavorativo o altro ancora. 

Non ci sono limiti sulla tipologia di argomenti su cui ritengono di poter esprimere la "volontà divina" e il modo in cui si realizzerà nel futuro del candidato.

Dato il contesto particolare in cui vengono espresse queste previsioni, cioè in una situazione carica di aspettative in cui i catechisti hanno convinto chi li ascolta d'essere direttamente inviati da Dio, che parla quindi per loro bocca, le persone messe "sotto torchio" vengono spesso suggestionate a tal punto da convincersi di queste "previsioni ispirate", facendole proprie e agendo quindi e comportandosi in modo tale che queste "profezie" in effetti si avverino, secondo il noto meccanismo psicologico.

Nel caso però  che questo non succeda, i catechisti si riservano sempre una giustificazione: l'adepto non ha avuto abbastanza fede, ha interpretato male i loro consigli, o Dio stesso ha deciso diversamente per il loro bene operando la loro correzione. Naturalmente, nel caso che le false aspettative generate dai loro consigli abbiano provocato danni psicologici e materiali, non ci sarà mai una ammissione di colpa.

Leggiamo su Cruxsancta alcuni interessanti episodi che confermano l'uso di queste strategie per legare gli adepti neocatecumenali al Cammino e per confermare l'autorità sulla loro vita e le loro scelte dei loro "profeti", i catechisti discernenti.


Lo "specchio delle brame" del catechista

Una delle prime cose che mi ha fatto aprire gli occhi e ricredere sulla fiducia riposta nei catechisti neocatecumenali  - la stessa fiducia su cui facevano affidamento quando affermavano di venire da parte del Vescovo, su mandato della Chiesa, e di parlare nel nome di Gesù Cristo - è stata l'imbarazzante l'arroganza con cui sostenevano che, per il loro alto discernimento, non c'erano segreti nella vita degli altri... Degli altri, non della loro, visto che le loro famiglie non erano per nulla un buon esempio, anzi, erano un controesempio della loro presunzione, poiché tra loro c'erano violenti, bevitori, adulteri e tutta quella serie di problemi  che, dicono, guariscono magicamente se crocifiggi la ragione e obbedisci solo a loro. 

Il che dimostra che ciò che predicano non si è adempiuto in loro.... o che loro per primi non hanno obbedito ai propri catechisti!
Ma nonostante la loro vita non fosse esemplare, da buoni catechisti talebani chiedevano obbedienza a tutti i loro catecumeni. Come è evidente,  con quelle premesse, da loro non si poteva cavare nulla di buono.

Ricordo un'occasione, la seconda volta in cui la mia comunità è stata sottoposta al secondo scrutinio, i catechisti furono chiaramente illuminati sul futuro che attendeva una neocatecumena implicata in un complesso processo di divorzio.
Per darvi un'idea, il marito di questa donna se ne era andato con una sua amica, e lei ha dovuto lavorare come donna di servizio - non aveva studi - per poter mantenere i suoi figli. Firmarono la separazione e, per anni, mentre lei lavorava di casa in casa, l'ex amica andava a passeggio a braccetto con il marito. Dopo anni di umiliazioni, il marito ha chiesto il divorzio,   e lei si è ritrovato coinvolta in un procedimento legale che non voleva ma non poteva evitare.

Seduta sulla sedia dell'esame, ha dovuto spiegare ai luminari catechisti che, sebbene fosse contraria al divorzio, la sentenza sarebbe stata in qualche modo la fine di un calvario, se non altro perché il marito ormai conviveva da molti anni con un'altra, con la quale voleva sposarsi civilmente.

Che senso aveva, in una situazione del genere, opporsi al divorzio? Bisognerebbe chiedere a quelli di discernimento superiore!

La premonizione del catechista
Durante quello scrutinio  il catechista più anziano ha avuto una premonizione, un'ispirazione sul futuro di questo matrimonio fallito, e lo ha fatto sapere all'esaminata (e a tutti i presenti, visto che lo scrutinio si svolge davanti a tutta la comunità). 

Dal momento che spettegolare e dare giudizi affrettati sugli altri è un'attività a cui sono molto inclini nel Cammino, la prima cosa che questo catechista ha spiegato a tutta l'assemblea è stata che la ragazza che aveva preso il marito dell'amica era ovviamente una povera donna, una imbrogliona che ha cercato solo di assicurarsi la vita sfruttando la proprietà altrui. Quindi era ovvio che avrebbe sfruttato lo sciocco che era andato con lei, l'avrebbe spremuto più che poteva, fino al sangue, lo avrebbe prosciugato e poi, quando lo avesse privato di tutti i beni materiali, sarebbe andata via da  lui abbandonandolo. Si sarebbe sbarazzata di lui come uno straccio sporco.

In quel momento, quando lei lo avesse cacciato via come un cane, era dovere della moglie legittima aprirgli le braccia e riaccoglierlo come marito, perché lo era. E padre dei suoi figli.
Questo era ciò che sarebbe successo. Questo è ciò che Dio ha stabilito.

Ma, affinchè il marito, che era un povero tapino ingannato dal diavolo non per propria colpa, sapesse a chi rivolgersi quando lo avrebbero gettato per strada come un mozzicone di sigaretta, era necessario che lei, la legittima moglie,gli facesse sapere che lo aveva perdonato e che la porta di casa sua e della sua camera da letto sarebbe stata sempre aperta per lui. Sempre, poiché tale è l'obbligo della moglie cristiana.

Di conseguenza, le ordinò di chiamare il marito ribelle e di fargli sapere che lo amava ancora e che poteva tornare da lei quando voleva... o quando non avesse avuto altro posto dove rifugiarsi. Naturalmente la catecumena era invitata a digiunare, pregare e fare l'elemosina prima di procedere con la telefonata, ma che la dovesse fare era fuori discussione, cioè non spettava a lei discernere se tale chiamata avesse un senso, ma piuttosto era un imperativo divino, al punto tale che le avrebbero chiesto in seguito se avesse obbedito prima di decidere se poteva compiere il rito del secondo scrutinio.

La telefonata avvene. Lei si umiliò e lui scoppiò a ridere. E questa fu la conclusione di tutto. L'infedele e l'ex amica si sono sposati e anni dopo, quando già i ragazzi erano usciti di casa, il marito è tornato in tribunale per recuperare la sua quota di quella che era la casa di famiglia. Poiché la prima moglie non aveva i mezzi per comprarne la metà, la casa fu messa in vendita.

Attualmente, l'infedele e l'ex amica sono ancora insieme e si godono la pensione su un'isola tropicale. La moglie legittima sopravvive con la pensione da collaboratrice domestica nel minuscolo appartamento che ha potuto acquistare con la metà del ricavato della vendita della casa di famiglia.
Non pare proprio che la profezia di riconciliazione si sia realizzata.


Profeta veggente e ragliante
Vede, prevede e stravede

Lui non era nel Cammino ma entrò per lei (era di famiglia neocatecumenale d'alto lignaggio). Quando sono arrivati al secondo scrutinio,  lei voleva vendere la casa che stavano ultimando con i soldi di lui (lei non lavorava) per ottemperare al comando di vendere  i beni, e alla fine ci è riuscita. Da allora la loro relazione è peggiorata fino a quando lui se ne è andato e ha chiesto il divorzio (avevano già una figlia). Con i documenti quasi tutti firmati, gli illuminati catechisti l'hanno convinta a non accettare il divorzio e che doveva riconquistarlo, anche se lui si era già  fatto una nuova vita. 

Fatto sta che la moglie ha adoperato obbedientemente tutti i mezzi e tutto il suo fascino (era sempre molto bella). Lei lo ha riconquistato quel tanto che bastava a rimanere di nuovo incinta e lui ha finito per lasciarla di nuovo, creando un clima fra loro molto peggiore, che si è concluso con un divorzio conflittuale. Qualche anno fa e grazie alle "tasche" delle sue comunità (quella di origine, quella attuale e quella dei suoi genitori), ha ottenuto i soldi per pagare la nullità e poter essere di nuovo "single". Di lui non ho mai più saputo nulla, anche se so che ha un buon rapporto con i suoi figli, cosa che la moglie non ha.



Nella mia comunità ci sono stati diversi casi di donne separate, una delle quali ha divorziato dopo un matrimonio che non avrei augurato a nessuno. Ebbene, per passare attraverso la benedetta "porta stretta" obbligarono due di queste donne ad ottenere la nullità. Come tutti sapete, la nullità, purtroppo, è qualcosa che si può ottenere solo con molti soldi, ecco perché nella mia città è noto che solo i toreri la ottengono...  e kikos, haha. 

Una di queste non volle farlo  e ovviamente l'hanno invitata a tornare indietro, in una comunità più giovane, per ripensare la questione. Non ha superato il Secondo Scrutino, ha lasciato la comunità e non ci ha più messo piede, grazie a Dio. L'altra ha speso tutto ciò che aveva ed anche ciò che non aveva fino a quando non ha ottenuto la nullità. Visto che questa aveva assunto un avvocato fin dall'inizio (consigliata ovviamente dai kikotisti) e loro erano a conoscenza dell'intero processo, l'hanno lasciata andare avanti.



Ricordo che quei mascalzoni profetizzarono a un fratello che doveva rifiutarsi di divorziare, che la moglie sarebbe tornata. Dopo 25 anni gli stessi mascalzoni catechisti dissero a questo fratello: E cosa aspetti? Dopo tanto tempo, pensi che tua moglie tornerà da te??!!


Comunque sia, sono cose tipiche  delle sette.

 


mercoledì 21 settembre 2022

La Serva Padrona


No, non sta stirando
la camicia di Kiko...
In questi giorni alcuni nostri lettori neocatecumenali sono andati in fibrillazione per la conferma dell'apertura, da parte dell'arcidiocesi di Madrid, del processo di  canonizzazione per la loro co-iniziatrice Carmen Hernàndez Barrera nei primi giorni di dicembre di quest'anno.

I neocatecumenali non stanno nella pelle alla prospettiva di poter lucrare la santità cattolica per la loro capostipite, pronti a trasformare la bisbetica e intrattabile Carmen in una piissima figlia di Maria, costi quel che costi, sia in termini di investimento economico, sia in termini di "riconversione" dei ricordi e delle testimonianze che riguardano vita e opere della cofondatrice del Cammino neocatecumenale.

A questo proposito, è stata vergata anche una biografia, scritta dal neocatecumenale Aquilino Cayuela, che fa parte della "positio" della candidata, nella quale osserviamo una certa sproporzione fra i racconti della sua giovinezza, segnata dalla ricerca di una vocazione e dal fallimento della stessa, e dei primissimi anni "eroici" di Cammino, mentre si occupa in modo del tutto superficiale degli anni in cui Carmen, insieme a Kiko Argüello, ha costruito un movimento fortemente gerarchizzato, ha deciso della sua gestione economica, ha lavorato ai fianchi vescovi e pontefici per ottenere agibilità ed approvazioni, ha spadroneggiato su catechisti, presbiteri, seminaristi e laici. 

Insomma, manca la parte di maggior interesse e che di certo potrebbe far inclinare in modo non previsto i piatti della bilancia della presunta santità carmeniana.

Ma per quanto la biografia sia fortemente edulcorata, sono rinvenibili in essa diversi punti che stridono e che rivelano la trama di una storia e soprattutto  di una persona completamente diversa da quella che si vorrebbe narrare e far credere.

Abbiamo già  messo in luce la "storiella" delle pecore perdute, cioè il tentativo di far credere  che Carmen si occupasse con grande affetto di coloro che avevano, nel Cammino, problemi personali e difficoltà di vita, quando invece lo stesso diario della Hernàndez rivela che le pecore perdute erano ex adepti di un certo rilievo, sacerdoti (come avrebbe potuto essere un don Fabio Rosini) o catechisti (come avrebbe potuto essere un Antonio Lombardi) che avrebbero potuto, con le loro rivelazioni, mettere in grande difficoltà la gestione tutt'altro che trasparente degli iniziatori neocatecumenali, e che quindi andavano assolutamente reintegrati, con le buone o le meno buone, o comunque contenuti, umiliati e convinti a tacere.

Abbiamo chiarito anche la questione del "grande attaccamento" alla Messa quotidiana di Kiko e Carmen, probabilmente un ricordo dei tempi delle loro vocazioni religiose giovanili (mancate), che in realtà, nelle loro catechesi, è sempre stato un segno deprecato di bigottismo; la Messa quotidiana non  veniva -e non viene ancora oggi-proposta in comunità ai laici  (se non per la maratona iniziatica della cinquantina) né tantomeno ai sacerdoti.

Ora, sempre partendo dalla biografia di Carmen, testo, come si diceva, spesso involontariamente rivelatore, vogliamo dimostrare il rapporto degli iniziatori, e in particolar modo della "serva di Dio" Carmen Hernàndez, con i sacerdoti e con le norme della Chiesa, e le strategie di aggiramento, quando non fosse stata possibile la cooptazione, messe in atto fin dai primissimi tempi della loro opera di "evangelizzazione".


"Io m'ho cresciuta questa serva piccina. L'ho fatta di carezze, l'ho tenuta come mia figlia fosse! Or ella ha preso perciò tanta arroganza, fatta è sì superbona, che alfin di serva diverrà padrona!" (La serva padrona, di Giovan Battista Pergolesi)

Si tratta di un passaggio della biografia involontariamente rivelatore del fatto che Kiko e Carmen abbiano sempre vissuto come persecuzioni i tentativi fatti dalla Chiesa attraverso i suoi ministri di dar loro una qualsiasi 'raddrizzata' e della triste constatazione che mai sia sorto in loro il dubbio di aver sbagliato qualcosa, magari per eccesso di entusiasmo o per impreparazione su teologia o dottrina della Chiesa.

È il periodo della preparazione alla Pasqua del 1970: sappiamo che già da novembre 1968 era nata la prima comunità dei Martiri Canadesi e, mentre nel 1969 gli iniziatori spagnoli avevano "celebrato la Pasqua" nella sacrestia della chiesa sconsacrata di Fuentes, quell'anno volevano celebrarla a Roma, ed evidentemente incontravano delle difficoltà (comprensibilissime, data la loro anarchia liturgica) con il padre sacramentino Guglielmo Amadei, allora viceparroco della parrocchia dei Martiri Canadesi. Tant'è che gli iniziatori quell'anno celebrarono la Veglia pasquale a Cuenca, dai salesiani.

Nel marzo del 1970 Carmen era stata chiamata a Madrid, il padre era moribondo. L'ereditiera poté prendere l'aereo grazie a un consistente gruzzolo di soldi ricevuti dalle comunità di Roma per l'evangelizzazione,  che fu spesa principalmente per cene e prime visioni di film in via Veneto, come racconta don Francesco Cuppini - naturalmente nella biografia di Carmen questi particolari non vengono narrati.

L'autore della biografia riporta, a riprova della comunione fra i due iniziatori, alcuni brani di un carteggio intercorso tra Kiko Argüello e Carmen  Hernàndez proprio in quel periodo di forzata lontananza. In particolare, Kiko si dimostrava abbattuto per una lettera "molto dura" ricevuta dal vice parroco della parrocchia dei Martiri Canadesi. Purtroppo la lettera di padre Amadei non è acclusa, sarebbe stata molto interessante saperne esattamente il contenuto, sebbene essa di certo non sia altro che una delle tante manifestazioni di insofferenza e di rifiuto di parroci e parrocchie cattoliche alla colonizzazione neocatecumenale.

Il biografo Aquilino Cayuela scrive:
Carmen consola Kiko, mostrando un'autentica e profonda comunione con lui, che è  molto abbattuto perché ha ricevuto una lettera molto dura dal padre sacramentino Guglielmo Amadei, vice-parroco di Nostra Signora del Santissimo Sacramento e dei Santi Martiri Canadesi a Roma. Kiko infatti aveva scritto a Carmen: "Se hai letto la lettera puoi immaginare come mi trovo (...). In questo  momento  non so nulla, mi sento confuso e voglio rifugiarmi in Gesù  Cristo, vedo in lontananza una forte persecuzione, che spero che il Signore mi darà  la forza di sopportare (...)."
Risponde Carmen:
"Ho appena ricevuto la tua lettera (...). Kiko, va tutto molto bene, lo Spirito del Signore che semina è  lui che vive e che combatte. Non preoccupare e abbandonati alla fede, riposando in tutto (...). Devi incontrare i responsabili, l'équipe, le équipes e dovete dialogare e deliberare in comune, e poi consultare il parroco o chiamarlo perché venga tra noi (...). Lascia passare il tempo. Fai visita alle altre comunità di Roma nell'ultima settimana, confermale nella fede, preparale alla Pasqua. (...)
Bene, non soffrire, non dare importanza ai commenti delle persone, è quasi meglio ignorare tutto e preparare insieme la Pasqua in équipe, come più  convenga, e sia il pensare unanime... in comunione. Non avere paura!"
Sicuramente nella lettera di padre Amadei ci saranno state delle osservazioni sulla Pasqua, l'Eucarestia neocatecumenale, le fantasie liturgiche che ben conosciamo. Oppure altre osservazioni sul comportamento dei due iniziatori e dei loro accoliti, gli svarioni dottrinali, l'elitarismo, l'atteggiamento settario.

Ebbene, Kiko non ha esitazioni a definirle una persecuzione, Carmen gli consiglia di ignorarle, gli chiede di confermare le comunità "nella fede" (in chi e in che cosa?). Nessuno dei due riflette sulle critiche ricevute da padre Amadei né cerca di capire se l'errore è proprio e se c'è qualcosa che va corretto.

Il loro atteggiamento è quello di evangelizzatori cristiani nei confronti di pagani, che, se, come in questo caso, sono sacerdoti, sono pure pericolosi e persecutorii, data l'autorità che rivestono. Altro che "servizio" al parroco e alla parrocchia! È interessante ricevere queste conferme dal libro che dovrebbe dimostrare la santità e l'obbedienza alla Chiesa di Carmen. Si vede che non hanno null'altro da citare.

L'impressione è che sia quasi impossibile scrivere qualcosa sui due iniziatori senza incappare nella dimostrazione della loro sicumera e prepotenza, con cui hanno piegato molti uomini di Chiesa che si sono opposti loro, con le buone in modo ipocrita, comprandoli, o con le cattive minacciandoli. E poi parlano di "opera del Signore"!

I litigi con padre Amadei non furono solo temporanei: quando a settembre del 1970, per la proclamazione di santa Teresa d'Avila a dottore della Chiesa, l'Arcivescovo Morcillo venne a Roma, Carmen gli strillò senza troppi preamboli: "Padre, quel prete è  contro di noi!". 
 
Segnaliamo questa frase, così tipica del carattere dolce, modesto, remissivo e obbediente alla Chiesa e ai Suoi ministri della aspirante alla santità cattolica Carmen Hernàndez, tratta dal libro "Intervista a don Francesco Cuppini", pag. 41, per completare opportunamente la biografia della "serva di Dio" Carmen Hernàndez Barrera.
 
D'altra parte sono numerosissime le intemperanze di Carmen che contribuiscono ad una folta aneddotica a suo riguardo (qui e qui strappa rosari, qui si dà al turpiloquio, qui contraddice il Papa, qui fa la prima donna e impone agli altri -pure in Vaticano!- il suo vizio patologico del fumo, qui fa l'isterica e non sopporta neppure per pochi giorni i genitori di Kiko, qui fa la scienziata, qui la teologa, qui tratta tutti da maggiordomi, qui è ossessiva e maligna, qui si dichiara la benedetta tra le donne, qui pesca i vescovi, li esamina, li zittisce, qui impone ai suoi missionari di lasciare i bambini nei fossi, qui tira pugni...) mentre non si riscontrano elementi da portare a suo favore, se non quello d'aver supportato Kiko Argüello  nella fondazione e nella conduzione di quel controverso movimento nella Chiesa che è, ancor oggi, il Cammino neocatecumenale.
 
Come diceva un comico italiano caro alla nostra memoria "la serva serve!"; in questo caso, serve a completare quella vernice di cattolicesimo che indora in superficie il Cammino neocatecumenale, non importa quante forzature e quante finzioni questa "mission impossible" debba comportare.

La serva (Serpina), al padrone: "Stizzoso, mio stizzoso voi fate il borïoso, ma non vi può giovare. Bisogna al mio divieto star cheto, e non parlare. E... Serpina vuol così".

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