Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Veterano:
"fatemi vedere dopo la grazia sacramentale il cambiamento di costumi e, la trasformazione in meglio, fatela conoscere con la purezza della vita.
c’è bisogno di una dimostrazione evidente che faccia riconoscere l’uomo novello, affinché distinguiamo con segni evidenti l’uomo nuovo da quello vecchio. Penso che questi siano i moti deliberati dell’anima, per cui essa si stacca dalla vecchia consuetudine, si mette in una via nuova, fa vedere chiaramente ai suoi conoscenti d’essere diventata tutt’altra e non conserva più segno di quel che era prima.
Prima del battesimo c’era un uomo scostumato, avaro, rapace, oltraggiatore, bugiardo, calunniatore e con altri simili vizi. Adesso diventi modesto, sobrio, contento della sua roba, anzi generoso a soccorrere i poveri, sincero, rispettoso, gentile nel parlare ed esercitato in ogni lodevole attività. Perché come con la luce scompare il buio e non si vede il nero se viene dipinto in bianco, così l’uomo vecchio scompare quando si adorna delle opere di giustizia……………………………Tale deve essere la rinascita: troncare la consuetudine del peccato e vivere da figli di Dio, poiché tali siamo diventati con la grazia del battesimo” (S. Gregorio di Nissa, Disc. Sul battesimo di Cristo).
Risuonano spesso nella memoria, ancor oggi a distanza di tanto tempo, le parole uscite dalla bocca di Kiko:
“Mica sei entrato nel Cammino per diventare santo?”. D’impulso verrebbe da rispondere:
“No, sono entrato per diventare peggiore di prima!”. Ma di norma si resta muti e basiti.
Con simili frasi - una oggi, una domani - Kiko è solito forgiare, pian piano i suoi. Dopo qualche anno ciascuno sa cosa lo aspetta nel neocatecumenato. Questa nuova consapevolezza si accompagna - nel 90% dei casi, più o meno - ad un totale asservimento mentale, psicologico e spirituale, anche questo perseguito ad arte da Carmen e Kiko, una vera e propria strategia.
Se solo il cervello si connette e provi a dialogare o peggio ancora ad eccepire, vieni subito irretito:
“Il Cammino si fonda sull’obbedienza ai catechisti, senza pensare”;
“Pensi forse di essere più intelligente di me?”;
“Tu devi essere legato a noi”.
Col tempo te lo spiegano bene cosa significa essere “legato”. Devi aver rinunciato a tutto, lasciato tutto, per dipendere totalmente dal Cammino, in primis sul piano economico – fondamentale per laici non consacrati -, tu e la tua famiglia (cosa gravissima, rispetto alle responsabilità e doveri verso i figli e che ti rende completamente ricattabile). Poi viene tutto il resto.
Ecco che ora la loro dottrina può impregnarti del tutto, Questo il loro scopo primario. E tu ti presti a sperimentarla su te stesso e a trasfonderla – pari pari – agli altri. Con i frutti deleteri e marci di cui su questo Blog abbiamo ampiamente e dettagliatamente rendicontato nel dettaglio.
Quante volte abbiamo detto o sentito dire, anche comunemente: “Mica sono un santo?”. Frase per giustificare nostri o altrui comportamenti che non corrispondono a ciò che è scritto nei Vangeli che non tolgono niente, ma indicano all’uomo una vita migliore per essere felici: “Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15, 11; cfr. Dt 5, 33) e santi come Dio: “Santificatevi dunque e siate santi, perché io sono il Signore, vostro Dio” (Lev. 20, 7; cfr. Lev 11, 44-45; 19, 2; Mt 5, 48; Gc 1, 4). Il pensiero che non siamo chiamati alla santità, e quindi la convinzione che non possiamo nulla contro la nostra precarietà, è un qualcosa che ha sempre cercato di farsi strada all’interno della Chiesa Cattolica, ma non ha mai trovato spazio come è avvenuto, invece, nella chiesa protestante.
Interessante mettere in relazione due frasi che hanno pronunciato prima s. Agostino e dopo Lutero:

Pecca fortemente, ma ancor più fortemente confida e godi in Cristo (s. Agostino).
Sii peccatore e pecca fortemente, ma più fortemente credi e godi in Cristo che è vincitore del peccato della morte e del mondo (Lutero).
Come si vede due frasi analoghe, molto simili, anzi molto probabilmente Lutero ha ricopiato, riadattato e fatta propria quella di s. Agostino per dimostrare ancora di più che il suo pensiero era cattolico, perché espresso precedentemente da uno già riconosciuto “Dottore” della Chiesa. Questo dimostra che i proverbi, le frasi famose, i detti sapienziali, specialmente quelli inerenti alla religione e quindi al mondo spirituale, non devono essere usati come verità assiomatiche non passibili di errori di interpretazione, ma bisogna calarli nel contesto del discorso o collegarli al concetto che l’autore sta trattando conformemente alla sua spiritualità.

Grazie a Dio s. Agostino ha anche detto “Ama e fa ciò che vuoi” ridimensionando e gettando luce sulla precedente affermazione, perché è sicuro che chi Ama veramente Dio, Ama anche l’altro e non ha più alcuna intenzione, con volontà ferma, di peccare; chi pecca uccide il prossimo e Dio in se stesso.
Si coniuga perfettamente la regola rabbinica fondamentale di non interpretare mai nulla nella Scrittura contro la gloria di Dio.
Ora, come interpretare la doppia affermazione di s. Agostino?
Che la “passione” per Cristo deve superare la passione per il peccato, perché il godimento che si prova con Lui supera notevolmente quei promessi piaceri corruttibili che poi si rivelano fittizi quando si pecca. Agostino era certo di rivolgersi ad un popolo di peccatori ai quali vuol far conoscere la Buona Notizia del Vangelo! Agostino li vuole conquistare e introdurre nel Regno dei Cieli: anche per loro c’è un posto nella Chiesa. Da buon conoscitore di se stesso (tutti conosciamo la sua vita prima della conversione e quante lacrime è costata a s. Monica) sa con certezza che la “passione” per Cristo riesce a dissipare come nebbia al sole ogni altra passione mondana e che, se si comincia a godere di Lui che è la “Parola” vivente, come sarà mai possibile continuare a stare nel peccato?
Pecca fortemente, ma ancor più fortemente confida e godi in Cristo
Agostino non pretende un cambiamento moralistico dei peccatori, li farebbe scappare immediatamente da lui e dalla Chiesa, ma dà un consiglio da fratello maggiore: quello di godere di Cristo. Il successivo abbandono dei peccati è solo una sicura conseguenza che provvisoriamente viene nascosta all’interessato.
La frase di Agostino comincia con un presente: Pecca fortemente, per arrivare ad un futuro prossimo ma ancor più fortemente confida e godi in Cristo e noi possiamo aggiungere con il senno di poi: affinché non pecchi più, in accordo con quanto dice diverse volte Cristo: “E non peccare più” (Gv 5, 14; Gv 8, 11) o quanto afferma sempre Giovanni nella sua lettera: “Chiunque è nato da Dio non commette peccato, perché un germe divino dimora in lui, e non può peccare perché è nato da Dio” (1 Gv 3, 9).
All’opposto, la frase di Lutero è molto ambigua perché comincia con un futuro: Sii peccatore condizione imperativa che regna sulla vita di ogni persona che pecca fortemente. E’ vero che continua ma più fortemente credi e godi in Cristo che è vincitore del peccato della morte e del mondo, ma questo contraddice il “Sii peccatore”.
Questa triste condizione per i protestanti dura tutta la vita e non se ne può in alcun modo uscir fuori con la nostra volontà. Non esiste la confessione, il perdono sacramentale, ma solo “La Grazia”.
Ricordo che per i protestanti esistono solo due sacramenti: Il Battesimo e l’Eucarestia visti come “segni” e non perfetti dispensatori della “Grazia santificante”. E nell’Eucarestia non credono alla presenza reale di Cristo.
Ma Kiko fa qualcosa di peggio. Perché si inserisce lui e si pone come unico mediatore tra il riconoscersi peccatore e la salvezza con l’annuncio del suo Kerigma. Tutto passa per l’”udito”: ascoltare e credere e - di pronto – si genera la “creatura nuova” e inizia la “gestazione”. Utero è la “piccola comunità” nella parrocchia, cordone ombelicale i catechisti che tutto comandano e ci si salva a grappoli attraverso l’obbedienza cieca sempre ai propri catechisti.
Si fa un unico conto nella comunità neocatecumenale tra chi pecca “più fortemente” e chi meno e chi non pecca affatto.
“Dio ti ama così come sei”.
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Violenta
predicazione di Kiko, sensazionale
ed emotiva
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Che nel contesto diventa aberrante. Il Cammino è una gnosi, come ben descrive Lino Lista, ciò che conta è conoscere che sei un “peccatore che non può non peccare” per il quale ogni pretesa di migliorarsi è assurda, moralista, stigmatizzata da Kiko e Carmen e bandita dalle salette.
Come tu sei il Kerigma te lo mostra. E tanto basta.
A questo si riduce il Cammino. Il di più, ossia il desiderio di non più peccare la volontà di santificarsi, sono ridotti a pura superbia spirituale.
Cosa ne è, per costoro, di chi non ascolta il Kerigma kikiano e resta nell’ignoranza?
Di chi non entra nel C.N., come di chi ne esce?... ...alla buon’ora (visto che mai finisce né porta da nessuna parte)?
Non è dato saperlo.
Di quelli che chiamano “i salati”, nella migliore delle ipotesi, o “i giuda”. A seconda della collocazione nell’esaustivo disegnino kikiano che circoscrive e comprende l’intera umanità in una balorda semplificazione rapportata al Cammino.
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Tutto il mondo kikocentrico
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Sii peccatore e pecca fortemente, ma più fortemente credi e godi in Cristo che è vincitore del peccato della morte e del mondo (Lutero).
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“La
morte ma
non
peccati” San
Domenico Savio |
La frase di Lutero non si può interpretare in maniera rabbinica - non interpretare mai nulla nella Scrittura contro la gloria di Dio - perché contiene una contraddizione:
Che si possa continuare ad essere peccatori e buoni cristiani contemporaneamente, perché i cristiani sono salvati per la grazia e non per le opere (Rm 11, 6; 2 Tm 1, 9).
Parole di Paolo che interpretano a supporto della “teologia della giustificazione”, mentre non vogliono assolutamente mettere in opera la volontà a migliorarsi.
Cosa che i protestanti e tutti coloro che aderiscono a questa teologia, non considerano fondamentale nè fattibile, anzi, credono che dietro questa volontà si nasconda quel moralismo e quella ipocrisia che molti cattolici mostrano con il loro comportamento e usando la Parola di Dio come arma per distruggere il prossimo.
Oggi come allora, Cristo dice ai Farisei che sono ipocriti (12 volte nel vangelo di Matteo, una volta in Marco e due volte in Luca).
Oggi e in tutti i tempi passati, questo pensiero protestante ha cercato di insinuarsi nella Chiesa Cattolica e molte volte riuscendovi; portando le persone a credere che ogni cosa che si potesse fare per il proprio innalzamento spirituale è un inutile volontarismo che non gioca a favore della salvezza, essa è già predestinata. Un certo estremismo protestante afferma che di sicuro, fin dal momento della nascita dell’individuo, è già predisposta la salvezza o la perdizione eterna. A conferma di questa teoria abbastanza dubbia, inverosimile e priva di senso, portano come riprova il salmo che dice: “Invano vi alzate di buon mattino, tardi andate a riposare e mangiate pane di sudore: il Signore ne darà ai suoi amici nel sonno” (Sal 127, 2).
Salmo che se si legge nella forma interlineare e dal suo inizio, si capisce immediatamente ciò che vuole dire: tutto è inutile se al centro della nostra vita non c’è l’avvento del regno dei cieli sulla terra, tutto il resto è vano perché sparirà con la nostra dipartita, come pula dispersa al vento per usare un’altra espressione di Davide (Sal 1, 4). D’altronde il salmo citato è rivolto ai Suoi amici, che hanno discernimento per intendere, e solo Abramo, in tutto il Tanak, è chiamato Amico di Dio e, per diventare tale, egli ha combattuto fortemente contro la mentalità del secolo per un continuo miglioramento, tant' è vero che il suo figlio è diventato immagine del figlio spirituale.
Tutti i Santi e Padri della Chiesa Cattolica hanno confermato questo con espressioni che non lasciano spazio al dubbio (come abbiamo evidenziato in premessa):
“Chi ha in se qualcosa di ingiusto non può essere considerato giusto, anche se crede in colui che ha risuscitato il Signore Gesù dai morti, poiché l’ingiustizia non può avere niente in comune con la giustizia, né la luce con le tenebre o la vita con la morte. Così, anche a coloro che credono in Cristo, la fede non può essere ascritta a giustizia se non depongono il vecchio uomo con le sue azioni ingiuste. Ugualmente, come la giustizia non può essere attribuita all’ingiusto, così neppure il pudore può essere attribuito all’impudico, l’equità all’iniquo, la generosità all’avaro, la pietà all’empio fino a che costoro non getteranno via i vecchi abiti dei vizi e non si avvicineranno all’uomo nuovo, creato secondo Dio, “che si rinnova, per una piena coscienza, a immagine del suo creatore” (Col 3, 10). Gesù “è stato messo a morte per i nostri peccati ed è stato resuscitato per la nostra giustificazione” (Rm 4, 25), per mostrarci che anche noi dobbiamo aborrire e respingere tutto quello che è stato motivo della Sua morte. Se infatti crediamo che egli è morto per i nostri peccati, come non considerare estraneo e avverso ogni peccato, a causa del quale sappiamo che il nostro Redentore è stato messo a morte? Se ancora manteniamo qualche legame o amicizia col peccato, dimostriamo di non tenere in nessun conto la morte di Gesù Cristo, abbracciando e seguendo proprio quello che egli ha combattuto e vinto. È stato messo a morte per i nostri peccati, ed è risorto per la nostra giustificazione. Se siamo risorti con Cristo, che è la giustizia, e camminiamo in novità di vita, cioè viviamo secondo giustizia, Cristo è risorto in noi, per la nostra giustificazione. Se invece non abbiamo ancora deposto l’uomo vecchio con le sue azioni, ma viviamo nell’ingiustizia, oso dire che Cristo non è ancora risorto per la nostra giustificazione, né è morto per i peccati nostri. Se credo questo, come posso amare quello per cui subì la morte? Se credo che egli è risorto per la mia giustificazione, come può piacermi l’ingiustizia? Cristo dunque giustifica soltanto coloro che, sull’esempio della Sua resurrezione, si sono rivestiti di una vita nuova, gettando via come causa di morte i vecchi indumenti dell’ingiustizia e dell’iniquità. -Dopo una breve disquisizione su cosa sia la Pace, conclude- Se uno dunque è in pace con Dio ed è riconciliato con il sangue di Cristo, non abbia più niente in comune con ciò che è nemico di Dio” (Dalle catechesi di Origene sacerdote).
Su un’ultima cosa resta da interrogarsi: come mai il Divino Maestro riservi le sue espressioni più dure proprio alla classe dirigente (leggi, nel nostro caso, quelli che reggono e comandano nel Cammino: Kiko, gli iniziatori e gli itineranti e tutti i presbiteri a codazzo).
Si compie che sulla Cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei ipocriti… e questi falsi profeti e maestri, mentre pretendono di salvare gli altri, perdono rovinosamente per primi se stessi.
Gesù Cristo, per far notare che questo processo non è avvenuto nella classe dirigente dell’epoca, li denuncia dicendo: “Allora il Signore gli disse: Voi farisei purificate l’esterno della coppa e del piatto, ma il vostro interno è pieno di rapina e d’iniquità; Stolti! Chi ha fatto l'esterno non ha forse fatto anche l’interno? Piuttosto date in elemosina quel che c’è dentro, ed ecco, tutto per voi sarà mondo” (Lc 11, 39-41).
I vangeli, come la Torah, sono sempre riferiti ad un tu, alcune volte ad un noi, ma mai ad un voi, quindi dobbiamo cercare innanzitutto di conoscerci e agire di conseguenza nel dare in elemosina l’usufrutto delle rapine e delle iniquità che il vangelo denuncia.
Sono prima gli annunciatori che devono mettere in pratica per se stessi!
Quali sono gli usufrutti della rapina e dell’iniquità che dobbiamo dare in elemosina? Ci viene incontro il Vangelo di Zaccheo che è stato iniquo e ha rapinato tutta la vita il suo prossimo: “Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto” (Lc 19, 8). Zaccheo sta distribuendo i suoi beni estorti con inganno, ma l’elemosina non è questa, piuttosto quella che fa verso se stesso: spogliarsi di ciò che lo rendeva iniquo e ladro affinché si rendano vere anche le parole di Paolo: “Ci preoccupiamo infatti di comportarci bene non soltanto davanti al Signore, ma anche davanti agli uomini” (2Cor 8, 21; cfr. Mt 5, 16; At 24, 16; Rm 14, 18). E se qualcuno con l’iniquità e la rapina non si è arricchito come Zaccheo, ma ne ha usufruito solo per acquistare potere e fama è la stessa cosa. Bisogna devolvere il loro usufrutto per gli altri, cioè facendo acquistare potere e fama a chi ci sta intorno e specialmente a Cristo ricordandoci le parole di Giovanni il Battista: “Egli deve crescere e io invece diminuire” (Gv 3, 30).
Ma costoro si sono messi al centro, e Kiko si è seduto sul trono.
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Madre di ogni Grazia, ora pro nobis!
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(da Veterano)