lunedì 10 maggio 2021

"Ve la do io, la santità!!". Dalla "Catechesi sul Cammino" del secondo scrutinio neocatecumenale (II)

Proseguiamo con la lettura della Catechesi sul Cammino dagli Orientamenti alle équipes di catechisti per il secondo scrutinio battesimale del Cammino Neocatecumenale (1977)In questa catechesi Kiko tratteggia le modalità di proseguimento successive al secondo passaggio, in un lungo e contorto discorso dal quale abbiamo estrapolato sette aspetti salienti. Kiko presenta ai fratelli un Cammino di:

2) Opposizione agli sforzi verso la santità, considerati idolatrici. (Qui di seguito)
3) 
Sovversione della giustizia divina e del libero arbitrio.
4) 
Accettazione supina (salvo privilegi) dei peccati altrui, presentata come amore al nemico.
5) 
Inclusione di criminali impenitenti, perché nessuna vittima è migliore del suo carnefice.
6) Precarietà, spirituale e materiale, imposta come stile di vita. (Parte IParte II)
7) Liberazione dai Estorsione dei beni materiali, coperta dall'arcano.

Siamo alla seconda parte
: U
n cammino di opposizione agli sforzi verso la santità, considerati idolatrici.

Uno degli eretici insegnamenti che troviamo in questa catechesi è la denigrazione del cammino di santificazione, che comprende continui sforzi di perfezione, a cui il cristiano è tenuto, tramite l'esercizio delle virtùil rispetto dei comandamenti di Dio e gli insegnamenti della Chiesa.

Invertendo l'importanza di necessario ed accessorio, Kiko "pittura", sopra alla santità definita da Madre Chiesa, la sua immagine di santità: quella di un santo "puzzolente"(es. a pag. 19), pieno di difetti, repellente al senso comune, che però "ha lo Spirito". 

È vero che tutti i santi abbiano qualche difetto. Ma si tratta di macchioline su cristalli purissimi e rifulgenti di luce divina. Kiko invece ingigantisce le macchie dei Santi fino a far scomparire il cristallo purissimo, per poi, con inversione logica, comandare ai fratelli di trattare da santi delle persone dalle enormi mancanze e pochissima o nessuna purezza.

Dal Concorso Pittorico "Dipingi San Paolo Apostolo"
(Giovanni Battista Gaulli detto Baciccio - Francisco Argüello detto Kiko)

Alla radice di questa inversione si trova l'incapacità ed il rifiuto di riconoscere che l'impegno nella perfezione è conseguenza diretta dell'amore verso l'Altissimo, amore che spinge i cristiani a voler essere perfetti come Lui. 

Scrive Sant'Alfonso Maria de'Liguori nel suo trattato Uniformità alla Volontà di Dio:
"Il giusto invece, è come il sole, sempre uguale nella sua serenità, qualunque cosa succeda, perché la sua gioia sta nel uniformarsi alla volontà divina, e per questo gode una pace imperturbabile. Pace in terra agli uomini di buona volontà (Lc. 2,14), disse l’angelo ai Pastori. Gli uomini di buona volontà, sono coloro, che stanno sempre uniti alla volontà di Dio, che è sommamente buona, e perfetta: sì, perché Dio infatti vuole il bene e la perfezione.  
Nell’ uniformarsi alla volontà di Dio i santi han goduto in terra un Paradiso anticipato. San Doroteo scrive che gli antichi padri mantenevano una grande pace prendendo ogni cosa dalle mani di Dio. Santa Maddalena de' Pazzi al solo sentire pronunciare le parole: "Volontà di Dio", si sentiva così consolata, da uscire fuori di sé, in estasi d'amore.
Certamente le avversità non mancheranno di farsi sentire e di trafiggere il cuore. In questi momenti si soffre molto, ma nel profondo della nostra anima regnerà la pace e la tranquillità, essendo la volontà unita a quella di Dio. Il Redentore disse agli Apostoli: "Nessuno potrà togliervi la vostra gioia… La vostra gioia sia piena" (Gv. 16, 22)."

Nella visione di Kiko, invece, la spinta alla perfezione non può che essere dovuta alla vanità di volersi vedere a posto nello specchio. Leggiamo a pag. 141:

Prima di tutto voglio dirvi una cosa, dirvi che facciate bene attenzione a non credere che già non peccherete più, che mai più cadrete perché il demonio se n'è andato (il giorno prima, durante le rinunce, n.d.r.) ed ora avete lo Spirito SantoC'è molta gente che desidera che, in questo cammino, le venga lavato il cervello; perché siccome in definitiva non si accettano come sono, devono essere accettati e ciò che vogliono è essere cambiati loro, e strumentalizzano Dio e Gesù Cristo per non irritarsi più, per poter amare, per diventare dei santi da altare e questo titolo non si dà alla gente come loro. Il Signore ti cambierà, però non come credi tu, perché tu non sai che cosa è la santità.
Idea di uno zelante nella fede, secondo Kiko
(Narciso, di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio)

Kiko proietta la sua vanagloria giovanile (v. a pag. 142), mai sanata, su tutti i cristiani-della-domenica. Il lavaggio del cervello da cui Kiko prende falsamente ed ipocritamente le distanze, sarebbe, come emerge dalla catechesi, la massima -benché meschina- aspirazione di perfezionisti vanitosi e conformisti che, detestando essere liberi di scegliere e di peccare, insistono nel vacuo ed ossessivo rispetto della legge, restando tuttavia puntualmente delusi dei propri insuccessi ed arrabbiati con Dio perché non permette loro di essere perfetti. A pag. 141:

Tu ti basi magari su un perfezionismo umano, di tipo nietzscheano; ma questo magari non è il cristianesimo, non è la perfezione alla quale ti chiama Gesù Cristo. La perfezione alla quale ti chiama Gesù Cristo è il Vangelo di ieri: è l'amore al nemico*: "Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro dei Cieli". E quando dice "Com'è perfetto il Padre vostro dei Cieli" non dice, perché si alza alle cinque del mattino, fa tre ore di ginnastica, non fuma e non beve, perché lavora 18 ore, perché mai commette un peccato o ha mai un cattivo pensieroperché mai si irrita, perché è un uomo così... (* l'amore al nemico sarà oggetto di un prossimo post su questa catechesi.)

Del resto, a pag. 19 dello stesso mamotreto, parla così Kiko di San Paolo, deturpandone l'immagine per promuovere lo stereotipo neocatecumenale di quella "santità puzzolente" che il Cammino oppone, come più veritiera, al modello di santità della Chiesa, che Kiko considera impossibile o effimera:

Ricordati S. Paolo. Dicono che avesse l'angelo di satana. Ma forse aveva delle crisi colleriche. Pensate un cristiano con le crisi colleriche! E queste crisi gli facevano perdere la faccia. Tutti pensavano che fosse un santo e invece si trovavano davanti uno che perdeva le staffe. Questo demonio lo umiliava, lo faceva soffrire e siccome soffriva tanto si decise a chiedere al Signore che gliele togliesse. E quasi idolatricamente suppongo che sia stato in ginocchio nella sua stanza. E prega al Signore: "Signore, toglimi questa croce, non ne posso più". Ma il Signore non risponde quella notte, continua così la seconda notte, digiuno ecc. La terza volta che lui lo fa con difficoltà il Signore gli risponde e gli dice: "Ma non sai che io sono forte nella tua debolezza? E tu vuoi che io te lo tolga?" Tutti vedono che tu sei uno schifo e allora la gente pensa che le comunità non sono opera di S. Paolo perché noi ci siamo avvicinati a lui e puzza. Ma allora è Dio? Infatti, Egli appare nella tua debolezza. E questo ti sta molto bene perché sei un superbo tremendo e vorresti che tutti i frutti dell'evangelizzazione venissero a te.


Kiko e così i suoi cloni kikatechisti hanno sempre predicato volentieri contro i fantasmi di perfezionismo, moralismo, perbenismo, doverismo, manierismo et similia, intendendo sbeffeggiare od insultare, con l'aggiunta del suffisso "-ismo" il desiderio di perfezione, la morale, la costumatezza, il dovere e le buone maniere, e considerando queste qualità come tendenzialmente false ed ipocrite. 

Nel Cammino la presunta falsità intrinseca delle virtù e delle buone qualità viene combattuta esasperando la presunta genuinità dei vizi opposti : la peccaminosità, l'immoralità, la scostumatezza, l'irresponsabilità e la cafonaggine.

Se è vero che esiste per il cristiano il grande rischio di perseguire idolatricamente le virtù per vanagloria piuttosto che come strumento per tendere all'unione con Dio, è anche vero che il Cammino abitua a confondere, ipocritamente ed ingiustificatamente, il pericolo di fingere o di idolatrare tali virtù e la certezza che ciò avvenga regolarmente. 

(Nell'immagine: il Martirio di S. Stefano - Juan Vincente Macip vs. Francisco Argüello.)

Il centro della questione della perfezione, che Kiko manca di lunghezze, è che nessun Santo è mai voluto essere perfetto per vedersi perfetto. Non c'è quindi bisogno di imbruttire la santità dal momento che in essa non esiste una spinta indebita ad abbellire se stessi. 

I Santi (idealmente, ogni cristiano) tendono alla perfezione  in virtù dell'ardente amore che nutrono per Dio, che li fa sentire talmente inadatti di fronte a tanta Divina Maestà e pieni di gratitudine allo stesso tempo, da decuplicare gli sforzi di osservarne la volontà, pur continuando a sentirsi inadatti per tutta la vita e gestendo con grandissima umiltà ed altrettanta serietà le eventuali cadute. Ogni passo verso la perfezione invece è, per un Santo, non un merito personale ma grazia di misericordia divina. I Santi conservano nel cuore la nozione di Infinito e di Infinitamente Buono, da cui per confronto, l'umile consapevolezza della piccolezza dell'uomo.

Adolphe Tanquerey (1854 - 1932),
 Sacerdote, teologo e scrittore.
Confrontiamo la dottrina neocatecumenale con la nozione cattolica di perfezione, dal sintetico e chiarificatore Compendio di teologia ascetica e mistica di Adolphe Tanquerey. Il Cammino ha sempre insegnato a tenersi lontani da libri del genere. Benché il titolo sia altisonante, il trattato è molto istruttivo e semplice, oltre che liberatorio e guaritore per chi è stato intossicato dalla dottrina neocatecumenale. 

Al capitolo terzo della prima parte, intitolato 
Perfezione della vita cristiana leggiamo:

309. Sorge quindi la questione di sapere se, tra queste virtù, non ve ne sia una che riassuma e contenga tutte le altre, e costituisca, a così dire, l'essenza della perfezione. S. Tommaso, sintetizzando la dottrina della S. Scrittura e dei Padri, risponde affermativamente e c'insegna che la perfezione consiste essenzialmente nell'amor di Dio e del prossimo amato per Dio [...].

Ma, poiché nella vita presente l'amor di Dio non può praticarsi senza rinunziare all'amore disordinato di se stessi, ossia alla triplice concupiscenza, in pratica all'amore bisogna aggiungere il sacrificio. [...]

L'essenza della perfezione consiste nella carità.

310. [...] L'amore di Dio e del prossimo, di cui trattiamo, è soprannaturale nel suo oggetto come nel suo motivo e nel suo principio. Il Dio che noi amiamo è il Dio manifestatoci dalla rivelazione, il Dio della Trinità; e l'amiamo perchè la fede ce lo mostra infinitamente buono e infinitamente amabile; l'amiamo con la volontà perfezionata dalla virtù della carità e aiutata dalla grazia attuale. Non è dunque un amore di sensibilità; è vero che, essendo l'uomo composto d'anima e di corpo, spesso si mescola ai nostri più nobili affetti un elemento sensibile; ma un tal sentimento manca talora intieramente, e in ogni caso è del tutto accessorio. L'essenza stessa dell'amore è la dedizione, è la volontà ferma di darsi e, occorrendo, d'immolarsi intieramente per Dio e per la sua gloria, di preferire il suo beneplacito al nostro e a quello delle creature.

311. Conviene dire altrettanto, salve le proporzioni, dell'amor del prossimo. In lui amiamo Dio, un'immagine, un riflesso delle sue divine perfezioni; il motivo quindi che ce lo fa amare è la bontà divina in quanto è manifestata, espressa, irradiata nel prossimo; o, in parole più intelligibili, noi vediamo e amiamo nei nostri fratelli un'anima abitata dallo Spirito Santo, ornata della grazia divina, riscattata dal sangue di Gesù Cristo; e amandola, ne vogliamo il bene soprannaturale, lo spirituale perfezionamento, la salute eterna.

Non vi sono quindi due virtù di carità, l'una verso Dio e l'altra verso il prossimo; ve n'è una sola che abbraccia insieme Dio amato per se stesso e il prossimo amato per Dio.

[...]

641. Abbiamo detto, al n. 309. che la perfezione essenzialmente consiste nell'unione con Dio per mezzo della carità. Ma, essendo Dio la stessa santità, non possiamo essergli uniti se non possedendo la purità di cuore, che abbraccia un doppio elemento: l'espiazione del passato e il distacco dal peccato e dalle sue occasioni per l'avvenire. 

Purtroppo, Kiko, un sedicente ex-probando monaco che un frate Domenicano rimandò a casa a terminare gli studi (pag. 142) e Carmen, una ex-suora espulsa dall'ordine per disobbedienza, si sono incontrati subito dopo aver entrambi subito una grossa frustrazione nelle loro aspirazioni spirituali che, alla luce dei fatti che sono seguiti nei decenni successivi, sembra più una vanagloria di ascesi che un genuino desiderio di santità

Hanno quindi deciso di fondare una "creatura" in cui combattere, negli altri, il fantasma di quella perfezione che essi non avevano potuto contemplare nello specchio, per via del cattivo amore che, lo  diciamo alla luce di mezzo secolo di misfatti, avevano nutrito verso Dio.

Incamminatisi per questa via, non hanno mai insegnato né a parole né tantomeno con l'esempio la vera perfezione dei Santi, salvo poi pretendere di far parte della famiglia presentandosi al traguardo di un percorso non sudato e spingendo ed oliando per ottenere la canonizzazione di Carmen.



*anno di morte di Carmen Hernandez, co-fondatrice del Cammino.

sabato 8 maggio 2021

"Alegría hermános!": della gioia artificiosa che cozza contro lo stile cristiano

Periodicamente ci troviamo a commentare queste buffonate spacciate per "testimonianza della gioia cristiana" e forme di "evangelizzazione".

 

Se provi a contestare ti bollano come bigotto, cupo, fariseo che si batte il petto...

Ovviamente sono polarizzazioni e alternative tanto artificiose quanto ridicole per chi prende la fede cristiana seriamente (da non confondersi con seriosamente) e osserva, con una certa preoccupazione le forme e i contenuti attraverso i quali si crede di educare alla fede le giovani generazioni.

Anche e soprattutto alla luce dei "risultati" conseguiti e delle sfide generali che il mondo ci porta.

 

Testimonianza.

Che senso ha una testimonianza di questo tipo? È un banale spettacolo, un balletto, più che una testimonianza uno spot, la vendita di un prodotto : ti invito a essere come me, a diventare cristiano perché io sono "felice", perché "ho la gioia".

Non si tratta solamente di una colossale stupidaggine ma anche di una forzatura e di una artificiosita' che cozza proprio con lo stesso stile cristiano.

La testimonianza è naturale e non costruita. I balletti e la gioia che vorrebbero testimoniare invece sono costruiti artificiosamente. Si testimonia efficacemente e realmente solo quando non ci si pone il problema di testimoniare semplicemente perché, educati a pensare e vivere nella fede, si è così: naturalmente, semplicemente e spontaneamente anche se non senza fatica.

 

Gioia non artificiosa

La gioia.

La gioia cristiana è qualcosa di estremamente delicato e riservato, soprattutto interiore, perché è accompagnata alle tribolazioni quotidiane, alla consapevolezza dei propri e altrui limiti.

Esteriormente si traduce in serenità d'animo per via delle virtù teologali vissute e della consapevolezza di non essere mai soli né abbandonati anche nelle prove più difficili e che, alla fine della nostra esistenza, incontreremo Colui per il quale tutto ha senso e nel quale il male e la morte saranno sconfitti definitivamente. 

 

Il tempo non passa mai,  in attesa del ballo finale


Occasione d'incontro e di evangelizzazione.

Si dice che sia un'occasione di incontro ma chi incontri e cosa trasmetti? Un giovane intelligente o comunque che cerca un po' più di profondità non sarà mai attratto da spettacoli del genere di cui, ripeto, coglie l'artificiosità e la pochezza.

Purtroppo il giudizio di questa pochezza difficilmente non si rifletterà sulla Chiesa, sul Vangelo e sul cattolicesimo.

Chi rimane allora?  

Non sempre, perché è vero che Dio riesce ad attrarre in mille modi, ma rimangono spesso gli ingenui, soggetti che attratti da un messaggio ricevuto in maniera banale lo banalizzano ulteriormente a loro volta e lo diffondono - soprattutto all'interno degli ambienti cattolici, stravolgendoli e stravolgendone la loro natura-, e costituiscono la massa, non solo inerte, ma addirittura ingenuamente e scioccamente collaborante o comunque scarsamente rispetto a tutti gli equivoci e le trappole che i nemici del cattolicesimo tendono.

Inutile dire però che spesso il volto ufficiale del cattolicesimo sembrano essere proprio loro.

 

Di Piero Mainardi.

giovedì 6 maggio 2021

Giacobbe lotta con l'angelo. Dalla "Catechesi sul Cammino" del secondo scrutinio neocatecumenale (I)

La Catechesi sul Cammino si trova alle pagg. 141-162 del documento Orientamenti alle équipes di catechisti per il secondo scrutinio battesimale del Cammino Neocatecumenale (1977). Come tutti i mamotreti del Cammino, questo documento viene recitato dai catechisti come un copione durante le catechesi -presentate invece come "tradizione orale ed ispirata dallo Spirito Santo" - ed è stato tenuto segreto finché le evidenze, pian piano, non hanno costretto i fratelli ad ammetterne l'esistenza.

Ci troviamo nel pieno del secondo passaggio del Cammino, che marca la transizione dal pre-catecumenato al catecumenato, due definizioni tanto interne al Cammino quanto arbitrarie, nel loro stravolgimento del catecumenato  del battesimo cattolico. I fratelli sono stati scrutinati (pagg. 45-50, 85-93 e 167-190), hanno rinunciato agli idoli rivolgendosi a Satana direttamente (pagg. 132-134) cosa che la Santa Madre Chiesa proibisce ai non addetti, si sono contestualmente privati di alcuni beni in favore del Cammino (pagg. 133 e 138) ed hanno compiuto il cosiddetto rito del sale, invenzione del Cammino (pagg. 134-137). 

È a questo punto che viene declamata da Kiko la Catechesi sul Cammino durante la quale, a sorpresa, sarà annunciata ai fratelli la richiesta della decima su tutte le loro entrate d'ora in avanti (pagg. 150 - 155). In questa catechesi Kiko tratteggia il "catecumenato" che finalmente inizia dopo anni di preparatorio, come leggiamo a pag. 155:

Il primo tempo, del pre-catecumenato, è un tempo nel quale si deve aprire l'orecchio. Pre-catecumeno è colui che ancora non ha l'orecchio aperto; è un tempo di discesa, nel quale cominciamo a scendere questa scalinata, a conoscere profondamente la nostra realtà. E' un tempo di Umiltà, intendendo per umiltà la verità: conoscere veramente chi siamo.

Adesso entriamo nel Catecumenato. Siete gente che è entrata nel Catecumenato. 

Col suo discutibile metodo di discesa nella conoscenza di sé, il Cammino si propone come via unica di incontro personale con Dio e correttiva di quelle insegnate dalla Chiesa Cattolica (pagg. 35 e 213) tra l'Editto di Costantino ed il Concilio Vaticano II. La tecnica del Cammino è sempre quella: imputare un falso problema per imporre una soluzione ancor più falsa.

È vero che la conoscenza di sé sia raccomandata dai padri confessori di tutti i tempi, leggi per esempio la Filotea di San Francesco di Sales ed il Combattimento Spirituale di Padre Lorenzo Scupoli.

Senza voler porre limiti alla Divina Provvidenza, è sbagliato predicare che l'incontro con Dio debba necessariamente realizzarsi tramite una discesa nel fondo limaccioso di se stessi (kenosis(pag. 29) per poi risalire rinnovati: si tratta piuttosto di un'ascesa continua di purificazione (cfr. L'Imitazione di Cristo). Invece nel Cammino, salvo fortunate eccezioni, si scherza col fuoco: l' "incontro con Dio" è manipolato tramite dottrine eretiche che trovano sfogo e rinforzo in una Messa atipica, dalla liturgia adulterata. I fratelli conoscono se stessi aprendosi agli altri secondo modalità disordinate, troppo intime, non personalizzate né gestite da persone competenti spiritualmente o psicologicamente. 

La fase di pre-catecumenato che arriva a conclusione, ha quindi procurato ai fratelli due grossi svantaggi: la separazione dalla parrocchia e dalla fede di Santa Madre Chiesa, come in un culto a parte, e la predisposizione ad accettare tutto ciò che il Cammino presenterà loro in seguito e che un nuovo arrivato rifiuterebbe.

Fratello Neocatecumenale al Secondo Passaggio
(Foto : Joel Robinson)

La Catechesi sul Cammino è un lungo, dispersivo e contorto sproloquio che abbiamo cercato di rimettere in ordine, estrapolandone gli aspetti salienti. Ai fratelli viene prospettato un Cammino di:

1) Estenuante battaglia contro un "dio" che, per renderli umili e sottomessi, li storpia. (Qui di seguito)
2) Opposizione agli sforzi verso la santità, considerati idolatrici.
3) Sovversione della giustizia divina e del libero arbitrio.
4) Accettazione supina (salvo privilegi) dei peccati altrui, presentata come amore al nemico.
5) Inclusione di criminali impenitenti, perché nessuna vittima è migliore del suo carnefice.
6) Precarietà, spirituale e materiale, imposta come stile di vita. (Parte IParte II)
7) Liberazione dai Estorsione dei beni materiali, coperta dall'arcano.

Nel seguito approfondiamo, uno dopo l'altro, questi aspetti ormai tristemente noti in mezzo secolo di esperienze e notiamo con amarezza, una volta di più, che il Cammino si è svolto come da copione fin dall'inizio, malgrado le fanfaronate su ispirazioni divine in tempo reale e le promesse di servizio ai Vescovi Cattolici, fatte alla gerarchia ecclesiastica dai due iniziatori.

Giacobbe lotta contro l'Angelo.
(Mosaico della Cattedrale di Monreale)

Prima parte: un cammino di estenuante battaglia contro un "dio" che, per renderci umili e sottomessi, ci storpia.

Le catechesi di Kiko seguono tipicamente i punti di questo schema - anche se non sempre in questo ordine: 1) lettura di un brano biblico 2) esegesi errata 3) chiamata dei fratelli all'identificazione nella vita del protagonista del brano biblico, secondo l'esegesi errata 4) chiamata dei fratelli ad identificare Dio con il suo intermediario, il Cammino, ovvero, per trasposizione, con Kiko ed i catechisti. Non fa eccezione la storia biblica di Giacobbe che si batte contro l'Angelo di Dio fino a rimanere zoppo (Genesi, cap 32, 24-34).  Leggiamo a pag. 156:
[...] L'immagine del catecumenato è Dio che lotta con Giacobbe. Tu devi vedere realmente che Dio agisce nella tua storia, nella tua esistenza per distruggere il tuo orgoglio
Troviamo invece QUI  un commento di Benedetto XVI (2011) alla storia di Giacobbe. Ci spiega in sintesi Padre Angelo Bellon del sito web Amici Domenicani:

"Come si è visto, l’Angelo si è lasciato sopraffare da Giacobbe. Dio non volle che l’Angelo si servisse di tutta la sua forza nel lottare con Giacobbe. Del resto il fatto che con un semplice tocco abbia ridotto Giacobbe a non potersi più tener in piedi mostra chiaramente con quanta facilità avrebbe potuto superarlo. Ma con ciò volle dare a Giacobbe un segno certo che con molta maggior facilità avrebbe potuto superare non solo Esaù, ma anche tutti i nemici e tutte le contraddizioni 

Giacobbe riceve la benedizione dall’Angelo. La prese per sé  e per la sua discendenza. In questa benedizione è prefigurata la benedizione che avrebbe accompagnato la Chiesa fine alla fine dei secoli, facendole superare ogni momento burrascoso. Ed è prefigurata anche la benedizione che accompagna ogni credente se rimane fedele a Cristo."

Con la sua catechesi deforme, invece, Kiko introduce il "catecumenato" come una terapia del dolore che Dio somministra all'uomo per sbriciolarne la superbia e riprendersi il trono. Una lunga catechesi su Giacobbe segue alle pagine 205 - 215. A pag 207 leggiamo:
E' Dio stesso che sta lottando con lui, è Dio stesso che lo vuole abbattere perché luifacendosi dio di tutta la realtà, si sta condannando se stesso, si sta uccidendo. E l'unico modo di salvare quest'uomo è abbatterloAllora Dio scende in campo e si prepara a lottare contro di te.
A pag. 143, non senza una punta di sadismo, vengono forniti maggiori dettagli su questa pedagogia del dolore:

Dopo aver dato i beni, proprio ieri il Signore vi ha donato una grazia enorme. Ha fatto un'alleanza con voi. Dopo che vi siete conosciuti, dopo che avete scoperto che non potete appoggiarvi in voi stessi, vi ha invitati ad appoggiarvi in Lui, come Giacobbe che si è stretto a colui con il quale stava lottando.  

[...] Se tu stai facendo resistenza, magari, siccome Dio ti ama, c'è bisogno che ti tocchi il nervo sciatico, che ti accada qualche grosso pasticcioqualcosa che ti lasci veramente conciato per le feste (cioè che il Signore ti vinca) in modo che tu non opponga più resistenza a Dio e non continui ad appoggiarti nella tua intelligenza, nella tua sapienza, in te stesso;
A pag. 124 i fratelli vengono esplicitamente identificati con Giacobbe e le loro vite con l'episodio della lotta contro l'Angelo, nell'idea biblica per cui nominare significa assegnare una missione:

Tu sei Giacobbe. Per questo ti cambierà il nome. Non ti chiamerai più Giacobbe, ti chiamerai Israele. Se è vero che hai riconosciuto la tua debolezza, se è vero che ne sei venuto fuori zoppicando. 
L'espressione "se è vero" ci ricorda che i fratelli, oltre a dover parlare dei loro fatti e misfatti davanti alla comunità sono anche sottoposti a controlli incrociati. A pag. 130 si insiste sull'identificazione:

Qui appare un altro uomo e un'altra alleanza. Tu non solo ti chiami Abramo, ti chiami anche Giacobbe. Tutte queste figure, questi personaggi, queste persone concrete che Dio ha eletto, sono in funzione di te.

A pag. 211 Kiko ribadisce l'esclusività della sperimentazione personale quale via di conoscenza di Dio e per questa sperimentazione accende un mutuo sulla vita dei fratelli. Ricordiamo che Kiko e Carmen avevano proposto alla gerarchia ecclesiastica un cammino di sette anni che poi si sarebbe disciolto nelle parrocchie. Papa Giovanni Paolo II aveva posto l'accento sulla eccezionale lunghezza di questo cammino in un fiducioso discorso del 1988. Eppure già nel 1977 la fine del Cammino, mai che abbiamo oggi sotto gli occhi, era prevista in via ufficiosa:
Tu sei Giacobbe ed il Signore ti sta chiamando. Ti sta scegliendo perché da Giacobbe tu passi ad essere Israele. Israele vuol dire che tu hai sperimentato. Dio ha molta pazienza: se hai bisogno di 5 anni saranno 5 anni, se c'è bisogno di dieci saranno dieci, venti, trenta, cinquanta se c'è bisogno.
A pag. 150 vengono indicati esplicitamente gli esecutori materiali di questo "Dio" al quale il fratello neocatecumenale Giacobbe non deve opporre resistenza:
Ora Dio sta agendo, sta operando nella tua storia per smontare radicalmente il tuo orgoglio. L'immagine del catecumenato è Dio che lotta con Giacobbe. Tu devi vedere realmente che Dio agisce nella tua storia, nella tua esistenza per distruggere il tuo orgoglio."Perché mi attacchi alle spalle e di fronte?* “Perché mi chiudi le porte? Perché mi soffochi? Perché? Perché Dio distrugge il tuo orgoglio. Ora scoprirai che è Lui, è Dio che sta combattendo con te. Ecco che quello di cui tu hai bisogno ora è aggrapparti adesso a questo Dio, fortemente, perché Lui è il Potente. E' il Dio di fronte al quale tu sei zoppo. Di fronte a questo Dio tu sei zoppo perché sei pieno di peccati, pecchi, zoppichiTu non cammini: zoppichiTu sei una persona che zoppica bene 
In questo momento hai bisogno che noi ti insegnamo ad aggrapparti a questo Dio.
Nel 1977 si preannuncia già il modo in cui il Cammino si servirà di questa interpretazione eretica. Kiko parla come il fondatore di una setta, vale a dire, inserendosi con becera arroganza nelle menti degli adepti, sovrapponendosi alla coscienza di un "tu" che, lontano dall'essere un ipotetico ascoltatore, è una qualunque di tante copie identiche dello stesso interlocutore immaginario; imponendosi come inviato scelto in telecomunicazione diretta e permanente con una Volontà Superiore; rifiutandosi di argomentare o di rispondere alle domande e senza prendersi la responsabilità di ciò che dice.

* La frase in rosso è un' autocitazione di Kiko dal suo canto Signore tu mi scruti e mi conosci: "Mi stringi alle spalle, mi attacchi di fronte e nello stesso tempo hai posto su di me la tua mano".

Tuttavia, il bellissimo Salmo 139(138) a cui il canto si ispira, non parla affatto di attaccare ma di circondare (versetto 5)Anche in ebraico, abbiamo letteralmente: di dietro e di fronte mi hai avvolto/legato/confinatoNessun attacco: l'attacco è una mistificazione kikiana. Addirittura il versetto 6, subito dopo, recita: Stupenda per me la tua saggezza, troppo alta, e io non la comprendo. 

Al contrario, tutto il Salmo 139(138) è una lode sperticata alla seducente sapienza di Dio
, un genuino canto d'amore e di meraviglia. In nessun verso di questo Salmo traspare costrizione o punizione né tantomeno il significato proposto da Kiko: "mi fai del male per il mio bene", per giustificare le angherie sui fratelli, attribuendole a Dio stesso.

Chi è passato attraverso il secondo scrutinio può testimoniare in che modo la riformulazione errata della parola di Giacobbe e del salmo 139 venga messa in atto come fondamento "teologico" in quell'occasione: la frase "Signore tu mi scruti e mi conosci" è usata per giustificare gli scrutini che costituiscono, di fatto, una violazione del foro interno dei fratelli

La frase spuria "mi stringi alle spalle, mi attacchi di fronte ma allo stesso tempo hai posto su di me la tua mano" allude alla lotta che i catechisti-angeli intentano, per conto di Dio, con lo scrutinato Giacobbe per farlo scendere da cavalloconvincerlo di peccatoilluminarlo (hanno lo "spirito"!) e, una volta sottomesso, renderlo dipendente dal Cammino e con gratitudine.

In questo documento scorgiamo un ben congegnato progetto di sfruttamento delle sofferenze dei fratelli, mascherato da cammino di conversione, da effettuarsi esclusivamente sotto il controllo degli autonominati e prepotenti intermediari del Cammino. Detto in altri termini, forti della debolezza altrui questi capicosca della fede stanno passando a riscuotere il pizzo, prima spirituale e poi materiale, e lo fanno in nome di "Dio". La segretezza dei mamotreti, evidentemente, è servita per evitarne la lettura a freddo, cioè libera da quella suggestione dovuta all'ascolto passivo, che può essere vissuta solo nel rapimento di una convivenza.

S. Alfonso Maria de' Liguori (1696 -1787), Vescovo e Dottore della Chiesa

Confrontiamo gli orrori di queste catechesi con le parole di Sant'Alfonso Maria de'Liguori -maestro di quel cattolicesimo prima deformato e poi stigmatizzato dal Cammino - su come un cristiano affronta i dolori della vita. Dalle Meditazioni per acquistare la salute eterna (pag. 222):
"Bisogna mutar palato per farci santi. Se non arriviamo a fare che il dolce ci sappia amaro e l’amaro ci sappia dolce, non giungeremo mai ad unirci perfettamente con Dio. 
Qui sta tutta la nostra sicurezza e perfezione, nel soffrire con rassegnazione tutte le cose contrarie che ci accadono alla giornata, piccole e grandi. E bisogna soffrirle per quei giusti fini per cui il Signore vuole che le soffriamo, cioè :
1. per purgare le colpe da noi commesse; 2. per meritare la vita eterna; 3. per dar gusto a Dio ch’è il fine principale e più nobile che possiamo avere in tutte le opere nostre."
Ciò è fondato sull'amore della creatura verso il CreatoreDio infinitamente perfetto. Si è tanto più uniti a Dio quanto più si procede nella perfezione. Dio è anche giusto giudice: se la nostra purificazione  in questa vita è incompiuta -e non abbiamo meritato l'inferno- dovremo completarla in Purgatorio (CCC 1030). Ma questo non viene ricordato nelle catechesi del Cammino, così come non è sottolineato a sufficienza che Dio, da parte sua, ricambia la creatura con infinito anticipo, infinita abbondanza ed infinita bellezzaDalla Pratica di Amar Gesù Cristo (Cap. I):
"Egli ci ha amati sin dall’eternità. «Uomo, dice il Signore, considera ch’io sono stato il primo ad amarti. Tu non eri ancora al mondo, il mondo neppur v’era ed io già t’amavo. Da che sono Dio, io t’amo».  
Vedendo Iddio che gli uomini si fan tirare da’ benefici, volle per mezzo de’ suoi doni cattivarli al suo amore. Disse pertanto: «Voglio tirare gli uomini ad amarmi con quei lacci con cui gli uomini si fanno tirare, cioè coi legami dell’amore». Tali appunto sono stati i doni fatti da Dio all’uomo. Egli dopo di averlo dotato di anima colle potenze a sua immagine, di memoria, intelletto e volontà, e di corpo fornito dei sensi, ha creato per lui il cielo e la terra e tante altre cose tutte per amor dell’uomo; acciocché servano all’uomo, e l’uomo l’ami per gratitudine di tanti doni.  
Ma Iddio non è stato contento di donarci tutte queste belle creature. Egli per cattivarsi tutto il nostro amore è giunto a donarci tutto se stesso."
Sant'Alfonso invita a praticare la pazienza anche nelle aridità spirituali. Dal Regolamento di vita di un cristiano (Cap III.V) leggiamo:
"Rassegniamoci nelle aridità di spirito. Se, facendo l'orazione, la Comunione, la visita al Santissimo Sacramento eccetera, proviamo tedio e nessun gusto, ci basti sapere che ciò piace a Dio; e meno gusto proviamo nel fare le nostre devozioni, più piaceremo a lui".
Questo tipo di amore, più profondo di quello sensibile perché scaturisce dalla volontà umana uniformata a quella divina, è l'amore dei Santi, che fanno tutto nella vita per amare l'Altissimo con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze.

Niente di tutto ciò emerge dalla catechesi di Kiko. Al contrario, se ne ricava il sinistro ritratto di un Dio sadico ed allo stesso ineludibile, che lascia ai fratelli neocatecumenali la scelta tra la pedagogia del dolore (da subire nel Cammino) e la morte morale, spirituale e sociale fuori dal Cammino.



Approfondimenti:

Cammino Neocatecumenale e Chiesa Cattolica

martedì 4 maggio 2021

Annunciata la prima biografia ufficiale di Carmen Hernandez: sarà bello conoscere la sua vita (ma noi la conosciamo già)!

 

La biografia sulla scia dei Diari.
 

Questo l’annuncio nell’Annuncio di Pasqua 2021:


Ascensión: Un’altra cosa e termino: il 19 di luglio si aprirà, se Dio vuole, la causa diocesana, la diocesi di Madrid aprirà la causa di beatificazione di Carmen Hernandez (applauso dell’assemblea)

Kiko: E a me niente? Niente, io devo lavorare! Bene, fratelli. 

Ascensión: La prima biografia autorizzata di Carmen deve uscire all’inizio dell’estate, allora sarete contenti perché sarà bello conoscere la sua vita. [pag.18]

(ndr. Ma la sua vita noi già la conosciamo! Ora apprenderemo tutto quanto saranno stati capaci di inventare!)

 

Pessimi frutti ha sparso l’iniziatrice spagnola: rinomata la sua supponenza, la sua incontrollabile violenza e congenita arroganza con cui si rivolgeva al prossimo. Arcinota la sua perenne insofferenza per tutto. Mai la vedevi gioiosa, mai soddisfatta di nulla. La sua vita era un unico lamento. Retaggio della sua solitudine profonda, del suo perenne isolamento pur in mezzo alle folle.

Il piedistallo su cui si era assisa era situato ogni volta più in alto (tutti guardava, se li guardava, dall’alto in basso) e la distanza dall’umano consorzio era ogni volta più marcata ed incolmabile.

I santi (quelli veri) anche quando correggevano i costumi corrotti degli uomini, mai mancavano di rispetto alle persone. E questo prescindendo dal fatto che Carmen mai ha “corretto i costumi”. Ella al massimo derideva gli sventurati, dopo le loro reiterate cadute, mentre li esponeva al pubblico ludibrio in assemblea. Era questo uno dei suoi sport preferiti. Aveva a cuore di dimostrare a tutti che lei era furba (“a me non la si fa!”).

Carmen scopriva le persone con le sue subdole indagini incrociate, approfittando di fratelli che si abbassavano a delatori (pur di farsi belli con lei), e le esponeva nude in pubblico. Per essere ammirata nella sua abilità e per incutere timore ad un tempo; mentre, senza dubbio, alla prima occasione propizia avrebbe umiliato gli stessi delatori, che disprezzava al pari degli altri. Potevi star certo che anche il loro turno, prima o poi, sarebbe arrivato.
Chi l’ha conosciuta e frequentata nei raduni di itineranti, che lei supponentemente definiva “di governo” del Cammino, può confermare che dico il vero.

E lei, che amava brandire lo scettro insieme a frusta e bastone, si divertiva un mondo a farla da padrona. Anche se piagnucolava ininterrottamente per la sua amara sorte, che la costringeva a doversela vedere ogni volta con Kiko, il quale inevitabilmente l’oscurava. Carmen si lamentava sempre e di tutto, in special modo di Kiko, che definiva un insopportabile idolatra megalomane.

Certo lei non voleva morir kika, intanto kika è morta.

Ora si stanno preparando per sparare tutti i colpi che hanno in canna (mentre noi spereremo sempre che facciano cilecca) per conseguire la tanto agognata canonizzazione di una santa davvero più unica che rara. Santa neocatecumenale, tutta kika, suo malgrado. Carmen ripeteva risoluta in mezzo a tutti quegli idolatri degli itineranti che lei mai sarebbe morta kika; cosa impossibile, visto il suo totale coinvolgimento nel Cammino.

Carmen non si è mai sottratta alla collaborazione stretta con un “megalomane”, come ella stessa definiva Kiko, che voleva portare anche lei fuori strada, avendo informato di sé, kikizzandolo, tutto il Neocatecumenato. Ma intanto Carmen, al netto delle sue violente accuse rivolte anche in pubblico a Kiko, non si è mai sognata di allontanarsi da lui. E poi, per dirla tutta, era una che se ne andava abbastanza per la tangente già da sola! Cosa che era sotto gli occhi di tutti.

Carmen contro Kiko, anche davanti al Papa.
 Insomma, un connubio davvero micidiale  quello tra i due iniziatori spagnoli, calati su Roma per infestarla. 

Ed in parte ci sono riusciti! Certe alchimie a volte, si sa, fanno davvero la differenza. Purtroppo per lei e ad onta della sua presunzione, la sua indefessa opera sarà ricordata in futuro solo in relazione a un tal Kiko Arguello, che resterà per sempre protagonista unico, indiscusso e assoluto. 

Carmen sarà ricordata soltanto per il suo contributo a portare e mantenere in auge uno dei personaggi più ambigui e inquietanti mai apparsi nei secoli sulla scena della Chiesa per devastarla. 

 

Questo il nostro convincimento, avallato da lucide menti al servizio della verità (padre Zoffoli, don ArielLino Lista, di recente Antonio Lombardi) che hanno studiato il fenomeno C.N., e da non pochi tra i più autorevoli  Pastori della Chiesa; alcuni dei quali si sono anche espressi pubblicamente con molta chiarezza, restando anch’essi inascoltati.

Numerosi panegirici di Carmen della serie “la quercia caduta” sono stati divulgati dai canali ufficiali e i siti ritenuti affidabili dal Cammino in questi cinque lunghi anni. Tutti di un falso assurdo! Si dicono cose che, lei vivente, nessuno mai si sarebbe sognato di affermare nell’intento di descriverla. E questo sminuisce ulteriormente il loro già basso livello credibilità.

I camminanti hanno le fette di prosciutto sugli occhi (dopo tutta la fatica per guarire dalla cecità, tra fango e tutto il resto!!). No, non sono da compatire, ci sarebbe solo da prenderli a schiaffi.

Qui riportiamo uno stralcio molto significativo, tratto da uno dei tanti articoli elogiativi apparsi in questi ultimi 5 anni, a dimostrazione del fatto che sono sempre dei gran mistificatori. Esperti nell’arte di “rigirare la frittata” e del come spacciare il male per bene. Dei veri maestri!!

"Ciò che cercava Carmen era il bene delle persone, e questo implicava anche un modo schietto di dire la verità così com’era, nuda e cruda. A cominciare da Kiko. Non si dimenticano infatti i suoi rimbrotti divenuti scenette imperdibili degli incontri vocazionali, quando dopo catechesi appassionate di Arguello, di fronte a folle oceaniche, si alzava in piedi e con l’inconfondibile accento madrileno diceva: “Io dico sempre a Kiko che l’inferno è pieno di predicatori come lui!”. O quando, durante le celebrazioni nel 2009 per i 40 anni del Cammino Neocatecumenale nella Basilica di San Pietro, durante un discorso interminabile, a Kiko che cercava di farla abbreviare urlò in spagnolo: “Fai silenzio, parlo al Papa!”, mentre Benedetto XVI sorrideva un po' perplesso."

Un commovente florilegio di virtù eroiche: quella Signorina Carmen Hernandez che nessuno ha mai conosciuto! Esempio preclaro di come si possa stravolgere una biografia imbarazzante.

Basta questo solo capoverso.

... e senza cambiarmi, che mi piaccio così!
 Dire la verità! Ma davvero? Chi è Carmen per dire la verità al suo prossimo?

Questa è un’altra delle cose che si sono incistate nel Cammino (intendo come modus operandi traslato negli itineranti discernenti) a causa degli Iniziatori.

Io ti dico la verità su te stesso… e così i fratelli pian piano praticano tutti questo sport del dire la verità in faccia. E’ palese che tutto avviene a scapito della carità, in dispregio del rispetto che va portato alle persone. Delicatezza e tatto sono banditi.

Chi dice la verità deve essere libero dal bisogno di essere amato, per cui – all’inverso - si rende a bella posta detestabile, senza farsene alcun problema. Mentre, da parte sua, colui in faccia al quale la verità viene sbattuta, deve essere libero dalla schiavitù di chi non tollera di sentirsi mortificato e nutre, per il disamore altrui, un grande risentimento; roba da femminucce.

A causa di questo squallido copione, ogni cosa nel Cammino viene trasformata in sceneggiata. Un continuo teatro a scena aperta e un divertimento ludico garantito per tutti. Come iconizzato nella descrizione della Carmen sopra riportata. A questo si riduce il Cammino: panem et circenses. Altro che “itinerario di formazione cattolico”!

Leggere questo melenso articolo ci prepara alla preannunciata prossima biografia ufficiale. Ci offre un’anteprima, ci predispone allo “spiritoche da essa trasuderà abbondante. Insomma, meglio rassegnarsi: questo sarà il tenore del tanto atteso scritto ufficiale, medesimi gli obiettivi.

La mistificazione messa in campo dalla morte di Carmen in poi la fa da padrona e oramai in questi cinque anni ha contraffatto irreversibilmente tutto! Tutto quello che c’era ancora dacontraffare.

Di Carmen Hernandez, della vera Carmen nulla ormai sopravvive a cotanto scempio! Al netto di tutto quello che già da sempre avevano di lei e Kiko taciuto, nascosto o traslato. O per meglio dire “trasfigurato” di quella trasfigurazione di cui Carmen ha sempre parlato a sproposito, in ogni occasione, nella sua mente esaltata. Fuori logica e fuori della realtà.

Eh sì, con Carmen era sempre così; essendo donna instabile più che estrosa! 

 

Non lo sopportava proprio!
Ella desiderava tanto primeggiare, dimostrare la sua superiorità su Kiko. Neanche provava a camuffare il suo spirito competitivo che esternava con violenti strattoni e spinte applicate a Kiko per allontanarlo dalla scena e porsi lei al centro. Quando lo decideva lei, però! Perchè a volte Carmen si chiudeva in un ostinato mutismo. E Kiko aveva un bel da fare ad invogliarla in tutte le maniere! Carmen quando si chiudeva a riccio taceva per giorni o si rifiutava proprio di scendere in assemblea di itineranti, lasciando Kiko da solo, dopo averlo pubblicamente ingiuriato o essersi rifiutata di rivolgergli la parola. Tutti atteggiamenti impossibili da giustificare.

Ed ecco che si compiva il prodigio: le sue intemperanze le si faceva passare per “libertà” grande; le sue quotidiane maniere brusche e violente le si faceva passare per espressioni della vera "misericordia" (volta alla amorevole correzione dei fratelli. Certo qui si parla dell’amore vero e non dell’affettività malata, secondo il kikiano gergo!); quel suo manifestarsi senza pudore irrispettosa, a tratti scostumata e sempre acida e sprucida con tutti, per "umiltà" somma. Dal momento che alla grande Carmen, vera convertita, donna libera come nessuna, del giudizio degli altri non importava un fico secco. La libertà che millantava la dipingeva lei stessa così. 

 

Carmen diceva di sé che lei non voleva essere amata da nessuno e non voleva che nessuno le volesse bene o si legasse a lei… come invece faceva quell’affettivo di Kiko. Carmen non perdeva occasione per fare con il suo partner il gioco del “chi sono io e chi sei tu…”.


Già venerata

 E’ evidente una presunzione grande, unita a spietati giudizi. Tutti giudizi made in Carmen espressi spassionatamente in pubblico nei confronti del co-fondatore (e non solo, Carmen ne aveva per tutti dall’alto scranno su cui si era assisa fumigante). Carmen accusava ogni giorno Kiko di avere amichetti o amiconi del cuore tra i fedeli itineranti. Si lamentava che stava con loro troppo tempo al telefono… e lei poi non ci capiva niente di cosa confabulavano alle sue spalle. Accusava Kiko di condividere volentieri con questi prescelti i tempi del meritato riposo e rigenerante svago che periodicamente si concedevano. Tipo il single Gennarini Stefano, anche lui “carisma primitivo” con cui Kiko aveva in comune l’amore per la pesca e la montagna e che Carmen, per essere ancor più pungente, definiva il suo compagno gay. Così, giusto per ridere e provocare ilarità tra gli itineranti. Denunciava Kiko davanti all’assemblea “Questo ogni giorno sta ore a telefono col suo compagno, che lo chiama per ogni scemenza! (alle mie spalle!)”

Lei no, sia ben chiaro, lei mai è dipesa da nessuno, men che meno da Kiko!

Per il resto Carmen era ondivaga, come in tutte le cose, anche nelle relazioni interpersonali. Un momento prediligeva uno/a o una un momento un altro/a. Instabile per natura, indubbiamente.

Poi puntualmente accadeva che chi, per avventura, aveva per un tempo goduto delle sue grazie, ben presto cadeva in disgrazia e da quel preciso momento diventava bersaglio preferito dei sistematici attacchi di una Carmen livorosa e vendicativa e non se ne capiva il come e il perché! Queste ritorsioni penose si protraevano a volte anche per lungo tempo; attacchi anomali e senza nessuna logica. La povera vittima non aveva altro da fare che armarsi di santa pazienza perché, non solo non sapevi quanto sarebbe durata la penitenza, ma neppure quale sarebbe stato l’epilogo finale. Se con conseguenze a lungo/medio temine o senza strascico…

Questo per spiegare che non c’era nelle intemperanze relazionali (chiamiamole così) di Carmen alcuna ratio e alcuna prevedibilità. Come non ce n’era del resto, bisogna proprio dirlo, in nulla di tutto ciò che la riguardava.

Bisognerebbe forse chiedere ad uno psicologo o ad uno psichiatra una interpretazione scientifica che non è alla portata di tutti! 

 

Essi allora presero Geremia
e lo gettarono nella cisterna di Malchia
(non sopportavano più di sentirlo parlare)
Si riportano fatti e ciò che si è visto. 

Cose che, peraltro, sono state sotto gli occhi di tutti.

Siamo anche noi in attesa della biografia ufficiale, presumibilmente inattendibile, come tutto quello che dalla sua morte ad oggi è stato scritto e detto di Carmen. Come i suoi finti Diari.

Noi, per parte nostra, continueremo a raccontare la nostra storia, come  “voce di uno che grida nel deserto” probabilmente. Ma questo non ci importa!

E continueremo a raccontare, anche dovesse costarci la cisterna di Geremia profeta (Ger. 38, 6). Dal momento che è fuor di dubbio che il nostro parlare risulta insopportabile a molti. 

domenica 2 maggio 2021

Il discernimento degli spiriti

San Paolo, nell'ultimo capitolo della lettera agli Efesini, scriveva: «Rivestitevi dell'armatura di Dio per poter resistere alle insidie del diavolo: perché non dobbiamo combattere contro forze puramente umane, ma contro i principati e le potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro gli spiriti del male sparsi nell'aria. Rivestitevi dunque dell'armatura di Dio per poter resistere nel giorno maligno». 

Il demonio fa di tutto perché non si creda e non si pensi a lui. Solo così può agire indisturbato. Ecco la ragione di tutti i tentativi di negare l'esistenza degli angeli, che capita di sentir ripetere perfino nelle sacrestie; se non esistono gli angeli, non possono esistere nemmeno i demoni. E tuttavia, dal primo all'ultimo capitolo della Bibbia, si parla sia di angeli buoni, che di angeli cattivi. Non è però sufficiente credere che ci siano angeli e demoni; dobbiamo farcene una ragione. 

Un proverbio spagnolo dice:

«Quando qualcuno bussa alla porta, non bisogna limitarsi a sentir bussare, ma sapere anche chi bussa».

Ascoltiamo dunque le illuminanti indicazioni tratte dalle conferenze di padre Ludovic Marie Barrielle, che aiutano a discernere la provenienza degli spiriti.

«Dunque, attenzione! I fenomeni ascetici e, a fortiori, quelli mistici vanno esaminati con la più grande cura. In particolare, nei casi di rivelazioni e visioni, bisogna distinguere bene ciò che viene certamente da Dio, dalle reazioni, ragionamenti e conclusioni tratti dai veggenti, dai testimoni o esaminatori, e soprattutto dagli entusiasti più o meno eccitati. 

Ecco perché in presenza di ogni visione o rivelazione privata d'origine soprannaturale divina, ci si deve ricordare le parole di san Pietro dopo il racconto della Trasfigurazione: Sed habemus firmiorem propheticum sermonem (2 Pt 1, 19), «abbiamo però una parola più ferma, quella dei profeti», quella della rivelazione, quella della Chiesa ufficiale. Umiltà: Vigilate et orate, ne intretis in tentationem; spiritus probate... «Vegliate e pregate per non essere indotti in tentazione», «provate gli spiriti» come dice san Giovanni. 
«Dai loro frutti li riconoscerete. Si coglie forse l'uva sui pruni, o i fichi sui rovi?» (Mt 7, 7).»

L'ammonizione contro i lupi rapaci irrompe rigorosa e intransigente.
«Dai loro frutti li riconoscerete. Si coglie forse l'uva sui pruni, o i fichi sui rovi?» Come possiamo riconoscere un annunciatore ingannatore che si finge galantuomo, o un lupo famelico che si veste da pecora?
La bontà dell'animo la si intende dai frutti, come per gli alberi. Dai loro frutti li riconoscerete. Bada bene, non dalle opere, ma dai frutti. Si, perchè se fosse questione di pratica saremmo daccapo. Infatti le opere dei falsi profeti possono risultare esteriormente rette, ma non i loro frutti.
Caratteristica dei falsi profeti come Kiko è l’incongruità drastica tra esteriorità ed interiorità. L'Argüello vuole apparire mansueto come una pecora camuffandosi con buone intenzioni, ma in realtà è aggressivo e vorace come una belva. È scritto nei testi delle sue predicazioni ed è testimoniato dai superstiti che Kiko spoglia delle proprie sicurezze - affettive ed economiche - e di una salubre spiritualità.

Il testo di padre Barrielle ci svela il metodo più onesto - quindi basato sui Testi Sacri - per poter discernere sull'ambigua realtà del cammino neocatecumenale. E per far ciò ci incanaliamo nell'aspra genesi del contesto kikiano-eretico.

'Mi misi in ginocchio sul letto...'

Kiko:

«Andai in camera e mi misi in ginocchio sul letto. Improvvisamente la Vergine Maria era dietro di me col bambino e disse questa frase: “Bisogna fare comunità cristiane come la Sacra Famiglia di Nazareth, che vivano in umiltà, semplicità e lode; l’altro è Cristo”. E rimase in silenzio. La Vergine è scesa dal cielo con suo Figlio per farsi presente nella mia stanza»

Come prima cosa evidenziamo che l'evento sensazionalistico, eccezionale e ultraterreno che Kiko offre è una forma di astuta seduzione atta a convincere facilmente gli sprovveduti. I neocatecumenali vengono ingannati deliberatamente e trascinati dalla parte dell'errore; essi sono appunto dei perdenti sotto molti aspetti perché ci rimettono denaro, credibilità, integrità e persino la loro esistenza.

Il miracolo è sempre segno della presenza di Dio, il prodigio - come quello descritto da Kiko - può giungere da Dio ma può anche essere un fenomeno di invenzione umana o medianica (quindi occultista, non da Dio). È perciò necessario un vero discernimento, i cui criteri sono stati stabiliti dalla Chiesa. Ma l'autorità ecclesiastica è tenuta a pronunciarsi solo quando lo ritiene opportuno.

 

La mistica  'cameretta degli orrori'

A volte si tratta di un fuoco di paglia, ma nel caso di Kiko abbiamo l'inganno, l'interesse, la manipolazione ed una mente squilibrata ed esaltata. Un bel minestrone che chiaramente non prelude a nulla di buono: «Dai frutti si conosce la pianta» dice il Vangelo, e dato che i due kikos accomodati sul trono del comando hanno messo in discussione le verità di fede distanziando i fedeli dagli insegnamenti evangelici, possiamo asserire con certezza che a dare un morsetto ad un frutto putrefatto, scaturente da un albero così compromesso, si muore!

«Dunque, attenzione! I fenomeni ascetici e, a fortiori, quelli mistici vanno esaminati con la più grande cura.» eppure i neocatecumenali hanno deciso di credere all'apparizione kikiana e alle conseguenti rivelazioni lasciandosi suggestionare sino al punto di barattare la festività dell'Immacolata con quella della fantomatica visione avvenuta nella cameretta dell'inquieto - e inquietante - Kiko (date un'occhiata alla stanza in questione. È un posto che pone a disagio anche i più retti privi del più flebile timore superstizioso).

Un esempio di 'caduta'

 Ma anche Carmen dispensa la sua controversa e angosciosa "visione". Leggiamola: 

«Un giorno il Signore, attraverso una visione o un sogno fantasioso, come volete chiamarlo, mi manda come un’apparizione e mi dice “tu seguimi”. Però il “tu seguimi” risulta essere che si apre una finestra e che devo buttarmi.
Sono spaventata. E Gesù Cristo “Seguimi”: e va bene ti seguo. Esco da questa finestra e comincia una caduta verso il basso come senza paracadute e cioè cadi, vai a terra con una velocità tale da sfracellarti. E Gesù Cristo mi diceva: “Perchè non mi dici che vuoi seguirmi?” ed io “Sì!”. Quando dico questa accettazione, “con te”, incomincia un cambio radicale, un’ascesa. Sapete che sono molto devota dell’Ascensione perché ho vissuto – fuori o dentro la mia carne, non lo so, diceva San Paolo – ciò che è l’Ascensione. E cioè entrare in un’Ascensione immensa di allegria che non ha nessun paragone con nessun piacere sessuale, qualcosa che sa di eternità, che è entrare in Dio, nell’eternità. Qualcosa che l’unica cosa che io potevo dire era “Basta, Signore, basta!"
Voglio dire che il contenuto del Cammino non nasce con Kiko che apre la Bibbia a caso come racconta lui.»

Che coincidenza! Due fondatori, entrambi destinatari di "favole" pseudo mistiche, che sembrano catturati da una sorta di allarmante stato allucinatorio.

Mi sovvengono immediate delle considerazioni:

Nel preludio della sua 'confidenza' Carmen precisa che l'avvenimento accadutole è certamente scaturente dal Signore: «Un giorno il Signore...». Quindi assegna a Dio lo sclero che dispensa, cascando in un'insopportabile bestialità.

Non è certamente lei a poter stabilire se si tratti di una visione lucida o di un avvenimento accadutole in sogno poiché, come abbiamo visto, questi fatti possono essere di matrice malefica.

Ma perché questa visione non è da ritenersi di buona provenienza? Perché è intrisa di angoscia.
Secondo la psicolabile Carmen Gesù le ordinò: "tu seguimi", causandole uno stato di ansia e afflizione - essa, piuttosto che sentirsi al sicuro poiché con Cristo, si impaurisce -.
È addirittura spaventata, teme che Cristo possa causarle un male facendola capitolare giù da una finestra! 

 
La Hernández, deragliando ancora una volta dal giusto binario della logica, descrive una sorta di fantasiosa ascensione preceduta da una caduta rimarcante la kenosi kikiana.

A questo punto, colei che si autodefinisce la 'beata tra le donne', afferma il suo "SI!" a questo gesù cristo (i princìpi minuscoli sono essenziali) che si esprime in maniera indiscutibilmente molesta e maniacale, divenendo in tal modo la destinataria di un innalzamento glorioso ed eccelso.
Come possiamo notare l'ego smisurato non appartiene soltanto a Kiko, ma anche alla sua prediletta. Il messia e la 'vergine'. Vergine per modo di dire, scrutiamo il perché.

Carmen attesta: «entrare in un'ascensione immensa di allegria che non ha nessun paragone con nessun piacere sessuale»

Carmen è scurrile, discute di "piacere sessuale" in maniera insopportabile.
Essa tratta il piacere derivante dell'atto sessuale come un qualcosa di forte e impareggiabile, con un approccio che sembra scaturire da una persona navigata che ha vissuto delle esperienze tali da poter determinare questo paragone. Alla faccia della santità!

«l'unica cosa che io potevo dire era "Basta, Signore, basta!"»

Lo stato di beatitudine derivante da un'apparizione veritiera, è talmente dolce e perfetto da far desiderare che la visione mai termini. La sofferenza scaturente dalla dichiarazione di Carmen ("basta!") fa temere per la sua integrità spirituale e psichica, poiché sembra voler mettere termine ad una violenza. E (chiaramente!) Dio mai attua violenza o arreca disturbo, quindi si tratta o di un evento malefico o di una distorsione della realtà procurata dalla sua palese alterazione mentale.

 

Non fu certo un angelo a ispirare a Carmen
la tesi del 'Tabernacolo inutile'

In conclusione: Le azioni si possono fabbricare, alterare: i frutti invece giungono disinvolti e naturali. Ora ciò che giunge genuinamente comunica la verità, ciò che si inscena dice una apparenza di verità. Ma le opere teatrali durano poco, giusto il tempo dell'inganno. Ad oggi il cammino si trova ad affrontare l'atto finale che corrisponde alla rivelazione di sè.
Per riconoscere i frutti bisogna dare tempo al tempo. Un proverbio afferma: 'Se son rose fioriranno, se son spine pungeranno' ed il cammino ha già procurato sangue a fiotti.